chiamami aquila

Standard

Uno dei motivi che provano il fatto per cui “You’ve Come a Long Way, Baby” di Fatboy Slim sia considerato a tutti gli effetti una pietra miliare della musica elettronica è che alcune tracce di quel disco sono tuttora usatissime come commento sonoro di spot o sigle per eventi di varia natura. Tra tutte, “Right here, right now” è forse la più rappresentativa, sotto questo punto di vista.

Il fatto è che il brano in questione è stato pubblicato corredato di un video talmente iconico da rendere impossibile l’associazione tra la musica e le immagini a scene che non riconducano al soggetto della clip, ovvero la camminata che separa la cellula primordiale dall’attore che interpreta il protagonista sovrappeso della copertina dell’album, attraverso i miliardi di anni che separano il Big Bang dal big beat (questa è bella, me lo dovete riconoscere). Ed è per questo motivo che, se avessi voluto realizzare un video musicale riguardo a quanto accaduto stamattina, avrei scelto “Right here, right now”.

L’insegnante madrelingua che conduce le lezioni del progetto di Inglese che è stato predisposto anche per la mia classe ha espresso una richiesta. Ardi, il mio alunno albanese che all’inizio dell’ora aveva risposto alla domanda “How do you feel?” come fa sempre, ovvero dicendo una sfilza di super super super super super e poi sleepy, condizione che gli appartiene tantissimo perché definirlo addormentato, quando è seduto nel banco, è a dir poco sopravvalutarlo, uno che semmai si comporta poco più che come un vegetale, dicevo che Ardi, quando l’esperta ha espresso la sua richiesta – aveva scritto dei nomi di clothes alla LIM ma con le lettere tutte mescolate e ha chiesto agli alunni di rimettere le lettere nella sequenza giusta – si è come acceso. Si è calato sul volto uno sguardo che proprio non gli appartiene, uno sguardo sveglio, da aquila (fedele alla sua bandiera, potremmo dire), e ha alzato la mano.

L’insegnante lo ha indicato nel modo che sa fare solo lei e ha acconsentito alla sua volontà di raggiungere la LIM per scrivere il nome in inglese anagrammato di clothes nella sua forma corretta. Ardi è in primissima fila, una postazione strategica – per noi docenti – perché ci permette di averlo sotto controllo, a portata di mano, controllare quello che fa, sollecitarlo continuamente per evitare, come le impostazioni del pannello di controllo che regolano il timeout, la sospensione e l’ibernazione di schermo e pc, cada in uno di quegli stati di stand-by da cui dopo non si risveglia più e allora bisogna resettare tutto.

L’insegnante lo ha chiamato a sé e la cosa che ho visto – mentre Ardi ha compreso che gli era stata offerta una possibilità, quindi si è sollevato dalla sedia su cui sta costantemente inginocchiato e ha percorso la distanza per assolvere al suo compito – la cosa che ho visto è che in quella manciata di secondi si è compiuto un salto evolutivo.

Ardi si è portato alla LIM e, in quel momento, mi è apparso trasformato, una metamorfosi pari solo alla transizione tra l’homo erectus e il sapiens. Ho esultato perché c’erano tutti i presupposti per cui si trattasse di una mutazione senza ritorno. Ardi non sarebbe più tornato indietro ai tempi delle caverne, non sarebbe stato più come prima.

Ardi ha raggiunto alla lavagna, con l’aiuto dell’insegnante ha scritto socks, quindi è tornato al banco e in quel ritorno il prodigio si è annullato. Ardi si è seduto e si è messo come sta sempre, con la testa sulle braccia come se aspettasse di addormentarsi. In quell’istante, “Right here, right now” è terminata, la coda di un edit adatto alla scuola primaria si è dissolta, tutto è tornato all’inizio, alle origini, a cosa c’era prima del Big Bang, a cosa c’era prima del big beat.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.