musica di merda al prezzo che merita

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Ho cominciato digitando proprio così – musica di merda al prezzo che merita – la descrizione del mio profilo su Vinted. Mi sono ritrovato con una tonnellata di dischi di cui non mi interessa nulla, so che non li ascolterò mai e, anche se volessi conservarli nella mia collezione (che raccoglie solo pezzi che mi piacciono davvero tanto, sono moltissimi ma il fatto è che ho gusti decisamente eterogenei) non saprei materialmente dove metterli. Già lo spazio che occupo con i miei, anzi, con il mio unico hobby (che poi è una vera e propria ossessione) nei novanta metri quadrati di casa mia mi mette a rischio divorzio, quindi meglio non allargarsi troppo.

Prima mi sono impossessato di un intero scaffale di trentatré giri dagli scantinati di un istituto comprensivo che li avrebbe destinati alla discarica. Prima di Spotify e YouTube la musica, a scuola, si ascoltava così. Un ritrovamento che mi ha sbloccato il ricordo di quando la prof di inglese ci sottoponeva all’ascolto di dialoghi a consolidamento delle sue lezioni nel laboratorio di lingue del liceo che ho frequentato da adolescente. Le conversazioni per le attività di listening erano su ellepì e 45 giri – ricordo che ci veniva chiesto di portare un registratore a cassette personale per poterle poi utilizzare per i compiti a casa, consuetudine che vista da qui sembra preistoria – e la mia insegnante, a cui tremavano vistosamente le mani, faticava a posizionare il braccio del giradischi in corrispondenza della traccia desiderata con interessanti effetti di scratch da abstract hip hop ante litteram. Il contenuto dello scatolone di vinili che mi è stato permesso di tenere – per un audiofilo e collezionista si tratta di occasioni alle quali rinunciare è più che contronatura – però è risultato deludente. Tra album di classica decisamente mainstream e compilation per attività didattiche, poteva salvarsi solo qualche copia di allegati della rivista “Musica Jazz”, materiale comunque di scarsissimo valore commerciale.

Poi mi sono accaparrato la collezione di dischi di mio papà, interi ripiani gremiti da ellepì e 45 giri che già si erano ampliati, una trentina di anni fa, con la collezione di dischi di mio nonno materno che mio papà (capite da chi ho preso?) aveva a sua volta recuperato dalla soffitta della casa di campagna dei suoceri messa in vendita. Un lotto amplissimo ma altrettanto deludente: di salvabile, secondo i miei gusti – ripeto, straordinariamente vasti – non c’è quasi nulla. Ancora dischi di classica principalmente di matrice organistica che purtroppo non è nelle mie corde e che terrei solo per darmi un tono. Orchestre del passato, roba tipo James Last, Frank Pourcel, Perez Prado e diverse formazioni latino-americane. Liscio. Ma soprattutto una ingente quantità di singoli di spazzatura anni sessanta e settanta che non vi sto a dire, penalizzati da migliaia di riproduzioni su mangiadischi dell’epoca e personalizzati con firme e commenti a penna sulla copertina.

Mi sono messo così all’opera allestendo il mio spazio con centinaia di inserzioni, a cui ho aggiunto qualche altro articolo non musicale riconducibile al mio passato di cui da tempo volevo sbarazzarmi. Un contenitore per caramelle a forma di testa di supereroe Disney (una specie di Buzz Lightyear) di cui la proprietaria di una latteria del centro storico di Genova mi aveva fatto dono nel novanta e qualcosa, chiedendomi però in cambio di acquistare la manciata di caramelle che erano rimaste dentro. Uno spremiagrumi Atlantic anni 60 con imballo originale mai usato. Un paio di Camper del secolo scorso in cui i miei piedi non entrano più a meno di passarli in una fresatrice e altro. Ma il novantanove per cento sono i dischi di cui mi vorrei liberare.

Inutile dire che gli articoli non musicali sono andati a ruba con un discreto profitto in pochissimi giorni. Ma ho accettato anche un po’ di offerte per i vinili che già sapevo essere piuttosto richiesti (artisti come i Queen, Zucchero, Battisti e altri che mi fanno cagare a spruzzo) e ho piazzato anche quelli. Due dischi di classica ancora incellofanati hanno invogliato un audiofilo francese. Un tizio non ha provato nemmeno a rilanciare per una compilation di sigle di cartoni animati e programmi tv anni ottanta, che poi mi chiedo che cosa ci farà. Immagino me, rientrare a sera dal lavoro stanco come un ciuccio, stapparmi un’acqua frizzante (lo so, avrei dovuto scrivere birra ma ormai sono astemio), e rilassarmi mettendo sul piatto “Candy Candy”. Mah, la gente è davvero strana.

Il fatto è che tutto il resto di quanto messo in vendita, e proposto a prezzi irrisori e davvero minimi, è ancora lì. Una debacle che mi ha fatto desistere dal continuare il progetto. Ogni articolo richiede comunque un po’ di tempo e di attenzione: controllo che sia tutto ok, lo pulisco, faccio le foto di entrambe le facciate sia del vinile che della copertina, cerco le informazioni dettagliate su una piattaforma specializzata, inserisco il tutto su Vinted e metto online. Tutto questo ogni volta. Per non parlare della vendita e della spedizione. I dischi occorre fasciarli nel pluriball e, quindi, assicurarne la resistenza a urti e a piegature inserendoli in due fogli di cartone robusto, a meno di non dotarsi delle scatole ad hoc. Poi occorre chiudere il pacco, stampare l’etichetta e recarsi al punto di ritiro più vicino. Ha senso fare questo per una copia di “Piange il telefono” di Modugno, venduta a 2 euro?

Ho pensato così di minimizzare lo sbattimento affrontandolo con ironia. Quanto sarei disposto a sborsare per il 45 giri “Buonasera, dottore” di Claudia Mori? O, peggio, per la fanfara dei bersaglieri? Due euro sono fin troppi. Un inutile retaggio culturale che si meriterebbe la discarica storica, prima che fisica. Da qui la caption “musica di merda al prezzo che merita”, e sono stato fin troppo indulgente con i miei antenati.

Poi però “Piange il telefono”, “Buonasera, dottore” e la fanfara dei bersaglieri li ho piazzati davvero, a due euro. Qualcuno li ha acquistati e, se lo ha fatto, probabilmente non ha letto la presentazione a corredo del mio profilo. Nei panni di un acquirente, io mi sarei risentito e avrei immediatamente mollato il colpo. Musica di merda che però mi evoca qualcosa, o che mi permette di completare una collezione monografica di Modugno, o qualsiasi altra esigenza che mi ha spinto a spenderli, quei due euro più i costi di spedizione. Che diritto ho di giudicare la musica di merda? È e sarà per sempre musica di merda, questo senza il bisogno che lo rimarchi io, con la mia presunzione. Mi sono precipitato così a cancellare una dichiarazione di intenti che, prima ancora di suonare poco efficace dal punto di vista commerciale, potesse risultare offensiva.

Sono passate un po’ di settimane, ma il mio magazzino virtuale è ancora lì, con il cofanetto dei tre dischi di “Premiers Pas Vers L’éducation Motrice”, la copia intonsa di “16 Celebri Marce” edizioni RCA, ma soprattutto con “15 anni” dei Vicini di casa, “Io camminerò” di Fausto Leali, “Piccola venere” dei Camaleonti e “Un sospero” dei Daniel Sentacruz Ensamble. Che poi, mi chiedo: ma perché i miei antenati hanno dilapidato la mia eredità in musica così di merda? Almeno, mia figlia, si ritroverà tra le mani la prima stampa di “Nevermind”.

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