giurato numero due

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Ho deciso solo all’ultimo se confermare o meno e onorare l’incarico che mi ha conferito il sindaco in persona. Si sono presentati in due, lui accompagnato dall’assessore alla cultura. Li ho visti confabulare con il mio dirigente e una collega, annuire simultaneamente verso di me – avevo qualcosa di elettronico in mano e lo stavo portando al posto in cui dovrebbe stare e nel quale nessuno, dopo averlo utilizzato, lo mette mai – e illuminarsi, prima che il preside mi intimasse di raggiungerli con un tono che fintamente concedeva alternative. La giunta stava allestendo una giuria per l’edizione di quest’anno del contest musicale dedicato ai ragazzi (ecco perché c’entra la scuola) che organizzano in concomitanza con la festa del paese, e chi meglio di una vecchia gloria dell’underground italiano, oggi penna di eccellenza di una nota rivista musicale?

Non a caso io, non corrispondendo affatto a questa descrizione con cui il preside mi ha venduto alla politica locale, non ho perso tempo a schermirmi e lasciare che la mia consueta umiltà inducesse il comitato organizzatore a desistere. Ma, complice l’urgenza di completare in tempo utile una commissione e non mandare in vacca settimane di sforzi e trattative, anche un maestro della primaria che fa ascoltare i Clash ai bambini anziché le canzoni dello zecchino d’oro che meriterebbero, che si è esibito per una manciata di minuti in piazza San Giovanni a Roma, un primo maggio di trent’anni fa, al cospetto di centinaia di migliaia di persone in attesa di ben altri set, esperienza di cui non esiste alcuna testimonianza in foto o video in grado di provarla, e che spreca giornate intere a scrivere recensioni per una webzine che nessuno si incula di pezza, avrebbe potuto funzionare.

Dicevo che ho deciso solo all’ultimo se presentarmi e onorare l’incarico e, manco a dirlo, mi sono presentato, e l’ho fatto per due motivi: non so dire di no soprattutto all’autorità, e fondamentalmente potrei chiuderla qui. Ma, ed è la verità, c’è anche una seconda ragione. Nella line up degli artisti in gara che avevo controllato quel pomeriggio stesso sul facsimile della scheda sulla quale avrei dovuto appuntare le mie valutazioni numeriche che mi era stata inviata in anteprima, spiccava – ultima della lista – una band che nel nome evocava un brano dei Cure. Gli altri, credetemi, non promettevano assolutamente nulla di buono. Neologismi altisonanti e pretenziosi, altri inutilmente didascalici, acronimi difficilmente espandibili, mix di inglese e italiano. Quell’ultima band in scaletta lasciava a intendere che un barlume di speranza che l’iniziativa non si dimostrasse una merda potesse anche accendersi e illuminare il buio totale che si prospettava.

Avrei voluto sfoggiare, per l’occasione, la t-shirt degli Idles che sto inseguendo da mesi su Vinted in quanto esaurita nello store ufficiale. Quella verde con la scritta in bianco “Be the I in Unify” e il disegno delle due mani che si stringono intorno allo stelo di un fiore. Il messaggio che avrei comunicato ai concorrenti, al pubblico e ai colleghi della giuria sarebbe stato quello più in linea con l’idea che ho di musica. Gli Idles sono il concept che più mi rappresenta al momento e non solo per la musica che propongono. Ma della maglietta nella mia taglia, nel dark web dell’abbigliamento usato, finora non c’è stata traccia. Così, alla fine, ho ripiegato con la solita camicia, l’unica che posso indossare senza ricordare un sacco vuoto, ora che sono dimagrito di venti kg.

Mi sono presentato al contest con i miei canonici trenta di minuti di anticipo per studiare la situa. Per il concerto era stato allestito un palco con un impianto e una strumentazione degni dei grandi festival che si organizzano nell’hinterland ma forse sovradimensionato per la piazza principale del paese, di fronte a quel complesso a due piani di case popolari fatiscenti che rendono lo spazio ancora più disturbante di quanto già potrebbe risultare senza. Alcune delle famiglie disfunzionali che abitano lì – e i cui figli frequentano il comprensivo in cui lavoro – erano già pronte ad assistere allo spettacolo anche se da dietro al palco, una postazione più che metaforica, in canotta e infradito, stravaccati sui dondoli ingialliti dal sole con fette di frutta tropicale in piatti di plastica inadeguati alla consistenza e alla dimensione del contenuto, o a cena conclusa, tirando calci con i loro bambini a palloni in gomma leggera, fumando, con un ammazzacaffè in mano oppure scolandosi birre ghiacciate da discount.

Dalla parte corretta da cui assistere allo spettacolo imminente, invece, c’era già un po’ di gente accomodata sulle panche in legno a gustare panini con la porchetta. Qualche paesano e i componenti dei complessi che avrebbero suonato a breve. Tutto questo mentre il service scaldava l’atmosfera con una selezione tutto sommato dignitosa, riprodotta a un volume prudenzialmente contenuto ma tale da suscitare la curiosità su quanto i gruppi in gara sarebbero stati capaci di fare, a partire da hit indie rock del calibro di “Somebody Told Me” dei Killers.

Ho atteso su una panchina un po’ defilata che si presentasse il resto dei giurati – tutti docenti appena usciti dagli scrutini come me, alcuni dei quali in pensione – e poi ho preso posto insieme a loro al tavolo proprio sotto il palco che ci era stato riservato. Il nome sulla cartellina che gli organizzatori mi avevano fornito non lasciava dubbi – ero proprio io – ma sulla scheda che poi avrei consegnato per tirare le somme, qualcuno mi aveva identificato anonimamente come giurato numero due, nemmeno mi trovassi in un film di Clint Eastwood.

La mattina del contest, raggiungendo la scuola in macchina, mi ero preparato un discorsetto qualora mi fosse stato chiesto di rilasciare al cospetto del pubblico una battuta, consapevole del fatto che mi avrebbe potuto ascoltare qualche genitore di qualche mio ex o attuale alunno e che, comunque, in paese godo di una certa stima per un motivo che non vi sto a raccontare. Ho pensato così a un intervento che esprimesse tutta la mia soddisfazione verso il fatto che tra i ragazzi ci fosse ancora voglia di fare le cose insieme, anziché starsene da soli in cameretta a registrare strofe in trap con un pc, un microfono e una scheda audio. Suonare in gruppo è decisamente più formativo perché ci costringe a farci da parte per ascoltare quello che eseguono gli altri, una bella anticamera di come dovremo comportarci di lì a poco nella vita adulta. Tutte balle, alle quali sono io il primo a non credere. Le band sono accozzaglie di egoriferite aspiranti rockstar maledette, pronte a mettersi in mostra a scapito degli altri e a fottere le fidanzate dei compagni di sala prove. Però, a quasi sessant’anni suonati, la narrazione che mi sono costruito più o meno la ricordo così.

Lasciatemi anche dire quanto mi sia stato difficile, nell’attesa, non usufruire della birra in omaggio che mi spettava, ma con una costanza che non mi appartiene ho superato ampiamente i nove mesi di astemia, primato che non voglio infrangere per una scadente e dozzinale Heineken sgasata e nemmeno media.

Ma veniamo alla musica. La scheda su cui avrei dovuto appuntare le mie valutazioni era composta a mo’ di tabella. Nella prima colonna i nomi dei gruppi e, via via, le categorie su cui esprimere i voti: un giudizio sulla voce, uno sugli arrangiamenti delle canzoni, uno sui testi, uno sull’interpretazione, e l’ultimo a discrezione della giuria, aspetto sul quale ci siamo accordati per concentrarci sull’impatto dell’insieme, su quanto la proposta potesse risultare coinvolgente e convincente.

Una serie di categorie che lasciava supporre i criteri fondamentali impiegati per la selezione dei concorrenti all’iscrizione al contest: brani originali (quindi no cover band), suonati dal vivo (quindi no basi) e cantati in italiano (quindi no pezzi in inglese e no strumentali).

Ma già l’attacco del primo gruppo, un ensemble arbitrariamente privo di basso e con un look da oratorio che ha proposto un medley di sigle di cartoni animati, mi ha indotto a temere il peggio. La seconda band in gara, un virile quartetto di metallari satanisti, mi ha quindi destabilizzato con il primo plot twist. I brani proposti sembravano di loro composizione (come poi mi è stato confermato al termine della serata), ma i testi erano in inglese e, pur con tutta la buona volontà e la mia comprehension ai limiti del C1, non ci ho capito niente. Poi si sono susseguite per lo più cover band, un improbabile duo di innamorati vestiti con una tenuta a dir poco inadeguata per un palcoscenico e che si è esibito con le basi da karaoke, e persino due ragazze che hanno proposto dei brani strumentali – un tango evocativo, i temi di alcune colonne sonore e una riduzione in stile Fausto Papetti della canzone vincitrice dell’ultimo festival di Sanremo – accompagnati da una coppia di ballerini sul palco. Dulcis in fundo, la band dal nome che rimandava al pezzo dei Cure, con i Cure proprio non aveva nulla da condividere. Ancora cover da tanto al mucchio, tutt’altro che new wave, per di più suonate con una tecnica approssimativa e con una cantante dall’entusiasmo sovradimensionato al contesto e con un’improbabile – ma solo per il target – inflessione latino americana.

Una proposta così eterogenea che ha reso superfluo qualunque approccio serio e sensato utilizzabile per assegnare i voti alle esibizioni. Che valutazione della voce avrei dovuto dare ai brani strumentali? E come giudicare la qualità dell’arrangiamento delle basi da karaoke scaricate chissà dove? E i testi in inglese? E “All The Small Things” o “The Final Countdown”, pur eseguite in maniera impeccabile?

Purtroppo l’assenza di alcool ha pure inibito quella componente cialtronesca che, assecondata dall’ebbrezza da birra in corpo, condiziona i comportamenti e sdrammatizza gli impasse esistenziali. Due medie rosse mi avrebbero permesso di trovare una soluzione e, sono sicuro, me la sarei cavata alla grande. L’acqua frizzante, invece, nonostante sia molto più virtuosa, sotto questo profilo non aiuta.

Mi sono persino abbattuto per il fatto che tra la musica dei sedicenti gruppi emergenti a cui ero stato appena sottoposto, tutta quanta, i brani originali, le cover, i pezzi strumentali e le canzonette da karaoke, non ci fosse nulla di moderno. Tutti i musicisti saliti sul palco erano davvero giovanissimi, ma nessuno che abbia suonato una canzone anche lontanamente post-punk, o indie-rock, nemmeno quell’indie orecchiabile che va di moda dalle nostre parti, e nemmeno quella trap di cui si accusano i giovani. Solo classic rock, heavy metal, pop e canzoni interpretate secondo l’estetica di X Factor e Amici. Questo per dire che, se anche avessi acquistato in tempo la t-shirt degli Idles, nessuno l’avrebbe capita.

Come se non bastasse, uno degli organizzatori – mentre si procedeva con l’operazione di conteggio dei voti e l’individuazione dei vincitori – si è avvicinato al tavolo con il microfono per strapparci qualche dichiarazione. Non so perché ma mi sono sentito in dovere di rompere il ghiaccio, avevo davvero un discorso pronto in testa e, con un curioso effetto di ritardo dalle casse, ho espresso proprio quello che avevo pensato di dire la mattina, in auto.

Volete sapere chi ha vinto? Sono risultati più votati proprio quelli di “The Final Countdown”, cantato e suonato come se al mio posto ci fosse stata Mara Maionchi o Fedez pronti a ghermirli nella loro squadra. Vi confesso di aver modificato i voti in extremis, prima di consegnarli agli organizzatori, in modo da favorire i metallari – e tenete conto che detesto il metal con tutte le mie forze da sempre. Purtroppo, però, le mie preferenze non sono valse a nulla, sommate a quelle degli altri giurati. Ci ho tenuto però a dirglielo, ai metallari, che tutto sommato sono stati i migliori, ma che non era certo quella la sede appropriata per premiarli.

Poco prima di rientrare, mentre il service stava già sbaraccando tutto per il temporale imminente, ci si è avvicinato un giovanotto alternativo per farci una domanda che ha colto tutti di sorpresa. “Perché avete fatto vincere una cover band?”, ci ha chiesto, con un tono dichiaratamente passivo aggressivo. Non so cosa gli abbiano risposto i miei colleghi giurati, perché nel frattempo mi ero allontanato, ma magari in parte è scritto qui.
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