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Il vero momento disruptive è stato quando, a pochi anni, mi sono sfracellato il naso inciampando e sbattendo la faccia sul gradino di una scala in metallo. Eravamo in campagna, a un’ora e svariati tornanti di distanza da un pronto soccorso decisamente inadeguato, e non saprei dirvi cos’è successo subito dopo. Se, cioè, un’ambulanza con me sdraiato dentro privo di sensi si sia precipitata giù da quei monti e poi, chi si è preso cura di me in un piccolo ospedale di provincia nel pomeriggio di un giorno di festa, non sia stato in grado di rimediare almeno parzialmente al danno (ma forse c’era poco da fare). Oppure se sussista una responsabilità oggettiva dei miei genitori che hanno sottovalutato l’incidente (ai tempi lo standard di attenzione verso i piccoli era molto meno rigoroso di oggi) e, non immaginando le conseguenze, hanno ritenuto sufficiente l’apposizione di un po’ di ghiaccio e bon. Ancora oggi tremo all’idea di conoscere la verità.

Fatto sta che, da lì fino a quando – almeno quindici anni dopo – mi sono sottoposto a un intervento (a onor del vero piuttosto grossolano, visto con gli occhi della più moderna chirurgia plastica) per ripristinare nel miglior modo possibile l’armonia del mio profilo, nelle occasioni in cui mi sono trovato a posare al cospetto di un fotografo per un ritratto ufficiale – per la produzione di documenti o in certe occasioni importanti riconducibili per lo più ai sacramenti della religione cattolica, un tempo si usava così – mi sono sentito spesso suggerire di ruotare la testa secondo una particolare angolazione e, grazie a un gioco d’ombra che solo i veri professionisti erano in grado di simulare, ne conseguiva un risultato ampiamente accettabile e un adeguato rispetto delle simmetrie considerate nei range della normalità.

Conservo una fototessera di allora, quella stampata per l’attestato d’identità dei quattordici anni, in cui, grazie all’escamotage del fotografo a cui mi ero rivolto, quella specie di tubero che mi ritrovo nel centro del volto tutto sommato è l’aspetto che dà meno nell’occhio. Quello che colpisce – se i calcoli sono come penso, stiamo parlando della primavera dell’81 – semmai è il look inconsapevolmente new wave. Nel ritratto in bianco e nero sfoggio ciuffo, camicia e gilet con bottoni nemmeno stessi posando per la copertina di un disco dei Simple Minds. E la cosa paradossale è che, in quel periodo, mi nutrivo (musicalmente parlando) prevalentemente di punk, ska e reggae. Probabilmente ero già portatore sano dei sintomi che di lì a poco sarebbero esplosi segnando per sempre i miei ascolti, ma purtroppo nessuno può confermarlo, io per primo.

Consapevole di ciò, ho digitalizzato e poi pubblicato quella foto sui social diversi anni dopo, ricavando immeritatamente un plauso sovradimensionato sullo stile in linea con l’estetica di quel tempo e molteplici attestazioni di coerenza con quanto sarei diventato. L’outfit e la pettinatura ostentati, piuttosto comuni all’epoca ma oggi indiscutibilmente indicativi di un orientamento più che esplicito, mi hanno permesso di capitalizzare numerosi apprezzamenti non solo dai contatti più generalisti ma anche da quelli – passatemi il termine – più di settore, trasmettendo un approccio molto più alternativo al mainstream di quanto lo praticassi nella realtà.

Il fatto è che la storia di questa fototessera si incrocia in modo decisamente rocambolesco con un’altra, il cui racconto necessita un analogo percorso a ritroso nel passato.

Faccio una premessa. Di tutta la musica che ho composto, prodotto, arrangiato, suonato, registrato, pubblicato e distribuito nella mia vita, da quello che mi risulta mia figlia conserva nei suoi download (che poi, mi chiedo, chissà da dove caspita l’avrà scaricato) solo una canzone. Un brano demenziale e presuntuoso di una band da cui, tra l’altro, avevo già preso le distanze al momento dell’incisione di quel pezzo. Vi assicuro che è meglio così, nel senso che preferisco che, delle cose che ho fatto da ragazzo, lei abbia solo una vaga percezione. Che possa dire che suo papà voleva fare il musicista, ma che poi non perda tempo a sprecare attenzione a nessuno dei progetti in cui ho prestato la mia collaborazione, questo perché sono convinto resterebbe colpita, ma in senso negativo. La verità è che, giustamente, non le interessa, o più probabilmente la cosa la mette in imbarazzo, e sono contento così. I genitori sono adulti asessuati e privi di qualsiasi velleità di autoaffermazione oltre la soglia dell’anonimato, chi sono io per abrogare questa legge non scritta.

Va tutto bene, quindi. Mia figlia conosce solo quella canzone un po’ sciocca e non potrebbe essere altrimenti: in rete ci sono tracce della mia carriera quasi nulle, principalmente perché di CD veri e propri, nel senso di pubblicati da un’etichetta vera e propria, ne ho fatto solo uno, e all’avvento degli mp3 e delle registrazioni casalinghe su hard disk, avevo già appeso i synth al chiodo. Quanto fatto in precedenza è rimasto meritatamente sommerso nell’underground dei demo tape, le cassette autoprodotte, autoregistrate e autodistribuite che le band – almeno fino ai primi anni 90 – si realizzavano in autonomia o finanziando studi in cui troneggiavano imponenti registratori a bobine o grazie ai primi multitraccia consumer a cassette (tipo quello che avevo io, il formidabile Tascam Porta One).

Quello di cui non mi capacito è perché non abbia mai conservato con cura almeno una copia dei demo tape che ho inciso. Perché non sia mai stato abbastanza lungimirante da prevedere che un giorno mi sarei trovato alle soglie dei sessant’anni e che avrei avuto piacere di riascoltare qualcosa della mia trascorsa attività di musicista. Nei primi anni duemila avevo addirittura riversato in un container dell’isola ecologica del mio paese uno scatolone pieno di cassette, consapevole che, tra quelle, ci fossero diverse testimonianze delle mie velleità artistiche. Forse pensavo, e credetemi, lo penso tutt’ora, che si trattasse di una componente della mia esistenza talmente irrisoria e marginale da meritare quel passaggio al macero senza alcuna discriminazione. Ma c’era anche un aspetto tecnico: con l’affermazione dei lettori mp3 portatili, walkman e cassette erano già più che obsolete, e tenersi in casa quei supporti ormai superati (e senza un dispositivo per riprodurle) non avrebbe avuto alcun senso.

Avrei salvato solo qualche sparuto episodio, uno in particolare, che in parte sono riuscito a recuperare un paio di anni fa, grazie a una mia ex fidanzata dell’epoca con cui sono rimasto in contatto su Facebook. Pieno di me, nel corso della nostra breve relazione le avevo registrato una compilation – mi vergogno pubblicamente con tutti voi per la presunzione esercitata – con delle tracce di alcuni complessi in cui avevo militato fino ad allora. Un goffo tentativo di self marketing che avevo completamente rimosso fino a quando, a seguito di un trasloco o di una sua ordinaria operazione di decluttering, mi ha inviato la foto di quel reperto che mi sono precipitato immediatamente a recuperare.

Di certo avrei invece volentieri condannato alla damnatio memoriae il collettivo musicale a cui ho partecipato a metà anni ottanta, nella fase più dark e industrial della mia vita, di cui ho già fatto cenno qui. Il progetto, il cui fondatore è purtroppo deceduto nel 1990 per complicazioni successive a un trapianto di reni, è stata la cosa più folle a cui abbia mai fornito il mio apporto artistico. Una decina di brani di matrice elettronica più che sperimentali, con l’aggravante della pessima registrazione (nonostante un professionale Fostex a otto piste), incisi poco più che improvvisando in una torrida estate di allora, tutti vestiti di nero, con i capelli puzzolenti di lacca da supermercato e spesso in condizioni tutt’altro che lucide.

Ora, non so come sia stato possibile, ma quarant’anni dopo una copia su cassetta del master (presumo a seguito di molteplici riproduzioni di riproduzioni) dell’unico album realizzato con quella formazione è capitata nelle mani del tenutario di Italian Tapes Archive, un canale YouTube che da qualche anno porta avanti la missione di digitalizzare e pubblicare materiale di band giustamente obliate per manifesta incapacità artistica. Almeno, parlo per me e ve lo posso garantire: la nostra, oltre a essere musica discutibile, per non dire di merda, era anche suonata male.

Siamo quasi alla fine della storia. L’Internet è il luogo in cui accade l’impossibile, soprattutto perché se ci sono folli che si rendono artefici su YouTube di progetti di quel tipo, ci sono anche folli più folli di tutti che decidono che, quella ciofeca di cassetta, ha una sua dignità artistica e che valga la pena di “ripulirla”. Processare le tracce per soffocare i ronzii analogici e i rumori di fondo, riversarla su un hard disk, masterizzare un CD e addirittura pubblicarlo, seppur in edizione (grazie almeno per questo) limitata. Questo tizio più folle dell’altro folle lo conosco piuttosto bene, lui conosce me, siamo in contatto sui social e, dovendo realizzare l’artwork per la copertina del CD, ha creato una composizione con le foto più evocative dei tempi in cui è stato realizzato dei musicisti che hanno partecipato al progetto. E, per quanto riguarda me, indovinate che foto ha utilizzato.

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