Il cinema teatro Astor è stato un vero e proprio tempio dello spettacolo della città in cui sono cresciuto fino a quando, ma già non abitavo più lì, qualcuno ha demolito l’intero edificio che lo conteneva per farci una specie di grande magazzino che, da allora, avrà già cambiato almeno cinque gestioni e – ma potrei sbagliarmi – ora è inutilizzato. Ben gli sta, agli artefici di questa operazione commerciale e, come tale, senza cuore. Perché il cinema teatro Astor è famoso per due motivi. Il primo, anzi il secondo se consideriamo l’importanza, è che ci ho suonato io, diverse volte. C’era qualcuno che combinava un’assemblea d’istituto di tutte le scuole superiori della mia città in primavera – un’iniziativa bellissima – da spendere per un concerto di band locali, pensate un po’, e poi altri festival e eventi di vario tipo. E, più che il palco, ero affascinato dai camerini e dalle quinte, il back end di una struttura costruita per ospitare spettacoli, il dedalo di corridoi e stanzette ricche di storie e di arte. Ma il secondo motivo, anzi il primo sempre se ne consideriamo l’importanza, è che ci ha suonato Peppino Di Capri a cavallo tra gli anni cinquanta e i primissimi sessanta e i miei genitori, ancora fidanzati o neo sposini, hanno assistito al concerto. Che tenerezza. Chissà che sensazioni hanno provato, se qualcosa di quell’amore, potenziato dalle canzoni di Peppino Di Capri, ha pervaso quel luogo e se qualcosa ne rimaneva ancora quando l’ho frequentato io e, di conseguenza, in qualche modo ho respirato la stessa aria dei loro palpiti.
Peppino Di Capri è mancato l’altro ieri, e proprio qualche giorno fa hanno trasmesso il film estivo per eccellenza, “Il sorpasso”, che comprende questa scena decisamente iconica. I clienti di uno stabilimento balneare – siamo nel 62 – che ballano “Don’t Play That Song”, avete presente?