[questo articolo è uscito su Loudd.it, foto (straordinaria) di Emanuele Esposito]
Ero arcisicuro che un album come Animaru, un disco che, alla sua pubblicazione, avevo consumato di ascolti liquidi tanto da assegnargli un più che meritatissimo nove, trasmettesse ben altre vibrazioni (oserei addirittura carnali) eseguito dal vivo. Sono comunque responsabilmente tornato su quanto avevo scritto per mettere meglio a fuoco gli aspetti di Mei Semones che mi avevano sorpreso allora, e confermare (o ribaltare, come dicono alla tv) un giudizio ponderato con un giudizio di pancia, a caldo (non appena evaporata, stemperata nel fumo di scena, l’ultima nota dell’ultimo brano dello spettacolo) su uno dei fenomeni più interessanti e originali del momento.
Ero arcisicuro, perché gli stili riconducibili al jazz prendono corpo nelle mani di chi li suona lì davanti a te, assumono sembianze di entità vive e pulsanti, creature selvagge addomesticate e rese mansuete che nascono e crescono in tempo reale tra più persone nonostante le strutture, i temi, le progressioni, le scale (ripidissime) all’unisono e le sostituzioni che si insegnano nelle scuole di musica. Pensate a quanti take si registrano, per ogni pezzo, prima di mettere insieme un album, e a quanti sopravvivono alla scelta spietata (vuoi più bene al papà o alla mamma?, un criterio scellerato) di quello più in linea con l’idea che hanno i musicisti che l’hanno composto ed eseguito.
Il fatto è che con Mei Semones le cose si complicano ulteriormente. La sua musica concentra l’evoluzione più avanzata e la concezione più moderna (e mai sentita) della fusion. Un termine che mai, come nel suo caso, calza a pennello. Una combinazione di mondi musicali e universi sonori (indie rock, jazz e jazz-rock, bossa nova, j-pop e songwriting) che coesistono esclusivamente grazie ai tracciati e alle trame delle sue non-canzoni. Fusion ma della variante multigenere, che potrebbe voler dire nulla se non fosse che solo la bravura, l’estro e la raffinatezza unica della cantautrice nippo-newyorkese rendono tutto questo credibile e leggero, un suono che – credetemi – visto e sentito live (con le sue radici ben piantate nel Berklee College of Music di Boston) risulta la cosa più naturale del mondo.
L’esibizione (quella al Magnolia di ieri e quella romana che l’ha preceduta sono le primissime in Italia) di Mei Semones, la sua voce, la sua chitarra e la sua band (Noah Leong alla viola, Claudius Agrippa al violino, Noam Tanzer al basso e Ransom McCafferty alla batteria, tutta gente che ha poco più di vent’anni ma che suona da dio) è quanto più di jazz contemporaneo sia possibile immaginare e, come tale, irripetibile.
Ci sono strofe e ritornelli reciprocamente complementari che si susseguono, spunti sia orecchiabili sia arroccati in tabulati chitarristici complicatissimi, parti più facilmente catturabili ma immediatamente frammentate da temi resi con la voce che doppia in scat la chitarra solista. La vibrante frequenza di stacchi, di stop and go, di destrutturazioni ritmiche è impressionante, e la frenetica scioltezza con cui la band disfa il brano per ricostruirlo da capo raramente fa perdere il filo del discorso al pubblico che stringe, con un palpabile affetto e in religioso silenzio, i musicisti sul palco.
Basso e batteria si rincorrono in questo labirinto senza perdersi mai di vista (e senza mai lasciare sguarniti della propria guida gli altri strumenti) connotando i generi via via toccati ora con i cliché più noti e ammiccanti (la bossa ha solo quell’andamento da manuale lì, e non potrebbe essere altrimenti, per dire), ora con interpretazioni decisamente libere e personali. Gli archi, infine, conferiscono un tocco cameristico ai momenti più acustici per poi reinventarsi decisivi nei passaggi in cui compensano egregiamente l’assenza dei tappeti di tastiere o, con certe armonizzazioni di pizzicato, la sicurezza pop di una chitarra ritmica.
Uno spettacolo nello spettacolo: ciò che, avulso dalle intense canzoni di Mei Semones, un giudizio superficiale e di posa potrebbe declassare a mero esercizio di stile, a supporto di una scaletta pensata per gestire magistralmente intimità e, al contrario, eclatanti esplosioni emotive, qui si consacra formula alchemica in grado di diffondere tra palco e platea un’atmosfera senza confronti. Il pubblico, attento, ammutolito e avviluppato nel complesso vortice delle canzoni, non esita un istante ad abbandonarsi fiduciosamente tra le articolate dinamiche dei pezzi, per restituire verso il palco il rimando dell’entusiasmo jazz profuso da Mei e dalla sua band.
Insomma, ero arcisicuro che quello di Mei Semones sarebbe stato un live pazzesco, e ieri sera ne ho avuto la decisiva conferma.
SETLIST
Itsumo
Kurayami
Tegami
Inaka
Kemono
Howl
The Flag Song (titolo in giapponese, Mei perdonami, questa è la traslitterazione di Gemini)
2 Hands
Towards Manhattan
Akumu / Senro
Kira Kira
Dumb Feeling
I can do what I want
Tora Moyo
Animaru
Rat with Wings
Zarigani
Kodoku
Sasayaku Sakebu