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Ogni estate è sempre la stessa storia. Chi sostiene che poche cose ti si appiccicano addosso e tengono caldo nei mesi torridi come il passato, probabilmente non ha mai provato quel devastante senso di colpa, quell’ansia che assale quelli come me – insegnanti con tre mesi di vacanza e al contempo aspiranti autori – che ci ricorda che questa dovrà essere la volta buona per concludere il libro che, da una vita, tentiamo di scrivere.

Perché nel mio caso i presupposti ci sono tutti. Ho tempo libero a profusione. In casa non c’è quasi mai nessuno, non ho nemmeno più i gatti a cui badare. Ho pochissimi impegni quotidiani e faccende domestiche che sbrigo ormai a occhi chiusi. Le avvisaglie di questo tormento psicologico si manifestano già nel corso delle ultime settimane di lavoro. Mentre abbozzo qualche piano per organizzare al meglio e con metodo la stesura del mio primo romanzo, l’approccio all’individuazione di una trama credibile diventa, con l’avanzare della vecchiaia, sempre più romantico, nel senso letterario del termine.

Ma già dai primi giorni di ferie i programmi saltano in aria come grilli lasciati liberi in un prato. Il tempo, con la bella stagione – è cosa nota – non si lascia certo ingabbiare nelle nostre mire surreali e vola come un uccello che, con l’approssimarsi del freddo, migra verso luoghi più confortevoli. Ci si trova così a fine luglio divorati dall’angoscia per non aver ancora cominciato. Il file con la bozza della struttura o dove abbiamo annotato qualche vago spunto annaspa disperso tra le cartelle del Drive, quando non si confonde con le decine di altri documenti analoghi salvati nel corso della vita, nominati più o meno allo stesso modo, distinguibili gli uni dagli altri solo dalla data di creazione o dall’ultima modifica. E aprirli per verificare se quest’anno ci sono probabilità più concrete di portare a termine l’opera, a differenza delle altre occasioni, è fatale, perché può spingere l’aspirante scrittore a riflettere su certe idee che non sopraggiungono più, che abbiamo valutato senza confermare, giungendo alla conclusione che avremmo dovuto insistere sulla trama del precedente tentativo fallito rispetto a quella che abbiamo interrotto a questo giro.

Così anch’io mi metto a scartabellare tra le migliaia di cose che ho scritto qui per trovare qualcosa di buono, qualcosa di adatto da approfondire e trasformare in un best seller. Ma poi mi sembra di sentire la mia collega che si occupa delle materie dell’area umanistica con le sue frasi fatte che mi dice, a proposito di tornare sui propri passi, che, comunque, gira che ti rigira è sempre una minestra riscaldata. E la cosa paradossale è che io vivo di avanzi, con tutto quello che cucino mica pretenderete che in casa finiamo tutto. Anche la zuppa che resta la metto in frigo e, la sera dopo, le do una ripassatina con il microonde, un po’ d’olio e di grana e la cena è servita. Ammetto però che a proposito di narrativa il discorso è diverso. Io poi preferisco ripartire da zero che rivitalizzare un testo realizzato in passato, anche se non sono come mia moglie che, quando dimentica qualcosa a casa, nonostante se ne accorga a pochi metri, persino in ascensore due piani sotto, odia l’idea di rientrare a recuperarla.

Vedete, anche adesso la mia strategia è far finta di niente, buttarla in caciara, eludere la realtà dei fatti. Ogni estate è sempre la stessa storia, e cioè che mi trovo a settembre e non ho scritto il libro che dovrei scrivere. Ma questa volta c’è di più. Ho dato in pasto alcuni racconti a cui ho lavorato (a partire da questo, di cui vado particolarmente orgoglioso) a un paio di modelli di intelligenza artificiale e in entrambi i casi ho ricevuto di rimando feedback decisamente promettenti. Avevo infatti chiesto qualche consiglio, a partire da un modo per concretizzare la mia passione, un’idea che ho maturato da quando queste pagine sono meta di un traffico anomalo dovuto a bot/crawler che, con i loro processi automatici, stanno effettuando una scansione probabilmente per raccogliere contenuti da utilizzare in dataset di training di modelli linguistici, in aggregatori che ripubblicano contenuti altrove o in servizi di content scraping a scopo commerciale. Anzi, colgo l’occasione per fare ciao alle AI che mi stanno leggendo.

Per farla breve, i LLM interpellati mi hanno suggerito le case editrici a cui inviare i manoscritti. Ho così visitato i loro siti ma quasi tutte non accettano autocandidature, e, di fronte ai casi in cui sono disponibili i contatti per procedere, come sempre mi sono cagato sotto e ho desistito. Di questo ne ho parlato proprio con uno dei modelli a cui mi sono rivolto. L’AI sostiene che il confronto con un LLM sia utile per la parte strutturale — mettere in fila obiettivi in conflitto, testare la logica di una scelta, generare opzioni pratiche, ma conferma che il problema legato alla ritrosia all’esposizione e alla riservatezza sia un pattern che vivo in tutte le relazioni, non solo nella scrittura.

Per chiudere qui la questione, almeno fino alla prossima estate, condivido solo l’aneddoto che avrei usato come incipit, a questo giro. Al capolinea della metro qui vicino, qualche giorno fa, una mamma ha sgridato la bambina che piangeva nel passeggino. “Arizona! Smettila, per piacere!”, le ha urlato. Chiamare una figlia Arizona è una scelta che io, che è anni che di mestiere vorrei fare lo scrittore americano, ho apprezzato enormemente.

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