Ho sognato che, al risveglio dopo un sogno, parlavo al telefono con Silvia Salis. Una specie di intervista, forse cercavo di convincerla a prendere la guida del campo largo, forse era lei a ricordarmi che è meglio che la candidata sia Elly Schlein, o semplicemente la mettevo al corrente della mia imminente rimpatriata a Genova, una delle prossime settimane. Poi, conclusa la chiamata, mi precipitavo al pc per pubblicare un post su Facebook che diceva, più o meno, “Sono solo le otto del mattino e ho già parlato al telefono con Silvia Salis” ma c’era una specie di correttore automatico o di funzione di censura o qualche diavoleria tecnocomplottista per cui le parole risultavano differenti, al momento di cliccare su invio. Ci provavo e riprovavo, senza successo.
Così chiedevo a mia moglie, che si trova spesso a maneggiare con i social per certe organizzazioni con cui collabora ed è spesso esposta a comportamenti anomali delle piattaforme e dei dispositivi digitali, casi in cui non esiste una assistenza ufficiale preposta a risolvervi ma è tutto demandato all’utente finale – che cosa non lo è, mi direte, di questi tempi – e occorre smanettare, spegnere e riaccendere, tentare qualche accrocco e cose di questo tipo.
Al risveglio dal sogno in cui sognavo di risvegliarmi, quindi quello vero, quello in cui ho realizzato che non c’era stato nessun contatto con la sindaca e il mio pc risultava ancora spento dall’ultima sessione di utilizzo, ho riflettuto sulla struttura ricorsiva di ciò che avevo appena vissuto. Ho pensato a cosa avesse indotto un sogno di quel tipo e ho ricondotto l’accaduto a un’esperienza recentissima e altrettanto kafkiana.
Nella mia classe ci sono due bambini per i quali abbiamo richiesto, era il giugno scorso, l’acquisto di libri differenti dai testi adottati per il resto degli alunni. Un paio di questi volumi pensati per la didattica di sostegno eccedevano dal budget consentito dall’ufficio scuola del comune, ma il mio comprensivo si rende disponibile, in casi analoghi, a coprire il costo. Un paio di giorni fa mi così sono recato alla cartolibreria a cui le due famiglie si sono rivolte per ritirare i libri prenotati, con l’intento di anticipare il pagamento – una cinquantina di euro in tutto – per poi chiedere il rimborso alla segreteria, previa la consegna dello scontrino fiscale.
La cartolaia, però, si è opposta alla mia richiesta in quanto la cedola – ai tempi dell’AI nella scuola italiana si ricorre ancora a strumenti desueti come le circolari e le cedole cartacee – fornita dalla scuola alla famiglia, in pratica un terzo di un foglio A4 recante i titoli dei testi, qualche intestazione burocratica e un timbro della scuola dei tempi del libro Cuore, non risultava del formato corretto. Non avrebbe dovuto contenere i titoli extra budget perché, altrimenti, l’ufficio istruzione del comune avrebbe rimborsato una seconda volta del materiale già pagato.
Ho proposto di indicare sulla cedola cartacea una postilla a lato dei due titoli da non considerare parte della dote gratuita di diritto alla famiglia in modo da tutelare gli operatori della pubblica amministrazione locale dal rischio di un’infrazione di portata epocale, perché con la prima soluzione, quella di barrare con un pennarello nero le voci da escludere in modo da impedire del tutto la lettura, si correva il rischio di invalidare il documento. Ma non c’è stato verso. Occorreva una cedola chiara, pulita e definitiva.
Ho risolto l’impasse recandomi in segreteria e ottenendo una versione alternativa della cedola. La mia collega impiegata, tra mille difficoltà dovute alla formattazione standard della tabella del documento, è riuscita a modificare il testo superando persino l’ostacolo di salvare una copia dello stesso per evitare di sovrascrivere la versione ufficiale ma riuscendo a stampare la nuova cedola solo in formato A5. Spero non ci sia una clausola da qualche parte che ne vieta l’utilizzo per gli atti ufficiali.