anima mia torna a casa tua

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Non sono il solo a sostenere che la pratica della multiproprietà degli immobili applicata agli esseri umani sia la soluzione. Ma ci pensate? Un solo corpo abitato da due anime, due coscienze, due volontà, due personalità, due entità preposte alle decisioni e no, non mi riferisco alla schizofrenia. Intanto ci annoieremmo di meno. Si estinguerebbero certe tecniche come le seghe mentali (che, in due, sarebbero considerate petting intellettuale a tutti gli effetti) o il solipsismo. Ci sarebbe maggiore possibilità di confronto e, di conseguenza, di fare la cosa giusta. Ci permetterebbe di non affrontare la morte da soli. Soprattutto, ci consentirebbe di vedere le cose sotto un punto di vista diverso, quello dell’altro se stesso.

Anzi, sapete che vi dico? La condivisione di un corpo tra due anime è la formula originaria che è stata pensata per l’uomo e che poi ci è stata sottratta e ora siamo vittime di un complotto affinché nessuno ne reclami il diritto, che ci mette ben più a rischio di quello ordito per i vaccini anti-covid. Qualcuno ha scoperto che, se l’essere umano provasse questo tipo di esperienza, non si accoppierebbe più perché si realizzerebbe in se stesso mettendo a repentaglio la conservazione della specie e forse è andata proprio come diceva quel filosofo, e cioè che una volta le anime gemelle erano tutt’uno e poi qualcuno le ha separate e, da allora, tutti cercano il coinquilino del proprio corpo ma non lo trovano, quindi si ostinano a flirtare e a trombare a destra e a manca fallendo l’unione originale e, per questo, siamo destinati a soffrire le pene d’amore e c’è il male nel mondo. Ma i poteri forti non ce lo dicono.

Una considerazione che si ripropone a valle della visione del cartone “Soul”, il nuovo successone della Pixar/Disney. C’è un momento chiave nel film in cui l’anima di Joe Gardner, insegnante di musica delle scuole medie e ispirato pianista jazz, anziché riunirsi correttamente al corpo da cui è stata accidentalmente separata si ritrova in quella di un gatto lasciando il suo posto di umano a 22, un’anima cinica da sempre abitante del limbo perché rea di non aver mai trovato una passione e, per questo, consapevole che la vita sulla Terra non abbia alcun senso.

L’esperienza di 22 nel corpo di Joe ha la duplice valenza di accendere nell’anima cinica l’amore per le piccole cose della vita e, allo stesso tempo, fornisce a Joe una visione da spettatore di come sarebbe se stesso con questa variante della sua personalità, che anni di estasi compositiva avevano sopito. Il punto è che poi, quando la trama trova la sua ricomposizione e Joe Gardner torna a essere posseduto dalla sua vera anima, il pianista si accorge che la sua passione – la musica – non basta a dare un senso alla vita ma ci vogliono tutte quelle piccole cose che ha lasciato la fugace esperienza di 22 nel suo corpo e di cui si riempie la nostra quotidianità.

“Soul” ha riacceso il dibattito sul target dei lungometraggi animati Pixar, e cioè che – come “Up” o “Inside Out” – siano pensati e destinati a un pubblico adulto. Non c’è dubbio che facciano riflettere su un piano di maturità superiore rispetto a quanto ne possa trarre un bambino da una visione entry-level, focalizzata sulle gag e sulla resa a cartoon della realtà.

In molti infatti sostengono che “Soul” consenta allo spettatore di trovare un nuovo senso alla vita, soprattutto in questo periodo di forti limitazioni al modo di condurla che conosciamo da sempre. Le aspettative di conseguenza sono altissime e, malgrado l’insuperabile qualità di confezionamento dei temi proposti, se di mestiere come me fate l’insegnante (con l’aggravante dell’ex musicista) il rischio di una delusione è concreto e vi spiego il perché.

Joe Gardner insegue per tutta la vita il sogno di esibirsi con jazzisti di alto livello. Per sbarcare il lunario fa l’insegnante e non lo fa in modo distratto come quei docenti che, seduti in cattedra, si chiedono a ogni inconveniente “che cosa ci faccio io qui?”. Si accorge persino del talento della sua allieva trombonista che si distingue dalla massa di coetanei, i compagni di classe per i quali la banda jazz che Gardner dirige costituisce solo un impedimento a quello che preferirebbero fare.

L’equivoco del film è proprio questo: sarà la vocazione didattica la scintilla che accenderà la nuova vita di Joe Gardner? Quando le cose si rimettono a posto e l’anima di Joe Gardner torna nei ranghi, il pianista riesce ad esibirsi in tempo con Dorothea Williams, la saxofonista che gli ha concesso l’opportunità di una vita. Ultimato il concerto, un vero e proprio successo grazie al quale Dorothea conferma l’ingaggio del pianista anche per le serate successive, Joe Gardner si accorge, e lo confessa, che non fosse quello l’obiettivo che stava perseguendo. Se qualcuno di voi fa il musicista sa bene di cosa parlo. Quante volte, a fine serata, ci siamo trovati da soli tra mille perplessità? Un’esperienza forte come un concerto, un sogno rimasto a fermentare e a lievitare per giorni nel brodo dell’entusiasmo dentro di noi, si esaurisce nel giro di una manciata di canzoni e ci lascia con quella nostalgia di qualcosa che, invece, continua a salire di una tacca ma che solo uno su mille – lo diceva anche un cantante che è stato proprio uno degli uno su mille – riesce a capire cos’è. E comunque un rapporto verosimile è più vicino a uno su centomila.

Joe Gardner mette a confronto questo ancestrale spleen con tutte le prime volte provate, nel suo corpo, da 22: una ciambella, il canto di un busker nella metro, i rimasugli di una bevanda gassata rinvenuta sotto un sedile, la pizza, il sole che filtra tra gli alberi di New York e un seme di acero che ti cade in mano mentre contempli la scena seduto al margine di uno di quei viali che fanno da sfondo ai film di Woody Allen. Così, chi per deformazione professionale auspica che Gardner trovi il senso della vita nello trasmettere la passione per il jazz – o per la musica tout court – negli altri (che poi è la mission dell’insegnante) rimane deluso. Dovevamo aspettarcelo: la scena della trombonista che cerca conferme con il suo insegnante – in quel momento posseduto dal cinismo di 22 – per non smettere di suonare è resa in modo sbrigativo e non ha alcun impatto sul resto della trama. Gli altri studenti – gli improbabili componenti della banda che Gardner dirige – hanno un ruolo meno che marginale.

Quindi, in poche parole, se il senso della vita non è suonare (e posso essere d’accordo) e non è nemmeno fare l’insegnante (qui un po’ meno), che cosa ci rimane? Una ciambella sbocconcellata e un seme di acero?

Così, ecco come invece avrei preferito che il film andasse. Joe Gardner realizza che l’orgasmo indotto dall’estasi improvvisativa degli standard jazz è una sensazione volatilissima. Il piano di intersezione tra il mondo reale e quello dell’astrazione dovuta a quello che suoni dura quel che dura e, come ogni altra droga, al risveglio lascia un vuoto. Crea una dipendenza. Così torna in classe dal suo talento al trombone che, a quel punto, costituisce la scintilla per tutti gli altri. La sua mission, la didattica, è soffiare sulla brace ancora accesa per incendiare di passione gli studenti svogliati, quelli a cui non interessa nulla di nulla, per non parlare dei ragazzi che poi si stufano perché non hanno stimoli e mollano tutto.

Il messaggio di “Soul” sarebbe azzeccatissimo se non ci fossero due temi così forti in ballo come il jazz e la scuola. Probabilmente se Joe Gardner fosse stato un piastrellista (premesso che ho molti amici piastrellisti) con la passione delle riprese con i droni (premesso che ho molti amici che si dilettano con i droni) il senso della vita nella ciambella e nel seme di acero sarebbe stato più che sufficiente. Così, invece, si fa un po’ di fatica a dare credibilità al film. Sempre che una favola debba avere per forza credibilità.

superfantastico

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Bello “Captain Fantastic” ma non ci vivrei. Questo è quello che penso ogni volta che lo trasmettono alla tele. Primo perché invidio il ruolo di Viggo Mortensen e il modo in cui ha cresciuto i figli. Quella scena finale, tutti a tavola a colazione ciascuno con il suo libro e nemmeno l’ombra di uno smartphone acceso, mi fa schiumare dalla rabbia. Perché non ci sono riuscito io? Perché in casa mia le principali attività – leggere, ascoltare musica, guardare un film come “Captain Fantastic”, giocare, comunicare con il resto del mondo – dipendono da Internet e da dispositivi ad essa connessi? Perché mia figlia non cita Noam Chomsky nelle verifiche assegnate dalla scuola pubblica? Vuoi mettere l’educazione parentale?

Secondo perché vivere isolati non rientra nei miei standard di pianificazione familiare. Ti viene un attacco di appendicite proprio durante una tempesta di neve, non ci sono spazzaneve né veicoli spargisale che liberano le strade e allora ciao. Con le gomme lisce che mi ritrovo sulla Yaris del 2007 non supererei il primo tornante. E poi che scomodità. Le galline che fanno le uova nel bus, la frutta da raccogliere sulle piante, i figli che crescono sani al riparo dal cibo industriale al 30% in sconto all’Esselunga.

Terzo perché i miei figli, ancora loro, riderebbero del modo in cui mi arrampico sugli alberi, vado a caccia di cinghiali a mani nude, riparo le infiltrazioni del tetto, aggiusto il sistema di irrigazione artigianale, eseguo interventi sui pannelli solari realizzati con materiale di riciclo proprio perché non sapevo quale materiale utilizzare per il riciclo – perché fondamentalmente sono un intellettuale, critico musicale e scrittore di narrativa americana e di ingegneria grillista non me ne intendo – e così li ho costruiti a cazzo.

Quarto perché è inutile fare i fricchettoni nel bosco, i duri e puri e intransigenti su qualsiasi cosa, menarla al resto del mondo con il socialismo reale, farsi cremare come gli antichi e gettare le ceneri nel cesso se poi, al funerale, ti fai suonare “Sweet Child o’ Mine” di quei tamarri capitalisti metallari dei Guns N’ Roses.

argo vaffanculo

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Agli amici compagni tradizionalmente anti-americani mi vergogno un po’ a dire che, ogni volta in cui passano in tv il film “Argo” di e con Ben Affleck, non riesco a non vederlo. Lo stesso impulso che avverto per i “Blues Brothers”, “Frankeinstein Junior” e pochi altri. Anzi, farei lo stesso con “Smoke” ma sono secoli che non viene trasmesso sul piccolo schermo.

Il problema sta nella contraddizione di fondo. Se la critica alla rivoluzione khomeinista la fa una voce interna, penso per esempio a “Persepolis”, va tutto bene. Se ne parla un americano occorre stabilire l’equilibrio tra le cause contro cui si è manifestata quella rivoluzione e gli effetti. La crisi degli ostaggi in Iran è scoppiata perché gli USA erano accusati di proteggere lo scià e non ci pensavano minimamente a riconsegnarlo. Una dicotomia che va letta quindi in chiave benaltristica, un po’ come l’estrema destra che parteggia per i palestinesi in chiave anti-israeliana ma poi, quando si accorge che i palestinesi sono anche arabi e scuri di pelle e vengono in Europa a rubarci il lavoro e le donne, va in tilt.

Per certi anti-americani è dura ammettere che qualcuno il lavoro sporco di menare le mani per correre in aiuto e difendere qualcun altro che è impossibilitato a cavarsela da solo deve pur farlo. Il rischio di circondarsi dell’amico che tira una testata al bullo grosso il doppio di te che vuole impossessarsi della tua merenda è che poi, quando va in giro ad attaccare briga con il prossimo perché gli piacciono le zuffe, mica puoi liberartene perché, alla successiva angheria che subisci, lui se ne ricorda. Per capire gli Stati Uniti bisogna guardare “Gran Torino” di Clint Eastwood. Gente guerrafondaia che vota repubblicano ma poi si fa crivellare di proiettili per proteggerti. Prendere o lasciare.

Per questo il film “Argo” che – secondo gli anti-americani – gronda americanismo da ogni frame non è proprio un trofeo culturale che un buon intellettuale di sinistra vorrebbe mostrare volentieri durante una conversazione. A meno di non spostarsi talmente a destra da fare il giro argomentando con le reali qualità del film: la ricostruzione filologica del 1980; il montaggio con la dilatazione dei tempi per incastrare le scene più concitate; il luna-park nel senso di baracconata cinematografica; il vinile di “IV” dei Led Zeppelin e il piatto su cui gira per la riproduzione di “When the Levee Breaks” durante la festa (festa tra virgolette) la sera prima della fuga, con il braccio e la puntina che scendono correttamente oltre la metà della facciata anche se sfido chiunque a centrare il solco perfettamente così e imbroccare l’inizio della canzone; Ben Affleck che è comunque bombabilissimo; le macchiette che ostentano l’essenza di Hollywood e cose di questo tipo.

Ma, più di ogni altra cosa, a me di “Argo” piace la tensione che mette ogni volta anche se so che va a finire bene, e ogni volta ho paura che qualcuno, per farmi uno scherzo, abbia cambiato il finale, con i sei canadesi e Tony Mendez che non ce la fanno, vengono beccati all’ultimo sul volo della salvezza. Le guardie della rivoluzione li fanno scendere dall’aereo e li impiccano all’aeroporto senza tante storie.

Poi, una volta, mi sono tradito dichiarando la mia passione per “Argo” con un carissimo amico anti-imperialista come me, uno di quelli che negli anni successivi alle Torri Gemelle, ogni 11 settembre, ci ricordava che nella stessa data del 1973 la CIA bombardava il Palacio de La Moneda e chiedeva, provocatoriamente, che cosa avessero fatto di così tanto male gli americani per essere invisi al mondo. Uno che, anni fa, è persino stato in vacanza a Teheran e che, quando gli ospitali iraniani lo fermavano per strada per chiedergli che cosa ci facesse un occidentale da quelle parti, gli rispondeva che il vero terrorista fosse George W. Bush. Ma poi gli anni sono passati, i capelli sono imbiancati, il radicalismo è stato stemperato dal buonsenso, e così il mio amico mi ha sorpreso confidandomi che, a vedere “Argo” al cinema (è persino andato a vederlo al cinema), si è divertito un mondo.

Da allora mi sono rasserenato e posso dire, con orgoglio, che ogni volta in cui passano in tv il film “Argo” – che ormai chiamo “Argo vaffanculo” – di e con Ben Affleck, non riesco a non vederlo. Lo stesso impulso che avverto per i “Blues Brothers”, “Frankeinstein Junior” e pochi altri. Anzi, farei lo stesso con “Smoke” ma sono secoli che non viene trasmesso sul piccolo schermo.

noi due per sempre

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Preparate gli spaghetti, stappate il brunello, mettete sul piatto “Noi due per sempre” perché, davvero, non si sa mai. Al massimo, se volete sorprendere la ragazza spagnola che vi aspetta scosciata sul letto, potete dirle che in realtà “sta musica” che state per ascoltare insieme è un pezzo di Ennio Morricone e si intitola “Mariangela e la seduzione”. Magari Marisol è una collezionista di dischi come voi e va a finire che ci fate pure una bella figura. Flirtare parlando di musica non è una tecnica di seduzione ma il miglior modo per mettervi a nudo. Rivelare chi siete. Altro che nada, niente. E potete star tranquilli: nessun campanello squillerà a rovinare tutto.

dura poker

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Quando non ti piace una cosa che piace a tutti è meglio non manifestare la cosa. Nel più banale dei casi si rischia di passare per uno che lo fa apposta a comportarsi da bastian contrario, anche solo per darsi un tono. D’altronde, anche a dire che non è che non ti piaccia perché vuoi passare da bastian contrario ma perché non ti piace davvero ci fai la figura di quello che vuol passare da uno che ha le sue ragioni ma lo fa solo per farci la figura del bastian contrario e godersi tutta la visibilità del caso.

Ma se anche argomenti le tue posizioni per le quali la cosa che piace a tutti non ti piace indipendentemente dal fatto che piace a tutti, corri il rischio di passare per bastian contrario. E anche a fare dell’ironia sulla cosa che piace a tutti è possibile farci la figura di uno che vuole minimizzare con il suo acume da intellettualoide il fatto di essere un bastian contrario sperando che, minimizzando la cosa con l’ironia, l’ironia sovrasti il tentativo di passare per bastian contrario facendo passare chi fa l’ironia per uno a cui non piace la cosa che piace a tutti ma che lo sa minimizzare, appunto con l’ironia. Per questi svariati motivi quando non ti piace una cosa che piace a tutti è meglio non manifestare la cosa.

Avrei voluto scrivere che ho visto Joker e mi ha fatto cagare. Non ho mai visto un Batman in vita mia e ho chiuso con i fumetti da scuola media quando, appunto, facevo le medie. Solo che quando ero ragazzino quei fumetti lì mi facevano cagare e leggevo solo Topolino e Tiramolla. Così avrei potuto scrivere che avrei preferito piuttosto una dietrologia sulla Banda Bassotti. Quelli sì che sono cattivi che si meritano un prequel biografico. Ho visto Joker e mi ha fatto cagare ma non l’ho detto a nessuno e non l’ho scritto nemmeno qui, su questo blog, proprio per non passare per uno che lo fa apposta a comportarsi da bastian contrario, anche solo per darsi un tono.

dieci cose che non ricordavo di Donnie Darko

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Donnie Darko è uno di quei film che ho visto appena uscito nelle sale con la spocchia di raccogliere gli elementi utili a smantellare tutte le ragioni per cui una pellicola sconosciuta stesse diventando un cult. Un pessimo approccio non solo al cinema ma alla vita stessa che, giuro, ho dismesso grazie ai primi traguardi di saggezza che la vecchiaia mi ha permesso di conseguire.

Comunque, per farla breve, non mi aveva detto granché, non ci avevo capito molto, avevo seguito la storia in modo piuttosto discontinuo partecipando con entusiasmo, però, al dibattito sulla colonna sonora che aveva contribuito a riportare in auge certi anni ottanta dimenticati. Da allora non l’ho mai più visto e non ci ho mai più pensato a parte in qualche occasione, ascoltando per esempio gli Echo & the Bunnymen o i Church. Fino a quando mia figlia non mi ha chiesto di vederlo insieme e così, ieri sera, ho riscoperto un film decisamente godibile e appassionante. Non mi ricordavo alcuni particolari che probabilmente ho potuto notare solo ora perché, durante la prima visione, non avevo notato in quanto legati ad aspetti scoperti solo negli anni successivi. Lo so, non mi sono spiegato. Ora li elenco qui sotto insieme ad alcune considerazioni, così capite cosa intendo:

1. intanto, rispetto alla letteratura che si legge in giro, “Donnie Darko” è molto meno incomprensibile di come si dipinge, ma forse è un giudizio che si può trarre solo a posteriori perché occorre vederlo almeno due volte. O magari voi siete più intelligenti di me, quindi alla soluzione che Donnie vuole tornare indietro nel tempo per morire sotto il motore dell’aereo ed evitarsi la sofferenza della fidanzata che muore investita da Frank vestito da coniglio per Halloween ci eravate arrivati prima

2. e quello era il motivo per cui il coniglio era il suo incubo, cosa che avevo rimosso o forse ulteriore indizio del fatto che non avessi veramente capito un cazzo

3. non ricordavo che il protagonista fosse Jake Gyllenhaal ma perché ai tempi Jake Gyllenhaal non era un attore famoso ed è stato strano rivederlo vestito da Donnie Darko dopo aver visto “I segreti di Brokeback Mountain”. In generale mi piace questa cosa che gli attori che leghi particolarmente a un film poi li ritrovi completamente diversi in altre storie e in film usciti quando erano più giovani

4. non ricordavo nemmeno che Maggie Gyllenhaal interpretasse la sorella di Donnie Darko e che fosse allo stesso tempo la sorella dell’attore che interpreta Donnie Darko. Maggie Gyllenhaal l’ho ritrovata poi in molti altri film tra cui “American Life” che, se non l’avete visto, vi siete persi un film molto interessante

5. il corpo docenti della scuola di Donnie comprende addirittura il dottor John Carter di “E.R. – Medici in prima linea”, ovvero l’attore Noah Wyle

6. non ricordavo assolutamente che, per il ruolo del predicatore pedofilo Jim Cunningham, Richard Kelly avesse scritturato Patrick Swayze, il Johnny Castle di “Dirty Dancing”

7. ho scoperto invece poco fa che Katharine Ross, l’attrice che interpreta il difficile ruolo della psicologa di Donnie, ha fatto parte del cast di un film che si intitola “Conosci il tuo coniglio” e la cosa mi ha fatto molto ridere

8. a dire la verità mi ricordavo più new wave nella colonna sonora, ma forse perché i vari “Stranger things”, “13” e tutte le altre serie con teenager ambientate negli anni 80 ormai hanno alzato le aspettative dei ragazzi degli anni 80

9. non ricordavo però che una delle canzoni che si sentono alla festa a casa Darko, mentre i genitori sono in viaggio con la sorellina più piccola, fosse “Love will tear us apart” ed è per questo che avrebbero dovuto intitolarlo direttamente “Donnie Dark” AHAHAHAHAHAHAHAHGHGHGHGH

10. infine ho letto, riletto, sentito e risentito più volte da allora la frase “Ogni creatura sulla terra, quando muore, è sola”. Sono rimasto sorpreso perché non ricordavo essere una citazione di “Donnie Darko”, anche se giurerei di averne trovato traccia in un romanzo di cui, però, al momento mi sfugge il nome.

E sì, lo so, voi a tutte queste cose ci eravate arrivati già prima. Quello che non capisco è perché, se è così, non mi avevate avvertito.

quel film che ha una mensola come protagonista

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Ieri sera ho visto al cinema quel film che ha una mensola come protagonista. Lo proiettavano al multisala e l’ho scelto per caso, solo dopo ho scoperto che era un film piuttosto vecchio risalente al 1968 e riproposto proprio perché quest’anno ne ricorre il cinquantennale. Nel complesso è pieno di effetti speciali ma non come quelli che si vedono adesso nei film sui supereroi. È un film di fantascienza ma si vede che è stato girato in uno studio, senza computer e grafica 3D. La cosa difficile è superare l’inizio. Al posto della sigla lo schermo rimane buio per parecchi minuti con della musica pallosissima. Poi però incomincia e, anche se nel complesso non si capisce molto, tutto sommato si lascia seguire perché lascia molte domande irrisolte. Il dubbio resta però sulla scelta di una mensola come protagonista. Che poi nelle prime scene, quando ci sono le scimmie che litigano per una pozza d’acqua, più che una mensola sembra uno di quei piani in wengé che vendono all’Ikea e che, con le giuste gambe, diventano eleganti tavoli da sala da pranzo. Verso la fine invece rivela la sua essenza di mensola perché vaga nello spazio messa per orizzontale, come se fosse fissata nel nulla con i fischer più appropriati per il peso che dovrà sostenere anche se il peso dell’universo è incommensurabile come l’universo stesso, senza parlare del fatto che poi che senso ha una mensola che vaga nello spazio è ancora tutto da scoprire. Quel film che ha una mensola come protagonista dura più di due ore perché certe scene sono lentissime. Il passaggio in cui l’astronauta prende l’acido e vede tutti quei colori può essere ridotto drasticamente perché il concetto è chiaro dopo qualche secondo. Stesso discorso per il viaggio all’inizio e, se fossi nel regista, proverei anche ad accelerare i dialoghi con il computer parlante, quello che ha il logo del Grande Fratello. Poi alla fine, e scusate lo spoiler, c’è l’astronauta da vecchio che guarda sdraiato nel letto una specie di tv e anche se gli punta il dito contro non riesce ad accenderla, che poi si scopre che è di nuovo la mensola di prima messa per verticale e che per magia fa apparire un feto che vaga nello spazio. Forse è un messaggio anti-abortista. Comunque bella anche la musica del concerto di capodanno nelle scene con le astronavi e i pianeti.

le mutande del Tenente Ellen Ripley

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E scusate se vado subito al sodo. Le mutande del Tenente Ellen Ripley o, meglio, il Tenente Ellen Ripley in mutande è uno dei motivi per cui molti di noi non rinuncerebbero a una replica di Alien (il primo e unico Alien) per nulla al mondo. Sì, sono d’accordo, e il film è bello e Ridley Scott e poi è l’archetipo di un filone che oggi e mai come oggi, con Stranger Things, è ancora nei calendari editoriali di molti socialmediacosi di ogni settore e dimensione e balle varie. Ma la splendida e involontariamente sensuale Sigourney Weaver in underwear mentre trova il modo più efficace per sbarazzarsi di quella schifezza che si ritrova come ultimo membro abusivo dell’equipaggio tranne se stessa, costituisce ancora oggi una delle vette ispiratrici dell’autoerotismo ineguagliate per chi ha avuto la fortuna di far coincidere le prime esplorazioni del piacere con l’uscita del film in questione. C’è poi un aspetto tutt’altro che secondario: verso la fine dei settanta l’estetica di biancheria intima femminile imponeva canoni volumetrici e geometrie piane di questo tipo. Triangoli su triangoli così bassi che oggi ci appaiono vestigia folcloristiche di proporzioni tra corpo e nudità oramai archiviate dalla storia e considerate alla stregua delle toghe dei romani o del tabarro ottocentesco. Eppure per ragazze di ogni estrazione sociale, ai tempi, le mutande del Tenente Ellen Ripley costituivano la normalità. Non che ne avessi avuto una qualunque fortunata testimonianza diretta, ero poco più che bambino, ma chi aveva sorelle maggiori le vedeva spesso appese con le mollette sugli stendini o stese sui caloriferi per accelerarne la disponibilità. Proprio ieri hanno trasmesso il celeberrimo cult su una rete del digitale terrestre. Mia moglie faceva zapping mentre ero prono sul PC a portarmi avanti col lavoro quando ho alzato gli occhi e ho rivisto lei, il mio tenente preferito con la sua mise inconfondibile. Anzi, con la sua non-mise, considerando che, così striminzita, lascia davvero poco alla fantasia. Un colpo d’occhio davvero spaziale.

avvicinare Netflix ai cinefili

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Ho scritto qualche tempo fa che Netflix è una cosa fantastica e ne sono tutt’ora convinto. Ci sono secondo me però alcuni aspetti che potrebbero migliorare. Magari si tratta di funzionalità che esistono già e che non ho trovato, in questo caso smentitemi a vostro piacimento, fatelo pure senza ritegno. Vengo al punto.

La vastità dell’offerta attualmente è sistematizzata con una serie di criteri di ricerca e di scelta piuttosto efficienti ma, secondo me, adatti solo a un pubblico “passivo”, lasciatemi il termine. Un pubblico che si fa guidare tra i titoli con i diversi incroci che Netflix mette a disposizione: che cosa ti può piacere in base a quello che hai già visto, le macro-categorie di genere, serie e film internazionali, le opere tratte da libri e quelle basate su avvenimenti storici eccetera.

Manca però, secondo me, una funzionalità che, per chi è cresciuto con un modo di andare al cinema di vecchio stampo, sarebbe molto più efficiente. Mi riferisco alla disponibilità di un elenco per nome dei registi, e non solo la possibilità di trovarli digitando le loro generalità nel campo di ricerca. A causa di questa mancanza, per dire, mi stavo per perdere due film veramente superlativi di registi molto bravi: mi riferisco a Todd Solondz (su Netflix attualmente è presente Wiener Dog) e a Jesse Peretz, membro dei Lemonheads e dietro alla macchina da presa di “Quell’idiota di nostro fratello”.

Molto spesso dei registi come loro – e non solo – non sempre si è aggiornati sulla loro produzione, quindi difficilmente si riesce a ricondurre un film a chi l’ha girato. Su Netflix, spulciando l’archivio, il nome del regista non compare mai nelle prime righe che riassumono l’opera, e in entrambi i casi ho capito di cosa si trattasse molto fortuitamente. Chissà quante altre perle nasconde l’offerta di Netflix, ma controllare uno a uno su Internet di cosa si tratta è faticoso, come potete immaginare.

Cari amici di Netflix, quindi, se avete tempo e voglia potreste implementare una funzionalità utile a visualizzare al volo il nome del regista, ma anche degli attori, degli sceneggiatori o di quanto possa essere utile a chi è interessato e introdurre un modo per cercare nel catalogo i titoli attraverso questi parametri. Se tutto questo è già possibile, sono tutto orecchie (e tutto occhi). Grazie.

sbiancato

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Ci sono diversi modi per fruire delle cose del passato. Possiamo considerarle storia o storiografia e, dal presente, studiarle per comprendere meglio il contesto, i fatti, le conseguenze. Possiamo farle nostre alla luce di un revival o una moda derivativa, quindi additarle come oggetti di culto al di fuori da ogni possibile giudizio. Possiamo riderci su per la distanza a cui si trovano dal momento in cui le guardiamo perché è passata così tanta acqua sotto i ponti, o sono cambiate così tanto le condizioni, per cui siamo incapaci di comprendere cosa abbia spinto a una tale ingenuità, impensabile per noi e la nostra adorata contemporaneità digitale.

Tutti questi punti di vista si applicano a qualsiasi cosa, ma oggi mi sono venuti in mente perché sto rimuginando sull’effetto che mi ha fatto vedere “Bianca” di Nanni Moretti qualche giorno fa, dopo aver notato il titolo nella vastità caotica dei programmi disponibili su Netflix in questo periodo. In realtà stavo spulciando il menu alla ricerca de “Il ragazzo di campagna”, non chiedetemi il perché, ma quando ho riconosciuto il volto di Laura Morante tra quella abbondanza di titoli sconosciuti sono trasalito e non ci ho pensato due volte a premere play e, se siete sottoscrittori dell’abbonamento come me, vi invito a fare lo stesso e poi a dirmi se avete provato le stesse cose che ho provato io. So che “Bianca” appartiene al background esperienziale di tutti voi e quindi taglio corto. Vorrei solo farvi riflettere su alcuni aspetti che risaltano durante la visione di un film come “Bianca” su Netflix e su uno smart tv da decine di pollici come il mio.

Ho provato innanzitutto una forte tenerezza per la sigla in cui non succede assolutamente nulla se non la sequenza dei testi, ora che siamo abituati a veri e propri film nei film con musiche da paura, e ho usato l’avanzamento veloce non perché volevo che durasse poco ma per proteggerla dal ludibrio della contemporaneità, non so se mi spiego.

Poi mi sono anche innervosito perché Nanni Moretti, nel film, non parlava come un attore americano doppiato di oggi in una delle serie tv che vanno per la maggiore e Laura Morante, di cui ero follemente innamorato, non sembra aver fatto nulla per cambiare la sua bellezza secondo i canoni estetici attuali. La pettinatura, il trucco, la dentatura, la pelle, sono fatte per ben altra risoluzione video. Nessuno poi si è premurato di adattare la sceneggiatura e certi dialoghi alla velocità a cui siamo avvezzi sui social e l’audio stesso, in certi punti, lascia un po’ a desiderare. Ti aspetti che gli attori parlino e invece non dicono nulla. Si guardano. Spalmano la nutella. Osservano i dirimpettai. Cose così.

Sono giunto quindi alla constatazione di quanto la contemporaneità, nei confronti di un film come “Bianca”, possa essere fortemente lesiva, possa farne vilipendio, possa strapparne gli organi vitali e farli a brandelli come un predatore che insegna ai propri figli come esercitare al meglio il primato genetico nella catena alimentare. E la morale è che un film come “Bianca” non dovrebbe essere un film come un altro da vedere su Netflix e su una smart tv da decine di pollici, fatta per sequenze rapide, colori ultra-naturali, piani per schermi di quel tipo così ampi che ti consentono di consultare simultaneamente lo smartphone avendo comunque il programma che stai seguendo sempre nel campo visivo, grafica da realtà aumentata e iper-realtà da contemplare a pochi centimetri dal divano, colonne sonore fortemente evocative.

Un film come “Bianca” dovrebbe essere incompatibile con tutte queste diavolerie e rimanere sugli scaffali più nascosti dei supermercati dell’entertainment come Netflix o in quei cestoni che si trovano negli Autogrill, con i cd a pochi spiccioli perché non se li compra più nessuno, in modo che nessuno lo possa più vedere e possa venire giustamente dimenticato, e in modo che nessuno possa più rimanere perplesso di fronte ai canoni di bellezza di Laura Morante che non sono quelli di oggi o alle frasi-citazioni di Nanni Moretti o al suo linguaggio nei dettagli cinematografici che oggi nessuno si sognerebbe più di usare, in modo che un film come “Bianca” possa rimanere un lontano ricordo, un qualcosa di sfocato come la storia che si impara a scuola, come certe reminiscenze che non si sa bene se sono davvero nostre, se ce le siamo inventate e le abbiamo tirate in ballo tante di quelle volte che oggi le consideriamo parte della nostra vita e tra qualche anno, raggiunta la demenza senile, potremo finalmente spacciare come autentiche perché anzi saranno in molti a dichiarare che è stato così anche per loro, che non ne sono sicuri, ma tanto se è vero o no nessuno ci farà più caso.