ai registi del nostro destino va il più caro dei saluti

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Ieri sera si è consumato il dramma dell’anno, ovvero il decesso del dottor Derek Shepherd vittima della strada, come tanti del resto. Ho scritto ieri perché a casa mia Grey’s Anatomy si vede con un giorno in differita, di martedì, facile immaginare il motivo. Comunque ieri è mancato anche il papà di un’amica di mia figlia, un uomo di una manciata di anni più vecchio di me colpito da un infarto. Una duplice e parallela elaborazione del lutto, quello reale e quello della fiction (se non si tratta di un lutto di per un famigliare ma di un semplice conoscente di qui e di là dello schermo, intendo) è in grado di generare un corto circuito emotivo soprattutto se siete schiavi del vostro stato d’animo fino al punto da lasciarlo trasformare dallo stato gassoso dell’anima a quello liquido delle lacrime. La metafora di Shonda Rhimes – o di qualunque sceneggiatore di telefilm, nel suo piccolo volendo anche quello di “Un posto al sole”, per dire – come creatore di mondi abitati da esseri umani sui quali esercitare il diritto di vita e di morte fa al caso nostro. L’attore che impersona il bel chirurgo si stufa, l’altra attrice litiga con la produzione, quella che invece vuol tentare il salto di qualità e accetta un’altra scrittura, nell’industria dell’entertainment sono tutte cause di condanne capitali e irreparabili quanto un licenziamento in tronco. Sappiamo che dietro l’incidente di questo o il brutto male di quella ci sono solo beceri accordi commerciali o problemi di cattiva gestione delle risorse umane, eppure anche di là dal 47 pollici ci arriva dritto in pancia il dolore degli altri che poi, quando ne hai uno di qua personale e in contemporanea, non puoi non farti delle domande ed esigere delle risposte. Non è vero, quindi, che siamo immuni quando i fatti sono la finzione e la tv è la realtà, semmai il contrario. Abbiamo fatto un minestrone di cose vere e cose che da qualche parte, in un universo che non conosciamo ancora, sono vere ugualmente. Questo coso qui dentro il quale mi state leggendo potrebbe essere il punto di contatto tra le due dimensioni, se è vero che un po’ all’Internet, come messia di una conoscenza finalmente liberatrice perché più immediata e semplificata, ci credete davvero. (p.s. nascosta in questo post c’è una citazione di un noto quartetto rock irlandese, chi la trova vince una giornata con il suo blogger preferito)

mortacci tua, che caffé

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Gli spot della Lavazza in paradiso vanno avanti da un po’, quanto sarà? Dieci anni? Quindici? No, quasi venti. Scopro sul sito Lavazza che la campagna con San Pietro è in onda dal 1995, che longevità. Se non ricordo male, anche la serie di spot precedenti con Nino Manfredi era stata mantenuta a lungo, ve la ricordate? Certo, la caratura dei protagonisti è sensibilmente diversa, nel frattempo l’Italia è cambiata e sono cambiati anche i consumatori di caffè. O per lo meno siamo tutti di bocca più buona, soprattutto per la soglia critica sulla qualità televisiva. Sarà per questo che dopo tutto questo tempo solo ieri sera ho pensato che io di prendere il caffè con un morto, anche se ciò ridurrebbe sensibilmente i miei gradi di separazione da un apostolo, non è che abbia tutta questa fretta, a meno che non sia l’anima dell’animaccia di quella sagoma di Bonolis o del suo compare o di quello con la barba che interpreta lo spot ora a venire a trovarmi. Be’, ripensandoci, il caffè non sarebbe un piacere proprio per nulla, nemmeno così.

basta mezz’ora a farsi un nuovo amico

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C’è sempre qualcosa di peggio e questo è uno dei paradigmi che ci consentono di sopravvivere. C’è sempre qualcosa o qualcuno che segue a ruota qualcos’altro in un più o meno oggettivo metro di giudizio, e siamo sempre i primi a dire che è riduttivo ricaricarsi l’autostima guardando sotto ma poi lo facciamo tutti e allora forse non è poi così sbagliato. Mi sono trovato a criticare Fabio Fazio per il suo modo troppo remissivo di condurre le interviste che va bene con chi ti trovi a tuo agio, ma con mezze calzette maxi-squali del mini-calibro di Brunetta poi ti accorgi che della buona educazione in tv di Fazio ce n’è davvero bisogno. Non solo: a me viene spesso da prendermela con Renzi per il tipo di PD che incarna che non è certo il PD che intendo io e che vorrei. Poi però basta un’intervista di Lucia Annunziata a farmi prendere le sue parti – le sue di Matteo Fonzie Renzie, avete letto bene – contro quel tipo di giornalismo ignorante e superato la cui rottamazione sono pronto a sostenere.

codice binario

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Sono un accanito sostenitore del trasporto su rotaia per una serie di motivi facili da immaginare. Ti sposti senza guidare quindi puoi leggere e fare altro. Non consumi carburante con un mezzo privato. Stai sulla terraferma, perché come dico giustamente io se hai un incidente aereo l’esito è praticamente uno solo. In nave abbiamo visto al Giglio come può andare, in automobile la gamma va dal non farsi nulla al farsi di tutto, in treno non può succedere mai niente. E invece.

scoperte geografiche

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Io sono abituato a essere avvertito quando sto per salvare un file con il nome uguale a un altro, e potrei aggiungere che sono abituato bene ma che purtroppo, nella realtà, non è così. Non c’è una finestra che ti avvisa quando stai per fare una cazzata a causa di un’omonima, giusto? Oggi per esempio ho imparato che esiste un paese che si chiama Berbenno ed è in provincia di Bergamo, e un omonimo Berbenno che si trova in Valtellina, in provincia di Sondrio. E che è bene specificarla, la provincia, quando si imposta il Tom Tom, soprattutto se si ha un appuntamento di lavoro.

via cogne schianto mortale, guarda subito il video

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Che faccio, clicco o non clicco? Sul corriere on line ho disponibile l’ennesima ripresa dai circuiti di videosorveglianza di una tragedia, gente che muore in diretta e che i sistemi di sicurezza registrano indiscriminatamente e poi, non si sa il perché o il percome, i video finiscono in mano alle redazioni e quindi alla mercé di persone come me. Siamo quelli che rallentano quando c’è un incidente in autostrada, che si fermano a contemplare le risse, che abbassano il volume dello stereo quando i vicini di casa litigano. Siamo quelli che si fanno gli affari degli altri quando gli affari degli altri sono succulenti, pruriginosi, involontariamente tragici o grotteschi. Siamo quelli a cui i reality show ci fanno un baffo, un po’ perché oramai si tratta di un format trito e ritrito, un po’ perché si vede lontano un miglio che è tutta una finzione, che quando ci troviamo di fronte a una realtà aumentata abitata da persone che spingono sull’acceleratore dei loro difetti che possono piacere di più agli sponsor ci meravigliamo dell’ingenuità di chi ci casca, di chi li segue anche sui forum e sui social network. I video degli incidenti, degli scippi, delle rapine, quello è pane per i nostri denti, peccato per l’audio, sentire il rumore di un impatto, le grida di aiuto, i pianti di disperazione conferiscono tridimensionalità agli avvenimenti e fanno passare in secondo piano la qualità pessima delle immagini. Immagini come queste, una berlina che accelera a un semaforo per sfuggire alla polizia e centra in pieno un’automobile causando la morte di un uomo, così dice l’articolo. Non si vede nulla, non si vede sangue, potrebbe essere una finzione. Quindi che faccio, clicco o non clicco? Clicco, che domande. Clicco e parte la pubblicità, e immediatamente capisco a cosa serva la pubblicità sui video on line. Pensare a un ufficio marketing che consente che il proprio brand sia visualizzato prima del video di una tragedia da persone come me. Perché io non vorrei che persone come me comprassero i miei prodotti. La pubblicità prima dei video on line serve a far riflettere su questi aspetti, e dura sufficientemente a lungo affinché si possa avere il tempo di chiudere la pagina del browser prima del video dell’incidente e a promettere a noi stessi di mettere a tacere il nostro lato morboso per sempre.

uno speciale riconoscimento

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Ed eccoti lì, sei proprio tu. Sbuchi dal nulla che poi è tutto quello che c’è intorno al momento ripreso dalla telecamera ma che non esiste per chi sta guardando e non si trovava in quel posto, entri in campo da destra quando il cantante sul palco incita il pubblico ad avvicinarsi, avanti c’è spazio, venite ad agitarvi qua sotto. Così, malato di divertimento com’eri, non te lo fai ripetere due volte. Tu e i tuoi amici vi ammassate davanti al gruppo che suona e inizi a muoverti in un modo che non saprei riprodurre nemmeno assistito da un coreografo, la giacca di pelle nera e la pettinatura di un’altra epoca.

E già l’aver ritrovato quella registrazione digitalizzata da una vhs chissà da chi e caricata su youtube è stata una bella sopresa, miracolosa come qualsiasi coincidenza di quelle che solo Internet consente. Persone che casualmente si trovano in un posto muniti di telecamera o macchina fotografica, immortalano qualcosa, per esempio una festa in una piazza con un gruppo locale che suona, e poi venti anni dopo, probabilmente decisi a gettare il loro archivio fisico di reportage audiovisivo, digitalizzano tutto e decidono di farlo addirittura in rete, nemmeno su supporti personali.

Dall’altra parte della storia, qualcuno fa una ricerca sui motori con parole chiave improbabili il cui esito mostra una thumbnail in cui c’è qualcosa di familiare. Ma sì, non proprio loro, la band di cui stavo cercando notizie, chissà se addirittura quella sera c’ero anche io tra il pubblico. Così ecco la sensazione di meraviglia nel ritrovarsi all’improvviso da un’altra dimensione, in una sequenza di frame di cui si ignorava l’esistenza. Situazioni rimosse dalla memoria, riprese in cui non si è protagonisti nelle quali anzi si svolge il ruolo di comparsa casuale, un punto indefinito dello sfondo, un elemento di passaggio al quale può fare caso solo il diretto interessato. Ma a malapena.

È infatti in occasione di quell’incontro insperato con il proprio sé animato di decenni prima in cui ci si chiede quale sia l’elemento che rende così difficile riconoscere sé stessi in istantanee o filmati di cui si ignora l’esistenza. Cosa ci fa lì quella persona che sono io? La scena dura una manciata di secondi, il tempo di dare qualche spallata ai vicini di pogo, qualche salto sulle file davanti, e poi il cameraman zooma sulla corista in minigonna, ben più degna di essere ripresa da una posizione così bassa rispetto al palco.

memori di Adriano

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Ma vi rendete conto di essere testimoni di una delle più grandi rivoluzioni culturali e sociali di tutti i tempi? Se avete all’incirca la mia età, potrete vantare ai posteri di aver assistito a evoluzioni storiche come il passaggio dalle cabine a gettoni all’iphone, dai televisori in bianco e nero ai Social Network, da Adriano Celentano a… Adriano Celentano. C’è qualcosa che non mi torna e che anzi, ecco cosa mi fa tornare in mente, la pubblicità che passava nelle radio locali di un noto negozio di abbigliamento, un messaggio che puntava tutto sulla tradizione: mio nonno vestiva da Mauri, mio padre vestiva da Mauri, io sono giovane e vesto da Mauri. Che nel nostro caso suonerebbe “a mio nonno veniva propinato Celentano in tv, a mio padre veniva propinato Celentano in tv, io sono giovane e devo subire Celentano in tv”.

E a dire la verità non ho capito bene che cosa sia successo perché, come direbbe Battiato – altro esempio di longevità – per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare quei programmi demenziali di infotainment, ma se la notizia poi passa al telegiornale la cosa si fa seria e dobbiamo farcene una ragione. Pare che ci sia un tira e molla tra il Clan e la Rai sulla partecipazione del loro guru a Sanremo. E questa frase raccoglie un po’ tutto il fallimento di più di una generazione, individui apparentemente cresciuti grazie a una lingua, una religione, una educazione civica comune che in realtà non hanno nulla che li unisce di più di un tipo di sottocultura pop, ma non nel senso sano di popolare come La bella gigogin, per dire. No. Quel pop di dominio della gerontocrazia dello spettacolo nazionale che trova la sua catarsi nel Festival di Sanremo.

Quindi nell’anno di grazia 2012, Adriano Celentano si presenta di fronte a telecamere e giornalisti facendo le sue mosse da molleggiato, le stesse che faceva nei musicarelli che vedeva mio nonno classe 1904 al cinema. Celentano accolto dai fans che lo inondano di flash e di mani da stringere, come negli eventi itineranti tipo il Cantagiro, in uno scenario in cui si auspica la sua presenza in uno spettacolo già discutibile di per sé, il Festival, davanti al quale milioni di persone assisteranno al suo show che non ho idea di come potrà essere. Canterà una canzone, parlerà di temi ambientali come li vede lui, farà uno dei suoi rock’n’roll con l’inglese inventato tipo prisencolinensinainciusol di cui facevamo la parodia alle elementari con “presi in culo un etto di acciughe”. Si sa, eravamo piccoli ed era il 1974, posso contare sulla vostra comprensione.

Sembrerebbe che dalle nostre parti i bambini nascano già con Celentano nel DNA, un elemento genetico che viene trasmesso al momento del concepimento dai genitori ai figli, se siamo così in pochi a stupirci che sia naturalmente accettato come un dato di fatto l’esistenza stessa di Celentano in uno show business nazionale (se non l’esistenza di Celentano tout court), e che anche se crescendo non ne abbiamo sentito parlare se non marginalmente, perché abbiamo letto o ascoltato di tutto fuorché quel tipo di prodotto culturale, si pensa che Celentano sia una istituzione che si deve tirare in ballo necessariamente quando occorre fare una sintesi di quello che c’è di buono in Italia. Il Festival, chi lo dovrà presentare, chi saranno le vallette, l’ospite da pagare profumatamente e che ti fa fare il salto di qualità. Una metafora molto più calzante del naufragio del Costa Concordia.

difficoltà di concentramento

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Si avvicina il Giorno della Memoria, che come ogni anno cercherò di celebrare rileggendo “Se questo è un uomo” e “La tregua” (almeno spero). La commemorazione è rispettata ovviamente anche dalle scuole, la terza di mia figlia seguirà la proiezione de “La vita è bella”, un film di cui conosce già il contenuto, sua cugina più grande le ha fatto vedere qualche scena in rete e le ha anticipato l’elemento narrativo dell’equivoco intorno al quale si sviluppa la trama. Oltre al film di Benigni, mia figlia arriva al suo primo appuntamento “serio” con le ricorrenze e il relativo approccio della scuola con un’altra opera cinematografica, di cui la prima volta è stata spettatrice assolutamente casuale. Il film in questione è “Il grande dittatore”, a cui si appassionata immediatamente tanto da, in pochi giorni, ripeterne la visione più volte. Sapete come sono i bambini e quanto amino la reiterazione degli stimoli che li solleticano di più.

Il problema è che la microvacanza che abbiamo già pianifcato in primavera a Berlino ora ha un ostacolo. Ho paura che ci siano ancora i figli degli amici di Hitler, mi dice dall’alto della sua ingenuità. Cara, le faccio notare, purtroppo i figli e i nipoti e i pronipoti degli amici di Hitler, ce ne sono stati e ce ne sono tuttora tanti anche qui in Italia, troppi da giustificare se si ripercorre tutto quello che è successo. Ma come non corriamo alcun pericolo, qui, questo è un vantaggio della democrazia, a maggior ragione i Tedeschi oggi non sono più come quelli descritti sul grande schermo da Charlie Chaplin. Nessuno giocherebbe con il mondo in quel modo facendolo scoppiare. Ecco, forse questo non avrei dovuto dirlo, già mentre chiudevo la frase mi sono reso conto di quanto fossi poco convincente, lei non ha detto nulla ma ha percepito che si trattava di un’accelerazione per chiudere il discorso, convincerla sull’infondatezza dei suoi timori e mettere in salvo i biglietti del volo già acquistati. E allora le ho promesso che, una volta in Germania, cercheremo insieme un barbiere che si prenda cura dei clienti così.

atti scemi in luogo pubblico

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Una volta si diceva che sfigati voi che non uscite di casa, mentre rimanete lì chiusi a farvi le pippe mentali noi si va fuori a divertirci, a conoscere gente, a fare politica, a vedere posti, a fare shopping, a corteggiare ragazze interessanti (questo si diceva non proprio così), a sentire buona musica, a vedere film impegnati. Oggi è l’opposto, si dice che sfigati che siete voi che uscite e andate a farvi le pippe mentali in giro, noi si resta a casa a divertirci, a fare networking, a discutere sui blog di politica, a viaggiare con googleearth, a fare acquisti online, a corteggiare ragazze interessanti sui social network (questo si dice non proprio così), a condividere buona musica e a scaricare film impegnati. È cambiata la prospettiva, ci si è anche un po’ impigriti, e chi non si vuole sbilanciare sostiene con fermezza che ci sono i pro e i contro. Ma è la sintesi dei due punti di vista che genera mostri, perché trattandosi di due modelli così differenti è inevitabile che uno prevarichi sull’altro. Quindi tutta la potenza del più recente, il piano che i più chiamano erroneamente virtuale, si manifesta fuori di sé attraverso il primo, che i più chiamano reale, e assume varie forme grottesche, come l’affermarsi del popolo di Internet o, nel peggiore dei casi, cose così.