la vita spiegata a un turista che non voleva esserlo

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Dicono che certi imprevisti fanno germogliare il seme – latente in noi – della vulnerabilità. Occorre però prima dimostrare quali sono i fattori che ne aumentano le probabilità del manifestarsi, ammesso che esistano. Voglio dire, uno passa l’adolescenza a girare in lungo e in largo facendo l’autostop e il massimo che gli capita è respingere l’approccio innocuo di qualche esponente della terza età attirato dagli studenti delle superiori e poi, l’unica volta che noleggia un’auto di quelle che mai penserebbe di acquistare, qualcosa di non bene identificato gli si pianta nel parabrezza causando una crepa impossibile da occultare al proprietario e chissà a quanto ammonterà la riparazione. Ma le cose si susseguono senza capo né coda, così quando di corteccia ne hai poca paradossalmente sei più impermeabile di quando hai una scorza spessa quanto una noce di cocco e trasudare fuori le ansie in circolo costituisce un’operazione complessa quanto il monumento più duraturo del bronzo degli antichi romani. Ma cosa dovremmo fare? Passare il resto della nostra vita su divani Chateau d’Ax a far scorrere canali di televendite e a mettere su chili lasciandoci vivere solo nelle funzioni involontarie? No, ma fare i conti con il mix tra età e indole non c’è proprio nulla di male. La cassetta con il kit del pronto soccorso psicologico non la trovi in ogni frangente, e portarsi il proprio fardello da casa ogni volta che ci si muove fuori dall’ordinario – tra la gente, per il mondo, ma anche nell’inesplorato delle esperienze mai provate – purtroppo fuoriesce dai canoni accettabili del confort. La sensazione è la stessa di sbagliare clamorosamente l’abbigliamento per un viaggio con quelle giacche che ti fanno sudare la schiena ma non si possono legare in vita. Che volete farci, anzi, non c’è proprio nulla da fare. Io ho parzialmente risolto lasciandomi nella piacevole balia di chi ne sa più di me, se avete la fortuna di averne almeno uno a portata di mano accozzatevi come se non ci fosse un domani, anche se magari ce n’è più di uno.

c’e così tanto da vedere che poi alla fine guardi su, proprio come loro

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Io li capisco gli stranieri che fanno i viaggi nelle città d’arte italiane, perché ve la immaginate una famiglia che parte da un posto qualunque degli Stati Uniti dove c’è solo pianura, e non venite a dirmi che non è vero perché se provate a fare il gioco che faccio io quando ricerco il massimo disimpegno in Internet e lanciate a caso l’omino di Street View sugli USA ci sono ottanta probabilità su cento che vi capiti un paesaggio come questo, cioè strade diritte e case di quelle che si vedono nei film quando lo sceriffo va a interrogare a domicilio la sospettata di un omicidio però i due si conoscono da sempre, hanno avuto una storia da ragazzi e a lui spiace metterla nei guai ma la giustizia deve fare il suo corso.

Quindi gente che vive in posti che non sono New York, San Francisco o Boston o Chicago poi di botto si ritrova a Venezia, Firenze, Pisa, dove ogni pietra è intrisa di un passato di più di mille anni. E loro pur di dilatare questa full immersion nella storia sono disposti a farsi servire pizze margherite da quindici euro nei dehors che danno sulla cupola del Brunelleschi, dove intorno è zeppo di venditori di cineserie per bambini e di riproduzioni di opere decontestualizzate che condividono la piazza con l’arte gotica. Non ditemi che secondo voi gli stranieri in visita qui non vedono gli italiani come noi vediamo un suq. Perché poi rientreranno nella loro, di storia, gloriosa quanto breve perché di quello che c’era prima, nel nome di quegli edifici sacri a fianco dei quali si lasciano truffare dall’industria del turismo di massa, è stata fatta piazza pulita. Gli hanno formattato le origini.

Che poi non bisogna confondere il turismo di massa da quello massivo, che è così non solo in Italia ma dalle nostre parti non ci si può esimere dal farlo. Ti muovi in queste città dove tutto è vergognosamente bello e da fermarsi a guardare, tirare fuori la guida e leggere cos’è tanto che alla fine, compresso in qualche giorno, tutto resta come un unico indistinto bolo romanico-gotico-rinascimentale-barocco e va a sedimentare nel tuo vissuto insieme a quello che è rimasto delle altre volte in cui hai visitato Santa Croce o un’altra basilica e i dipinti che hai visto nei libri di storia dell’arte o alla tele in mille altre occasioni, a cui si aggiunge la diaspora dei capolavori italiani che si trovano nei musei all’estero e fai casino a ricordare se quella volta eri in cima al campanile di Giotto o sulla Torre di Pisa, e quando e con chi.

Così, se proprio dovessi trovare una sintesi di quello che è l’Italia dell’arte da lasciare a uno straniero che viene a scoprire che il David di Donatello non così grande come uno se lo immagina, gli lascerei una stampa che sono certo troverà appesa in ogni albergo in cui soggiornerà in tutte le future vacanze che trascorrerà nel nostro paese, non importa quale città né, a dire il vero, quale sistemazione. Perché se vuoi mettere a proprio agio un turista a cui affitti un posto letto, non puoi negargli la gioia di ammirare in camera o nell’ingresso una riproduzione degli angeli di Raffaello, quei due mini-semidei alati che osservano la scena sopra di loro nel celebre dipinto “Madonna Sistina”.

Ormai non mi stupisco più, è come quando accendo un canale televisivo e vedo gente che insegna a cucinare. Entro in un appartamento a Milano, a Roma, a Palermo, e in qualche angolo stai sicuro che un quadretto con i due putti assorti lo trovi, da qualche parte. Ed è proprio così, come ho scritto nel titolo di questo post. Arrivi a un certo punto in cui guardi in alto perché della gente e delle gite scolastiche e dei camerieri che servono pasti a qualunque ora del giorno non ne puoi più e speri che accada davvero un miracolo, e ti domandi come potesse essere la vita di tutti i giorni quando entravi in una chiesa qualunque e ti trovavi Giotto a impiastrare cappelle perché, da come sembra oggi, potrebbe anche non essere mai esistito nulla del genere, ma tutto frutto di una riuscita campagna di marketing del territorio.

Raphael-cherubini

ma poi, questo Carrà, era un pittore famoso?

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Sarebbe meraviglioso non avere tutte queste lacune in materie come storia dell’arte, perché poi vai a ritroso e ti ricordi di quando se ne approfittavano tutti di quella che era la cenerentola delle materie, bistrattata quasi peggio che educazione civica o musica, con insegnanti sempre i più bohemienne che non ci voleva nulla per strappargli una sufficienza risicata. Che ignoranti. Noi, dico. Io per primo. Metti una classe di adolescenti in una visita guidata a un museo e ti rendi conto di quanto sia tempo perso. E se già allora ascoltare in piedi la guida era solo lo scotto da pagare per qualche giorno di emancipazione e di concessioni, posso immaginare ora con gli auricolari piantati nelle orecchie e gli status da aggiornare con adeguata costanza. In entrambi i casi poi solo chi sente una profonda inclinazione per la pittura ha la costanza di ripartire da capo, con le incisioni rupestri fino a Cattelan o giù di lì. Tutti gli altri, me in testa, si sono arrabattati con gli approfondimenti fai da te. Qualche personale, le mostre più blasonate, il sentito dire o le lezioni gratuite in tv di gente del calibro di Daverio. Ma nulla di tutto questo ci mette nella condizione di distinguere chi, sostando dinanzi a un’opera di arte moderna o contemporanea, commenta a cazzo oppure no ma comunque sempre a voce alta, impattando sull’esperienza del visitatore che magari ci capirà anche poco ma preferisce viversi la metafisica altrui in santa pace. E se al cinema il silenzio è un dovere, non vero perché no al cospetto di quest’arte altrettanto visiva. Perché che importa se non ne so nulla, ma di fronte a un’oggettiva scomposizione della realtà, la sua soggettiva ricomposizione ci sta tutta. Rimettere insieme pezzi dell’interpretazione di una giornata qualunque in Piazza del Duomo e farne un’istantanea a proprio consumo. Giocare con gli -ismi degli altri ti fa sentire un disegnatore cad che sposta vertici con il mouse e mette in pericolo la stabilità di progetti la cui efficacia è data per scontato. Così è facile irrompere con interventi definitivi, tipo “questo l’ho già visto al Mart” o “questo alla Galleria d’Arte Moderna di Roma” o, il poker d’assi, “questo era al Guggenheim di New York in una mostra sul Novecento europeo”. Perché il resto, tutto appartenente a collezioni private, lascia sbigottiti. Voglio dire, c’è qualcuno che ha “La stazione di Milano” in salotto. Si sveglia di notte per fare pipì, passa nel soggiorno, accende la luce e può dare un’occhiata a “Penelope“. Ecco, sapere che c’è chi ha nel suo conto corrente il settordicimila per cento della ricchezza mondiale non mi altera quanto chi custodisce entro una proprietà privata cose che dovrebbero essere di patrimonio comune e visibili liberamente a tutti, in qualunque momento. Evitando così di costringere la gente come me a mettersi in casa le riproduzioni di Magritte e Chagall perché già dentro alle cornici acquistate all’Ikea. Mi piacerebbe usare il corretto termine per questa figura retorica, che non è il paradosso ma non mi ricordo, probabilmente oltre alla Storia dell’Arte mi mancano anche dei pezzi di Italiano. Nel mio piccolo ho appeso in salotto un dipinto di un pittore sconosciuto se non per essere stato un disegnatore di Diabolik che ho ereditato da mia zia, che è stata l’unica in famiglia ad avere un po’ di gusto in questo senso. Era lei che mi ha raccontato di un artista genovese che in estate soggiornava nella casa di campagna in cui era cresciuta, e che ha ritratto molti soggetti prendendo ispirazione da quell’ambiente bucolico e rurale. Le mucche nella stalla. I contadini nei campi sotto il sole, e lui all’ombra a dipingere con tela e tavolozza sotto il grande noce. L’arte e la vita di tutti i giorni, l’artista e gli individui normali. Quelli che pongono domande come quella in evidenza nel titolo di questo post (giuro che l’ho percepita con queste mie smisurate orecchie) abituati a sentire parlare di Carrà e di Morandi solo per le loro partecipazioni a Canzonissima, e che quindi è meglio che i quadri se ne stiano nelle ville con i dobermann, quelle di chi ha gli strumenti per goderseli.

Comunque, la mostra di Carrà alla Fondazione Ferrero di Alba è davvero imperdibile, anzi sbrigatevi perché chiude il 27 gennaio. E, soprattutto, è gratis.

finale pulcino pio igv santa giusta 2012

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Ok, comincio io. Tra le tante cose successe quest’estate su tutte voglio ricordare questa, a cui avevo già accennato più o meno qui. Non che sia l’esperienza più edificante, però devo dire che mi ha lasciato senza parole. A volte essere vicino al posto giusto al momento giusto aiuta. Ecco: quest’estate ho assistito dal vivo a questa performance. Ancora una volta chiedo all’Europa e ai tedeschi, prima di pensare se e come salvarci, di dare un’occhiata e domandarsi se ne valga la pena. E che serva di monito a chi vorrebbe togliere il potere alle banche e darlo al popolo, perché il popolo è anche questo. Via

ma lasciamo la parola ai lettori

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Visto che magari non passate spesso da lì, sappiate che Claudia è tornata a manifestarsi su queste pagine. Per i nuovi lettori, Claudia è una perspicace commentatrice alla quale, come premio della costanza con cui ha condiviso le sue riflessioni in una pagina anziché in calce ai post di questo blog a cui voleva probabilmente riferirsi, è stata dedicata un’intera sezione, quella lì appunto, che però a molti – me compreso – risulta un po’ in ombra. Così, con il suo permesso che non le ho nemmeno chiesto, inoltro qui sotto il nuovo spunto. E se vi va, in massa come sapete fare solo voi,  potete rispondere e cimentarvi per la gioia delle statistiche di accesso a questo sito.

Dice Claudia:

dunque, in questa estate ho (nell’ordine sparso che i neuroni mi consentono):
– sorvolato un oceano,
– scalato grattacieli (ma con ausilio di ascensori),
– toccato aceri,
– pedalato attorno ad un lago (dopo 18 anni che non toccavo un manubrio e non per vezzo d’equilibrismo),
– visti acrobati e musicisti,
– ballato ad un matrimonio in puglia,
– tornata a lavoro, poi andata, poi tornata e ripartita di nuovo.
Ora sono qui e aspetto i racconti delle vostre vacanze.
no?

i nostri programmi sono terminati, signore e signori buonanotte

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Non tutti hanno la fortuna di vivere in luoghi di villeggiatura senza la villeggiatura che poi sono luoghi a metà e film in bianco e nero visti alla tv ma nell’era della tv satellitare con una ricezione come la mia, che ogni due per tre si blocca in screenshot con pixeloni enormi e nemmeno il classico pugno sull’apparecchio serve più a qualcosa, mi devo mettere lì a smanettare dietro con il cavo dell’antenna finché il sistema non si riavvia. Quest’estate, come tante altre estati, me lo sono chiesto mentre mi asciugavo dopo il bagno, mentre osservavo un tramonto sul mare, mentre pagavo le pesche due euro e cinquanta al chilo. Cosa succede in posti come questo quando mancano le comparse, che sono i turisti, e restano solo i protagonisti. Quelli che vivono in quelle città fantasma dove sembra tutto finto e a pagamento e invece sono certo che c’è tutta una dimensione parallela e gratis anche laggiù. Le bancarelle che d’inverno sono prese d’assalto dai residenti per acquistare monili e prodotti artigianali, il cinema all’aperto che funziona anche se piove, che poi lì non piove mai. I ristoranti che si contendono quelle poche centinaia di abitanti dei paesini limitrofi, quei pochi che non sono andati a studiare fuori, a cercare lavoro sulla terraferma del continente, terremoti a parte. Le strade costeggiate da camperisti autoctoni che pensano che è bello comunque nei giorni festivi dormire in posti con una vista mozzafiato e si avviano ogni weekend intabarrati per il vento freddo che d’inverno sostituisce quello caldo dell’estate che mi sta portando via la fine.

I luoghi di villeggiatura senza la villeggiatura me li immagino come un dietro le quinte che dura mesi e mesi in cui si ridipingono i fondali e le scenografie, si ripassano le parti e le battute per la stagione successiva, si effettuano le prove senza gli abiti da scena e quindi più liberi e comodi senza la divisa da persona ospitale a tutti i costi che magari a lungo andare ti ci senti stretto dentro. Puoi finalmente parlare la tua lingua senza doverti esprimere in italiano o in tedesco o in inglese, se ti scappa qualche espressione in dialetto la capiscono tutti. Il dubbio resta capire chi paga tutto questo “making of”, se i proventi dalla vendita di pesche a due euro e cinquanta al chilo sono sufficienti a sostenere le stagioni di fiacca o se invece, una volta spento il sole e chi l’ha spento sei tu, tutti vanno a fare i lavori che farebbero se vivessero in posti in cui per trecentosessantacinque giorni si vive allo stesso modo, le città come la mia in cui non c’è nemmeno un scorcio per passare una serata romantica a godersi un panorama o un sentiero dove respirare un po’ di aria buona. E i posti di villeggiatura, più li imbelletti in estate e più risultano osceni in inverno se la qualità dell’offerta che proponi è finta e a misura di allocco. Ma se è vero che esiste il lavoro stagionale, è impossibile condurre una vita su questo modello. Sei mesi di fasti e sei mesi di rovina, come faceva quel mio conoscente che era un bagnino e che raccontava quanto era bello la mattina con il freddo e con la pioggia sentire i rumori della gente normale che si prepara per uscire e andare a lavorare mentre lui rimaneva al calduccio sotto le coperte.  Nei luoghi di villeggiatura senza la villeggiatura non credo che sia così, almeno quello a cui mi riferisco io e in cui sono appena stato. Mi piace pensare che laggiù esista un sistema che, alla fine delle trasmissioni, si sposta altrove per riprendere a funzionare. L’isola che, mentre noi non ci siamo, si muove in blocco in un’altra parte del mondo e ricomincia tutto da capo, ogni volta, senza smettere mai.

cioccolato e orologi a cucù

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Quelli che, per motivi anagrafici, hanno provato l’esperienza di cominciare l’anno scolastico solo il primo di ottobre, gli stessi che hanno fatto l’esame di seconda elementare nel 1975 come, tra gli altri, Max Collini e il sottoscritto, si ricorderanno di settembre come di un mese estivo e di vacanza a tutti gli effetti. Magari uno di quelli meno prevedibili degli altri dal punto di vista meteorologico, almeno qui al nord e prima del cambiamento climatico protagonista degli ultimi vent’anni o giù di lì, ma che comunque rientrava nel periodo del dolce far niente, in montagna, al mare o giù in città.

E a vederla da qui, dove ogni due per tre si attenta ai ponti con sabotaggi istituzionalizzati per ridurre l’otium e incentivare il negotium, sembra un’epoca davvero di un secolo lontano, quando si poteva emulare l’epopea dei “cento giorni di Jula” perché tra baby pensionamenti o ammortizzatori sociali ad oggi impensabili, i bimbi più fortunati potevano sempre contare su qualcuno che in famiglia poteva far trascorrere loro quel lunghissimo oblio dai propri doveri da studente. Ma poi la cuccagna è finita, e da allora l’anticipo scolastico a metà settembre ha spinto i nostalgici come me a scorgere avvisaglie autunnali ovunque e a vedere la colonnina di mercurio mezza vuota, un pessimismo volto a minimizzare i privilegi sottratti nel nome di uno sviluppo economico che poi, detto fra noi, non è che si sia mai raggiunto. Per non parlare poi dell’ingresso della mia generazione nel mondo del lavoro, laddove è stato possibile, che ci ha ridotto a una manciata di giorni il meritato riposo.

A me incuriosisce come invece succede per gli altri Paesi, perché chiacchierando con i gestori del campeggio in cui ho appena terminato le mie ferie sono venuto a sapere che ora che noi italiani riportiamo i nostri pargoli nella porzione del sistema produttivo che loro compete, arrivano gli svizzeri. Già in questi ultimi scampoli di agosto l’invasione dalla Germania è stata massiccia e di italiani eravamo rimasti ben pochi. Ma settembre, non chiedetemi il motivo perché nemmeno io l’ho chiesto ai gestori del campeggio e quindi non lo so, è il mese degli svizzeri. Non ci sarebbe nulla di strano, se non che a settembre il tempo comunque peggiora, l’acqua è più fredda, le giornate sono molto più corte e la bella stagione è quasi del tutto archiviata. Così ho provato a darmi una spiegazione che vada oltre il calendario scolastico vigente in Svizzera.

Probabilmente ci sono popoli che hanno un’idea molto diversa del mare in estate dalla nostra, che comprende il tendere il più possibile a una carnagione africana in barba agli eritema e a malattie della pelle ben peggiori. Ai racchettoni e ai tuffi a bomba che spruzzano i vicini. A sfoggiare polo con il colletto all’insù e cavigliere e infradito nei borghi turistici la sera, cercando il posto dove vanno a mangiare i calciatori. Ci sono persone per le quali il mare è una parte della natura, natura che è bella con il sole e con la pioggia, con la luce e con il buio, con il solleone e con quindici gradi la mattina e l’acqua ghiacciata ma che importa, il mare della Sardegna ha colori sempre invitanti e ci si tuffa dentro anche la mattina presto.

Ed è per questo se, come in questo momento in cui sto scrivendo e piove a singhiozzo, ci sono ragazzini non italiani che giocano a volley sulla sabbia umida, adulti che passeggiano sul bagnasciuga, altri che fanno lo stesso foto o stanno al coperto perché non hanno voglia di bagnarsi ma sembrano consapevoli che anche questa sia una parte di ciò che hanno acquistato. E che probabilmente venendo qui in agosto ci sarebbero solo emozioni di un unico tipo, poco varie e forse di qualità più standard. Ieri sono comparsi i primi due camper targati croce bianca in campo rosso a godersi la loro stagione fuori stagione. Noi si torna a casa.

le stelle sono tante, milioni di milioni

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Poco più avanti c’è un villaggio turistico a numerose stelle di cui ho sentito parlare da persone del posto e da gente qui in campeggio. Ho saputo, per esempio, che un preventivo ricevuto da una famiglia di quattro persone – due adulti e due bambini – per il periodo centrale di agosto, quindi altissima stagione, ammontava a quattromila euro a settimana e questa famiglia, che di settimane ne voleva fare almeno un paio, ha ovviamente rifiutato l’offerta. Ottomila euro per due settimane. Ma anche che la suddetta struttura, che ha milleduecento posti, proprio nel periodo da quattromila euro a settimana aveva solo cinquecento ospiti, il che mi sembra più che plausibile perché, e sono testuali parole della parrucchiera del borgo vicino al campeggio in cui mi trovo, oramai in Sardegna viene solo chi se lo può permettere, è sparito il ceto medio.

Un’affermazione che mi ha fatto piacere per due motivi. Da una parte perché mi ha involontariamente categorizzato in una non ben definita aristocrazia del turismo che comprende chi ha il grano e chi, come me, non lo ha ma a furia di cercare e provare combinazioni alla fine riesce a trascorrere sulla costa più bella d’Italia le proprie ferie estive dignitosamente, senza sbracare ma comunque in condizioni assolutamente più che accettabili e a costi contenuti. Dall’altra mi ha fatto altresì piacere venire a conoscenza del fatto che la parrucchiera in questione avesse ben chiaro nella sua testa dall’acconciatura discutibile il concetto di ceto medio sfoggiando competenze non comuni su tematiche sociologiche.

Ma sono venuto anche a sapere che quel villaggio vacanze è gestito da uno o più affermati ex giocatori di calcio, tanto che qualcuno qui ha avvistato persino Martina Colombari sotto uno di quei ennemila ombrelloni di classe ma così fitti che non si capisce dove finisce una famiglia e dove inizia quella successiva, e per quattromila euro la settimana questo tipo di promiscuità non mi sembra all’altezza di tutte quelle stelle che il villaggio vanta. Voglio dire, suppongo che i clienti di quel club per Vip non gradiscano avere i figli degli altri tra le scatole mentre si godono la ressa di loro simili. Perché un conto è avere a distanza ridottissima un preadolescente con il taglio con la cresta che oggi va così di moda che gioca con il telefonino, un conto è avere Martina Colombari in costume che prende il sole. Ma non è tutto.

Chi passa lungo il bagnasciuga lì davanti durante le ore mattutine può imbattersi, oltre a qualche starlette nostrana, nella gente comune arricchita intenta in alcune attività studiate ad hoc per il divertimento strutturato degli ospiti, e non sta noi giudicare le persone che provano spensieratezza a comando e solo in determinati orari prestabiliti. Si va dall’immancabile acquagym per carampane alla celebrazione collettiva di una ricorrenza importante come il milionesimo clic su youtube del video del pulcino pio con un ballo di massa in acqua diretto dal capo villaggio in tre varianti: normale, in lingua portoghese (o sardo, non ho capito bene) e a velocità aumentata, che poi è il massimo e tutti si scompisciano dalle risate.

La morale è che strutture turistiche grandi e di un certo livello hanno momenti ludici all’altezza. Il che vale anche per il volume della musica diffusa, che alla sera, quando qui nel campeggio dei poveri vige il silenzio e i tedeschi sorseggiano la loro birra accompagnati dalle loro mogli, che a differenza del villaggio dei ricchi italiani non hanno unghie pittate e plasticate e non sfoggiano tatuaggi, qui arrivano le note del piano bar del villaggio dei ricchi a sovrastare gli spettacoli serali improvvisati e rappresentati senza nemmeno un microfono e un impianto di amplificazione.

Che poi uno si aspetta chissà che musica ascoltino, Martina Colombari, gli ex calciatori e i Vip del villaggio da quattromila euro la settimana con i loro figli dai nomi impresentabili altrove come Ludovica e Ottavia. Ieri sera si percepivano distintamente le strofe e il ritornello de “L’ora dell’amore”, il che la dice lunga sull’età di chi lo stava eseguendo e di chi stava ascoltando e magari ne ha fatto pure la gentile richiesta. Mentre di là qualcuno ballava il celebre lento dei Camaleonti poggiando le proprie guance liftate sul petto depilato di un partner occasionale, di qua io e un compagno di vacanza ricordavamo gli Zuco 103. No, così per dire.

alcuni aneddoti dalla settimana prossima

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Fate attenzione, però. C’è molta gente che poi arriva a un punto che non ne può più e passa gli ultimi giorni di vacanza anticipando quello a cui si troverà a far fronte di lì a poco, come se avesse applicato una sorta di dissolvenza stile transizione di Power Point tra due blocchi della propria vità, sporcando un po’ di qua e di là sperando che questo tipo di contaminazione – c’è un po’ di lavoro nelle ferie e e c’è un po’ delle ferie nel lavoro – porti giovamento e abbatta lo shock della fine di un qualcosa. Fate attenzione perché hanno un che di contagioso e il morbo che questi infiltrati del futuro sono in grado di trasmettere è un male contagioso e ti mette l’ansia. Cominciano a dare un’occhiata alla posta del lavoro, pensano a come risistemare tutta la roba in auto, credono sia meglio dare una riassestata ai capelli prima di ripresentarsi in ufficio e si chiedono se il barbiere di fiducia sarà già rientrato. Ma anche tutta la sfera domestica è fonte di questa deviazione nostalgica, anzi nostalgia deviante, perché puoi anche non essere uno che ha sempre la valigia in mano e/o la seconda casa in cui trascorrere i finesettimana ma alla fine durante l’inverno negli ambienti in cui abiti ci stai poco, quasi sempre con la luce accesa, molto spesso in fasi transitorie prima di buttarti a letto o di uscire per il lavoro. E questi li capisco di più, dopo due o tre settimane di assenza sentono la mancanza delle loro cose, magari hanno lasciato i gatti alla cura di amici e parenti, poi le routine a cui non pensano proprio perché sono routine e si eseguono meccanicamente ma quando non si eseguono per un po’ poi uno ci pensa, ai gesti e alle attività per allontanarsi dalle quali si paga e profumatamente. Poi metti che l’acqua è più fredda e la vita all’umido nel continuo susseguirsi di mare e docce e piedi da sciacquare inizia a stargli stretta e così questa gente che ha già attivato la procedura di reinserimento pensa che forse avrebbe fatto meglio a prevederla questa cosa che poi l’estate stufa e l’anno prossimo giurano che prenoteranno almeno tre-quattro-cinque giorni in meno perché più di così loro lontani da casa non ci sanno stare. Io di gente così ne ho anche un paio in famiglia. Una grande che rimpiange più che altro il suo materasso matrimoniale e le comodità da appartamento, l’ebbrezza di camminare senza sentire la sabbia tra le dita dei piedi e altre amenità minimali. Una piccola a cui mancano le amiche del cuore, le compagne di classe e addirittura non vede l’ora di ricominciare la scuola. Roba da pazzi, dico loro. Perché ci sarà tutto il tempo che vorranno per i piaceri dei doppi vetri, della lavastoviglie e dell’adsl. Del tempo pieno in aula e delle merende in cameretta, Diciamo così basta a questi anticipatori del dopodomani, che mesi prima di partire iniziano il conto alla rovescia e scelgono con cura le creme solari e poi, quando il soggiorno è agli sgoccioli, cominciano con i buoni propositi per la stagione a venire. Fermiamoci qui in questo istante che sa di iodio e di maestrale e impegnamoci una buona volta a scandire solo il presente momento per momento, onda dopo onda, venditore ambulante dopo venditore ambulante.

suvvia

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Io poi questa cosa delle automobili proprio non l’ho mai capita. Cioè, capisco che l’uomo abbia un enorme attaccamento innato al proprio mezzo di trasporto, e penso all’uomo e al suo cavallo, al suo asino, l’animale che gli allevia la fatica del lavoro ma soprattutto dello spostamento fisico, l’animale che gli permette di macinare chilometri senza sforzo. Perché la velocità in fondo è potere, l’idea dromocratica che controllare fisicamente posti distanti sia in qualche modo affermazione e presenza sul territorio, la condizione più prossima all’ubiquità, il sogno dell’umanità intera vecchio quanto il genere umano stesso. E chiaramente maggiore è la velocità, più elevato è il potere di sorveglianza. La visione del chi tardi arriva male alloggia, appropriarsi per primi sugli altri, chi lo sa. O comunque, se il tempo è denaro, meno ne perdi per gli spostamenti meglio è. Continua a leggere. (da Alcuni aneddoti dal mio futuro del 25/08/2011)

Disclaimer: in estate chiunque si barrica dietro un autoreply di chiuso per ferie e mette in sua vece un ologramma giusto per tenergli caldo il suo centimetro quadrato di spazio on line per il ritorno. Sapete, di questi tempi meglio non lesinare in sicurezza, i posti si fanno presto a perdere e mettere un surrogato di sé stessi può essere una strategia vincente. Così noi che apparteniamo a una sottospecie di categoria di esodati ma solo perché abbiamo preso parte come milioni di altri alle partenze molto poco intelligenti, ma allo stesso tempo non vogliamo che vi dimentichiate di noi, abbiamo pensato di pubblicare in questo periodo di vacanza qualcosa di già edito, nostro o altrui, o qualche pezzo a cui siamo particolarmente affezionati. Ciò non toglie che l’ispirazione, dai mari della Sardegna, faccia capolino di tanto in tanto.