record di velocità indoor su carta

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Chi l’avrebbe mai detto. La letteratura più in voga nel duemila ha cicli di vita rapidissimi come gli annunci in rotazione di una volta, quelli sui led rossi. Nella letteratura del duemila non è importante l’autore, colui che ha generato il pezzo di letteratura, perché essa segue un modello che può essere paragonato a quello della tradizione orale. A non so quanti anni dall’avvento della stampa ora la letteratura, quella del duemila, si è riaccaparrata della sua consistenza originaria in cui è la storia in sé il fine narrativo e non più il libro. Le storie della letteratura del duemila sono più corte di qualunque altra espressione, persino degli haiku e scorrono a fiotti lungo le pagine Facebook dei lettori. I lettori del duemila non leggono più un’unica storia raccontata lungo le centinaia di pagine di un libro, leggono simultaneamente centinaia di storie in un’unica pagina Facebook. Così se chiedi a un lettore del duemila che cosa leggi non saprà risponderti perché l’evoluzione della lettura ci ha imposto nuovi modelli comportamentali. Come cosa leggo? Leggo e basta, perché non esistono più oggetti e soggetti. Si legge e la lettura è lo stream di Facebook. Se accusate un millennial di non leggere vi risponderà che no, non è vero, lui legge eccome. La letteratura del duemila è multiforme e si articola in battute, immagini, giochi di parole, accuse, notizie false, pensieri semplici, espressione di sentimenti elementari. Non ha nemmeno delle regole sintattiche, tanto ci capiamo comunque. Gli autori siamo noi è siamo miliardi ed è per questo che la letteratura del duemila è tutt’altro che remunerativa, non c’è domanda né offerta, c’è solo la letteratura del duemila che poi è la nostra vita e il modo in cui abbiamo imparato a semplificarla.

bisogni uno punto zero nell’internet del due punto zero

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Visto che anche la Nokia è tornata sui suoi passi con la riedizione del celebre 3310 sfrutterei il momento-nostalgia con un’operazione analogamente vintage e vi dico che se fossi zuckercoso lavorerei a un social network come Facebook ma a 8 bit e non solo con una grafica adeguata tutta pixel e senza fronzoli come un Commodore 64. Allestirei un social network elementare anche dal punto di vista dei contributi dei suoi iscritti, e lo so che i contributi degli iscritti a Facebook sono già sin troppo elementari e anzi, molta di quella gente da come scrive e da come scrive le cose che scrive sembra che le elementari davvero non le abbia nemmeno frequentate, un po’ come me.

Pensavo più a un social network dei bisogni primari in cui uno scrive solo cose come ho fame, ho sonno, ho voglia di scopare, ho caldo, ho freddo, sono stanco, vorrei mettere i piedi a bagno, mi scappa la cacca, mi scappa la pipì, ho finito il dentifricio, avete un bicchiere di vino bianco per fare il risotto perché mi sono dimenticato di comprarlo all’Esselunga?, mi prude la schiena, mi gratti la schiena?, ho le dita gonfie, conoscete un orafo di fiducia per allargare una fede perché mi si sono gonfiate le dita?, ho sete, ho mal di pancia, ho mal di testa, ho mal di schiena, ho il torcicollo, ho la cervicale, mi sento fiacco, sento la primavera, sento il cambio di stagione, mi fischiano le orecchie, qualcuno mi sta pensando?, mi sono svegliato tardi, mi sono svegliato presto, non riesco a dormire, sto per uscire, sono appena uscito, sono a casa, vi sono mancato?, mi manchi, ti amo, ti voglio bene, tu sei l’unica donna per me, scendo a fare quattro passi, scendo a comprare le sigarette, scendo a comprare le sigarette ma poi non torno più, non mi sento bene, mi sento in forma, sto sudando, sto gelando, ho finito il latte, sapete come impostare le termovalvole elettroniche?, qualcuno può comprarmi il latte?, mi passate a prendere, qualcuno ha bisogno di un passaggio?, vado a letto, sto per addormentarmi, buonanotte.

[immagine presa da qui, se avete qualcosa in contrario prima di scatenare un sabba di avvocati fatemi sapere e la tolgo]

fate la carità

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Ogni volta che noto i vari intrecci delle reti di conoscenze su Facebook, ovvero il mio amico che è amico di tizio che è amico dell’altro che è amico di uno che è anche mio amico, penso “hey Facebook chissà quante volte in questi incroci di gente che si conosce si sarà parlato di me”. Persone con cui ho avuto a che fare in tempi, ambienti e persino luoghi differenti che si trovano a interagire per chissà quale ragione e il discorso capita su di me per cui uno scopre che l’altro mi conosce e dice “hey lo conosco anch’io, ho suonato con lui quando avevo 14 anni” e l’altro “che storia! era nel mio gruppo fino a quando ci siamo sciolti”. O altri due che si scambiano le esperienze trascorse con il sottoscritto del tipo “ma lo conosci? è quello degli aneddoti del futuro” e l’altro “eccome no, lavora insieme al mio amico blogger, vanno a sfondarsi al cinogiappo all-you-can-eat ogni venerdì”. Così ho postato su Facebook uno status tipo “hey amici di Facebook quanto tempo è che non ci vediamo”, sperando di intercettare qualcuna di queste conversazioni, con ex compagni di università che si confrontano con musicisti che hanno collaborato con personalità del mondo digitale che sono passati per una delle città in cui ho vissuto o ho lavorato e che scoprono tutti di avere questa cosa in comune. Bello, vero? Intersezioni di rette che proseguirebbero sino all’infinito se non intersecassero nodi che formano semirette e segmenti che portano a esperienze di cui è rimasto qualcosa e sulle quali ci si può confrontare, dialoghi che nascono e crescono e si alimentano di narrazioni provenienti da posti remoti che altrimenti si sarebbero allontanati come un universo in espansione ma che la casualità dell’Internet regolamentata dai parametri dei social network ha riportato sulle strade del reale, che può essere inteso come “sono pronto a rivedervi tutti e ripercorrere insieme gli istanti comuni propedeutici ad altri istanti comuni con altri protagonisti e che alla fine messi in sequenza generano quel grande montaggio cinematografico che è la timeline della vita”. E invece quando contemplo i vari intrecci delle reti di conoscenze su Facebook e penso “hey Facebook chissà quante volte in questi incroci di gente che si conosce si sarà parlato di me”, la risposta è no, mai, zero, nulla, un insieme vuoto, un pensiero rimasto inespresso senza nemmeno una parola o una faccina di quelle con cui si commentano le cose per carità altrui, quando non si sa cosa dire.

mio cugino è morto veramente una volta ma poi non è riuscito più a svegliarsi

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Mio cugino è morto veramente una volta ma poi non è riuscito più a svegliarsi ed è per questo che quando si è presentato per avvisarmi che questo genere di dicerie hanno un fondamento di verità non si capiva bene mentre parlava, non so se vi è capitato mai di ascoltare qualcuno che dice cose nel sonno. Mio cugino è morto veramente una volta e quando lo osservo nell’unica foto sua disponibile in formato digitale – una vecchia istantanea acquisita con lo scanner – mi fa sorridere perché è un primo piano e ha la testa piccola e una felpa bianca di qualche taglia più grande. Si vede solo il cappuccio raccolto sulle spalle intorno al collo e, visto così, sembra un astronauta con la tuta senza casco, per questo penso che lui in realtà sia andato nello spazio anziché chissà dove. La vita e la morte sono entrambe storie da fantascienza, a pensarci bene. Ci sono anche un sacco di foto in cui le persone vengono male e il caso di mio cugino astronauta non è certo l’unico. Mio cugino è morto veramente una volta ed era molto tempo prima dell’avvento di Internet ma anche delle macchine fotografiche digitali, quindi lui e il suo ricordo rimarranno per sempre nella dimensione al di qua di Windows 10. Non c’è traccia di lui da nessuna parte se non in qualche ricordo trascritto da me, proprio come questo. Oggi non possiamo sopportare un genere di oblio così crudele e secondo me faremo sempre più fatica nel tenere vivi i particolari del nostro passato analogico. Oggi quando succede una tragedia le foto di Facebook delle vittime finiscono su tutti i giornali e i loro profili restano attivi come mausolei digitali, monumenti più duraturi del bronzo almeno finché non si esaurisce la corrente. Amici e parenti postano frasi di cordoglio e jpeg a tema, soprattutto nelle ricorrenze particolari fino a quando qualcuno si decide a far qualcosa per spegnerlo. Pensate se le loro facce fossero legate a qualche campagna di digital marketing. Avete presente quando qualcuno in famiglia fa una ricerca per acquistare qualcosa e per tutto il resto della vostra vita le pagine in cui navigate restano tempestate dell’oggetto della ricerca? Per esempio, quando mia moglie vuole cambiare la rubinetteria del bagno, dopo su tutti i siti in cui navigo compaiono rubinetti come se piovesse. Ecco, se la foto di mio cugino che è morto veramente una volta ma poi non è riuscito più a svegliarsi, quella in cui a me sembra un astronauta, si trovasse in rete e provassi a cercarne le tracce, vedermelo comparire ovunque sarebbe ai limiti dell’ossessione. Ma questo non cambia la sostanza: mio cugino è morto veramente una volta ma poi non è riuscito più a svegliarsi, quindi andateci piano con questo genere di esperimenti perché non è provato che riescano in ogni occasione e nemmeno ci sono dati disponibili a dimostrare il margine di errore.

chi vi ha visto

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Anziché preoccuparci per tutte le persone che sono sui social network dovremmo farlo per chi non lascia traccia di sé. Il giochino della caccia ai compagni di classe delle elementari o delle medie, di quelli che facevano basket con noi o della prima persona con cui abbiamo limonato dovrebbe essere un segnale da non sottovalutare: la percentuale dei contatti ritrovati è infatti bassissima rispetto a quelli che restano sommersi, e l’età anagrafica è inversamente proporzionale a questo dato. Conta sicuramente il fattore per cui non tutti i cinquantenni come me si sono rincoglioniti qui sopra, ma non è una giustificazione plausibile. Possibile che di certa gente non ci sia nessuna traccia sul web? Mettere qualche dato proprio dovrebbe essere obbligatorio in questa società in cui ovunque e in qualsiasi momento devi essere rintracciabile. Potrei iniziare oggi qui e scrivere nome e cognome delle persone che sono svanite nel nulla in barba alla loro privacy, così Google inizia a mettere in moto anche la loro condanna all’eternità digitale. Chissà se si tratta di una pratica illegale o passibile di rimostranza dai diretti interessati. Proviamo? Dai, facciamo un tentativo e vediamo cosa succede. Ma no, scherzavo. Se poi la persona che cerco è morta, sai che figuraccia.

perché lo fanno?

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La cosa più sorprendente dell’Internet è che è piena zeppa di cose gratuite e in questo aspetto va individuato uno dei motivi principali del suo successo. Soprattutto noi nativi analogici, quando invece era sempre tutto un mettere mano al portafoglio per questo o per quello, abbiamo fatto dell’Internet il nostro modello di paragone con il resto dei servizi e dello scibile in genere, tant’è che andiamo sempre a vedere il prezzo nel cartellino di quello di cui abbiamo bisogno e siamo i primi a dire che in rete non comporterebbe alcun costo aggiuntivo. Vi faccio un esempio un po’ sciocco ma che è piuttosto rappresentativo. Proprio ieri leggevo una battuta di quelle che oggi si usa scrivere su immagini da condividere e che è una pratica che ancora non capisco, dal momento che scriverle in testo si fa prima e poi si può più facilmente rintracciare con i sistemi di ricerca. Ma, a parte questa polemica, la battuta diceva una cosa tipo “da qualche parte del mondo esiste la mia anima gemella che come me è già in pigiama sul divano ma che non conoscerò mai proprio perché nessuno dei due ha voglia di uscire”. Ecco, avrei voluto rispondergli che no, non è vero, perché con Internet e senza spendere una lira – a parte corrente e connessione – basta scrivere come sei e che persona vorresti al tuo fianco da qualche parte che in un battibaleno qualcuno che sta provando lo stesso contrasto interiore tra solitudine e pigrizia la trovi. Una delle piattaforme che ci consente tutto questo si chiama Facebook, è potentissima e agli utenti, che credo nel 2016 siano tantini, non costa un centesimo. Ci sono migliaia di programmatori da qualche parte nel mondo che smanettano giorno e notte per far sì che io, in pigiama sul divano, possa scrivere che ho voglia di conoscere qualcuno come me e magari migliorare la mia esistenza, pagati però da qualcuno che non sono io.

E io che sono una capra in economia non ho mai capito perché miliardi di donne e uomini sul pianeta, da qualche anno a questa parte, passano il tempo in grandi multinazionali o nella quiete della loro cameretta in un sobborgo di periferia a mantenere tutto questo ambaradan senza chiedermi il becco di un quattrino. Pensate solo a tutte le informazioni di Wikipedia, anche le più banali che sanno i bambini dell’asilo. Ogni fottutissima parola o concetto formulabile su Wikipedia ha la sua definizione scritta nero su bianco, grazie allo sforzo di gente che lo fa per diletto. Oppure c’è gente che sa suonare il pezzo dal dei tali alla perfezione così registra il video, fa un tutorial e lo carica su youtube a disposizione di chi vuole impararlo risparmiandogli i soldi di un maestro. Per non parlare poi dei soliti macro-argomenti delle serie tv, dei film e delle canzoni che si trovano in ogni anfratto del web e che hanno decretato il crollo dell’industria culturale come la conoscevamo.

La domanda che noi nativi analogici ci poniamo spesso non riguarda chi sfrutta tutte queste risorse gratuite, ma chi le mette a disposizione. Perché lo fanno? O meglio, posso capire che digitalizzare un film, condividere la ricetta dell’anatra all’arancia come solo la sappiamo fare noi, scrivere la definizione di polinomio e prodigarsi per la comunità globale con tutti gli strumenti che altrimenti non avrebbe a disposizione così facilmente dà un’enorme soddisfazione, ci fa sentire protagonisti del nostro tempo. Ma perché abbiamo consapevolmente contribuito a distruggere ciascuno con il proprio pezzo un intero sistema economico che, tutto sommato, fino al secolo scorso era piuttosto rodato e a parte certe questioni irrisolte (guerre, fame nel mondo, malattie epidemiche, buco dell’ozono e questione palestinese ecc.) faceva la sua sporca figura e funzionava benino? E sempre io, la stessa capra in economia di prima, credo che la risposta vada individuata nel fatto che oggi, al tempo di tutte le cose che abbiamo gratis grazie a Internet, ce ne sono altre che prima invece non pagavamo ma ora la musica è cambiata. Pensate alla tv, che se oggi non hai uno straccio di parabola sei condannato a vederti quella moltitudine di canali inutili sul digitale terrestre contro i tre di una volta quando bastava il canone per avere programmi e informazione di altissima qualità. O alla sanità pubblica che è sempre più cara, a tutte le componenti dello stato sociale che sono diventate privilegio dei ricchi. Noi poveracci però possiamo accontentarci delle briciole di questo nuovo modo di mandare avanti il mondo. Ci basta una connessione veloce e, almeno sul piano virtuale, possiamo usufruire di quello che vogliamo.

com’erano più belle le tragedie prima dei social network

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Vi vedo asserire nei like che mettete. Passano le cose come l’acqua di un fiume e fate cenno di si, gli date ragione, pensate che le cose stanno proprio così. Il ritmo è frenetico, o c’è il refresh automatico oppure compare il pop-up che vi avvisa che ci sono nuove notizie. Una al secondo? Almeno. Vi vedo muovere la testa su e giù e poi cliccare, ed è facile indovinare qual è stata la vostra azione. Cliccare, talvolta condividere, fare il pieno di informazioni, di foto, di video, di spari, di cadaveri, di citazioni, di Fallaci e di Terzani, di lanci, rilanci, condanne, vendette. Davvero, pensate a com’erano più belle le tragedie prima dei social network. C’era già qualche sprazzo di community del terrore in tv, le edizioni speciali del telegiornale che ti cagavi addosso solo dalla sigla che partiva all’improvviso nel bel mezzo del tuo programma preferito, l’eccezionalità in sé era il preambolo di un evento nefasto. C’era stata qualche maratona ante-litteram come quella di Vermicino ma assolutamente estemporanea. Ma per il resto c’era il quotidiano del giorno dopo. In cantina ho da qualche parte la rassegna stampa del G8, per dire, ed era solo quattordici anni fa. Pensate a come si cambia, a come abbiamo reagito all’undici settembre e quello che stiamo provando ora. Ho letto moltissimi commenti e opinioni di persone comuni come me e – penso – voi, le ho lette e in molti casi la mia reazione è stata quella di commentare con “anch’io la pensavo così da adolescente, poi sono cresciuto”. C’è stato un momento in cui stavo persino per scrivere uno status su Facebook del tipo “lasciate che la religione sia il vostro hobby e non la vostra vita”, ma per fortuna mi sono messo a ridere prima di premere il tasto definitivo e commettere l’irreparabile.

Un’ultima riflessione. Se avete letto il mio post di ieri, anche oggi tremo all’idea di essere su un palco e di assistere a un finimondo con gente che spara all’impazzata. Una volta mi è capitato di suonare in una specie di circolo bocciofila quando è scoppiata una rissa. Suonavo in una delle tante orchestre di liscio in cui ho militato, forse era l’Equipe dell’allegria, e allora se era in quel caso vestivo una vistosa camicia a fiori, e tra i tavoli in cui la gente mangiava salamelle e beveva festeggiando non so cosa si sono menati. Prima due, poi quattro, poi dieci. La scazzottata si è diffusa a macchia d’olio e ha coinvolto buona parte dei presenti. Forse il clou della rissa è stato quando è uscito uno dei cuochi dalla cucina con una sedia e ha iniziato a spaccarla in testa come nei film di Bud Spencer, e a quel punto ho temuto il peggio. Prima ho avuto paura che la rissa si protraesse fin sul palco e sulla mia strumentazione presa a nolo. Poi che da qualche punto della sala qualcuno tirasse fuori una pistola. Ci trovavamo in un paese rivierasco piuttosto malfamato e in cui una certa criminalità del sud aveva piantato le radici, messo le mani e avviato affari, insomma non era uno scenario tanto fuori luogo. Quindi abbiamo interrotto la mazurca sul più bello e il cantante/fisarmonicista ha detto al microfono una cosa tipo “dai non fate così”. Ve lo giuro, testuali parole. Forse bisognava dire così a quelli dell’Isis, magari davvero avrebbero desistito.

ero in ansia perché avevo in programma una trasferta di lavoro. A Busto Arsizio.

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Ero in ansia perché avevo in programma una trasferta di lavoro. A Busto Arsizio. “Copriti”, si è levata una voce famigliare dai commenti di risposta del mio pubblico dei socialini. Ma non era quello l’unico dei segnali premonitori. Per adeguarmi a certi trend dell’hipsteria cosmica, avevo iniziato a seguire su Instagram un paio di pornostar perché riconosciute universalmente dal panorama underground come dei must-have, sapete come funziona. Certe cose sono talmente estreme per certi stereotipi da una parte che fanno il giro e diventano moda per quelli all’opposto, è successo per Bombolo, gli 883 e persino per i reality show solo perché c’è il vizio di commentarli in diretta su Twitter. Comunque stavo affrontando il lungo viaggio di trenta minuti in direzione di Busto Arsizio e sentivo i segnali a ripetizione sullo smartcoso, quegli effetti sonori che ti possono portare dalle stelle alle stalle avvisandoti che stai avendo successo o, agli antipodi, che c’è il tuo responsabile che ti deve cazziare per qualcosa. È il bello del calderone dell’Internet, in cui vita privata e professionale fanno comunella per metterti il più possibile nella bratta, come si dice a Genova per dire nella melma. Comunque tutta questa sequenza di segnali poi ho scoperto che erano pornostar di seconda o terza categoria, quelle che altrove chiameremmo in altro modo, che dichiaravano di volermi seguire su Instagram come se il fatto che fossi un intellettuale che apprezza l’approccio di gente come Valentina Nappi o Stoya ai socialcosi venisse frainteso come un desiderio di soddisfacimento del proprio autoerotismo qualunque. Ma il problema di consultare il telefono mentre guidi è all’ordine del giorno sulle pagine di cronaca dei quotidani, gente che spippola su Facebook e poi si stampa sui veicoli in coda al casello. Bene, in quel frangente io per poco non ho centrato un carro attrezzi con targa rumena che si inseriva – pur con un senso del codice della strada arbitrario – nella coda a cui ormai mi ero assuefatto e arreso, alle porte di Milano. Un carro attrezzi rumeno che trasportava una berlina incidentata e senza targa, ma quasi certamente rumena, con tanto di autista rumeno che mi ha guardato alquanto contrariato malgrado per tutti fosse venerdì pomeriggio. Rumeni o meno (stavo per scrivere rumeni che menano) di questi tempi in macchina è meglio starsene belli schisci e umili al proprio posto, dietro il volante. Sorridere e far passare, tanto, per qualche metro di strada in più o in meno, non cambia nulla, questo a prescindere dal fatto che la presenza di pornostar su Instagram distrae mentre sei al volante.

famiglie allargate in spazi sempre meno ampi

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Ci dev’essere per forza una ragione che non riusciamo a comprendere, una cosa che supera in incommensurabilità non solo la legge fisica per cui gli aerei stanno in aria senza precipitare ma anche perché, tanto per dirne una davvero incomprensibile, presa una decisione si tratta quasi sempre di quella sbagliata. Del resto, se qualcuno di veramente intelligente ha messo nero su bianco teorie del calibro del principio di conservazione dell’individuo e prosecuzione della specie a supporto del fatto che, da sempre, ci piace sfornare prole in quantità esponenziale, chi siamo noi con i nostri algoritmi della minchia con cui al massimo programmiamo un eseguibile per rinominare in modo automatico una caterva di file per dimostrare il contrario? Volete mettervi sullo stesso piano di Darwin, tanto per dirne uno? Ah no, giusto per chiedere.

Ora il problema è che quando intendo quantità esponenziale è chiaro che, arrivati a non so quanti miliardi, qualche problema di overbooking sul pianeta ce lo dobbiamo porre per non arrivare poi, tra qualche secolo, a trovarci con il biglietto in mano pronti per vivere la nostra vita nella città di xy e trovarci il Salvini di turno che ci dice che i posti sono finiti. Andate in pace. Ma il problema di saturazione globale è ben più ampio e si manifesterà. Magari tra mille anni, ma può succedere. Qualcuno in sala ha un simulatore per darci qualche proiezione sulla popolazione mondiale nel 2915? Qualcuno ha mai pensato che questa teoria, che va tutt’ora per la maggiore, non ha tenuto conto dei limiti di spazio fisico?

E pensare che i nostri avi cagavano figli un po’ perché tutto sommato l’atto del farli è appagante, un po’ perché non c’era molto altro dal punto di vista della soddisfazione personale, e poi un po’ di forza lavoro in più tanto non guastava. Sto parlando di gente dalla vita media così corta che oggi, a quell’età, non abbiamo ottenuto nemmeno un contratto a tempo indeterminato e a malapena papy e mamy ci fanno usare la loro macchina per andare a vedere il concerto de Lo Stato Sociale. E forse è proprio questo aspetto che va a compensare la tendenza a perpetuarci all’infinito in un’area che, pur vasta, ha comunque i suoi limiti fisici anche considerando la superficie più inabitabile.

Tutto questo scarto tra la biologia che non lascia scampo – a un certo punto possiamo voler avere figli quanto vogliamo ma ci si mette di traverso la natura – e il nostro tenore di vita probabilmente arginerà la crescita demografica e arresterà brutalmente il numero di occupanti simultanei delle terre emerse. La gente oggi arriva a una certa età perfettamente realizzata grazie a tutti i surrogati che vanno a compensare gli istinti ancestrali che ci hanno portato sin alla modernità: la realtà virtuale dell’Internet al posto della vita sociale, pornografia a portata di mano che fa le veci alla vita coniugale e, soprattutto, gattini e cuccioli di Jack Russell al posto dei figli. Animali domestici in abbondanza da postare con orgoglio sul web a confermarci che sì, tutto sommato, se avessimo voluto saremmo stati davvero dei bravi genitori.

fate un respiro profondo, chiudete gli occhi e provate a crescere

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Sono più che sicuro che Voltaire intendesse tutt’altra cosa quando si è dichiarato pronto alla strenua difesa fino alla morte delle opinioni altrui. Poi magari alla fine si scopre pure che è tutta una bufala inventata da qualche malato di mitomania di Facebook, avete presente quei fanatici delle virgolette che si riempiono la home di aforismi dalla provenienza difficilmente rintracciabile. Pertini ha detto davvero quelle cose lì di cui vi gonfiate gli status? E Jim Morrison ha davvero vissuto così a lungo per pubblicare tutta un’intera letteratura di stronzate? No, non me la raccontate giusta. Inventate di sana pianta le cose avvalendovi della copertura della diffusa ignoranza e dello scarso valore che oggi in generale si attribuisce alla parola e alla responsabilità. Ci vorrebbe un ufficio stampa a difesa degli opinionisti scomparsi pronto a smentire il vostro amico delle elementari che sull’onda di un condiviso sentimento di pancia ha ottenuto una primavera di attenzioni altrui, roba che se non ci fossero i social network avrebbe continuato a contrattare i prezzi dell’alto del suo banco di mutande al mercato. Vi sarete resi conto di tutto ciò nelle trascorse giornate decisive per l’elezione del Presidente della Repubblica. Non so come dirvelo, ma il fatto che la politica vi faccia schifo, a differenza di Dan Brown o di Xfactor o dell’Inter, non ha alcun valore rappresentativo ai fini della vita sociale. Capisco che il fatto di non pagare le tasse ogni volta in cui ve ne capita l’occasione vi faccia sentire su un altro pianeta, ma allora siete pregati di prendervi tutte le vostre citazioni populiste e di portare via i coglioni da questo paese. O, per lo meno, evitate di frequentare la scuola pubblica e andate a farvi curare dai vostri stregoni olistici privati senza pesare sulla sanità nazionale. In questo squallido quadro che sono pronto a giurare non ha pari in nessun altro stato occidentale – noi italiani con la nostra ignorante astensione sociale siamo davvero la feccia dell’umanità – ognuno di noi si prenda i propri antagonisti personali da perculare all’infinito per la loro ottusità. Dividiamoci tutto questo universo di analfabeti civili e combattiamolo con le armi della ragione, senza tregua. Io mi occuperò dei musicisti o ex-tali, il mio profilo di Facebook è pieno, tra i quali i simpatizzanti di quell’underground oscurantista che va dal movimento cinque stelle in giù sono purtroppo numerosi. Non mi so spiegare questa relazione tra suonare uno strumento e tentare la carriera artistica con il grillisimo, i forconi, le scie chimiche e gli aforismi attribuiti a cazzo. Dev’essere un rigurgito di presunzione antagonista, una sorta di sentimento di anarchismo corroso dalla birra e dalle canne, la ricevuta che la vita ha presentato loro a quarant’anni suonati – è proprio il caso di dirlo – insieme al conto con un’adolescenza mai risolta.