non è un albergo

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A volte, mentre siamo a tavola e ci diamo dentro con la nostra colazione dei giorni di festa, o quando siamo felicemente immersi ognuno nelle proprie attività o passatempi preferiti. Oppure non stiamo facendo non solo nulla di tutto questo, ma proprio nulla, un nulla tendente al pisolino, semplicemente stiamo insieme perché è un giorno in cui non si lavora. Quei rari momenti in cui ci si può godere casa propria, con la luce del giorno a cui davvero non siamo abituati; anche se è inverno e fuori è nuvoloso, oppure in estate con le veneziane giù a delimitare il balcone. Sono momenti in cui mia moglie ed io ci chiediamo come fanno quelli che hanno una seconda casa, i forzati della gita del weekend e dell’andare da qualche parte. Si sa, qui non è che ci sia tutta questa scelta di posti gradevoli, fresche frasche o scorci sul mare o borghi misteriosi. Non siamo nemmeno abbastanza ricchi da poterci permettere un appartamento al mare o una cascina in collina.

Ma trascorrendo la maggior parte del tempo fuori casa durante la settimana, e considerando che la finestra tra il rientro serale e il coricarsi è quella che è ed è un susseguirsi di cose da fare, sempre le stesse, non mi vergogno a confessare che la meta preferita delle nostre gite del weekend è qui, tra le mura di casa. Cucinare con calma, godersi la lettura sul divano, le camere da letto che intravediamo sempre solo al buio del mattino, quando suona la sveglia. Per non parlare di tutto ciò che rimane in sospeso dalla settimana appena terminata, fa piacere persino dedicarsi alla cura domestica. Al diavolo i ristoranti e le merende e le scampagnate.

Quello che è più incredibile è che nostra figlia è la più casalinga di tutti. Vi assicuro che non c’è il nostro zampino: anzi, siamo sempre pronti a proporre attività, spettacoli teatrali, cose da fare all’aperto. Ma, a meno di non dover litigare o imporre il nostro volere, anche lei che, al sabato, giunge reduce da cinque giorni di scuola più lo sport e le ore al parchetto con le amiche, non c’è niente di meglio che giocare, con noi o da sola o con il vicino di casa o l’amica del cuore. Ma nella sua cameretta. Per cui ci chiudiamo abbastanza spesso qui, a esplorare angoli che magari ci siamo dimenticati, scoprire libri o riviste che non ricordavamo di avere, gli album di foto, il giradischi che va senza sosta. Poi qualche telefonata, vado a fare rifornimento d’acqua ma ci vuole nemmeno un quarto d’ora. Arriva la compagna di classe di nostra figlia, poi scendono gli amici dal quinto piano o saliamo noi da loro. A volte ci chiediamo se ci sia qualcosa di male nel non provare il minimo senso di colpa per non aver fatto niente, ma sappiamo che niente non è. Gli spazi in cui viviamo sono parte di noi stessi, ci sono le nostre impronte, l’aria che espiriamo, le nostre ombre, i nostri suoni e gli odori di cui si impregnano i tessuti. Stare in casa è fare un viaggio dentro noi stessi, misurare le nostre vite con il metodo che conosciamo meglio ma che ci viene continuamente tolto, che è il riposo.