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siamo tutti piccoli, non è il caso di preoccuparsi

Mi chiamo Allyson e malgrado il nome sono una ragazzina di origini latinoamericane che vive in Italia. Non so perché mamma e papà mia abbiano chiamato così, forse anche loro sono cresciuti con la convinzione che più il nome è altisonante e più regale e dignitoso sarà il destino della persona che lo porta. Vi ricordo per esempio il caso di Rosaspina, la bella addormentata nel bosco, che non avrebbe potuto chiamarsi Paola con tutto il rispetto per le Paole che sono in ascolto. Insomma, conoscete meglio di me la difficoltà di azzeccare i nomi giusti per i bambini. Pensate a nomi che indicano qualità di cui i vostri figli possano essere latori e troverete curiosi casi di ossimori viventi, appellativi che sottolineano la leggiadria attribuiti invece a caratteri viscidi e sgradevoli. Ma nessuno lo può sapere mai prima e l’idea che si fanno tutti è che presto avranno tra le mani un portento di discendente, quindi perché sprecare un’occasione.

Ma c’è un altro aspetto, una riflessione che facevo proprio stamattina mentre con il telefono all’orecchio cercavo la mia amica che mi stava guidando dall’altro capo della conversazione lungo il treno, verso il posto che mi stava riservando di fronte a lei. Pensavo che molte persone che vengono in Italia da altri paesi in cui c’è una massiccia quantità di loro connazionali che invece emigrano negli Stati Uniti, forse non hanno ben chiaro che qui non sono gli Stati Uniti e che quelli che hanno costruito una nuova vita là sono stati più fortunati. Voglio dire, c’è una Allyson di origine latinoamericana che in questo momento con il telefono si sta facendo guidare lungo un convoglio della Subway e che si sta recando da Brooklyn a Manhattan e che di certo è più fortunata di me che sono salita su un passante ferroviario in Bovisa. Come quelli che fanno i balletti come in quei programmi di Mtv però quelli là sono nel Queens e questi qui sono nella stazione della metro di Porta Venezia. Cioè è chiaro che ci sono afroamericani e afroitaliani oppure latinoamericani e latinoitaliani, o almeno ci saranno perché adesso quelli sono solo neologismi. Ma vivere nel mito delle gang di strada, dell’abbigliamento xxll da gangsta, dei cappellini del baseball non ci fa bene. Ci rende ancora meno aperti a qualsiasi tipo di integrazione e passeremo alla storia come quelli di serie B, a differenza dei promossi in serie A che hanno superato indenni il muro al confine con il Messico.

E posso immaginare l’espressione delle persone a fianco della mia amica che mi stava dando indicazioni e che pronunciava il mio nome in pubblico. Allyson vieni ancora avanti. Allyson sali nella terza carrozza. E qualcuno si sarà chiesto chi potesse essere questa Allyson, con il nome da serial americano, prima che comparissi difficilmente visibile tra la folla con il mio metro e cinquanta scarso di altezza, i chili abbondanti evidenti sulle ampie cosce compresse nei pantaloni slim alla moda, con il mio Galaxy a tartina rosa in una mano e il catalogo dell’Avon nell’altra, pronta a indicare alla mia compagna di classe quale matita per gli occhi avrei voluto scegliere come regalo per il mio primo ordine portato a termine. E malgrado il mio nome angloamericano, sedendomi di fronte alla mia amica che è anche mia connazionale, non ho resistito dalla voglia di intrattenermi in una conversazione in spagnolo, parlare di ragazzi nella mia lingua, cantare le canzoni che poi ascoltiamo a casa, tutti insieme, sognando un posto che, tra America del Nord e America del Sud, è sempre più indefinito ma assomiglia sempre meno a quello che vedo qui.

6 pensieri su “siamo tutti piccoli, non è il caso di preoccuparsi

  1. Aurora si chiamava la Bella addormentata. Un nome una beffa se pensi che era destinata a dormire per cento anni… ma faccio dello spirito per nascondere un po’ di commozione nel leggere il tuo pezzo.

  2. Sai che non ho mai capito, però, perché nella versione dei fratelli Grimm si chiama Rosaspina mentre altrove è Aurora. Dài che mi si bagnano le pagine del blog 🙂

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