l’asse nella manica

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Non sapevo che il sellino da bici, quello con il buco pensato per evitare problemi a chi percorre lunghe distanze con continuità, si chiamasse comunemente sella antiprostata. Ammetto l’efficacia della semplificazione del concetto, ma è una vulgata che non rende giustizia al prodotto, perché allora un anticomunista è uno che si fa da parte per evitare che un partito di sinistra possa avere dei problemi seri? Non sono un appassionato di ciclismo e, a dire la verità, non sapevo nemmeno che esistessero, ma mi è bastato vedere la bici da passeggio di una delle collaboratrici della mia scuola per capire il motivo per cui una superficie destinata ad accogliere morbidamente una seduta dovesse essere priva della sua parte centrale. Il fatto però che una sella antiprostata fosse montata su un modello da donna mi ha confuso ancora di più, ammetto però che la mia conoscenza limitata della ricerca in campo ciclistico potrebbe essere all’oscuro degli analoghi benefici sull’apparato riproduttivo ed escretore femminile. In realtà, un bidello uomo ora lo abbiamo, finalmente, e anche lui viene in bici al lavoro, ma la sua la conosco benissimo e ha il sellino tutto intero. Le sue colleghe si lamentano un po’ di come pulisce. Dicono che, in quanto uomo, non ha attenzione per i dettagli. Malgrado sia più giovane di me e anche ben piazzato, se c’è da rimettere nei cardini la porta in legno dell’auditorium che qualche buontempone delle medie ha divelto per fare uno scherzo, chiamano ancora il sottoscritto. E proprio mentre mi precipitavo a risolvere questa emergenza ho notato al piano terra la collaboratrice Nunzia, il vero boss della scuola, tutta presa dalla lettura di un tomo piuttosto corposo. La cosa mi ha sorpreso. Nunzia trascorre molto tempo seduta alla cattedra in corridoio, e quando non cerca ricette sullo smartphone si dedica all’enigmistica. Ma, fino a quel momento, non l’avevo mai vista con un libro in mano. Così, quando mi ha mostrato la copertina in risposta alla mia curiosità, ho capito quanto le storie sulla famiglia reale inglese potessero avvicinare tutti alla cultura. Completa il quadro la collaboratrice (Assun)Tina. Lei non sopporta il mio collega di sostegno perché sostiene che faccia la pipì sull’asse del water del nostro bagno e non pulisca mai. Non so come faccia a distinguere la sua pipì dalla mia o da quella del bidello che non usa il sellino antiprostata. Ho confessato però a Tina che io mi siedo come fanno le femmine, e lei mi ha guardato come se la stessi prendendo in giro.

disordinati

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La narrazione che impone che i bambini debbano restare relegati nel loro mondo di unicorni e babbi natale vede entusiasti e detrattori anche tra le fila dei pedagogisti e psicologi dell’età evolutiva più titolati, figuriamoci tra la bassa manovalanza che finanziate con le tasse affinché si badi al babysitteraggio dei vostri figli mascherato da scuola pubblica.

Qualche giorno fa, in mensa, mi si è avvicinata Cecilia. Teneva le mani giunte al petto, come si fa nelle fasi parossistiche delle funzioni sacre. Le ha aperte solo al mio cospetto, mostrando tra i palmi un tovagliolo di carta inzuppato di sangue. “Maestro”, mi ha detto con quell’espressione che sa fare solo lei, siamo in quarta, come se dovesse improvvisamente ruotare la testa di 360 gradi, vomitare a spruzzo la pasta pasticciata e parlare al contrario secondo i migliori cliché dei film horror. “Maestro, mi è caduto un dentino”.

In un istante mi è passata davanti tutta la mia vita precedente come dicono che accada in punto di morte. Ho pensato a quando sedevo ai tavoli degli amministratori delegati per definire insieme le loro strategie di comunicazione o quando intervistavo i rettori degli atenei più innovativi per farmi raccontare le sessioni di tesi di laurea in videoconferenza con le università dall’altra parte del mondo. Un istante solo, e poi sono tornato a quella conversazione surreale, io di fronte a Cecilia e al suo dentino insanguinato. “Vuoi gettarlo via o tenerlo per la fata dei dentini?”, le ho rivolto la domanda cercando di mostrarmi il più serio possibile. “No, voglio tenerlo per la fata dei dentini”, mi ha risposto Cecilia, quasi risentita del fatto che pensassi che esiste al mondo qualcuno disposto a disfarsi di una parte di sé e compiere un sacrilegio di empietà senza confronti. Un immotivato sentimento di irriconoscenza a fronte del massimo di gentilezza che, in quel momento, mi sono forzato a dimostrare.

Mi ha punto sul vivo, così stavo per ricordarle che i denti da latte sono forse l’unica cosa che si separa dal nostro corpo e poi ricresce meglio di prima, una grazia di cui però ci è concessa una sola chance. Ma poi non me la sono sentita di mettere Cecilia di fronte alla realtà dei fatti. Anzi, avrei potuto sottolineare, arriverà un giorno in cui, se perdi un dente, dovrai lavorare diversi mesi per avere i soldi per rimpiazzarlo con uno fittizio. Ah Cecilia, dimenticavo: la fatina dei denti è una balla grande come questa mensa che ti hanno raccontato i tuoi genitori perché, a loro, l’hanno raccontata i tuoi nonni dopo che anche i tuoi bisnonni avevano fatto lo stesso proprio perché, come dicevo sopra, la corrente pedagogica da sempre più in voga è quella che vuole sviluppare una scenografia di realtà aumentata intorno ai nostri figli per rimandare il più possibile in avanti lo scontro con l’amara realtà reale degli adulti.

L’episodio del dentino di Cecilia è accaduto a ridosso della Giornata della Memoria e ha riaperto in me – come accade sempre nei giorni che precedono la ricorrenza da quando faccio l’insegnante – i soliti annosi dubbi. A che età possiamo iniziare a mostrare la ricca documentazione che ci testimonia gli orrori e le nefandezze dei nazisti tedeschi e dei fascisti italiani nei confronti di civili innocenti durante la seconda guerra mondiale? I bambini – quelli che frequentano le sale immersive dei cinema con il dolby surround per seguire complicatissimi film di supereroi intrisi di violenza, effetti speciali e in cui spesso non si va tanto per il sottile nell’ostentare la morte e il dolore – possono impressionarsi se esposti alle fosse comuni traboccanti di corpi straziati nei campi di sterminio? Per tenersi alla larga da situazioni pericolose – mi viene in mente il caso della collega che ha mostrato “Love Actually” a un pubblico di quinta elementare, bambini cioè che probabilmente conoscono già, grazie ai fratelli più grandi e agli amichetti più sgamati, la varietà delle categorie di PornHub – c’è tutta una letteratura pensata da gente più esperta di me e voi per traghettare i più piccoli dagli unicorni e babbi natale agli esperimenti sui corpi degli esseri umani del dottor Mengele.

Cartoni animati e film che declassano gli orrori del secolo breve a uno sfondo sul quale si dipanano storie che, di certo, si svolgono come conseguenza ma in cui le brutture che dovrebbero essere il nocciolo della questione sono ridotte al rango di chiose. Anzi, meno di chiose. Un posto che, peraltro, sarebbe già occupato egregiamente dal “Diario di Anna Frank” se non fosse che, di questo libro, non ne è mai stato tratto un film significativo, per non parlare di una serie Netflix (che, lasciatemi dire, sarebbe un prodotto di sicuro successo). Il passo successivo, voi mi insegnate, potrebbe quindi avere come testo di riferimento “Se questo è un uomo” alla secondaria di primo grado, seguendo una scala di propedeuticità della tragedia. Un palinsesto che svecchierebbe un po’ la retorica della Giornata della Memoria riportandone il focus sul fattore centrale che racconterei così ai miei alunni: l’umanità, a un certo punto della storia, un momento nemmeno troppo distante in cui i vostri bisnonni potevano scegliere da che parte stare, è impazzita, e ci sono tutti i presupposti che accada di nuovo.

In giornate come questa, insegnare materie dell’area logico-matematica può costituire una fortuna ed esimere il docente dall’esporsi in rischiose prese di posizione. La collega di religione ha mostrato un cartone disponibile su RaiPlay (che peraltro avevo già fatto vedere io in seconda), quella di italiano si è occupata di alcune letture sul tema. Io ho preferito riportare i miei alunni con i piedi per terra e ho dato loro un’informazione incontrovertibile: la shoah non è stata una favola, la vita non è affatto bella.

Da lì ho collegato – era l’ora di musica – la storia del “Quatuor pour la fin du temps” per tornare a essere marginale all’orrore dei campi di sterminio e mettermi al riparo da eventuali genitori elettori di Fratelli d’Italia, che facendo un calcolo della percentuale considerando due persone per 19 alunni, nella mia classe dovrebbero essere almeno una dozzina. Il “Quartetto per la fine del tempo” è l’apocalisse in musica, composta da uno che aveva capito come sarebbe andata a finire a ridosso dell’apocalisse degli uomini. Ho proposto quindi l’ascolto di qualche minuto della composizione di Olivier Messiaen. Date le premesse – li avevo già traumatizzati a sufficienza con i più cruenti aneddoti su Auschwitz – non è volata una mosca. I miei bambini – come immagino i vostri – sono davvero sorprendenti. Ho chiesto poi l’impressione che ne avessero avuto e qualcuno ha colto perfettamente lo spirito del brano: un’esecuzione senza tempo (intendevano il ritmo) e, soprattutto, molto disordinata.

dove si balla

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Mio cugino Piero e io – avremmo avuto dieci o undici anni – avevamo allestito il campo del Subbuteo sul tappeto nell’ingresso della casa dei nonni e ci stavamo dando dentro con le rispettive squadre. Io le acquistavo scegliendole non certo per il prestigio sportivo quanto per la maglietta. Per questo avevo schierato la nazionale del Perù, avrei dato qualunque cosa per poter indossare quella elegante casacca bianca con la banda rossa diagonale. Quella domenica pomeriggio, però, non sapevo di aver condannato i miei mini-calciatori al sacrificio estremo. La vista di nonno Pietro, in quanto a efficienza, era scesa ai livelli del resto della sua testa. Cercando di raggiungere frettolosamente il bagno si era reso protagonista di un’invasione di campo vera e propria e buona parte delle compagini della partita si erano disintegrate sotto la suola delle sue pantofole da casa.

Ho ripensato a quel gigante e alla sua strage involontaria degna di una storiella di Jonathan Swift proprio ieri. Ero in quella che io chiamo aula di musica (un’aula normalissima ma ubicata al secondo piano con tutte le altre aule vuote in cui porto la mia classe quando c’è da fare caciara), seduto come un prof dell’Attimo Fuggente su un banco sotto la LIM, con il pc al mio fianco a mettere su Youtube i brani che i miei bambini a turno sceglievano per ballare. Non avevo notato due flaconi con nebulizzatore di disinfettante sul banco a fianco e, quando inavvertitamente li ho fatti cadere nel cestino della spazzatura sottostante, mi sono spaventato per il rumore inaspettato. I miei alunni si sono messi a ridere, vedendomi così sbigottito e quasi sgomento nel cercare di capire la dinamica di quanto successo. Sono stati loro a spiegarmi l’accaduto e non l’ho presa bene. Com’è possibile che non avessi notato i flaconi dietro di me? Eppure  è così. Invecchiare significa perdere pezzi. La mia sicurezza quando guido, mentre cammino e in svariate altre attività banali e quotidiana vacilla, per non parlare del divario tra l’elasticità e la velocità di pensiero e di intuito dei miei alunni rispetto alla mia. Mi sento pieno di dubbi e capita spesso che chieda a loro di dire e fare le cose di cui non ho certezza durante le lezioni, con la scusa di farli partecipare attivamente.

L’unica cosa che continuo a sapere di sicuro è che hanno gusti musicali davvero di merda anche quando si tratta di compilare insieme una playlist per fare quattro salti a scuola. Sto mettendo in pratica un programma che copra varie dimensioni del rapporto con il suono: dopo la musica nella testa e le emozioni che ci fa provare in relazione a quanto abbiamo intorno (un cavallo di battaglia della didattica della musica alla primaria, che poi, a conti fatti, lascia il tempo che trova); dopo la musica nelle mani con quattro sessioni di drum circle in cui ci siamo spellati palmi e dita come forsennati su tamburi anche se, così piccoli, ottenere anche un singolo istante tutti a tempo è impossibile, terminate le vacanze di Natale sono passato alla musica nella pancia e come ci fa muovere, il cui senso era – come direbbe quel trapper con gli occhiali scuri – “fottitene e balla”. Questo perché li vedo, i miei bambini, mentre ascoltiamo la loro musica di merda seduti al banco che smaniano per scatenarsi muovendo le braccia a ritmo o imitando qualche gesto dei loro beniamini.

Detto fatto. Su diciannove c’erano solo due irriducibili a far da tappezzeria, mentre tutti gli altri – maschi e femmine indistintamente – si dimenavano scomposti e forsennati ciascuno con il proprio approccio: chi voleva far ridere gli amici, chi voleva mettere a frutto il corso di hip hop, chi voleva far colpo su qualcun altro, chi si è lasciato prendere dal giusto spirito e si è lasciato andare. Io sorteggiavo il dj che, di volta in volta, proponeva una canzone. Malgrado alcune fossero assolutamente imballabili, la prima lezione non è stata per niente male. Il problema è che i bambini di oggi, lo saprete meglio di me, sono cresciuti dai genitori con la bulimia da sorpresa continua, decontestualizzata e ingiustificata. Per questo, già alla seconda lezione l’esito non è stato dei migliori. L’attenzione si è dispersa già al terzo brano, si sono formati gruppetti di alunni che parlavano o tentavano mosse per i fatti loro, è aumentato il numero di chi non se la sentiva di lanciarsi in pista, con l’aggravante che la scaletta è stata vergognosa.

Non mi ero preparato a questo colpo di scena, visto l’esito della lezione precedente, ma a scuola l’imprevedibilità è all’ordine del giorno e, se fossi un insegnante con più esperienza, dovrei saperlo bene. Così, quando la ruota del sorteggio è capitata su di me, per recuperare l’attenzione e ristabilire le good vibe dell’ambiente ho pensato di mettere qualcosa di coinvolgente, toppando miseramente. Ho scelto un bel pezzo tamarro di David Guetta e Sia di qualche anno fa, dimenticando che “di qualche anno fa”, per gente di nove e dieci anni, significa prima che nascessero e che il tasso di obsolescenza della EDM è elevatissimo. Come se non bastasse, ho confuso il pezzo. Volevo mettere “She Wolf (Falling to Pieces)” ma, nella fretta, ho messo “Titan” che è altrettanto carino ma ha molto meno pathos. Il feeling si è rotto immediatamente e, per tornare a nonno Pietro, mi sono sentito come lui quando ci metteva i suoi 45 giri di liscio nel mangiadischi per farci divertire ignorando che, dopo l’esibizione di Anna Oxa a Sanremo, niente sarebbe stato più come prima.

lapidario

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A scuola il tempo passa in fretta. Basta giungere indenni alle vacanze di Natale che, in quattro e quattr’otto, ti ritrovi a cantare “è finita la scuola” sulla melodia di “Seven Nation Army” varcando l’ingresso, anzi, l’uscita per l’ultima volta prima dei cinque mesi di vacanze estive stipendiate che spettano a noi insegnanti. La velocità della scuola si percepisce in diversi dettagli. Due ore di lezione all’insegnante durano una manciata di minuti. I bambini che giocano scalmanati in classe negli intervalli post-mensa al chiuso in inverno riducono la lunga pausa dopo mangiato al tempo impiegato per sorseggiare un caffè. Al termine delle corpose e piene giornate del lunedì e martedì, quelle che cominciano alle otto e trenta e si prolungano fino alle otto di sera a causa degli incontri di programmazione didattica con i colleghi e organizzativi con gli altri dello staff della dirigente, ci si ritrova di venerdì sera, con un bicchiere di prosecco in una mano e una tartina salmone robiola erba cipollina e pane di segale nell’altra. Il guaio è che, trascorso nemmeno un ciclo completo dalla prima alla quinta, sei già carne avariata da pensionamento. Tutta questa frenesia, che attenzione mica è colpa nostra, rende impercettibili certi dettagli come Axios che, a valle di una migrazione nel cloud, si perde chissà dove i voti e i giudizi di metà corpo docente o Marco Giulio che si scompiscia dalle risate mentre sei voltato alla LIM, pardon, verso la Touchboard a cercare di disegnare un triangolo equilatero a mani nude perché il suo vicino di banco Nicolò imita i movimenti più esilaranti del balletto di Mercoledì. Ma, con la scansione temporale che vi ho riassunto prima, nessuno sa quando sarà Mercoledì perché, ripeto, è facile che di certi giorni, a scuola, non ci si accorga nemmeno.

giustificazione

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L’autonomia è un aspetto fondativo della scuola italiana in entrambe le accezioni sia di autonomia dei singoli istituti sia libertà di insegnamento dei singoli docenti. Per questo dobbiamo andarci piano quando parliamo – a me scappa sempre – di scuola come organizzazione, nel senso di azienda, un luogo cioè in cui le individualità professionali (ciascuna con le proprie peculiarità) concorrono a una finalità comune. Sia chiaro: tutti noi lavoriamo per fornire a bambini e ragazzi la più efficace esperienza didattica possibile per consentire a chiunque, secondo una logica inclusiva, di raggiungere gli obiettivi definiti nell’offerta formativa. Il punto è che in una struttura così articolata e capillare ogni cellula fa quel che vuole, e mi riferisco a chi sta dietro alla cattedra (modello didattico, approccio alla materia, stile di insegnamento eccetera eccetera) a seconda di svariati fattori. I primi che mi vengono in mente sono: attitudine alla professione, carattere, background esperienziale, background formativo, umore, serenità interiore, buon senso, condizioni economiche, ambiente, colleghi, appagamento nella vita privata, rancore accumulato, condizioni fisiche, condizioni psicologiche, capacità di avviare, coltivare e gestire relazioni interpersonali, buon senso, curiosità, disponibilità a mettersi in gioco costantemente, flessibilità, resilienza, pazienza, carisma, attitudine al comando, attitudine a mettersi al servizio di altri, capacità di riconoscere gli ambiti operativi dei vari stakeholder, disponibilità a sottoporsi a perpetuo aggiornamento, e molto altro.

Non è raro trovare quindi qualcuno che fraintende questa complessità per una condizione in cui una volta chiusa la porta dell’aula ognuno fa quel cazzo che vuole. Da docente mi dissocio da affermazioni di questo tipo, ma per qualche minuto – giusto il tempo di giungere all’ultima riga di questo post – facciamo pure finta che sia così. D’altronde non puoi mettere d’accordo decine di migliaia di prof di italiano sul territorio nazionale – per fare un esempio – e imporre per statuto di fare questo, questo e quest’altro canto dell’Inferno anziché quello, quell’altro e quell’altro ancora. A volte non si riesce nemmeno quando ci si trova a programmare gomito a gomito un percorso comune. Come valuteresti Carletto che ha recitato a memoria “L’infinito”? È meglio usare come esempio di moltiplicazione 35×7 o 46×8? È impossibile misurare gli aspetti rarefatti che costituiscono l’essenza dei lavori che hanno a che fare con cultura, sviluppo intellettivo e altre amene caratteristiche degli esseri umani, almeno fino a quando cose come ChatGPT non si ribelleranno a chi le ha inventate e ci scaraventeranno fuori dal pianeta Terra.

Al numero uno della classifica di questi modi di sentire la scuola difficili da conciliare c’è la percezione dei compiti a casa da parte delle famiglie, soprattutto nella variante compiti delle vacanze. Io ne do pochissimi nel weekend perché i miei bambini li metto sotto durante le lezioni e preferisco che si godano il tempo libero per quello che è. Nelle vacanze invece richiedo un impegno maggiore perché, per chi è rimasto un po’ indietro, il rischio dell’effetto tabula rasa al rientro è un dato di fatto. Questo per dire che ho calcato un po’ la mano per la pausa natalizia che terminerà tra qualche ora. Poco fa il papà di uno dei miei alunni di maggior talento mi ha scritto per chiedermi “di moderare le eventuali richieste di espletamento dei compiti assegnati ai ragazzi”. Mi ha quindi ricordato che “il periodo di vacanza è pensato per lo svago, il relax e la famiglia”, aggiungendo che si aspetta che, nell’immediato rientro, “nulla venga richiesto se non una condivisione delle esperienze passate”. Ora chiedo a ChatGPT la migliore risposta da mandargli.

cocci

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Se avete figli che potrebbero essere miei alunni è bene che sappiate che una raccomandazione che noi insegnanti della primaria diamo ai bambini è di non portare da casa cose di valore, sofisticate o a cui tengono molto. Per i giochi o gli accessori scolastici non è tanto un problema di alimentare l’invidia dei compagni, quanto che è facile che qualche compagno possa danneggiare l’oggetto o, peggio, che il proprietario lo smarrisca in giardino durante l’intervallo lungo. Quindi è meglio che smartwatch, bigiotteria o regali preziosi restino sotto la responsabilità dei genitori tra le mura domestiche perché io non ne voglio sapere niente, e consolare i bambini per la separazione dal regalo rotto o perso appena ricevuto è straziante. Il rischio più grosso però è che quello che hanno portato da casa caschi giù dal banco e finisca in mille pezzi. Voi non avete idea della frequenza con cui la forza di gravità attrae in modo inappropriato cose sul pavimento delle aule delle scuole italiane. Le mie lezioni sono costellate da tonfi e altri rumori di materiale non strettamente didattico che si frantuma sulle piastrelle e il punto è proprio che la fisica è la più acerrima nemica della tecnologia. Un banalissimo temperino in metallo, uno di quelli classici con i due fori uno più grande e il secondo più piccolo, se cade fa rumore e stop. Il maestro fa una battuta, se è già il ventesimo di fila al massimo si indispone un po’. Il bambino lo raccoglie e lo ripone sul banco, pronto per precipitare giù alla successiva inadempienza del maldestro proprietario. Oggi però vanno di moda temperamatite super-accessoriati in plastica delle fogge più disparate: coccodrilli, supereroi, unicorni parlanti, turbomacchine espandibili, vere e proprie stazioni orbitanti dotate di serbatoio trasparente in cui si depositano i resti di matita durante le operazioni di ripristino della punta che, appena toccano il suolo, esplodono in mille frammenti, sporcando il pavimento e causando danni incalcolabili. Il proprietario ci resta male, tutti gli altri scoppiano a ridere, e poi tocca a me deludere il bambino. “Mi spiace ma non si può aggiustare”, oppure “io non ne sono capace, prova a chiedere alla mamma o al papà” o ancora “te lo avevo detto che era rischioso tenerlo lì”. Il punto è che più lo sviluppo di questi prodotti tende alla raffinatezza, maggiori sono i pezzi in cui l’accessorio si frantuma in caso di incidente, e le espressioni dei bambini delusi da questa dinamica e orfani del progresso sarebbero da immortalare come monito per le generazioni future.

per pochi intimi

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Sono entrato in classe alla terza ora e sono rimasto a bocca aperta. Nemmeno ai tempi più duri del Covid mi sono trovato al cospetto di una scolaresca così sguarnita. Erano in dieci su diciannove. Poi Sandy è andata a casa per pranzo, Cecilia ha vomitato dopo la mensa (in cui ha passato il tempo addosso a Jasmin, tossendole più volte in faccia e con il fazzoletto sempre in mano, pronto a tamponarsi il naso sgocciolante, segno che domani i presenti saranno ancora meno, potete starne certi), così ho fatto avvisare i nonni. Infine, come se non bastasse, Anna è uscita alle 14.30 per una visita medica. Ho deciso di fare finta che, anziché essere una classe ridotta, fossimo una famiglia numerosa. Un papà con sette figli. Ho corretto i compiti del finesettimana e poi ho detto che non c’era occasione migliore di quella per farsi avanti per tornare su argomenti poco chiari, a partire dalle divisioni con il divisore a due cifre e il metodo del numero fortunato. Terminato il lavoro, mancava poco meno di un’ora alla fine. Ho preso qualche foglio e ho proposto un bell’allenamento con il compasso, quello di disegnare le palline di natale di carta da colorare con i pennarelli e appicciare sulla silhouette dell’albero che traccerò con lo scotch di carta sulla porta verde dell’aula. Ho messo un bel disco su Spotify al pc di classe – il nuovo ellepì di Santigold – e ho visualizzato sulla LIM qualche fantasia da riprodurre. L’atmosfera era surreale, per una scuola primaria. Hanno lavorato con impegno e nella massima serenità. Alcuni muovevano la testa a tempo con il ritmo, qualcuno faceva i versi alle canzoni facendo ridere gli altri, ma nell’insieme c’era un silenzio e una calma anomala rispetto agli standard a cui siamo abituati. Io ho girellato tra i banchi, ho addirittura indossato una FFP2 perché non si sa mai, anche se ho già fatto la quarta dose per l’influenza che c’è in giro sono ancora vulnerabile. Poi mi sono messo dietro a tutti, nell’ultima fila, seduto su un banco. Qualcuno si è girato a vedere che cosa facessi. Stavo lì a giocare a fare il bambino come loro, a cercare di ricordare cosa si prova, a pensare se ci fosse qualche motivo per chiedere alla mamma, il giorno dopo, di stare a casa, tanto in classe non c’è quasi nessuno.

fenomeno di costume

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– Maestro, presto corra! C’è bisogno di lei!

La bidella Esmeralda viene da qualche parte dell’America latina e non saprei dire altro perché è un tipo di geolocalizzazione antropologica che mi riesce sempre difficile. Per me dalla California in giù sono tutti uguali. Era quasi l’ora di scendere in mensa e in classe stavamo ammazzando il tempo in attesa del nostro turno con le solite richieste di ascolto dei miei bambini. Questo per dire che è inutile che mi scervelli a tentare di ricordare quale video di musica di merda stavamo seguendo alla LIM, anche se questa è stata la mia principale preoccupazione non appena mi sono lanciato fuori dall’aula per vedere che cosa stesse succedendo. Al momento la lista delle priorità vedeva al primo posto il rischio che, concluso il brano in questione, su Youtube partisse automaticamente il pezzo correlato e che le immagini contenute fossero sconvenienti per una scolaresca della primaria. Già me li vedevo i genitori a scambiarsi lamentele contro di me sulla chat di classe perché alimento l’immaginario erotico di quei mocciosi alle soglie della pubertà. Il punto è che la richiesta di aiuto sembrava così urgente che l’ultima cosa che mi è passata per la testa è stata quella di mettere in pausa la riproduzione.

Ho chiesto a Esmeralda di badare ai miei alunni e mi sono precipitato seguendo l’istinto. Ora, non ho un ricordo lucido di ciò che è successo ma l’impressione che ho a posteriori è di essermi trovato nel mezzo di un corridoio umano di gente che invocava il mio intervento e, a dirla tutta, io correvo in quello spazio lasciato dalla folla già vestito del costume da Superman. Mi è bastato quindi seguire il percorso per giungere a destinazione, e in quella manciata di metri ho appreso dalle parole di sgomento di bambini e colleghi tutti i dettagli della missione che mi era stato chiesto di compiere. Nessun insegnante aveva versato il caffè sulla tastiera del portatile di classe. Non c’erano fogli rimasti inceppati nella stampante. Non si trattava dell’ennesima telefonata della segreteria per informarmi di qualche genitore che aveva smarrito la password. Al contrario, questa era roba grossa: Fabio della seconda A è rimasto chiuso nel bagno.

E mentre raggiungevo le bidelle – in servizio con Esmeralda – che mi attendevano all’ingresso dei servizi maschili, già pregustavo la mail che avrei mandato a valle di quell’intervento di salvataggio, indipendentemente dall’esito. L’elenco delle richieste di manutenzione inevase dal Comune ha raggiunto le due cartelle di Word, anzi, di Google Documenti. Oltre ai neon da sostituire e le protezioni dei termosifoni che vanno in pezzi ci sono anche diverse porte difettose, tra cui quella che probabilmente Fabio della seconda A non riesce più ad aprire dall’interno.

Intorno al bagno bloccato c’era già un capannello di curiosi, forse anche i giornalisti e gli inviati della RAI. Le avevano già provate tutte, ma per scrupolo ho tentato come prima cosa anche io con la forza, invano. L’intuizione è arrivata però in modo così tempestivo che, ancora oggi, non me ne capacito, di solito trovo sempre la soluzione sbagliata ma fuori tempo massimo. Ho percorso il corridoio a ritroso verso lo sgabuzzino delle bidelle per recuperare la scala in alluminio, fedele compagna di mille interventi alle lampade delle LIM e al router che più in alto di così non poteva essere posizionato, che ho calato dall’alto nel bagno dando istruzioni a Fabio della seconda A di metterla a terra in modo corretto evitando che scivolasse nel buco della turca.

Quando il bambino è salito, l’ho guidato a sedersi sul muretto che separa il bagno da quello ha fianco, ho riportato la scala dalla mia parte, sono tornato in quota, l’ho aiutato a scavalcare la porta e ho assicurato che fosse con i piedi ben in sicurezza sulla scala dalla mia parte per accompagnarlo a terra. Nel mentre, le bidelle che assistevano all’operazione lo hanno tranquillizzato in tutti modi anche se non ce n’era bisogno perché Fabio della seconda A non si è minimamente scomposto.

Anzi, forse quello da rincuorare ero io perché, proprio nella fase conclusiva del salvataggio, mi sono risvegliato dalla trance in cui ero piombato al momento in cui Esmeralda si era rivolta a me in classe. Fabio della seconda A scendeva con cautela da un gradino a quello inferiore e io pensavo a perché mi trovassi lì, a cosa era successo, al perché indossassi quella stupida tuta blu attillata con una esse sul petto.

apparizione

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Sollevai gli occhi dal libro avvertendo un presagio, e mossi lo sguardo verso la porta che si spalancò in perfetto tempismo un istante dopo. La sua figura si delineò in controluce sulla soglia e tutti tacemmo. Giravano diverse leggende su di lui. Dicevano che bastasse il suo avvicinarsi e tutto tornava in vita, altri giuravano di aver assistito a veri e propri miracoli, solo con un suo tocco. Si sapeva quanto fosse sfuggente anche se bastava invocarlo e si manifestava dove c’era bisogno. Il suo compito era proprio quello: essere presente sempre, ovunque e simultaneamente, anche se era uno solo, anche se era solo lui. Si mosse, e in pochi passi raggiunse la postazione. Il silenzio era totale così, quando si sporse leggermente in avanti, si sentì distintamente il rumore dei tasti. Control, alt, canc, invio. Il pc di classe si riavviò, la LIM si riaccese, la lezione della maestra era salva, e l’animatore digitale svanì nel nulla, proprio come era apparso.

arriva la bomba

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Ordine scolastico che vai, puzza che trovi. Nelle classi medio alte della secondaria le ragazze ci danno già dentro con i profumi da profumeria, cosa che manda fuori di testa non pochi compagni di classe, e si gioca un campionato a sé. Nel biennio dicono si stabilizzi l’odore degli ormoni, lo stesso che alla secondaria di primo grado impesta le aule insieme alla puzza di piedi e agli effluvi dei post-bambini la cui igiene non è ancora delle più accurate, con picchi da paura dopo le ore di motoria in quelle scuole all’antica in cui non è prevista la doccia a coronamento delle attività sportive. Le finestre restavano spalancate anche con temperature sotto allo zero già in tempi non sospetti, molto prima che qualcuno in Cina decidesse di mordere senza ritorno un pipistrello e l’aerazione della classe si prefigurasse come una procedura obbligatoria.

Alla primaria, al netto di qualche studente precoce, che è molto più frequentemente una studentessa precoce, il monopolio è ancora di tutte quelle creme da bambini che, a noi romanticoni, ci inducono alla malinconia di quando i nostri figli erano in quella fascia evolutiva. Unguenti, balsami protettivi contro questa o quella allergia, ammorbidenti scaccia-pidocchi per i capelli più ingrovigliati, prime essenze dalle fragranze naturali volte all’affermazione della femminilità in erba. Un paradiso olfattivo per un tripudio dei sensi, almeno fino a quando qualcuno tira la bomba.

Alla primaria tirare le bombe in classe è ancora ammesso. La bomba alla primaria è un fenomeno che si può manifestare per svariati fattori e, a differenza degli studenti più grandi, nessuno lo fa per mettersi in mostra. Dare aria al corpo è considerato ancora un atto liberatorio che, a differenza degli stimoli che portano alla produzione di materia solida o liquida, non comporta l’impiego di un ambiente dedicato. Già in terza si studia lo stato aeriforme che non ha colore né forma, quindi i colpevoli non sono da biasimare, soprattutto perché è molto frequente che la causa sia un disagio fisico, il preludio a qualcosa di grave o di più impegnativo. E poi non tutti ancora si sanno controllare come gli adulti, almeno questa è la lezione che ho imparato perché, da me, ogni tanto capita. Qualcuno tira la bomba e nessuno dice niente, come se quell’atmosfera letale fosse la normalità.

Ma la scuola, almeno la mia, è esposta al rischio di un ordigno ancora più devastante, micidiale il doppio di quella bomba lì. Ho un’alunna che va a casa a pranzare tutti i giorni e, al rientro, bastano pochi minuti che l’aula si saturi di miasmi di aglio misto a odore di fritto. Io non so quale sia la dieta che seguono tra le mura domestiche, e che praticano con così meticolosità da osservarne le linee guida ogni giorno, almeno in quei tre in cui sono di servizio io in mensa e, al rientro, vengo accolto da tutta la tradizione gastronomica della sua famiglia che sublima nell’ambiente didattico, l’anima di un popolo che fuoriesce attraverso i respiri dei suoi rampolli. Le ore pomeridiane ormai hanno un marchio di fabbrica che si riversa tra i banchi e i libri e la LIM, i lavori di gruppo, le tecniche di flipped classroom, la pedagogia di ultima generazione. Una forza invisibile che si deposita su tutte le superfici reali e virtuali ma di cui, e non smetterò mai di sorprendermi, nessuno dei compagni si accorge. Anni di frequentazione dei fast food e di tutto quello schifo che resta appiccicato ai vestiti probabilmente hanno incartapecorito le loro superfici olfattive, o magari stare alla larga dagli olezzi sconvenienti – indipendentemente da quale bomba si tratti – non costituisce ancora una convenzione sociale da rispettare. Ci vivono in mezzo ancora con naturalezza come piccole bestiole per le quali gli odori corporei più forti altrui rimandano in modo innato alla sicurezza del branco. Una sorta di protezione animale, un tratto utile a far fuggire a gambe levate i più feroci predatori. Da questo punto di vista, anzi di odorato, non sono pochi i colleghi che rimpiangono la FFP2 obbligatoria.