ammazzacaffè

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Un po’ lo capisco il mio collega Fausto che si impone di trascorrere l’intervallo lungo – quello successivo alla mensa – in classe con i bambini seduti. Uscire in giardino simultaneamente insieme ad altre venti classi restituisce un’esperienza infernale, anzi talmente infernale che io l’inferno me lo immagino proprio così: un’ora intera in piedi sotto il sole con centinaia di bambini da sorvegliare, a pancia piena (tutti) e quindi con una scorta di energie in grado di sovvertire qualunque ordine precostituito (i bambini).

Se leggete tra le righe, comprenderete immediatamente che i rischi sono molteplici. A pancia piena significa che dopo qualche minuto si tolgono la felpa e si mettono in maglietta quindi possono prendere freddo se fa freddo mentre, quando fa caldo, sudano come dei maiali, condizione che mieterà vittime tra i soggetti più fragili al rientro in aula. Simultaneamente insieme ad altre venti classi vuol dire invece che, trascorsa una manciata di secondi, scatta il fuggi fuggi generale e si perdono di vista i propri alunni rendendo impossibile ogni velleità di supervisione. Vi sfido a riconoscere i vostri: sono tutti uguali, vestono tutti allo stesso modo, hanno tutti lo stesso taglio di capelli e, in velocità, è difficilissimo distinguerli.

La scorta di energie, infine, accumulata a pranzo, aumenta esponenzialmente il loro superpotere di incolumità. Il punto però è che i bambini di oggi, cresciuti negli ambienti virtuali, non sono capaci di giocare senza farsi male. I videogiochi e la realtà distorta in cui sono abituati a muoversi durante le attività digitali sfalsa l’idea di fisicità e la percezione del loro corpo nei confronti dell’ambiente circostante. In più, nonostante gli sport praticati, corrono goffamente senza guardare, si scontrano tra di loro allo stesso modo in cui lasciano che le loro proiezioni sullo schermo attraversino qualsiasi ostacolo composto da pixel, si inciampano e cadono inconsapevoli della materia di cui sono costituite le loro membra, il suolo e la natura, a partire dagli alberi.

Il collega Fausto ha raggiunto un record sorprendente di denunce di infortuni depositati in segreteria. Io sono un po’ meno fiscale perché tendo a minimizzare gli incidenti ma so che, prima o poi, la pagherò cara. Anni fa ho avuto una collega giovane che accompagnava i suoi fuori e poi si metteva gli auricolari per ascoltare musica per staccare del tutto, come se un docente in servizio potesse considerarsi in pausa tanto quanto i propri alunni. Un’altra alle prime armi invece non pensava che, durante l’intervallo fuori dalla scuola, ai maestri fosse vietato fumare. Non vi nascondo che non dispiacerebbe nemmeno a me, se il mio lavoro davvero fosse così. Quest’anno mi sono organizzato con un termos Bialetti che, nei giorni in cui tocca a me la mensa, riempio con una caffettiera intera di caffè la mattina e svuoto interamente dopo la frutta, con immenso piacere. Potete immaginare quanto un momento di relax, specialmente nella bella stagione, sia in grado di permettere agli insegnanti il raggiungimento di una condizione di perfezione.

buon compleanno

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La settimana è appena cominciata e già alle dieci sento bussare alla porta, un nefasto presagio di guai. È Daria, la mia collaboratrice prefe. Mi fa un cenno complice e muto con la testa invitandomi a uscire dalla classe, ha un’espressione seria, dev’essere una cosa importante, di quelle da comunicare sottovoce di nascosto dai bambini. Oggi è il compleanno di Rebecca e se non le abbiamo ancora cantato tutti insieme la canzone che merita è perché c’è l’ora di inglese con l’insegnante madrelingua e non voglio sottrarre tempo all’eccezionalità della lezione, voglio sfruttare al massimo l’opportunità di imparare al meglio la lingua che è stata offerta ai miei alunni. La intoneremo in coro al termine dell’ora, come al solito facendo scegliere la lingua alla festeggiata: italiano (tutti), inglese (tutti), spagnolo (chi conosce le parole), cinese (solo Mickey), rumeno (solo Giorgio), francese (solo Julia). Daria mi deve parlare proprio di questo: qui fuori c’è la mamma di Rebecca che vorrebbe farle gli auguri di persona perché alla festa di stasera non potrà partecipare.

La situazione familiare di Rebecca è più che complicata e non è facile ricomporla qui anche perché non siamo stati messi al corrente di tutti i dettagli. Quello che so è che la madre – poco più che una ragazzina – abita e lavora in un’altra città, il padre (l’ho visto una sola volta e sembra una comparsa di Gomorra) è allontanato dalla compagna – Rebecca sostiene a parole sue che la trattava male – ma può incontrare la figlia. Questi presupposti impongono a Rebecca e alla sorella che fa quarta di vivere in campo neutro, in paese a pochi passi dalla scuola con la nonna materna (che si occupa di tutto) e una zia – la sorella maggiore della mamma – che peraltro è stata mia alunna un paio di cicli fa. Una volta, non ricordo quale fosse l’argomento, Rebecca ha alzato la mano per far sapere a me e ai suoi compagni che lei una famiglia non ce l’ha più. La mamma partecipa ai colloqui con noi esclusivamente via Meet e spesso in tenuta da lavoro, con un camice e una cuffia monouso. All’ingresso, stamattina, Rebecca mi ha confidato che festeggerà in serata solo con i nonni e i cugini, e questo è tutto.

Non potremmo lasciare entrare i genitori durante l’orario scolastico – la scuola su questo punto è intransigente, probabilmente un genitore in aula dopo la campanella delle otto e mezza genera una reazione come quando si scontrano materia e antimateria, dev’essere per quello – ma Daria ha deciso di fare un’eccezione – è a conoscenza della questione – e con me sfonda porte aperte. Chiedo un minuto alla collega di sostegno, invito Rebecca a uscire dall’aula e la rassicuro sul fatto che c’è una sorpresa che l’aspetta. La bimba scorge immediatamente la mamma che si è messa in ginocchio (siamo in seconda e per di più Rebecca è nanissima) per stringerla offrendo la maggiore area di contatto possibile. Le corre incontro e le si abbarbica con le braccia al collo.

Daria ed io ci guardiamo inevitabilmente commossi e ci allontaniamo per offrire un po’ di intimità in quell’ingresso asettico di un edificio scolastico anni sessanta, già inadeguato alle urgenze e ai trend pedagogici della contemporaneità come innumerevoli analoghe strutture di edilizia scolastica dislocate in tutta Italia, figuriamoci alle tragedie di quell’entità. Pochi passi dietro alla mamma c’è un ragazzone, probabilmente il suo attuale compagno, che reclama altrettanto affetto, partecipa alla posa laocoontica ma poi si mette saggiamente da parte anche lui.

Madre e figlia stanno ancora incollate qualche secondo tra i singhiozzi a sussurrarsi delle cose. Poi la mamma estrae dalla borsa un contenitore in plastica a sfera color oro che si rivelerà, poco dopo durante l’intervallo, pieno zeppo di Lego e catalizzatore di attenzioni collettive. Il tempo sta per scadere, non siamo certo noi operatori della scuola ad accelerare il distacco tra le due, ma la mamma è consapevole dell’anomalia dell’evento, e Rebecca, che già piangeva perché non potrà trascorrere quella giornata speciale con lei, ora cerca goffamente di trattenere la disperazione, come se volesse proteggere la madre da un ulteriore disagio.

Riaccompagno la bambina in classe, tenendola per mano. Rebecca raccatta un foglio di scottex per tamponarsi le lacrime, ma prima di varcare la soglia mi viene da stringerla anche io anche se so che non è mica la stessa cosa. Che diritto ho di impicciarmi nei sentimenti degli altri? Però mi chiedo se la mamma non avrebbe potuto festeggiare il compleanno ieri, che era domenica, o liberarsi o chiedere un cambio turno per la festicciola di stasera, o organizzare qualcosa di speciale il prossimo weekend, o evitare quello che non ho capito se sia uno strazio, una scena didascalica di un film sulla scuola che vedremo presto su qualche piattaforma a pagamento, o forse un modo per amarsi che non conosco.

body percussion

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Questa volta non ce l’ho fatta. La mia proposta di corso pomeridiano di musica extra curriculare per la secondaria di primo grado da tenersi nel secondo quadrimestre è stata surclassata dal progetto presentato dal collega di musica della secondaria per manifesta inferiorità di titoli. Una sconfitta, la mia, che non fa una grinza. Il collega di musica della secondaria ha studiato musica e ha preso una laurea per insegnarla alla secondaria – ha, appunto, i titoli per farlo. Io, purtroppo, no.

La mia proposta si intitolava SOUND AND VISION (ciao David, manchi moltissimo anche nel 2026) e l’ho descritta così:

Alla scoperta dell’universo sonoro Un viaggio senza pregiudizi nella storia della musica degli ultimi 60 anni e nella quotidianità dei ragazzi per comprendere al meglio quello che ascoltiamo oggi, la società in cui viviamo e, inevitabilmente, noi stessi. Ogni incontro avrà l’obiettivo di approfondire la conoscenza della musica degli studenti (ma anche del docente) e individuare i punti in comune tra gli ascolti guidati dall’esperto e quelli proposti dai partecipanti, attraverso il confronto e la condivisione delle emozioni suscitate dai brani presi in esame. Il risultato sarà una playlist intergenerazionale, libera, trasversale e permeata dalla stessa passione che, dal jazz al rock al pop fino alla trap, da sempre esprime il valore identificativo e evocativo della musica per i giovani e gli ex-giovani, indipendentemente dalle condizioni storiche, sociali e culturali e dai diversi momenti in cui si è diffusa.

Questa la STRUTTURA DEL CORSO:

15 lezioni da 2 ore
Ogni lezione sarà divisa in due parti: la prima comprenderà la presentazione dell’argomento e le riflessioni sui brani previsti dal programma, la seconda l’ascolto di uno o più brani scelti dagli studenti e rappresentativi per chi li propone (due/tre studenti a lezione, a seconda del numero degli iscritti).

Questo il PROGRAMMA degli incontri:

1. Dal Jazz in poi: la storia della Black Music
2. 70 anni di rock e ribellione
3. Punk vs Heavy Metal: la battaglia delle chitarre elettriche
4. Avere una band: la musica dietro le quinte
5. Grunge e Trip-Hop, le anime opposte degli anni ‘90
6. Rap e Trap, potere alla parola
7. Supporti e dematerializzazione: dal fonografo a Spotify
8. Pop e tormentoni, la musica che gira intorno
9. Disco Music e Techno, anime sul dancefloor
10. Monografie: The Dark Side of The Moon dei Pink Floyd e OK Computer dei Radiohead
11. Indie Rock, c’è vita fuori dai circuiti mainstream
12. I cantautori italiani, uno stile tutto nostro
13. Beatles/Stones, Duran/Spandau, Oasis/Blur: i dualismi delle British Invasion
14. Sanremo, X-Factor, Amici: la musica in Italia, tra tv e social
15. World Music, nuovi suoni dal mondo

Il progetto vincitore si intitola invece MUSICA… CHE PASSIONE! e consiste in un

laboratorio per un percorso creativo e coinvolgente dedicato al ritmo, al movimento e ai suoni. Attraverso la body percussion,  verrà utilizzato il corpo come strumento musicale per sviluppare coordinazione, ascolto e lavoro di gruppo. Non servono conoscenze musicali: bastano curiosità e voglia di mettersi in gioco. Nella parte finale del corso verranno utilizzati anche strumenti e sarà registrata la musica creata, vivendo l’esperienza di una vera produzione musicale. Un’occasione per divertirsi, esprimersi e scoprire il ritmo che è in ognuno di noi.

Vabbè, pazienza, questa volta mi accontenterò di fare il tutor, ma magari questi spunti possono essere utili a qualcun altro.

un click per la scuola

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La collega che alcuni chiamano Mary Poppins un po’ per i suoi outfit da lavoro, un po’ per la sua acconciatura vintage e un po’ per via della postura che assume al cospetto dei bambini, nel corso dell’ultimo collegio docenti si è addirittura alzata in piedi per accompagnare, con la prossemica, un accorato intervento verbale contro le mode pedagogiche che, a detta sua, sono la rovina della scuola.

Ci pensavo ieri sera mentre seguivo con attenzione il servizio di Report dedicato ai sistemi di controllo della produzione adottati da Amazon e mi è sembrato naturale mettere a confronto due ambienti lavorativi così agli antipodi tra di loro come le aziende pubbliche e quelle private, con l’aggravante dei modelli turbocapitalisti statunitensi. La scuola italiana è un’organizzazione composta da circa un milione e mezzo di dipendenti ed è una cosa meravigliosa che il personale abbia lo spazio e il tempo in cui condividere dal vivo non solo l’attività quotidiana ma anche le posizioni ideologiche sui massimi sistemi nonostante il contesto, un’assemblea tra colleghi – prevista dal contratto – pensata per la discussione e l’approvazione di istanze (decisamente pratiche) inerenti la – definiamola così – propria filiale e per la presa d’atto di delibere distanti quanto un istituto comprensivo di periferia è lontano dall’ufficio del suo CEO, che da noi si chiama ministro dell’istruzione e del merito.

L’inchiesta andata in onda denunciava, oltre al sofisticato sistema di videosorveglianza attivo all’interno degli stabilimenti, la strategia di tracciamento dell’operatività dei lavoratori grazie a un sistema basato sui videogiochi che, attraverso la digitalizzazione dei dati di rendimento, traspone in un community game il percorso di raggiungimento degli obiettivi della giornata lavorativa con punteggi e missioni portate a termine. Un modo per edulcorare la fatica dei turni di servizio con un’ambientazione ludica ma dalle conseguenze pericolosamente inquietanti, a partire dall’incremento del tasso di competitività tra le squadre – divide et impera, credo si dica così – fino alla vera e propria ludopatia, con casi in cui gli addetti cercano di dare il massimo tra scaffali e nastri trasportatori per superare i livelli del gioco e contribuire alla vittoria finale del proprio team rinunciando a pause, pasti, sigarette e sortite in bagno.

Come funzionano le cose di là e di qua, lo sappiamo tutti. Un malumore provato dai dipendenti di una multinazionale tendenzialmente si risolve con una lettera di licenziamento, nel migliore dei casi ripreso da iniziative di denuncia come il Gabibbo o Report. Oppure passa attraverso le organizzazioni sindacali ma, in ultima battuta, si conclude ancora con il licenziamento, talvolta accompagnato da efficaci pratiche di persuasione alle dimissioni. Un malumore provato dal personale della scuola pubblica si risolve con discussioni locali in attesa delle linee politiche della successiva legislatura, che non è detto avrà la capacità e la volontà di risolvere ma, com’è più probabile che sia, sostituirà con altre direttive in grado di provocare malumori di natura diversa, ma con un’analoga urgenza di discussioni locali e così via, con una ricorsività in grado di riproporsi fino alla fine del tempo.

Prima di fare l’insegnante lavoravo in un’agenzia di marketing al servizio di multinazionali dell’ICT e già dieci/quindici anni fa sono stato testimone (e talvolta complice) di programmi interni dei nostri clienti pensati per aumentare la produttività imbellettati dalle campagne di Diversity&Inclusion e dalle iniziative di tutela del benessere dei dipendenti che invece erano oggetto di comunicazione urbi et orbi. Nella scuola italiana al contrario non esiste nulla, ma proprio nulla, in grado di favorire e di premiare chi prova a mettere qualcosa in più di sé nelle cose che fa, quello che nel privato fanno a gara a intercettare per mettere al servizio del business. Il mio collega specialista di motoria ha lanciato l’idea di organizzare gare sportive con rappresentative dei docenti dei vari ordini (infanzia, primaria e secondaria) in ottica team building ma – e mi tocca dire per fortuna – la sua proposta – un po’ fantozziana, a mio parere – ricevuta sulla mailing list degli insegnanti non ha avuto alcun seguito.

Ho pensato così a quale possa essere un modo per quantificare la nostra bravura, ma prima mi sono detto che occorra intanto definire il concetto di bravura, nella scuola, e poi considerare quanto nella scuola, con il suo milione e mezzo di dipendenti, ci sia la necessità di quantificarla. I nostri clienti (i cittadini) si accontentano di iniziative come Eduscopio, dei dibattiti tra le fazioni sui social – quelle più organizzate come i vari gessetti e youeduaction e i battitori liberi come i Corsini, i D’Ambrosio e i Raimo – e delle voci di corridoio, che nelle comunità più piccole, come quella della scuola in cui lavoro io, hanno ancora una decisiva voce in capitolo. Agli open day succede ancora di dover rispondere a domande dei genitori sulla qualità della didattica, come se si trattasse di un valore da esprimere con gli stessi giudizi con cui noi cerchiamo di rendere un’idea della qualità dei loro figli.

Un milione e mezzo di persone è una moltitudine incommensurabile, che sarebbe impossibile da raggiungere nemmeno con una house organ interna, per non parlare di kick off e di eventi plenari di fine anno in cui si premiano i dipendenti che hanno raggiunto gli obiettivi. Una delle multinazionali americane per cui prestavo la mia opera di copywriter – la più grande di tutte – per dieci giorni in agosto si prendeva un intero sobborgo della Silicon Valley e offriva congressi e spettacoli a tutti i Sales Manager del mondo. Una volta ha pagato persino i Bon Jovi per un concerto a porte chiuse, tutto per loro. Ve la immaginate una cosa così per noi docenti?

vinavil

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La mia relazione complicata con la colla vinilica è la prova tangibile e appiccicosa che la colpa non è solo mia. Il cosiddetto lavoretto di natale che abbiamo preparato a dicembre della prima del ciclo scorso – erano le vacanze del 2019 – prevedeva la costruzione di palle ornamentali fatte di spago seguendo una procedura standard in cui si chiedeva ai bambini di:

  • gonfiare un palloncino quanto basta
  • cospargerlo completamente di colla
  • avvolgerlo fitto con lo spago secondo una trama tale da consentire la stabilità della struttura in autonomia
  • lasciar asciugare il manufatto, in modo che lo spago bagnato di colla si indurisse completamente
  • scoppiare il palloncino dopo un paio di giorni
  • rimuoverne gli eventuali residui dalla corda resa rigida
  • confezionare il manufatto in una busta natalizia corredata da biglietto realizzato con la collaborazione delle colleghe di religione e alternativa
  • godersi in classe, prima, e in famiglia, poi, il prodigio completato.

Ma, se lavorate con i bambini, sarete consapevoli di quanto siano imprevedibili e dell’inutilità di stabilire una qualunque procedura. Ecco infatti solo alcune delle varianti all’algoritmo testé provveduto di cui sono stato testimone, al netto della propedeuticità sequenziali dei suoi passaggi che, laddove non rispettata, ha inficiato oltremodo l’esito dell’attività in risultati che è persino superfluo riportare. Nei casi in cui è stato possibile giungere a compimento è successo che:

  • Fatima, forte di una capacità polmonare da vetraia di Murano, è partita da una base grande quanto un pallone da basket mentre Marco, al contrario, potrei sbagliarmi ma non mi pare sia andato oltre il diametro di una clementina rinsecchita
  • la combo tra superficie in plastica e consistenza della colla vinilica ha limitato fortemente la maneggevolezza del palloncino, definendo una impietosa ulteriore soglia di ingresso per un lavoro svolto in modo accettabile. I palloncini erano sempre per terra, durante la preparazione, e i bambini e gli insegnanti e rispettivi abiti ricoperti di Vinavil
  • in conseguenza di ciò, solo in un paio di casi – bambini di cui ho invidiato moltissimo l’oggettiva superiorità nei lavori manuali, un livello che a quell’età per me sarebbe stato da fantascienza ma anche ora – sono riusciti a ricoprire l’anima con una rete di spago dalle maglie credibili. In tutti gli altri, a partire dal mio che avrebbe invece dovuto rappresentare un modello autorevole da seguire, si potevano individuare facilmente in spirali e strutture reticolari decisamente aleatorie i segni del fallimento del lavoro proposto, al cospetto del quale sarebbe stato più dignitoso arrendersi al primo flacone di colla stappato
  • il calore tropicale diffuso nella scuola in cui insegno – un paradosso rispetto ai numerosi progetti di educazione ambientale e risparmio energetico che si perpetuano in ogni classe di anno in anno – ha alterato irrimediabilmente i valori della pressione all’interno dei palloncini. Già poche ore dopo mostravano palesi segni di sgonfiamento, e lo spago, ancora bagnato, ne ha ripercorso pedissequamente le fasi di progressivo e irrimediabile afflosciamento
  • è risultato impossibile scoppiare i palloncini oramai esausti, che poi era il momento più atteso dell’attività. Nonostante tik tok e tutte le minchiate che seguono i bambini, il primato del rumore da botti e esposioni mantiene inalterata la sua posizione in vetta sopra a qualunque tipologia di divertimento infantile. L’eccitazione per il tanto atteso impiego della punta del compasso è scemata di fronte ai fatti e ha lasciato il posto a una deludente operazione con un paio di meno scenografiche – e completamente sorde – forbici da ritaglio
  • il prudentissimo eccesso di colla spalmata sul palloncino ha reso complicatissima la rimozione della gomma che ha aderito allo spago. Molti residui sono stati lasciati ben saldi dove non si lasciavano staccare, per una più che esplicita metafora di hangover da party finito male
  • il posizionamento di una sfera – che poi di sfere non ce n’era nemmeno una, semmai forme riconducibili a uova e patate – in una busta di nylon rettangolare è stata la definitiva resa alle più comuni leggi della fisica. L’occhio cinico da adulti dei genitori avrà avvicinato l’attività dei figli a un qualsiasi sacco della spazzatura chiuso in cima da un laccetto colorato, pronto per la raccolta del secco
  • ma la disillusione da aspettative vs realtà si percepiva ingombrante anche tra i miei alunni, per non parlare di come mi sia sentito io, una volta pinzato il biglietto sul risultato del lavoretto di tutti loro e ammesso la mia incompatibilità con il ruolo ricoperto.

Addirittura si dice che questa attività sia stata così tanto devastante da contribuire di lì a poco alla diffusione di una provvidenziale pandemia globale in grado di spazzare via tutto quel sapere che, in quell’aula, si era nutrito dell’esperienza sul campo. L’anno successivo, con i bambini in mascherina, un lavoretto comprensivo di cose in cui soffiare sarebbe stato quanto meno fuori luogo. Meglio un biglietto, un disegno, al massimo qualcosa da costruire con la carta ma se mi parlate di Vinavil, vi prego, sono a posto così.

la tela del ragno

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I genitori di Penelope hanno una densità di tatuaggi per superficie di epidermide che ha del soprannaturale e non oso pensare a come siano conciate le parti del corpo interdette ai non componenti della famiglia, a partire dagli insegnanti della figlia. Anzi, un’idea me la sono fatta ma solo perché al colloquio di giugno, al termine dello scorso anno scolastico, complice il caldo fuori e la canicola che si percepiva nelle aule prive di aria condizionata, la mamma si è presentata in canotta sfoggiando un vistoso murales colorato sul petto con tanto di claim che andava da spalla a spalla.

Penelope è figlia unica e, in prima, capitava spesso che al momento dell’ingresso scoppiasse in lacrime osservando la madre allontanarsi oltre il cancello per recarsi al lavoro. Quest’anno va un po’ meglio ma, verso metà mattinata, mi si avvicina per dirmi quanto ne senta la mancanza. Soprattutto nelle settimane in cui fa il turno di sera e che, di conseguenza, non la vede sino al giorno dopo. La mamma, da allora, ha preso l’abitudine di sostituirsi con bigliettini recanti melense dichiarazioni d’amore genitoriale unite a frasi motivazionali da un tanto al mucchio. Iniziano con cose tipo “sii sempre te stessa” e terminano con “i love you” e svariati cuoricini. Lei li tiene nell’astuccio ma, nei momenti più critici, li spiega sul banco e li legge allo scopo di tranquillizzarsi.

Oltre ai tatuaggi e agli immancabili piercing, i genitori vestono completamente di nero, almeno nei frangenti in cui mi è capitato di vederli. Se all’uscita o agli incontri di routine si presentano con outfit di questo tipo, temo che nelle occasioni meno istituzionali il loro look sia ancora più radicale. L’all-black è una scelta di abbigliamento decisamente borderline per svariati motivi, e ve lo dice uno che per un decennio abbondante – tra gli ottanta e i novanta – si è atteggiato arbitrariamente a membro di una formazione musicale dark e ha praticato la new wave come stile di vita. Nonostante il mio fosse un vezzo innocuo volto a mostrare pubblicamente i miei gusti musicali (e a rimorchiare), più di una volta è stato equivocato come divisa di un’organizzazione di estrema destra. Non dimenticherò mai la sfuriata a cui sono stato esposto a opera di un venditore ambulante di religione ebraica che aveva un banchetto di libri nei pressi della piazza principale della città in cui vivevo da ragazzo. In sostanza pensava che fossi emulo di qualche squadraccia nostalgica, nonostante la mia acconciatura alla Robert Smith non lasciasse dubbi.

Oltre ai fan di Cure e Bauhaus e a quelli di Casapound ci sono altri che vestono di nero. Il mio bidello Vincenzo, per esempio, che di certo non è nazifascista e nemmeno un esteta del gothic rock tanto meno del death metal (anche perché è pelato ma si vede e si sente dal suo smaccato accento meridionale che non ha certo simpatie per gli skinhead), sono pronto a scommetterlo. Ci sono quelli che lo fanno per posa, per distinguersi a tutti i costi, o perché snellisce e basta.

Non ho capito però a quale categoria appartengano i genitori di Penelope, fatto sta che anche la figlia si presenta a scuola con qualche indumento nero, il che è piuttosto strano per la sua età. La mia, di figlia, ha attraversato solo un brevissimo periodo – frequentava però la seconda media – in cui sembrava apprezzare anfibi e altri capi di abbigliamento che andavano di moda tra le ragazze che frequentavo io da giovane, ma poi fortunatamente ha deciso di dar retta a gusti più in linea con i tempi. Penelope invece a volte sembra mascherata da Halloween anche quando non è Halloween e indossa spesso una felpa brandizzata di Wednesday Addams, avete presente?

Qualche giorno fa l’ho notata assorta per diversi minuti, durante l’ora di informatica. Stava lavorando sul Chromebook al suo posto, all’ultimo banco, ma poi si è messa a fissare un punto sul soffitto ed è rimasta così per un bel po’. La mia scuola è provvista di un bel giardino ed è ubicata in una frazione in campagna, così è facile che dei ragni si intrufolino dentro e si ambientino sulle pareti e sui soffitti delle classi, complice la scarsa propensione dei collaboratori a pulire nei punti in cui occorra impiegare uno sforzo maggiore. Per farvi capire, l’azionamento delle pale per movimentare l’aria genera un effetto che trasforma la classe in una di quelle palle magiche da scuotere per scatenare una tempesta di neve, ma con i batuffoli di polvere.

Ho seguito lo sguardo assorto di Penelope e ho individuato così, sopra di lei, un’intera colonia di ragni appollaiati sulla loro tela. Sembravano proprio una famiglia al completo riunita nella loro casa, forse una madre con i suoi cuccioli, con Penelope che osservava – e di sicuro ne invidiava – la completezza e la tranquillità domestica. C’era un invisibile filo di quella ragnatela che li metteva in contatto, un quadretto un po’ tetro da film horror che non mi è stato possibile purtroppo immortalare, per ovvi motivi di privacy.

la ruota della fortuna

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Converrete con me che il canale Real Time sia un vero concentrato di trash, a parte “Casa a prima vista” che, nonostante l’ultima stagione decisamente deludente – sarà per gli aspiranti acquirenti sempre meno interessanti, sarà per l’eccessiva ripetitività del format – si conferma uno dei più riusciti tentativi di confort entertainment televisivo. Il resto della programmazione dev’essere inqualificabile, a partire dalla fiction turca “Hercai” della quale viene trasmesso il trailer spot durante le interruzioni pubblicitarie di “Casa a prima vista”.

“Hercai”, che dev’essere una boiata senza precedenti, sembra però spassosissima per i gap tra il doppiaggio e il sinc con il labiale dei protagonisti. Non è colpa di nessuno, ci mancherebbe, se non dell’abisso glottologico che separa la lingua italiana da quella turca. Il gioco dell’osservazione attenta delle bocche degli attori metterebbe in seria difficoltà anche i migliori campioni in quelle prove di abilità in cui si sfoggia l’indipendenza di due parti del corpo che svolgono simultaneamente due cose differenti: strisciare una mano sul petto mentre l’altra lo percuote, pronunciare no mentre con la testa si annuisce, ascoltare la musica in auto mentre si abbassa il finestrino al casello autostradale per premere il pulsante e ritirare il biglietto. In “Hercai” colpiscono i dialoghi pronunciati mentre le labbra eseguono movimenti completamente agli antipodi e ci si chiede dove risieda il reale bisogno di importare trasmissioni turche, o al limite di doppiarne le voci, consapevoli di questa antitesi incolmabile.

Per mettere subito le cose in chiaro e fugare qualunque illazione di razzismo o snobismo culturale, per me turchi e italiani appartengono alla stessa faccia e alla stessa razza. In più ho la discografia completa di una band di Istanbul che mi piace di brutto (i Lalalar), per non parlare dei più noti Altin Gun, con i quali appago il mio debole per il rock anatolico, e adoro la mia alunna di origini turche – non riporto il suo nome per ovvi motivi di privacy – di cui ho già parlato a proposito del papà proprietario di alcuni ristoranti etnici e che mi ha già rinnovato più volte l’invito a essere suo ospite. In questi mesi mi sono messo a stecchetto per una fastidiosa steatosi epatica, ma appena mi sarò ripreso non lo deluderò. Sua figlia, la mia alunna, oltre a essere simpaticissima se la cava alla grande in italiano, nonostante la sua dizione risenta di certe insormontabili divergenze fonetiche. In più manifesta una vistosa alterazione della risonanza nasale, in parole povere è come se soffrisse di un raffreddore epico che va a impattare sulla pronuncia di diverse consonanti. Un insieme di complessità che, di certo, non favorisce la comunicazione e, per farla breve, non abbiamo ancora capito se sia meglio l’apporto di un onesto mediatore culturale o un buon logopedista.

A parte questo e una non brillante attitudine logica – comunque superiore alla mia – se la cava bene in tutto. In arte, poi, è un portento. Colora e disegna con una precisione non comune e, quando tocca a lei condurre il gioco del disegno misterioso, è un piacere vederla all’opera. Giochiamo al gioco del disegno misterioso quando mancano una manciata di minuti alla campanella e un argomento nuovo sarebbe sprecato. Il gioco del disegno misterioso si fa così. Qualcuno va alla lavagna e, disegnando con il gesso, svela un soggetto particolare per particolare. Chi indovina per primo vince e va alla lavagna a condurre la manche successiva. Nella maggior parte dei casi indovinare è pressoché impossibile, quasi tutti i bambini sono dei cani a disegnare e quelli che restano a posto sono dei cani a interpretare i loro sgorbi.

Ne deriva che il mix tra gli scarabocchi al di là delle comuni possibilità di comprensione della mente e la capacità interpretativa di esseri umani dalle facoltà intellettive ancora acerbe rende il disegno misterioso meritevole di un format tv dedicato. Se vivessimo in Giappone ne farebbero uno di quei programmi come quello in cui mandavano i bambini di due o tre anni da soli a fare la spesa al supermercato. Per fortuna ci sono due o tre miei alunni, tra cui la bambina turca, che dimostrano una abilità grafica di una spanna sopra al resto della classe e così, quando il tempo è agli sgoccioli, in un modo o nell’altro si riesce a chiudere almeno una sessione di gioco.

Quello del disegno misterioso è il secondo passatempo preferito strutturato dei miei alunni. Al primo posto si conferma imbattuto – con un inspiegabile primato che rimane insuperato dalla notte dei tempi, almeno da quando esistono i bambini – il gioco del gessetto.

L’aspetto paradossale è che nella scuola primaria ai tempi delle aule immersive, delle STEM e della didattica digitale integrata è un attimo a passare dall’intelligenza artificiale al gioco del gessetto. Giusto il tempo per riportare in laboratorio di informatica, al termine della lezione, il tech-bus con i Chromebook – cinque minuti per salire con il montacarichi al secondo piano e rimettere al suo posto l’armadietto a rotelle – che la collega di sostegno, lasciata da sola nell’aula, per accattivarsi il silenzio degli alunni non ci pensa due volte a piallare l’ardore avveniristico e l’entusiasmo tecnologico di una classe della generazione alpha a coronamento di un’ora di sperimentazione avanzata sui Fogli Google con il gioco del gessetto, un gioco che, già dal nome, ci catapulta in un’epoca e in un’atmosfera da libro cuore.

Che poi il gioco del gessetto, di romantico, ha solo il nome. Il gioco del gessetto è feroce. Spietatissimo. Chi sta in piedi davanti alla lavagna di ardesia con il gessetto ben stretto nel pugno a scegliere il proprio successore nella conduzione del gioco detiene un potere assoluto sui compagni. Chi sta in piedi davanti alla lavagna di ardesia con il gessetto ben stretto nel pugno determina, con la sua scelta, la scala di chi è popolare e chi è impopolare, chi gli sta simpatico e chi no. Chi deve stare simpatico a chi gli è simpatico e chi non deve stare simpatico a chi gli è simpatico. Chi avrà successo nella vita e chi resterà fino alla fine seduto al proprio posto. Il gioco del gessetto è disumano e a scuola dovrebbe esserne vietato l’uso, proprio come gli smartphone.

italian graffette

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Se volete farmi andare su tutte le furie chiedetemi quanto manca alla fine della lezione. Potete accanirvi verbalmente nei miei confronti con insulti di qualunque gravità, dirmi le peggio cose sulla mia reputazione o su quella di mia madre, ma non chiedetemi quanto manca alla fine della lezione perché quanto manca alla fine della lezione è come dirmi non vedo l’ora che te ne vai. Anzi, a essere precisi non vedo l’ora che tu te ne vada, ma tanto stiamo parlando di mocciosi di seconda che a malapena usano l’indicativo, potete immaginare il congiuntivo. Quando qualcuno alza la mano – e badate bene che il mio veto sugli interventi non inerenti all’argomento di cui si sta parlando è tassativo – e chiede quanto manca alla fine della lezione devo contare fino a dieci, altrimenti risponderei immediatamente con vaffanculo ma, capite bene, non si mandano a quel paese i bambini, con l’aggravante che sono io l’adulto e l’educatore.

Quando qualcuno alza la mano e chiede quanto manca alla fine della lezione conto fino a dieci, faccio un bel respiro e poi consiglio di controllare l’orologio appeso, e se sono in buona do un’imbeccata, una stima di tutti i giri che devono fare le lancette prima della campanella. Se non sono in buona, non aggiungo alcuna spiegazione, piuttosto taglio corto perché devono guadagnarselo, il suono della campanella, e punto. Se mi girano i maroni – anche se i maroni che girano, quando si fa l’insegnante, è meglio lasciarli nel bagagliaio della macchina se andate a scuola in macchina come me – dico che, se si annoiano, possono chiedere la mattina ai genitori di restare a casa, e non sono pochi quelli che fanno delle espressioni del tipo ehi maestro, che idea che mi hai dato, non ci avevo pensato, domani ci provo.

Ma non è sempre così. Domenica pomeriggio mi ha scritto una delle mie alunne preferite ever, una dello scorso ciclo, per dirmi che sta prendendo volti alti in matematica e scienze grazie a me, senza che le chiedessi nulla. Il mio ego si è talmente gonfiato che stamattina, persino al secondo maestro quanto manca alla fine della lezione, il ma andate a cagare l’ho appena appena accennato con un pensiero remoto.

L’email della mia ex alunna aveva assorbito tutto il nervosismo che altrimenti avrei provato. Sabato mattina mi hanno rubato la giacca sul treno. La colpa è mia. Ho riposto giacca e zaino sulla cappelliera appena salito sull’Intercity da Milano per Genova, e mi sono immerso così profondamente nel libro che sto leggendo – avevo su anche gli auricolari perché la lotteria dei posti random mi aveva penalizzato con due giovani aspiranti ingegneri biosailcazzo che hanno passato tutto il tempo del viaggio a correggere una cazzo di ricerca a cui stavano lavorando, che vita triste quella degli aspiranti ingegneri biosailcazzo, triste ma pagata almeno dieci volte rispetto alla vita triste di un insegnante della primaria con l’aggravante della laurea in lettere con tesi in letteratura latina ma vabbè – dicevo che mi sono immerso così profondamente nel libro che sto leggendo (“La radice del male” di Adam Rapp) che mica mi sono accorto che qualcuno, mentre il treno era ancora fermo in stazione a Milano, si è impossessato di nascosto della mia giacca e del mio zaino.

A Genova Principe giacca e zaino non erano più al loro posto. Lo zaino era poco più in là, tutto rivoltato in uno di quei scaffali portabagagli verticali che si trovano a metà della carrozza. Ho controllato immediatamente, nonostante dovessi affrettarmi verso la discesa per evitare di proseguire fino alla stazione successiva, ma nello zaino non mancava nulla: maglietta per la notte, boxer per il giorno dopo, rasoio, gel dopobarba, spazzolino, pastiglie per la pressione, caricabatterie e chiavi di casa. Che strano che non si siano portati via tutto lo zaino, un Pantone blu decisamente elegante. Io avrei fatto così, perché rischiare di essere beccati a rovistare in una borsa altrui su un treno?

Della giacca, invece, non c’era proprio traccia. Ero un po’ – come si dice a Genova – invexendato, non capita tutti i giorni (per fortuna eh) di subire un furto. Quando accade è difficile mantenere la calma. Quindi ho riordinato lo zaino, ritenendomi fortunato che almeno quello non mi fosse stato sottratto, e sono sceso. Ma la cosa divertente è che la giacca rubata era un piumino 100 grammi di marca Rifle che avevo acquistato una dozzina di anni fa, blu e con un taglio decisamente fuori moda, a cui a furia di indossare avevo sfondato le tasche, lo sapete che sono fatte dello stesso tessuto piuttosto delicato, e che qualche settimana fa avevo riparato con la cucitrice. Con i punti, avete capito bene, quelle che io chiamo graffette. L’autore del furto si sarà quindi presto reso conto di aver derubato un barbone più barbone di lui, e meno male che avevo desistito dal mettere nello zaino il mio prezioso portatile – da cui raramente mi separo – e di non aver scelto di indossare al posto del piumino Rifle il mio caldissimo montgomery blu. Se mi avessero rubato il montgomery blu, ecco, quella sarebbe stata una vera tragedia, e altro che mandare a cagare chi mi chiede quanto manca alla fine della lezione.

Durante il viaggio di ritorno, oltre ad aver tenuto ben stretti lo zaino e la giacca che ho dovuto acquistare a Genova per non ammalarmi – a Genova non fa freddo ma tira sempre vento – ho fatto così caso a tutti gli annunci trasmessi per avvisare i passeggeri a non lasciare incustoditi i propri bagagli, una frequenza di comunicazione che mi ha tranquillizzato sul fatto che non sono diverso da nessuno. Non sono più fortunato o più sfortunato di altri.

Mi trovo nella media delle persone a cui capitano cose con cui tutti si trovano ad avere a che fare. Una sensazione che mi rincuora e che provo anche grazie a certe pubblicità in cui si offrono soluzioni a problemi che hanno tutti, e che capisco che è normale che tutti abbiano. Le stoviglie particolarmente zozze dopo cotture elaborate, ad esempio, e la necessità di grattare per tirare via lo sporco, per non parlare del rischio che in lavastoviglie non si puliscano secondo certe nostre aspettative elevate. Questo è solo un esempio ma mi fornisce la prova provata che l’essere stato un asino a scuola, condizione che mi relega quasi sempre entro i confini di chi non si sente all’altezza, non implica necessariamente il non riuscire a comprendere come funzionano davvero certe cose pratiche. Utilizzare colle adesive di una certa portata consente di assicurare saldamente piccoli ammennicoli sulle pareti. Il cric, una volta imparato il funzionamento, solleva davvero le automobili e dopo trenta minuti circa a duecento gradi la zucca cuoce davvero, nel forno, proprio come sostengono le ricette. Smarrire la fiducia in se stessi fa perdere la bussola e restituisce una percezione della realtà tutt’altro che attendibile.

break the rules

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La pedagogia si divide fondamentalmente in due correnti principali. Ci sono quelli che permettono ai bambini di salire sullo scivolo arrampicandosi a ritroso sullo scivolo stesso – che poi è la cosa più elettrizzante del gioco dello scivolo in sé, dal momento che alla terza volta che sei scivolato ti sei già rotto i maroni di scivolare giù – e sull’altro versante quelli che lo vietano. Intendo l’altro versante della pedagogia, non dello scivolo, dove al massimo ci sono i compagni di classe che reclamano via libera per lanciarsi di sotto a tutta birra ma hanno la strada bloccata da chi non rispetta le regole perché il pedagogista di riferimento in quel momento sostiene che si possano anche non rispettare.

La mia teoria è che se in cima non c’è nessuno che vuole scendere – e se il tuo comportamento non danneggia una struttura di tutti – puoi fare il cazzo che ti pare. Hackeriamo gli scivoli, che problema c’è. Alla peggio, mentre ti arrampichi al contrario scivoli – appunto -, sbatti la faccia sulla plastica e ti salta un dente da latte, ma è un problema tuo o al massimo del pedagogista di riferimento in quel momento e addetto alla supervisione che poi dovrà vedersela con i genitori che metteranno in dubbio certe teorie campate in aria.

Il fatto è che la regola numero uno per chi opera nella scuola è dare delle regole. Le classi traboccano di cartelloni con regole di tutti i tipi, scritte, disegnate, illustrate con clipart decisamente cheap, scaricate dal web, stampate, colorate. I semafori che stabiliscono se è il momento opportuno per scambiare quattro chiacchiere con il compagno di banco o assistere alla spiegazione in religioso silenzio. Il mansionario che cristallizza chi deve fare che cosa, qualunque tipo di cosa – distribuire, raccogliere, organizzare le sortite al bagno – assiepato di mollette con i nomi dei bambini. L’ordine della fila per due per gli spostamenti quotidiani e quello della fila per uno in caso di evacuazione. E poi regole utili alla convivenza civile in classe: si alza la mano, non si parla quando parla qualcun altro, si dice per favore, gnè gnè gnè e cose di questo tipo.

Capiamoci. Non fraintendetemi per uno di quegli insegnanti che si mettono in piedi sui banchi, anzi. Però c’è una collega a cui questo sovvertimento dell’ordine precostituito dell’impiego dello scivolo proprio non le va giù. La scuola primaria – almeno la mia – pullula di docenti che arrivano direttamente dalle organizzazioni cattoliche e dagli oratori, dove alzarsi e sedersi a comando del prete è all’ordine del giorno, o almeno della domenica, e lei è una di quelli.

Il punto è che il gioco dello scivolo sbagliato lo permetto solo al mio asperger, un bimbetto che conosce solo l’approccio oppositivo come fattore di relazione con l’adulto, così intelligente da cogliere al volo qualunque sfumatura di comportamento in grado di dare fastidio alla persona di riferimento in quel frangente preposta al suo accudimento. Il confronto con lui è una sfilza di no a tutto. Non aprire e chiudere la porta, non accendere e spegnere la luce della classe, non leccare il gesso sulla lavagna, non tocchignare il pc sulla cattedra, non parlare ad alta voce mentre spiego, non sdraiarti per terra nei corridoi, non uscire dalla classe se non ci sono le collaboratrici, non prendere di nascosto le cose ai tuoi compagni, non lanciare il rotolo dello scottex, non girare in tondo intorno ai banchi mentre gli altri lavorano, non far rumore con le penne della LIM perché sono magnetiche e scagliarle contro i tubi del riscaldamento per vedere che rimangono attaccate è divertentissimo ma proprio no, non si fa.

Così ho deciso che ci dev’essere un campo neutro, uno spazio in cui dare sfogo a quell’innato impeto di rompere i coglioni agli altri. Gli permetto di lanciarmi la sfida, con quello sguardo che ormai riconosco a memoria, e poi su a ritroso lungo lo scivolo, con la faccia rivolta verso di me per osservare la mia reazione. Gli sorrido mentre lo vedo arrampicarsi. Controllo solo che sulla pedana in cima non ci sia nessuno. Anche perché dopo un po’, come è facile immaginare, si stufa. Che gusto c’è se il maestro non si indispettisce.

A prendersela, invece, è la collega timorata di Dio, lì con la sua classe, perché a quel punto i suoi bambini cercano di fare altrettanto. Il loro senso della pedagogia va in corto circuito: ma insomma, si chiedono, salire lo scivolo al contrario è consentito oppure no? Nel dubbio, sì. Così, alla volta successiva in cui il mio asperger si precipita nella risalita, nell’invidia del resto della scolaresca, eccola pronta a interferire nel flusso didattico-comportamentale e sostituirsi alla figura in quel momento direttamente responsabile, cioè io, senza nemmeno farmi un cenno.

A me, giuro che le invasioni di campo di questo tenore non rappresentano affatto un problema. Non ho fatto pipì intorno a nessun territorio – nonostante noi esseri viventi di specie animale e di genere maschile siamo rinomati in tutto l’universo per la caparbietà con cui, attraverso le nostre minzioni, ci attribuiamo aree esclusive per l’accoppiamento, la caccia, la residenza e cosucce di questo tipo – tantomeno intorno a nessuno dei miei alunni più bisognosi di attenzione. Anche il mio asperger sembra non prendersela. Nemmeno lui mi degna di un’occhiata. Sbraita qualcosa contro la maestra praticante e corre via, alla ricerca di un nuovo dispetto da perpetrare a qualcun altro.

ex voto

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La cosa più antipatica del mio lavoro è la valutazione. Ho molti colleghi che giustamente vanno in fibrillazione quando devono esprimere giudizi sui propri alunni perché sentono il brivido e amano il profumo della vittoria di chi ha il registro elettronico dalla parte del manico. Io invece non sono capace a prendere decisioni, odio scontentare le persone, non sopporto di detenere qualunque forma di potere e ho il terrore di qualsiasi tipo di conflitto, a partire dalla guerra contro i genitori di cui ho deluso le aspettative, ma anche dover consolare un bambino che ci rimane male per un brutto voto che gli hai appioppato non lo auguro a nessuno. Anche quelli meno simpatici, quelli che passano i bigliettini durante le verifiche, quelli che fanno le linguacce mentre sono voltato verso la LIM, quelli che adorano fare i dispetti e non rispettano la mia presunta autorità.

Lo so, starete pensando che dovrei cambiare mestiere. Che un chirurgo in sala operatoria mica si sottrae alle proprie responsabilità. Che un pilota di un aereo di linea si sobbarca sul groppone la vita di centinaia di passeggeri da un capo all’altro del mondo. Che non ci si deve pensare due volte e tuffarsi se qualcuno sta per affogare trascinato via dalla corrente. E invece è proprio per questo che faccio l’insegnante. Sono solo una parentesi destinata a chiudersi nel giro di qualche battuta spazi inclusi nella vita di una persona, il cui parere è meno che ininfluente, e il cui esercizio quotidiano della sua professione è soggetto a così tante variabili da spingerlo ampiamente al di sotto della soglia dei soggetti fondanti dell’economia di un paese e di una società.

Basta un temporale che allaghi il montacarichi della scuola, la mancanza di connettività, Clara che piange e non vuole entrare perché ha i genitori separati e non ritroverà nel pomeriggio la mamma che l’ha accompagnata la mattina, due bidelle che litigano, Debora che ha lo zaino pieno di formiche perché ha lasciato i resti della merenda tutta la notte dentro e i genitori si interessano poco della cura del suo materiale, Kevin che vomita in mensa – c’è sempre qualcuno che vomita in mensa -, Antonino che sbatte contro Nicholas in giardino perché nessuno guarda dove mette i piedi mentre tutti corrono per sfuggire all’acchiapparello, Marco che è più oppositivo del solito e, con il suo Asperger a basso funzionamento stretto tra le mani, non vuole saperne di alzarsi da terra, il geometra del comune che ti chiama mentre spieghi le coordinate cartesiane, Jonathan che non ha ancora a disposizione i libri di testo – la nonna che gli fa da mamma perché la mamma è in comunità si è dimenticata di prenotarli in cartoleria – e che ti costringe a ricorrere alla fotocopiatrice ma non c’è nessuna bidella al piano e non puoi allontanarti dall’aula, ma poi quando riesci a allontanarti per far le fotocopie scopri che si è scaricato il toner e chi l’ha scaricato non ha avvisato sulla chat i colleghi.

Giusto per fare un esempio. Giusto per dire che è sufficiente un battito d’ali di una farfalla in 3B per far litigare due compagni di banco in 5A e mandare in vacca una lezione che il docente ha preparato meticolosamente il giorno prima, che è una sorta di metafora per dire che nella scuola, almeno la mia, la primaria, è inutile programmare troppo. Si vive meglio a improvvisare per il tre quarti del tempo. Ma allora, se è tutta una performance situazionista o poco più, la nostra, che senso ha valutare gli attori? Non è meglio vivere la scuola come un gioco di ruolo che si gioca tutti insieme, nessuno che vince, nessuno che perde?