grazie

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Ci sono mestieri in cui una delle prime cose che t’insegnano è che non devi dire grazie ogni volta che qualcuno ti passa un martello, ti tiene ferma una trave mentre la inchiodi o ti raccoglie un bullone che è volato giù mentre sei in cima a una scala. Sono gesti che fanno parte del lavoro quotidiano, componenti ordinari che, rimarcati, rischiano di svilire un feedback che fuori dal contesto professionale incarna il riconoscimento della gentilezza con adeguate buone maniere. Non credo c’entri il fattore linguistico. I ponteggi intorno al mio palazzo sono una babele di carpentieri in cui si opera per mettere a punto la riclassificazione energetica dell’edificio, gente proveniente da diverse parti del mondo ma che, abitando in Italia, si esprime con la lingua del lavoro che fanno nel posto in cui lo esercitano, per cui c’è un solo grazie ed è in italiano ma glielo senti proferire solo quando gli offri un caffè mentre stanno montando pannelli al tuo piano o, come successo lungo quest’estate torrida finalmente agli sgoccioli, in risposta quando ti chiedono dell’acqua. Il problema è che, a meno che tu non sia una bestia, ai più viene naturale. Quando qualcuno invia comunicazioni alla mailing list dei colleghi – in tutto siamo quasi duecento insegnanti – passa una manciata di minuti ed è tutto un rimbalzare di email di ringraziamento inviate non al mittente ma al gruppo stesso. Anche su cose di poco conto l’usanza è sempre la stessa. Non è la fine del mondo, sia chiaro. Basta cancellarle una ad una man mano che si ricevono, oppure organizzare GMail in modo che annidi tutte le conversazioni dello stesso soggetto e lasciare che quel sottoinsieme si gonfi di mail di ringraziamento e eliminarlo una volta per tutte alla fine, e il fastidio è ridotto al minimo. Qualche volta mi vien voglia di intervenire e di mandare una mail a tutti chiedendo di non ringraziare in massa per ogni cosa inviata, oppure scrivendo che diamo per scontato che il primo che risponde con un grazie vale per tutti gli altri. Ma mi sembra un gesto poco corretto, quello di limitare la gentilezza spontanea dei miei colleghi e le loro buone maniere. E poi sono certo che, in risposta, mi ringrazierebbero tutti per l’idea, e così saremmo daccapo.

senza filtro

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Nessuno ha avuto dubbi quando ho chiesto quale fosse la principale novità del nuovo anno scolastico. A dirla tutta a qualcuno è scappato che era morta la regina Elisabetta, che poi è vero, ma si è reso conto subito che la risposta giusta era un’altra e che doveva avere noi come protagonisti. Così sono fioccati gli indizi. Un unico ingresso per tutte le classi con un unico orario. I banchi allineati a file di due e tre ma ravvicinati. Libri e quaderni negli armadi e sugli scaffali al posto degli zaini pesanti gonfi di tutto il materiale perché non si sa mai. Il rompicapo matematico da svolgere in coppia, senza problemi se qualcuno, ridendo, sputacchia sul compagno perché, aspetto fondamentale, le facce ora sono libere e visibili.

Qualcuno ho fatto fatica a ricollocarlo nel ricordo che avevo di lui. Avevo avuto il tempo per osservarli con attenzione e calma venerdì 28 febbraio 2020 quando ci siamo congedati senza sapere ancora – anche se già girava la voce – che avrebbero chiuso tutto, a partire dalla scuola. Un arrivederci che suonava un po’ come un addio e che strideva con le maschere, quelle di carnevale autoprodotte durante le ore di arte – che presto sarebbero state soppiantate da quelle chirurgiche – e che brandivano con orgoglio all’uscita, correndo verso i genitori, inconsapevoli della clausura che avrebbe inghiottito una parte della loro infanzia.

Erano in prima e ora cominciano la quarta. I lineamenti – la cui evoluzione ho potuto solo immaginare, dietro la mascherina – ora sono quelli dei bambini aumentati, lievitati, vere e proprie versioni in scala di quel prototipo che ho accolto ormai tre anni fa e che ho sostenuto nei momenti di sconforto, gratificato con giudizi di tutto rispetto per sopravvivere in tempi difficili, seguito passo dopo passo nel corso di interminabili e surreali sessioni di didattica a distanza con connessioni e dispositivi inadeguati all’empatia, tentato di interpretare, all’incerto rientro l’anno successivo, lungo improbabili conversazioni con le bocche e la capacità di farsi capire occultate dietro a FFP2 dalle dimensioni sproporzioniate rispetto ai loro volti.

Ieri era il primo giorno di scuola e il primo giorno di rientro a ciò che consideriamo la normalità, per una delle attività più redditizie per la nostra società (un po’ meno per chi ci lavora, ma questo è un altro tema). Le mascherine le abbiamo finalmente buttate. Sono tornate i sorrisi, le stupidaggini, le domande argute e quelle ingenue, gli aneddoti strampalati, i tempi verbali sconnessi, le canzoni, gli sbadigli e le grida in giardino. Evviva la scuola, evviva la libertà.

trovatevi un partner che vi guardi come vi guarda il vostro dirigente quando accettate l’incarico che vi propone

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La funzione strumentale per gli alunni DSA della mia scuola la riconosci subito perché scrive la sua carica quando si firma nelle email. Non c’è nulla di male. Nelle aziende di qualunque settore indicare il proprio job title in calce al nome è la prassi e non vedo perché non dovrebbero farlo anche i docenti. Tanto più che i ruoli ricoperti oltre a quelli strettamente didattici costituiscono una sorta di volontariato e sono decisamente prestigiosi ma solo dal punto di vista etico. Ore a babbo morto che si dedicano alla scuola pubblica e che trasmettono abnegazione e dedizione alla causa.

La gente normale – intendo chi non fa l’insegnante – però non coglie questo spirito di sacrificio e sostiene che per un docente virtuoso ce ne sono almeno cento scansafatiche pagati con le tasse dei cittadini (che per la maggior parte, ricordiamo, operano nel privato quindi quasi sicuramente evasori fiscali) che fanno quattro o cinque mesi di vacanza l’anno e che, ottenuta la cattedra, nel migliore dei casi si mettono in malattia, nel peggiore tornano al paese del sud da cui provengono per rimediare certificati medici farlocchi e svolgere un secondo lavoro mentre comunque continuano a percepire lo stipendio dallo stato.

Al netto delle leggende metropolitane, certe creature mitologiche come le funzioni strumentali, i membri di commissioni, il responsabile della sicurezza, il responsabile di plesso e chi fa parte dello staff di collaboratori della presidenza ricoprono posizioni altamente importanti sotto il profilo organizzativo ma tutt’altro che ben retribuite e decisamente sottovalutate. Le ore annue riconosciute, ore extra rispetto a quelle in classe e pagate una miseria rispetto alla miseria con cui sono corrisposte quelle in classe, si esauriscono prima di natale, il che significa che segnare il resto del tempo dedicato a queste attività non serve a nulla e, a quel punto, è meglio non pensarci.

Il fatto è che nelle scuole, in media, non c’è un metodo per distribuire gli incarichi in modo equo tale da indurre tutto il personale a farsi carico di un pezzettino. Non credo che, peraltro, prender parte alla componente organizzativa e gestionale sia compreso tra i nostri doveri nel contratto degli insegnanti e questo è un peccato. Chiaro che lavorare gratis non piace a nessuno, ma finché la situazione è così i carichi sono tutt’altro che bilanciati.

Il trucco è non farsi vedere troppo disponibili – o ciula come il sottoscritto – altrimenti avrete il destino segnato. A me capita che ogni volta in cui esco dall’ufficio della preside ho un incarico nuovo che va a sommarsi a quelli che ho già. L’ultimo, in ordine di tempo, è anche bello impegnativo perché sarò vicario, che è una cosa che più o meno somiglia a quello che una volta si chiamava vicepreside.

Non so come prenderla ma quando mi è stato proposto non ho saputo dire di no ma perché è difficile dire di no alla mia dirigente. Ci sa davvero fare nel convincere le persone. Muove le giuste leve, conosce i punti più sensibili del suo personale e, almeno nel mio caso, li sa a menadito. Impiega un mix di senso di responsabilità e qualche lusinga ma non infondata, anche se l’ambiente potrebbe dar l’idea del contrario. Non è raro infatti che chi lavora in classe si senta svilito a causa dell’inadeguatezza del riconoscimento sociale ed economico di quello che fa. Per questo, scrivere qualcosa di altisonante sotto la propria firma ci sta. Soprattutto perché, fuori dalla scuola, nessuno è in grado di capire di cosa sia una funzione strumentale per gli alunni DSA. Tradotto nel linguaggio di un lavoro normale, cioè fuori dalla scuola, corrisponderebbe a un “Learning & Developmental Disorders Manager”, che suona decisamente meglio.

amaro

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Un collega della secondaria ha confessato di seguirmi su Instagram e di aver riconosciuto tra le mie recenti foto il paesino natio di suo nonno, scenario di indimenticabili estati di quando era bambino e destinazione iniziale delle mie ultime vacanze. Ho cercato così di riassumergli il viaggio itinerante di agosto ma mi sono visto costretto a fermarmi al primo bed&breakfast e, a questo giro, senza nemmeno poter prenotare una camera. Il blocco pensavo fosse dovuto in parte alla difficoltà dei nomi di certi borghi lucani, però poi mi sono ricordato delle stranezze della toponomastica lombarda e di quanta ilarità mi inducessero, quando ero ancora un giovanissimo cittadino ligure, certe forzature geografiche del calibro di Paderno Dugnano o, peggio, Bulgarograsso. Ne deduco che riusciamo, anzi, parlo per me, riesco a conservare in memoria stranezze linguistiche facilmente individuabili nelle query mentali perché indubbiamente originali ma solo se archiviate da ragazzo. I nomi bizzarri dei posti visitati quest’estate e di quelle degli ultimi dieci anni, senza la consultazione di una mappa stradale, mi mettono in forte difficoltà. Non ditelo ai miei alunni. La paternale con cui li gravo l’ultimo giorno di scuola è di rientrare a settembre con gli occhi pieni di cose belle viste in vacanza e la testa in grado di completare con efficaci didascalie i racconti del primo giorno di ripresa. Mi viene la tentazione, mentre scrivo, di consultare Google e farvi un bel resoconto di viaggio ma non mi sembra corretto nei loro confronti.

Per i nomi, mi limito a Venosa, Pietrapertosa (la desinenza comune aiuta) e Muro Lucano, ma ne mancano almeno una ventina. Per la gente è più facile: posso associare ogni borgo della Basilicata visitato a una persona incredibile conosciuta al momento, sul posto. Anziani al bar, guide turistiche, proprietari di strutture ricettive, artigiani, emigrati ritornati in Italia dopo il Covid, ex sindaci eletti da meno di cento residenti, salumieri, ciascuno con una storia fuori dal comune da raccontare. E poi la cornice, a dir poco straordinaria. Si fa presto a trovare la bellezza nei luoghi più semplici da raggiungere. Vi sfido quindi a scovarli, questi ammassi di case arroccate sulla cima di rocce impervie in cui ho soggiornato quest’estate, dopo strenue lotte con Maps che mi ha indicato strade che voi umani non potete nemmeno immaginare e che fanno capire che, davvero, Cristo si è fermato a Eboli anche solo per fare benzina, considerato il rischio di rimanere a secco – vista la totale assenza di infrastrutture – che nell’interno della Lucania non è così remoto, a differenza di quei paesi lì.

pon pon

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So che gli amanti del paranormale stravedono per quelle trasmissioni realizzate con materiale proveniente dalle tv a circuito chiuso – ora soppiantate dalle più economiche webcam per la videosorveglianza – raccolto durante le ore in cui gli ambienti risultano inabitati (o almeno dovrebbero esserlo) quindi durante la notte, i weekend o il periodo di chiusura per ferie. Al netto delle sortite di gatti e altri animali o, nei casi peggiori, di malintenzionati a caccia di refurtiva, il motivo di attrazione per questo segmento di pubblico è costituito dagli oggetti che si spostano da soli o altri fenomeni difficili da giustificare attraverso elementi razionali.

E probabilmente sono le anime dei docenti estinti, lungo i tanto vituperati quattro mesi di ferie dei colleghi ancora in attività, che nel corso dell’estate si divertono a tornare di ruolo nei luoghi che li hanno visti protagonisti per una vita e mettere a soqquadro classi, laboratori e aule dedicate. Altrimenti non si spiegherebbe lo stato in cui si presentano le scuole alla loro riapertura verso fine agosto, quando il personale più volenteroso – spesso ancora in vacanza – comincia a scaldare i motori per il nuovo inizio. E se fosse possibile installare un sistema di video-sicurezza interno agli spazi didattici senza generare una levata di scudi per la violazione della privacy, sono certo che potremmo ricavare girato per intere stagioni utili a programmi del calibro de “Il boss del paranormale” o “A caccia di fantasmi”.

Il punto è che non si spiega che cosa accada nel corso della serrata agostana, dentro le scuole. So di certo che collaboratrici e collaboratori (quelli che, giustamente, non bisogna più chiamare bidelli) prolungano il loro servizio ad anno scolastico ampiamente chiuso per tenere in ordine i locali mentre studenti e docenti si trasferiscono al mare o in montagna. Poi vanno in ferie anche loro, ed è nel corso di quella manciata di settimane che le scuole probabilmente si infestano di entità inquiete tanto che al rientro le classi risultano irriconoscibili.

Ma i meno superstiziosi riconducono le macerie che si presentano all’avvio del nuovo anno a inconfutabili spiegazioni scientifiche. I tornado che avviluppano in violenti vortici banchi e sedie per poi ammassarle in fondo all’aula. Uragani di polvere che si riversano sul materiale didattico dentro e fuori gli armadi. Violente scosse sismiche che alterano il posizionamento dei proiettori delle LIM rendendo necessario una nuova taratura. Tempeste elettromagnetiche che mandano in tilt la rete wireless e non so quale tipo di radiazioni in grado di mettere ko il sistema operativo dei pc di classe e di laboratorio, quell’effetto per cui al primo avvio si presenta la schermata nera con gli arcani segnali in linguaggio macchina provenienti da chissà quale civiltà estinta.

Uno tsunami a cui si aggiungono i lavori di manutenzione ordinaria a cui le amministrazioni comunali più lungimiranti provvedono nei momenti di stop dell’attività didattica (il che vi sembrerà una banalità, eseguire lavori strutturali a scuole chiuse, ma, credetemi, non è assolutamente detto, perché spesso gli interventi di operai, muratori ed elettricisti del comune – che seguono il calendario dei lavoratori pubblici – vengono fatti coincidere con le ore di lezione).

A scuola c’è sempre qualcosa da fare: muri da ristrutturare, caldaie da sostituire, illuminazione da riparare, cablaggi da aggiornare e arredi da montare e posizionare. Negli ultimi due anni, poi, i PON – Programmi Operativi Nazionali, le iniziative in cui il Ministero mette a disposizione cospicui investimenti per modernizzare la scuola, si susseguono senza tregua. La scuola, sotto questo profilo, non conosce pace. Da me, per farvi un esempio, quest’anno hanno rifatto la rete e a breve sostituiranno le LIM più obsolete con i nuovi display interattivi. La scorsa estate hanno sostituito i vecchi neon con un sistema di lampade di ultima generazione che si spengono quando in classe non c’è nessuno e si accendono a seconda della luce che c’è fuori. Due anni fa hanno cambiato gli infissi e l’anno prima avevano messo il cappotto termico alle pareti esterne. Mi sono chiesto se non si faceva prima a buttare giù tutto per ricostruire da capo, ma sono certo che chi ha deciso sa il fatto suo.

E il fatto è che queste preziose opere di ristrutturazione purtroppo sporcano, lasciano teli di copertura e stracci in giro, residui di vernice sulla cattedra e cose alla rinfusa. A memoria di insegnante non c’è anno scolastico in cui l’esperienza del nuovo inizio abbia trasmesso la sensazione di entrare in una macchina nuova, silenziosa, pulita e igienizzata, con i sedili confortevoli e facili da posizionare a seconda delle nostre richieste di comodità, pronta a partire senza dare problemi, magari con uno di quei pulsanti che usano adesso e che rendono superfluo l’impiego di chiavi, il volante in pelle per una presa sicura ma allo stesso tempo arrendevole, e, perché no, anche bella da guardare e che ti viene voglia di tenerla con cura.

Invece, i giorni a ridosso del primo collegio docenti sono quelli in cui si va a scuola con le bermuda cargo e la maglietta da campeggio. Si spostano armadi pesantissimi che qualcuno ha voltato con le ante verso il muro (il rischio che qualcuno entri per rubare acquerelli è all’ordine del giorno), si sale su scale per raggiungere le viti più in alto che si sono allentate, ci si sporca mani e scarpe con i calcinacci, sudando come maiali e lottando contro i pruriti provocati dalle zanzare agguerritissime.

E forse saranno queste le immagini video che verranno trasmesse nell’episodio della nuova stagione de “Il boss del paranormale” dedicato alla scuola dei misteri. Docenti che, fuori dall’orario di servizio, rimettono in sesto un intero sistema fondamentale per la società che, non si sa come e non si sa perché, a ogni ripresa impone di ricominciare tutto da capo.

materia prima

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La materia prima della scuola è il genere umano. Se siete sensibili a quello che può accadere al genere umano – parlo di quel disagio che prova chi è sensibile a una cosa – la scuola non è un lavoro che fa per voi: il via vai di colleghi e di alunni con cui ti cimenti vi risulterà insopportabile.

Se avete lavorato in aziende private di qualunque settore industriale, in cui l’obiettivo è il prodotto e il profitto che ne deriva, il genere umano è un di cui. Eppure, paradossalmente, in genere il livello di turn-over è pienamente accettabile. A parte i contratti a tempo determinatissimo e i fantomatici stage, chi sa lavorare resta nella stessa mansione per un po’ di anni, ci sono casi eroici di impiegati che giungono sani e salvi addirittura alla pensione. In tutti gli altri casi, se sai fare il tuo mestiere, le aziende cercano di trattenerti con aumenti o miglioramenti delle condizioni lavorative, e quando arrivi al punto in cui è inevitabile passare alla concorrenza a causa di un’offerta che sarebbe immorale non accettare, oppure cambiare strada, nel frattempo è trascorso almeno un lustro, se non di più.

Nella scuola, dove l’obiettivo è far trascorrere un’esperienza di apprendimento più significativa possibile a bambini e ragazzi, dove le riunioni si fanno per parlare degli esponenti del genere umano con cui si ha a che fare quotidianamente, dove ogni docente è chiamato a mettere tutto se stesso al servizio dei colleghi per il bene degli studenti, è tutto un andirivieni che, nei casi migliori, dura da settembre a giugno.

La scuola ingaggia una percentuale di precari e di precari più precari dei precari che ha dell’incredibile. E se considerate che la didattica – e tutto quello che concerne – è uno degli esempi più palesi di strategia di successo a lungo termine, è facile immaginare il risultato di un processo in cui, ogni anno, occorre ricominciare da capo con nuovo materiale umano che, quasi sempre, ha indole diversa da chi lo ha preceduto. Ne deriva che anche quel poco personale che è lì a tempo indeterminato si deve adattare. Non solo. Anche i lavoratori stabili chiedono trasferimenti in altri istituti o passano ad altri ordini o cambiano vita oppure, come è giusto, vanno in pensione.

Ci sono due momenti, agli estremi di ogni anno scolastico, in cui questo trambusto è causa di sconforto emotivo alle persone sensibili di cui parlavo prima. A settembre e ottobre ogni scuola si riempie di gente mai vista prima che va a colmare i buchi dell’organico, una fase di assestamento che può prolungarsi anche fino a novembre inoltrato. In questo momento preliminare è fondamentale quindi darsi da fare per riaggiustare il senso di team che viene polverizzato nell’ultimo collegio docenti di giugno, quando ci sono i saluti dei cosiddetti supplenti annuali che, l’anno successivo, chissà dove finiranno ed è un miracolo, se si tratta di docenti in gamba, se riescono a farsi confermare nello stesso posto, quando la ruota riparte.

Provate a immaginare: la tua classe va in vacanza e, come se non bastasse, i tuoi colleghi evaporano con ampie possibilità di non incontrarli mai più, e ti ritrovi con i soliti quattro gatti dei colleghi di ruolo, il dirigente, il vicario, i vari responsabili di plesso, tutti a non dirsi quanto sarebbe bello, per il genere umano, per i docenti, per la società, che le cose si normalizzassero e che la scuola diventasse un posto di lavoro come tutti gli altri in cui, al di là di far trascorrere un’esperienza di apprendimento più significativa possibile a bambini e ragazzi – la nostra mission – si può anche contare su una squadra di persone, più o meno sempre le stesse, a lavorare per il lungo periodo.

una storia nota

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PROLOGO

Non ho mai capito che cosa abbiano in comune l’interruzione di energia elettrica per un blackout e l’antifurto delle villette ubicate nella via dietro casa mia. Se è fatto apposta, se gli antifurto devono suonare quando manca la corrente, non mi sembra una buona intuizione e nemmeno una best practice di ingegneria. Perché sono stati programmati per dare l’allarme quando si spegne tutto? I ladri, quando si introducono nelle abitazioni altrui, come prima cosa staccano il contatore? Mi sembra una pensata piuttosto ingenua.

Eppure vi assicuro che è proprio così: manca la luce e si propaga un’intera orchestra di sirene proprio come quando i cani, chiusi nei giardini delle stesse villette, abbaiano con effetto a cascata, quando passa qualcuno con un loro simile al guinzaglio e si avvisano reciprocamente del pericolo a partire dal primo, il più piccoletto, il più cagacazzi che abita proprio sotto la finestra della cameretta di mia figlia, uno di quei cani di taglia infima, isterico e dal timbro acutissimo e nervoso che si fa sentire senza interruzione di continuità, fino all’ultimo, il più grosso di tutti, in fondo alla via.

Non sono l’unico a pensare che si tratti di un errore insito in qualche sottomarca di antifurto. Una svista di chi li ha programmati, una riga di codice con un bug che il sistema interpreta come IF manca l’alimentazione elettrica AND si attiva il gruppo di continuità THEN fai casino. L’inefficacia dei sistemi di allarme di questo tipo è sotto gli occhi di tutti, per non dire sotto le orecchie di tutti. L’aggravante è che possono attivarsi in piena notte mentre il proprietario si trova in vacanza dall’altra parte del mondo. L’estate è torrida, tutti sparano i condizionatori al massimo, l’offerta di energia non è sufficiente a soddisfare la domanda e la rete di distribuzione collassa. Ai tempi del global warming questa ormai è la prassi e dobbiamo farcene una ragione. Si blocca tutto, si spegne tutto, e si avviano le sirene degli antifurto delle villette, una dopo l’altra.

In piena notte, ma forse l’ho già detto. I proprietari delle villette sono dall’altra parte del mondo, anche questo l’ho già detto, e non possono correre a porre rimedio utile alla situazione. Io mi aspettavo addirittura che suona l’antifurto e pochi secondi dopo arriva una pattuglia della Polizia, ma forse vedo troppe pubblicità della Verisure. Invece le sirene vanno avanti indisturbate quanto i ladri per quasi un’ora. Finiscono il loro ciclo, si interrompono qualche minuto, giusto il tempo di riaddormentarmi, e poi ricominciano con la stessa sfrontatezza.

Poi la luce torna, perché nel frattempo ci siamo svegliati tutti e il black-out ci ha fatto preoccupare per le scorte accalcate nel freezer e il modo in cui cucinarle tutte, prima che si deteriorino, prima che siano da buttare, un tarlo che toglie il sonno anche ai più ottimisti. Invece la luce torna, dicevo, ma dopo un po’ salta di nuovo e così riprende anche la sinfonia.
A dire la verità non so come vada a finire, e cioè se mi riaddormento prima che le sirene tacciano definitivamente, preso per sfinimento dall’assuefazione a quel frastuono continuo, un po’ come quando dividi il letto con qualcuno che russa, oppure se prima ritorna il silenzio perché nel frattempo sono rientrati i proprietari dall’altra parte del mondo o è arrivata la Polizia o è tornata la corrente per non saltare più e quindi, ripristinato il silenzio, ripiombo nel sonno.

Il mattino seguente, al risveglio, resta una vaga eco delle sirene dei sistemi di allarme nello sguardo sconvolto dei sopravvissuti a una notte d’inferno, tra i trenta gradi e l’inquinamento acustico fuori da ogni immaginazione. Tra familiari ci si chiede se l’abbiamo sentito, se ci ha svegliati, se poi siamo riusciti a riprendere sonno. Fuori, l’innaturale silenzio della notte, interrotto solo dalle sirene, ha lasciato il posto al consueto bordone di operosità tipico della periferia milanese. I carpentieri del bonus 110 che si danno ordini in arabo dai piani dei ponteggi, le macchine tagliaerba impiegate come ammortizzatore sociale, gli adolescenti sui motorini perché la scuola è finita, gli anziani che gli sacramentano dietro in dialetto.
Questo è quello che succede generalmente. Stanotte, però, dev’essere andata in modo diverso perché già da stamattina, mescolato ai rumori di una tipica alba di periferia, si percepiva qualcosa di più. Qualcosa di anomalo.

QUALCOSA DI ANOMALO

Ma facciamo un passo indietro. Intanto ieri, tra le tracce dei temi dell’esame di stato, è stata somministrata come proposta l’analisi di un testo tratto da “Musicofilia” di Oliver Sacks. Per vostra comodità riporto il brano oggetto della prova qui di seguito:

«È proprio strano vedere un’intera specie – miliardi di persone – ascoltare combinazioni di note prive di significato e giocare con esse: miliardi di persone che dedicano buona parte del loro tempo a quella che chiamano «musica», lasciando che essa occupi completamente i loro pensieri. Questo, se non altro, era un aspetto degli esseri umani che sconcertava i Superni, gli alieni dall’intelletto superiore descritti da Arthur C. Clarke nel romanzo Le guide del tramonto. Spinti dalla curiosità, essi scendono sulla Terra per assistere a un concerto, ascoltano educatamente e alla fine si congratulano con il compositore per la sua «grande creatività» – sebbene per loro l’intera faccenda rimanga incomprensibile. Questi alieni non riescono a concepire che cosa accada negli esseri umani quando fanno o ascoltano musica, perché in loro non accade proprio nulla: in quanto specie, sono creature senza musica. Possiamo immaginare i Superni, risaliti sulle loro astronavi, ancora intenti a riflettere: dovrebbero ammettere che, in un modo o nell’altro, questa cosa chiamata «musica» ha una sua efficacia sugli esseri umani ed è fondamentale nella loro vita. Eppure la musica non ha concetti, non formula proposizioni; manca di immagini e di simboli, ossia della materia stessa del linguaggio. Non ha alcun potere di rappresentazione. Né ha alcuna relazione necessaria con il mondo reale. Esistono rari esseri umani che, come i Superni, forse mancano dell’apparato neurale per apprezzare suoni o melodie. D’altra parte, sulla quasi totalità di noi, la musica esercita un enorme potere, indipendentemente dal fatto che la cerchiamo o meno, o che riteniamo di essere particolarmente «musicali». Una tale inclinazione per la musica – questa «musicofilia» – traspare già nella prima infanzia, è palese e fondamentale in tutte le culture e probabilmente risale agli albori della nostra specie. Può essere sviluppata o plasmata dalla cultura in cui viviamo, dalle circostanze della vita o dai particolari talenti e punti deboli che ci caratterizzano come individui; ciò non di meno, è così profondamente radicata nella nostra natura che siamo tentati di considerarla innata […].»

Mi è venuto spontaneo quindi il mash-up tra questo spunto, che, se mi fossi trovato tra i candidati, avrei approcciato sulla carta senza indugi (anche se l’analisi della poesia di Pascoli <3), e il discorsetto che, sempre ieri – che giornata intensa! – mi stavo preparando per il prossimo collegio docenti, quello a conclusione dell’anno scolastico, quello in cui dovrò relazionare circa il progetto di musica che abbiamo portato a termine noi delle terze la scorsa primavera con un esperto esterno.

In poche parole, vorrei introdurre il mio intervento riportando una considerazione espressa dal mio collega insegnante di musica della secondaria in occasione del saggio delle classi di fine anno a cui ho assistito per intero (21 classi, due o tre o quattro brani a classe eseguiti con metallofoni e flauti dolci e qualche guizzo come basso elettrico, chitarra e tastiere) perché mi è stato richiesto di fare le riprese video.

Il prof di musica ha elogiato le sue classi, mettendo però in guardia gli spettatori (non più dei due genitori per alunno, fratellini e sorelline ammessi in via eccezionale come extra) sul fatto che quanto avrebbero assistito era frutto di un programma svolto lungo non più di due ore la settimana, a cui si deve aggiungere il Covid – anche se le lezioni quest’anno si sono svolte sempre in presenza, i casi di classi dimezzate e le assenze prolungate sono stati tantissimi – e che, parole sue, i ragazzi arrivano dalla primaria senza aver fatto nulla di musica. Che botta.

CHE BOTTA

A caldo, questa considerazione mi ha offeso moltissimo. Io, che ho un passato da musicista anche se non certificato (e questa parentesi che ho aperto e in cui sto scrivendo è dedicata proprio al fatto che in Italia l’unico canale accademico per formare esperti di musica è il conservatorio o poco più), dicevo che io che posso vantare un background di tutto rispetto da musicista, cerco di rifilare la musica ai miei studenti in tutti i modi collegandola a tutte le materie che insegno a partire dalla matematica (tempo/ritmo e numeri e frazioni), dall’inglese (qualsiasi esempio sarebbe superfluo), da scienze (i sensi), dalla tecnologie e la cultura digitale (suonare con i VST e le drum machine e gli innumerevoli sistemi per produrre musica al computer), dall’arte (immagini e musica, quadri e canzoni, ci si potrebbe fare una disciplina a sé), per non parlare dell’ora di musica in cui, a causa del Covid, non si possono maneggiare strumenti, però ascoltiamo e discutiamo a manetta.

Il punto è proprio questo, e ci sono arrivato successivamente, a freddo. Insegnare musica significa principalmente insegnare a suonare. E se i bambini escono dalla quinta primaria sapendo più o meno esprimersi in italiano, più o meno scrivere, più o meno far di conto, più o meno biascicare qualcosa in inglese, la stessa cosa non si può dire per saper suonare uno strumento. E per fortuna che il flauto dolce è considerato superato (anche se non ancora del tutto sconfitto, malgrado siamo nel 2022) ma, anche se non fosse, l’ultima cosa che farei è trasmettere a delle persone l’idea che la musica è quella roba sgradevole, incerta e priva di senso che esce soffiando dentro e mettendo le dita a cazzo su un tubo di legno. Se ne deduce che il mio collega prof di musica tutti i torti non li ha: i ragazzi arrivano dalla primaria senza aver fatto nulla di musica.

I RAGAZZI ARRIVANO DALLA PRIMARIA SENZA AVER FATTO NULLA DI MUSICA
La cosa non ci deve stupire, e l’abbiamo già detto altre volte e perdonate se mi ripeto: chi continua dopo la secondaria di primo grado studierà musica solo al coreutico o forse al liceo che ha preso il posto delle vecchie magistrali, ma non ne sono sicuro. Questo significa che quasi tutti studiano storia delle arti visive, la poesia nella letteratura italiana, mentre la musica sparisce dai programmi. Forse è un’arte di serie B. Però cosa hanno in meno Vivaldi, Puccini, Rossini, Monteverdi e lo stesso Morricone (e mi limito ai compositori italiani, perché se tirassi in ballo Beethoven o Mozart o Bach ciaone proprio) rispetto a Dante, Petrarca, Caravaggio o Michelangelo? Lascio a voi la risposta.

LASCIO A VOI LA RISPOSTA
Tutto questo per dire che il progetto di musica con l’esperto – un tipo davvero in gamba che abbiamo trovato in un modo a dir poco rocambolesco e che ha mescolato musica, danza, teatro e giocolerie facendo letteralmente impazzire i bambini, un vero e proprio personaggio come immaginiamo siano gli artisti di strada, un po’ bohémien, per farmi capire – è andato benissimo e che speriamo che l’anno prossimo possa continuare, magari con lo stesso insegnante perché si sa, per candidarsi ai progetti nelle scuole ci sono i bandi a cui si iscrivono cani e porci e bisogna sempre sperare di essere fortunati perché avere a che fare con gli scarti delle altre professioni è all’ordine del giorno.

Ricapitolando: il discorsetto per il collegio docenti, la traccia sulla musicofilia all’esame di stato, i continui allarmi degli antifurto delle villette che hanno funestato il sonno la scorsa notte. Una combo di eventi che ha generato una conseguenza a dir poco sorprendente.

STAMATTINA SI SONO MANIFESTATI GLI ALIENI

Stamattina si sono manifestati gli alieni, qui da noi, ma ho letto e ho sentito al telegiornale che anche da voi non è andata diversamente. Si sono manifestati in un modo a cui nessuno avrebbe mai pensato e che risulta un po’ essere la summa di tutte le cose che dicevo prima, insieme a un aspetto che sembra tratto da quel celebre film di fantascienza in cui, per parlare con gli extraterrestri, la sceneggiatura prevedeva che gli uomini utilizzassero un sintetizzatore, alla faccia dei chitarristi.

Stamattina, al nostro risveglio, si sono manifestati gli alieni in forma di suono, ma vi giuro che non è colpa mia, non li ho chiamati, è solo che è facile ricondurre questa apparizione (per modo di dire, come vedrete, anzi, come sentite) alla giornata intensa di ieri e alla notte che è seguita.

Gli alieni si sono manifestati nella forma di una nota continua, un si bemolle. Una -fania (mettete voi al posto del trattino la matrice che preferite) a cui nessuno ha dato peso, appena il si bemolle si è diffuso nel chiarore e nel brusio della mattina. Eccoci, ancora un sistema di allarme che suona, ho pensato io, ma scommetto di non esser stato l’unico. Il suono poi è continuato, nessuno si è precipitato a spegnerlo, la Polizia non sapeva dove andare perché il si bemolle continuo si percepisce ovunque e, soprattutto, al momento non si capisce da dove provenga, quale sia la fonte, tanto è omogeneo in ogni angolo del pianeta. Ora chiudiamo gli occhi insieme, concentriamoci sul suono alieno, sul si bemolle, e pensiamo a cosa possiamo fare. Ma non finisce qui.

senza rete

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Mia figlia sta per sostenere la maturità. A pranzo parlavamo del senso di sottoporsi a prove in cui si scrive a penna su un foglio e con il divieto di usare Internet. Così, per dimostrarle l’utilità di tutto questo, le ho fatto l’elenco delle professioni ma anche delle situazioni nella vita di tutti i giorni in cui si scrive a penna su carta e non si usa la rete, e che riporto qui di seguito nello stesso ordine in cui mi sono venute in mente:

 

 

 

 

Vero? E voi, prima di commentare, leggete bene:

  • non ho scritto che non si debba insegnare più a scrivere a penna su carta perché, comunque, resta la nostra più personale, intima e immediata arma comunicativa, ci sono gli studi neuropsichiatrici che ne sanciscono il primato e non ho alcun dubbio sul fatto che, scrivere a penna su carta, ci costringa a organizzare ciò che sappiamo in un modo che non ha eguali (la cui utilità, comunque, è sicuramente sacrosanta nel mondo come lo abbiamo conosciuto trent’anni fa e che, siccome è stato perfetto per noi, giochiamo a credere che è ancora tale e quale oggi. Ma, quanto servirà tra cinquant’anni, quando sarà quasi un secolo in cui utilizziamo Internet e un dispositivo per fare qualunque cosa, è tutto da vedere e non ho detto che sia meglio o peggio, sia chiaro);
  • non ho scritto che non bisogna più constatare e valutare le competenze e e le conoscenze dei nostri ragazzi tramite un esame finale al termine di un ciclo di studi. Per verificare se un alunno ha studiato e sa quello che gli abbiamo insegnato resta comunque la possibilità di sottoporlo a un esame orale in cui posso assistere alla soluzione di un calcolo in tempo reale, una traduzione di latino per accertarmi se conosce i meccanismi della grammatica, e mille altri casi specifici per ogni disciplina che si insegna a scuola.

Mi chiedo il senso di una prova scritta a mano su carta e svolta con il divieto di usare Internet, che secondo me è come dire continuiamo a lavorare, leggere e fare le nostre cose solo con la luce del giorno perché c’è il divieto di usare la luce elettrica, oppure scaldiamo il pranzo di ieri con il calore del nostro corpo perché c’è il divieto di accendere i fornelli. Internet è una commodity come l’energia elettrica o il gas o la benzina o qualunque cosa oggi diamo per scontato per fare qualunque cosa. Perché devo sforzarmi a pensare a portare a termine un lavoro, una prova o una qualunque attività facendone a meno, se non per scrivere su Facebook che sono un luddista o che vivo con gli elfi solo come un cane nei boschi dell’Appennino?

Dico solo, e qui lo ribadisco: perché non ci si sforza per pensare a una prova scritta che, per essere portata a termine nel migliore dei modi, renda necessaria la capacità di cercare e trovare le informazioni giuste in Internet, la loro rielaborazione tramite le competenze e le conoscenze degli alunni, il loro confezionamento magari sullo strumento o sulla piattaforma online o offline più adeguata? Il divieto di usare Internet a scuola mette ancora al centro l’antitesi tra scuola e Internet, tra adeguatezza della didattica e vita e società contemporanee, tra giovani e mondo che dovranno abitare, tra teoria e pratica.

 

l’ultimo giorno degli ultimi giorni

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Pensate un po’ se anche il vostro lavoro, a un certo punto, si interrompesse per poi riprendere a settembre. E non è la solita questione dei tre mesi di ferie degli insegnanti, perché semmai i mesi senza lezioni in classe sono due, e in questi due – al netto del sistemare le cose dell’anno scolastico appena terminato a giugno e di preparare quelle del successivo a settembre – poi, a veder bene, ci sono una quarantina di giorni puliti di vacanza.

Pensate, che ne so, se fate i muratori e periodicamente, ogni anno, vi si chiede di non salire più sui ponteggi per un po’ ma di dedicarvi alla manutenzione del vostro equipaggiamento. Oppure fate i tassisti e poi vi impediscono per qualche mese di mettervi in strada per seguire un corso di aggiornamento sullo stress da traffico in città. Ne so una ancora migliore: avete un negozio e vi si chiede di chiuderlo per mettere ordine alle vostre scartoffie e vi si tiene alla larga dal vostro core business per occuparvi forzatamente di cose di cui non vi importa, vi annoiano, o addirittura non siete capaci a fare perché – che so – siete ottimi panificatori ma se dovete pianificare una campagna marketing delle baguette non sapete da dove iniziare e vi tocca improvvisare.

Gli insegnanti lavorano per nove mesi con le persone, in particolare con una categoria di persone ben precisa e che sta a cuore a tutti voi, fino a quando l’interruttore si spegne e ti ritrovi a vagare per le aule vuote con un caldo porco in bermuda a occuparti di una serie di questioni collaterali che, con la didattica sul campo, c’entrano poco. Dal punto di vista emotivo, essere privati della controparte con cui si esercita una professione – le costruzioni i muratori, le Toyota Corolla station wagon bianche i tassisti, le michette i panettieri, gli alunni i docenti – provoca un contraccolpo mica da poco. Certo, il mondo è pieno di aridi che, ancora con l’eco dell’ultima campanella nelle orecchie, salgono sul primo intercity (prenotato a carnevale) per raggiungere il paesello sul mare senza porsi alcun problema. Voglio dire, la scuola è finita da nemmeno quattro ore e già sono qui al PC a scrivere parole intrise di malinconia mosse dalla realtà dei fatti e cioè che, a dirla tutta, i ragazzi senza la scuola stanno benone. Meglio che in classe con me.

Oggi all’uscita non c’era per nulla l’atmosfera da ultimo giorno, se non per le quinte a cui è stato riservato un cancello dedicato tutto pieno di palloncini e festoni. Nella mia classe l’idillio è stato guastato poche settimane fa da qualche genitore che si è lamentato in modo piuttosto acceso per l’ostinazione con cui facciamo osservare il regolamento anti-Covid in ambiente scolastico. In previsione di un’uscita didattica organizzata a fine maggio, comprensiva dello spostamento a piedi dalla scuola al parco avventura di destinazione, ci è stato chiesto di permettere ai bambini di toglierla. La mia collega ed io ci siamo opposti, naturalmente, visto il regolamento imposto dal ministero e dall’ATS locale (e di conseguenza dalla nostra dirigente).

Un manipolo di genitori esagitati – qualche giorno prima della gita – mi ha espresso le proprie rimostranze cogliendomi di sorpresa all’uscita e, non riuscendo a trasmettere in modo esaustivo l’opportunità delle mie ragioni, mi sono lasciato tentare da un linguaggio piuttosto colorito – c’era qualche bambino che giocherellava nelle vicinanze – trattenendomi però – almeno questa ricercatezza spero sia stata apprezzata – dal bestemmiare. Per farla breve, i rapporti non sono più collaborativi come un tempo. Con un’aggravante: la mattina della foto di classe non ero in servizio e avevo programmato un appuntamento inderogabile. La collega ha ritenuto giusto esimersi dal posare con gli alunni, trovandosi senza di me. Nella foto, quindi, i bambini sono abbandonati a se stessi. Ho quindi l’impressione che questo sciopero dei buoni sentimenti sia stato interpretato come una presa di posizione contro le famiglie e il rispetto dei loro ricordi che verranno. Oggi, smistati i miei bambini ai rispettivi genitori, c’è stato qualche vago e generico augurio di buona estate e nulla di più. Peccato, ci tenevo ad avere un sostanzioso regalo di fine anno, magari un buono Amazon da spendere in dischi.

In più quest’anno ha avuto il suo peso il fatto che è stato l’ultimo giorno di scuola anche per mia figlia, nel senso dell’ultimo giorno degli ultimi giorni, quindi il mio da docente è sceso di priorità. D’ora in poi, basta scuola se non per gli imminenti esami di maturità e quello che succederà dopo, che non conosco ancora e non sa nemmeno lei. Nella vita delle persone – diciamo un’ottantina di anni, se va tutto bene – la porzione che trascorriamo con chi ci ha generato è a dir poco marginale, nell’economia di un’esistenza intera. Non dico sia di poca importanza sul resto, ma si tratta veramente di poco tempo. In questo battito di ciglia i nostri figli li accompagniamo il primo giorno di scuola materna e improvvisamente li ritroviamo al rientro dell’ultimo giorno del liceo, dopo che hanno trascorso la notte alla montagnetta di San Siro a spaccarsi di birra e erba per aspettare l’alba della fine di un capitolo infinito, per loro, e troppo breve, per padri e madri. Il vantaggio di aver un blog da vent’anni è che ora potrò cercare tutti i post come questo, scritti l’ultimo giorno di scuola dei precedenti cicli, e scoprire come l’avevo presa allora.

E poi, lunedì scorso, ho partecipato al rinfresco di una collega che va in pensione e che, se la vedete, sembra più giovane di me. Era visibilmente commossa e consapevole del fatto che il prossimo 31 agosto sarà l’ultimissimo giorno degli ultimi giorni di tutti gli ultimi giorni. Poi ho letto il biglietto che le hanno scritto i colleghi più stretti, in cui si parlava di tutte le opportunità che le sarebbero presentate, d’ora in poi. L’ho letto e l’ho trovato solo un modo per riflettere su un giorno ancora più ultimissimo degli ultimissimi di tutti gli ultimi giorni degli ultimi giorni. Ma non credo sia giusto, davvero, vedere sempre le cose così.

un bel posto

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Great Place to Work® è una società di ricerca, tecnologia e consulenza organizzativa che analizza gli ambienti di lavoro raccogliendo e analizzando le opinioni dei collaboratori e la employee experience. Sul loro sito si legge anche che

Attraverso la nostra Survey Platform aiutiamo le aziende a raccogliere le opinioni e i feedback dei propri collaboratori (in modalità anonima e tutelata) rispetto all’ambiente di lavoro e alla cultura aziendale e con attività di consulenza mirata supportiamo le organizzazioni nel percorso di crescita e di trasformazione, fino a riconoscere e premiare le migliori organizzazioni per cui lavorare in Italia, Europa e nel mondo.

Alcune aziende clienti dell’agenzia di cui facevo parte prima di operare nella scuola si sottoponevano con entusiasmo al processo che, ogni anno, rilascia una classifica degli ambienti di lavoro in cui ci si riesce maggiormente a realizzare con soddisfazione. Si tratta di operazioni di marketing la cui efficacia e veridicità lascio al vostro giudizio. Sta di fatto che nel B2B e in certi network – a partire da LinkedIn – sono riconoscimenti che danno un certo credito e si sfoggiano (giustamente) con il dovuto vanto.

Dico questo perché sarebbe fantastico se la scuola italiana con tutti i suoi operatori – docenti, dirigenti, ATA, personale amministrativo e collaboratori vari – fosse coinvolta in un’indagine di questo tipo. Con il suo milione e rotti di dipendenti la scuola italiana è probabilmente una delle organizzazioni più numerose al mondo. Il risultato è facile da intuire, come le criticità che la contraddistinguono. D’altronde, se da una parte il fatto che non ci siano dei profitti economici misurabili nel breve periodo di mezzo allontana la scuola dal mercato, dall’altra vi sfido a trovare un’organizzazione con altrettante complessità in termini di dimensioni, processi, modelli di (passatemi il termine) business, distribuzione sul territorio, selezione e gestione del personale, esigenze di flessibilità ai cambiamenti sociali e politici, procurement, marketing e comunicazione, questioni legali, logistica, gestione e manutenzione degli asset e facility management, tanto per iniziare.

Proviamo quindi a pensare a come risponderebbe chi ne fa parte: stipendi inadeguati, caos organizzativo, strutture fatiscenti, carriere chiuse, burocrazia ed esposizione a stress lavorativo farebbero precipitare la scuola italiana ben al di sotto dei posti meno prestigiosi (per non dire più umilianti) di questa classifica. E il fatto che la scuola sia un servizio non ci deve per forza indurre a coinvolgerne gli utenti in una valutazione di questo tipo, per attestarne l’autorevolezza. Le famiglie riconducono principalmente ai docenti la responsabilità del cattivo funzionamento del sistema, mentre gli addetti ai lavori – al netto dell’autocritica – vedono le cose in modo più aderente alla realtà.

Qualche giorno fa è stato indetto uno sciopero nel comparto istruzione dalle principali organizzazioni sindacali del settore. Le ragioni di questa giornata di astensioni dal lavoro sono state raccolte in modo esaustivo dalla collega Mariangela Vaglio in un post sul suo profilo Facebook. Se il budget costringe ad aumentare il numero di utenti del servizio per singolo dipendente, è facile intuire quanto sia penalizzata la qualità. Se questo vale per qualsiasi settore produttivo, figuriamoci per la scuola e tutte le sue variabili, visto che parliamo di prestazioni rivolte a esseri umani. E non c’entra nulla il fatto che nella scuola non insegnino i migliori. Anche a fronte di un utopistico aumento consistente di stipendio in grado di attirare talenti, chi entra nella scuola e ha voglia di darsi da fare sa di infilarsi in un ginepraio. Tanto vale adeguarsi a certi standard e tirare a campare.

Io invece vorrei lavorare 40 ore a settimana come tutti, con uno stipendio come tutti. Venticinque ore in classe e il resto in un ufficio messo a disposizione dalla scuola in cui faccio programmazione didattica, mi preparo le lezioni, partecipo a riunioni, incontro studenti e genitori in una scuola aperta 40 ore a settimana, mattina e pomeriggio. Un ufficio che mi permetta di non portarmi in continuazione pezzi di scuola a casa. Con un responsabile IT che non sono io che lo faccio perché smanetto con l’informatica ma che chiamo e mi fornisce assistenza in tempi utili quando ne ho bisogno. Un ufficio personale (con gente che ha studiato per quel mestiere lì) che seleziona i docenti che si sono candidati mandando un curriculum e a cui posso rivolgermi quando occorre. Un sistema che valuta il mio lavoro e che, se sono bravo, mi fa trovare in busta paga i premi produzione. Un dirigente che è un general manager a tutti gli effetti, strapagato come nelle aziende private, che opera per il bene della scuola di cui è a capo.

Comunque, se vi interessa saperlo, pur in accordo con le ragioni di questo sciopero, io non ho aderito. Ad oggi non ho mai scioperato perché credo che in alcuni settori critici – scuola, trasporti, sanità e giustizia – lo sciopero non porti a nulla se non a penalizzare gli utenti e ad aumentare, nel cittadino, il rancore verso le categorie coinvolte. Lo sciopero è efficace nelle aziende private, nelle grandi industrie, nelle fabbriche. Se il tuo datore di lavoro è lo stato, ci sono canali più efficaci per manifestare il dissenso, a partire dalla scheda elettorale.