non è un’opinione

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Mai e poi mai avrei pensato che, un giorno, sarei diventato un insegnante di matematica. Vanto svariate umiliazioni al liceo compensate, però, da un’appagante tesi di laurea sulle Metamorfosi di Ovidio. Il fatto è che alla primaria i nuovi arrivati prendono il primo posto libero – due insegnanti per classe a coprire le due aree disciplinari – e non c’è abbastanza margine per fare gli schizzinosi. L’impressione che mi sono fatto io è che noi della popolazione docente di quest’ordine scolastico ci somigliamo un po’ tutti, un’opinione rafforzata dal fatto che il mio collega responsabile dell’area stem della secondaria del comprensivo in cui insegno, si lamenta un po’ della preparazione in matematica dei ragazzi che arrivano, ogni anno. Non tanto che siano scarsi, piuttosto che siano poco pronti a mettere le competenze acquisite in pratica.

L’indole media dei docenti della primaria forse è più umanistica, e il risultato è che l’intelligenza numerica degli studenti rischia in coerenza con il resto perché stimolata di meno, frutto di una didattica meno appassionata, variegata e divertente rispetto alle lettere proprio perché – e mi ci riconosco – in linea con una vocazione figlia di un dio minore. Il problema sarebbe da prendere alla radice, con lauree magistrali di didattica della matematica ad hoc per la scuola primaria. Posso però immaginare un professionista con un grado di formazione di questo tipo alle prese con le riunioni di programmazione tra colleghi, quando si trascorrono ore a decidere – in venti – se per la verifica parallela di fine quadrimestre è più opportuno dare come operazione 22+9 o 34+7.

C’è un equivoco di fondo, e cioè che contare e riconoscere e usare figure geometriche sia una astratta speculazione e non, invece, una tecnica di sopravvivenza alle insidie del mondo, a partire da non farsi fregare con il resto quando si compra un gelato al bar dello stabilimento balneare o – da grandi – a ordinare una metratura di reticolato adeguata al perimetro del proprio giardino.

C’è poi un ulteriore spunto di riflessione. Il programma di matematica sembra così entry level che io passo il tempo a pormi dei dubbi su cose che faccio automaticamente. Insegnare matematica ai bambini è una rogna, ve lo posso assicurare, ed è per questo che nessuno lo vuole fare, chi lo fa lo fa a cazzo, ed ecco perché, quando crescono, i ragazzi che scelgono la carriera scientifica per passione – e non perché l’unica in grado di attirare l’attenzione delle aziende – sono in netta minoranza. Finché ci saranno insegnanti come me, prestati alla materia da un’organizzazione che non ha ancora preso provvedimenti su come garantire standard di reclutamento del personale adeguati, la scuola italiana sarà così.

Dimenticavo: manco a dirlo, parlo per me. Poche cose mi irritano come non poter spiegare le moltiplicazioni con i numeri decimali non potendo incolonnare i fattori nella corretta posizione come si fa con le altre operazioni. Fosse per me, la virgola starebbe sotto la virgola, la parte intera tutta da una parte, quella decimale dall’altra, centinaia sotto centinaia, decine sotto decine, unità sotto unità, decimi e centesimi idem. Se non altro, anche solo per un principio estetico, per non parlare di ordine e chiarezza.

Un’altra patata bollente è la scelta delle attività da assegnare. L’Internet pullula di blog di insegnanti che condividono schede e lavori di ogni tipo. Il mio consiglio è di controllare tutto, prima che la fretta – la stessa che vi ha fatto preferire una verifica pronta all’uso compilata da uno sconosciuto a una pensata e costruita da voi su misura – non vi metta a rischio di errori che poi, in fase di esecuzione in classe, mandano in vacca la prova.

Mi è capitato qualche giorno fa, con una scheda scelta dalla coordinatrice di interclasse per una prova comune di fine quadrimestre. Un esercizio di confronto tra numeri – il solito maggiore minore e uguale – in cui si chiedeva – tra gli altri – se il confronto 04 = 4 fosse vero o falso. Si è aperto un dibattito tra i sostenitori delle due fazioni. Io ho dato per certo che la risposta corretta fosse vero. Lo zero vale zero e se digito 04 su qualunque calcolatore lo intende come 4. Molti, invece, hanno espresso contrarietà: 04 non è un numero, non si scrive così, quindi l’uguaglianza non sussiste. Uno pensa che la matematica non sia un’opinione, una tesi a cui è stata dedicata persino una frase fatta, e invece la scarsa preparazione induce a mettere in discussione anche le cose più scontate. Spero tanto, al prossimo ciclo, maturata un po’ di anzianità, di riuscire a passare dalla parte giusta.

decoro

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La mia collega Fiorella di grembiuli non ne vuole sentir parlare. Il fatto è che alla dirigente non piacciono le pance scoperte, le canotte, il leggings attillati e le chiappe che spuntano dagli shorts, tipiche di questa stagione. Apriti cielo. La provocazione dei detrattori è che, se siamo un istituto comprensivo, il grembiule lo devono indossare tutti, dalla materne alla secondaria di primo grado. Già me li vedo i genitori. Il fatto è che i grembiuli di cotone non esistono più, soppiantanti da ammassi di acrilico che fanno irritare la pelle anche solo a parlarne. Volete sapere la mia? A me non dispiacerebbe. Dirò di più: estenderei l’uso del grembiule ai docenti. Il maestro Mimmo, per dire, non ha nemmeno trent’anni e con questa bomba di caldo si è presentato in classe con le bermuda, per giunta di jeans. O quell’altra che mette le tute informi con il logo sbiadito della nazionale brasiliana, nemmeno nelle favelas. O quell’altro, che poi sono io, che indossa gli stessi jeans, da settembre a giugno. Pensate che rivoluzione: tutti a scuola con il grembiule. Si abbatterebbero le differenze e nessuno giocherebbe a primeggiare per i propri abiti firmati, per non parlare di fisicità, tatuaggi, curve, magrezza. Tutti con il grembiule, un grembiule blu per tutti. Vi ho convinto?

otto e mezzo

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La mia collega ha lo stesso timbro di voce di Lilly Gruber. In più parla proprio come lei, con le stesse cadenze e rispettando i ritmi e tempi della conduttrice de La7. Quando facciamo il passaggio di consegne in classe, tra un turno e il successivo, senza farmi vedere chiudo gli occhi e immagino di essere un opinionista di “Otto e mezzo” a cui è stato richiesto il parere su Carletto che non ha giustificato, sul PDP di Nicolò o sul comportamento della mamma di Lorenzo che continua a tenere il figlio a casa con il raffreddore. Questo in condizioni normali. Come tutti gli insegnanti, però, è pronta a farsi sentire se c’è qualcosa che non va. Nella sua voce l’aumento di volume coincide con la discesa della sorgente sonora giù per il collo, non so se mi spiego, un fenomeno probabilmente dovuto a un uso scorretto dell’apparato fonatorio e a una errata respirazione. Invidio molto, invece, i colleghi che sanno mantenere toni molto bassi per costringere i propri alunni a fare silenzio. A volte ci provo, con i miei, ma non sono credibile. Ci sono corsi dove si possono imparare le tecniche migliori per la gestione della voce in classe. Il primo anno ricordo che a metà ottobre ero pressoché afono. In più, venendo da un lavoro in cui trascorrevo otto ore al giorno in silenzio al computer – anche perché ci sarebbe stato ben poco da dire – ho faticato ad abituarmi a non andare in iperventilazione. Una volta ho assistito a una lezione in cui l’insegnante usava un piccolo ampli agganciato alla cintura e un microfono, forse la soluzione più adeguata a spiegare senza farsi venire mal di gola. Ci sono poi docenti che urlano e basta, ma secondo me i loro alunni, alla fine, si abituano e dopo un po’ non ci fanno più caso.

cosa fai quando non ti vedo

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Provo un po’ di invidia per la mia collega Tiziana perché nell’intervallo lungo, ora che ci sono le belle giornate, si siede sul prato del giardino e una buona parte della sua classe – sia maschi che femmine – forma un cerchio insieme a lei come quella scena di “Tutti insieme appassionatamente” oggetto di meme in cui Julie Andrews canta con la chitarra in mano durante il pic-nic. A differenza mia, lei deve profondere molto appeal sui bambini se scelgono la sua compagnia anche oltre le ore di lezione. Racconta cose, conduce piccoli giochi, li intrattiene. I miei alunni, al contrario, si fanno bellamente i cazzi loro. Così, quando scendo in giardino, mi metto in maglietta, tengo giù la mascherina tanto non c’è nessuno vicino e mi prendo il sole in faccia, seduto sulle gradinate del campetto da basket. Prima restava spesso Erik con me ma ora che fa più caldo preferisce l’ombra e ogni dieci minuti viene a chiedermi quanto manca a tornare in classe, proprio come fanno i bambini nei viaggi in treno.

In quei minuti di rara solitudine scolastica, la cosa che mi viene più spesso da pensare è come trascorresse mia figlia tutto quel tempo, quando frequentava la primaria. Se giocava con il gruppone, come fanno i miei dietro a una noce usata come palla da calcio, oppure se era come Jolanda e Jasmin che perlustrano il giardino in cerca di tesori. O come Erik, appunto, che non vuole stare con nessuno.

Sono episodi in cui mi torna in mente una cosa che ho letto non ricordo detta da chi, e che dice che bisognerebbe tornare a fare gli educatori anziché i fan dei propri figli. Così, mentre controllo che dei miei alunni nessuno si faccia male, provo a calcolare a mente la percentuale di tempo che, tenendo conto che che mia figlia ora ha diciott’anni, non ha trascorso con me. Il naturale prosieguo di questa riflessione è che, probabilmente già a partire da ora, con me ci starà sempre meno. Il bello di insegnare alla primaria è che un po’ cristallizza queste sensazioni, non so se riesco a spiegarmi. E non so nemmeno se sia davvero bello.


siamo a cavallo

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L’insegnante che tiene il corso madrelingua di inglese è completamente strabica, caratteristica che unita alla lingua che usa per rivolgersi ai bambini rende impossibile ogni comunicazione a scapito della didattica. I miei alunni non solo non capiscono cosa chieda ma nemmeno a chi si stia rivolgendo perché, in più, non si ricorda i loro nomi e spesso li confonde. Anch’io non ho proprio uno sguardo calibratissimo ma oramai con me hanno fatto l’abitudine. L’esperto che fa il corso di musica invece è un portento perché viene dal teatro e in più fa l’allevatore di cavalli. Ho googlato il suo nome e ho scoperto che usa un metodo che ha dell’incredibile. Li convince a coricarsi su un fianco e poi si sdraia sopra di loro, una tecnica molto fisica. Nel suo profilo ci sono persino diverse foto in cui assiste sua figlia mentre impara ad andare a cavallo. Ho pensato che dev’essere bello avere qualcosa da insegnare ai propri figli, una passione da tramandare. Persino quel cretino di mio cognato, che grazie alle tasse evase si è potuto permettere una moto da gran turismo che nascondeva nel fienile della nostra casa di campagna per non avere problemi con la guardia di finanza – naturalmente mi riferisco alla stessa casa di campagna che poi ha sottratto alla mia famiglia con una truffa, unendo quindi al danno la beffa – dicevo che persino quel cretino di mio cognato ha trasmesso a sua figlia la sua passione per la moto, peraltro comprando anche a lei una moto gigantesca, penso con gli stessi soldi ottenuti grazie all’evasione fiscale o comunque alla rendita della cascina di famiglia che ci ha sottratto con la truffa. Mia figlia, per dire, non suona e non corre, ma quando parla aspirando l’aria riproducendo quell’effetto da voce horror con cui solo io so stupire i miei interlocutori, un po’ mi commuovo.

in esametri

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La mia maestra poteva sfoggiare uno dei nomi più belli in circolazione. Si chiamava Iside e, se non ricordo male, trascorreva con noi quattro ore ogni mattina per sei giorni ogni settimana. Oramai è passata un’eternità, malgrado questo sono certo che si facesse carico dell’insegnamento di tutte le materie, a tempo pieno. Quello del maestro unico è un modello insostenibile, con i tempi che corrono. Eppure, io che ho accettato di occuparmi dell’area logico-matematica dato che era l’unico posto disponibile, vivo con il costante rammarico di lasciare ad altri il compito di forgiare le coscienze letterarie dei miei bambini. La collega con cui condivido la mia terza è molto poco flessibile su tutti i fronti. Questo mi fa desistere dal tentativo di proporle una gestione della didattica diffusa e mista. Sarebbe bello se, per ogni materia, facessimo un po’ lei e un po’ io a seconda degli argomenti. O, ancora meglio, se si potesse procedere con le pluripremiate unità didattiche che raccolgono stralci di ogni bendidio di discipline diverse. Sai come si divertirebbero i bambini a passare da una materia a un’altra con la scusa di trattare argomenti che necessitano di un approccio disruptive. Ma questo non è possibile e non può rientrare nei piani programmatrici di una scuola molto old fashioned. La collega si occupa di italiano, storia, geografia e motoria, io dei miei compartimenti stagni in cui sono conservati singolarmente i kit di matematica, scienze, inglese, arte, musica, tecnologia. Inutile dire che è un peccato ma non perché io sia Gianni Rodari. Solo che qualche volta mi piacerebbe uscire dai canoni e leggere qualche poesia, raccontare qualche storia, presentare tutti gli stili narrativi che conosco, far scrivere i miei alunni e, perché no, registrare podcast. Nessuno mi vieta di farlo ma poi, malgrado le più buone intenzioni, desisto dall’idea. Mia moglie lavora in biblioteca e capita che mi porti a casa dei libri per bambini, io li porto a scuola ma mi dimentico persino di averli nello zaino, sopraffatto come sono dalle equivalenze e dai poligoni regolari. Oggi, a proposito di geometria, mentre correggevo un’attività dedicata proprio al ripasso di figure piane, angoli e lati, anziché scrivere “esagono” sulla LIM ho scritto “esametro”. Ed è stato subito #tityretupatulaerecubanssubtegminefagi

il sole in faccia

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Tra colleghi ci siamo divisi il giardino in modo da trascorrere l’intervallo evitando contatti pericolosi già molto tempo prima del Covid. Le prime hanno l’area con i giochi, anche se da quando c’è la pandemia non si possono toccare. Le seconde sono poco più avanti, quinte e quarte ai lati opposti della mini-pista di atletica e a noi delle terze – non chiedetemi il perché – è toccata la parte migliore, quella con il campetto da basket e il boschetto in miniatura con gli aceri e i pini.

Le macro-zone dedicate alle interclassi sono state quindi spartite ulteriormente per sezione per evitare che le bolle si mescolino, e a questo giro a noi della terza B non è andata benissimo. La coordinatrice della terza C è piuttosto autoritaria. Oltre a fare la docente si presta alle attività di animazione per l’oratorio locale e comunica nel gruppo di Whatsapp usando i punti elenco numerati per dirci le cose da fare. Sin dal primo mese della prima si è presa la briga di tenere per sé metà del campetto ma non per il lato corto, in modo da lasciare un canestro a testa. Vedi arrivare la sua classe preceduta dagli apri-fila con le mani piene di cinesini colorati. Erik, il mio alunno cinese, rimane perplesso quando li sente chiamare così. Nonostante questo, quelli della terza C Li posizionano per il lato lungo, da un canestro all’altro, stroncando tutte le funzionalità per il quale quel campo è stato pensato. Loro si piazzano di qua, dalla parte con la gradinata, e noi dobbiamo metterci di là, sul lato delle panchine. La scusa ufficiale è che il loro asperger a funzionamento zero ha bisogno di correre tutto il tempo e, con questo allestimento, può sfruttare un percorso efficace a muoversi da una partenza a un arrivo – guai a cambiargli la routine – in modo soddisfacente e utile a farlo stancare.

Scendono sempre dopo di noi. Prima che i guastafeste arrivino, io ne approfitto per sedermi sulle gradinate mentre i miei bambini si godono il campo da basket nella sua interezza. Da lì posso controllare che nessuno faccia cose non autorizzate con il sole in faccia. Erik ed io ce ne stiamo seduti mentre i maschi giocano a calcio con qualsiasi cosa rotoli e le bambine fanno le ruote. Sollevo la testa verso i raggi per assorbire meglio il calore e chiudo gli occhi. Erik mi fa le solite domande – cosa ho mangiato la sera prima, come si dicono certe parole in inglese, che ore sono perché aspetta solo di rientrare in classe- e io gli rispondo a memoria mentre sento il tessuto della maglia scaldarsi e il resto del corpo che si ricarica come se fossi uno smartphone collegato alla corrente. A lui non piace stare in giardino. Non ama l’intervallo. Non vuole giocare con nessuno e trascorre il tempo con me. Chiacchieriamo e facciamo insieme qualche gioco finché non mi avvisa appena vede la fila della terza C che si avvicina.

Così rientriamo nel settore di nostra pertinenza, nel quale devo accontentarmi delle panchine che, anch’esse rivolte verso il campo, hanno il sole alle spalle. Peccato, perché quando arriva la primavera o se ci sono le belle giornate stare seduto sulle gradinate è bellissimo. Non sono solo i miei alunni – a parte Erik – che vorrebbero rimanere sempre fuori, non rientrare più ai loro banchi. Invece, quando mi sposto sul lato delle panchine, il divario è incolmabile. Provo a sedermi ma l’aria fresca sulla pelle che si è scaldata, ora che il sole è alle spalle, si sente il doppio. L’estate è ancora lontana e così preferisco stare in piedi. Non mi sento più a mio agio, mi sembra di sprecare il tempo che passiamo all’aperto e – proprio come Erik – mi metto a contare i minuti che mi separano dalla fine dell’intervallo.

loading…

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Cercavo un modo per capire quando i bambini terminano una di quelle attività che chiedo di svolgere individualmente e che poi correggiamo insieme alla lim. Dicevo “quando avete finito alzate la mano” ma è un sistema che fa acqua da tutte le parti. Il solito Francesco ci mette trenta secondi, seguito di poco da Lucia, Laura e Davide, a ruota gli altri con scarti che variano a seconda dell’esercizio nei minuti successivi, con il risultato che in molti sono costretti a restare con il braccio sollevato per un quarto d’ora nell’attesa degli altri, e praticamente tutti devono aspettare Martina che non sai mai su che pianeta viva, quando rientri sulla Terra, e una volta tra noi prenda la penna o la matita dall’astuccio, trovi la pagina sul libro, chieda una seconda spiegazione e infine si metta al lavoro che, nove volte su dieci, non sa come svolgere.

Così mi sono inventato il prontometro. Ho preso una striscia di cartoncino di buona grammatura, l’ho piegata per il lato lungo a formare un cavaliere da tavolo. Poi ho fatto preparare a ogni bambino due scritte su un foglio. La prima dice “Ready!” e ho chiesto di farla a pennarello in doppietto colorato di verde. La seconda dice “Loading…” ed è rossa come le spie dei dispositivi in stand-by. I bambini le hanno incollate sui due lati e il funzionamento è stato chiaro sin dall’inizio. Mentre lavorano rivolgono la faccia “Loading…” verso di me. Non appena hanno finito ruotano il prontometro e così, quando su ogni banco si accende il verde, capisco che posso andare avanti.

Il prontometro è stato accolto con entusiasmo perché risparmia ai bambini la fatica di stare con la mano alzata ma, come è facile immaginare, non ha risolto il problema più grosso. Quello di Martina segna sempre rosso e mi ricorda involontariamente gli aggiornamenti Windows o la visione dei video su Youtube a scuola, con la rete divisa tra venti classi che la utilizzano simultaneamente. Fa sorridere perché il suo è un “Loading…” vero ma di quelli con il server spento, Internet scollegata, l’hard disk surriscaldato, la ventola impazzita, il sistema operativo bloccato, il software crashato.

Le scorciatoie per riavviare sono diverse. Le propongo di svolgere l’attività insieme perché so che, se la seguo passo passo, anzi meno, bit dopo bit, da qualche parte riusciamo a muovere la situazione di stallo. Questa è la scuola inclusiva. Ma gli altri? Allora, altre volte le do ancora del tempo ma poi so che la classe si spazientisce e non voglio che diventi lo zimbello e, comunque, se non ci è riuscita prima anche nei tempi supplementari non cava un ragno dal buco. È così dalla prima ma adesso sono grandi e i compagni hanno capito che c’è qualcosa che non va. Allora taglio corto, come quando spegni il pc tenendo premuto a lungo il pulsante di on/off e poi smonti persino la memoria dallo slot sul retro. Le dico di girare il prontometro sul verde e di copiare la soluzione dalla lavagna.

Il suo è un “loading…” perenne, una rotellina che si impalla e gira senza sosta. Il fatto è che al momento non è certificata e, senza sostegno, non si va da nessuna parte. A volte mi chiedo Martina e tutti quelli come lei, quelli nel limbo che confina con DSA e DVA, dove devono stare. In un gruppo ristretto di martine, con un insegnante che le segue sino allo sfinimento, non sarebbe più proficuo?

cosa c’è da sapere

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Qualcuno in riunione ha appena proposto, come attività legata alla Pasqua, di preparare dei biscotti. Ho dato il mio assenso a un’iniziativa così sorprendente senza pensarci due volte, con uno slancio e un fervore smisurato. Vedermi in classe con il grembiule e il cucchiaio di legno in mano ed esprimere il mio consenso è stato un tutt’uno. Il fatto è che sono talmente provato e disilluso dalle astrazioni che solo l’idea di costruire un manufatto concreto qualsiasi (e senza una stampante 3D) mi manda in estasi, non importa il materiale di cui è composto e senza contare che l’idea in sé di farlo è, a sua volta, un’astrazione. Il problema è che ho la netta sensazione che qualcuno stia espropriando parti di superficie dell’interno della mia testa per annetterle a un progetto la cui visibilità mi è interdetta da muri altissimi – anche questa è un’astrazione, spero mi stiate seguendo – al di là dei quali non mi è possibile scrutare. Ne consegue che lo spazio e le risorse dedicate alla comprensione delle cose si sta riducendo sempre più velocemente. In parole povere, ho la netta sensazione di non capire mai un cazzo. Di conseguenza mi butto sul fare, visto che mi si sta precludendo il pensare.

Ho immaginato (attività che invece si avvicina molto di più ai nostri rendering, passatemi il termine, e quindi non va a occupare, una volta terminata, ulteriore spazio in memoria, quella del cervello, intendo) i miei bambini con le mani in pasta – è proprio il caso di dirlo – con farina e zucchero e gusci di uova che si versano ovunque in classe, per la gioia dei collaboratori scolastici che si innervosiscono anche dei nomi scritti a matita sul banco, ma il tutto è stato mitigato dal pensiero del risultato. Una teglia interamente popolata da biscotti dalle forme più assurde – so già che Cecilia li farà come unicorni, mentre Denis chiederà di colorarli come la maglia del Milan, e dovrò dirgli che non si può – pronti per essere infornati nella cucina della mensa dal cuoco Matteo.

In riunione si dice anche che, a quelle temperature, i virus cuociono insieme al resto e che quindi, tra le attività manuali sconsigliate, mettere in pratica una ricetta non è poi così più rischioso di altri momenti in cui è inevitabile lo scambio di materiali. Poi a me cucinare piace, e molto di più che ricoprire quei cazzo di rametti con i fiori realizzati con la carta crespa e appiccicati con il vinavil. Ma c’è di più. Gli esseri umani di sesso maschile hanno spodestato le donne anche dai fornelli (avrei voluto ricordare alle colleghe che oggi gli uomini vogliono fare anche le donne e spiegare alle donne come si fa a essere donne) e io, che ho l’aggravante di essere un essere umano di sesso maschile e in età avanzata, non mi sono certo tirato indietro e anzi voglio che la mia classe faccia i biscotti più buoni e più belli di quelli delle altre terze.

Cosa c’è da sapere per fare dei biscotti buoni? Non lo so. Non ne ho mai preparati ma sono convinto che, su uno dei miliardi di blog di ricette con video annessi che si trovano in rete, troverò quello che mi serve. Il punto è che la didattica laboratoriale è la formula vincente. La prova è che la pratica e tutto ciò che credo possa essere ricondotto alla memoria muscolare resta nel tempo, mentre cose come la filologia romanza, Persio, Rosmini, Fichte e l’Orlando Furioso pian pianino evaporano dal tessuto su cui avevamo appiccicato tutto quello che c’era da studiare per superare gli svariati esami universitari che avrebbero dovuto forgiare il nostro futuro da intellettuali. Mia figlia è alle prese con la scelta della facoltà con cui continuare il suo percorso scolastico e già la vedo sulle orme del padre, a fare lavori – ammesso che si trovino – in cui ciò che abbiamo studiato non conta un fico secco. Tanto il sapere è tutto qui dentro, tutto condiviso, tutto pronto all’uso, e l’unica competenza di cui abbiamo bisogno è saper cercare. Per il resto, è meglio preparare i biscotti.

madrelingua

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Non faccio in tempo a far copiare sul diario l’avviso che venerdì inizierà il corso CLIL, con il docente madrelingua inglese, che in classe si scatena il finimondo, le braccia scattano verso il soffitto a sventolare la mano e ha inizio la pioggia di domande. Come faremo a farci capire? E come riusciremo a capire l’insegnante? Non li biasimo e comprendo appieno lo stato d’animo. Io, come loro, provo una irrazionale paura per le lingue straniere. Il non riuscire a spiegarmi, non comprendere le risposte, non essere in grado di leggere segnaletica, avvisi, cartelli e informazioni perché non scritti in italiano – o al massimo in inglese – mi manda in tilt. Devo comunque rassicurare la classe, sono io l’insegnante e, di conseguenza, sono tenuto a dare l’esempio. Così dico che non è impossibile dialogare di persona con qualcuno con cui non si condivide la stessa lingua. Ci si può aiutare con gesti e con le espressioni del viso, per esempio. E poi qualcosina in inglese la conosciamo, anche se siamo solo in terza. E che anche l’insegnante sa di essere inglese e sa che voi siete italiani, e quindi farà di tutto per farsi capire. Ometto una considerazione, e cioè che poche cose sono inutili come l’insegnamento dell’inglese alla scuola primaria fatto da docenti come me, italiani peraltro non specializzati in qualche modo nella materia. Io sono dell’idea che le lingue dovrebbero insegnarle i madrelingua, musica i musicisti, scienze gli scienziati e così via. Io ho i titoli per insegnare le materie dell’area umanistica, e mi accontenterei di questo, peccato che alla primaria non funzioni così. La mia teoria è confermata dall’ingresso dell’insegnante. Una cassa in un trolley con “Around the world” dei Daft Punk a palla. Un mappamondo gonfiabile da lanciare ai bambini come si fa con i palloni sulla folla dei concerti, avete presente? E poi una lezione impostata unicamente sul gioco. D’altronde sono bambini e, anche se l’insegnante ha usato molti termini che probabilmente nessuno aveva mai sentito, si è fatta perfettamente capire. Il risultato? Ora ho un po’ meno paura delle lingue straniere anch’io.