problemi di stagione

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“Signor maestro, che le salta in mente?
Questo problema è un’astruseria,
non ci si capisce niente:
trovate il perimetro dell’allegria,
la superficie della libertà,
il volume della felicità.

Quest’altro poi
è un po’ troppo difficile per noi:
quanto pesa una corsa in mezzo ai prati?
Saremo certo bocciati”.

Ma il maestro che ci vede sconsolati:
“Son semplici problemi di stagione.
Durante le vacanze
troverete la soluzione.

Gianni Rodari

adempimenti di fine anno

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Il problema della dematerializzazione e della digitalizzazione dei processi nella pubblica amministrazione è molto più grande di quanto si possa pensare e la scuola, in una competizione mondiale, potrebbe ricoprire il ruolo di portabandiera per i nostri colori. C’è un aspetto di fondo indotto dalla forma mentis degli operatori del settore e va ricondotto alla deferenza che incute la modulistica. I siti web degli istituti scolastici sono zeppi di modulistica da scaricare, compilare e, se la circostanza lo richiede, restituire firmata in digitale dopo averla acquisita allo scanner. Una circumnavigazione di una procedura elementare che potrebbe essere evasa in un paio di clic senza sprecare una goccia di toner. Il fatto è che non c’è nulla di più volatile di un modulo in Word, anche se poi trasformato in PDF. I moduli per il personale scolastico sono stati realizzati da chi lavora in segreteria, non vedo perché non ci si possa sentire liberi di adattarli a seconda dei contenuti con cui dobbiamo riempirli. La modifica della struttura di un modulo ne depotenzia la validità? Eliminare le righe superflue di una tabella, correggere i doppi spazi, cancellare l’articolo che non occorre nelle formule ereditate da quando si stampava tutto e occorreva scegliere il/la sottoscritt__, oppure DATA e poi scrivere la data cancellando la dicitura DATA tanto si capisce che, quello che ho scritto, è la data, sono azioni di hackeraggio che mettono a rischio il posto di lavoro del docente? Il modello va preso per quello che è, cioè una linea guida che poi ognuno fa sua. Paradossalmente posso anche scegliere di sostituire il font, oppure rifarlo tutto da capo se – come spesso accade – l’impaginazione è resa spostando parole e righe con la spaziatura e non utilizzando margini o tabelle e ci si vergogna di restituire un documento personale impostato a cazzo da un impiegato all’oscuro dei principi cardine dell’editoria. Nessuno muoverà accuse di falsificazione di documenti ufficiali. Le relazioni di fine anno, le ore extra da retribuire con i fondi di istituto e tutti gli adempimenti da portare a termine prima del liberi tutti estivo comportano almeno uno di questi moduli per circostanza da riempire e lasciano gli insegnanti in balia di inutili e anacronistici orpelli burocratici. Colleghi docenti, non abbiate timore della modulistica, nemmeno quando è in pdf. Usate un qualsiasi tool gratuito, convertitela in Word e divertitevi a pasticciarla come volete. Non spezzerete nessun incantesimo.

la maglietta dei Guns e altre storie

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Marta ha esordito nella storia del rock indossando una t-shirt dei Guns N’ Roses al saggio finale di musica della secondaria. Era l’anno del Covid ma maggio era già agli sgoccioli, come la pandemia, e grazie alle vaccinazioni si intravedeva la salvezza a partire da lì, una specie di aula magna pensata per gli spettacoli e i collegi docenti con una classe per volta sul palco e un genitore a testa per alunno seduto nei banchi a rotelle passati alla storia per esser stati un vero e proprio fenomeno di costume. Meglio di niente. L’anno precedente era stato impossibile, dicono i libri. Quella volta, invece, era stato deciso persino l’outfit a garantire uniformità tra i ragazzi e consisteva in una maglietta bianca, jeans e calzature sportive. Che poi, sulla t-shirt, ci fosse un’illustrazione dozzinale da fast fashion o il logo di un gruppo rock, probabilmente quello preferito da papà e mamma, non avrebbe cambiato granché. Anch’io avrei fatto così, di certo non con un band così tamarra ma magari con la copertina di “Substance” dei New Order, che poi alla fine non metto mai perché di base non mi piacciono le magliette bianche. Ma nemmeno le camicie.

Sembra l’inizio di un romanzo ma in realtà è un evento che hanno organizzato nella mia scuola. Ho fatto la mia parte occupandomi delle riprese video, anche se con attrezzatura giocattolo. Ho piazzato una Legria – della cui esistenza nessuno era a conoscenza, l’ho trovata ancora imballata in magazzino – su un piedistallo per avere un’inquadratura fissa e poi mi sono mosso con il telefono per cercare di riprendere tutti. Potete immaginare come fosse stipato il palco: più di venti studenti, ciascuno con un metallofono, un vibrafono, una marimba o una tastiera. A quelli meno portati per la musica il prof ha messo in mano uno strumento a percussione e così gli è stato possibile contribuire con il loro apporto grazie a un insegnante di sostegno dedicato. Nel montaggio cercherò di farli sembrare a tempo con il pezzo. Sono riuscito a cogliere persino un close-up di uno di questi che doveva suonare solo un colpo di gong a fine del brano, spero che la scena sia rimasta bene.

Il repertorio ha compreso alcune canzoni conosciute in una riduzione strumentale. Sopra una base resa da una di quelle tastiere con l’arranger (il collega è diplomato in percussioni ma vanta come me una carriera nel pianobar) i ragazzi riproducevano la melodia con quanto avevano a disposizione. Anna, una delle collaboratrici, l’ho sorpresa a ballare “Sarà perché ti amo” e a piangere sulla musica di Titanic. Anche io mi sono commosso, in qualche frangente. C’era anche Davide, che è alle medie ormai da cinque anni avendo ripetuto due volte prima e seconda. Davide è più alto di me e sembra un ventenne, ma lo scambieresti per un adulto anche se non si trovasse in mezzo a ragazzini come quelli. Sentivo i colleghi che discutevano sul fatto di non ammetterlo all’esame, anche quest’anno non è stato all’altezza delle richieste. Ringrazio il cielo di insegnare alla primaria, dove fermare i bambini è pura follia. Secondo me lo è anche per la secondaria e per le superiori, tanto poi ci saranno già il lavoro, la fortuna e le persone a fare tutte le selezioni del caso. La famosa università della vita. Comunque non ho risparmiato inquadrature a Marta, la ragazza con la maglietta dei Guns. Indossarla in una situazione come quella ha un significato che spero abbiate colto anche voi.

ora solare

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Esiste una speciale classifica delle domande che irritano maggiormente gli insegnanti. Mi riferisco a quella pratica per cui gli alunni alzano la mano e pongono questioni che non c’entrano con quello di cui si sta parlando perché, sostanzialmente, sono indice del fatto che chi vuole chiedere quella cosa non sta seguendo adeguatamente e sta pensando ad altro. I bambini più piccoli sono campioni mondiali di questa disciplina, perché qualunque argomento discusso in classe genera una sequenza di link concatenati che portano all’irrefrenabile desiderio di condividere un’esperienza quasi sempre personale distante almeno dieci gradi di separazione dallo spunto che l’ha indotta. Poi ci sono però le domande legate a esigenze di più basso livello, a partire dal chiedere di andare in bagno che concentra in sé l’intero spettro delle necessità relative al voler fare un break contro la noia del docente che spiega.

La top ten delle richieste che mettono a rischio la pazienza dell’insegnante vede domande tipo “maestro che cosa facciamo dopo?”. Parole ingenue, proferite da piccoli teneri esseri viventi, che nascondono però un non detto che suona tipo “maestro mi sto facendo due coglioni così, se non sei in grado di trasferirmi il tuo entusiasmo e la tua passione nella materia faresti meglio a cambiare mestiere”.

Una domanda che è seconda solo al classico dei classici: “che ora è?”. Il guaio è che il settore della didattica manca completamente di best practice sul modo in cui rispondere ai bambini che chiedono l’ora nel bel mezzo della lezione senza mandarli affanculo. La tentazione di pungerli sul vivo facendo loro notare che, così grandi, non essere in grado di leggere l’ora all’orologio appeso al muro è grave è molto forte. Il fatto è che se l’orologio in questione ha le lancette potrebbe trattarsi di un’osservazione boomerang. Qualche genitore potrebbe infatti ricorrere al TAR perché siamo nel 2021 e nelle case ci sono solo orologi digitali. O, meglio, l’ora si guarda sullo smartphone o la si chiede ad Alexia.

Ma si sa, in classe dobbiamo portare solo il lato migliore di noi e lasciare ciò che ci rende frustrati e irritabili nell’armadietto (che esiste solo nei film sulle scuole americane) in sala insegnanti. Quando uno dei miei alunni – che poi è sempre lo stesso e si chiama Marco – mi chiede l’ora, conto fino a dieci e poi rispondo con cose cordiali tipo “resisti che tra poco si fa merenda” oppure rilancio con una domanda: “perché, sei già stanco?”. Quando sono di buon umore dico l’ora come se niente fosse e cerco di dissimulare la voglia di fargliela scrivere cento volte sul diario.

In realtà Marco ha la faccia troppo simpatica per attirarsi il disappunto di un adulto. Sorride senza soluzione di continuità e lo si capisce anche se ha la mascherina. Qualche giorno dopo il mio compleanno è stata la volta del suo e si è presentato a scuola con un vistoso orologio da polso, tutto nero e grande quanto il suo pugno. Anche il cinturino è evidentemente sproporzionato per la sua età, e quando lo indossa ne avanza una parte lunghissima oltre il buco della sua misura. Mi chiede spesso aiuto nel toglierlo e metterlo, per esempio quando siamo in giardino. Credo che abbia paura di romperlo giocando. L’orologio nuovo ha il quadrante digitale ed è subacqueo. Me lo ha fatto notare mentre lo aspettavo fuori dal bagno con lo scottex in mano. Ha messo l’orologio sotto l’acqua corrente e mi ha chiamato per mostrarmi il prodigio. Potete immaginare come mi sono sentito. Io non mi fido della tecnologia che viene spacciata come idrorepellente. Non avete idea di quanti auricolari classificati come resistenti al sudore ho già cambiato per la corsa. Asciutto o bagnato, l’orologio ha avuto comunque un effetto positivo perché i “maestro che ore sono?” in effetti nelle ultime settimane sono crollati, sostituiti da continui bip bip bip di Marco che sperimenta le funzioni dell’orologio nuovo durante l’orario scolastico. 

come un libro stampato

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Nella figura si nota come la risposta sia stata considerata errata; secondo me quella è un’ingiustizia. Quello è un orologio che segna le 11 e 10: è chiaro che l’insegnante voleva che fosse disegnato un orologio analogico, ed è anche chiaro che probabilmente nei giorni precedenti la classe è stata tempestata di orologi analogici, ma nel foglio non è stato specificato che tipo di orologio ci voleva. Forse chi ha progettato il quiz è una persona della mia età che ha ancora l’imprinting dell’orologio analogico; o magari non ha pensato abbastanza alla domanda.

Maurizio Codogno tira in ballo certe cantonate che prendiamo noi docenti quando prepariamo le verifiche. Comunque consoliamoci: i libri di testo – almeno quelli per la scuola primaria – non sono da meno. Telefoni con il disco, televisori con il tubo catodico, PC con i floppy disc, bilance che non si vedono nemmeno al mercato e – appunto – orologi a lancette. Per i bambini è troppo presto per apprezzare il vintage.

dove batte la lingua

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Dev’essere come avere la testa nel casco di uno scafandro e, quel poco che si percepisce da fuori, ti arriva in un idioma alieno. Lorenzo è nato in Italia da una famiglia cinese. A casa la lingua che parliamo a scuola si pratica poco e, in più, è costretto a indossare un apparecchio acustico perché ci sente male. Una combinazione di fattori che lo penalizza dal punto di vista sociale. Malgrado l’età ha sviluppato un vocabolario esiguo che limita fortemente il suo rapporto con i pari, un po’ perché il tempo in classe è insufficiente a esercitarlo e un po’ perché le difficoltà di sentire e sentirsi, unita alla frustrazione di vivere in una bolla in cui c’è solo lui, aumentano la sua tendenza a isolarsi. La sua bravura nel calcolo e nel disegno non ha eguali. Stesso discorso in qualunque attività manuale. Dovreste vedere i suoi quaderni di italiano: Lorenzo scrive come un libro stampato. Il fatto è che comprende solo il significato di alcune delle parole ma prese singolarmente, mentre anche i periodi meno articolati lo mettono in seria difficoltà. Quando sono in compresenza con la collega mi siedo al suo fianco e, portatile alla mano, cerco di illustrargli in qualche modo il senso di quello che sente e legge. Non parla molto e il dialogo con lui non è dei più facili. Ieri, come tutti i suoi compagni, Lorenzo si è sottoposto alle prove Invalsi di seconda. Abbiamo aperto il fascicolo insieme e ci siamo trovati di fronte al racconto di due facciate che costituiva il focus del test di comprensione di quest’anno. Lorenzo l’ha letto tutto con la diligenza che lo contraddistingue, parola per parola, seguendo il testo con il suo dito indice, impiegando gran parte dei quarantacinque minuti che aveva a disposizione. Poi gliel’ho riletto io, anche se non si potrebbe, scandendo bene le parole nel microfono che il suo dispositivo di ricezione del suono ha in dotazione, cercando di mimare la storia di Anna e Lisa che, seguendo l’esempio del nonno, si mettono in testa di scappare di casa. Poi ha provato a leggere le domande. “Che cosa significa tirarsi indietro”, chiedeva una delle prove, che è già un livello di comprensione secondario rispetto a quello primario della semiotica della parola. Qualche km in più rispetto alla distanza che intercorre tra quello che Lorenzo vede stampato su un foglio e il link che quelle lettere, separate da uno spazio all’inizio e uno spazio alla fine, gli suscitano nella sua testa, che potrebbe essere chiusa in un casco di uno scafandro e immersa in un mondo in cui la gente, come dicevamo prima, si esprime in un idioma di un altro pianeta. Non saprei dire di chi sia la colpa del disagio che prova Lorenzo. La sua famiglia? La sua comunità? La nostra comunità? La scuola? I suoi insegnanti? Il mondo degli adulti senza distinzione di confini? Per mia fortuna mi hanno chiamato per intervenire nel laboratorio di informatica in cui svolgevano la prova i DSA delle quinte, con le cuffie collegate ai pc per ascoltare l’audio dei vari task. Ho dovuto lasciare Lorenzo al largo nel mare di quella storia fatta solo di parole senza un perché, tra le onde che con il loro moto perpetuo disperdono il codice che le concatena una dopo l’altra in frasi di senso compiuto. Non ho visto com’è andata a finire, ma quando sono rientrato era il momento dell’intervallo. Lorenzo mi è corso incontro come sempre, con la sua merendina confezionata in mano, per farmi sentire il rumore che fa la pellicola quando scoppia.

summer school

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A me l’idea di organizzare qualcosa per i ragazzi a scuola nel periodo estivo sembra un’intuizione efficace. Sono d’accordo sul fatto che sia meglio mettere a norma l’attività didattica nei tempi regolamentari dell’anno scolastico aumentando il personale, riducendo gli alunni per classe, vaccinando studenti e docenti, investendo nell’edilizia scolastica, puntando sulla formazione degli insegnanti di ruolo, adeguando il percorso di abilitazione e recruiting delle nuove leve, accelerando sulla digitalizzazione, sburocratizzando le componenti organizzative e tutto il resto che continuiamo a ripeterci dalle origini della scuola pubblica. Credo anch’io, inoltre, che l’idea sia stata lanciata con imperdonabile ritardo: allestire in una manciata di settimane un’iniziativa così complessa sta mandando su tutte le furie i favorevoli (“ancora una volta si è persa un’occasione!”) e i contrari (“si potevano fare tutte quelle belle cose durante il periodo di servizio ordinario!”). Se chiedete agli addetti ai lavori vi imbatterete negli apocalittici (“vi voglio vedere a fare lezione a luglio nelle aule prive di pale e di aria condizionata!” o “non siamo animatori da villaggio turistico”) e negli integrati (“possiamo recuperare tutta la socialità che è andata smarrita nei mesi di didattica a distanza!” o “riportiamo i ragazzi al centro della scuola”). E il bello è che hanno ragione tutti. Le famiglie e il personale scolastico rinunceranno a qualche settimana di vacanza? Ci sarà domanda conseguente all’offerta o viceversa? I cittadini cosa si aspettano da noi? Riusciranno i dirigenti scolastici e i loro più stretti collaboratori a mettere in piedi qualcosa in fretta e furia, col rischio dei gattini ciechi? Io, nel dubbio, la mia disponibilità a fare qualcosa fuori dai programmi – musica, cultura digitale, cinema, comunicazione – l’ho data. Ma, se volete il mio parere, non ce la faremo mai.

punkdemia

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A scuola, di musica, quest’anno si può fare ben poco. I bambini non toccano gli strumenti musicali perché potrebbero contagiarsi e pretendere che ne portino uno a testa personale da casa è improponibile. E comunque Dio ci protegga dal flauto dolce, senza contare che potrebbe amplificare la diffusione in classe del virus attraverso gli spruzzi omnidirezionali di saliva intrisa di infezione. Il protocollo sconsiglia persino di farli cantare. Che poi, con la mascherina, che senso avrebbe? Io poi evito la teoria come la peste. Non c’è niente che faccia allontanare di più i bambini dalla musica che una nuova grammatica tutta da imparare, con i suoi simboli e le sue regole. Quando sono piccoli come i miei non si può nemmeno introdurre un po’ di storia della musica, per non parlare della presentazione degli strumenti e del loro funzionamento. Ci limitiamo così agli ascolti. Metto una canzone e dopo ne discutiamo insieme. Ci è piaciuta? Ci siamo sentiti tristi o allegri? Ci venuta voglia di ballare? Chi sa come si chiama questo ritmo? e via così.

Qualche volta scelgo io, ma molto più spesso lascio la postazione del dj a loro. Ho chiesto ai bambini di segnarsi su un foglio titolo e cantante/gruppo dei brani che vogliono proporre, questo perché altrimenti non saprebbero indicarlo se non guardando i risultati della ricerca su Youtube. «È quello che inizia tutto blu», mi suggeriscono mentre cerco di capire quello qual è la canzone che mi hanno chiesto. Ma come gli dico sempre di ricordarsi i nomi dei luoghi o dei monumenti che visitano in vacanza, allo stesso modo pretendo che si abituino a definire le cose con il nome più appropriato per farsi capire dall’interlocutore. E, soprattutto, per imparare qualcosa di nuovo e non dimenticarlo più.

Il messaggio che voglio passare è che attraverso i gusti musicali possiamo conoscerci meglio perché la musica è un modo tutto nostro per comunicare qualcosa di noi. Inutile dire che le loro selezioni sono a dir poco vergognose e se il mio obiettivo – quello di sapere qualcosa di più su di noi – fosse davvero preso come strumento di indagine reciproca da una persona normale, ne risulterebbe che i miei alunni siano un branco di deficienti. Si passa dai frutti della deprivazione culturale del calibro di Ultimo e Baby K all’immancabile trap e i vari cantanti a cui un corso intensivo di logopedia non guasterebbe, fino alla spazzatura estiva su ritmi latini cantata in spagnolo, con l’eccezione di una bambina che ha i genitori fanatici di Vasco e un’altra – l’unica – che chiede canzoni dello Zecchino d’Oro.

Ma quello che sopporto di meno sono le parodie legate a Fortnite e Brawl Stars. Youtube pullula di ragazzini che pubblicano canzoni di successo a cui sostituiscono testi ispirati dal lessico slang dei più diffusi passatempi ludici online. Gente che farebbe meglio a studiare ma che, invece, può contare su milioni di visualizzazioni e si è garantita un futuro. In veste di educatore musicale, la lezione che ho tratto da tutto questo è che nelle case e nelle famiglie nessuno bada a ciò che ascoltano i propri figli. Forse non hanno tempo, forse non hanno compreso la portata della musica nella vita, o forse, in genere, la gente ascolta musica di merda e non si pone il problema che i figli facciano altrettanto.

la scuola ti prende

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Ci sono colleghi che in casa hanno una studio intero dedicato alla scuola con scaffali stipati di libri di testo adottati negli anni, volumi acquistati a integrazione dell’attività ordinaria, omaggi delle case editrici presi in visione e mai più restituiti e altre pubblicazioni accumulate durante il servizio e raccolte da fonti diverse. Il fatto è che a un certo punto la scuola si impossessa della tua vita privata e degli spazi intimi che le persone normali condividono solo con la propria famiglia attraverso una presenza che non ha eguali per nessun altro settore professionale. Mi riferisco a tavoli da pranzo ricoperti da verifiche da correggere o materiale per attività pratiche che fa capolino in altre parti promiscue della casa. Questo accade perché, per tutti gli altri lavori, esistono sedi aziendali in cui occuparsi delle proprie mansioni. Le persone hanno uffici con scrivanie, cassetti, armadi e scaffalature, per non parlare dei computer per il lavoro, della cancelleria e della strumentazione specifica a seconda dell’occupazione. Anche per noi insegnanti esiste un luogo dedicato a quello che facciamo, che è la classe in cui ci aspettano i nostri ragazzi. Ora lasciate per un attimo perdere la didattica a distanza e parliamo di come vanno le cose in una situazione normale senza pandemia. Immagino sappiate che per i docenti non è prevista una postazione a scuola in cui sbrigare il resto delle faccende che ci competono. I più fortunati, così, si portano il lavoro a casa dove hanno allestito uno spazio dedicato, come i freelance indipendenti ma senza il giro di affari dei freelance indipendenti. Per non parlare del fatto che, molto spesso, a scuola non si butta via mai niente, ci sono veri e propri sottoscala che traboccano di cose inutili e che, quindi, se serve identificare una collocazione temporanea per qualcosa, è facile che questa trovi spazio nel box privato di qualche insegnante generoso. Ed è per questo che la scuola ti prende. Ti prende così tanto la vita con il risultato che ovunque ti volti e a qualsiasi ora del giorno c’è qualcosa che te la ricorda.

come si dice scuola in francese

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Tra le tante cose che i francesi sanno fare meglio di noi è bene annoverare i film sulla scuola. Probabilmente anche la loro scuola è più efficace della nostra, ma non ho dati alla mano. I loro film sulla scuola però sono i migliori del mondo, un primato che va sicuramente ricondotto alla complessità del loro tessuto sociale multietnico da cui hanno la fortuna di trarre ispirazione. Un tema di urgente attualità anche in Italia ma non avendo la stessa sensibilità (e attori altrettanto bravi, savasandir) ci verrebbero dei polpettoni pieni zeppi di stereotipi e così ci fa più comodo far finta di non vedere. Con questo non voglio togliere nulla agli americani. Loro però hanno un approccio ancora differente: pensate a due opere opposte come “Elephant” di Gus Van Sant e “The Breakfast Club”. Si tratta di pellicole in cui l’ambiente didattico è la base su cui si sviluppa la storia. Nei film francesi sulla scuola è la scuola ad essere protagonista. Penso al celebre “La classe” o all’altrettanto imperdibile “Una volta nella vita”. Potete aggiungere un tassello alla vostra filmografia di film francesi sulla scuola guardando “Il professore cambia scuola”, andato in onda qualche sera fa e disponibile su RaiPlay: è la storia di un professore di un liceo del centro che viene trasferito in un istituto della periferia parigina. Lo so, il tema è sempre quello, ma non dovrebbe sorprenderci l’attenzione per l’inclusione, considerando quanto il sistema educativo italiano ci si riempie la bocca. E se avete qualche dubbio, provate a guardarlo dopo “Notte prima degli esami”. Poi ne parliamo.