body percussion

Standard

Questa volta non ce l’ho fatta. La mia proposta di corso pomeridiano di musica extra curriculare per la secondaria di primo grado da tenersi nel secondo quadrimestre ĆØ stata surclassata dal progetto presentato dal collega di musica della secondaria per manifesta inferioritĆ  di titoli. Una sconfitta, la mia, che non fa una grinza. Il collega di musica della secondaria ha studiato musica e ha preso una laurea per insegnarla alla secondaria – ha, appunto, i titoli per farlo. Io, purtroppo, no.

La mia proposta si intitolava SOUND AND VISION (ciao David, manchi moltissimo anche nel 2026) e l’ho descritta cosƬ:

Alla scoperta dell’universo sonoro Un viaggio senza pregiudizi nella storia della musica degli ultimi 60 anni e nella quotidianitĆ  dei ragazzi per comprendere al meglio quello che ascoltiamo oggi, la societĆ  in cui viviamo e, inevitabilmente, noi stessi. Ogni incontro avrĆ  l’obiettivo di approfondire la conoscenza della musica degli studenti (ma anche del docente) e individuare i punti in comune tra gli ascolti guidati dall’esperto e quelli proposti dai partecipanti, attraverso il confronto e la condivisione delle emozioni suscitate dai brani presi in esame. Il risultato sarĆ  una playlist intergenerazionale, libera, trasversale e permeata dalla stessa passione che, dal jazz al rock al pop fino alla trap, da sempre esprime il valore identificativo e evocativo della musica per i giovani e gli ex-giovani, indipendentemente dalle condizioni storiche, sociali e culturali e dai diversi momenti in cui si ĆØ diffusa.

Questa la STRUTTURA DEL CORSO:

15 lezioni da 2 ore
Ogni lezione sarĆ  divisa in due parti: la prima comprenderĆ  la presentazione dell’argomento e le riflessioni sui brani previsti dal programma, la seconda l’ascolto di uno o più brani scelti dagli studenti e rappresentativi per chi li propone (due/tre studenti a lezione, a seconda del numero degli iscritti).

Questo il PROGRAMMA degli incontri:

1. Dal Jazz in poi: la storia della Black Music
2. 70 anni di rock e ribellione
3. Punk vs Heavy Metal: la battaglia delle chitarre elettriche
4. Avere una band: la musica dietro le quinte
5. Grunge e Trip-Hop, le anime opposte degli anni ā€˜90
6. Rap e Trap, potere alla parola
7. Supporti e dematerializzazione: dal fonografo a Spotify
8. Pop e tormentoni, la musica che gira intorno
9. Disco Music e Techno, anime sul dancefloor
10. Monografie: The Dark Side of The Moon dei Pink Floyd e OK Computer dei Radiohead
11. Indie Rock, c’è vita fuori dai circuiti mainstream
12. I cantautori italiani, uno stile tutto nostro
13. Beatles/Stones, Duran/Spandau, Oasis/Blur: i dualismi delle British Invasion
14. Sanremo, X-Factor, Amici: la musica in Italia, tra tv e social
15. World Music, nuovi suoni dal mondo

Il progetto vincitore si intitola invece MUSICA… CHE PASSIONE! e consiste in un

laboratorio per un percorso creativo e coinvolgente dedicato al ritmo, al movimento e ai suoni. Attraverso la body percussion, Ā verrĆ  utilizzato il corpo come strumento musicale per sviluppare coordinazione, ascolto e lavoro di gruppo. Non servono conoscenze musicali: bastano curiositĆ  e voglia di mettersi in gioco. Nella parte finale del corso verranno utilizzati anche strumenti e sarĆ  registrata la musica creata, vivendo l’esperienza di una vera produzione musicale. Un’occasione per divertirsi, esprimersi e scoprire il ritmo che ĆØ in ognuno di noi.

Vabbè, pazienza, questa volta mi accontenterò di fare il tutor, ma magari questi spunti possono essere utili a qualcun altro.

un click per la scuola

Standard

La collega che alcuni chiamano Mary Poppins un po’ per i suoi outfit da lavoro, un po’ per la sua acconciatura vintage e un po’ per via della postura che assume al cospetto dei bambini, nel corso dell’ultimo collegio docenti si ĆØ addirittura alzata in piedi per accompagnare, con la prossemica, un accorato intervento verbale contro le mode pedagogiche che, a detta sua, sono la rovina della scuola.

Ci pensavo ieri sera mentre seguivo con attenzione il servizio di Report dedicato ai sistemi di controllo della produzione adottati da Amazon e mi ĆØ sembrato naturale mettere a confronto due ambienti lavorativi cosƬ agli antipodi tra di loro come le aziende pubbliche e quelle private, con l’aggravante dei modelli turbocapitalisti statunitensi. La scuola italiana ĆØ un’organizzazione composta da circa un milione e mezzo di dipendenti ed ĆØ una cosa meravigliosa che il personale abbia lo spazio e il tempo in cui condividere dal vivo non solo l’attivitĆ  quotidiana ma anche le posizioni ideologiche sui massimi sistemi nonostante il contesto, un’assemblea tra colleghi – prevista dal contratto – pensata per la discussione e l’approvazione di istanze (decisamente pratiche) inerenti la – definiamola cosƬ – propria filiale e per la presa d’atto di delibere distanti quanto un istituto comprensivo di periferia ĆØ lontano dall’ufficio del suo CEO, che da noi si chiama ministro dell’istruzione e del merito.

L’inchiesta andata in onda denunciava, oltre al sofisticato sistema di videosorveglianza attivo all’interno degli stabilimenti, la strategia di tracciamento dell’operativitĆ  dei lavoratori grazie a un sistema basato sui videogiochi che, attraverso la digitalizzazione dei dati di rendimento, traspone in un community game il percorso di raggiungimento degli obiettivi della giornata lavorativa con punteggi e missioni portate a termine. Un modo per edulcorare la fatica dei turni di servizio con un’ambientazione ludica ma dalle conseguenze pericolosamente inquietanti, a partire dall’incremento del tasso di competitivitĆ  tra le squadre – divide et impera, credo si dica cosƬ – fino alla vera e propria ludopatia, con casi in cui gli addetti cercano di dare il massimo tra scaffali e nastri trasportatori per superare i livelli del gioco e contribuire alla vittoria finale del proprio team rinunciando a pause, pasti, sigarette e sortite in bagno.

Come funzionano le cose di lĆ  e di qua, lo sappiamo tutti. Un malumore provato dai dipendenti di una multinazionale tendenzialmente si risolve con una lettera di licenziamento, nel migliore dei casi ripreso da iniziative di denuncia come il Gabibbo o Report. Oppure passa attraverso le organizzazioni sindacali ma, in ultima battuta, si conclude ancora con il licenziamento, talvolta accompagnato da efficaci pratiche di persuasione alle dimissioni. Un malumore provato dal personale della scuola pubblica si risolve con discussioni locali in attesa delle linee politiche della successiva legislatura, che non ĆØ detto avrĆ  la capacitĆ  e la volontĆ  di risolvere ma, com’ĆØ più probabile che sia, sostituirĆ  con altre direttive in grado di provocare malumori di natura diversa, ma con un’analoga urgenza di discussioni locali e cosƬ via, con una ricorsivitĆ  in grado di riproporsi fino alla fine del tempo.

Prima di fare l’insegnante lavoravo in un’agenzia di marketing al servizio di multinazionali dell’ICT e giĆ  dieci/quindici anni fa sono stato testimone (e talvolta complice) di programmi interni dei nostri clienti pensati per aumentare la produttivitĆ  imbellettati dalle campagne di Diversity&Inclusion e dalle iniziative di tutela del benessere dei dipendenti che invece erano oggetto di comunicazione urbi et orbi. Nella scuola italiana al contrario non esiste nulla, ma proprio nulla, in grado di favorire e di premiare chi prova a mettere qualcosa in più di sĆ© nelle cose che fa, quello che nel privato fanno a gara a intercettare per mettere al servizio del business. Il mio collega specialista di motoria ha lanciato l’idea di organizzare gare sportive con rappresentative dei docenti dei vari ordini (infanzia, primaria e secondaria) in ottica team building ma – e mi tocca dire per fortuna – la sua proposta – un po’ fantozziana, a mio parere – ricevuta sulla mailing list degli insegnanti non ha avuto alcun seguito.

Ho pensato cosƬ a quale possa essere un modo per quantificare la nostra bravura, ma prima mi sono detto che occorra intanto definire il concetto di bravura, nella scuola, e poi considerare quanto nella scuola, con il suo milione e mezzo di dipendenti, ci sia la necessitĆ  di quantificarla. I nostri clienti (i cittadini) si accontentano di iniziative come Eduscopio, dei dibattiti tra le fazioni sui social – quelle più organizzate come i vari gessetti e youeduaction e i battitori liberi come i Corsini, i D’Ambrosio e i Raimo – e delle voci di corridoio, che nelle comunitĆ  più piccole, come quella della scuola in cui lavoro io, hanno ancora una decisiva voce in capitolo. Agli open day succede ancora di dover rispondere a domande dei genitori sulla qualitĆ  della didattica, come se si trattasse di un valore da esprimere con gli stessi giudizi con cui noi cerchiamo di rendere un’idea della qualitĆ  dei loro figli.

Un milione e mezzo di persone ĆØ una moltitudine incommensurabile, che sarebbe impossibile da raggiungere nemmeno con una house organ interna, per non parlare di kick off e di eventi plenari di fine anno in cui si premiano i dipendenti che hanno raggiunto gli obiettivi. Una delle multinazionali americane per cui prestavo la mia opera di copywriter – la più grande di tutte – per dieci giorni in agosto si prendeva un intero sobborgo della Silicon Valley e offriva congressi e spettacoli a tutti i Sales Manager del mondo. Una volta ha pagato persino i Bon Jovi per un concerto a porte chiuse, tutto per loro. Ve la immaginate una cosa cosƬ per noi docenti?

vinavil

Standard

La mia relazione complicata con la colla vinilica ĆØ la prova tangibile e appiccicosa che la colpa non ĆØ solo mia. Il cosiddetto lavoretto di natale che abbiamo preparato a dicembre della prima del ciclo scorso – erano le vacanze del 2019 – prevedeva la costruzione di palle ornamentali fatte di spago seguendo una procedura standard in cui si chiedeva ai bambini di:

  • gonfiare un palloncino quanto basta
  • cospargerlo completamente di colla
  • avvolgerlo fitto con lo spago secondo una trama tale da consentire la stabilitĆ  della struttura in autonomia
  • lasciar asciugare il manufatto, in modo che lo spago bagnato di colla si indurisse completamente
  • scoppiare il palloncino dopo un paio di giorni
  • rimuoverne gli eventuali residui dalla corda resa rigida
  • confezionare il manufatto in una busta natalizia corredata da biglietto realizzato con la collaborazione delle colleghe di religione e alternativa
  • godersi in classe, prima, e in famiglia, poi, il prodigio completato.

Ma, se lavorate con i bambini, sarete consapevoli di quanto siano imprevedibili e dell’inutilitĆ  di stabilire una qualunque procedura. Ecco infatti solo alcune delle varianti all’algoritmo testĆ© provveduto di cui sono stato testimone, al netto della propedeuticitĆ  sequenziali dei suoi passaggi che, laddove non rispettata, ha inficiato oltremodo l’esito dell’attivitĆ  in risultati che ĆØ persino superfluo riportare. Nei casi in cui ĆØ stato possibile giungere a compimento ĆØ successo che:

  • Fatima, forte di una capacitĆ  polmonare da vetraia di Murano, ĆØ partita da una base grande quanto un pallone da basket mentre Marco, al contrario, potrei sbagliarmi ma non mi pare sia andato oltre il diametro di una clementina rinsecchita
  • la combo tra superficie in plastica e consistenza della colla vinilica ha limitato fortemente la maneggevolezza del palloncino, definendo una impietosa ulteriore soglia di ingresso per un lavoro svolto in modo accettabile. I palloncini erano sempre per terra, durante la preparazione, e i bambini e gli insegnanti e rispettivi abiti ricoperti di Vinavil
  • in conseguenza di ciò, solo in un paio di casi – bambini di cui ho invidiato moltissimo l’oggettiva superioritĆ  nei lavori manuali, un livello che a quell’etĆ  per me sarebbe stato da fantascienza ma anche ora – sono riusciti a ricoprire l’anima con una rete di spago dalle maglie credibili. In tutti gli altri, a partire dal mio che avrebbe invece dovuto rappresentare un modello autorevole da seguire, si potevano individuare facilmente in spirali e strutture reticolari decisamente aleatorie i segni del fallimento del lavoro proposto, al cospetto del quale sarebbe stato più dignitoso arrendersi al primo flacone di colla stappato
  • il calore tropicale diffuso nella scuola in cui insegno – un paradosso rispetto ai numerosi progetti di educazione ambientale e risparmio energetico che si perpetuano in ogni classe di anno in anno – ha alterato irrimediabilmente i valori della pressione all’interno dei palloncini. GiĆ  poche ore dopo mostravano palesi segni di sgonfiamento, e lo spago, ancora bagnato, ne ha ripercorso pedissequamente le fasi di progressivo e irrimediabile afflosciamento
  • ĆØ risultato impossibile scoppiare i palloncini oramai esausti, che poi era il momento più atteso dell’attivitĆ . Nonostante tik tok e tutte le minchiate che seguono i bambini, il primato del rumore da botti e esposioni mantiene inalterata la sua posizione in vetta sopra a qualunque tipologia di divertimento infantile. L’eccitazione per il tanto atteso impiego della punta del compasso ĆØ scemata di fronte ai fatti e ha lasciato il posto a una deludente operazione con un paio di meno scenografiche – e completamente sorde – forbici da ritaglio
  • il prudentissimo eccesso di colla spalmata sul palloncino ha reso complicatissima la rimozione della gomma che ha aderito allo spago. Molti residui sono stati lasciati ben saldi dove non si lasciavano staccare, per una più che esplicita metafora di hangover da party finito male
  • il posizionamento di una sfera – che poi di sfere non ce n’era nemmeno una, semmai forme riconducibili a uova e patate – in una busta di nylon rettangolare ĆØ stata la definitiva resa alle più comuni leggi della fisica. L’occhio cinico da adulti dei genitori avrĆ  avvicinato l’attivitĆ  dei figli a un qualsiasi sacco della spazzatura chiuso in cima da un laccetto colorato, pronto per la raccolta del secco
  • ma la disillusione da aspettative vs realtĆ  si percepiva ingombrante anche tra i miei alunni, per non parlare di come mi sia sentito io, una volta pinzato il biglietto sul risultato del lavoretto di tutti loro e ammesso la mia incompatibilitĆ  con il ruolo ricoperto.

Addirittura si dice che questa attivitĆ  sia stata cosƬ tanto devastante da contribuire di lƬ a poco alla diffusione di una provvidenziale pandemia globale in grado di spazzare via tutto quel sapere che, in quell’aula, si era nutrito dell’esperienza sul campo. L’anno successivo, con i bambini in mascherina, un lavoretto comprensivo di cose in cui soffiare sarebbe stato quanto meno fuori luogo. Meglio un biglietto, un disegno, al massimo qualcosa da costruire con la carta ma se mi parlate di Vinavil, vi prego, sono a posto cosƬ.

la tela del ragno

Standard

I genitori di Penelope hanno una densitĆ  di tatuaggi per superficie di epidermide che ha del soprannaturale e non oso pensare a come siano conciate le parti del corpo interdette ai non componenti della famiglia, a partire dagli insegnanti della figlia. Anzi, un’idea me la sono fatta ma solo perchĆ© al colloquio di giugno, al termine dello scorso anno scolastico, complice il caldo fuori e la canicola che si percepiva nelle aule prive di aria condizionata, la mamma si ĆØ presentata in canotta sfoggiando un vistoso murales colorato sul petto con tanto di claim che andava da spalla a spalla.

Penelope ĆØ figlia unica e, in prima, capitava spesso che al momento dell’ingresso scoppiasse in lacrime osservando la madre allontanarsi oltre il cancello per recarsi al lavoro. Quest’anno va un po’ meglio ma, verso metĆ  mattinata, mi si avvicina per dirmi quanto ne senta la mancanza. Soprattutto nelle settimane in cui fa il turno di sera e che, di conseguenza, non la vede sino al giorno dopo. La mamma, da allora, ha preso l’abitudine di sostituirsi con bigliettini recanti melense dichiarazioni d’amore genitoriale unite a frasi motivazionali da un tanto al mucchio. Iniziano con cose tipo “sii sempre te stessa” e terminano con “i love you” e svariati cuoricini. Lei li tiene nell’astuccio ma, nei momenti più critici, li spiega sul banco e li legge allo scopo di tranquillizzarsi.

Oltre ai tatuaggi e agli immancabili piercing, i genitori vestono completamente di nero, almeno nei frangenti in cui mi ĆØ capitato di vederli. Se all’uscita o agli incontri di routine si presentano con outfit di questo tipo, temo che nelle occasioni meno istituzionali il loro look sia ancora più radicale. L’all-black ĆØ una scelta di abbigliamento decisamente borderline per svariati motivi, e ve lo dice uno che per un decennio abbondante – tra gli ottanta e i novanta – si ĆØ atteggiato arbitrariamente a membro di una formazione musicale dark e ha praticato la new wave come stile di vita. Nonostante il mio fosse un vezzo innocuo volto a mostrare pubblicamente i miei gusti musicali (e a rimorchiare), più di una volta ĆØ stato equivocato come divisa di un’organizzazione di estrema destra. Non dimenticherò mai la sfuriata a cui sono stato esposto a opera di un venditore ambulante di religione ebraica che aveva un banchetto di libri nei pressi della piazza principale della cittĆ  in cui vivevo da ragazzo. In sostanza pensava che fossi emulo di qualche squadraccia nostalgica, nonostante la mia acconciatura alla Robert Smith non lasciasse dubbi.

Oltre ai fan di Cure e Bauhaus e a quelli di Casapound ci sono altri che vestono di nero. Il mio bidello Vincenzo, per esempio, che di certo non è nazifascista e nemmeno un esteta del gothic rock tanto meno del death metal (anche perché è pelato ma si vede e si sente dal suo smaccato accento meridionale che non ha certo simpatie per gli skinhead), sono pronto a scommetterlo. Ci sono quelli che lo fanno per posa, per distinguersi a tutti i costi, o perché snellisce e basta.

Non ho capito però a quale categoria appartengano i genitori di Penelope, fatto sta che anche la figlia si presenta a scuola con qualche indumento nero, il che ĆØ piuttosto strano per la sua etĆ . La mia, di figlia, ha attraversato solo un brevissimo periodo – frequentava però la seconda media – in cui sembrava apprezzare anfibi e altri capi di abbigliamento che andavano di moda tra le ragazze che frequentavo io da giovane, ma poi fortunatamente ha deciso di dar retta a gusti più in linea con i tempi. Penelope invece a volte sembra mascherata da Halloween anche quando non ĆØ Halloween e indossa spesso una felpa brandizzata di Wednesday Addams, avete presente?

Qualche giorno fa l’ho notata assorta per diversi minuti, durante l’ora di informatica. Stava lavorando sul Chromebook al suo posto, all’ultimo banco, ma poi si ĆØ messa a fissare un punto sul soffitto ed ĆØ rimasta cosƬ per un bel po’. La mia scuola ĆØ provvista di un bel giardino ed ĆØ ubicata in una frazione in campagna, cosƬ ĆØ facile che dei ragni si intrufolino dentro e si ambientino sulle pareti e sui soffitti delle classi, complice la scarsa propensione dei collaboratori a pulire nei punti in cui occorra impiegare uno sforzo maggiore. Per farvi capire, l’azionamento delle pale per movimentare l’aria genera un effetto che trasforma la classe in una di quelle palle magiche da scuotere per scatenare una tempesta di neve, ma con i batuffoli di polvere.

Ho seguito lo sguardo assorto di Penelope e ho individuato cosƬ, sopra di lei, un’intera colonia di ragni appollaiati sulla loro tela. Sembravano proprio una famiglia al completo riunita nella loro casa, forse una madre con i suoi cuccioli, con Penelope che osservava – e di sicuro ne invidiava – la completezza e la tranquillitĆ  domestica. C’era un invisibile filo di quella ragnatela che li metteva in contatto, un quadretto un po’ tetro da film horror che non mi ĆØ stato possibile purtroppo immortalare, per ovvi motivi di privacy.

la ruota della fortuna

Standard

Converrete con me che il canale Real Time sia un vero concentrato di trash, a parte “Casa a prima vista” che, nonostante l’ultima stagione decisamente deludente – sarĆ  per gli aspiranti acquirenti sempre meno interessanti, sarĆ  per l’eccessiva ripetitivitĆ  del format – si conferma uno dei più riusciti tentativi di confort entertainment televisivo. Il resto della programmazione dev’essere inqualificabile, a partire dalla fiction turca “Hercai” della quale viene trasmesso il trailer spot durante le interruzioni pubblicitarie di “Casa a prima vista”.

“Hercai”, che dev’essere una boiata senza precedenti, sembra però spassosissima per i gap tra il doppiaggio e il sinc con il labiale dei protagonisti. Non ĆØ colpa di nessuno, ci mancherebbe, se non dell’abisso glottologico che separa la lingua italiana da quella turca. Il gioco dell’osservazione attenta delle bocche degli attori metterebbe in seria difficoltĆ  anche i migliori campioni in quelle prove di abilitĆ  in cui si sfoggia l’indipendenza di due parti del corpo che svolgono simultaneamente due cose differenti: strisciare una mano sul petto mentre l’altra lo percuote, pronunciare no mentre con la testa si annuisce, ascoltare la musica in auto mentre si abbassa il finestrino al casello autostradale per premere il pulsante e ritirare il biglietto. In “Hercai” colpiscono i dialoghi pronunciati mentre le labbra eseguono movimenti completamente agli antipodi e ci si chiede dove risieda il reale bisogno di importare trasmissioni turche, o al limite di doppiarne le voci, consapevoli di questa antitesi incolmabile.

Per mettere subito le cose in chiaro e fugare qualunque illazione di razzismo o snobismo culturale, per me turchi e italiani appartengono alla stessa faccia e alla stessa razza. In più ho la discografia completa di una band di Istanbul che mi piace di brutto (i Lalalar), per non parlare dei più noti Altin Gun, con i quali appago il mio debole per il rock anatolico, e adoro la mia alunna di origini turche – non riporto il suo nome per ovvi motivi di privacy – di cui ho giĆ  parlato a proposito del papĆ  proprietario di alcuni ristoranti etnici e che mi ha giĆ  rinnovato più volte l’invito a essere suo ospite. In questi mesi mi sono messo a stecchetto per una fastidiosa steatosi epatica, ma appena mi sarò ripreso non lo deluderò. Sua figlia, la mia alunna, oltre a essere simpaticissima se la cava alla grande in italiano, nonostante la sua dizione risenta di certe insormontabili divergenze fonetiche. In più manifesta una vistosa alterazione della risonanza nasale, in parole povere ĆØ come se soffrisse di un raffreddore epico che va a impattare sulla pronuncia di diverse consonanti. Un insieme di complessitĆ  che, di certo, non favorisce la comunicazione e, per farla breve, non abbiamo ancora capito se sia meglio l’apporto di un onesto mediatore culturale o un buon logopedista.

A parte questo e una non brillante attitudine logica – comunque superiore alla mia – se la cava bene in tutto. In arte, poi, ĆØ un portento. Colora e disegna con una precisione non comune e, quando tocca a lei condurre il gioco del disegno misterioso, ĆØ un piacere vederla all’opera. Giochiamo al gioco del disegno misterioso quando mancano una manciata di minuti alla campanella e un argomento nuovo sarebbe sprecato. Il gioco del disegno misterioso si fa cosƬ. Qualcuno va alla lavagna e, disegnando con il gesso, svela un soggetto particolare per particolare. Chi indovina per primo vince e va alla lavagna a condurre la manche successiva. Nella maggior parte dei casi indovinare ĆØ pressochĆ© impossibile, quasi tutti i bambini sono dei cani a disegnare e quelli che restano a posto sono dei cani a interpretare i loro sgorbi.

Ne deriva che il mix tra gli scarabocchi al di lĆ  delle comuni possibilitĆ  di comprensione della mente e la capacitĆ  interpretativa di esseri umani dalle facoltĆ  intellettive ancora acerbe rende il disegno misterioso meritevole di un format tv dedicato. Se vivessimo in Giappone ne farebbero uno di quei programmi come quello in cui mandavano i bambini di due o tre anni da soli a fare la spesa al supermercato. Per fortuna ci sono due o tre miei alunni, tra cui la bambina turca, che dimostrano una abilitĆ  grafica di una spanna sopra al resto della classe e cosƬ, quando il tempo ĆØ agli sgoccioli, in un modo o nell’altro si riesce a chiudere almeno una sessione di gioco.

Quello del disegno misterioso ĆØ il secondo passatempo preferito strutturato dei miei alunni. Al primo posto si conferma imbattuto – con un inspiegabile primato che rimane insuperato dalla notte dei tempi, almeno da quando esistono i bambini – il gioco del gessetto.

L’aspetto paradossale ĆØ che nella scuola primaria ai tempi delle aule immersive, delle STEM e della didattica digitale integrata ĆØ un attimo a passare dall’intelligenza artificiale al gioco del gessetto. Giusto il tempo per riportare in laboratorio di informatica, al termine della lezione, il tech-bus con i Chromebook – cinque minuti per salire con il montacarichi al secondo piano e rimettere al suo posto l’armadietto a rotelle – che la collega di sostegno, lasciata da sola nell’aula, per accattivarsi il silenzio degli alunni non ci pensa due volte a piallare l’ardore avveniristico e l’entusiasmo tecnologico di una classe della generazione alpha a coronamento di un’ora di sperimentazione avanzata sui Fogli Google con il gioco del gessetto, un gioco che, giĆ  dal nome, ci catapulta in un’epoca e in un’atmosfera da libro cuore.

Che poi il gioco del gessetto, di romantico, ha solo il nome. Il gioco del gessetto ĆØ feroce. Spietatissimo. Chi sta in piedi davanti alla lavagna di ardesia con il gessetto ben stretto nel pugno a scegliere il proprio successore nella conduzione del gioco detiene un potere assoluto sui compagni. Chi sta in piedi davanti alla lavagna di ardesia con il gessetto ben stretto nel pugno determina, con la sua scelta, la scala di chi ĆØ popolare e chi ĆØ impopolare, chi gli sta simpatico e chi no. Chi deve stare simpatico a chi gli ĆØ simpatico e chi non deve stare simpatico a chi gli ĆØ simpatico. Chi avrĆ  successo nella vita e chi resterĆ  fino alla fine seduto al proprio posto. Il gioco del gessetto ĆØ disumano e a scuola dovrebbe esserne vietato l’uso, proprio come gli smartphone.

italian graffette

Standard

Se volete farmi andare su tutte le furie chiedetemi quanto manca alla fine della lezione. Potete accanirvi verbalmente nei miei confronti con insulti di qualunque gravitĆ , dirmi le peggio cose sulla mia reputazione o su quella di mia madre, ma non chiedetemi quanto manca alla fine della lezione perchĆ© quanto manca alla fine della lezione ĆØ come dirmi non vedo l’ora che te ne vai. Anzi, a essere precisi non vedo l’ora che tu te ne vada, ma tanto stiamo parlando di mocciosi di seconda che a malapena usano l’indicativo, potete immaginare il congiuntivo. Quando qualcuno alza la mano – e badate bene che il mio veto sugli interventi non inerenti all’argomento di cui si sta parlando ĆØ tassativo – e chiede quanto manca alla fine della lezione devo contare fino a dieci, altrimenti risponderei immediatamente con vaffanculo ma, capite bene, non si mandano a quel paese i bambini, con l’aggravante che sono io l’adulto e l’educatore.

Quando qualcuno alza la mano e chiede quanto manca alla fine della lezione conto fino a dieci, faccio un bel respiro e poi consiglio di controllare l’orologio appeso, e se sono in buona do un’imbeccata, una stima di tutti i giri che devono fare le lancette prima della campanella. Se non sono in buona, non aggiungo alcuna spiegazione, piuttosto taglio corto perchĆ© devono guadagnarselo, il suono della campanella, e punto. Se mi girano i maroni – anche se i maroni che girano, quando si fa l’insegnante, ĆØ meglio lasciarli nel bagagliaio della macchina se andate a scuola in macchina come me – dico che, se si annoiano, possono chiedere la mattina ai genitori di restare a casa, e non sono pochi quelli che fanno delle espressioni del tipo ehi maestro, che idea che mi hai dato, non ci avevo pensato, domani ci provo.

Ma non ĆØ sempre cosƬ. Domenica pomeriggio mi ha scritto una delle mie alunne preferite ever, una dello scorso ciclo, per dirmi che sta prendendo volti alti in matematica e scienze grazie a me, senza che le chiedessi nulla. Il mio ego si ĆØ talmente gonfiato che stamattina, persino al secondo maestro quanto manca alla fine della lezione, il ma andate a cagare l’ho appena appena accennato con un pensiero remoto.

L’email della mia ex alunna aveva assorbito tutto il nervosismo che altrimenti avrei provato. Sabato mattina mi hanno rubato la giacca sul treno. La colpa ĆØ mia. Ho riposto giacca e zaino sulla cappelliera appena salito sull’Intercity da Milano per Genova, e mi sono immerso cosƬ profondamente nel libro che sto leggendo – avevo su anche gli auricolari perchĆ© la lotteria dei posti random mi aveva penalizzato con due giovani aspiranti ingegneri biosailcazzo che hanno passato tutto il tempo del viaggio a correggere una cazzo di ricerca a cui stavano lavorando, che vita triste quella degli aspiranti ingegneri biosailcazzo, triste ma pagata almeno dieci volte rispetto alla vita triste di un insegnante della primaria con l’aggravante della laurea in lettere con tesi in letteratura latina ma vabbĆØ – dicevo che mi sono immerso cosƬ profondamente nel libro che sto leggendo (“La radice del male” di Adam Rapp) che mica mi sono accorto che qualcuno, mentre il treno era ancora fermo in stazione a Milano, si ĆØ impossessato di nascosto della mia giacca e del mio zaino.

A Genova Principe giacca e zaino non erano più al loro posto. Lo zaino era poco più in là, tutto rivoltato in uno di quei scaffali portabagagli verticali che si trovano a metà della carrozza. Ho controllato immediatamente, nonostante dovessi affrettarmi verso la discesa per evitare di proseguire fino alla stazione successiva, ma nello zaino non mancava nulla: maglietta per la notte, boxer per il giorno dopo, rasoio, gel dopobarba, spazzolino, pastiglie per la pressione, caricabatterie e chiavi di casa. Che strano che non si siano portati via tutto lo zaino, un Pantone blu decisamente elegante. Io avrei fatto così, perché rischiare di essere beccati a rovistare in una borsa altrui su un treno?

Della giacca, invece, non c’era proprio traccia. Ero un po’ – come si dice a Genova – invexendato, non capita tutti i giorni (per fortuna eh) di subire un furto. Quando accade ĆØ difficile mantenere la calma. Quindi ho riordinato lo zaino, ritenendomi fortunato che almeno quello non mi fosse stato sottratto, e sono sceso. Ma la cosa divertente ĆØ che la giacca rubata era un piumino 100 grammi di marca Rifle che avevo acquistato una dozzina di anni fa, blu e con un taglio decisamente fuori moda, a cui a furia di indossare avevo sfondato le tasche, lo sapete che sono fatte dello stesso tessuto piuttosto delicato, e che qualche settimana fa avevo riparato con la cucitrice. Con i punti, avete capito bene, quelle che io chiamo graffette. L’autore del furto si sarĆ  quindi presto reso conto di aver derubato un barbone più barbone di lui, e meno male che avevo desistito dal mettere nello zaino il mio prezioso portatile – da cui raramente mi separo – e di non aver scelto di indossare al posto del piumino Rifle il mio caldissimo montgomery blu. Se mi avessero rubato il montgomery blu, ecco, quella sarebbe stata una vera tragedia, e altro che mandare a cagare chi mi chiede quanto manca alla fine della lezione.

Durante il viaggio di ritorno, oltre ad aver tenuto ben stretti lo zaino e la giacca che ho dovuto acquistare a Genova per non ammalarmi – a Genova non fa freddo ma tira sempre vento – ho fatto cosƬ caso a tutti gli annunci trasmessi per avvisare i passeggeri a non lasciare incustoditi i propri bagagli, una frequenza di comunicazione che mi ha tranquillizzato sul fatto che non sono diverso da nessuno. Non sono più fortunato o più sfortunato di altri.

Mi trovo nella media delle persone a cui capitano cose con cui tutti si trovano ad avere a che fare. Una sensazione che mi rincuora e che provo anche grazie a certe pubblicitĆ  in cui si offrono soluzioni a problemi che hanno tutti, e che capisco che ĆØ normale che tutti abbiano. Le stoviglie particolarmente zozze dopo cotture elaborate, ad esempio, e la necessitĆ  di grattare per tirare via lo sporco, per non parlare del rischio che in lavastoviglie non si puliscano secondo certe nostre aspettative elevate. Questo ĆØ solo un esempio ma mi fornisce la prova provata che l’essere stato un asino a scuola, condizione che mi relega quasi sempre entro i confini di chi non si sente all’altezza, non implica necessariamente il non riuscire a comprendere come funzionano davvero certe cose pratiche. Utilizzare colle adesive di una certa portata consente di assicurare saldamente piccoli ammennicoli sulle pareti. Il cric, una volta imparato il funzionamento, solleva davvero le automobili e dopo trenta minuti circa a duecento gradi la zucca cuoce davvero, nel forno, proprio come sostengono le ricette. Smarrire la fiducia in se stessi fa perdere la bussola e restituisce una percezione della realtĆ  tutt’altro che attendibile.

break the rules

Standard

La pedagogia si divide fondamentalmente in due correnti principali. Ci sono quelli che permettono ai bambini di salire sullo scivolo arrampicandosi a ritroso sullo scivolo stesso – che poi ĆØ la cosa più elettrizzante del gioco dello scivolo in sĆ©, dal momento che alla terza volta che sei scivolato ti sei giĆ  rotto i maroni di scivolare giù – e sull’altro versante quelli che lo vietano. Intendo l’altro versante della pedagogia, non dello scivolo, dove al massimo ci sono i compagni di classe che reclamano via libera per lanciarsi di sotto a tutta birra ma hanno la strada bloccata da chi non rispetta le regole perchĆ© il pedagogista di riferimento in quel momento sostiene che si possano anche non rispettare.

La mia teoria ĆØ che se in cima non c’ĆØ nessuno che vuole scendere – e se il tuo comportamento non danneggia una struttura di tutti – puoi fare il cazzo che ti pare. Hackeriamo gli scivoli, che problema c’ĆØ. Alla peggio, mentre ti arrampichi al contrario scivoli – appunto -, sbatti la faccia sulla plastica e ti salta un dente da latte, ma ĆØ un problema tuo o al massimo del pedagogista di riferimento in quel momento e addetto alla supervisione che poi dovrĆ  vedersela con i genitori che metteranno in dubbio certe teorie campate in aria.

Il fatto ĆØ che la regola numero uno per chi opera nella scuola ĆØ dare delle regole. Le classi traboccano di cartelloni con regole di tutti i tipi, scritte, disegnate, illustrate con clipart decisamente cheap, scaricate dal web, stampate, colorate. I semafori che stabiliscono se ĆØ il momento opportuno per scambiare quattro chiacchiere con il compagno di banco o assistere alla spiegazione in religioso silenzio. Il mansionario che cristallizza chi deve fare che cosa, qualunque tipo di cosa – distribuire, raccogliere, organizzare le sortite al bagno – assiepato di mollette con i nomi dei bambini. L’ordine della fila per due per gli spostamenti quotidiani e quello della fila per uno in caso di evacuazione. E poi regole utili alla convivenza civile in classe: si alza la mano, non si parla quando parla qualcun altro, si dice per favore, gnĆØ gnĆØ gnĆØ e cose di questo tipo.

Capiamoci. Non fraintendetemi per uno di quegli insegnanti che si mettono in piedi sui banchi, anzi. Però c’ĆØ una collega a cui questo sovvertimento dell’ordine precostituito dell’impiego dello scivolo proprio non le va giù. La scuola primaria – almeno la mia – pullula di docenti che arrivano direttamente dalle organizzazioni cattoliche e dagli oratori, dove alzarsi e sedersi a comando del prete ĆØ all’ordine del giorno, o almeno della domenica, e lei ĆØ una di quelli.

Il punto ĆØ che il gioco dello scivolo sbagliato lo permetto solo al mio asperger, un bimbetto che conosce solo l’approccio oppositivo come fattore di relazione con l’adulto, cosƬ intelligente da cogliere al volo qualunque sfumatura di comportamento in grado di dare fastidio alla persona di riferimento in quel frangente preposta al suo accudimento. Il confronto con lui ĆØ una sfilza di no a tutto. Non aprire e chiudere la porta, non accendere e spegnere la luce della classe, non leccare il gesso sulla lavagna, non tocchignare il pc sulla cattedra, non parlare ad alta voce mentre spiego, non sdraiarti per terra nei corridoi, non uscire dalla classe se non ci sono le collaboratrici, non prendere di nascosto le cose ai tuoi compagni, non lanciare il rotolo dello scottex, non girare in tondo intorno ai banchi mentre gli altri lavorano, non far rumore con le penne della LIM perchĆ© sono magnetiche e scagliarle contro i tubi del riscaldamento per vedere che rimangono attaccate ĆØ divertentissimo ma proprio no, non si fa.

CosƬ ho deciso che ci dev’essere un campo neutro, uno spazio in cui dare sfogo a quell’innato impeto di rompere i coglioni agli altri. Gli permetto di lanciarmi la sfida, con quello sguardo che ormai riconosco a memoria, e poi su a ritroso lungo lo scivolo, con la faccia rivolta verso di me per osservare la mia reazione. Gli sorrido mentre lo vedo arrampicarsi. Controllo solo che sulla pedana in cima non ci sia nessuno. Anche perchĆ© dopo un po’, come ĆØ facile immaginare, si stufa. Che gusto c’ĆØ se il maestro non si indispettisce.

A prendersela, invece, ĆØ la collega timorata di Dio, lƬ con la sua classe, perchĆ© a quel punto i suoi bambini cercano di fare altrettanto. Il loro senso della pedagogia va in corto circuito: ma insomma, si chiedono, salire lo scivolo al contrario ĆØ consentito oppure no? Nel dubbio, sƬ. CosƬ, alla volta successiva in cui il mio asperger si precipita nella risalita, nell’invidia del resto della scolaresca, eccola pronta a interferire nel flusso didattico-comportamentale e sostituirsi alla figura in quel momento direttamente responsabile, cioĆØ io, senza nemmeno farmi un cenno.

A me, giuro che le invasioni di campo di questo tenore non rappresentano affatto un problema. Non ho fatto pipƬ intorno a nessun territorio – nonostante noi esseri viventi di specie animale e di genere maschile siamo rinomati in tutto l’universo per la caparbietĆ  con cui, attraverso le nostre minzioni, ci attribuiamo aree esclusive per l’accoppiamento, la caccia, la residenza e cosucce di questo tipo – tantomeno intorno a nessuno dei miei alunni più bisognosi di attenzione. Anche il mio asperger sembra non prendersela. Nemmeno lui mi degna di un’occhiata. Sbraita qualcosa contro la maestra praticante e corre via, alla ricerca di un nuovo dispetto da perpetrare a qualcun altro.

ex voto

Standard

La cosa più antipatica del mio lavoro è la valutazione. Ho molti colleghi che giustamente vanno in fibrillazione quando devono esprimere giudizi sui propri alunni perché sentono il brivido e amano il profumo della vittoria di chi ha il registro elettronico dalla parte del manico. Io invece non sono capace a prendere decisioni, odio scontentare le persone, non sopporto di detenere qualunque forma di potere e ho il terrore di qualsiasi tipo di conflitto, a partire dalla guerra contro i genitori di cui ho deluso le aspettative, ma anche dover consolare un bambino che ci rimane male per un brutto voto che gli hai appioppato non lo auguro a nessuno. Anche quelli meno simpatici, quelli che passano i bigliettini durante le verifiche, quelli che fanno le linguacce mentre sono voltato verso la LIM, quelli che adorano fare i dispetti e non rispettano la mia presunta autorità.

Lo so, starete pensando che dovrei cambiare mestiere. Che un chirurgo in sala operatoria mica si sottrae alle proprie responsabilitĆ . Che un pilota di un aereo di linea si sobbarca sul groppone la vita di centinaia di passeggeri da un capo all’altro del mondo. Che non ci si deve pensare due volte e tuffarsi se qualcuno sta per affogare trascinato via dalla corrente. E invece ĆØ proprio per questo che faccio l’insegnante. Sono solo una parentesi destinata a chiudersi nel giro di qualche battuta spazi inclusi nella vita di una persona, il cui parere ĆØ meno che ininfluente, e il cui esercizio quotidiano della sua professione ĆØ soggetto a cosƬ tante variabili da spingerlo ampiamente al di sotto della soglia dei soggetti fondanti dell’economia di un paese e di una societĆ .

Basta un temporale che allaghi il montacarichi della scuola, la mancanza di connettivitĆ , Clara che piange e non vuole entrare perchĆ© ha i genitori separati e non ritroverĆ  nel pomeriggio la mamma che l’ha accompagnata la mattina, due bidelle che litigano, Debora che ha lo zaino pieno di formiche perchĆ© ha lasciato i resti della merenda tutta la notte dentro e i genitori si interessano poco della cura del suo materiale, Kevin che vomita in mensa – c’ĆØ sempre qualcuno che vomita in mensa -, Antonino che sbatte contro Nicholas in giardino perchĆ© nessuno guarda dove mette i piedi mentre tutti corrono per sfuggire all’acchiapparello, Marco che ĆØ più oppositivo del solito e, con il suo Asperger a basso funzionamento stretto tra le mani, non vuole saperne di alzarsi da terra, il geometra del comune che ti chiama mentre spieghi le coordinate cartesiane, Jonathan che non ha ancora a disposizione i libri di testo – la nonna che gli fa da mamma perchĆ© la mamma ĆØ in comunitĆ  si ĆØ dimenticata di prenotarli in cartoleria – e che ti costringe a ricorrere alla fotocopiatrice ma non c’ĆØ nessuna bidella al piano e non puoi allontanarti dall’aula, ma poi quando riesci a allontanarti per far le fotocopie scopri che si ĆØ scaricato il toner e chi l’ha scaricato non ha avvisato sulla chat i colleghi.

Giusto per fare un esempio. Giusto per dire che ĆØ sufficiente un battito d’ali di una farfalla in 3B per far litigare due compagni di banco in 5A e mandare in vacca una lezione che il docente ha preparato meticolosamente il giorno prima, che ĆØ una sorta di metafora per dire che nella scuola, almeno la mia, la primaria, ĆØ inutile programmare troppo. Si vive meglio a improvvisare per il tre quarti del tempo. Ma allora, se ĆØ tutta una performance situazionista o poco più, la nostra, che senso ha valutare gli attori? Non ĆØ meglio vivere la scuola come un gioco di ruolo che si gioca tutti insieme, nessuno che vince, nessuno che perde?

ex

Standard

Anche noi della primaria abbiamo ex pupilli a cui restiamo nel cuore e che tornano a farci visita alla fine del percorso scolastico, ancora imbevuti dello strascico delle emanazioni della nostra saggezza. Certo, gli alunni dei prof dell’attimo fuggente – o dalle nostre parti gli emuli di Alessandro Gassman in versione filosofo – una volta archiviata la maturitĆ  sono adulti fatti e finiti e possono incontrare i loro capitani scalatori di banchi al bar e tracannare birre insieme. Succede anche tra la secondaria di primo grado e quella di secondo (in questo frangente forse la birra non ĆØ il caso), nonostante la permanenza dei vostri figli nell’ordine di mezzo (la vera cenerentola della scuola italiana) sia ai limiti dell’inconsistenza e ci sia un turn-over di colleghi precari che fa perdere l’orientamento anche ai ragazzini più disponibili all’empatia e sensibili al fascino dei loro docenti.

La primaria invece ĆØ quel posto dove in prima accogli bambini che si cagano addosso, non sanno salire e scendere le scale, rovesciano l’acqua in mensa e ti vomitano sulle scarpe nuove (oggi più che mai: un seienne del 2025 ha la maturitĆ  emotiva e la percezione del proprio corpo di un duenne di trent’anni fa, o banalmente non apprezza i tuoi gusti in fatto di calzature) e li lasci cinque anni dopo con il ciclo – principalmente le femmine – e i baffetti sulle labbra – principalmente i maschi ma talvolta anche le femmine, e da esperienza personale so che può anche capitare che le scale le facciano ancora aggrappandosi ai corrimano. Poi se ne vanno e tempo qualche mese li trovi su tik tok, sempre che tu abbia tik tok (in realtĆ  c’erano anche prima ma ai fini della narrazione ĆØ più efficace) e di base restano quei patatoni adorabili rompicazzo che ti hanno mitragliato a ripetizione di domande assurde, senza nemmeno alzare la mano prima, fino al giugno precedente, solo che in tempesta ormonale e con le tette.

Te li ritrovi tra le scatole fin dai primi giorni della prima del ciclo successivo mentre sei alle prese con lo svezzamento dell’ennesima batteria di mocciosi. Ti vengono a salutare all’uscita perchĆ© hanno sorelline e fratellini ancora alla primaria e ti mettono in imbarazzo rovesciandoti addosso aneddoti sui colleghi delle medie a conferma dei pregiudizi che avevi maturato conoscendoli dietro le quinte della didattica e consentendoti, grazie alla testimonianza diretta di utenti finali più che attendibili, di giungere alla conclusione che capita spesso che i prof delle medie non siano del tutto registrati (colleghi professori delle medie sto scherzando, eh).

Uno dei miei ex alunni preferiti ĆØ un ex bimbo, ora adolescente quasi alto come me, di origine cinese e che raccoglie una quantitĆ  eterogenea di disagi che non vi sto a raccontare, anche perchĆ© non potrei per ovvi motivi di privacy. Escluso da tutti, mi ĆØ stato addosso durante gli intervalli in giardino per cinque anni e ogni tentativo di inclusione con i compagni ĆØ finito con un buco nell’acqua, sicuramente per colpa mia, ma vi posso assicurare che anche lui ci ha messo del suo. Non riuscivo a togliermelo di mezzo in nessun modo, ho passato ore e ore in giardino a intrattenerlo con passatempi basati sulla matematica estemporanea (numeri e forme sono la sua passione) e il bello ĆØ che ora, da quando ha terminato la quinta, oramai due anni fa, si vergogna persino a salutarmi, una reazione oltremodo comprensibile. Darei qualunque cosa – compreso il mio orgoglio – per la sua emancipazione, il nostro rapporto precedente ed esclusivo su tutto. Come se non bastasse, ha un fratellino che fa la quinta – sembrano gemelli – e che ĆØ altrettanto impenetrabile quanto lui.

La dinamica con i rampolli di quella famiglia però quest’anno ĆØ stata scardinata dalla terza sorellina che ĆØ arrivata da noi in prima e che ĆØ una specie di diavolo della Tasmania di esuberanza e simpatia. Si precipita allontanandosi da ogni fila per abbracciarmi quando mi vede nei corridoi e mi saluta urlando il mio nome con un entusiasmo che non saprei descrivere. Ieri mi si ĆØ abbarbicata alle gambe con un sorriso ai limiti delle sue possibilitĆ  maxillo-facciali. Piacevolmente sorpreso, ho fatto altrettanto e mi sono permesso di chiederle di portare i miei saluti al fratello maggiore, che da quando non ĆØ più mio alunno avrò visto si e no tre volte.

Immediatamente ha messo su una maschera di perplessitĆ , si ĆØ staccata da me e mi ha ammonito che no, non me lo avrebbe certo salutato perchĆ© “ĆØ cattivo e mi picchia ogni giorno”, per di più in combutta con il fratello di mezzo. Le ho chiesto cosƬ se avesse fatto cenno ai genitori delle modalitĆ  di messa in pratica sul campo di questo rapporto diversamente fraterno. E, da quanto mi ha riportato, sembra che la mamma e il papĆ  l’abbiano persino sgridata, sottolineando di non avere il tempo per badare a queste cosucce. Conoscendoli, dopo cinque anni di GLO e di colloqui, non ĆØ stata certo una sorpresa. Una coppia apparentemente molto presente e attenta, ma nell’intimitĆ  domestica – stando ai racconti stessi dei bimbi e dell’educatrice che assiste il mio ex alunno – a dir poco originale. Io ho preso le prime lo scorso anno ed ĆØ un peccato aver mancato la sorellina per un soffio. ChissĆ  come sarebbe andata, tra noi due.

le ultime parole

Standard

Quest’anno le prime settimane di settembre sono volate. Un po’ mi spiace di aver dilapidato questo patrimonio di tempo – il mio periodo preferito – ricco di emozioni pre-autunnali e che non teme confronti, ma ho un alibi.

Se fate il mio stesso lavoro, ĆØ inutile scendere nei particolari di ciò che la ripresa dell’anno scolastico, prima della ripartenza di quello che costituisce il core business del mestiere dell’insegnante – stare in classe con i mocciosi, comporti. Dal primo collegio docenti alla prima campanella si manifesta un’orgia di incombenze fatali per la tenuta di noi docenti, fuori allenamento dopo gli innumerevoli mesi di ferie (uno e rotti per gli addetti ai lavori, quattro pieni per la questura) che ci sono concessi, tanto che giĆ  dal primo giorno effettivo di lezioni ci ritroviamo a sfogliare il calendario appeso in classe – il mio ĆØ di una marca di caffĆØ prodotto nella mia cittĆ  natale che compro a lotti di dieci confezioni da 250 grammi per volta ma, da quello che vedo nelle aule della scuola in cui insegno, non supera nessun altro esemplare in quanto a trasgressione o impegno civile, tanto meno quello dell’Erbolario appeso in 4A – e tentare una stima dello iato rispetto alla pausa natalizia, a maggior ragione in anni come questi in cui i ponti smorzano oltremodo qualunque anelito di pelandronaggine.

Ma questa volta ĆØ stato diverso. In questa dozzina di giorni precedenti l’ora zero mi ĆØ stata affidata una ragazzina di prima secondaria, alle soglie della seconda, per una serie di incontri individuali finalizzati al supporto allo studio e all’orientamento al metodo all’interno di un progetto – reso possibile grazie ai finanziamenti del PNRR – a cui ĆØ stato dato un nome che richiama lo sforzo di colmare proprio la voragine di fiducia reciproca che i disturbi dell’apprendimento rischiano di scavare tra la scuola e gli studenti.

Il percorso che ho pensato, da articolare lungo dieci ore totali distribuite lungo otto incontri, alcuni di un’ora e altri di novanta minuti, l’ho intitolato con un altisonante “Italiano al PC” e ha risposto alla richiesta arrivata dai suoi docenti di allenarla a scrivere, prendere appunti e realizzare schemi attraverso i software a disposizione. Alla base di questa scelta ci sono le difficoltĆ  con cui si trova a combattere quotidianamente, un mix tra disgrafia e dislessia che le impedisce di mettere a frutto la sua forte volontĆ  e un’intelligenza decisamente sopra la norma.

Almeno, questo ĆØ quello che ho percepito io di lei al termine dell’esperienza. Per i colleghi che l’hanno abbinata a me contava solo l’impatto performativo del suo chiamiamolo disturbo, un fattore che ha alimentato in me un pregiudizio che per fortuna ĆØ stato smentito lezione dopo lezione. Potrei sbagliarmi, certo. I suoi docenti l’hanno avuta in classe per un anno scolastico intero, al contrario per me ĆØ stato meno di una conoscenza superficiale. Ci siamo messi vicino, lei ed io, e insieme abbiamo scritto, riassunto, realizzato mappe, sistemato presentazioni. Arrivava nel primo pomeriggio, direttamente dall’oratorio, stanca, accaldata e con le mani sporche e le unghie piene di terra. Nonostante questo, non ha mai chiesto di fermarsi un attimo, malgrado le ricordassi che, nel caso, non ci sarebbe stato nessun problema.

Ma poi ĆØ successa una cosa che ha dell’incredibile. La penultima lezione le ho proposto un lavoro per il quale avrebbe dovuto scegliere, come argomento su cui cimentarsi, o il suo film o il suo libro preferito. Non ci ha pensato su più di tanto e ha indicato senza esitazioni il romanzo per ragazzi “Paolo sono” di Alex Corlazzoli. A fronte della mia curiositĆ  su una scelta cosƬ spiazzante, per un adulto, ha immediatamente e irrevocabilmente confessato e condiviso il suo smisurato e appassionato interesse per la mafia, non solo in letteratura o cinema ma anche nella cronaca.

Nell’incontro successivo, quello conclusivo, ha portato apposta per me uno zaino ricolmo della sua collezione di libri sull’argomento che custodisce nella sua cameretta, un gesto che non poteva passare inosservato e una richiesta di confronto che non potevo certo lasciare cadere. Mi ha steso non solo con dettagli su fatti noti e con una capacitĆ  di fare collegamenti – Falcone e Borsellino, Giuseppe Di Matteo e il suo cavallo – ma anche con aneddoti personali. Trascorre parte dell’estate a Palermo dai nonni, con i quali visita i luoghi importanti legati alla storia della criminalitĆ  organizzata e agli avvenimenti più cruenti che si sono verificati in cittĆ . Mi ha persino raccontato della prozia vicina di casa di Brusca, che sosteneva che sembrasse una persona normale, uno che salutava sempre, e non ha dubbi sul voler fare il magistrato da grande.

Non ho resistito, rientrato a casa dopo l’ultima lezione e ancora prima di firmare la presenza sulla piattaforma dedicata, dall’inviare una e-mail alla madre per confidarle quanto sia stata arricchente per me quell’esperienza. Si ĆØ trattato di un vero e proprio corso di recupero. Credo di aver recuperato, in tempo per la prima campanella, il senso della scuola.