Stretti nell’abitacolo, lei sopra e lui sdraiato sul sedile del conducente, non fu semplice sfilarsi di dosso la giacca di pelle che Lara voleva a tutti i costi indossare senza niente sotto, forse per avere qualcosa di Mario addosso o forse per apparire più attraente secondo i canoni imposti dall’immaginario gotico fetish che condividevano. Non era solo quello, l’unico rischio di scambio durante quell’incontro intimo appesantito dalle ritorsioni e dagli strascichi post-separazione. Lara e Mario si erano lasciati qualche mese prima, o meglio lei aveva mollato lui, e non ho idea del motivo per cui quella sera si fossero trovati nella stessa auto e avessero deciso di fermarsi in un punto appartato per un veloce ripasso su ciò che li aveva tenuti insieme per qualche anno. Lara, nelle settimane precedenti, non aveva perso tempo e si era data da fare con Alberto, che oltre a essere il fratello maggiore di uno dei più stretti amici di Mario viveva segnato dai postumi di un trascorso burrascoso. Giravano persino voci sulla sua sieropositivitĆ . Mario, pur di tornare con Lara, anche solo per qualche minuto, avrebbe persino sacrificato se stesso, nella piena consapevolezza della gravitĆ e del pericolo. Il fratello maggiore di Mario gestiva un negozio di cibo e articoli per animali domestici ma la sua principale attivitĆ era legata allo spaccio di quartiere, e anche lui poteva vantare un passato da eroinomane mica da ridere. Alberto poi sparƬ all’improvviso anni dopo, Mario non contrasse alcuna infezione in quel ritorno di fiamma e, per completezza del quadro, sappiate che non tornarono insieme dopo quella volta estemporanea, lui e Lara.
Mario però incontrò Alberto per puro caso trent’anni dopo, vivo e vegeto ma con quella postura da ex tossico, quel colore della pelle e quell’odore inconfondibile che ti segnano per tutta la vita. Alberto e il fratello – l’amico di Mario – gestivano una specie di agriturismo in un punto sperduto di montagna, nel borgo al centro della Sardegna che aveva dato il natale al loro padre e dove possedevano i terreni ereditati dalla famiglia. Mario li riconobbe subito perchĆ© i due attendevano i clienti messi di profilo al cancello di ingresso della proprietĆ , uno vicino l’altro in una sorta di cartellone pubblicitario vivente, attirando la curiositĆ degli avventori grazie alle mandibole identiche – un angolo perfettamente retto – e all’attaccatura dei capelli sulla fronte un po’ retro. La peculiaritĆ della loro ragione sociale consisteva principalmente nella coltivazione e vendita del riso, un genere decisamente anomalo per il contesto di appartenenza, la Sardegna ĆØ un territorio in cui un turista si aspetta ben altro tipo di prodotti locali.
Alberto condusse Mario in un tour dei campi coltivati al tramonto, proprio mentre una sorta di tornado costringeva tonnellate di chicchi di riso a ruotare in un vortice denso e, nel centro della spirale, si levavano alte fiamme rosse mentre tutt’intorno calava quel buio tipico della notte priva dell’inquinamento luminoso a cui siamo abituati noi che viviamo nei dintorni di Milano. Raggiunti dal fratello di Alberto, i tre si mossero attraversando quello spettacolo da apocalisse, non era la prima volta che Mario si percepiva sfidato dai membri di quella famiglia in circostanze estreme e non solo per l’episodio di Lara e della giacca di pelle e del sesso privo di precauzioni, o quella volta da ragazzi in cui Alberto insistette per farsi scattare una foto di entrambi camminando con le mani in verticale rovesciata lungo un pendio. Mario chiese ai due soci proprietari come fosse possibile ottenere una quantitĆ cosƬ cospicua di derrate e, soprattutto, quale fosse la domanda di riso in una regione caratterizzata da altre richieste di prodotti tipici. Dal punto che avevano raggiunto, la cima di una collina, si poteva godere dello spettacolo di onde bianche di chicchi librarsi lungo l’orizzonte come stormi di uccelli alla mercĆ© del vento. Mario notò solo allora le colonne dei resti di un tempio greco sulla collina di fronte. Per un attimo si chiese se ciò che stava vivendo fosse ambientato in Sicilia o comunque quale fosse la causa di quel grossolano errore di sceneggiatura. Alberto e il fratello si avviarono per rientrare, una scelta che Mario apprezzò con sollievo. Marciando sul sentiero tra le piantagioni in fila per uno, Alberto ammise che una generosa percentuale dei loro introiti derivasse proprio dall’impiego del riso nel corso dei matrimoni, cerimonie per le quali le famiglie siciliane non badano a spese, e che quel rimando artificioso nella terra dei nuraghe ai panorami delle colonie della Magna Grecia fosse invece una sorta di vezzo culturale, un link per tenere a mente a loro e a chi sceglieva il loro prodotto il valore e l’importanza dell’export verso il mercato siculo.
La visita terminò. L’azienda agricola dei due fratelli non prevedeva un punto vendita di prodotti al dettaglio, e Mario ritenne inopportuno chiedere in omaggio una confezione di riso in ricordo dell’incontro, immaginando che quella della tempesta di chicchi fosse solo tutta una messa in scena per impressionarlo, dopo tanti anni, sul successo imprenditoriale che i due – a differenza sua – avevano raggiunto.
buon proust ti faccia
The champion, my friends
StandardFurono i Lost a meritarsi il premio di vincitori morali della serata, grazie alla loro esibizione di una manciata di cover dei Ramones. Nulla di strano, se non fosse che quello non era un concorso musicale e, soprattutto, si trattava di un concerto commemorativo per Freddie Mercury, morto qualche giorno prima. Suonare dei pezzi di punk caciarone al tributo in onore della più significativa icona del rock mainstream fu un gesto geniale e irriverente, al limiti del situazionismo, ma a notare la provocazione furono in pochi, tra il pubblico che partecipava distratto sotto il palco. La solita claque di intimi rockettari che seguiva i Lost nei concerti in cittĆ e i membri dell’altro gruppo che non c’entrava nulla con il tema della serata, una band che sfoggiava un nome smaccatamente new wave, con l’aggravante di essere degli outsider di provincia.
Suonavamo e ci atteggiavamo un po’ come gli Smiths ma fuori tempo massimo, considerando che il gruppo di Morrissey era giĆ morto e sepolto da quattro anni a seguito di una separazione destinata a non risolversi mai più. Ci trovavamo nelle grazie del presidente dell’ARCI di zona e fu proprio lui a coinvolgerci in quel concerto, non so se per merito, perchĆ© ci trovava originali, perchĆ© segretamente invaghito del nostro cantante o, ancora, perchĆ© non c’erano state abbastanza adesioni e quelli di fuori, come noi, avevano più fame di entrare nel giro degli eventi di cittĆ . Una serata di metĆ dicembre organizzata in fretta e furia in uno dei tanti locali che oggi ospitano un supermercato, una banca o un’altra ragione sociale più redditizia dellāentertainment. Un posto il cui nome curiosamente ricordava il termine che si usa nelle redazioni dei quotidiani per indicare i trafiletti commemorativi che si pubblicano quando muore qualcuno di importante, e che i giornalisti tengono pronti nel cassetto mentre le persone a cui sono dedicati sono ancora in vita, molto vecchi oppure con un piede nella fossa, per essere pronti a divulgare la notizia prima degli altri e bruciare la concorrenza. E anche il tributo dell’ARCI a Freddie Mercury era stato pensato per dare un segnale immediato ai giovani del posto sul fatto che l’organizzazione fosse viva e vegeta, sul pezzo, disponibile a osservare il lutto insieme a chi si sentiva vuoto senza il suo beniamino, o anche solo orfano di una rockstar cosƬ ingombrante.
Avevo scelto con cura che cosa indossare per quella serata. Venivo da anni di ossessione per gli indumenti neri e mi trovavo in piena fase di disimpegno per il rigore imposto dai canoni del genere musicale che praticavo con abnegazione sin dallāadolescenza. Ora, al contrario, prestavo attenzione a trasmettere agli altri nel modo più convincente possibile la casualitĆ della scelta dei capi e del loro abbinamento, una non-strategia che anche in quella occasione fece la differenza. Avrei scoperto solo anni dopo che quel concerto avrebbe costituito la serata inaugurale di una fase della mia vita di cui, ancora oggi, non posso che riconoscere lāunicitĆ . Un periodo purtroppo breve ma molto intenso, cominciato con una camicia grigia, pantaloni di velluto chiari e un paio di anfibi, e terminato venti mesi dopo, con il giro di strette di mano al termine della discussione della tesi di laurea. Poco meno di due anni in cui mai più mi sarebbe capitato di muovermi con altrettanta disinvoltura e che, visti da qui, avrei potuto spremere con più decisione e maggior vigore, con lāobiettivo di cogliere ancora più opportunitĆ di quelle che ho portato a casa.
Il concerto commemorativo per il cantante dei Queen a cui ho partecipato con la mia band, anzi, con una delle band con cui suonavo allora, ma che era quella principale, quella il cui nome riportavo con convinzione a chi mi chiedeva di quale formazione facessi parte, coincide con la prima volta in cui baciai Barbara. Mi piaceva Barbara perchĆ© era molto bella, e io le piacevo perchĆ© Barbara era una persona completamente fuori di testa, attirata dal fatto che anche io sembrassi una persona altrettanto fuori di testa, e fino a prova contraria non esiste nessunāaltra spiegazione per cui una ragazza cosƬ attraente avesse deciso di dedicarmi cosƬ tante attenzioni.
La prima volta in cui ci eravamo notati reciprocamente avevamo trascorso lāincontro inaugurale del primo anno accademico del corso di laurea a cui eravamo iscritti seduti sugli scranni opposti dellāAula Magna di facoltĆ a guardarci e mandarci segnali da distante, probabilmente attirati dalle rispettive caratteristiche che ci rendevano unici. Lei oggettivamente fuori dal comune, io seduto tra maschi rumorosi, brutto e strambo ma conciato come il cantante dei Cure, fuori luogo ovunque e soprattutto in quel contesto anche se, era lā86, di fronte a certe manifestazioni di appartenenza a tendenze o movimenti – sempre più musicali e sempre meno politici – le istituzioni e la gente, più per impreparazione che per accondiscenza, chiudevano un occhio. La stravaganza folcloristica, a metĆ di quel decennio che, ancora oggi, sono in molti a giudicare irripetibile, era nel peggiore dei casi tollerata, quando non considerata un pittoresco valore aggiunto, espressione di indole creativa, di ambizione artistica, di pensiero fuori dagli schemi. Per me, un escamotage per rimorchiare o poco più.
Dopo il gioco di sguardi in Aula Magna, Barbara però era sparita nel nulla. Solo un anno dopo, quando ci incontrammo di nuovo, venni a sapere da altri che era caduta vittima di un forte esaurimento nervoso a seguito di un problema di salute serio. La ritrovai cosƬ una mattina, alla ripresa dei corsi nellāanno accademico successivo, ricomparsa dal nulla come nel nulla era svanita esattamente dodici mesi prima, dopo quel muto flirt. Un paio di amici la frequentavano tra una lezione e lāaltra in universitĆ con la comprensibilissima finalitĆ di concludere qualcosa, cosƬ non persi lāoccasione di iscrivermi a quella gara a chi ci riuscisse prima ma che, vi posso assicurare, in quel girone preliminare non vide nessun vincitore.
Barbara giocava con la sua apparente disponibilitĆ per poi lasciare chiunque, almeno noi di quel gruppo di studenti frequentanti, a bocca asciutta. In quel periodo, comunque, risultavo fidanzatissimo e potevo puntare sulla scusa della fedeltĆ e della conseguente indisponibilitĆ quando mi precipitavo a muovere un passo indietro ogni volta, poco prima del momento apparentemente decisivo in cui non era ben chiaro se si sarebbe venuti al sodo o, come invece credevo io, mi sarei preso un più che ammissibile rifiuto, considerato lāoggettivo divario estetico. Barbara ricordava moltissimo una delle più iconiche bellezze dei tempi, la cantante Patsy Kensit, e nessuno capiva che cosa ci facesse nel gruppo di studenti sfigati che frequentava, che comprendeva anche me. Era consapevole del fatto che i maschi di quella compagnia avrebbero fatto qualunque cosa per lei, io in primis, ma sarebbe stato lo stesso altrove. Il punto ĆØ che il suo gioco di seduzione, da lƬ fino al giorno in cui ci baciammo, soltanto quattro anni più tardi, si protraeva sempre pericolosamente un poā più in avanti, di volta in volta, ma senza risultati. Una specie di sfida a chi ci arrivava più vicino che però vincevo sempre io, rinunciando e tirandomi indietro per il terrore che lei spostasse il volto, sottraendosi al bacio. Una ritrosia che Barbara, non immaginando il mio baratro di timidezza, equivocava per stoica resistenza al suo fascino, più che per manipolatorio sadismo pensato per caricare al massimo la tensione erotica che, settimana dopo settimana, mese dopo mese, sembrava però non esplodere mai.
Le cose cambiarono radicalmente nella primavera del 91, tre anni e mezzo più tardi. Ero stato piantato in asso dalla ragazza con cui stavo da anni, proprio durante il servizio militare – al ritorno da ogni licenza ci si aggiornava, in caserma, sul numero delle vittime lasciate sul campo – e non avevo perso tempo ad avviare un rapporto epistolare con Barbara. Ci spedivamo lettere con tanto di francobolli, avete capito bene, con una certa continuitĆ . Una cosa che suona romantica ai tempi dei social, ma che nella sostanza consolidava le stesse dinamiche tra noi due, con la differenza che ora non sarei stato più soggetto ai sensi di colpa di un eventuale tradimento della persona con cui mi ero da poco lasciato, in caso di capitolazione nel gioco perverso di Barbara. In una busta un giorno trovai persino una sua fotografia decisamente esplicita – sedeva su un motorino al mare con uno striminzito costume da bagno e unāespressione piuttosto provocante, almeno io la interpretai tale – che appesi, come un vero soldato, nel retro dello sportello del mio armadietto in camerata, tra i mini-poster di Robert Smith e di Siouxsie che ritagliavo dalle riviste musicali e che lasciavano sbigottiti i miei commilitoni.
Rientrato a fine agosto alla vita civile e finalmente single, intrapresi un paio di relazioni piuttosto superficiali e, contemporaneamente, Barbara ed io intensificammo, come era prevedibile, il nostro rapporto, ma ancora nella consueta modalitĆ che portavamo avanti da anni – quasi esclusivamente per colpa mia. Trascorrevamo insieme le ore buche in facoltĆ e frequentavamo con altre persone – tra cui la sua inseparabile amica Michela – locali notturni e club di musica dal vivo. Entrambe presenziavano spesso ai concerti dei gruppi in cui suonavo, non ero per niente possessivo o preoccupato del fatto che qualcuno, tra i miei colleghi musicisti decisamente più prestanti e svegli di me, avrebbe potuto farsi avanti, dāaltronde Barbara ed io eravamo solo amici.
CosƬ estesi a lei e Michela, con il consueto approccio fintamente disinteressato, lāinvito a partecipare alla serata commemorativa organizzata a seguito della scomparsa del cantante dei Queen, in cui ci saremmo esibiti anche se eravamo determinati a prendere le distanze dal rock di Freddie Mercury. A me e a nessuno dei componenti della mia band piacevano i Queen – li trovo irritanti ancora oggi, a distanza di più di trentāanni – e, al netto del rispetto per il lutto per una rockstar, nessuno di noi si era posto il problema di preparare una scaletta a tema o comunque più pertinente, rispetto al consueto repertorio di brani di nostra composizione che proponevamo. Eravamo un residuato storico degli anni ottanta che non aveva ancora reagito allāurgenza di adattarsi al nuovo decennio agli albori. Intorno a noi la musica si stava radicalizzando e intorbidendo, sia quella inglese che quella proveniente dagli USA. Noi, con i nostri testi in italiano e il nostro sound raffinato ma fragile, troppo plasticoso e poco sincero per quel sottobosco di autoproduzioni e di artisti indipendenti da cui sarebbe nata di lƬ a poco una scena nazionale straordinaria e irripetibile ma agli antipodi di stili e generi rispetto a ciò che ci rappresentava – e nella quale di lƬ a poco mi sarei perfettamente integrato – non avevamo ancora fatto mente locale sul modo in cui posizionarci. Grunge, neopsichedelia, britpop, indie-rock, reggae e tutti i derivati dellāelettronica erano stili troppo contigui, cronologicamente, al nostro. Noi appartenevamo a un passato prossimo da cui il pubblico aveva appena preso le distanze, ed era troppo presto per contare sul potere della nostalgia, quella che oggi ci rende cosƬ indulgenti su quello che abbiamo vissuto. Il mondo aveva voltato pagina, e toccava a noi adattarci ai nuovi gusti.
La nostra esibizione fu programmata nella primissima parte del concerto, comāĆØ giusto che fosse. La presenza simultanea di più gruppi che devono avvicendarsi sullo stesso palco da sempre comporta una gerarchia da seguire soggetta a una legge non scritta ma che nessuno si sognerebbe mai di mettere in discussione. Prima gli artisti meno conosciuti e via via quelli più noti, secondo un crescendo che impone le proposte più soft a inizio concerto per chiudere poi con il botto conclusivo.
Terminata la nostra scaletta di brani in una prevedibile indifferenza, mi affrettai subito a smontare i miei sintetizzatori e a posizionarli al sicuro dietro le quinte del locale. Mi dedicai quindi alla meritata fase di post-concerto impiegando le consumazioni gratuite che spettavano ai musicisti, bevendo birra e concedendomi alternativamente ai miei compagni di band, ad altri amici presenti e a Barbara, per assistere alle performance degli altri gruppi. I Lost suonarono i pezzi dei Ramones verso la fine della serata, un repertorio che comprese una versione trascinante di āSheena Is A Punk Rockerā che pogai con il resto del mio gruppo e altri che mi sembrava avessero afferrato il vero significato della scelta, con la dovuta ironia rivolta allo spirito dellāiniziativa a cui stavamo partecipando. Lo spettacolo si concluse poco dopo la mezzanotte con lāesibizione della band più calata nel contesto, un improbabile complesso di temutissimi rockettari hair metal e glam, guidata da un frontman che cantava in modo sguaiato, fasciato in una divisa da cosplayer dellāhard rock comprensiva di pantaloni attillatissimi, soprattutto sul davanti.Ā
Il loro contributo si esaurƬ come da previsioni, raramente ai gruppi di base qualcuno chiedeva di tornare sul palco per i bis. La serata quindi proseguƬ con le selezioni del dj residente, che avviò la consueta proposta di brani rock e pop dozzinali (ma sempre meglio della techno e dellāhouse music), data lāoccasione orientata sui pezzi più ballabili dei Queen, come āRadio Ga Gaā e āAnother One Bites The Dustā. Mi accommiatai cosƬ da Barbara e, con il resto della band, ci avviammo alle automobili con gli strumenti in mano per rientrare a casa. Io ero da solo con la mia Fiat Ritmo – trasportavo un equipaggiamento ingombrante e mi trovavo spesso costretto a muovermi in autonomia – ma, riposte le tastiere nel bagagliaio, anzichĆ© mettermi al volante e seguire i miei amici provai lāimpulso di dare una svolta alle cose e di rientrare nel locale. Era un momento come tanti altri, non cāera nulla di diverso da prima se non lāassenza di Freddie Mercury e unāesibizione in più nella mia carriera da musicista, che si sarebbe esaurita qualche anno dopo.
Ordinai unāaltra media chiara e rintracciai Barbara, che non nascose lāentusiasmo sul fatto che avessi cambiato idea. Continuammo a bere, forse ballammo anche, riprendemmo a stuzzicarci nel solito modo in cui avevamo costruito il nostro stare insieme fino a quando ci sedemmo da qualche parte, lei esausta e vulnerabile in braccio a me. LƬ mi decisi di baciarla, e dal suo trasporto mi accorsi che avrei potuto farlo molto tempo prima. Aprivo gli occhi e osservavo i suoi chiusi, spiavo da vicino quei lineamenti che tanto avevo temuto e desiderato allo stesso tempo. Andammo avanti a baciarci senza proferire parola per il resto della sera, che ormai era notte, fino a quando la musica terminò e gli inservienti si diedero da fare per sbattere fuori gli ultimi avventori rimasti, noi compresi. Ci eravamo baciati nella penombra di un locale notturno, e l’accensione delle luci in sala ci indusse a ricomporci e a ristabilire in parte i ruoli che da sempre interpretavamo e che ormai erano sin troppo consolidati, lei di sfida e io di totale disponibilitĆ , ma ormai il giocattolo si era rotto. Ci eravamo baciati per ore, il livello era salito e non sarebbe stato più possibile tornare indietro. Nonostante questa consapevolezza, Barbara ed io ci congedammo tra lāimbarazzo e la sorpresa di quello che era successo. Per fortuna, ci fu possibile dissimulare il nostro stato dāanimo con un atteggiamento da sbronza di fine serata.Ā
Barbara e Michela si avviarono fuori dal locale. Per non seguirle ed evitare ulteriori impacci, accennai lāurgenza di dover usare il bagno, prima di partire, ma si trattava di una scusa. Di fronte al lavabo mi guardai allo specchio e mi sciacquai le mani. Tornai nella sala, raccolsi il chiodo su un divanetto e mi apprestai a uscire. Salutai il DJ che aveva messo un cd per non lasciar piombare in un silenzio irrispettoso quel tempio del rock in cui si era appena consumato un vero e proprio rito di suffragio, mentre i baristi e il resto del personale si affrettavano a riordinare e rassettare ciò che era di pertinenza a seconda del proprio incarico. Si diffuse ancora una volta la musica nella sala, un greatest hits dei Queen, non avrebbe potuto essere altrimenti. La storia stava giungendo al termine, al nero che precede i titoli di coda. Mi fermai cosƬ a riflettere, come ultima scena, sulle parole della traccia che mi stava accompagnando mentre guadagnavo la porta di uscita, potrei scommettere con una sigaretta accesa tra le labbra. Un brano famosissimo e smaccatamente kitsch, un pezzo che parla di gente che combatte fino alla fine per meritarsi il titolo di campione del mondo.
banksy
StandardHo un giovane collega molto preparato – ha una laurea in scienze della formazione alla Cattolica a cui ha fatto seguire un master in sostegno, conseguito presso lo stesso ateneo – a cui mi rivolgo quando non so a quale teoria psico-pedagogica ricondurre le esigenze pratiche che mi trovo ad affrontare in classe. Mi fa sentire meno speciale sapere che c’ĆØ una collocazione universalmente consolidata a cui associare un problema a cui la mia incompetenza non riesce a dare una risposta. A scuola ĆØ impossibile standardizzare procedure didattiche perchĆ© ogni bambino e ogni adulto con cui si sviluppa la relazione sono differenti – e la gamma stessa delle dinamiche delle relazioni ĆØ pressochĆ© infinita – ma poi, alla fine, un po’ per poter tracciare i dati come si fa nelle aziende quando occorre certificare qualche processo, si riesce a emettere un codice (attenzione, ĆØ una metafora) da stampare su un’etichetta (attenzione, ĆØ una metafora) e lasciare il fascicolo (attenzione, ĆØ una metafora) in uno scaffale ben preciso (attenzione, ĆØ una metafora) a disposizione di casi analoghi.
Il mio giovane collega mi consiglia di fare cosƬ e cosĆ e la cosa in effetti funziona, al netto del rischio che la relazione, nel frattempo, non abbia giĆ preso una forma diversa da quella che credevo. I tempi di intervento delle persone e delle strutture che dovrebbero fornire sostegno a scuola e famiglie per i casi difficili sono cosƬ inadeguati da risultare ridicoli e paradossali. Con le organizzazioni pubbliche addirittura segnali il rischio di un disturbo dell’apprendimento o anche un problema più eclatante in seconda e, a essere ottimisti, ottieni una certificazione in quinta. Potete immaginarne l’efficacia in una fase della crescita e dello sviluppo cosƬ imprevedibile, come nei bambini. Ma, ripeto, io sono un copy con la passione per i Cure, per questo mi rivolgo costantemente a chi ne sa più di me, cioĆØ chiunque.
Continuano però a sorprendermi certi metodi a dir poco d’urto che si adottano in caso di situazioni in cui la sicurezza dell’alunno problematico e, di conseguenza, di chi gli sta intorno, ĆØ a rischio, sostanzialmente perchĆ© la risolutezza di intervento ĆØ un meccanismo che non ĆØ proprio nelle mie corde. Non sono mai pronto a fare la cosa giusta quando ho poco tempo a disposizione, questo in generale, perchĆ© ho bisogno di riflettere a lungo per valutare, e purtroppo in natura ĆØ un approccio non ammesso. Senza contare che sbaglio sempre, indipendentemente da quanto ci metto ad agire. Se fossi una preda sarei giĆ stato il pranzo di qualcuno una tacca sopra di me nella catena alimentare da un pezzo.
Ho una collega che ĆØ un vero e proprio marcantonio e, per annientare le smanie autodistruttive di un suo alunno, uno scricciolo di terza, gli monta letteralmente sopra bloccandogli le braccia con le ginocchia e sedendosi sulle sue gambe. La sua classe ĆØ proprio a fianco alla mia e mi ĆØ giĆ capitato di venire chiamato in soccorso per intercettare le sue fughe e impedirgli di fare dei danni. Quando succede, poi sto male tutto il giorno perchĆ© ĆØ facile far leva sulla forza, con un bambino, ma mi rendo conto immediatamente che si tratta di un’arma sovradimensionata.
Anche il collega esperto in pedagogia che vi ho introdotto prima non ĆØ da meno, quando lo vedo rispondere senza tanti complimenti agli assalti ciechi del suo asperger a bassissimo funzionamento. Lui ha anche un altro alunno arrivato da poco – un bambino che sarebbe come tutti gli altri se non gli fossero capitati in sorte due genitori a dir poco distratti – e che ora ĆØ in affido presso un’altra famiglia, per il quale adotta spesso soluzioni drastiche. Gli impartisce castighi esemplari d’altri tempi. Se si comporta male a pranzo lo sposta in un banco da solo all’altro capo della mensa e lo fa sedere voltato di schiena rispetto ai suoi compagni se l’ha combinata grossa. A quel punto gli vengono certi lacrimoni che, se fosse un mio alunno, mi metterei in ginocchio al suo fianco implorando le sue scuse e cercando di consolarlo nel modo più efficace. Come vedete, come educatore non valgo una cicca. Il mio collega dice di lui che ha una stima di sĆ© bassissima perchĆ© ha la tendenza ad auto-infliggersi punizioni. Quando succede, gli dice che non deve farlo perchĆ© l’insegnante ĆØ lui (il mio collega) e che, per ristabilire l’ordine delle cose, una persona ĆØ sufficiente.
Ora sentite questa. Ieri l’altro andavo a zonzo per i vicoli della mia cittĆ preferita, probabilmente il centro storico più grande in Europa, un luogo d’altri tempi che, malgrado Airbnb e la gentrificazione, pullula ancora di spacciatori, microcriminalitĆ , tossici e prostituzione. Non sto a dirvi quanto mi abbia sorpreso leggere scritto con lo spray sul muro di uno degli edifici fatiscenti di quei bassifondi la scritta “ilmiocognome merda”. ilmiocognome ĆØ il mio cognome, che non scrivo per ovvi motivi di privacy, e vi assicuro che non ĆØ cosƬ tanto diffuso. Ho abitato a qualche centinaio di metri da lƬ, più di venti anni fa, e un graffito cosƬ fresco non saprei come giustificarlo. In passato so di non essermi comportato bene con qualche persona, ma si tratta più che altro ex fidanzate con le quali non ho saputo chiudere senza perdere la dignitĆ , mentre ora davvero cerco in tutti i modi di assumermi le mie responsabilitĆ o, se proprio ho paura, mi sottraggo ai conflitti e ammetto di avere torto proprio per non alimentare inimicizie.
Sono stati i carissimi amici con cui mi trovavo in quel momento, veri esperti del quartiere, a tranquillizzarmi. Escluso che si potesse trattare di me, abbiamo formulato qualche ipotesi sulle cause dell’omonima nel graffito: un regolamento di conti tra pusher e clienti, una delazione, o più probabilmente un membro delle forze dell’ordine che non ĆØ andato tanto giù per il sottile con qualcuno della zona. Di certo, con questa merda, siamo parenti, in qualche modo. Io, ve lo giuro, non ho fatto niente, e poi da più di vent’anni vivo a duecento km da lƬ. Ho scattato però una foto alla scritta “ilmiocognome merda” perchĆ© non capita tutti i giorni di beneficiare di visibilitĆ di questo tipo e l’ho messa come immagine della testata di Facebook. Non so se c’entri con la stima di sĆ©, in questo caso di me, e con il discorso dell’infliggersi auto-punizioni, ma mi sembra tutto sommato il punto più basso di qualcosa che non so definire.
mercurio
StandardL’effetto del vapore che sale dall’asfalto quando le temperature sono insopportabili ha un nome che non ricordo più. I vecchi da noi non sono adatti al caldo che fa e se fossero un po’ più giovani e un po’ più ricchi farebbero armi e bagagli e raggiungerebbero i paesi del nord dove vanno i detrattori dell’estate più recidivi, quelli che la menano con l’Irlanda e restano candidi per scelta, per intenderci. La narrazione dell’attuale governo impone però l’Italia a tutti i costi, con le sue bellezze, il suo cibo, i suoi litorali a pagamento e i suoi borghi tutti uguali. Persino i cani randagi non si vedono più, vittime della sostituzione etnica ordita da cinghiali, orsi e lupi. I telegiornali sono zeppi di cronaca nera e intrisi di violenza e morte. Il dibattito politico ĆØ ridotto alle provocazioni di sempre, insomma ci siamo capiti. Sono aumentati gli sbarchi, il patriarcato ĆØ fuori controllo malgrado Barbie e la benzina ĆØ un lusso. Oggi e domani saranno i giorni peggiori, cosƬ dicono, e chi ha anticipato le ferie ed ĆØ giĆ rientrato si morde le mani e poi lo scrive sui social. Pensavamo di averla scampata, questa volta, ma il tempo, anche nel senso del tempo che fa, ĆØ tiranno.
Alla tele passa spesso lo spot dei libri in miniatura, avete visto? Come fai a leggerli mi chiedo, il prossimo step sarĆ quello dei romanzi in ceramica che non si possono nemmeno aprire ma fanno la loro figura nella vetrinetta in soggiorno. Il bello di fare l’insegnante non ĆØ tanto nei cinque mesi di ferie ma nel fatto che il rientro non ĆØ niente male. Massima solidarietĆ a chi torna in ufficio alla mercĆ© di colleghi, fornitori, clienti. Poche ore dopo ferragosto sono arrivate le prime e-mail della dirigente, il collegio docenti di settembre – quello che voi chiamate il kick-off ma noi lo facciamo in aule magne senza aria condizionata mentre voi a Las Vegas o chissĆ dove – ĆØ dietro l’angolo con tutte le sue scartoffie. Per restare in tema con la scuola, ho visitato diversi musei e siti archeologici gratuitamente anche quest’estate, grazie alla mia professione. Ti presenti in biglietteria e mostri sul telefono un PDF che potrebbe avere una qualsiasi intestazione inventata tanto quanto la firma in calce del preside e che attesta che sei un docente. Non c’ĆØ nessun controllo. Pensate che bello, invece, se fossimo provvisti di un badge con un codice a barre o un QR code che riporta un numero di matricola univoco – che poi sul cedolino esiste, questo numero – collegato a un data base nazionale a disposizione di tutte le strutture culturali al cui ingresso a zero costi abbiamo diritto. Ho visto cose bellissime ma ĆØ inutile raccontarle. Sono partito presto, quest’anno, e giĆ in giro non si vedeva nessuno. A dirla tutta, anche oggi non c’ĆØ anima viva. L’impressione ĆØ che si stiano squagliando tutti, altrimenti non si spiegherebbe questo vuoto di persone, di parole, di pensieri e di gesti.
maxirata finale
StandardSalvatore alla fine ha deciso di tenerla. La vita, dico. Alla fine Salvatore ha deciso di tenerla. La formula gli era stata prospettata come la più adatta al suo profilo di essere umano: hai un bene che ti godi a spanne per un’ottantina d’anni, sempre che non ti capiti qualche incidente. E se sei uno che non ama i cambiamenti, gli aveva detto il venditore della concessionaria, non ti verrĆ mai in mente di restituirla dopo appena quattro anni come fanno tutti oggi. Versano un acconto – poche lire -, pagano una rata sostenibile per 96 mesi e poi la riportano indietro, tanto il contratto prevede la supervalutazione garantita dell’usato. A quel punto scelgono che fare. Possono sostituirla con un nuovo modello e ripartire da capo e continuare a fare cosƬ per tutto il resto del tempo che gli rimane. Una sorta di leasing, per chi ci tiene ad avere sempre una nuova possibilitĆ . Oppure versare la maxirata finale e diventare proprietari. A Salvatore, invece, la vita serviva per il motivo per cui tutti, bene o male, ne abbiamo almeno una, nuova o usata che sia. Si era informato, aveva simulato tutti gli scenari possibili, ma poi era giunto alla conclusione che tanto valeva comprarla subito, come si faceva una volta. Come avevano fatto i suoi genitori, i suoi nonni, e tutte le generazioni di persone che si erano avvicendate prima che qualcuno si inventasse che era necessario dare una svecchiata. Le ha tirato il collo – dovreste vedere le cifre sul cruscotto – ma poi, a quella che doveva essere l’ultima revisione, non se l’ĆØ sentita di darla indietro per un nuovo modello, considerando che il destino di quel catorcio era segnato. I parametri europei non lasciano scampo, e il rischio era di non poter più mettere il naso fuori di casa senza beccarsi una contravvenzione. Le rate le aveva finite da un pezzo, e un po’ ci si era affezionato. L’ha messa nel box e l’ha tirata a lucido, con l’impegno a metterla in moto e concedersi qualche sgasata la domenica mattina come fanno quei fanatici con le auto d’epoca che le muovono solo per partecipare ai raduni. A quell’etĆ , Salvatore non ha bisogno di altro. Ha stampato decine di foto, i momenti in cui a bordo della sua vita insieme a lui ci sono le persone più importanti con cui ha condiviso un pezzo di cammino, e si ĆØ fatto preparare qualche album da uno di quei siti in cui puoi impaginare le immagini come preferisci. Poi va giù in garage e si siede sul sedile del passeggero, quello che per la maggior parte della sua esistenza ĆØ stato occupato da una persona molto importante. Si accende una sigaretta, mette le sue canzoni preferite, e ripercorre, foto dopo foto – senza fretta di arrivare – tutti i giorni che gli va.
sound check
StandardIvano lavorava di più con la bella stagione e mi chiedeva di accompagnarlo se pensava che le iniziative potessero interessarmi. Non voleva mai che lo aiutassi. Tutt’al più, una volta montato tutto, mi incoraggiava a muovermi lungo le file di sedie o sulle gradinate. Metteva della musica e voleva il mio parere. Ā«Si sente bene e uguale da tutte le parti?Ā», mi chiedeva quando rientravo sotto il gazebo dove manovrava il mixer, non appena la vicinanza ci permetteva di dialogare. Il tecnico del suono era lui, e lo accontentavo in tutte le occasioni in cui cercava di coinvolgermi in qualche modo perchĆ© pensava che mi annoiassi a stare lƬ, senza far niente. Era la fine di maggio e, quella sera, c’era uno spettacolo teatrale, un attore con un passato da cantante che leggeva cose di altri. Sembrava tutto a posto, i primi spettatori stavano giĆ porgendo i biglietti all’ingresso e avevo preso due birre fresche al chiosco mobile da bere insieme quando lo vidi varcare il cancello del teatro all’aperto. Ā«IvoĀ», dissi al mio compagno. Ā«Che c’ĆØ?Ā», mi chiese porgendomi l’accendino dopo aver acceso la sua, di sigaretta. Ā«Guarda. Quello lƬ.Ā» Gli feci un cenno soffiando il fumo della prima boccata nella direzione da seguire con lo sguardo. «à Walter. Il mio collega. Quello di cui ti parlo sempre.Ā»
Walter non mi riconobbe subito, come succede quando ci capita di incontrare qualcuno al di fuori dell’ambiente che si frequenta insieme. All’aperitivo con le altre del corso di pilates mi ci vuole sempre un po’ prima di capire con chi sto parlando, abituata a vederle in tuta. Walter, con il suo passo dinoccolato, procedeva lentamente verso la platea scambiando qualche commento sul contesto con una donna alta quasi quanto lui, che gli stava quasi aggrappata al braccio. Walter indossava la t-shirt di un gruppo musicale, lei aveva un vestito corto e dei sandali. Mi colpƬ il fatto che fosse esageratamente bella e fuori luogo per lui, e che sembrasse anche molto più giovane. Di certo, ciò che vedevo non corrispondeva all’idea che mi ero fatta della vita privata di Walter, da come la raccontava a me e alle altre colleghe. Sposato, con una figlia all’universitĆ . Piuttosto dimesso nell’abbigliamento, ma a scuola conviene venire vestiti comodi. Alla primaria, gli insegnanti più giovani mettono addirittura la tuta da ginnastica, del resto a stare in classe o in mensa non c’ĆØ cosƬ tanta differenza con la palestra e le ore di motoria. Si avvicinò per nulla sorpreso di incontrarci in quella situazione cosƬ anomala. Avevo pochissime informazioni sullo spettacolo a cui stavo per assistere. Walter, al contrario, aveva acquistato il biglietto diverse settimane prima e mi confidò la passione che lo aveva condotto lƬ. Vera – cosƬ si presentò la donna con cui si accompagnava senza aggiungere dettagli sul loro legame – invece si dimostrò entusiasta sullo spazio in cui la serata era stata organizzata e sul quartiere, aggiungendo diversi consigli sulle altre iniziative contenute nella stessa rassegna. Mi lasciò un programma ma non andammo oltre. Si precipitarono a prendere posto, l’affluenza stava aumentando e restando lƬ a chiacchierare con noi avrebbero compromesso il vantaggio dell’anticipo con cui erano arrivati per assicurarsi due sedie in prossimitĆ del piccolo palco. Si sedettero, e poco dopo notai Walter avvicinarsi al punto in cui era posizionato il microfono per fotografare la scenografia – scarna ma decisamente caratterizzante – di contorno, da postare su un social network spinto da un irresistibile desiderio di testimoniare la sua presenza all’iniziativa di quella sera.
Lo spettacolo fu più breve del solito. Rientrammo presto, faceva giĆ molto caldo. Ivano ed io ne approfittammo per rifare il letto e mettere le lenzuola nuove che avevamo comprato la mattina stessa al mercato. Ā«Sono lenzuola magicheĀ», cosƬ l’uomo della bancarella aveva convinto Ivano, un tunisino che la sapeva lunga su come prendere i mariti delle coppie che curiosavano tra i suoi articoli. Spalancammo la finestra, ci coricammo, spensi la luce e, chiudendo gli occhi, ripensai proprio a questo. A come noi insegnanti siamo diversi nella vita privata. Provai una sensazione di freschezza muovendo i piedi sul tessuto. Feci un sospiro. Ā«Tutto bene?Ā», mi chiese Ivano, voltandosi dalla parte opposta. Fu proprio in quel momento che la camera, la casa e probabilmente tutto il palazzo si inclinarono di novanta gradi. Le nuove lenzuola erano molto lisce, cosƬ scivolai lungo il letto facendo in tempo a posizionarmi con i piedi verso il basso ma continuando a tenere per mano Ivano che giĆ russava. Provai a chiedergli se non si fosse accorto anche lui dei trattini azzurri che si vedevano sul soffitto come lucine colorate accendersi nel buio. Provai anche a dirgli che avrei voluto tornare ancora una volta in campeggio insieme, a dormire sotto la tenda cullati dal respiro del vento, magari proprio quell’estate stessa, ma non mi uscƬ alcun suono dalla gola.
Riuscii appena in tempo a scorrere a memoria, con la mano che mi era rimasta libera, il freddo stelo in acciaio della lampada sul comodino e a premere il pulsante della luce. Il palazzo, la camera e di conseguenza il letto invertirono la rotazione, tornando lentamente nella posizione di partenza. Il rumore delle fronde scosse dal maestrale cessò e, con esso, svanƬ la tenda in cui avevo immaginato di trovarmi. I trattini azzurri si precipitarono verso la finestra, rimasero in volo qualche istante per spegnersi di lƬ a poco, inghiottiti dall’alone dei lampioni della via di sotto e dal rumore dell’ultimo tram. Ivano non sembrò accorgersi di nulla. Pensai a Walter e a Vera e alla soddisfazione con cui li avevo visti applaudire insieme, durante lo spettacolo. Decisi comunque di lasciare, per sicurezza, l’abat-jour accesa.
cuore di pietra
StandardLe birrette da 33 sono una trovata infernale. Anzi, posso assicurarvi che lĆ sotto c’ĆØ davvero un girone in cui lo stomaco del bevitore ce lo ricacciano indietro a forza di bottigliette che, circondati dalla fiamme o immersi nella lava, per la sete le finisci in un sorso e davvero i boccali da un litro te li sconsigliano perchĆ© si scalda subito. A me, qui nel paradiso, non ĆØ mai successo, potete state sicuri che li finisco prima. Il chiosco che qualcuno ha aperto nel minuscolo parchetto della circonvallazione ha esaurito i fusti alla spina e la coppia che sto per presentarvi si accontenta di due poco più che mignon di vetro di una di quelle svariate marche industriali che finiscono in -oretti. Domani Milano chiude per ferie e le scorte, nei bar, non si fanno più fino al rientro, a settembre. La birra comunque ĆØ ghiacciata anche se c’ĆØ nell’aria, e tra i due, un temporale con i fiocchi. Il cielo ĆØ scuro, tira un vento da cambiamento climatico e lui vorrebbe tagliare corto per tagliare del tutto ma ĆØ un uomo, non meno vile degli altri. Lavorano nello stesso negozio e un mattino – lui si ricorda benissimo il momento preciso – a lei ĆØ arrivato il messaggio, quello del corpo di lui, che c’era qualcosa che non andava. Ā«Hai un che di diversoĀ», continuava a dirgli sottovoce ogni volta che si incrociavano tra i reparti, per non farsi scoprire dai clienti, per la maggior parte turisti dell’est. Era cambiato tutto, lei aveva ragione da vendere insieme ai saldi estivi.
Ma la signora del chiosco manda segnali inequivocabili: ĆØ venerdƬ, ĆØ il 31 luglio, sono quasi le sette, si chiude ma con una di quelle chiusure che sembrano per sempre perchĆ© poi nulla ripartirĆ come quando ĆØ stato sospeso. I tavolini non sono veri tavolini ma una specie di bobine da filo di dimensioni gigantesche, nemmeno i clienti fossero quelli di una casa delle bambole. Lei ĆØ scomoda sulle sedie fatte con le strisce di plastica colorate, un’imitazione delle sdraio degli anni settanta, ricordate? Lui si dondola e dĆ l’ultima sorsata dell’ultimo aperitivo dell’ultima estate dell’ultimo anno che trascorreranno insieme.
Tocca a lei pagare – lui ĆØ sempre senza contanti e senza vergogna – e il vento si fa ancora più pericoloso. Volano i tovagliolini in mezzo alla strada, volano le speranze sotto il tram in arrivo. I due si avvicinano alla metro, non ĆØ un bel modo per separarsi me c’ĆØ poco da fare perchĆ© lei non la deve prendere, per tornare all’appartamento che divide con quella sua amica un po’ matta che la imita in tutto. Sotto il telefono non funziona e non correranno il rischio di strascichi a caldo su Whatsapp, quelle cose che fanno cambiare idea all’istante per poi pentirsi di essere tornati sui propri passi. Nessuno ha visto se si sono abbracciati, ma possiamo scommettere che lui le avrĆ offerto un bacio sulla guancia e lei si sarĆ tirata indietro, voltandogli le spalle. La scena riprende con lui che non gli rimane altra scelta che scendere e c’ĆØ un secchio rosso all’ingresso dei tornelli, messo lƬ a raccogliere dell’acqua da una perdita di un tubo. Vorrebbe fare una foto, ma poi l’annuncio delle limitazioni agli orari di agosto lo distrae.
scusate lāinterruzione
StandardNon sarebbe un vero elenco delle cose che non ho portato a termine nella mia vita se non fosse parziale perchĆ©, nel caso, almeno una lāavrei finita e invece non voglio darmela vinta. Non ci sono mai riuscito, anzi, non mi sono mai impegnato abbastanza, continuo a rimproverarmi. E come certi litoranei intervallati da villette incompiute per non dover pagare chissĆ quale imposta sconveniente, dietro di me cāĆØ una distesa di cose lasciate a metĆ , il più delle volte meno della metĆ , degna di un parco archeologico alla mercĆ© di incuria e tombaroli, con un settore che addirittura ĆØ stato meglio transennare per tenere alla larga i curiosi e che ĆØ quello degli impegni non mantenuti.
PerchĆ© se il conservatorio o il corso di giornalismo o quello di musicoterapia abbandonati, tutto sommato, visti da qui possono avere un che di folcloristico ā beā dai comunque a qualcosa quel poco che hai imparato ti ĆØ stato utile ā altri progetti lasciati avvizzire per una graduale perdita di entusiasmo a scapito delle persone con cui erano partiti ā band, riviste online e collaborazioni varie ā meglio destinarli allāoblio della storia.
Per trasformare la stortura dellāinaffidabilitĆ in un punto di forza ho pensato cosƬ di ridurre le aspettative. Riesco ad arrivare allāultima pagina dei libri, e non vi dico la sensazione di compiutezza che provo quando li riporto in biblioteca. Sono in grado di resistere fino alla scena finale dei film che mi disturbano, perchĆ© ho imparato a convincermi che sono attori, quelli, mica persone in carne e ossa. Scrivo storielle che stanno in una paginetta, e per i romanzi sarĆ per unāaltra vita. Per questo, la scuola primaria ĆØ perfetta per me. Dicono che la soglia dellāattenzione nei bambini non superi i 20 minuti e chi sono, io, per essere meglio di loro.
come Anders in banca
StandardAl maestro Tobia qualcuno (o qualcosa) staccò la spina allāimprovviso. Ma, come per gli alimentatori dei portatili, una lucina rimase accesa per un paio di secondi durante i quali la testina del riavvolgimento cosmico si posizionò a caso proprio sul momento meno importante della sua vita.
Nessuna traccia quindi del primo bacio dato alla futura moglie durante la proiezione di Jules e Jim che, si sa, non ĆØ certo unāapologia della coppia ma che fino ad allora si era comunque dimostrato un film sufficientemente propiziatorio. Stessa sorte per lāindimenticabile istante in cui sua figlia gli aveva stretto lāindice con la manina pochi minuti dopo il parto anche se, dietro il vetro della nursery, qualche ora più tardi si era confuso nellāindicare la neonata giusta ai suoceri, tra quelle decine di culle e relativi contenuti tutti uguali. Nessun flashback di quando, durante una terribile pandemia che aveva costretto tutti a casa, era riuscito a far installare da remoto la piattaforma per la DAD ai genitori della sua alunna egiziana, quella che quando non faceva i compiti di matematica, per farsi perdonare, gli portava in classe i dolcetti preparati dalla mamma.
Contro ogni previsione, la pallina del giro finale di roulette si fermò sullo zero, il numero perfetto per un ricordo di questo rango. Il maestro Tobia ĆØ bambino e siede sul ciglio di un prato in cima alla collina su cui sorge la sua casa di campagna, allāora del tramonto di un venerdƬ sera di luglio. Lāerba ĆØ umida, gli insetti fastidiosi, lāaria sempre più fresca, ĆØ piena estate e non cāĆØ una nuvola in cielo. Tobia scruta il nastro asfaltato della provinciale, giù nella valle, nellāattesa di scorgere la Ford Taunus marrone dei genitori che fanno ritorno dalla cittĆ per trascorrere il fine settimana insieme. Al suo fianco le due sorelle quasi adolescenti che chiacchierano di cose che non capisce, la nonna con lo scialle che lo intrattiene in dialetto, il cane Bill. Poi una forma familiare tra le tante automobili sbuca sul primo tratto di strada visibile. Ć un puntino colorato, piccolissimo e lontano, ma Tobia non ha dubbi.
maltempo
StandardIo sono fatto cosƬ. Appena sveglio clicco sulla lente di ingrandimento e, alla voce documenti, avvio la ricerca di una preoccupazione che mi sovrasti. La trovo e, come si fa con i croissant surgelati nel microonde, la tengo al caldo durante le operazioni di routine – la doccia, la barba, la colazione – in modo da assaporarne la fragranza quando salgo in macchina per andare al lavoro. Per fortuna si tratta di piccole cose. Devo chiamare Tizio, devo rispondere alla mail di Caio, mi tocca sollecitare Sempronio e via cosƬ. E quando non individuo nulla o la preoccupazione, nella sua fase di scongelamento, si ĆØ sgonfiata rivelando la sua inconsistenza – diamine, ero sicuro di averle prese ripiene al cioccolato – seguo le ramificazioni di qualche nota che mi sono appuntato per le giornate in cui il palinsesto di ansie ĆØ vuoto. MartedƬ scorso però qualcosa ĆØ cambiato e i più superstiziosi di voi penseranno che me la sono tirata o che c’entra qualcosa o il karma perchĆ©, al risveglio, ho trovato un bel po’ d’acqua sul pavimento del salotto. Durante la notte c’era stato un discreto temporale con piogge torrenziali. In più, il mio condominio ĆØ nel pieno dei lavori di ristrutturazione – il famoso 110% – e con un tempismo perfetto si trova al massimo della vulnerabilitĆ per alcuni interventi strutturali. Al quarto piano ci sono state vistose infiltrazioni, e cosƬ, una volta accertato che per fortuna non avevo subito danni agli arredi, mi sono guardato un po’ in giro per rintracciare sui muri l’origine della perdita senza trovare alcunchĆ©. Ho pensato immediatamente alle immagini delle vittime delle alluvioni che passano al TG ogni autunno da quando il clima, in Italia, ĆØ radicalmente cambiato mostrando l’inadeguatezza del nostro territorio alle conseguenze del surriscaldamento del pianeta. Gente che, munita di secchi, stracci e badili, svuota i propri ambienti sommersi dai fiumi esondati. Il mio umore, in veritĆ , non ĆØ più lo stesso da quando il palazzo in cui si trova il mio appartamento ĆØ oggetto dei lavori di riqualificazione energetica. Quando mi appresto a rientrare lo vedo sventrato, infermo, quasi privato della sua anima, e credo che qualunque specie animale provi lo stesso sgomento osservando la propria tana violata. Sono molto affezionato alla casa che ho acquistato insieme a mia moglie perchĆ© da vent’anni mi offre riparo. Non credo che me ne andrò mai, che mi sposterò in centro come piacerebbe a mia figlia per poter vivere più in prossimitĆ dei suoi amici, che un giorno cercherò qualcosa di più piccolo o di più grande. Dopo aver asciugato la pozza che si era inspiegabilmente formata tra divano e libreria senza però bagnare nulla – forse nella notte si ĆØ allagato il balcone ed ĆØ entrata dell’acqua dalla porta finestra, non saprei dare altre spiegazioni – mi sono recato come sempre al lavoro, consapevole di ciò su cui avrei riflettuto ascoltando la radio, lungo il tragitto. Ć stato sufficiente adocchiare i manifesti elettorali al primo semaforo, lungo il percorso, per ottenere una rielaborazione della scala delle prioritĆ . Ć subentrata, infatti, una preoccupazione ancora più grande della casa in cui vivo, esposta a rischio allagamento. Quella di appartenere a uno stato e a un tempo guidato da una premier e da una maggioranza post fascisti. Il mio pensiero ĆØ andato immediatamente al regime, alla guerra, agli appartamenti delle persone come me bombardati e alle peggiori condizioni di vita che mai avrei pensato si potessero verificare.