il cammino di santiago

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Come siamo messi noi, qui in occidente? Perché l’impressione è che certi valori sul lavoro, in Giappone, li prendano molto più sul serio. Basta osservare con attenzione un qualsiasi planisfero per individuare la frattura culturale tra noi e loro, profonda come le faglie che fanno tremare, in entrambi i territori, le rispettive città. Loro, limitando i danni grazie a edifici e strutture pensati ad hoc. Noi, a piangere le catastrofi dei nostri centri storici medievali, borghi suggestivi che giustamente conserviamo con orgoglio ma poi, a conti fatti, chissà se ne vale davvero la pena.

Una direttrice marketing di una importantissima multinazionale giapponese produttrice di macchine fotografiche che aveva ingaggiato l’agenzia di comunicazione a cui prestavo il mio contributo come copy mi aveva commentato con un’enfasi smisurata, al primo incontro di brief, i loro paradigmi corporate irrinunciabili cesellati a grandi lettere (anzi, ideogrammi) su una parete della sala riunioni in cui mi aveva ricevuto.

Li aveva snocciolati uno a uno, tenendo il braccio sinistro appoggiato sul ventre come a proteggere, celato all’interno, una nuova vita in progress che poi ho scoperto non esserci mai stata. Si trattava solo di una postura non riconducibile ad alcuna visione zen della maternità. Semmai, un lascito imposto dalla memoria muscolare sopravvenuta a seguito della convalescenza della frattura allo scafoide carpale. Riabilitato l’osso, qualcuno mi disse che, nel dubbio, insisteva a porsi in quel modo proprio come le avevano prescritto i medici a ridosso dell’intervento, con l’arto adagiato sulla pancia che non era gravida, come pensavo, ma solamente gonfia a causa di abitudini alimentari poco coerenti per un salutare bilanciamento dei ritmi blandi del ruolo che occupava. 

Da quando mi concedo una sigaretta da seduto ogni tanto, dopo il caffè, anch’io ho preso lo stesso vezzo. Tengo il mozzicone acceso con la destra e la sinistra la lascio lì, ad accompagnare il respiro con cui si perpetua un rito tutt’altro che salutare, anche se, da quando ho perso venti kg e sono completamente astemio, dello stomaco da bevitore che potrebbe sostenere il braccio con naturalezza resta solo la reminiscenza di un incubo come quello di uno spot in bianco e nero che vedevo alla tele, quando ero bambino. C’era un popolare attore di teatro che si svegliava e, saltando di gioia sul materasso, celebrava la linea perfettamente rientrata nei parametri della salute dopo un brutto sogno. Per riprodurre fedelmente quella postura che mi ha tanto colpito, il polso sul ventre girato all’insù, mi trovo però costretto a scivolare un po’ in basso sulla sedia in modo da favorire una curva del bacino sufficiente a mantenere il braccio sinistro in equilibrio. E mi comporto affinché lei, la manager italiana dell’azienda giapponese, dalla sua alta pianura del cielo – anche se non credo sia morta, anzi spero proprio di no – possa osservarmi in qualche modo e far notare, a qualche suo omologo del mio aldilà di pertinenza, che il suo sermone di quella volta là non è stato per nulla fuori luogo e, anzi, almeno a qualcosa è servito.

Ma non è certo per l’efficacia di questo tentativo di indottrinamento che, vent’anni più tardi, ho acquistato un’automobile pensata e costruita in Giappone. Sulle pareti del separé dietro al quale metteva in scena le sue performance di persuasione l’addetto alle vendite con cui mia moglie ed io stavamo definendo i dettagli del contratto, non si scorgeva nulla che ci spingesse ad analoghe speculazioni sulla relazione tra la fatica quotidiana e una supposta pace interiore. Ad attirare la nostra attenzione di clienti, piuttosto, un diplomino che attestava i target raggiunti, una specie di conferimento di premio per gli introiti accumulati dall’azienda grazie al suo darsi da fare, affiancato da qualche stampa dozzinale a colori pastello, totalmente decontestualizzata.

Ma un anno dopo l’immatricolazione, al primo tagliando che, previsto dagli accordi di garanzia, avrebbe dovuto necessariamente essere effettuato nella stessa concessionaria in cui avevo comprato la macchina, ha colpito la mia attenzione l’ostensione di una specie di decalogo con i buoni propositi di relazione con il cliente altrettanto incisi, nero su bianco, alle spalle degli addetti all’accettazione dell’officina, al piano inferiore della sede. Tutto vero e tutto molto bello, ma converrete con me sugli oneri a svantaggio del proprietario che dotarsi di una vettura comporta. Il suo valore, più o meno spalmato in rate mensili talvolta per anni, se non lustri; i costi obbligatori di tasse e assicurazioni; il carburante e, soprattutto, la manutenzione ordinaria e straordinaria. Tutti esborsi con una cadenza periodica e spesso assai ravvicinata che ricordano, come qualunque filosofia nata osservando i cicli della natura, l’avvicendarsi delle stagioni, degli anni, della vita in sé e della morte.

Ho ritrovato però parte di quell’approccio al marketing dell’empatia nel “grazie” proferito, in quel tono con cui si comunica qualcosa di ineluttabile, dal meccanico di quella concessionaria in risposta alla mia conferma di preventivo per la sostituzione di entrambi i cuscinetti posteriori e del mozzo della mia utilitaria, qualche giorno fa. “Abbiamo identificato il motivo del rumore che ci ha segnalato”, ha esordito nella chiamata che aspettavo, la mattina successiva a quando avevo lasciato l’auto per l’intervento straordinario, nello stesso ufficio in cui mi reco per gli esosi periodici controlli di routine. A questa premessa è seguita un’anamnesi del caso espressa in un linguaggio ricco di tecnicismi decisamente fuori luogo per un interlocutore non del settore. Il terrore di non comprendere cosa mi si dice, una sorta di senso di “Lost in Translation” che mi assale sia al cospetto di lingue straniere sia quando sono esposto ai vocabolari esclusivi degli addetti ai lavori che non sono i miei, mi tormenta da sempre. Ma, lessico o no, con la macchina rotta c’era ben poco da fare.

“Il costo è di ottocento cinquanta euro, possiamo procedere?”. Il suo ringraziamento, seguito alla conseguente mia ovvia approvazione, un sì a cui non avrei avuto alcuna possibilità di esimermi, mi ha permesso, però, di ricredermi sulla categoria non solo dei meccanici ma dell’intera filiera dell’automotive. Per me, portare l’auto dal meccanico comporta infatti la stessa angoscia di recarmi dal medico. Attendo qualche giorno prima di prendere appuntamento, spero che il guasto in qualche modo rientri da sé, vivo con forte agitazione il gap di competenze che separa un lavoratore della cultura come me da un operaio che trasforma e rimette in sesto la materia di cui ha completa dimestichezza. Nel mio lavoro, a volte, basta convincersi di aver raggiunto un obiettivo anche solo per aver provato a concludere un task perché ho a che fare con materiale umano e non è detto che, dall’altra parte, ci sia la volontà di accogliere il mio operato e di lasciare che i miei sforzi portino a compimento il miglioramento di una condizione o la semplice soluzione di un problema. Questo sia quando mi occupavo di comunicazione per i giapponesi, sia ora che lavoro con i bambini.

Per un meccanico, come potete immaginare, è un altro paio di maniche. Mica è sufficiente una buona intenzione per far sì che una vettura torni a funzionare come prima, e se il meccanico non ci riesce la macchina è da sostituire e la responsabilità va imputata al suo fallimento, per non parlare del rischio a cui una manutenzione negligente può esporre chi si mette al volante dell’auto riparata male, una volta consegnata. Questa condizione di profonda subalternità con cui vivo il rapporto con i tecnici – di qualunque disciplina – mi fa percepire il contatto con loro con disagio addirittura superiore allo stare al cospetto di un maschio alfa in grado di combattere, procacciarsi il cibo a mani nude o impartirmi una qualsiasi spiegazione operativa riguardo a un qualunque argomento pratico. Sistemare le cerniere vasistas a una porta-finestra, parcheggiare l’auto in discesa in montagna, preparare una cheesecake. Per questo, un meccanico che mi dice grazie è un passo in avanti, e forse lo scintoismo c’entra. Prima avevo una Citroen Picasso ma i francesi sapete come sono, e non c’è proprio storia. Più economici, ma molto più sbrigativi nei confronti dei loro cugini d’oltralpe, per non parlare della competizione reciproca. I giapponesi, rispetto a noi, giocano ben altro campionato.

L’officina dove ho portato l’auto a riparare, e che fa parte dell’imponente concessionaria in cui l’ho acquistata, si trova a quasi sette km da casa mia. Una distanza, però, tutt’altro che lineare, se percorsa in auto, in quanto alterna tratti di tangenziale e svincoli di arterie di grande comunicazione a zone residenziali della periferia ovest di Milano. Un mix promiscuo di sobborghi, modernità provvisoria, incuria, campagna, quartieri dormitorio, aree verdi palesemente artefatte e siti produttivi in grado di soddisfare chi – come me – subisce il fascino ambiguo degli ambienti metropolitani decentrati. Uno dei miei passatempi preferiti – lo esercito da tempi non sospetti – è quello che ho scoperto da poco chiamarsi urban trekking, attività che pratico proprio nelle zone ai confini della città, luoghi che normalmente si osservano a bordo di un’auto o di un tram o di una metropolitana leggera che si dirige, in superficie, verso le zone più curate e patinate nel cuore di Milano. Camminare a ridosso di un ponte della tangenziale o sui marciapiedi deserti delle aree industriali, luoghi a misura di tir poco battuti dai pedoni, offre scorci spesso appannaggio di chi lavora o addirittura vive lì, in qualche catapecchia che si affaccia su una viuzza nascosta da capannoni o piloni autostradali, luoghi altrettanto ricchi di storia e dignità di narrazione.

Dovendo recarmi in autonomia a recuperare l’auto rimessa in sesto, ho pensato così di percorrere quella distanza a piedi. Non c’era nessuno disponibile ad accompagnarmi con la sua macchina e coprire il tragitto con i mezzi pubblici, come avevo fatto una volta affidata l’auto al meccanico il giorno prima, non sembrava un’opzione molto più rapida. Certo, un conto è percorrere sette km in quasi un’ora con il culo sul sedile della metro leggendo un libro, un conto è fare lo stesso a piedi. Ma ero ancora in vacanza e, come vi ho detto, fare quattro passi non mi spaventa per nulla. Ma se ho pensato di compiere un vero e proprio atto di pellegrinaggio, una sorta di cammino di Santiago in miniatura verso l’officina, non è solo per questo.

Tanti anni fa accompagnai un amico ad acquistare il suo primo sintetizzatore in una storica rivendita di strumenti musicali del Piemonte. In realtà Massimo non era un vero e proprio amico, piuttosto di un conoscente che si dilettava a strimpellare, ma – a detta di tutti – completamente privo di capacità. Ma si sa, da ragazzi il significato di amicizia è oltremodo versatile. 

Massimo non sapeva suonare per nulla, ma andava dicendo di voler approfittare di quel primo strumento per imparare a farlo, progetto che poi non è mai andato in porto, come leggerete più avanti. D’improvviso si era trovato a disposizione un mucchio di quattrini, non ricordo per quale motivo: se avesse beneficiato di un’eredità, un tredici al Totocalcio, un premio assicurativo come conseguenza di un incidente in motorino o forse un parente gli aveva regalato dei soldi. 

L’unico talento di cui era provvisto era una accentuata ma presunta somiglianza – almeno lui sembrava convinto di ciò – con John Taylor, il bassista dei Duran Duran. Eravamo a metà degli anni ottanta e la band inglese aveva raggiunto un livello di celebrità senza precedenti. Attribuirsi un qualsiasi tipo di appartenenza a quel modello estetico e a tutto ciò che comportava la moda di quel tipo garantiva non pochi fattori competitivi in fase di approccio con le ragazze, e il mio conoscente aspirante tastierista (non avrebbe potuto millantare una somiglianza con Nick Rhodes, troppo poco in linea con gli standard maschili permeati dalla cultura machista latina in voga da noi) faceva leva, senza esitazioni, su tutti i vantaggi di questa sua apparente peculiarità. Che poi, a pensarci bene, nella quotidianità, privo di un pesante intervento del parrucchiere, del truccatore e di un outfit smaccatamente new romantic, John Taylor non lo ricordava per nulla. Massimo però sosteneva di essere talmente convinto di questa somiglianza da riuscire a convincere anche il prossimo. Un approccio da mentalista di cui, durante il viaggio in treno (eravamo poco più che diciottenni e nessuno dei due era automunito) verso il negozio di strumenti musicali, mi diede ampie spiegazioni.

Mi disse che, desiderando fortemente una cosa, c’erano ampie possibilità di ottenerla. Secondo Massimo, esercitando con i dovuti accorgimenti il potere del pensiero l’uomo è in grado di forzare esiti, modificare scenari e pilotare conseguenze. Mi confessò che il suo sentirsi perfettamente consapevole di somigliare a John Taylor era talmente potente da indurre, chi lo osservava, a fare altrettanto. Addirittura mi raccontò un aneddoto che ha dell’incredibile. I Duran Duran parteciparono come ospiti al Festival di Sanremo del 1985. Grazie a una sua conoscenza piuttosto influente nella politica locale, era riuscito a intrufolarsi a una festa nell’hotel in cui i cinque musicisti britannici soggiornavano, un party a cui avrebbero partecipato come guest star. Massimo si presentò conciandosi il più possibile come John Taylor, e quando Simon Le Bon scese dalla stanza si diresse immediatamente da lui, stupito per il fatto che non pensava si trovasse già lì, per poi scoprire divertito l’arcano. Naturalmente non ho mai creduto a tutto ciò. Non nego che Massimo abbia davvero partecipato alla festa, ma dubito che il resto possa essere accaduto veramente.

Ne rimasi comunque indubbiamente colpito, e nonostante ciò gli risposi cercando di confutare con lo scetticismo la sua teoria. Sarebbe troppo facile, gli dissi, e poi se tutti adottassero questa strategia ci sarebbero conflitti tra i numerosissimi tentativi di trigger sugli accadimenti e che, insomma, ne deriverebbe un bel casino. Un traffico di energie occulte in grado di sovvertire le leggi naturali. Ovviamente non si ritrasse di un millimetro dalle sue convinzioni, d’altronde una tale ottusità comportava di rimando l’esercizio di un muro di gomma con una forza respingente da record.

Mi sfidò a una dimostrazione per assurdo, chiedendomi di provare. Mi chiese di pensare fortemente una cosa, di esprimere un desiderio con totale convinzione, di volere qualcosa trascendendo la mente e di distribuire l’anelito a tutte le membra. Non ci riflettei due volte e, con una mimica che non ho difficoltà a immaginare, la tipica espressione di chi cerca di spostare oggetti o piegare cucchiaini con gli occhi, desiderai fortemente che, con tutti quei soldi a disposizione, Massimo acquistasse lo stesso synth anche a me. Si trattava di un modello molto in voga ai tempi che torreggiava sulla strumentazione delle band che conferivano, con quell’elettronica un po’ pionieristica, un taglio innovativo al pop rock dell’epoca. 

Quando dopo qualche minuto me lo chiese, non gli rivelai per nulla ciò su cui mi stavo concentrando, sapete che i desideri è meglio tenerseli per sé perché poi non si avverano, e a posteriori credo di aver commesso un errore. Se gli avessi confessato la verità, non è detto che, per dimostrare di aver ragione sul potere della mente e sui riscontri delle sue teorie, non lo avrebbe esaudito. Perché, come potete immaginare, usciti dal negozio di strumenti, di synth ce n’era solo uno, nel carrello, e non era il mio. L’unica soddisfazione era la certezza che Massimo, in fondo, si era confermato il ciarlatano e il fanfarone che si sapeva in giro. Quel modello di tastiera era totalmente fuori dal mio potere d’acquisto, da sempre ero così squattrinato da dovermi accontentare di strumenti presi in affitto o di risulta, con penalizzanti compromessi in termini di qualità, a scapito della mia arte.

Qualche mese dopo, però, accadde qualcosa di straordinario. Ricevetti una telefonata di Massimo in cui mi confidò che, non avendo cavato un ragno dal buco con il synth nuovo, pensava di provare con il basso, un upgrade che peraltro gli consentiva di impersonare il suo beniamino con un approccio filologico superiore. Avrebbe potuto essere John Taylor non solo alle feste, ma anche sul palcoscenico. Mi propose così in vendita il synth a metà prezzo, occasione che non mi lasciai scappare. Concluso l’affare, pensai che forse era frutto di quella specie di performance nel paranormale a cui mi ero sottoposto in sua presenza e che qualche spruzzata di quella specie di ipnosi lo aveva investito. Forse la forza del mio pensiero, essendo un mentalista neofita, ci metteva un po’ ad attivarsi, era solo questione di tempo.

Mi è sovvenuto questo aneddoto quando ho deciso di percorrere quei sette km a piedi nell’hinterland milanese, in un pomeriggio di fine agosto e con una temperatura di trentasei gradi. Ho pensato che il pagamento di una cifra così ingombrante – ottocento cinquanta euro – valeva bene una sorta di redenzione fisica. Se avessi affrontato una prova così estrema, in grado di umiliare il mio corpo, pensando fortemente all’ingiustizia di un costo così sproporzionato per un servizio ricevuto, forse nel frattempo il preventivo che avevo accettato si sarebbe assottigliato, oppure l’impiegato all’accettazione, a cui avrei effettuato il pagamento, avrebbe percepito la mia chiamata mentale e avrebbe adeguato il totale, iva compresa, al mio sforzo mistico.

Il percorso da casa mia alla concessionaria, tracciato grazie a Google Maps, nel frattempo mi esponeva a zone di Milano realmente sorprendenti, tutte differenti e a tratti addirittura antitetiche, per motivi diversi. Ho percorso i quartieri di Bovisasca e Quarto Oggiaro, sono sceso lungo il sottopasso della stazione di Milano Certosa, ho camminato per un tratto di Viale Triboniano, cosa che fino a qualche anno fa sarebbe stata preclusa a qualunque essere umano dotato di buon senso o non appartenente a gruppi sociali usi a pratiche poco condivise in occidente, ho visto da vicino l’incantevole zona di Garegnano e ho attraversato le ultime due arterie – pericolosissime per i pedoni ma, con molta gente ancora in vacanza, in quel momento quasi deserte – raggiungendo alla fine l’officina. Nonostante sia stato rapito dal controverso fascino di tutti quei luoghi così differenti tra loro, a ogni passo ripetevo dentro di me il mantra utile a forzare il corso degli eventi. Con un’adeguata meditazione, avrei sicuramente spuntato uno sconto o chissà, magari grazie a un miracolo, una grazia concessa a seguito di una sinergia tra il dio dei giapponesi e la mia capacità di raccoglimento, mi sarebbe stato azzerato l’intero importo. 

Giunto a destinazione, l’addetto alla restituzione della macchina si è profuso in alcune freddure per sdrammatizzare la chiusura della pratica. Ha scherzato su quel momento definendolo il più atteso dall’azienda produttrice, un po’ meno dai clienti. Ha digitato un po’ di dati sulla tastiera del pc, stampato un paio di fogli, ha rintracciato le chiavi in una bacheca e mi ha presentato il conto, perfettamente in linea con il preventivo. Ottocento cinquanta euro, non un centesimo in meno. Rassegnato all’evidenza dei fatti, una parte di me però ha esultato e si è compiaciuta: Massimo, quella volta, non poteva aver ragione. E chissà poi che fine ha fatto, se è ancora bello come John Taylor – spero di sì – e se è consapevole che qualcuno, ogni tanto, pensa che comunque, come farneticava lui, non sarebbe male se la vita fosse così ingenua. Vuoi una cosa, la pensi un po’, e ti si materializza davanti. La mente, una specie di stampante 3D, un distributore automatico di desideri esauditi.

Ma non è finita. Completata la transazione con la carta di credito – ricordo, se non vi è del tutto chiaro, ottocento e cinquanta euro per i due cuscinetti posteriori e il mozzo – mi sono avviato dall’officina per seguire le indicazioni utili a recuperare l’automobile, tra le decine appena riparate e parcheggiate nello spazio antistante la concessionaria. Poco dopo averla individuata, ho notato però un uomo accostare la porta degli uffici delle vendite per raggiungere la sua, di macchina. Ho riconosciuto immediatamente Franco Mussida, lo storico chitarrista della PFM, band di cui sono fan sin da bambino, inconfondibile – nonostante l’età – per i suoi lunghissimi capelli bianchi.

Mussida, che da tempo non è più nella formazione con Franz Di Cioccio e gli altri, ha evoluto la sua arte – non solo musicale – dando vita a opere dal carattere molto spirituale, intimo e riflessivo. Ne aveva parlato addirittura in una trasmissione tv a cui avevo assistito per caso, qualche anno fa, in onda sull’emittente TV2000, un canale di dichiarata ispirazione cattolica, in cui è facile imbattersi in trasmissioni in diretta delle attività del Papa e dei principali eventi ecclesiastici. Una specie di Radio Maria, ma in versione video. 

Ho colto immediatamente l’aspetto mistico di quella visione. A qualcosa, il mio pellegrinaggio era comunque servito. Ho preso coraggio e mi sono fatto avanti. Mi sono sincerato che fosse davvero lui, mi ha porto la mano che gli ho stretto, dichiarando il mio fervore per la sua musica, gli ho confidato una conoscenza comune – una sorta di unico grado di separazione, dettaglio che ha mostrato di apprezzare, e ci siamo accomiatati verso le rispettive incombenze.

Rientrando a casa con l’auto, finalmente rimessa a nuovo e silenziosa come un’auto ibrida deve essere – il logorio dei cuscinetti generava un ruggito fastidiosissimo che penalizzava fortemente l’esperienza di guida – ho pensato se esista un luogo in cui le celebrità e le persone importanti e potenti della terra si riuniscono per fare il punto e, chissà, stabilire quali persone siano degne di facoltà soprannaturali, come quella che rivendicava Massimo per sé. Nella mia vita, oltre a musicisti famosi come Mussida, ho sfiorato presentatori tv, un presidente della Repubblica e altre influenti personalità della politica, e persino uno scrittore. Magari si incontrano e, chiacchierando del più e del meno, viene fuori il mio nome. Chi mi ha incontrato presso la concessionaria delle automobili, chi nel mezzo di un corteo un 25 aprile, chi ha letto il mio curriculum, chi mi ha promosso all’esame di sociologia della comunicazione, chi ha letto la mia email con, in allegato, un remix non richiesto di una sua canzone. Il mio nome, chiacchierando, a uno magari viene fuori per caso, e qualcun altro si chiede dove possa averlo già sentito.

arborio

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Stretti nell’abitacolo, lei sopra e lui sdraiato sul sedile del conducente, non fu semplice sfilarsi di dosso la giacca di pelle che Lara voleva a tutti i costi indossare senza niente sotto, forse per avere qualcosa di Mario addosso o forse per apparire più attraente secondo i canoni imposti dall’immaginario gotico fetish che condividevano. Non era solo quello, l’unico rischio di scambio durante quell’incontro intimo appesantito dalle ritorsioni e dagli strascichi post-separazione. Lara e Mario si erano lasciati qualche mese prima, o meglio lei aveva mollato lui, e non ho idea del motivo per cui quella sera si fossero trovati nella stessa auto e avessero deciso di fermarsi in un punto appartato per un veloce ripasso su ciò che li aveva tenuti insieme per qualche anno. Lara, nelle settimane precedenti, non aveva perso tempo e si era data da fare con Alberto, che oltre a essere il fratello maggiore di uno dei più stretti amici di Mario viveva segnato dai postumi di un trascorso burrascoso. Giravano persino voci sulla sua sieropositività. Mario, pur di tornare con Lara, anche solo per qualche minuto, avrebbe persino sacrificato se stesso, nella piena consapevolezza della gravità e del pericolo. Il fratello maggiore di Mario gestiva un negozio di cibo e articoli per animali domestici ma la sua principale attività era legata allo spaccio di quartiere, e anche lui poteva vantare un passato da eroinomane mica da ridere. Alberto poi sparì all’improvviso anni dopo, Mario non contrasse alcuna infezione in quel ritorno di fiamma e, per completezza del quadro, sappiate che non tornarono insieme dopo quella volta estemporanea, lui e Lara.

Mario però incontrò Alberto per puro caso trent’anni dopo, vivo e vegeto ma con quella postura da ex tossico, quel colore della pelle e quell’odore inconfondibile che ti segnano per tutta la vita. Alberto e il fratello – l’amico di Mario – gestivano una specie di agriturismo in un punto sperduto di montagna, nel borgo al centro della Sardegna che aveva dato il natale al loro padre e dove possedevano i terreni ereditati dalla famiglia. Mario li riconobbe subito perché i due attendevano i clienti messi di profilo al cancello di ingresso della proprietà, uno vicino l’altro in una sorta di cartellone pubblicitario vivente, attirando la curiosità degli avventori grazie alle mandibole identiche – un angolo perfettamente retto – e all’attaccatura dei capelli sulla fronte un po’ retro. La peculiarità della loro ragione sociale consisteva principalmente nella coltivazione e vendita del riso, un genere decisamente anomalo per il contesto di appartenenza, la Sardegna è un territorio in cui un turista si aspetta ben altro tipo di prodotti locali.

Alberto condusse Mario in un tour dei campi coltivati al tramonto, proprio mentre una sorta di tornado costringeva tonnellate di chicchi di riso a ruotare in un vortice denso e, nel centro della spirale, si levavano alte fiamme rosse mentre tutt’intorno calava quel buio tipico della notte priva dell’inquinamento luminoso a cui siamo abituati noi che viviamo nei dintorni di Milano. Raggiunti dal fratello di Alberto, i tre si mossero attraversando quello spettacolo da apocalisse, non era la prima volta che Mario si percepiva sfidato dai membri di quella famiglia in circostanze estreme e non solo per l’episodio di Lara e della giacca di pelle e del sesso privo di precauzioni, o quella volta da ragazzi in cui Alberto insistette per farsi scattare una foto di entrambi camminando con le mani in verticale rovesciata lungo un pendio. Mario chiese ai due soci proprietari come fosse possibile ottenere una quantità così cospicua di derrate e, soprattutto, quale fosse la domanda di riso in una regione caratterizzata da altre richieste di prodotti tipici. Dal punto che avevano raggiunto, la cima di una collina, si poteva godere dello spettacolo di onde bianche di chicchi librarsi lungo l’orizzonte come stormi di uccelli alla mercé del vento. Mario notò solo allora le colonne dei resti di un tempio greco sulla collina di fronte. Per un attimo si chiese se ciò che stava vivendo fosse ambientato in Sicilia o comunque quale fosse la causa di quel grossolano errore di sceneggiatura. Alberto e il fratello si avviarono per rientrare, una scelta che Mario apprezzò con sollievo. Marciando sul sentiero tra le piantagioni in fila per uno, Alberto ammise che una generosa percentuale dei loro introiti derivasse proprio dall’impiego del riso nel corso dei matrimoni, cerimonie per le quali le famiglie siciliane non badano a spese, e che quel rimando artificioso nella terra dei nuraghe ai panorami delle colonie della Magna Grecia fosse invece una sorta di vezzo culturale, un link per tenere a mente a loro e a chi sceglieva il loro prodotto il valore e l’importanza dell’export verso il mercato siculo.

La visita terminò. L’azienda agricola dei due fratelli non prevedeva un punto vendita di prodotti al dettaglio, e Mario ritenne inopportuno chiedere in omaggio una confezione di riso in ricordo dell’incontro, immaginando che quella della tempesta di chicchi fosse solo tutta una messa in scena per impressionarlo, dopo tanti anni, sul successo imprenditoriale che i due – a differenza sua – avevano raggiunto.

The champion, my friends

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Furono i Lost a meritarsi il premio di vincitori morali della serata, grazie alla loro esibizione di una manciata di cover dei Ramones. Nulla di strano, se non fosse che quello non era un concorso musicale e, soprattutto, si trattava di un concerto commemorativo per Freddie Mercury, morto qualche giorno prima. Suonare dei pezzi di punk caciarone al tributo in onore della più significativa icona del rock mainstream fu un gesto geniale e irriverente, al limiti del situazionismo, ma a notare la provocazione furono in pochi, tra il pubblico che partecipava distratto sotto il palco. La solita claque di intimi rockettari che seguiva i Lost nei concerti in città e i membri dell’altro gruppo che non c’entrava nulla con il tema della serata, una band che sfoggiava un nome smaccatamente new wave, con l’aggravante di essere degli outsider di provincia.

Suonavamo e ci atteggiavamo un po’ come gli Smiths ma fuori tempo massimo, considerando che il gruppo di Morrissey era già morto e sepolto da quattro anni a seguito di una separazione destinata a non risolversi mai più. Ci trovavamo nelle grazie del presidente dell’ARCI di zona e fu proprio lui a coinvolgerci in quel concerto, non so se per merito, perché ci trovava originali, perché segretamente invaghito del nostro cantante o, ancora, perché non c’erano state abbastanza adesioni e quelli di fuori, come noi, avevano più fame di entrare nel giro degli eventi di città. Una serata di metà dicembre organizzata in fretta e furia in uno dei tanti locali che oggi ospitano un supermercato, una banca o un’altra ragione sociale più redditizia dell’entertainment. Un posto il cui nome curiosamente ricordava il termine che si usa nelle redazioni dei quotidiani per indicare i trafiletti commemorativi che si pubblicano quando muore qualcuno di importante, e che i giornalisti tengono al caldo nel cassetto mentre le persone a cui sono dedicati sono ancora in vita, molto vecchi oppure con un piede nella fossa, per essere pronti a divulgare la notizia prima degli altri e bruciare la concorrenza. E anche il tributo dell’ARCI a Freddie Mercury era stato pensato per dare un segnale immediato ai giovani del posto sul fatto che l’organizzazione fosse viva e vegeta, sul pezzo, disponibile a osservare il lutto insieme a chi si sentiva vuoto senza il suo beniamino, o anche solo orfano di una rockstar così ingombrante.

Avevo scelto con cura che cosa indossare per quella serata. Venivo da anni di ossessione per gli indumenti neri e mi trovavo in piena fase di disimpegno per il rigore imposto dai canoni del genere musicale che praticavo con abnegazione sin dall’adolescenza. Ora, al contrario, prestavo attenzione a trasmettere agli altri nel modo più convincente possibile la casualità della scelta dei capi e del loro abbinamento, una non-strategia che anche in quella occasione fece la differenza. Avrei scoperto solo anni dopo che quel concerto avrebbe costituito la serata inaugurale di una fase della mia vita di cui, ancora oggi, non posso che riconoscere l’unicità. Un periodo purtroppo breve ma molto intenso, cominciato con una camicia grigia, pantaloni di velluto chiari e un paio di anfibi, e terminato venti mesi dopo, con il giro di strette di mano al termine della discussione della tesi di laurea. Poco meno di due anni in cui mai più mi sarebbe capitato di muovermi con altrettanta disinvoltura e che, visti da qui, avrei potuto spremere con più decisione e maggior vigore, con l’obiettivo di cogliere ancora più opportunità di quelle che ho portato a casa.

Il concerto commemorativo per il cantante dei Queen a cui ho partecipato con la mia band, anzi, con una delle band con cui suonavo allora, ma che era quella principale, quella il cui nome riportavo con convinzione a chi mi chiedeva di quale formazione facessi parte, coincide con la prima volta in cui baciai Barbara. Mi piaceva Barbara perché era molto bella, e io le piacevo perché Barbara era una persona completamente fuori di testa, attirata dal fatto che anche io sembrassi una persona altrettanto fuori di testa, e fino a prova contraria non esiste nessun’altra spiegazione per cui una ragazza così attraente avesse deciso di dedicarmi così tante attenzioni.

La prima volta in cui ci eravamo notati reciprocamente avevamo trascorso l’incontro inaugurale del primo anno accademico del corso di laurea a cui eravamo iscritti seduti sugli scranni opposti dell’Aula Magna di facoltà a guardarci e mandarci segnali da distante, probabilmente attirati dalle rispettive caratteristiche che ci rendevano unici. Lei oggettivamente fuori dal comune, io seduto tra maschi rumorosi, brutto e strambo ma conciato come il cantante dei Cure, fuori luogo ovunque e soprattutto in quel contesto anche se, era l’86, di fronte a certe manifestazioni di appartenenza a tendenze o movimenti – sempre più musicali e sempre meno politici – le istituzioni e la gente, più per impreparazione che per accondiscenza, chiudevano un occhio. La stravaganza folcloristica, a metà di quel decennio che, ancora oggi, sono in molti a giudicare irripetibile, era nel peggiore dei casi tollerata, quando non considerata un pittoresco valore aggiunto, espressione di indole creativa, di ambizione artistica, di pensiero fuori dagli schemi. Per me, un escamotage per rimorchiare o poco più.

Dopo il gioco di sguardi in Aula Magna, Barbara però era sparita nel nulla. Solo un anno dopo, quando ci incontrammo di nuovo, venni a sapere da altri che era caduta vittima di un forte esaurimento nervoso a seguito di un problema di salute serio. La ritrovai così una mattina, alla ripresa dei corsi nell’anno accademico successivo, ricomparsa dal nulla come nel nulla era svanita esattamente dodici mesi prima, dopo quel muto flirt. Un paio di amici la frequentavano tra una lezione e l’altra in università con la comprensibilissima finalità di concludere qualcosa, così non persi l’occasione di iscrivermi a quella gara a chi ci riuscisse prima ma che, vi posso assicurare, in quel girone preliminare non vide nessun vincitore.

Barbara giocava con la sua apparente disponibilità per poi lasciare chiunque, almeno noi di quel gruppo di studenti frequentanti, a bocca asciutta. In quel periodo, comunque, risultavo fidanzatissimo e potevo puntare sulla scusa della fedeltà e della conseguente indisponibilità quando mi precipitavo a muovere un passo indietro ogni volta, poco prima del momento apparentemente decisivo in cui non era ben chiaro se si sarebbe venuti al sodo o, come invece credevo io, mi sarei preso un più che ammissibile rifiuto, considerato l’oggettivo divario estetico. Barbara ricordava moltissimo una delle più iconiche bellezze dei tempi, la cantante Patsy Kensit, e nessuno capiva che cosa ci facesse nel gruppo di studenti sfigati che frequentava, che comprendeva anche me. Era consapevole del fatto che i maschi di quella compagnia avrebbero fatto qualunque cosa per lei, io in primis, ma sarebbe stato lo stesso altrove. Il punto è che il suo gioco di seduzione, da lì fino al giorno in cui ci baciammo, soltanto quattro anni più tardi, si protraeva sempre pericolosamente un po’ più in avanti, di volta in volta, ma senza risultati. Una specie di sfida a chi ci arrivava più vicino che però vincevo sempre io, rinunciando e tirandomi indietro per il terrore che lei spostasse il volto, sottraendosi al bacio. Una ritrosia che Barbara, non immaginando il mio baratro di timidezza, equivocava per stoica resistenza al suo fascino, più che per manipolatorio sadismo pensato per caricare al massimo la tensione erotica che, settimana dopo settimana, mese dopo mese, sembrava però non esplodere mai.

Le cose cambiarono radicalmente nella primavera del 91, tre anni e mezzo più tardi. Ero stato piantato in asso dalla ragazza con cui stavo da anni, proprio durante il servizio militare – al ritorno da ogni licenza ci si aggiornava, in caserma, sul numero delle vittime lasciate sul campo – e non avevo perso tempo ad avviare un rapporto epistolare con Barbara. Ci spedivamo lettere con tanto di francobolli, avete capito bene, con una certa continuità. Una cosa che suona romantica ai tempi dei social, ma che nella sostanza consolidava le stesse dinamiche tra noi due, con la differenza che ora non sarei stato più soggetto ai sensi di colpa di un eventuale tradimento della persona con cui mi ero da poco lasciato, in caso di capitolazione nel gioco perverso di Barbara. In una busta un giorno trovai persino una sua fotografia decisamente esplicita – sedeva su un motorino al mare con uno striminzito costume da bagno e un’espressione piuttosto provocante, almeno io la interpretai tale – che appesi, come un vero soldato, nel retro dello sportello del mio armadietto in camerata, tra i mini-poster di Robert Smith e di Siouxsie che ritagliavo dalle riviste musicali e che lasciavano sbigottiti i miei commilitoni.

Rientrato a fine agosto alla vita civile e finalmente single, intrapresi un paio di relazioni piuttosto superficiali e, contemporaneamente, Barbara ed io intensificammo, come era prevedibile, il nostro rapporto, ma ancora nella consueta modalità che portavamo avanti da anni – quasi esclusivamente per colpa mia. Trascorrevamo insieme le ore buche in facoltà e frequentavamo con altre persone – tra cui la sua inseparabile amica Michela – locali notturni e club di musica dal vivo. Entrambe presenziavano spesso ai concerti dei gruppi in cui suonavo, non ero per niente possessivo o preoccupato del fatto che qualcuno, tra i miei colleghi musicisti decisamente più prestanti e svegli di me, avrebbe potuto farsi avanti, d’altronde Barbara ed io eravamo solo amici.

Così estesi a lei e Michela, con il consueto approccio fintamente disinteressato, l’invito a partecipare alla serata commemorativa organizzata a seguito della scomparsa del cantante dei Queen, in cui ci saremmo esibiti anche se eravamo determinati a prendere le distanze dal rock di Freddie Mercury. A me e a nessuno dei componenti della mia band piacevano i Queen – li trovo irritanti ancora oggi, a distanza di più di trent’anni – e, al netto del rispetto per il lutto per una rockstar, nessuno di noi si era posto il problema di preparare una scaletta a tema o comunque più pertinente, rispetto al consueto repertorio di brani di nostra composizione che proponevamo. Eravamo un residuato storico degli anni ottanta che non aveva ancora reagito all’urgenza di adattarsi al nuovo decennio agli albori. Intorno a noi la musica si stava radicalizzando e intorbidendo, sia quella inglese che quella proveniente dagli USA. Noi, con i nostri testi in italiano e il nostro sound raffinato ma fragile, troppo plasticoso e poco sincero per quel sottobosco di autoproduzioni e di artisti indipendenti da cui sarebbe nata di lì a poco una scena nazionale straordinaria e irripetibile ma agli antipodi di stili e generi rispetto a ciò che ci rappresentava – e nella quale di lì a poco mi sarei perfettamente integrato – non avevamo ancora fatto mente locale sul modo in cui posizionarci. Grunge, neopsichedelia, britpop, indie-rock, reggae e tutti i derivati dell’elettronica erano stili troppo contigui, cronologicamente, al nostro. Noi appartenevamo a un passato prossimo da cui il pubblico aveva appena preso le distanze, ed era troppo presto per contare sul potere della nostalgia, quella che oggi ci rende così indulgenti su quello che abbiamo vissuto. Il mondo aveva voltato pagina, e toccava a noi adattarci ai nuovi gusti.

La nostra esibizione fu programmata nella primissima parte del concerto, com’è giusto che fosse. La presenza simultanea di più gruppi che devono avvicendarsi sullo stesso palco da sempre comporta una gerarchia da seguire soggetta a una legge non scritta ma che nessuno si sognerebbe mai di mettere in discussione. Prima gli artisti meno conosciuti e via via quelli più noti, secondo un crescendo che impone le proposte più soft a inizio concerto per chiudere poi con il botto conclusivo.

Terminata la nostra scaletta di brani in una prevedibile indifferenza, mi affrettai subito a smontare i miei sintetizzatori e a posizionarli al sicuro dietro le quinte del locale. Mi dedicai quindi alla meritata fase di post-concerto impiegando le consumazioni gratuite che spettavano ai musicisti, bevendo birra e concedendomi alternativamente ai miei compagni di band, ad altri amici presenti e a Barbara, per assistere alle performance degli altri gruppi. I Lost suonarono i pezzi dei Ramones verso la fine della serata, un repertorio che comprese una versione trascinante di “Sheena Is A Punk Rocker” che pogai con il resto del mio gruppo e altri che mi sembrava avessero afferrato il vero significato della scelta, con la dovuta ironia rivolta allo spirito dell’iniziativa a cui stavamo partecipando. Lo spettacolo si concluse poco dopo la mezzanotte con l’esibizione della band più calata nel contesto, un improbabile complesso di temutissimi rockettari hair metal e glam, guidata da un frontman che cantava in modo sguaiato, fasciato in una divisa da cosplayer dell’hard rock comprensiva di pantaloni attillatissimi, soprattutto sul davanti. 

Il loro contributo si esaurì come da previsioni, raramente ai gruppi di base qualcuno chiedeva di tornare sul palco per i bis. La serata quindi proseguì con le selezioni del dj residente, che avviò la consueta proposta di brani rock e pop dozzinali (ma sempre meglio della techno e dell’house music), data l’occasione orientata sui pezzi più ballabili dei Queen, come “Radio Ga Ga” e “Another One Bites The Dust”. Mi accommiatai così da Barbara e, con il resto della band, ci avviammo alle automobili con gli strumenti in mano per rientrare a casa. Io ero da solo con la mia Fiat Ritmo – trasportavo un equipaggiamento ingombrante e mi trovavo spesso costretto a muovermi in autonomia – ma, riposte le tastiere nel bagagliaio, anziché mettermi al volante e seguire i miei amici provai l’impulso di dare una svolta alle cose e di rientrare nel locale. Era un momento come tanti altri, non c’era nulla di diverso da prima se non l’assenza di Freddie Mercury e un’esibizione in più nella mia carriera da musicista, che si sarebbe esaurita qualche anno dopo.

Ordinai un’altra media chiara e rintracciai Barbara, che non nascose l’entusiasmo sul fatto che avessi cambiato idea. Continuammo a bere, forse ballammo anche, riprendemmo a stuzzicarci nel solito modo in cui avevamo costruito il nostro stare insieme fino a quando ci sedemmo da qualche parte, lei esausta e vulnerabile in braccio a me. Lì mi decisi di baciarla, e dal suo trasporto mi accorsi che avrei potuto farlo molto tempo prima. Aprivo gli occhi e osservavo i suoi chiusi, spiavo da vicino quei lineamenti che tanto avevo temuto e desiderato allo stesso tempo. Andammo avanti a baciarci senza proferire parola per il resto della sera, che ormai era notte, fino a quando la musica terminò e gli inservienti si diedero da fare per sbattere fuori gli ultimi avventori rimasti, noi compresi. Ci eravamo baciati nella penombra di un locale notturno, e l’accensione delle luci in sala ci indusse a ricomporci e a ristabilire in parte i ruoli che da sempre interpretavamo e che ormai erano sin troppo consolidati, lei di sfida e io di totale disponibilità, ma ormai il giocattolo si era rotto. Ci eravamo baciati per ore, il livello era salito e non sarebbe stato più possibile tornare indietro. Nonostante questa consapevolezza, Barbara ed io ci congedammo tra l’imbarazzo e la sorpresa di quello che era successo. Per fortuna, ci fu possibile dissimulare il nostro stato d’animo con un atteggiamento da sbronza di fine serata. 

Barbara e Michela si avviarono fuori dal locale. Per non seguirle ed evitare ulteriori impacci, accennai l’urgenza di dover usare il bagno, prima di partire, ma si trattava di una scusa. Di fronte al lavabo mi guardai allo specchio e mi sciacquai le mani. Tornai nella sala, raccolsi il chiodo su un divanetto e mi apprestai a uscire. Salutai il DJ che aveva messo un cd per non lasciar piombare in un silenzio irrispettoso quel tempio del rock in cui si era appena consumato un vero e proprio rito di suffragio, mentre i baristi e il resto del personale si affrettavano a riordinare e rassettare ciò che era di pertinenza a seconda del proprio incarico. Si diffuse ancora una volta la musica nella sala, un greatest hits dei Queen, non avrebbe potuto essere altrimenti. La storia stava giungendo al termine, al nero che precede i titoli di coda. Mi fermai così a riflettere, come ultima scena, sulle parole della traccia che mi stava accompagnando mentre guadagnavo la porta di uscita, potrei scommettere con una sigaretta accesa tra le labbra. Un brano famosissimo e smaccatamente kitsch, un pezzo che parla di gente che combatte fino alla fine per meritarsi il titolo di campione del mondo.

banksy

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Ho un giovane collega molto preparato – ha una laurea in scienze della formazione alla Cattolica a cui ha fatto seguire un master in sostegno, conseguito presso lo stesso ateneo – a cui mi rivolgo quando non so a quale teoria psico-pedagogica ricondurre le esigenze pratiche che mi trovo ad affrontare in classe. Mi fa sentire meno speciale sapere che c’è una collocazione universalmente consolidata a cui associare un problema a cui la mia incompetenza non riesce a dare una risposta. A scuola è impossibile standardizzare procedure didattiche perché ogni bambino e ogni adulto con cui si sviluppa la relazione sono differenti – e la gamma stessa delle dinamiche delle relazioni è pressoché infinita – ma poi, alla fine, un po’ per poter tracciare i dati come si fa nelle aziende quando occorre certificare qualche processo, si riesce a emettere un codice (attenzione, è una metafora) da stampare su un’etichetta (attenzione, è una metafora) e lasciare il fascicolo (attenzione, è una metafora) in uno scaffale ben preciso (attenzione, è una metafora) a disposizione di casi analoghi.

Il mio giovane collega mi consiglia di fare così e cosà e la cosa in effetti funziona, al netto del rischio che la relazione, nel frattempo, non abbia già preso una forma diversa da quella che credevo. I tempi di intervento delle persone e delle strutture che dovrebbero fornire sostegno a scuola e famiglie per i casi difficili sono così inadeguati da risultare ridicoli e paradossali. Con le organizzazioni pubbliche addirittura segnali il rischio di un disturbo dell’apprendimento o anche un problema più eclatante in seconda e, a essere ottimisti, ottieni una certificazione in quinta. Potete immaginarne l’efficacia in una fase della crescita e dello sviluppo così imprevedibile, come nei bambini. Ma, ripeto, io sono un copy con la passione per i Cure, per questo mi rivolgo costantemente a chi ne sa più di me, cioè chiunque.

Continuano però a sorprendermi certi metodi a dir poco d’urto che si adottano in caso di situazioni in cui la sicurezza dell’alunno problematico e, di conseguenza, di chi gli sta intorno, è a rischio, sostanzialmente perché la risolutezza di intervento è un meccanismo che non è proprio nelle mie corde. Non sono mai pronto a fare la cosa giusta quando ho poco tempo a disposizione, questo in generale, perché ho bisogno di riflettere a lungo per valutare, e purtroppo in natura è un approccio non ammesso. Senza contare che sbaglio sempre, indipendentemente da quanto ci metto ad agire. Se fossi una preda sarei già stato il pranzo di qualcuno una tacca sopra di me nella catena alimentare da un pezzo.

Ho una collega che è un vero e proprio marcantonio e, per annientare le smanie autodistruttive di un suo alunno, uno scricciolo di terza, gli monta letteralmente sopra bloccandogli le braccia con le ginocchia e sedendosi sulle sue gambe. La sua classe è proprio a fianco alla mia e mi è già capitato di venire chiamato in soccorso per intercettare le sue fughe e impedirgli di fare dei danni. Quando succede, poi sto male tutto il giorno perché è facile far leva sulla forza, con un bambino, ma mi rendo conto immediatamente che si tratta di un’arma sovradimensionata.

Anche il collega esperto in pedagogia che vi ho introdotto prima non è da meno, quando lo vedo rispondere senza tanti complimenti agli assalti ciechi del suo asperger a bassissimo funzionamento. Lui ha anche un altro alunno arrivato da poco – un bambino che sarebbe come tutti gli altri se non gli fossero capitati in sorte due genitori a dir poco distratti – e che ora è in affido presso un’altra famiglia, per il quale adotta spesso soluzioni drastiche. Gli impartisce castighi esemplari d’altri tempi. Se si comporta male a pranzo lo sposta in un banco da solo all’altro capo della mensa e lo fa sedere voltato di schiena rispetto ai suoi compagni se l’ha combinata grossa. A quel punto gli vengono certi lacrimoni che, se fosse un mio alunno, mi metterei in ginocchio al suo fianco implorando le sue scuse e cercando di consolarlo nel modo più efficace. Come vedete, come educatore non valgo una cicca. Il mio collega dice di lui che ha una stima di sé bassissima perché ha la tendenza ad auto-infliggersi punizioni. Quando succede, gli dice che non deve farlo perché l’insegnante è lui (il mio collega) e che, per ristabilire l’ordine delle cose, una persona è sufficiente.

Ora sentite questa. Ieri l’altro andavo a zonzo per i vicoli della mia città preferita, probabilmente il centro storico più grande in Europa, un luogo d’altri tempi che, malgrado Airbnb e la gentrificazione, pullula ancora di spacciatori, microcriminalità, tossici e prostituzione. Non sto a dirvi quanto mi abbia sorpreso leggere scritto con lo spray sul muro di uno degli edifici fatiscenti di quei bassifondi la scritta “ilmiocognome merda”. ilmiocognome è il mio cognome, che non scrivo per ovvi motivi di privacy, e vi assicuro che non è così tanto diffuso. Ho abitato a qualche centinaio di metri da lì, più di venti anni fa, e un graffito così fresco non saprei come giustificarlo. In passato so di non essermi comportato bene con qualche persona, ma si tratta più che altro ex fidanzate con le quali non ho saputo chiudere senza perdere la dignità, mentre ora davvero cerco in tutti i modi di assumermi le mie responsabilità o, se proprio ho paura, mi sottraggo ai conflitti e ammetto di avere torto proprio per non alimentare inimicizie.

Sono stati i carissimi amici con cui mi trovavo in quel momento, veri esperti del quartiere, a tranquillizzarmi. Escluso che si potesse trattare di me, abbiamo formulato qualche ipotesi sulle cause dell’omonima nel graffito: un regolamento di conti tra pusher e clienti, una delazione, o più probabilmente un membro delle forze dell’ordine che non è andato tanto giù per il sottile con qualcuno della zona. Di certo, con questa merda, siamo parenti, in qualche modo. Io, ve lo giuro, non ho fatto niente, e poi da più di vent’anni vivo a duecento km da lì. Ho scattato però una foto alla scritta “ilmiocognome merda” perché non capita tutti i giorni di beneficiare di visibilità di questo tipo e l’ho messa come immagine della testata di Facebook. Non so se c’entri con la stima di sé, in questo caso di me, e con il discorso dell’infliggersi auto-punizioni, ma mi sembra tutto sommato il punto più basso di qualcosa che non so definire.

mercurio

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L’effetto del vapore che sale dall’asfalto quando le temperature sono insopportabili ha un nome che non ricordo più. I vecchi da noi non sono adatti al caldo che fa e se fossero un po’ più giovani e un po’ più ricchi farebbero armi e bagagli e raggiungerebbero i paesi del nord dove vanno i detrattori dell’estate più recidivi, quelli che la menano con l’Irlanda e restano candidi per scelta, per intenderci. La narrazione dell’attuale governo impone però l’Italia a tutti i costi, con le sue bellezze, il suo cibo, i suoi litorali a pagamento e i suoi borghi tutti uguali. Persino i cani randagi non si vedono più, vittime della sostituzione etnica ordita da cinghiali, orsi e lupi. I telegiornali sono zeppi di cronaca nera e intrisi di violenza e morte. Il dibattito politico è ridotto alle provocazioni di sempre, insomma ci siamo capiti. Sono aumentati gli sbarchi, il patriarcato è fuori controllo malgrado Barbie e la benzina è un lusso. Oggi e domani saranno i giorni peggiori, così dicono, e chi ha anticipato le ferie ed è già rientrato si morde le mani e poi lo scrive sui social. Pensavamo di averla scampata, questa volta, ma il tempo, anche nel senso del tempo che fa, è tiranno.

Alla tele passa spesso lo spot dei libri in miniatura, avete visto? Come fai a leggerli mi chiedo, il prossimo step sarà quello dei romanzi in ceramica che non si possono nemmeno aprire ma fanno la loro figura nella vetrinetta in soggiorno. Il bello di fare l’insegnante non è tanto nei cinque mesi di ferie ma nel fatto che il rientro non è niente male. Massima solidarietà a chi torna in ufficio alla mercé di colleghi, fornitori, clienti. Poche ore dopo ferragosto sono arrivate le prime e-mail della dirigente, il collegio docenti di settembre – quello che voi chiamate il kick-off ma noi lo facciamo in aule magne senza aria condizionata mentre voi a Las Vegas o chissà dove – è dietro l’angolo con tutte le sue scartoffie. Per restare in tema con la scuola, ho visitato diversi musei e siti archeologici gratuitamente anche quest’estate, grazie alla mia professione. Ti presenti in biglietteria e mostri sul telefono un PDF che potrebbe avere una qualsiasi intestazione inventata tanto quanto la firma in calce del preside e che attesta che sei un docente. Non c’è nessun controllo. Pensate che bello, invece, se fossimo provvisti di un badge con un codice a barre o un QR code che riporta un numero di matricola univoco – che poi sul cedolino esiste, questo numero – collegato a un data base nazionale a disposizione di tutte le strutture culturali al cui ingresso a zero costi abbiamo diritto. Ho visto cose bellissime ma è inutile raccontarle. Sono partito presto, quest’anno, e già in giro non si vedeva nessuno. A dirla tutta, anche oggi non c’è anima viva. L’impressione è che si stiano squagliando tutti, altrimenti non si spiegherebbe questo vuoto di persone, di parole, di pensieri e di gesti.

maxirata finale

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Salvatore alla fine ha deciso di tenerla. La vita, dico. Alla fine Salvatore ha deciso di tenerla. La formula gli era stata prospettata come la più adatta al suo profilo di essere umano: hai un bene che ti godi a spanne per un’ottantina d’anni, sempre che non ti capiti qualche incidente. E se sei uno che non ama i cambiamenti, gli aveva detto il venditore della concessionaria, non ti verrà mai in mente di restituirla dopo appena quattro anni come fanno tutti oggi. Versano un acconto – poche lire -, pagano una rata sostenibile per 96 mesi e poi la riportano indietro, tanto il contratto prevede la supervalutazione garantita dell’usato. A quel punto scelgono che fare. Possono sostituirla con un nuovo modello e ripartire da capo e continuare a fare così per tutto il resto del tempo che gli rimane. Una sorta di leasing, per chi ci tiene ad avere sempre una nuova possibilità. Oppure versare la maxirata finale e diventare proprietari. A Salvatore, invece, la vita serviva per il motivo per cui tutti, bene o male, ne abbiamo almeno una, nuova o usata che sia. Si era informato, aveva simulato tutti gli scenari possibili, ma poi era giunto alla conclusione che tanto valeva comprarla subito, come si faceva una volta. Come avevano fatto i suoi genitori, i suoi nonni, e tutte le generazioni di persone che si erano avvicendate prima che qualcuno si inventasse che era necessario dare una svecchiata. Le ha tirato il collo – dovreste vedere le cifre sul cruscotto – ma poi, a quella che doveva essere l’ultima revisione, non se l’è sentita di darla indietro per un nuovo modello, considerando che il destino di quel catorcio era segnato. I parametri europei non lasciano scampo, e il rischio era di non poter più mettere il naso fuori di casa senza beccarsi una contravvenzione. Le rate le aveva finite da un pezzo, e un po’ ci si era affezionato. L’ha messa nel box e l’ha tirata a lucido, con l’impegno a metterla in moto e concedersi qualche sgasata la domenica mattina come fanno quei fanatici con le auto d’epoca che le muovono solo per partecipare ai raduni. A quell’età, Salvatore non ha bisogno di altro. Ha stampato decine di foto, i momenti in cui a bordo della sua vita insieme a lui ci sono le persone più importanti con cui ha condiviso un pezzo di cammino, e si è fatto preparare qualche album da uno di quei siti in cui puoi impaginare le immagini come preferisci. Poi va giù in garage e si siede sul sedile del passeggero, quello che per la maggior parte della sua esistenza è stato occupato da una persona molto importante. Si accende una sigaretta, mette le sue canzoni preferite, e ripercorre, foto dopo foto – senza fretta di arrivare – tutti i giorni che gli va.

sound check

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Ivano lavorava di più con la bella stagione e mi chiedeva di accompagnarlo se pensava che le iniziative potessero interessarmi. Non voleva mai che lo aiutassi. Tutt’al più, una volta montato tutto, mi incoraggiava a muovermi lungo le file di sedie o sulle gradinate. Metteva della musica e voleva il mio parere. «Si sente bene e uguale da tutte le parti?», mi chiedeva quando rientravo sotto il gazebo dove manovrava il mixer, non appena la vicinanza ci permetteva di dialogare. Il tecnico del suono era lui, e lo accontentavo in tutte le occasioni in cui cercava di coinvolgermi in qualche modo perché pensava che mi annoiassi a stare lì, senza far niente. Era la fine di maggio e, quella sera, c’era uno spettacolo teatrale, un attore con un passato da cantante che leggeva cose di altri. Sembrava tutto a posto, i primi spettatori stavano già porgendo i biglietti all’ingresso e avevo preso due birre fresche al chiosco mobile da bere insieme quando lo vidi varcare il cancello del teatro all’aperto. «Ivo», dissi al mio compagno. «Che c’è?», mi chiese porgendomi l’accendino dopo aver acceso la sua, di sigaretta. «Guarda. Quello lì.» Gli feci un cenno soffiando il fumo della prima boccata nella direzione da seguire con lo sguardo. «È Walter. Il mio collega. Quello di cui ti parlo sempre.»

Walter non mi riconobbe subito, come succede quando ci capita di incontrare qualcuno al di fuori dell’ambiente che si frequenta insieme. All’aperitivo con le altre del corso di pilates mi ci vuole sempre un po’ prima di capire con chi sto parlando, abituata a vederle in tuta. Walter, con il suo passo dinoccolato, procedeva lentamente verso la platea scambiando qualche commento sul contesto con una donna alta quasi quanto lui, che gli stava quasi aggrappata al braccio. Walter indossava la t-shirt di un gruppo musicale, lei aveva un vestito corto e dei sandali. Mi colpì il fatto che fosse esageratamente bella e fuori luogo per lui, e che sembrasse anche molto più giovane. Di certo, ciò che vedevo non corrispondeva all’idea che mi ero fatta della vita privata di Walter, da come la raccontava a me e alle altre colleghe. Sposato, con una figlia all’università. Piuttosto dimesso nell’abbigliamento, ma a scuola conviene venire vestiti comodi. Alla primaria, gli insegnanti più giovani mettono addirittura la tuta da ginnastica, del resto a stare in classe o in mensa non c’è così tanta differenza con la palestra e le ore di motoria. Si avvicinò per nulla sorpreso di incontrarci in quella situazione così anomala. Avevo pochissime informazioni sullo spettacolo a cui stavo per assistere. Walter, al contrario, aveva acquistato il biglietto diverse settimane prima e mi confidò la passione che lo aveva condotto lì. Vera – così si presentò la donna con cui si accompagnava senza aggiungere dettagli sul loro legame – invece si dimostrò entusiasta sullo spazio in cui la serata era stata organizzata e sul quartiere, aggiungendo diversi consigli sulle altre iniziative contenute nella stessa rassegna. Mi lasciò un programma ma non andammo oltre. Si precipitarono a prendere posto, l’affluenza stava aumentando e restando lì a chiacchierare con noi avrebbero compromesso il vantaggio dell’anticipo con cui erano arrivati per assicurarsi due sedie in prossimità del piccolo palco. Si sedettero, e poco dopo notai Walter avvicinarsi al punto in cui era posizionato il microfono per fotografare la scenografia – scarna ma decisamente caratterizzante – di contorno, da postare su un social network spinto da un irresistibile desiderio di testimoniare la sua presenza all’iniziativa di quella sera.

Lo spettacolo fu più breve del solito. Rientrammo presto, faceva già molto caldo. Ivano ed io ne approfittammo per rifare il letto e mettere le lenzuola nuove che avevamo comprato la mattina stessa al mercato. «Sono lenzuola magiche», così l’uomo della bancarella aveva convinto Ivano, un tunisino che la sapeva lunga su come prendere i mariti delle coppie che curiosavano tra i suoi articoli. Spalancammo la finestra, ci coricammo, spensi la luce e, chiudendo gli occhi, ripensai proprio a questo. A come noi insegnanti siamo diversi nella vita privata. Provai una sensazione di freschezza muovendo i piedi sul tessuto. Feci un sospiro. «Tutto bene?», mi chiese Ivano, voltandosi dalla parte opposta. Fu proprio in quel momento che la camera, la casa e probabilmente tutto il palazzo si inclinarono di novanta gradi. Le nuove lenzuola erano molto lisce, così scivolai lungo il letto facendo in tempo a posizionarmi con i piedi verso il basso ma continuando a tenere per mano Ivano che già russava. Provai a chiedergli se non si fosse accorto anche lui dei trattini azzurri che si vedevano sul soffitto come lucine colorate accendersi nel buio. Provai anche a dirgli che avrei voluto tornare ancora una volta in campeggio insieme, a dormire sotto la tenda cullati dal respiro del vento, magari proprio quell’estate stessa, ma non mi uscì alcun suono dalla gola.

Riuscii appena in tempo a scorrere a memoria, con la mano che mi era rimasta libera, il freddo stelo in acciaio della lampada sul comodino e a premere il pulsante della luce. Il palazzo, la camera e di conseguenza il letto invertirono la rotazione, tornando lentamente nella posizione di partenza. Il rumore delle fronde scosse dal maestrale cessò e, con esso, svanì la tenda in cui avevo immaginato di trovarmi. I trattini azzurri si precipitarono verso la finestra, rimasero in volo qualche istante per spegnersi di lì a poco, inghiottiti dall’alone dei lampioni della via di sotto e dal rumore dell’ultimo tram. Ivano non sembrò accorgersi di nulla. Pensai a Walter e a Vera e alla soddisfazione con cui li avevo visti applaudire insieme, durante lo spettacolo. Decisi comunque di lasciare, per sicurezza, l’abat-jour accesa.

cuore di pietra

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Le birrette da 33 sono una trovata infernale. Anzi, posso assicurarvi che là sotto c’è davvero un girone in cui lo stomaco del bevitore ce lo ricacciano indietro a forza di bottigliette che, circondati dalla fiamme o immersi nella lava, per la sete le finisci in un sorso e davvero i boccali da un litro te li sconsigliano perché si scalda subito. A me, qui nel paradiso, non è mai successo, potete state sicuri che li finisco prima. Il chiosco che qualcuno ha aperto nel minuscolo parchetto della circonvallazione ha esaurito i fusti alla spina e la coppia che sto per presentarvi si accontenta di due poco più che mignon di vetro di una di quelle svariate marche industriali che finiscono in -oretti. Domani Milano chiude per ferie e le scorte, nei bar, non si fanno più fino al rientro, a settembre. La birra comunque è ghiacciata anche se c’è nell’aria, e tra i due, un temporale con i fiocchi. Il cielo è scuro, tira un vento da cambiamento climatico e lui vorrebbe tagliare corto per tagliare del tutto ma è un uomo, non meno vile degli altri. Lavorano nello stesso negozio e un mattino – lui si ricorda benissimo il momento preciso – a lei è arrivato il messaggio, quello del corpo di lui, che c’era qualcosa che non andava. «Hai un che di diverso», continuava a dirgli sottovoce ogni volta che si incrociavano tra i reparti, per non farsi scoprire dai clienti, per la maggior parte turisti dell’est. Era cambiato tutto, lei aveva ragione da vendere insieme ai saldi estivi.

Ma la signora del chiosco manda segnali inequivocabili: è venerdì, è il 31 luglio, sono quasi le sette, si chiude ma con una di quelle chiusure che sembrano per sempre perché poi nulla ripartirà come quando è stato sospeso. I tavolini non sono veri tavolini ma una specie di bobine da filo di dimensioni gigantesche, nemmeno i clienti fossero quelli di una casa delle bambole. Lei è scomoda sulle sedie fatte con le strisce di plastica colorate, un’imitazione delle sdraio degli anni settanta, ricordate? Lui si dondola e dà l’ultima sorsata dell’ultimo aperitivo dell’ultima estate dell’ultimo anno che trascorreranno insieme.

Tocca a lei pagare – lui è sempre senza contanti e senza vergogna – e il vento si fa ancora più pericoloso. Volano i tovagliolini in mezzo alla strada, volano le speranze sotto il tram in arrivo. I due si avvicinano alla metro, non è un bel modo per separarsi me c’è poco da fare perché lei non la deve prendere, per tornare all’appartamento che divide con quella sua amica un po’ matta che la imita in tutto. Sotto il telefono non funziona e non correranno il rischio di strascichi a caldo su Whatsapp, quelle cose che fanno cambiare idea all’istante per poi pentirsi di essere tornati sui propri passi. Nessuno ha visto se si sono abbracciati, ma possiamo scommettere che lui le avrà offerto un bacio sulla guancia e lei si sarà tirata indietro, voltandogli le spalle. La scena riprende con lui che non gli rimane altra scelta che scendere e c’è un secchio rosso all’ingresso dei tornelli, messo lì a raccogliere dell’acqua da una perdita di un tubo. Vorrebbe fare una foto, ma poi l’annuncio delle limitazioni agli orari di agosto lo distrae.

scusate l’interruzione

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Non sarebbe un vero elenco delle cose che non ho portato a termine nella mia vita se non fosse parziale perché, nel caso, almeno una l’avrei finita e invece non voglio darmela vinta. Non ci sono mai riuscito, anzi, non mi sono mai impegnato abbastanza, continuo a rimproverarmi. E come certi litoranei intervallati da villette incompiute per non dover pagare chissà quale imposta sconveniente, dietro di me c’è una distesa di cose lasciate a metà, il più delle volte meno della metà, degna di un parco archeologico alla mercé di incuria e tombaroli, con un settore che addirittura è stato meglio transennare per tenere alla larga i curiosi e che è quello degli impegni non mantenuti.

Perché se il conservatorio o il corso di giornalismo o quello di musicoterapia abbandonati, tutto sommato, visti da qui possono avere un che di folcloristico – be’ dai comunque a qualcosa quel poco che hai imparato ti è stato utile – altri progetti lasciati avvizzire per una graduale perdita di entusiasmo a scapito delle persone con cui erano partiti – band, riviste online e collaborazioni varie – meglio destinarli all’oblio della storia.

Per trasformare la stortura dell’inaffidabilità in un punto di forza ho pensato così di ridurre le aspettative. Riesco ad arrivare all’ultima pagina dei libri, e non vi dico la sensazione di compiutezza che provo quando li riporto in biblioteca. Sono in grado di resistere fino alla scena finale dei film che mi disturbano, perché ho imparato a convincermi che sono attori, quelli, mica persone in carne e ossa. Scrivo storielle che stanno in una paginetta, e per i romanzi sarà per un’altra vita. Per questo, la scuola primaria è perfetta per me. Dicono che la soglia dell’attenzione nei bambini non superi i 20 minuti e chi sono, io, per essere meglio di loro.

come Anders in banca

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Al maestro Tobia qualcuno (o qualcosa) staccò la spina all’improvviso. Ma, come per gli alimentatori dei portatili, una lucina rimase accesa per un paio di secondi durante i quali la testina del riavvolgimento cosmico si posizionò a caso proprio sul momento meno importante della sua vita.

Nessuna traccia quindi del primo bacio dato alla futura moglie durante la proiezione di Jules e Jim che, si sa, non è certo un’apologia della coppia ma che fino ad allora si era comunque dimostrato un film sufficientemente propiziatorio. Stessa sorte per l’indimenticabile istante in cui sua figlia gli aveva stretto l’indice con la manina pochi minuti dopo il parto anche se, dietro il vetro della nursery, qualche ora più tardi si era confuso nell’indicare la neonata giusta ai suoceri, tra quelle decine di culle e relativi contenuti tutti uguali. Nessun flashback di quando, durante una terribile pandemia che aveva costretto tutti a casa, era riuscito a far installare da remoto la piattaforma per la DAD ai genitori della sua alunna egiziana, quella che quando non faceva i compiti di matematica, per farsi perdonare, gli portava in classe i dolcetti preparati dalla mamma.

Contro ogni previsione, la pallina del giro finale di roulette si fermò sullo zero, il numero perfetto per un ricordo di questo rango. Il maestro Tobia è bambino e siede sul ciglio di un prato in cima alla collina su cui sorge la sua casa di campagna, all’ora del tramonto di un venerdì sera di luglio. L’erba è umida, gli insetti fastidiosi, l’aria sempre più fresca, è piena estate e non c’è una nuvola in cielo. Tobia scruta il nastro asfaltato della provinciale, giù nella valle, nell’attesa di scorgere la Ford Taunus marrone dei genitori che fanno ritorno dalla città per trascorrere il fine settimana insieme. Al suo fianco le due sorelle quasi adolescenti che chiacchierano di cose che non capisce, la nonna con lo scialle che lo intrattiene in dialetto, il cane Bill. Poi una forma familiare tra le tante automobili sbuca sul primo tratto di strada visibile. È un puntino colorato, piccolissimo e lontano, ma Tobia non ha dubbi.