ai piatti

Standard

A proposito di reddito di cittadinanza, assegno di inclusione e sussidio di disoccupazione salta agli occhi l’omissione di una qualsiasi forma di riconoscimento economico per chi si occupa dell’accudimento quotidiano della famiglia, la professione universalmente riconducibile a quella della casalinga. Ricoprendo questo ruolo – per quanto sia in grado e giuro con la massima umiltà – per motivi di organizzazione domestica, provo a immaginare quanto tempo-vita non retribuito possano aver dedicato miliardi di donne nella storia dell’umanità. Mia mamma lavorava e in più era chiamata a tenere le fila di un nucleo di cinque persone, in un momento storico e sociale in cui gli uomini erano dispensati dal dover fornire qualunque tipo di supporto se non portare a casa il pane. Nessuno le ha mai corrisposto nulla per tutte le cose che ha fatto per il marito e figli, né come stipendio e tantomeno sotto forma di contributi pensionistici.

Io trascorro così tanto tempo in cucina che, in un sogno, avevo addirittura installato nel piano di lavoro tra i fornelli e il lavabo una console da dj, sulla quale facevo pratica in quella che considero – anche nella vita reale – l’attività più utile che io possa esercitare per il prossimo. Selezionare musica da far ascoltare o ballare a terzi è per me una vera e propria missione, un modo per prendermi cura degli altri e il canale espressivo più immediato per trasmettere il mio trasporto a qualcuno. E il fatto che non mi sorprendeva aver integrato lo spazio in cui mi dedico con amore alla mia famiglia preparando cose buone da mangiare dell’equipaggiamento per mettere i dischi ha un significato inequivocabile.

Mi stupivo così di trovare un analogo set al Nuovo Armenia di Dergano. Facendo finta di bere un drink, sbirciavo dentro al lavabo in acciaio del bar per catturare i segreti del mestiere di un dj di grido fino a quando mi chiedeva di sostituirlo qualche minuto per prendersi una pausa. Il punto è che non si può rimpiazzare qualcuno di cui non si sa che dischi o cd – in quel caso erano flac su un pc – è provvisto. Così, dopo due o tre brani messi a caso, mi trovavo in forte difficoltà nel proseguire la selezione. Se volete sapere com’è andata a finire, mentre l’ultima traccia sfumava, iniziavo a suonare con le mani a tempo la superficie dell’acqua con cui era riempito il vano per lavare i bicchieri. Tenevo un ritmo decisamente trascinante e riuscivo persino a modulare, sfruttando quella tensione superficiale che si insegna in quarta elementare, una melodia adeguata, come se quel dispositivo naturale fosse in qualche modo triggerato con un virtual synth nel computer.

Tutto questo fino a quando il dj residente tornava alla sua postazione, mi ringraziava e proseguiva con il suo spettacolo. Sollevato dall’impegno, ne approfittavo così per recarmi ai funerali privati di Ernesto Assante, cerimonia alla quale non ero stato assolutamente invitato ma di cui mi arrogavo il diritto alla partecipazione come riconoscimento morale per la mia devozione ossessiva alla musica. Potendo vantare una meno che irrisoria comparsata nella storia dell’industria musicale, pochi mesi da meno che turnista in una band sconosciuta nonché fanalino di coda del roster di una major, mi auto-dichiaravo meritevole di far parte del jet set del giornalismo di settore sia per le mie trascurabili recensioni di novità musicali su una webzine amatoriale letta da quattro gatti, sia in virtù delle centinaia di euro che investo nell’acquisto di dischi in vinile. E il bello che non sapevo nemmeno che la famiglia del giornalista scomparso non avesse organizzato una cerimonia vera e propria, ma una sobria formula di funerale laico in un circolo ARCI.

Nella salone delle feste in stile partito comunista anni 70 non c’era l’urna con le ceneri e non era stato nemmeno allestito alcun rinfresco. Cercavo di cogliere tra gli invitati che, in gruppetti sparsi, condividevano aneddoti inerenti il loro comune amico e collega, qualcuno che mi riconoscesse fino a quando mi allontanavo, con lo stesso stato d’animo che ho provato in tutte le occasioni in cui ho presenziato a incontri con gruppi di gente conosciuta online raccolta intorno a una passione comune, forse l’esperienza sociale più fallimentare nella storia dell’umanità e pratica di cui posso considerarmi davvero un pioniere. Solo al risveglio, stamattina, ho valutato se l’associazione tra i piatti dei dj e quelli che assolutamente non bisogna sciacquarli prima di metterli in lavastoviglie – così dice il manuale di istruzioni della mia Miele – sia stata la fonte di ispirazione di tutto ciò o, almeno, una battuta da quattro soldi da sfruttare per un racconto.

The Last Dinner Party – Prelude To Ecstasy

Standard

Altro che ultima cena: con un menu di undici portate (più aperitivo con tanto di orchestra) le The Last Dinner Party ci offrono un ricco buffet per il vernissage del loro esclusivo e divertente progetto musicale.

In un mondo in cui la trasgressione è la regola, alla fine passano per alternativi quelli che le regole le seguono. Non drogarsi, non tatuarsi, lo scoutismo, smettere di fumare, entusiasmarsi per i Promessi Sposi, preferire maglioncini e Clarks alle tute e alle sneakers: ecco i veri eccessi del nostro tempo. Faccio l’insegnante e quando incontro un ragazzino con i capelli lunghi, uno che si distingua dalla massa, senza marsupio e borsello, uno che non si rasa le righe sul cranio e non si concia come i fenomeni della trap, mi viene da fermarlo, mi viene da stringergli la mano e fargli i complimenti. Finalmente qualcosa di completamente diverso. Non fraintendetemi, non sono mica un moderato, un conservatore o un fratellista d’Italia. Soprattutto quando si parla di musica.

Dico solo che, se non fossimo sovraesposti alle più ritrite avanguardie stilistiche, liquideremmo gente che si è fatta le ossa nelle tribute band dei Queen o che armonizza ritornelli nemmeno fossero gli Abba come reazionari, esponenti di un’inutile controriforma artistica, energie e bit sprecati per melensi manierismi mainstream, retromaniaci post-classicisti epigoni di specie artistiche fortunatamente estintesi grazie ai techno-meteoriti degli anni novanta. E invece, a valle della recensione della milionesima band prog-post punk di South London, al cospetto di un disco come Prelude To Ecstasy ecco che gridiamo al miracolo e, parlo per me, ci strappiamo quei pochi capelli che ci sono rimasti.

E sono certo che ci saremmo immaginati lo stesso l’album di esordio delle The Last Dinner Party come colonna sonora di un sequel distopico di Piccole Donne anche se non le avessimo mai notate suonare negli stralci dei loro live su Youtube, testimonianze di una fervida attività marketing volta a infiammare a puntino l’hype per questo primo disco, o viste interpretare i video degli svariati singoli che l’hanno preceduto e posare per gli shooting promozionali con quegli assurdi abiti di scena d’epoca. Anche se – parlo per me – non si capisce bene quale. Costumi di uno dei soliti passati indefiniti – non per questo avvincenti – in cui si mescola tutto, da Ziggy Stardust a Emily Brontë passando per Stevie Nicks. Un’età dell’oro di cui sappiamo solo che si è perpetuata per secoli prima dell’avvento del web e dei social, anche se web e social sono proprio il pretesto romantico che ci fa rimpiangere un mondo in cui ci estingueremmo nel giro di qualche ora, senza smartphone.

L’unica certezza che ho è che il ruolo di Jo calzerebbe a pennello per Lizzie Mayland, chitarra e cori della band (statene certi) rivelazione di quest’anno che, forse a causa alla sua bisestilità, da un punto di vista strettamente musicale, grazie alle The Last Dinner Party è già cominciato col botto. Per chi potrebbe interpretare Abigail Morris, l’impertinente voce solista, ci devo pensare. Nel frattempo, a loro due e a Emily Roberts (chitarra solista, mandolino, flauto), Georgia Davies (basso) e Aurora Nishevci (tastiere, voce) chiederei come gli è venuto in mente un progetto di questo tipo.

Un nome che ci evoca un consesso di apostoli (rigorosamente uomini) al convivio di saluti finali di un profeta (rigorosamente uomo, almeno fino a prova contraria). Un’estetica un po’ gotica e a tratti rococò che, quando è stata di monopolio maschile ai tempi del glam e delle zeppe, ha spostato la lancetta della fluidità di genere verso valori e falsetti ben oltre il livello di guardia, quasi a ridosso della macchietta. Una proposta plissettata e tutta merletti, così sfrontatamente sfarzosa da emancipare le The Last Dinner Party da qualunque tendenza del momento, spiazzando la critica con un coraggio che nessun esordiente di sesso maschile avrebbe mai azzardato.

E lo so che questi discorsi non si dovrebbero fare e che guardare al genere dei musicisti è conseguenza di una società e di una cultura rock sessista e patriarcale. Il punto è che io adoro i gruppi tutti al femminile. Adoro le batteriste e la loro postura dietro ai tamburi, la fierezza con cui osservano il loro set, i piatti e le pelli. Adoro le bassiste, di cui ormai c’è una consolidata tradizione. Adoro le ragazze che manipolano i potenziometri dei sintetizzatori e persino le chitarriste che pestano con i tacchi il pedale del wah wah e l’effetto dei prodigi dell’onicotecnica mentre le loro dita corrono veloci sul manico. Adoro come si abbina agli strumenti musicali tutto ciò che è femminile (la rabbia, la passione, la grazia, l’estasi, l’ardimento, persino la gravidanza) perché alle voci femminili e alla meraviglia che suscitano siamo abituati. Il resto, condizionati dal testosterone nel rock, ci fa approcciare le band tutte al femminile con una doppia aspettativa proprio come, nel resto del mondo reale, per una donna è tutto difficile (come minimo) il doppio.

E sono altresì convinto che The Last Dinner Party siano un gruppo pazzesco proprio perché suonano e cantano come solo cinque donne possono fare. Anzi, sei, perché è importante nominare anche Rebekah Rayner, la straordinaria batterista che non risulta nella line up ufficiale del gruppo ma che si presta al gioco delle parti con velluti e corsetti tanto quanto le altre ragazze per le esibizioni live. Molto più di una semplice turnista e perfettamente allineata con il suono e l’estetica della band. Un gruppo che, se fosse stato composto da maschi, sarebbe diventato il nuovo Greta Van Fleet da tanto al mucchio.

Il bello di questo disco è che il fatto che evochi tanto Kate Bush quanto riesca a citare (con ineguagliabile intelligenza) una non-hit come “This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us” degli Sparks come se nulla importasse, o che induca l’ascoltatore ad aspettarsi, da un momento all’altro, voci che si sovrappongono ribadendo la richiesta a Scaramouche sulla fattibilità del Fandango o qualche altra trovata kitsch degna di un Eurovision Song Contest di metà anni settanta, non risulta per nulla derivativo. C’è tutto questo, insieme a canzoni che cambiano rotta più volte per rientrare indenni al punto di partenza, inni da arena rock e ballad da meditazione. C’è tantissima musica, pensata, composta, suonata e cantata egregiamente, divertente e mai banale, sempre diversa e sempre di altissimo livello.

Per il resto, se tutto ciò che è a corollario non vi piace, potete chiudere gli occhi o aspettare cosa si inventeranno le The Last Dinner Party per il sequel di questo disco. Il sophistirock di Prelude To Ecstasy, pur con tutte le ingenuità proprie di un album di esordio che di certo non abbatteranno i nostri pregiudizi rispetto a un gruppo di giovani donne che sfidano il patriar-mercato discografico conciate come ai tempi di Emily Dickinson, è una delle cose più fresche e originali sentite finora, il preludio a un anno, si spera, il più femminile possibile, e non solo in musica.

parola per parola

Standard

Quando vado a correre la mattina presto nei campi dietro casa mia incontro abbastanza frequentemente un tizio che vive nei paraggi e che porta a spasso amorevolmente i suoi due cani. Sfoggia pantaloni mimetici e stivali di gomma verdi, un abbigliamento riconducibile alla caccia che trasmette continuità con il comportamento degli animali che lo accompagnano, non particolarmente adatti alla pratica venatoria ma lasciati comunque liberi di importunare – con cieca indulgenza da parte del loro padrone – la fauna selvatica (poco più di cornacchie, gazze e qualche pantegana in trasferta dai numerosi cantieri edili) e i podisti dilettanti. Mi sono meravigliato di pensare a lui durante la visione del film “As bestas”, andato in onda qualche sera fa su Rai boh. I lineamenti dell’uomo che incontro quando vado a correre, temprati dalle brutture dell’hinterland, dal disagio e dalle contraddizioni dei tempi che viviamo, non sorprenderebbero tra la popolazione rurale non solo della Galizia ma di qualunque regione ai margini della civiltà, ostile all’agricoltura sostenibile e desiderosa – come biasimarli – di progresso a ogni costo.

Di certo la popolazione autoctona considererebbe con sospetto il suo approccio con i suoi due cani. La gente di montagna infatti non va troppo per il sottile con gli animali, mentre nelle città l’attenzione e l’affetto di cui godono gli animali domestici ha raggiunto livelli probabilmente mai visti nella storia degli esseri umani. Qualche giorno fa ho notato quell’uomo in coda con me al discount giù all’angolo, in abbigliamento civile ma rigorosamente con i suoi due cani al seguito. Scambiava qualche considerazione con una cassiera temporaneamente intenta a riordinare uno scaffale e canara, a quanto ho capito dalla loro conversazione, tanto quanto lui. Entrambi riconoscevano con rassegnazione che i non proprietari di cani non possono capire chi i cani li ha. Come è possibile, infatti, convincere un cane a non pisciare sui muri o sui dissuasori in prossimità dei portoni dei palazzi o anche su un marciapiede? A differenza della cacca, un bisogno più facilmente intercettabile, fare pipì ha diversi significati per i cani e non si può certo scoraggiare il loro istinto di irrorare il suolo pubblico con inconfondibili segnali lasciati come monito (superfluo, direi, in un ambiente urbano) per i propri simili.

Non ne faccio una questione morale, ma ve lo immaginate un mondo dominato da bestie che comunicano con l’urina anziché a parole come facciamo noi? Nel mio piccolo, la mia gatta che ormai è decisamente vecchia non disdegna dal metterci al corrente del suo disappunto pisciando su un tappeto dell’Ikea in bagno. Mentre i social media traboccano sempre più di video di animali ripresi in strabilianti interazioni con i loro proprietari, c’è una crescente percentuale di cittadini che rimpiangono con altrettanto slancio il mondo dei loro nonni, tempi in cui nessuno avrebbe mai sottoposto un gatto a cure dentali e, abituati a vivere in strada, era comune che un animale domestico all’improvviso sparisse dalla circolazione senza fare più ritorno.

Mi sono chiesto anche che cosa pensi la mia gatta di noi che parliamo in continuazione, dialoghiamo, ci confrontiamo, raccontiamo aneddoti, ogni tanto alziamo la voce, spesso ridiamo e facciamo battute sciocche. Perché le bestie non sentono il bisogno di sviluppare una lingua come noi, chiacchierare tra simili e condividere anche con gli esseri umani le loro considerazioni, i loro bisogni e quello che pensano? E perché gli animali non cantano, non suonano, non esprimono le loro preferenze in fatto di musica? La mia gatta non desiste dal suo pisolino sul divano – posto di fronte ai diffusori dello stereo – indipendentemente dal disco che ascolto, e continua a dormire anche quando metto la musica più estrema.

Capita sempre più spesso, però, mentre ceniamo o pranziamo, che tenti di saltare sul tavolo, sicuramente attirata dall’odore del cibo più che dal momento conviviale, e che si rivolga a noi con versi ovviamente incomprensibili ma emessi nei tempi giusti, come se tenesse una conversazione. E so che, se riprendessi quello che accade e pubblicassi la story da qualche parte sui social, diventeremmo delle star del web. Più la gatta che noi, questo è sicuro.

AI AI AI

Standard

Se ci fossero delle telecamere di sorveglianza nelle classi (tra parentesi, vedrete che prima o poi le installeranno) e qualcuno chiedesse di visionare le riprese come nelle serie tv poliziesche, anziché scorrerle velocemente per trovare il punto in cui si vede il serial killer, il detective interromperebbe la riproduzione invece sul fotogramma in cui il docente viene colto con una di quelle espressioni del tipo Perché lo faccio? Non vedi che io non ci vorrei stare qui? Che è uno stato d’animo legittimo in ogni professione, per carità, ma che, se hai a che fare con le persone sane o malate, desta legittimi sospetti tra la gente comune perché lascia intendere che se non hai voglia di fare l’insegnante è meglio che tu vada a fare altro. Stesso discorso se fai il medico, perché potresti fare dei danni e anche grossi. Le immagini della telecamera a circuito chiuso mostrerebbero il collega che, per riempire gli ultimi dieci minuti prima della mensa, troppo pochi per introdurre un nuovo argomento, coglie l’occasione per condividere un’esperienza senza precedenti. Il video di “Grace” degli Idles, il singolo del quinto album appena uscito, realizzato con l’intelligenza artificiale applicata sul video di “Yellow” dei Coldplay. Una figata pazzesca. Si vedrebbe l’insegnante scrivere qualche spunto per far riflettere gli alunni: “Yellow” è del 2000, Chris Martin, che è nato nel 77, ai tempi aveva ventitré anni, e il disco “Tangk”, appena uscito, cantato interamente da Joe Talbot nato nell’84, mentre Chris Martin ora ha 47 anni e, cercando le foto su Google, si vede con la barbetta e qualche ruga in più. Com’è possibile che gli Idles abbiano ingaggiato il frontman dei Coldplay per il video della loro canzone e, soprattutto, che sia ancora tale e quale a se stesso ventitreenne? Le riprese continuerebbero quindi con alcuni bambini della classe che alzano la mano per rispondere con i soliti interventi a sproposito – peraltro proprio dietro la cattedra, a fianco dei cartelli “solo aneddoti brevi” e “please clap on the 2 and the 4”, si nota l’avviso “solo cose attinenti, grazie” – e la frustrazione sul volto dell’insegnante, fino al turno di Fatima che, finalmente, capisce di cosa si tratta. La registrazione continuerebbe con il docente che allora propone un po’ di esperimenti con Dell-E per mettersi in gioco con le immagini realizzate con l’intelligenza artificiale, inventando dei prompt spassosissimi e super creativi come “un gruppo di guerrieri etruschi al centro commerciale di Arese” o “Astor Piazzolla che suona il suo bandoneon nella piazzola di un campeggio”, e poi con il tentativo di coinvolgimento dei suoi alunni a fare altrettanto. Si sentirebbero quindi idee come “Lionel Messi senza capelli”, “Marcus Rashford in stile maranza”, “un cane bassotto a forma di salsiccia”, “un gatto sul dorso di un cavallo”, “mio padre” fino all’apoteosi, “un unicorno che fa la spesa” e, per finire, si leggerebbe il labiale del docente sussurrare una cosa tipo “ma andatevene tutti affanculo”.

quasi dieci minuti di quando quando quando quando di Annalisa

Standard

almeno quattro canzoni per i vostri mash-up con i Santi Francesi

Standard

SANTI FRANCESI – l’amore in bocca

Calcutta – Controtempo

Taylor Swift – Style

Luca Carboni – Luca lo stesso

Fabri Fibra – Stavo Pensando A Te

giorgia

Standard

Il presentatore l’ha annunciata e tutto il pubblico si è alzato in piedi, scandendo a tempo le sillabe del suo nome. Gior-gia, Gior-gia. Gior-gia. Il sangue nelle vene si è gelato quando, dalle quinte che sovrastano la celebre scalinata del palco di Sanremo, è comparsa lei, la presidentessa del consiglio, tutta azzimata in quel suo stile vorrei-essere-percepita-come-la-Merkel-ma-non-posso che le sta da cani. Gradino dopo gradino ha raggiunto il presentatore, mentre l’orchestra e il coro accompagnavano la discesa con l’inno di quel Mameli di cui le patrie tv stanno per mandare in onda la nazifiction e a quel punto, ormai sotto choc, mi sono precipitato a cambiare canale.

La ierofania di cui ieri sera siamo stati involontari (tele)spettatori ha sancito il definitivo strappo, consumando la fase definitiva di uscita dell’Italia dal resto del mondo, almeno sul piano musicale. Per la prima volta nella storia ci siamo totalmente emancipati dal modello stilistico angloamericano raggiungendo la perfetta autarchia armonico-ritmico-melodica. Uno stadio a cui siamo approdati a seguito di un lungo e granulare processo di mutazione perpetrato simultaneamente attraverso i canali che circondano le nostre giornate. La scuola, la cultura, la tv, Internet e i social, quel che resta della carta stampata e della radio, i centri commerciali e i mercati rionali.

Ora siamo finalmente indipendenti, sotto il profilo musicale. La musica tricolore si conferma un genere a sé grazie al quale non abbiamo bisogno di nulla altro. Il pop si è fuso con la melodia tradizionale, il rap si è snaturato in una versione di sé perfetta per la nostra attitudine al melodramma e per la nostra lingua priva di parole tronche, il rock si è piegato all’impeto operettistico e l’indie si è fuso intorno al cantautorato mainstream da quattro soldi, quello che un tempo si ascoltava in playback all’Arena di Verona nella serata finale del Festivalbar. Un trend impossibile da non cogliere, soprattutto se, come me, seguite in modo ossessivo compulsivo quello che succede negli Stati Uniti e in UK, ma anche in posti meno riconducibili alle rockstar come Germania, Belgio, Francia e Australia. Ho scoperto persino una band turca, che fa musica pazzesca.

Oramai tutto questo non serve più. Il processo di isolamento musicale e della non-dipendenza da Bruxelles e, in generale, dai paesi che contano si è compiuto. Ora possiamo fare a meno delle canzoni straniere, avere meno metri di paragone, farci piacere solo quello che ci viene subdolamente imposto e percepire il regime che si è consolidato come il migliore dei mondi possibili. Trap e baby gang, quello che viene fatto passare come il massimo della devianza giovanile, consentono al sistema di incorporare perfettamente il cosplaying della trasgressione più estrema, mentre i loro fratelli di poco maggiori partecipano ai concerti sold-out dei boomer rapper. In quota mainstream, il software-pop riempie stadi e palasport per più sere di fila, malgrado il costo dei biglietti e le difficoltà di accaparrarseli sulle piattaforme di ticketing online. Il monopolio del rock è saldamente nelle mani di Damiano David e dei suoi sodali. Da questa parte del mercato, l’identificazione liquida in questa manciata di categorie stilistiche si fonde in un magma indefinito fatto di streaming, meme, gag su tik tok, talent e retromania acritica.

E comunque, avete ragione. Possiamo considerare il Festival di Sanremo il super bowl di tutto questo, il rito finalmente purificato da ciò che prima contaminava la nostra italianità, la messa di Natale della canzone, dove Amadeus, al quinto mandato, ricopre in modo esemplare il ruolo di sommo sacerdote. Meloni e melodia hanno la stessa radice, d’altronde. Baci e smorfie LGBTQIA+ e ammiccamenti alla pace nel mondo sono inclusi nel pacchetto, una famiglia che si rispetti deve pur avere un figlio un po’ ribelle o impegnato da redimere per mission e verso il quale dimostrare la propria autorevolezza con le sembianze di magnanimità.

Per questo, al compimento della gestione Amadeus, possiamo finalmente sbrigare la pratica delle pagelle del Festival di Sanremo in pochi caratteri, spazi inclusi. Le canzoni, quest’anno, fanno cagare a spruzzo. Tutte. Anche quelle più raffinate, come i Santi Francesi o Geolier, o quelle più presuntuose, come Mannoia, Ghali e D’amico. Sono tutte uguali, tutte ricordano qualcosa, tutte hanno successioni di accordi standard, accordi tricolore suonati con strumenti tricolore che danno vita a composizioni perfettamente riconducibili alla musica tricolore, come la pasta e la mafia. Un unico specifico che ci siamo scelti perché ci piace essere così, ignoranti, mascalzoni latini e diversi da tutto.

Subsonica – Realtà aumentata

Standard

Avete presente quel giochino del genio della lampada e dei desideri impossibili da esaudire, quello da fare da soli o in compagnia? Anche se si tratta poco più di un innocuo pourparler, io non sprecherei comunque un’opportunità di questa portata con inutili velleità come vincere alla lotteria, sposare la mia attrice preferita, possedere la forza fisica di Superman, beneficiare dell’immortalità o essere investito del superpotere dell’invisibilità per fare i dispetti alle persone a casa loro. Resti tra noi, ma ho sentito persino di gente che opterebbe per un giorno da trascorrere nella Roma dei tempi di Ottaviano Augusto per assistere, dal vivo, a una conversazione in latino.

Per me, con un solo desiderio impossibile a disposizione, nulla di tutto questo. Io chiederei il dono di poter ascoltare di nuovo i Subsonica per la prima volta. Di poterli ascoltare senza averli mai sentiti prima, senza sapere chi sono.

Chiederei al genio della lampada di ricevere di nuovo la telefonata di quel cantante mio amico un po’ strambo, quello nell’entourage degli Africa Unite, che mi lancia l’idea di accompagnarlo al primissimo esordio live del nuovo progetto di Max Casacci, chitarrista appena fuoriuscito dalla band di Madaski e Bunna, e lì scoprire che si tratta della stessa band notata qualche settimana prima in un discobar del ponente ligure, in una formazione non ancora definita, alle prese con un’originale cover di “Impressioni di settembre” della PFM, addirittura con il celebre tema di synth riprodotto con il basso e arrangiata con quel ritmo reggaeggiante che, poco dopo, sarà utilizzato per “Cose che non ho”.

Chiederei al genio della lampada di non aver mai assistito a più concerti dei Subsonica nel periodo d’oro (dall’esordio omonimo fino ad Amorematico) di qualunque altra band o artista nel resto della mia vita fino a oggi e di cancellare dalla mia memoria anche gli svariati aneddoti tratti dal loro diario di bordo (se eravate sull’Internet nel 1998 o 1999 sapete di cosa parlo).

Gli chiederei non di aver mai portato mia figlia a sette anni a un loro concerto al Forum di Assago, da cui poi scappare lei, mia moglie ed io alla prima canzone (pur avendo pagato i biglietti) a causa del volume e conseguente rimbombo dei bassi e della cassa insostenibile, per la sua età. Una reazione piuttosto prevedibile, nonché meritato contrappasso a fronte di un patetico tentativo di ingerenza sui suoi gusti musicali

Mi porrei così al cospetto di Realtà Aumentata dei Subsonica senza conoscere nulla dei Subsonica. Tabula rasa e completamente vergine sui Subsonica ma non nel 1996, bensì oggi, ai tempi delle friggitrici ad aria, della guerra nella striscia di Gaza, di Lollobrigida, di Rondo e Baby Gang, del bonus 110, dei novax, dei video tutorial e del digiuno intermittente.

Il punto è proprio questo: l’ascolto di Realtà Aumentata esaudisce in parte il mio desiderio impossibile. Ascoltare Realtà Aumentata dei Subsonica è un po’ come ascoltare, per la seconda volta, i Subsonica per la prima volta.

Se fosse così, all’uscita di Realtà Aumentata, scoprirei il genere musicale esclusivo dei Subsonica che, al netto dei gusti (può piacere o non piacere) non ha eguali, né dalle nostre parti, né altrove. Nel potere maledettamente evocativo che ha la musica, i Subsonica non ricordano nessuno se non loro stessi e solo loro sanno suonare come i Subsonica.

Il modo in cui Samuel pronuncia le vocali, le parti di synth di Boosta, la sobrietà chitarristica di Casacci, i fill di quel mostro di tecnica che sta dietro ai tamburi e lo stile con cui il basso di Vicio si infiltra dappertutto, tanto per iniziare. Per non parlare delle intrepide e spiazzanti trovate armoniche, del substrato sonoro al limite del kitsch e così denso di mandate da perdere la testa, e quel mix di vissuti musicali con cui è stato costruito il loro sound. Anzi, è incredibile come nessuno, in tutto questo tempo, abbia mai tentato di emularli, a parte qualche goffo approccio alla tenuta del palco da parte del cantante dei Negramaro. È incredibile che non ci sia nessuno, in Italia, di cui si possa dire che suona come i Subsonica, che non sia mai uscito un disco che è “tipo quel disco dei Subsonica”.

Ed è sorprendente che il pop italiano di adesso non abbia nulla a che vedere con i Subsonica (che comunque un po’ pop i Subsonica lo sono), ma nemmeno l’indie o le sperimentazioni elettroniche (che comunque un po’ indie ed elettronici i Subsonica lo sono), tantomeno i derivati della trap (no, per fortuna con la trap non c’entrano un tubo). È inspiegabile come i Subsonica siano, da sempre, al di sopra del tempo.

Eppure, se il mio desiderio venisse davvero esaudito, non potrei non ammettere la modernità di quello che sento, non appurarne la sintonia con i tempi cupi che corrono, non cogliere la maturità nella lettura della realtà e la sua efficace trasposizione in liriche per canzoni. Persino, in alcuni passaggi, ravvisare la mezza età di chi suona (Casacci è del 1963) e la sensibilità assai più credibile sia rispetto agli artisti cinquantenni super-giovani ancora in attività, sia rispetto a quelli sessanta-settantenni in andropausa artistica, pur professando, i Subsonica, un genere musicale fortemente electro-qualcosa che, da sempre, è il genere musicale giovane per eccellenza.

Tutto questo senza la necessità di fare un check, brano per brano, con la lista dei rispettivi titoli da una parte e dall’altra, tra questo e un disco perfetto come Microchip Emozionale, per calcolare la differenza di peso e di valore in qualità come facciamo sempre con i nuovi dischi dei Subsonica.

Allora, lasciatemi un paio di considerazioni. Realtà Aumentata è il disco più da Subsonica dei Subsonica dai tempi di allora, il quarto meritato successo ufficiale in ordine cronologico dopo SubsonicaMicrochip Emozionale e Amorematico, e paradossalmente il primo vero disco dei Subsonica in cui la band non si guarda indietro con lo sterile tentativo di bissare gli antichi fasti ma esprime una personalità rivolta al futuro, più autorevoli che mai.

Nessuno, degli album dei Subsonica pubblicati dopo quella stagione, può vantare la totale assenza di passi falsi tra le tracklist e di ritmi dispari come questo. “Cani Umani”, “Mattino di Luce”, “Pugno di Sabbia”, “Universo”, “Nessuna Colpa” (con la voce di Samuel modificata con il pitch nella strofa a renderlo irriconoscibile), sono un’esplosione dietro l’altra. Si tira il fiato paradossalmente solo con “Missili e Droni” e, subito dopo, con “Scoppia la Bolla”, per farsi nuovamente risucchiare nell’iperspazio di “Africa su Marte”, fino a “Grandine”, “Vitiligine” e l’addio di “Adagio”, una colonna sonora che ammicca a certe atmosfere strumentali di Low di Bowie, perfette per dei titoli di coda che ci lasceranno, probabilmente, al buio per un po’ e da soli, con il ronzio nelle orecchie.

Probabilmente il miglior disco di una band italiana riconducibile alla musica per adulti degli ultimi decenni, Realtà Aumentata esce nella stessa settimana in cui, su uno di quei canali inutili della tv digitale, sono iniziate le repliche della prima stagione di ER e (per puro caso) ho assistito alla proiezione di Perfect Days di Wim Wenders, anche questo un link (analogico come le cassette protagoniste del film) con un periodo storico in cui il presente era perfetto. Il nuovo anno inizia con un colpo di scena. Il genio della lampada, trentenne come me nel 1997, mi sta inviando dei segnali. Allora chiudo gli occhi e conto fino a tre, magari è la volta buona che un desiderio impossibile si avvera.

ci siamo fatti così

Standard

Ci sono cose che hanno del miracoloso, tra le prime che mi vengono in mente c’è questa qui che ho davanti, per la quale schiaccio dei tasti di plastica con delle lettere stampate sopra e miracolosamente la stessa lettera si manifesta su uno schermo, ma anche certe funzionalità del corpo umano, ne parlavo qualche giorno fa introducendo l’argomento che iniziamo ora in scienze. Cellule, tessuti, organi, apparati e sistemi. “Ma ci pensate?” è la domanda retorica che ho posto ai miei bambini. Loro mi hanno guardato come sempre, come quando stanno per chiedermi se possono andare a fare la pipì proprio mentre io sono al momento cruciale del mio TED sul senso della vita. “Maestro posso andare in bagno?” e io, in risposta “Ma ti perdi una parte importante di spiegazione. È urgente?”. Inutile che vi dica come va a finire, le bambine sono già alle prese con il ciclo e non sai mai perché vogliono assentarsi, e allora devi mandare anche i bambini perché non sarebbe corretto e poi, se non li mandi, comunque i genitori si infuriano.

Comunque, tornando alla domanda retorica “Ma ci pensate?”, chiaro che non ci pensano, che non si pongono il problema del miracolo dei mitocondri o del sistema nervoso o dei globuli rossi e tutto lo sbattimento che fanno, non so se avete mai visto i cartoni animati sul corpo umano che, ancora oggi, costituiscono l’approccio pedagogico alle stem più autorevole e diffuso. Si accendono le luci nelle loro teste solo quando si parla di femmine e di maschi e di quello che combinano con i loro apparati riproduttori, per il resto è un tirare ai due intervalli e all’uscita. Non c’è apotema o funzione ricorsiva o progressione armonica che mi trasmetta da parte loro, mi accontenterei anche solo di un impercettibile sollevamento delle sopracciglia, una qualsiasi espressione di “cazzo che bella storia imparare le cose che ci spieghi, maestro, dimmi di più su Kind Of Blue e il jazz modale”.

Non li biasimo. C’era anche la puntata sul ciclo della vita, e probabilmente alla cattedra devo fare lo stesso effetto che fa a me vedere Augias alla tv, i capelli e la parlata un po’ biascicata si somigliano abbastanza, d’altronde anagraficamente sono molto più vicino a lui che a loro. Che poi, alla cattedra, chi ci sta più? La mia collega prefe si siede in cerchio sul pavimento con i bambini ogni inizio settimana e li fa parlare di quello che sentono dentro, per dire. Quando assisto a questi metodi, più efficaci e coinvolgenti dei miei (praticamente tutti) mi ripeto che, quando si presenterà l’occasione ci proverò anch’io, sempre che riesca poi a rialzarmi da terra. Ho un collega che ha qualche anno più di me e che a me dà l’effetto di mio nonno ma sono di parte, sicuramente nessuno, osservandoci dall’esterno, coglie la differenza. Indossa felpe e sneakers colorate che trovo in contrasto con gli spazi vuoti dei molari che gli mancano e i capelli radi e lunghi che porta pettinati all’indietro. Ci siamo scambiati qualche impressione su un nuovo modo di insegnare la matematica ma, mentre mi parlava, non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso e, da allora, ho ripreso a indossare la camicia, perché il collo, quando inizia ad ammorbidirsi – diciamo così – è meglio occultarlo.

L’unico aspetto che mi lega alle nuove generazioni è, paradossalmente, la cosa che so fare meglio nella scuola, cioè risolvere i problemi dei computer, di quello che non funziona dentro e quello che gli sta attaccato. Saremo soppiantati insieme, quelli come me e quei ferrivecchi con cui stiamo affrontando la transizione digitale. Verremo ridotti in briciole come a Ercolano e Pompei, e gli archeologi del futuro ricaveranno i calchi con il gesso di noi nello spazio che lasceranno i nostri corpi sorpresi, con il cacciavite in mano, nell’atto di sostituire le lampade bruciate dei proiettori delle LIM.

sturdy

Standard

Allora siamo d’accordo. L’appuntamento è per martedì prossimo alle 14.30, prima ora dopo la mensa. Andiamo in terza B a insegnare lo sturdy a quei mocciosi di otto anni. Tutto perché ci siamo incontrati per una supplenza e ho notato un paio di nanetti arroganti che, nel solito gioco del jukebox, hanno accennato due mosse di breakdance. Si tratta di quello con la coda che – paradossalmente – quando è stato il suo turno di scegliere ha richiesto il “Pescatore” di De André, e il suo compare con i capelli rossi e il ciuffo, quel piccoletto che sembra uscito dalle vignette della Settimana Enigmistica, avete capito, quello dell’ultima fila che interviene sempre senza alzare la mano. Le femmine no, loro sono ancora nella fase dei balli di gruppo che è diventata una vera e propria disciplina a sé all’oratorio che è una cosa che non ho mai capito, quella di insegnare le mosse di “Danza Kuduro” e di “Bomba” ai bambini, con l’aggravante degli ammiccamenti sexy in un luogo frequentato da preti, insomma ci siamo capiti. Ha ballato persino una specie di reggaeton anche la bimba cingalese, per un corto circuito di integrazione e inclusione che non ha eguali. È una tipetta fortissima, ogni volta che la incrocio nei corridoi o in fila all’uscita le chiedo di pronunciarmi tutto d’un fiato il suo cognome da record: 18 caratteri spazi esclusi in un’unica parola. Lei obbedisce sorridendo, sa che mi diverte di brutto e devo esserle simpatico.

Allora ho colto la palla al balzo e ho condiviso l’idea con la loro docente che poi è la collega con cui ci lanciamo in questi esperimenti di classe fuori dalla classe. Lei ha accettato con entusiasmo, non è facile trovare idee fresche per organizzare attività di musica ai bimbi se non hai una formazione didattica apposita, cosa che non ho nemmeno io, sia chiaro. I miei alunni, ormai da un paio di mesi, si sono dati anima e corpo allo sturdy. Marco, che non avrei mai detto in prima che avesse la stoffa della leadership, ha contagiato il suo gruppetto più stretto con la sua passione e poi, grazie allo spirito di emulazione dei pari proprio dell’età, la pratica dello sturdy si è estesa a quasi tutti, a parte le ragazzine più recidive, compresa quella a cui i genitori, estremisti cattolici novax, impediscono persino di festeggiare halloween come tutti gli altri. Nell’intervallo corto e in quello lungo, quando non scendiamo in giardino perché fa freddo o c’è brutto tempo, si mettono in cerchio nello spazio antistante la Lim, scelgono su Youtube le canzoni più adeguate e poi, a turno, vanno in mezzo e si esibiscono con i passi standard di quella specie di Kazačok, il ballo dei cosacchi, o come diciamo noi in Italia dai tempi del Cantagiro e di Dori Ghezzi, Casatschok. Mi soffermo spesso a osservarli, ognuno con il suo stile. Chi è più atletico ma fa sembrare la danza una disciplina della ginnastica. Chi è più goffo. Chi ha meno forza nelle gambe, quindi con i risultati peggiori. Chi invece ha più stile, che poi è solo Marco, ma non glielo dico perché non voglio che i suoi compagni restino delusi. La danza è una questione di personalità ed è bello sentire di potersi muovere liberamente, fuori da ogni categoria.

Il problema è che la musica che fa da base allo sturdy fa cagare a spruzzo a livelli stratosferici e poi il repertorio a loro disposizione è piuttosto limitato. Quindi, alla terza o quarta riproduzione in loop dei successi di Rondo o di “Manzi in Romania”, chiedo a Marco e alla sua crew di eseguire i loro balletti a memoria, senza canzoni di sottofondo. Mi verrebbe da mettere “Roots Bloody Roots” o i Carcass a manetta ma so già che, con l’approccio genuino dei preadolescenti alla contrapposizione con gli adulti, riuscirebbero a deridere anche le cose più estreme che conosco. È impossibile estinguere le emancipazioni culturali devianti delle nuove generazioni, l’unica cosa che possiamo fare è intercettarle per sminuirne la portata trasgressiva, declassarle a componenti strutturali della società per far sentire i giovani non così fuori di testa come gli competerebbe. Nessun alternativo cresciuto nel sessantotto o nel settantasette o negli anni ottanta o nei rave party sopporta di avere qualcuno che lo sorpassa a sinistra con qualche trovata più estrema della sua e certa trap, sturdy compresa, è oggettivamente la cosa più folle mai vista e sentita da sempre.

Ho proposto alla crew dello sturdy della mia classe di far vedere di che pasta sono fatti, trasferendo a quelli di terza B le tecniche delle acrobazie che ostentano nelle loro esibizioni e mettere a frutto il loro talento. La strategia è chiara: diventare insegnanti di qualcosa significa mettersi in una posizione di autorevolezza e non c’è nulla di più antitetico all’autorevolezza come chi pratica la cultura della strada e dei parchetti e delle canne e delle gang della trap, che poi è cultura inconsapevole, nel senso che chi la professa non sa che sta professando una cultura ma pensa di fare delle cose a cazzo. Che infatti sono cose a cazzo ma, in qualche modo, le famiglie e la scuola e gli adulti in genere devono fare qualcosa, altrimenti, le nuove generazioni, le perdiamo definitivamente. Andremo a insegnare lo sturdy in terza B, e i miei alunni sono già gasatissimi.