koda

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Vivo in un borgo alla periferia nord di Milano – casa mia è ubicata a meno di un km dal cartello che sancisce ufficialmente i confini urbani – che i poteri forti hanno deciso di isolare dal resto del mondo. Non so spiegarmi il motivo se non con il fatto che ci abito io che sono un blogger di tendenza che pesta i piedi a chi ordisce complotti e a tutte quelle organizzazioni lì che tramano per cancellare il genere umano dalla faccia della terra e fare tabula rasa per l”ormai programmata sostituzione della razza del milanese con quella delle popolazioni che odiano il presepe.

Non si capisce infatti perché tutte le vie di accesso e di uscita dal borgo in cui vivo (lo chiamo borgo anziché paesello o quartiere dormitorio o hinterland per dami un tono e farmi sentire come uno di Colle Val d’Elsa) simultaneamente siano oggetto di lavori, risultino chiuse o a doppio senso ma a una carreggiata perché l’altra è in fase di ristrutturazione, con il risultato che uscire o entrare da qui è un’impresa per la quale ogni volta occorre prepararsi psicologicamente.

Tutto questo con l’aggravante che, da quando siamo fiaccati dal Covid, la gente preferisce muoversi in auto piuttosto che usare i mezzi pubblici, variabile impazzita che impazzisce ulteriormente – non mi sono mai spiegato il perché – sotto Natale, come se tutti ci fossimo messi d’accordo per muoverci in massa alla ricerca dei regali rigorosamente prendendo la macchina. Il risultato è che occorre programmare ogni spostamento con attenzione, partendo almeno mezz’ora prima per avere un margine sufficiente da dedicare al tempo da trascorrere in coda al semaforo o bloccati nel traffico.

C’è una specie di tangenziale, per noi una vera e propria arteria grazie alla quale raggiungiamo facilmente ogni destinazione verso ogni punto cardinale, per la quale è stato previsto un sacrosanto interramento in previsione di Expo 2015. Siamo nel 2021 e, manco a dirlo, non è per nulla finita e anzi più passa il tempo e più ci privano di un pezzetto tanto che, ogni volta, è possibile imbattersi in un ingresso chiuso o un’uscita indisponibile e, magari, spostata più avanti, così da aggiungere oltre alla coda in un senso anche quella in senso opposto, per tornare indietro.

A me piace che il sistema, quello sano, per intenderci, quello che si oppone ai poteri forti, faccia di tutto per scoraggiarmi a usare l’auto e muovermi con i mezzi o in bici. Nonostante ciò le volte in cui sono obbligato a usare la macchina mi trovo sempre più spesso fermo con il motore acceso, con un’auto prima e una dietro, a osservare il discutibile panorama ai lati in attesa che finalmente sia il mio turno e possa proseguire con successo l’esperienza di spostamento da un punto all’altro che cerco di portare a termine.

La gente, quella che invece non vuol essere disincentivata a spostarsi con il proprio suv, sta uscendo di testa e posta sui social le foto delle code. Code in entrata e in uscita dal paese. Code con il tramonto rosso o con la brina ghiacciata del mattino. Code con uomini che pisciano nelle aree di emergenza e code con manifesti pubblicitari di organizzazioni anti-abortiste. Code con scoiattoli che si arrampicano sugli alberi e persino con le volpi e le lepri che fanno capolino dai loro nascondigli per vedere che cosa sta succedendo, perché ci sono così tanti esseri umani fermi con i loro mezzi di trasporto.

Forse un giorno tutti i lavori termineranno e si potrà riprendere a sfrecciare sulle strade con i nostri bolidi noleggiati a lungo termine – così è come avere sempre la macchina nuova –  e tornare a far valere il principio della velocità come fattore discriminante della società. Ora, tutti fermi in coda, sembriamo davvero tutti uguali. Il piano dei poteri forti è molto più democratico di quando potessi immaginare.

top secret

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I compiti in classe e le prove di verifica sono atti amministrativi della scuola, in base ai quali i docenti documentano e formulano le loro valutazioni sugli apprendimenti degli alunni. Ai sensi della normativa sulla sicurezza dei dati (cosiddetta ‘privacy’, D.Lgs. n. 196/2003 e Regolamento UE 27 aprile 2016, n. 679), il titolare ultimo di tutti gli atti e dei documenti della scuola è il Dirigente Scolastico: nessun atto può quindi essere dato in originale senza la sua autorizzazione e nessuno è autorizzato a fornire copia di verifiche, compiti in classe, relazioni, registri o qualunque altro atto della scuola senza la specifica autorizzazione del Dirigente Scolastico.

La normativa riguardante la trasparenza e il conseguente diritto di accesso agli atti da parte di cittadini verso la Pubblica Amministrazione (L. 241/1990, D.P.R. 184/2006 e successive modifiche) sancisce la legittimità della richiesta dei genitori di poter “visionare” compiti e verifiche dei loro figli e di richiederne copia.

Nella normativa citata, si distinguono un accesso “informale” agli atti, mediante motivata richiesta anche verbale di visione degli stessi, e un accesso “formale”, mediante presentazione di istanza documentata.

Sulla base di quanto sopra, si dispongono le seguenti modalità per le richieste in merito da parte dei genitori:

  1. accesso informale: i genitori possono chiedere ai docenti di “visionare” compiti e verifiche svolti in classe dai propri figli; i docenti daranno visione agli interessati della documentazione richiesta, chiarendone gli aspetti pedagogico-didattici e valutativi; questo può avvenire durante il ricevimento settimanale con le famiglie;
  2. accesso formale: i genitori che necessitano di una copia di tali documenti debbono presentare richiesta indirizzata al Dirigente Scolastico, in cui dovranno indicare tutti gli estremi del documento oggetto della richiesta, specificare l’interesse (diretto, concreto e attuale) connesso all’oggetto della richiesta ed esplicitare la propria identità. Previa autorizzazione del Dirigente Scolastico, i docenti provvederanno quindi a fotocopiare o a far fotocopiare il documento richiesto e a consegnarlo alla Segreteria didattica. I genitori, durante gli orari di segreteria, a seguito di una comunicazione via mail da parte dell’Istituto, a fronte di una firma per ricevuta e del corrispettivo economico dovuto, ritireranno presso la segreteria didattica la copia della verifica richiesta.

Il sonno di una scuola unicamente basata sulla valutazione non può che generare mostri come quelli che leggete qui sopra. Si tratta di una circolare circolata tra dirigenti e pubblicata più o meno as is su diversi siti di istituti di ogni ordine e grado.

Quando la scuola è unicamente basata sulla valutazione succede che i genitori intendono i voti come unità di misura ufficiale per pesare il cervello, la personalità e il futuro dei loro figli. I figli, cioè gli studenti, provano ogni mezzo e trovano i sistemi più raffinati per adulterare il punteggio con valori i più alti possibili – allo stesso modo in cui alle medie immergevamo il termometro al mercurio nel the bollente per darci malati e evitare l’interrogazione di matematica – con l’obiettivo di non tradire le altissime aspettative dei genitori. I docenti applicano metriche da mercato rionale mandando in vacca ogni criterio di raggiungimento degli obiettivi e, allo stesso tempo, cercano con i corsi di formazione più sofisticati di intercettare i metodi di contraffazione delle prove dei loro studenti che, grazie ad acronimi del calibro di BYOD e DAD, oramai vivono su un altro pianeta, altro che cloud.

Come potete leggere su questa circolare – provate a cercarla sul sito della scuola dei vostri figli o di quella in cui insegnate, sono sicuro che salterà fuori – le verifiche scritte sono dunque intese atti amministrativi, una cosa che fa sembrare la scuola un tribunale. Un posto dove si rischia una denuncia e non un luogo invece dove ci si diverte con la cultura, con lo stare insieme ai compagni, con l’imparare e tutte quelle cose belle che si leggono nella documentazione ufficiale, nei piani di offerta formativa e nei libri degli specialisti dell’educazione.

Nessuno vuole prendersi la responsabilità di ammettere che un sistema scolastico così è oramai superato. Anziché cambiarne i paradigmi gli sforzi sono tutti volti a definire i confini in modo da non incorrere nel rischio di un ricorso. Genitori contro insegnanti. Insegnanti contro studenti. Studenti contro dirigenti. Dirigenti contro il personale di segreteria. Tutti gli stakeholder della scuola, anziché perseguire un obiettivo comune, mirano alla sopravvivenza del proprio clan senza incorrere in grattacapi. Per farvi un esempio, la prof di matematica di mia figlia fa strappare agli studenti le brutte delle verifiche. Non sia mai che qualcuno le porti a casa e possa ravvisare incongruenze con la valutazione effettuata sulla copia consegnata. D’altronde gli insegnanti non vogliono essere valutati, i genitori sono ingerenti, i dirigenti sono manager senza budget, in segreteria lavorano spesso persone che nessuna azienda privata assumerebbe. Si dice che la scuola dev’essere inclusiva, ma è bene che inizi a non esser più divisiva.

linea verde

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Ma che ci fa Luca Sardella nello spot dell’Amaro del Capo? Ah, il jingle è suo.

mango

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David non mi ha ancora risposto e io vado nel panico. Sono diversi gli elementi che mi trasmettono la gravità della situazione. Ho chiamato l’agenzia in cui lavoravo prima di fare l’insegnante con il telefono fisso perché il mio smartphone, a furia di tentativi di rintracciare il numero di cellulare del mio ex-collega nella rubrica, si è letteralmente squagliato. Quest’estate, tanto per cambiare un po’, avevo comprato un mango all’Esselunga approfittando di un’offerta al trenta per cento. Il problema è che si tratta di un frutto che, per tagliarlo, sbucciarlo e presentarlo a tavola comporta un’abnegazione unica. Devi proprio voler mangiare un mango a fine pasto. In estate abbiamo ottima frutta di stagione a km zero unica e il ricorso ai prodotti esotici è contrario a qualsiasi approccio alla sostenibilità ambientale. Alla fine ci siamo ridotti a mangiare il mango come immagino facciano i selvaggi o, meglio, le popolazioni autoctone che hanno gli alberi di mango in giardino (sempre che il mango cresca sugli alberi, questo ditemelo voi) e possono permettersi di non fare un cazzo dal mattino alla sera grazie alla caccia, alla pesca e ai tesori della natura a portata di mano. Il risultato è stato quello di impiastrarsi la faccia con i residui di polpa rimasti intorno al nocciolo fino a una poltiglia di brandelli di mango tutt’altro che appealing, tanto che non ho più sentito parlare di mango fino al sogno di stanotte: ho cercato il numero personale di David sul mio smartphone con così tanti tentativi fino a quando mi si è ridotto a una poltiglia in mano ma ho pensato che comunque, esponendolo al sole, si sarebbe ricomposto come fanno certi materiali con cui facciamo i lavoretti a scuola e che devi lasciarli asciugare per valutare il risultato. Io e David eravamo colleghi in quell’agenzia. Lui fa il grafico ma se la cava molto bene con le foto e i video. Io per arrotondare prendo qualche incarico dai miei ex datori da lavoro ma devo aver fatto confusione e mi sono accorto che, appena mi sveglierò, dovrò recarmi contemporaneamente a fare delle riprese video in due posti diversi. Mi assale l’angoscia malgrado, come ho scritto prima, si tratti di un sogno e non risolvo la cosa pensando che comunque un impiego fisso ce l’ho – ora sono un insegnante di ruolo – e quindi anche se combino un pasticcio con altri committenti e questi non si rivolgeranno più a me chi se ne importa. Invece prendo la cosa con il solito pallosissimo senso di responsabilità e così mi metto in testa prima di sentire Ivan, il cameraman ufficiale dell’agenzia. Chiamo Caterina con lo smartphone – ancora intatto – per verificare se non sia un problema che io incarichi Ivan al mio posto. Caterina fa la PR e deve riprendere un’intervista a un marketing manager – suo cliente – che poi fornirà a una testata di settore di fiducia congiuntamente a un comunicato stampa. Malgrado siano già le sei del pomeriggio passate, Ivan è ancora in ufficio ma, memore del disprezzo che provavo nei suoi confronti, si rifiuta di aiutarmi. Per farvi capire, Ivan è quello che all’uscita dalla Cappella Sistina mi aveva rivelato di non averla gradita perché troppo “pacchiana e sfarzosa”. Ed è a quel punto che mi viene l’illuminazione di giocarmi la carta David e, a complicare il tutto, la pessima qualità della rete 4G a casa mia manda in pappa – nel vero senso della parola – il mio Motorola. Caterina dall’altra parte della linea non risponde più. Negli ultimi momenti di vita del mio cellulare riesco a farmi passare David, che lavora nella postazione di fronte a lei, ma di quello che dice riesco a cogliere ben poco. Sembra addirittura che si lamenti della scarsa considerazione che provavo nei suoi confronti – cosa che non è assolutamente vera, anzi – e che quindi si meraviglia del fatto che ora mi rivolga a lui per trarmi da una situazione di impiccio. Poi il silenzio. Lo smartphone si decompone definitivamente, fino ai singoli circuiti. Ma ecco il lampo di genio: posso usare il telefono fisso, anche se è un dispositivo che non è più di moda se non per chiamare e ricevere telefonate dalle persone anziane di famiglia, con tutta la gravità che ne comporta. Nel sogno ricordo ancora perfettamente la sequenza delle cifre che, dette due a due, compongono il numero dell’agenzia. La centralinista non è più la stessa ed è una fortuna perché ho fretta – chissà se, a differenza di Ivan, David è ancora in ufficio – e quando dico che sono io non collega la cosa al fatto che prima lavorassi lì – deve pur avermi sentito nominare, o aver letto il mio nome su qualche cartella in giro nell’Intranet aziendale – e non si perde in conversazioni time-consuming, come si dice in quell’ambiente. Mentre mette la chiamata in attesa per passarmi il collega però mi rendo conto che la cosa non ha assolutamente senso. Io non sono un operatore video, innanzitutto, quindi com’è possibile che abbia accettato incarichi che esulano dalla mia competenza? O, meglio, me la cavo a fare riprese ma non sono un professionista e, soprattutto, non possiedo l’attrezzatura adeguata. Forse volevo spacciare delle riprese fatte con lo smartphone di mango per un video in 4K? Comunque è tutto inutile perché David, a questo punto della storia, non mi risponde più. Il segnale che si percepisce nella linea è eloquente. Abbasso la cornetta, mi sveglio, e penso che potrei provare a giocare il numero fisso di telefono dell’agenzia in coppie di cifre al lotto, se solo sapessi come si fa.

dietrologia per una merendina

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C’era una volta una mamma single in carriera che lavorava in una multinazionale, una di quelle aziende in cui il sole non tramonta mai e se ti occupi di certe cose come il marketing capita che di giorno hai a che fare con colleghi europei, di sera si svegliano gli americani e a notte fonda ti tocca rispondere alle e-mail degli asiatici. Uno scenario in cui non è così raro mettersi la sveglia alle quattro del mattino per partecipare a una call con sconosciuti che parlano comunque un inglese più fluente del tuo dall’altra parte del mondo. Cose già viste e stra-viste e, vi dirò di più, provate sulla nostra pelle. Un andazzo, o trend come si dice ora, che con lo smart working si è ulteriormente esacerbato e se prima eravamo già schiavi del lavoro in rete oggi siamo tutt’uno con il cloud, così digitalizzati da essere digitali, effimeri, diafani, facili prede di hacker russi e di ransomware che ci chiederanno soldi per avere in cambio noi stessi. Fino a quando si sveglia il figlioletto della mamma single che è in piedi da un pezzo per mettere insieme uno stipendio decente e, al posto di una fetta di pane con la marmellata, per colazione se la cava con una merendina confezionata, una di quelle che i genitori bioblu non offrirebbero nemmeno al figlio del loro peggior nemico. La mamma fetta al latte ha ancora le cuffie ma si capisce lontano un miglio che la call sta per terminare. A breve inizierà la seconda parte della giornata che la vedrà, ancora sveglia, portare il bambino a scuola e rimettersi al lavoro con le call con i colleghi italiani. C’è ancora tutto un mondo davanti, e le ore sembrano infinite. Togliti le cuffie, mamma. Tuo figlio ha bisogno di te.

sette

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La scuola a funziona a due velocità. Non sono più uno studente da un pezzo ma sono certo che la settimana di chi va a scuola duri circa un mese. Avete letto bene. Per tirare al venerdì pomeriggio, o per chi fa la settimana piena arrivare al sabato, trascorrono stagioni, addirittura anni e in alcuni casi lustri fino a quando, finalmente, si può uscire, fare tardi nei club e la domenica mattina dormire. La settimana degli insegnanti dura invece a malapena un paio di giorni e nessuno ha ancora compreso quale sia il motivo di questa percezione ai confini della realtà.

Il mio orario settimanale quest’anno comprende sei ore a lunedì e sei ore al martedì. Questo vuol dire praticamente che mi brucio in due giornate la metà del monte ore dedicato alla didattica.

Alla primaria non c’è bisogno di quei software complessissimi pensati per incastrare l’orario dei professori. In due maestri per classe ci si distribuisce le ore a seconda della rispettiva disponibilità. La mia collega di team si è organizzata la sua presenza pensando al figlio che quest’anno va alle medie e deve seguirlo nello studio. Per questo è risultata una distribuzione dei turni così sbilanciata. Per alcuni colleghi questa equità è oggetto di battaglie sindacali e sfide in presidenza, ma a me va bene tutto. Non ho grossi problemi. Vengo da una realtà professionale in cui non c’erano giornate lavorative. Ci si metteva davanti al computer e non si sapeva quando sarebbe terminato il lavoro. A volte la mattina ci trovava già con il pc acceso dalla notte prima.

Ecco perché per me è indifferente lavorare la mattina oppure nel pomeriggio e non ho ancora capito se cambiando gli orari la cosa potrebbe giovarmi. Non nascondo però che quest’anno faccio un po’ più fatica. L’aver concentrato dodici ore nel giro di trentasei circa mi pesa. Ed è per questo che arrivo al martedì sera come se avessi conquistato mio vero venerdì sera. Stanco, spossato, completamente bollito, con una birra media in mano davanti alla tv.

Mi sono così adattato a questa situazione solo ribaltando completamente tutte le priorità e le aspettative sulla settimana. Finisce che la febbre del sabato sera – il Covid non c’entra – mi assale il mercoledì, mentre dovrei essere nel pieno della mia settimana lavorativa, e già al venerdì pomeriggio accuso già quel malessere che in condizioni normali mi renderebbe inviso il lunedì mattina. Proprio così. Il mio martedì è in realtà un venerdì, quindi la domenica è come se fosse un giovedì e già al venerdì sera mi arriva l’eco della musica della Domenica Sportiva. Se esco, in giro trovo tutto chiuso anche se è tutto aperto, e se fossi ancora fidanzato la porterei tutto azzimato al ristorante cinese e poi andrei al cinema.

Non ci avete capito nulla, vero? Nemmeno io. Ora non so più quando riprenderà quel tourbillon di ore in classe, di materie, di bambini che fanno domande, di quaderni da consegnare e da ritirare, di compiti da correggere, di parole parole parole e forse è questo il motivo per cui, agli studenti, le settimane durano mesi, stagioni intere, anni. Dentro alle loro settimane c’è tutta la confusione che facciamo noi adulti.

idles – crawler

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“Crawler” è pervaso dalla voglia di sperimentare, in alcuni punti riuscita, in altri solo in potenza. Risulta comunque un’evoluzione compositiva, una maggiore varietà di format rispetto al consueto girare al massimo la manopola dei toni forti, urlati, sguaiati e senza ritorno.

“Ultra mono” era una pallonata rosa in faccia. “Crawler” ancora peggio. È un carro armato che ti stira e, ingranata la retro – ammesso che i carri armati ne siano dotati – dà una seconda passata per assicurarsi che, davvero, non sia rimasto nulla.

Ogni riferimento ai trasporti eccezionali potrebbe risultare paradossale in un album che, a quanto sostiene Joe Talbot, nasce da certe riflessioni scaturite dall’essersi trovato a pochi centimetri e pochi istanti da un incidente che probabilmente gli avrebbe precluso la possibilità di fare altri dischi. Un motociclista che, una notte, gli è volato vicino, ai duecento all’ora, mentre si trovava in macchina. La fragilità della vita e la casualità del tutto. Ben altra cosa rispetto a David Bowie, lui che invece si scontrava sempre con la stessa automobile, girando all’infinito nel garage di un hotel in preda a chissà che cosa. Una metafora al servizio di tutto quello che ci spinge a commettere gli stessi errori, di continuo. Come biasimarci, noi esseri umani.

Non che qui, in “Crawler”,  non ci siano tracce di problemi con le dipendenze. È un disco, intanto, ed è stato composto da gente con trascorsi mica da ridere.

Ma è anche un segno che la pandemia, la stessa che ha portato la salute mentale e fisica collettiva del pianeta al punto di rottura, ci offre un modo tutto nuovo di vedere le cose, di osservare noi stessi. Una riflessione indulgente, empatica e comprensiva. Responsabili delle nostre azioni, c’è comunque lo spazio per prendere un respiro e perdonarci. Se la vita è piena di bivi e non è detto che ci sia Google Maps a farci arrivare sani e salvi – non c’è un’app per prevenire gli incidenti, per ora solo riporta quelli già accaduti e che generano code – è lecito riderci su. Umorismo nerissimo, sia chiaro. Tutto questo va a formare il nucleo narrativo del quarto album degli Idles in altrettanti anni, nonché seguito di uno dei dischi più belli del 2020.

Partiamo dalle disavventure su strada, che nel nuovo lavoro del quintetto di Bristol ci sono per davvero. La traccia introduttiva, che rende un tributo irriverente alla superbike “MTT 420 RR” proprio nel titolo, è un nervoso benvenuto pensato con uno di quegli escamotage in cui ci sono fill di batteria che non vanno da nessuna parte e, anzi, lasciano con un pugno di mosche a rimandare l’orgasmo a momenti migliori. C’è poco da dire invece circa la metafora di “Car Crash”, così didascalica da non lasciar dubbi.

“Crawler” è pervaso dalla voglia di sperimentare, in alcuni punti riuscita, in altri solo in potenza. Risulta comunque un’evoluzione compositiva, una maggiore varietà di format rispetto al consueto girare al massimo la manopola dei toni forti, urlati, sguaiati e senza ritorno. Vi sarete accorti dell’approccio soul di “The Beachland Ballroom” e di quello darkwave di “When the Lights Come On”, in cui la voce si trattiene a stento dalla smania di scappare via, di alzare i toni, come in quei disturbi in cui la gente non riesce a trattenersi. Ma, molto più che negli album precedenti, ci sono diversi spunti che fanno degli Idles una sorta di Killing Joke dei nostri tempi – forse l’unico grande mostro sacro del post-punk che ad oggi non è stato ancora emulato. Provate a cercarli in brani come “The Wheel”, “Stockholm Syndrome” e “Crawl”, fino all’esplosione al contrario, quando la tensione arriva al limite oltre il quale non ci può più essere nulla. Ed è qui che si materializza “Progress”, un pezzo che sarebbe da isolare dal resto per fare finta che Joe Talbot canti sempre così e che, da solo, vale tutto il disco.

Gli “Idles” ci assicurano che il disco parla di come affrontare esperienze traumatiche e tornare in vita. Ok, va bene, ma a quali condizioni? Perché sono proprio loro a dimostrarci che, per risultare ancora più pessimisti, ci vuole poco. Un paio di canzoni completamente avulse dal proprio stile e dal contesto, magari con un filo di elettronica – bella la citazione dell’inizio di “Angel” dei Massive Attack proprio nell’incipit del disco – oppure il suono svuotato della violenza che gli ascoltatori più affezionati si aspettano, oppure ancora chiudere tutto con una traccia che si intitola “The End” e che, in quanto tale, fa lo stesso rumore di qualcosa che lasciamo cadere in un abisso buio e senza fondo. Il nulla o, come dicono loro, “In spite of it all, life is beautiful”.

guida turistica di un posto in cui non c’è assolutamente niente da vedere

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“Guida turistica di un posto in cui non c’è assolutamente niente da vedere”, o, come si legge nel sottotitolo, “Il bus davanti”, è un’esauriente raccolta di momenti e di luoghi che generalmente poi non si ricordano, con l’obiettivo invece di costringerci a tenerli a mente. Non ci credete? Se vi succede di stare fermi in coda nel traffico segnatevi data, ora e coordinate geografiche del posto (potete mandare la posizione a qualcuno tramite Whatsapp) e poi appiccicatevi un post-it sul frigo ma uno di quelli con l’adesivo bello resistente perché dovrà restare appeso dieci o vent’anni, in modo che tra dieci o vent’anni vi consenta di ricordarvi persino del lotto di case popolari in cui si è accesa la prima luce del mattino e che ha dato il via al tour di quel luogo in cui non c’è assolutamente niente da vedere.

Oppure, ed è per questo che si parla di un bus davanti, della pubblicità del concessionario che ha utilizzato una mediocre clip-art di Charlot completamente decontestualizzata dal messaggio in cui si parlava, appunto, di auto usate, posizionato sul retro del bus che vi precede a passo d’uomo fermo. Saremo vecchi e queste madeleine di fastidio urbano ci evocheranno le stesse sensazioni. Il fatto è che avere un autobus davanti in coda non lo si augura nemmeno al nostro peggior nemico. Così grande e grosso e farcito di persone in mascherina chirurgica ostruisce la visibilità e impedisce di capire se c’è margine per passare davanti e toglierselo dai coglioni senza fare un frontale con qualcuno che arriva nel senso di marcia opposto.

Peggio di un bus ci sono solo gli ufo la mattina, quei camion con le luci lampeggianti nel buio che procedono con la stazza di un pachiderma e la flemma di una lumaca e che quando si approssimano all’incrocio e, per forza di cose, devi dar loro la precedenza perché hanno tutti i requisiti per prendersela, realizzi amaramente che vanno nella tua stessa direzione con una lentezza che in natura si trova solo negli animali morti. Ma sopra il lampeggiante continua a lanciare il suo segnale che induce a prestare attenzione, quello è un mezzo più pesante e ingombrante di una bisarca che trasporta bisarche.

Mi vedete? Fermo con l’ufo a pochi metri dal parabrezza. A destra ci sono studenti e stranieri in attesa dell’autobus. A sinistra un quartiere sovietico con una Mercedes d’annata parcheggiata sotto, il logo sulla punta piegato da qualcuno che non ha fatto in tempo a rubarlo, come si faceva da ragazzi con quello della Volkswagen e non chiedetemi il perché. Il conducente dietro si sfoga sul clacson come se il suono emesso dal suo autoveicolo fosse in grado di spazzare via gli ostacoli che ha di fronte e che, vuoi per il bus o per l’ufo che va ancora più lento del bus, nessuno riesce a capire quanti sono o anche solo se c’è un anziano sulla sua Ford grigia che accompagna la moglie a fare le analisi del sangue. Mi verrebbe voglia di scendere – tanto siamo poco più che fermi – e ricordargli che il problema è tutto suo, che avrebbe dovuto partire da casa un’ora prima di quel momento in cui attraversare la città diventa la parte più difficile di tutto il viaggio di lavoro. Io di trasferte non ne faccio più, se sono qui è perché accompagno mia figlia al capolinea della gialla e attraverso un pezzo di Quarto Oggiaro per dirigermi verso ovest. E comunque, quando mi toccavano, mi trovavo nella solitudine di farmi la barba alle quattro e mezza per raggiungere prima delle sei del mattino la barriera di Milano Sud. Ora passo in una brughiera in cui le cose peggiori sono il limite dei 70 in superstrada, le cavallette in volo che scontrano sonoramente il parabrezza, certe macchine da ottantamila euro con le targhe straniere e il benzinaio extralarge che ha l’unghia del mignolo lunga, solo quella, e non ho ancora capito perché. Forse suona la chitarra classica, glielo chiederò, prima o poi.

generazioni connesse

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Da quando è ripresa la didattica in presenza i prof di mia figlia permettono alla classe di usare il pc per prendere appunti durante le lezioni. Non so dirvi da cosa derivi questa scelta anche se non credo si tratti di una scelta, piuttosto di un comportamento in origine ammesso che poi è diventato prassi. Al rientro dalla DAD i docenti si sono dimostrati più permissivi. Non tutti, anzi qualcuno è più stronzo di prima. Comunque la novità derivava dal fatto che alcune attività svolte a distanza i ragazzi le avevano su Teams o salvate sul pc. Quindi, all’inizio, c’era la necessità di avere in classe quanto svolto a casa. Mia figlia e alcuni dei suoi compagni hanno però provato l’ebbrezza di scrivere su Word e, comunque, digitalizzare direttamente i contenuti delle lezioni. Gli insegnanti hanno acconsentito alla nuova pratica e ora i ragazzi portano con sé i dispositivi quotidianamente. Qualche prof addirittura assegna prove e verifiche computer based da svolgere in presenza, il che mi sembra un bel salto in avanti soprattutto per un liceo classico. Il problema è che le prove da svolgere in digitale devono essere pensate per essere svolte in digitale, e capirete perfettamente il motivo. La prof di italiano e latino, che avrà la metà dei miei anni, non sa che gli alunni possono usare l’hotspot sullo smartphone e, di conseguenza, usare Internet durante i temi (che poi che senso ha non dare ai ragazzi la connettività wireless a scuola, ma questo è un altro discorso).

Quella di fisica pure e ha assegnato un test su Google Moduli le cui risposte sono passate velocissimamente dalla postazione della più brava nella materia ai compagni. Poi, quando parli con i prof, ti dicono che se i ragazzi copiano sono problemi loro perché non imparano, ma in un contesto didattico basato sulla valutazione risulta evidente che l’obiettivo non sono certo le competenze ma il voto. Quello che lascia perplesso, però, è ancora la scarsa dimestichezza degli insegnanti – anche quelli più giovani – con la tecnologia. Il bello di tutto questo però è che mia figlia tiene acceso Whatsapp web sul suo pc e, nei tempi morti, mentre è in classe ci scambiamo qualche messaggio. Non so se sia sbagliato, anzi credo di sì, ma dopo i mesi passati in casa per la pandemia le cose sono cambiate per tutti e tutti dobbiamo adattarci alla nuova normalità.

l’ora di rugby

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Non faccio a tempo a completare l’operazione quotidiana, oramai routine, in cui mi specchio nel tablet all’ingresso per misurare la temperatura – non c’è più bisogno di provare posizioni e distanze empiricamente, sono diventato espertissimo e ho capito dove e come mettermi per far lampeggiare la lucina verde che mi dà l’ok alla nuova giornata lavorativa a scuola – quando vedo Francesca volare lungo l’ultima rampa di scale per placcare il bambino per il quale è impiegata come insegnante di sostegno e, sfruttando la forza della sua fuga, lasciare che si abbandoni in terra, offrendo il suo corpo come riparo alla durezza del pavimento. Non so quanti punti valga un’azione difensiva del genere e se, dopo, occorra organizzare una mischia, si possa andare in meta oppure l’arbitro consenta a Francesca un calcio piazzato.

Il fatto è che con certi bambini il mestiere dell’insegnante non è certo un lavoro per persone delicate e sedentarie o per vecchi come me. Occorre stare sempre all’erta, pronti a scattare per rincorrere qualcuno in caso di fughe pericolose, a schivare il lancio di oggetti o – l’ho visto con i miei occhi – sedie, che anche se da bambini di 6 anni sono comunque sedie di legno e metallo come tutte le altre. Insomma in generale a impedire che qualcuno si faccia del male. Non ci si può distrarre nemmeno un minuto. Anzi, basta un secondo che hai smarrito chi hai in affidamento e le conseguenze possono essere serie o, nel migliore dei casi, anche divertenti.

Ieri eravamo tutti in auditorium per uno spettacolo teatrale. Il nostro Ettore, affetto da una forma seria di autismo, l’abbiamo messo in prima fila sotto il palco in modo consentire alle maestre di gestire i suoi incessanti tentativi di comunicare in modo scomposto attraverso il corpo. Se vedi Ettore sembra un cieco, corre muovendo la testa come Stevie Wonder quando canta, eppure dentro a quella testa c’è qualcuno prigioniero ma qualcun altro deve aver buttato la chiave e, ora, ce lo teniamo così. Un mix tra Stevie Wonder e Ian Curtis quando faceva i suoi ipnotici balletti davanti al microfono.

A Ettore piace correre. La sua classe trascorre l’intervallo vicino ai miei alunni. Le sue maestre delimitano con i cinesini colorati lo spazio in cui gli è consentito muoversi, una linea che confina con il nostro settore. Da quando ha scoperto che non sono in grado di resistergli supera il confine, mi prende entrambe le mani e mi fa capire che vuole correre insieme a me. Io non sono preparato – e non so davvero come ci si potrebbe preparare a gestire un caso come il suo in una struttura inadeguata che però deve risultare inclusiva a tutti i costi – e quel suo modo di guardare-non guardare mi spiazza ogni volta. Facciamo così una corsa affiancati che termina nelle braccia della sua insegnante di sostegno. Alla fine, me la cavo sempre dignitosamente e torno tra i miei.

Comunque ieri, allo spettacolo, Ettore era in prima fila. Qualcuno potrebbe chiedersi il senso di portarlo a teatro con tutti gli altri, io non so rispondere ma il senso c’è. Più di una volta, nel corso della rappresentazione, è sfuggito al controllo delle maestre e si è lanciato sul palco. Le maestre si sono però dimostrate sempre pronte a placcarlo in tempo, come fa la collega Francesca con il suo. Una seguendola sulle scalette, l’altra saltando direttamente sul palco, bloccandogli ogni via di fuga e trascinandolo al suo posto. Gli attori, abituati a recitare al cospetto di bambini di quell’età e sicuramente consapevoli che di Ettore ce n’è sempre qualcuno, tra il pubblico delle scuole, hanno gestito in modo professionale le interruzioni e proseguito impeccabili fino agli applausi finali.

Mi sono chiesto però che cosa sarebbe potuto succedere se Ettore fosse riuscito a impadronirsi della scena, piombare nel mezzo della recitazione, magari facendo crollare la scenografia e mandando tutto in vacca. Una sorta di stage diving, ma al contrario. Il pubblico che si lancia sulla star. Il deus ex machina. La quarta parete. Il vero colpo di teatro.