Da una rapida statistica elaborata sui due piedi è stato un modello decisamente raccapricciante di bambolotto molto di moda negli ultimi tempi il più regalato, a questo giro, tra le mie alunne. Peccato, perché dai feedback che avevo raccolto a ridosso dello stop delle lezioni invernali le femmine risultavano ispiratrici e destinatarie di una maggiore varietà di doni natalizi: abbigliamento da preadolescente (che – forse su iniziativa delle mamme – non hanno perso l’occasione di sfoggiare il primo giorno al rientro a scuola), box per la schiscetta marchiati con i brand per l’infanzia più in voga e qualche timido approccio alla skin care. Tra i maschi spopolavano invece quasi all’unanimità le carte da collezione con relativi gadget, le scarpe sportive e gli intramontabili Lego. Che noia. Nessuno che, tra le nuove generazioni, chieda espressamente sulla letterina che gli siano recapitati dei dischi.
Come da tradizione, quasi un’ora intera – la prima del ritorno in classe, che quest’anno è toccata a me – si è consumata per il circle time dedicato ai racconti delle vacanze, quell’infilata di narrazioni campate in aria, sgrammaticate, prive di alcun senso logico e di qualunque veridicità spazio-temporale l’esposizione alle quali è ben nascosta tra le righe del contratto di noi insegnanti della primaria. Nonostante l’età anagrafica (siamo in seconda), è sempre più raro assistere a resoconti tali da rendere anche solo vagamente superflua una benché minima mediazione culturale di un essere umano adulto o l’impiego di una sorta di post-produzione in grado di interpretare, se non addirittura di decodificare da zero, ciò che sostengono i bambini con il loro linguaggio macchina e trasporlo in un formato dignitosamente accettabile.
Io sono pagato per insegnare matematica con un metodo all’avanguardia, e solo la gentilezza accumulata nelle due settimane di vacanze che si sono esaurite due giorni fa mi fornisce la serenità di ascoltare, uno a uno, l’inarrestabile carrellata di amorevoli stronzate che, a quell’età, i bambini non vedono l’ora di condividere in classe. Il trucco è approfittare dei momenti di evidente difficoltà nelle loro primitive riduzioni semantiche per tagliare corto con qualche espediente dialettico e passare alla compagna o al compagno di banco successivo con l’obiettivo di non tirarla troppo per le lunghe, ignorando ferocemente le mani alzate di chi ha già parlato ma che, ascoltando gli altri, si accorge di aver dimenticato particolari cruciali per la narrazione (la pista da pattinaggio artificiale, il pigiama party, Stranger Things, il fratello con la febbre a quaranta e altre sorprendenti amenità).
La lezione con cui avrei dovuto inaugurare il 2026 sulla carta era fighissima perché dedicata alla stima del risultato delle sottrazioni, per questo alla terza vaccata (forse una vacanza in montagna senza neve o forse la calza della befana) la mia curva attentiva si è inabissata proprio come succede a loro dopo i venti minuti standard di qualunque attività che propongo in classe, come attesta più di un prontuario di didattica per la primaria. Così, sulla mia faccia, come diceva un mio amico londinese, dicevo alla terza vaccata si è attivata l’espressione “the lights are on but nobody’s home”. Il mio sguardo cinicamente compiacente risultava in modalità freeze e posato sul loro che, al contrario, traboccava di magia, di elfi e di cioccolato, e la mia testa si è sintonizzata su tutt’altro, in quel modo unico in cui noi che esercitiamo professioni basate sull’ascolto del prossimo e sulla conseguente finta empatia che ne scaturisce riusciamo a mantenere un sensore attivo in grado di percepire quando è il momento giusto per rientrare nel nostro corpo presenti a noi stessi, nel mio caso per cogliere l’attimo utile a passare al racconto successivo per poi piombare nuovamente nell’iperuranio e così via.
Non vogliatemene. Sfido chiunque a mettere a regime una ventina di ragguagli prodotti da menti meno che acerbe, con costrutti che non stanno né in cielo né in terra. La mia è solo una forma di autotutela dettata da un legittimo istinto di conservazione: impedire al filtro messo in atto dall’etica professionale di recepire simili inutilità è decisamente complesso. Ben venga quindi lo stand-by, uno stato di funzionamento grazie al quale nemmeno un bit di memoria volatile si spreca per cose a cui i bambini stessi, per primi, tra un paio di giorni già non penseranno più, una feature che compie miracoli e permette di conquistare sani e salvi la fine dell’anno scolastico.
Eppure, osservandoli fare capolino in classe uno a uno, mi erano sembrati persino cresciuti, ma forse sono io che nel frattempo mi sono rimpicciolito. In realtà speravo in un reset universale, un big bang tale per cui quello che fa i versi ha smesso di fare i versi, quello che pronuncia tutte le consonanti allo stesso modo ora riesce a distinguerne qualcuna, quella che parla come se esalasse ogni volta l’ultimo respiro crede di più in se stessa, quello che si relaziona solo con i dispetti ora ha trent’anni e si può ragionare con lui e cose di questo tipo. Ma, dopo nemmeno una manciata di minuti, mi è toccato constatare che il buco nero delle vacanze non ha favorito alcuna collisione tra materia e antimateria. L’interruttore che avvia una delle consuete dinamiche in auge fino allo stop natalizio ha sancito il ritorno a come era prima ed è lì che mi sono reso conto che è solo colpa mia se non ho fatto abbastanza per migliorare le cose.
Fino a quando, in un sorprendente lampo di lucidità, ho buttato un occhio all’orologio da bimbi appeso al muro alle spalle della cattedra e mi sono reso conto che mancavano poco più di cinque minuti alla commemorazione delle vittime della strage di capodanno, girava una circolare proprio a ridosso della ripresa. In tempo utile al suono della campanella del minuto di silenzio sono riuscito a catturare l’attenzione, li ho interrotti da quello che stavano facendo – si stavano esercitando sui Chromebook con le app di matematica comprese nel metodo all’avanguardia di cui sono un entusiasta evangelista – e ho ragguagliato la scolaresca su quello a cui, a brevissimo, saremmo stati tutti chiamati a riflettere. Evitiamo di accendere petardi in ambienti chiusi, evitiamo di riprendere con lo smartphone le situazioni eccezionali, soprattutto se ci mettono in pericolo, diamocela a gambe se ci troviamo in prossimità di un incendio. Qualcuno mi ha dato l’impressione di aver colto lo spirito dell’iniziativa, qualcun altro ha alzato la mano per ammettere che il nonno/zio/genitore/fratello/amico abitualmente scoppia i mortaretti dalla finestra, qualcun altro si è incupito scoppiando in lacrime.
Il suono della campanella del minuto di silenzio attivato manualmente si è propagato diversamente da quelli a cui siamo abituati, all’ingresso e all’uscita. Allo squillo sono seguiti sessanta secondi di raccoglimento con qualche colpo di tosse, qualche risatina sommessa, qualche materiale scolastico che è precipitato dal banco, come sempre. Poi, finalmente, come se si fosse chiusa la parentesi aperta poco prima, la campanella successiva li ha liberati da qualcosa che aveva palesemente turbato tutti, uno stato d’animo che si spinge oltre i voti, la didattica, il riscaldamento approssimativo e il wireless che funziona a singhiozzo, proprio come noi che avremmo preferito rimanere sotto le coperte. L’ulteriore conferma che, superate le vacanze di natale, la scuola è pressoché finita. Sembra il testo di una canzone di Dalla, quella in cui mi ritrovo a ogni anno che viene, quando mi dico che mi sto preparando, è questa la novità.