spingilo

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Il paradosso del monopolio culturale a stelle e strisce che, a partire dallo sbarco delle truppe alleate in Sicilia, si è consolidato dalle nostre parti, è che alcuni registri artistici sono impossibili da localizzare per ovvie barriere linguistiche e, qualora se ne tenti l’appropriazione con l’obiettivo di sdrammatizzarne il tentativo (perfettamente riuscito) di colonizzazione, facilmente i risultati risultano correnti a sé, riconducibili all’archetipo ma tutto sommato permeate da una propria dignità. Pensate al jazz italiano (che poi non è jazz) o al rock italiano (che poi non è rock). Per non parlare del rap italiano e soprattutto della trap, la vera eccezione che conferma la regola. I trappisti locali non ci pensato due volte a troncare le parole mozzando l’ultima sillaba, con il risultato che noi boomer – qualora scendessimo dal nostro piedistallo post-punk per dedicare la giusta attenzione a questa generazione di tamarri tatuati, tossicodipendenti e depilati – non capiremmo nulla ma ci limiteremmo a percepire il feeling del groove allo stesso modo in cui ci approcciamo ai loro omologhi afro-americani, o come accadeva ai tempi in cui ascoltare l’old school faceva figo. In questo contesto, uno degli effetti più imbarazzanti (sia da un punto di vista linguistico sia sotto il profilo meramente musicale) è costituito dalle riduzioni in italiano dei rap nei film e nei telefilm.

Il punto è che, lasciato in lingua originale, lo slang dei ghetti e dei sobborghi, nessuno ci capirebbe un’acca. Mi è capitato di assistere a svariati tentativi fallimentari nel corso della storia del rap, ora mi vengono in mente solo alcune scene di “House Party”, o il tizio che propone orologi di dubbia provenienza a Auggie Wren in “Smoke”. Ma pensate alla sigla di testa di “Willy, il principe di Bel-Air”, che già l’originale, pur essendo ancora il 1990, era già una versione cosplay dell’hip hop, figuratevi la sua resa in italiano.

L’ultimo esempio dello scempio linguistico a cui purtroppo siamo condannati viene dalla campagna di spot televisivi del prodotto Sodastream che ha localizzato – a proposito di old school – “Push it” delle Salt-n-Pepa che di per sé, a parte i balletti altamente cringe, non sarebbe nemmeno un’idea campata in aria. Per farvi capire, ascoltate lo spot per il mercato tedesco:

quello francese:

ci tocca persino prendere lezioni dai polacchi:

fino all’orgoglio italiano:

Push it real good!

isee

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A questo link trovate, come ogni anno e in totale trasparenza, il bilancio sociale di questo spazio libero e indipendente di cultura e informazione. Date un occhio ai grafici e ditemi se non è inevitabile rendersi conto di quanto sia complesso barcamenarsi nel mondo del situazionismo editoriale, senza contare che né ora né mai vedrete nemmeno l’ombra di un inserzionista – a parte qualche superflua e incontrollata incursione di Google – tantomeno sappiate che scenderò a compromessi verso una delle svariate proposte di cessione dei diritti per l’uso del materiale che trovate qui, liberamente consultabile. Vent’anni di intuizioni letterarie (e soprattutto musicali) che poi sono altrettanti di vita, non solo mia ma anche dei miei immaginari collaboratori di redazione che, di settimana in settimana, hanno contribuito al successo di questo che a detta di tutti costituisce un punto di riferimento per la moltitudine di lettori – altrettanto immaginaria – che quotidianamente ci gratifica con i like o attraverso la condivisione dei nostri pezzi.

L’ennesima certificazione unica che ha mandato in tilt il CAF che ha messo le mani sul mio 730 congiunto di quest’anno, che mi ha retrocesso per la prima volta tra le persone fisiche a debito di una cifra che non avete idea. Persino il sostituto d’imposta mi ha guardato con sospetto. Ma non dovete temere. Come il resto dell’imprenditoria sana di questo paese, corrispondo al sistema fiscale italiano fino all’ultimo centesimo e lo faccio con orgoglio. In più, sono diventato cintura nera di concentrazione in luoghi pubblici. Riesco a leggere in treno nonostante il declino della nostra civiltà come la conosciamo imponga di fruire dei contenuti multimediali sugli smartphone attraverso gli speaker di cui sono dotati e non più, come accadeva un tempo, con l’uso di auricolari. A parte questo, a giudicare da quanto chiamiamo gli altri al telefono si deduce che tutti siamo in posti sbagliati rispetto a quelli in cui dovremmo stare. Trascorressimo meno tempo da soli e più con coloro i quali vorremmo trovarci si risolverebbe la maggior parte delle disgrazie di questo mondo, comprese le guerre, e non frantumeremmo i maroni a chi si porta ancora i libri cartacei in viaggio.

Colpa mia. Credo in valori di cui non frega più un cazzo a nessuno. La musica pop è una merda, per esempio, ma non sembra un problema. Mia sorella, in compenso, ha trovato lavoro in una ambitissima trattoria in cui è impossibile prenotare o, tantomeno, ordinare la specialità del luogo in modalità asporto. Provate a chiamarli e poi mi darete ragione: bisogna andare lì davanti, mettersi in coda (in estate, come potete immaginare, si crepa dal caldo, in fila sotto il sole, e ci si sente doppiamente idioti) e attendere il proprio turno mentre i propri cari aspettano la cena a casa. Ma, d’ora in poi, avrò un’infiltrata, finalmente con un reddito.

B2

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Questa mattina ho terminato due dei tre corsi che abbiamo organizzato grazie al programma di formazione del personale scolastico per la transizione digitale previsto dal DM 66/2023 e dedicati ai colleghi del comprensivo in cui insegno. Anzi diciamo pure alle colleghe, perché di colleghi maschi iscritti ce n’è solo uno. Prima di ogni lezione mi offre il caffè del distributore automatico e se vede che sono indaffarato me lo porta direttamente nel laboratorio di informatica. I due corsi in presenza che ho terminato oggi avevano il focus su alcune piattaforme che utilizziamo sia per la didattica che per l’organizzazione e la gestione del nostro lavoro, compresa la collaborazione e la comunicazione. Io cerco di arrivare almeno mezz’ora prima dell’inizio per avere tutto pronto e non rischiare imprevisti. Man mano che l’aula si colma dei partecipanti, offro il mio supporto affinché riescano a seguire le lezioni in modo efficace. Malgrado il laboratorio sia un forno, aiuto le colleghe a collegare i loro notebook alla ciabatta scomodissima avvitata al contrario sotto le postazioni, mi assicuro che utilizzino Chrome e non Edge e cerco di sbrogliare gli inevitabili aggrovigliamenti tra gli account Google personali e quello della scuola che si formano tra le schede aperte del browser. In questi circa dieci minuti mi pezzo come quando vado a correre, ed è a questo punto che arriva il collega a fornirmi ristoro con un bel surrogato di caffè bollente del distributore automatico che non rifiuto per non risultare scostante ma, piuttosto, trangugio il più velocemente possibile per abbattere il tempo di sofferenza.

I tre corsi che abbiamo organizzato sono stati pensati per livello e hanno avuto un’adesione al di là di ogni aspettativa per due ragioni. Intanto perché dieci ore di formazione erano obbligatorie per un motivo che non vi sto a spiegare, e poi perché le colleghe che mi conoscono sanno che il mio approccio è informale, per non dire che, mentre spiego le cose, racconto un sacco di minchiate. Insomma, credo di essere divertente e coinvolgente ed è un plus per un corso di formazione in presenza da seguire sventolando il ventaglio.

I due corsi in presenza, quelli che ho terminato stamattina nella sauna del laboratorio di informatica, erano entry level e ne abbiamo organizzati due solo perché, proprio per l’adesione in massa, i posti in laboratorio non erano abbastanza per tutti. Una casualità che però ha involontariamente generato due diciamo sottolivelli. L’entry level, cioè quello che avevamo pensato, e un livello sotto l’entry level con colleghe che – anche piuttosto giovani – a malapena sanno usare un computer, e quando dico a malapena intendo proprio nemmeno a muovere il cursore sul trackpad o, peggio, coordinare le dita sui tasti del mouse. E, credetemi, non lo dico con cattiveria. Anzi, e questo l’ho condiviso con loro, ho apprezzato tantissimo il fatto che si siano messe alla prova, al di fuori della loro confort zone, in un ambito che sicuramente non costituisce il diciamo core business della loro attività e, quindi, ne possono fare a meno come d’altronde hanno sempre fatto. Sono state loro a darmi la più grande soddisfazione, che poi ho scoperto esser stata reciproca proprio oggi, allo scadere dell’ultima ora dell’ultimo incontro.

Oltre ai due corsi in presenza c’è un terzo corso da remoto che abbiamo pensato invece di livello intermedio. Non tutti i partecipanti a questo modulo, però, si sono iscritti per migliorare la propria dimestichezza con le app didattiche. Il corso online è decisamente più comodo perché, anziché sudare nel girone infernale del laboratorio di informatica (30 persone, 30 dispositivi accesi, zero aria condizionata, finestre che non si possono aprire a causa delle veneziane rotte che ne ostacolano l’uso) è possibile migliorare le proprie competenze digitali a casa in mutande e con l’aria condizionata a manetta, indipendentemente dal livello entry, pro o master a cui ci si sente di appartenere. Una dinamica che va a scapito di chi, invece, si è iscritto per esercitarsi con le attività un po’ più complesse di quelle a cui è abituato ed è costretto ai continui stop di chi dovrebbe essere con il livello for dummies e chiede il mio supporto per le funzionalità più banali. C’è una collega che, addirittura, segue le lezioni con lo smartphone e che, come avrete capito, non può fare nessun tipo di pratica. Quando glielo ho fatto notare mi ha tranquillizzato sostenendo di trovarlo comunque utile. È chiaro che, per lei, è sufficiente la presenza per dimostrare di aver partecipato a un’iniziativa di formazione obbligatoria. La sua diciamo indolenza però è pienamente compensata da un gruppetto di fidate stalker digitali che hanno deciso di seguire sia il corso in presenza (quello non per dummies) sia quello online, giustificandosi col fatto di trovare le attività che propongo interessantissime. Come biasimarle.

Anch’io, a parte i corsi che tengo come esperto formatore (si chiama così nella piattaforma dedicata il docente), dovrò partecipare come studente a qualche altra iniziativa. Dovrebbero partire una serie di incontri sull’intelligenza artificiale – il nuovo tormentone e demone della scuola italiana – e, soprattutto, un corso per conseguire una certificazione di inglese. Al placement test che l’ente che si è aggiudicata l’iniziativa ci ha somministrato, sono risultato B2. Un risultato che mi ha riempito di gioia e ha gonfiato a dismisura il mio ego perché, quando insegno inglese ai miei bambini, mi sento meno che A1 e faccio una fatica boia.

B2 è un risultato più che soddisfacente, anzi, superiore a ogni aspettativa. Da quando ho ricevuto questa notizia ascolto i miei gruppi inglesi e americani preferiti con un approccio diverso. Mi sembra di comprendere di più i testi delle loro canzoni, oppure faccio finta di capire, facendo finta di non fare finta, oppure ancora capivo bene anche prima ma non sapevo che quella fosse una cosa che sapevo fare.

pj

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La prima cosa che mi ha convinto del mestiere dell’insegnante è che, a differenza dei lavori che ho svolto prima in cui ero sempre il più vecchio o quasi, nella scuola ogni anno c’è gente che va davvero in pensione. Ho la prova che esistono persone anziane che, quando la legge glielo permette, smettono di lavorare. Non è una favola.

Al termine del collegio docenti conclusivo erano in otto, a questo giro. Sette colleghe (come sapete, i maschi che insegnano sono mosche bianche) e Anna, la mia bidella preferita, anche se bidella non si dice più. Esaurito l’ultimo punto all’ODG, un nuovo ultimo collegio docenti plenario ha chiuso anche quest’anno scolastico (anche se in realtà saremmo in servizio – pronti in caso di necessità, ma che nessuno si guarda bene dal causare – fino al primo giorno di ferie) non prima di aver festeggiato il personale uscente.

Ma non è questo il punto. Siete mai entrati in una scuola a fine giugno/primi di luglio? Se non credete che l’equazione caldo e fannulloni abbia delle ragioni fondate – che è il luogo comune che il nord del mondo associa al sud del mondo, popoli del Mediterraneo compresi, cioè noi – dovreste mettere piede in un edificio scolastico italiano in estate. Le nostre strutture sono assolutamente inadeguate per un prosieguo dell’attività didattica post calendario, quindi alle cosiddette mamme di merda (non è una diffamazione, si autodefiniscono così loro stesse, provate a documentarvi su Facebook) che ci vorrebbero in cattedra, a noi docenti, e al loro banco, i loro mocciosi, dico che per me va bene.

Prima però voglio l’aria condizionata come negli uffici delle multinazionali in cui probabilmente lavorano loro, e dell’installazione pretendo che se ne occupino i loro mariti, considerando che l’iter per un’opera di riqualificazione di questa entità – richiesta dei docenti alla segreteria, richiesta della segreteria al preside, delibera in consiglio d’istituto e approvazione, richiesta del preside al dirigente dell’ufficio scolastico del comune, proposta in consiglio comunale, aggiunta della voce in bilancio e delibera dei lavori, assegnazione dell’appalto, avvio dei lavori, avanzamento dei lavori, chiusura dei lavori, collaudo e sono sicuro di aver saltato qualche pezzo – si concluderebbe il primo anno dopo il pensionamento mio e di quelli che la pensano come me, quando cioè probabilmente il mondo sarà liquefatto a causa del riscaldamento globale e dei condizionatori non sapremo più che farcene, anche perché i combustibili fossili saranno esauriti e non avremo più energia e tanti saluti all’umanità e alla pedagogia come l’abbiamo conosciuta.

Ed è in questo clima subtropicale monsonico post-negazionista che si consumano i festeggiamenti per i colleghi in uscita. Banchi doppi uniti a formare infinite tavolate a ferro di cavallo imbandite di pizzette, focaccine, tramezzini, brioches salate e mini-panini imbottiti burro e salame, tutte cose a cui io non so resistere. Solo, riflettendo sui rischi di un rientro in auto all’una del pomeriggio con quaranta gradi, il cielo coperto e quell’aria gelatinosa che avviluppa ogni cosa nell’attesa di un tornado da cambiamento climatico, ho declinato l’invito a brindare e poi vuotare alla goccia il calice in plastica non riciclata colmo di bollicine che qualcuno aveva riempito per me.

Negli edifici scolastici, d’estate, e in particolare questa che, con tutti i progetti finanziati dal PNRR che ci sono in ballo, è un’estate molto particolare, succedono strane cose. Ci sono i presidi che impazziscono, parto dalla cima della gerarchia. Ci sono i bidelli a ranghi ridotti che, d’estate, hanno più la funzione di custodi, anche se li vedete pulire cose e ambienti che hanno già ampiamento pulito le settimane prima. Loro sono il vero muro di gomma ed è giusto così, altrimenti ci troveremmo circondati da scuole finlandesi e proprio non è il caso, anche perché con queste condizioni meteo si squaglierebbero all’istante.

Ci sono un paio di amministrativi a chiudere tutte le questioni che gli ultimi mesi di scuola, che stanno all’anno scolastico come il finale caotico e accelerato di certi brani musicali sta all’andamento statico di certi brani che poi esplodono con un finale caotico e accelerato, quando una sana normalizzazione dei ritmi nel corso dell’anno sarebbe il toccasana per la scuola italiana, dicevo tutte le questioni rimaste in sospeso.

Ci sono infine due o tre sfigati, più due che tre, in alcuni casi addirittura uno solo, che tengono corsi di formazione ai colleghi, sistemano i nuovi ambienti didattici, mettono in ordine l’equipaggiamento informatico e digitale, e profanano la scuola con abbigliamento da bassa manovalanza, sudando come maiali e trascorrendo da soli la pausa ai distributori automatici con lattine di chinotto ghiacciato a sessanta centesimi, roba che al bar la pagherebbero almeno il triplo.

Ma, anche se in estate la scuola è vuota, se vi affacciate in una scuola in estate, chiudete gli occhi e vi concentrate sul vostro respiro, vi accorgerete che la scuola è sempre piena. C’è pieno di umanità, a scuola, e a scuola si fa il pieno di umanità. Anche tra i colleghi che partecipano ai corsi di formazione e che ringraziano i colleghi formatori e i colleghi formatori ringraziano i colleghi che partecipano perché è già luglio e tutti vorrebbero essere sull’autostrada del sole, possibilmente non in coda, a rotolare verso sud.

E non smetterò di meravigliarmi ogni volta in cui effettuo l’accesso al mio profilo Facebook e, in cima, riconosco i colleghi con cui l’algoritmo vorrebbe mettermi in contatto ma io me ne guardo bene. La scuola, malgrado faccia di tutto per mutare il suo codice genetico che è di carne, ossa, sangue, sudore, lacrime, bestemmie e passione (e anche un po’ certificati medici in momenti strategici dell’anno) in digitale, non svilirà mai la sua natura fisica in un simulacro virtuale. Accedo al mio profilo Facebook, nei giorni d’estate, quando ogni altra persona normale che non fa l’insegnante è in ufficio, e scorro la home fino a quando spunta una foto di PJ Harvey. C’è sempre una foto di PJ Harvey – per la quale nutro una venerazione che non vi sto a raccontare – che mi aspetta e che compare tra una notizia e l’altra, e la convinzione che Facebook mi legga nel pensiero si tramuta in certezza.

solstizio

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La qualità delle intuizioni degli utenti sui social – anche i più brillanti – lascia sempre più a desiderare. D’altronde abbiamo ampiamente dato e ora non ci resta che resistere in attesa della nuova innovazione disruptive – almeno quanto le piattaforme come Facebook e speriamo più dell’AI – che ci permetta di tornare a dare il massimo con la nostra sagacia. Ci ho pensato qualche giorno fa, attirato dal titolo di uno dei soliti articoli proposti dall’algoritmo al di fuori dalla mia bolla consolidata. In pratica si sosteneva che, oltre ad averci preso tutto, ci hanno anche sottratto la primavera come l’abbiamo sempre conosciuta. Ha fatto un tempo pessimo da marzo a giugno, ha piovuto quasi sempre e, come immagine a supporto, c’era una versione del dipinto “La primavera” di Botticelli ai tempi del cambiamento climatico, priva delle sue qualità essenziali e rivisitata secondo i toni e i soggetti tipici del meteo a cui siamo esposti Ho provato a riproporla perché l’esperimento mi ha incuriosito – è quella che vedete qui sopra – ma mi manca qualche sfumatura decisiva per un prompt efficace, per non parlare di una piattaforma professionale – io non vado oltre quelle più comuni e gratuite, mica ho tutti sti soldi da buttare via – di creazione immagini con l’intelligenza artificiale. Ma, qualunque sia l’immagine a supporto, il punto è che oramai sono anni che le cose vanno così. Nonostante ciò, l’idea che abbiamo della stagione della rinascita, nei mesi invernali, è ancora quella che ci siamo costruiti da piccoli con tutti i luoghi comuni oggi ampiamente sfatati. Viviamo sempre nella speranza che, prima o poi, tutto tornerà come prima. Io non ci ho pensato due volte ad acquistare i biglietti per il concerto dei The National a giugno, lo scorso dicembre, e non mi sono minimamente posto il problema che, come poi si è verificato, ci sarebbero state concrete possibilità di maltempo (il forte temporale che si abbattuto sul Carroponte è terminato qualche minuto prima dell’inizio previsto del concerto). E, considerato come sono andate le cose anche in altri festival, il punto è proprio che dovremmo rivedere tutto il nostro immaginario collettivo, oltre al palinsesto delle iniziative outdoor. L’autunno e la prima parte dell’inverno sono le nuove belle stagioni. L’estate è una inutile sauna in cui molti dei principi fondativi della nostra civiltà – lavorare, svagarsi, viaggiare e persino fare sesso – sono preclusi da temperature ingiustamente elevate, a Natale c’è il sole e, per il resto, monsoni e temporali ad orari regolarissimi.  Io però ho voluto dare ragione all’autore dell’articolo che tirava in ballo Botticelli e che avrei apprezzato di più se ci avesse messo di mezzo anche Vivaldi, magari con una versione in minore – anch’essa opera dell’AI – della sua, di Primavera. Mi sono sentito target per il taglio dichiaratamente grillista e complottista dell’articolo. Anch’io sono anziano e vivo nel mito delle giornate che si allungano. Vivo tutto l’anno pianificando modi per trascorrere le lunghe serate di maggio e giugno all’aperto, bearmi del tramonto, del passaggio dal giorno alla notte, della brezza che impone il golfino in cotone sulle spalle, del gelato da passeggio tra i ragazzini in piena esplosione ormonale e i cani che impazziscono tra i profumi della natura. Ma, anche quest’anno, è finita sul divano, a scartabellare il catalogo delle piattaforme di streaming alla ricerca di film e serie interessanti o, al massimo, al computer a scrivere cose come questa, mentre fuori si scatenava l’ennesimo acquazzone programmato da un timer la cui severità, nessuno di noi, sono certo si meriti. Poi, diceva l’articolo, qualcosa o qualcuno gira la manopola, il forno si accende, prepariamo le valigie e chi si è visto si è visto.

buon viaggio

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Mai mi sarei immaginato che la canzone più adatta alla situazione la potesse proporre Denis. Intanto perché fino ad allora, quando era stato il suo turno di fare il dj, mi aveva steso con la peggio trap, talvolta in rumeno e talaltra in un italiano stentato cantato da rumeni. Per non parlare di un certo reggaeton da Eurovision Song Contest con quell’inconfondibile flavour da ex repubbliche sovietiche lasciate in balia del capitalismo più sfrenato o, il punto più infimo, un certo Artie 5ive (scritto così) e il suo concentrato di doppi sensi, anzi, di sensi unici fin troppo espliciti della hit “La gattina”.

Invece Denis, a pochi minuti dall’ultima campanella, quella definitiva, quella a mai più rivederci, buona fortuna nel buco nero della scuola secondaria di primo grado e nei docenti che la popolano, ha lasciato di stucco tutti, almeno me, con un vero colpo da maestro.

Intanto il cantante, Cesare Cremonini, che di tutta la monnezza poppettosa e italomerda è uno dei più raffinati. La canzone, poi, non è certo l’ultima arrivata. Risale al 2015 quindi, di sicuro, c’è lo zampino dei genitori, una coppia che adoro e che è perfettamente riconducibile a tutti gli stereotipi che circolano da noi sui maschi rumeni e sulle loro consorti.

Infine il testo e il suo senso, il che significa che Denis l’italiano lo capisce alla perfezione – magari anche grazie a noi maestri – e che è perfettamente in grado di mettere in collegamento gli input che lo investono in una lingua che, a casa, non si pratica con assiduità.

E vi assicuro che non avevo mai fatto caso alla canzone fino all’ultimo giorno di scuola, fino a quando Denis l’ha chiesta espressamente come sigla di chiusura di tutto il nostro percorso – altro che “Just Like Heaven” come pensavo io – se non per il video realizzato con la telecamera 360 e quell’effetto assurdo che, ai tempi dell’AI e dei deepfake, sembra davvero una clip realizzata a Croda dai Gemelli Ruggeri, se siete anziani come il sottoscritto avrete capito cosa intendo. Non avevo mai colto appieno il significato del testo, il valore di parole come

Coraggio, lasciare tutto indietro e andare
Partire per ricominciare
Che non c’è niente di più vero di un miraggio
E per quanta strada ancora c’è da fare
Amerai il finale

che, se le avessi lette prima, mi avrebbero fatto inorridire per la loro insulsa melensaggine.

Eppure, vedete, anche una cagata pazzesca come una canzone di Cesare Cremonini, al momento opportuno, ha il superpotere di lasciarci così, di svitare tutti i dadi e i bulloni che ci tengono prigionieri della nostra collezione di dischi post-punk tanto quanto della raccolta di emozioni complesse compresse represse, accumulate in anni e anni di pose, e ci liberano verso stati d’animo elementari come quelli che ci trasmettono le persone come Denis, alte poco più di un metro, che augurano buon viaggio a tutti magari senza sapere nemmeno che cosa vuol dire. Un viaggio non si sa bene verso dove, faccio finta di non saperlo e mi rifiuto di chiederlo.

google calenda

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Non ricordo come si definisce quello scatto generazionale che si compie quando i figli si elevano a risultati superiori rispetto ai propri genitori. Una cosa straordinaria, perché significa che la tua specie funziona alla grande. È bello perché, se sei un padre presuntuoso, puoi vantartene con orgoglio, arrogandotene una parte del merito. Hai contribuito a far evitare ai tuoi figli i tuoi stessi errori, che poi è a suo modo un passo in avanti dell’evoluzione degli esseri umani. Una salita al livello successivo.

La cosa difficile è capire se una cosa è sbagliata o è giusta. Cioè, magari uno pensa di aver commesso una sciocchezza, fa di tutto affinché i suoi figli non facciano altrettanto e invece poi scopre che è una best practice e, come se non bastasse, era anche facile da prevedere. Pensate a quanti milioni di persone, nel corso degli ultimi due secoli, hanno abbandonato pascoli e campagne per venire ad ammalarsi nelle fabbriche del nord, e tutto per uno stipendio fisso, un impianto fognario strutturato e altri benefici dell’occidente industrializzato e invece oggi ci scopriamo invidiosi degli artigiani che sono tornati nel borgo lucano da cinquanta anime perché quello è il vero senso della sostenibilità, la cosa migliore da fare. Su repubblica online si legge almeno un caso nuovo al giorno. Viceversa, pensi di essere nel giusto votando i fratellisti di italia, chiami tuo figlio Galeazzo e nessuno trova mai lo slancio per farti fare i conti con la tua insulsaggine con l’aggravante del nazifascismo. Che poi, voglio dire, basterebbe un manuale di storia qualunque e un po’ di buona volontà.

Da ragazzo invidiavo moltissimo i miei coetanei che, cresciuti da genitori più lungimiranti dei miei che li avevano indirizzati a farlo, si erano iscritti negli appositi registri e si guadagnavano qualche lira come scrutatori alle elezioni. Mi sono così impegnato a creare tutti i presupposti per lo scatto evolutivo di cui sopra e non ci crederete ma quest’anno, grazie a mia figlia che è stata ingaggiata addirittura come segretaria ai seggi, ecco che la specie umana ha compiuto un passo in avanti, un primato che ha contribuito a rendere queste elezioni ancora più speciali.

Un po’ questo aspetto, un po’ il senso di euforia che mi trasmette Elly Schlein, mi sono addirittura convinto ad appiccicare un adesivo del PD sul mio notebook. Ho coperto la marca Acer sul retro del monitor e ora, chi mi sta davanti, mi studia con curiosità perché non è una cosa comune dichiararsi apertamente simpatizzante per qualcosa, soprattutto qui da noi dove la politica resta un tabù e non mi spiego perché. Io ho appiccicato l’adesivo del PD ma ci potrebbe essere quello degli Idles o quello dell’hippy con la chitarra che si allontana o persino il free joint bambulé. Sono ideali e, qualunque essi siano, a parte il nazifascismo e il grillismo, ovviamente, sono encomiabili in una persona. Mia figlia mi ha raccontato addirittura che, in un seggio vicino al suo, la rappresentante di lista dei fratellisti meloniani si è rivolta ai carabinieri perché una elettrice si era recata alle urne indossando una maglietta con uno slogan contro la guerra.

Qui da me c’erano anche le amministrative. Andremo al ballottaggio ma la sindaca uscente del PD non è messa benissimo e la vedo dura. Questo, l’onda nazifascista che sta travolgendo l’Europa e l’astensione sono i segnali peggiori emersi dopo l’ultimo turno elettorale. È bene però evidenziare i numerosi aspetti positivi, che non sono pochi. Il PD, grazie all’ottimo lavoro di Elly Schlein, ha fatto un bel salto in avanti e ora può lavorare sodo per incalzare il più possibile i fratellisti meloniani. Anche AVS – che sembra un antivirus e a suo modo lo è – ha fatto un bell’exploit e ne sono contento, anche se con la svolta a sinistra della Schlein sarebbe bello che tornassero insieme. Il pessimo risultato di Renzi e Calenda mi ha dato una soddisfazione che non potete capire, ma sono tutti voti buttati via e, come sapete, odio gli sprechi. Stesso discorso per la figuraccia dei grillisti, che vi ricordo sono stati al governo con Salvini e hanno sbeffeggiato Bersani.

Anche il ballottaggio ha un aspetto positivo. Mia figlia tornerà a lavorare nel seggio ancora per due giorni. Ma purtroppo la mia non è una grande metropoli come Milano, in cui lo scarto tra il PD e fratellisti meloniani non lascia dubbi sull’attaccamento alla democrazia e alla civiltà dei suoi cittadini. Per poco più di un chilometro qui è già provincia, molto peggio della periferia. Sarà un testa a testa. Speriamo bene.

porcelain

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Quando facevo il copy nel settore della pubblicità, il project manager con cui lavoravo abitualmente intercettò al primissimo ascolto – su mio suggerimento ma resto umile – la portata evocativa di “Porcelain” di Moby. C’eravamo addirittura inventati un soggetto da proporre al nostro principale cliente, un brand che commercializzava emozioni – derivanti dall’impeto, tipico dell’essere umano, di spingersi sempre oltre – forgiate e modellate in orologi sportivi da centinaia di migliaia di lire. Non se ne fece però nulla. Uno dei testimonial storici di quei prodotti ci aveva da poco lasciato le penne proprio per essersi spinto un po’ troppo oltre e “Porcelain” suonava un po’ troppo lugubre per il mondo dell’adv. Era il 2000 o giù di lì, l’album “Play” era stato appena pubblicato e “Porcelain”, che oggettivamente è una delle canzoni pop più evocative al mondo, non aveva ancora raggiunto, nell’immaginario collettivo, anche il primato della canzone più triste al mondo.

Ma il mio pm ed io eravamo nel settore della comunicazione da abbastanza tempo per capire che le emozioni non c’entravano nulla con quel rifiuto. Piuttosto non c’era abbastanza budget a disposizione, un dettaglio che ridimensionò anche il nostro slancio – durato il tempo di una media chiara – di accaparrarci i diritti della canzone per usarla con un altro spot emotional, prima o poi. Eravamo abbastanza morti di fame entrambi, io più di lui che comunque aveva una famiglia benestante alla spalle e, in più, si stava accoppiando con la responsabile comunicazione di uno dei marchi di make-up leader di mercato, ma ci avevamo visto giusto. Di lì a poco “Porcelain” di Moby sarebbe stata scelta millemila volte come colonna sonora di film o come canzone per video pubblicitari e sono sicuro che chiunque di noi ha almeno un ricordo di un’esperienza da rivivere, mentalmente, con il sottofondo di “Porcelain” di Moby.

È per questo motivo che è da allora che vivo nella speranza che mi capiti un’occasione per infilarla dentro a qualche video per confermarmi, come se non lo sapessi già e non fosse di dominio pubblico, che avevo ragione. E, a distanza di quasi venticinque anni, l’occasione si è palesata proprio alla fine di quest’anno scolastico che ha coinciso con la fine del mio primo ciclo scolastico. Negli ultimi mesi ho raccolto una serie di interviste ai bambini della mia classe realizzate con tutti i crismi (telecamera su treppiede e microfono professionale, il tutto in una nuovissima aula tutta insonorizzata che abbiamo allestito grazie al PNRR) e ho montato le loro dichiarazioni – sull’esperienza di fruitori della scuola primaria, sui momenti più belli dei cinque anni, sulle paure per la scuola secondaria di primo grado – un po’ come si fa oggi nei documentari emotional in tv. E, finito il montaggio, ho pensato che “Porcelain” di Moby fosse il commento sonoro più appropriato. Tenete conto che il bello della scuola è che, a differenza del mondo reale, è tutto ammesso – e per fortuna -, a partire dai software craccati fino al download libero di film dal web. Per non parlare del copyright sull’uso delle musiche. D’altronde, trovatemi voi le differenze tra quello che ho realizzato io con un reel di foto che si susseguono a tempo su “Le tagliatelle di nonna Pina”, come fanno certi genitori di mia conoscenza.

Insomma, per farla breve, alla fine il video è venuto piuttosto bene. Almeno, così mi sembrava. Poco più di sei minuti – quasi interamente di parlato – con i bambini inquadrati in primo piano secondo la regola della sezione aurea, sequenze di interventi che si alternano a regola d’arte inframezzate da footage raccolto durante i cinque anni, in cui la musica esplode nei suoi momenti più drammatici, un bel piano di ripresa e svariati fattori che non sempre si vedono in un video di un insegnante di scuola primaria. Il punto è che, se volevo emozionare i bambini, è finita con un saccheggio del loro stato d’animo accompagnato dall’esaurimento delle loro risorse lacrimali, tra attacchi di panico da futuro incerto e abbattimento parziale della smania di crescere.

Al termine del pay off conclusivo – un bel font, scritta bianca su fondo nero – ho preso atto, con sommo sbigottimento, di una classe completamente devastata. Ho cercato di minimizzare, ma era troppo tardi. A due ore circa alla fine della loro esperienza nella scuola primaria, mi trovavo al cospetto delle macerie provocate da uno stato di depressione collettivo. Li ho portati in giardino, confidando nella portata di deconcentrazione che hanno gli spazi esterni in primavera sui bambini, ma niente. Nemmeno il pallone ai maschi ha colmato quella sensazione di nulla cosmico e di buco nero in cui la mia classe era caduta. All’uscita, poi, ci sono stati i soliti festeggiamenti con i palloncini, i coriandoli e le bolle di sapone, ma il mood era fin troppo evidente.

Quanto a me, mi sono commosso molto mentre preparavo il video e ascoltavo a ripetizione le strofe e i ritornelli di “Porcelain”, tanto che, durante la premiere collettiva, oramai il pathos si confermava quasi una routine. Ai primi piagnistei però ho rischiato di scoppiare in lacrime con loro. Poi, compresa la gravità della situazione, la fermezza imposta da ciò di cui ero spettatore ha prevalso e mi sono messo a fare l’adulto. Va da sé che “Porcelain” mi è rimasta addosso tutto il giorno e praticamente tutto il tempo, da allora. La canto con trasporto ed evito persino di parodiare la voce campionata del ritornello, come ho sempre fatto. Domani ci sarà la festa di fine anno e, probabilmente, qualche genitore mi chiederà spiegazioni. Non è un video per bambini, gli dirò. Ditegli di tenerlo, di conservarlo chiuso in una scatola, e di aprirlo e proiettarlo non prima di aver compiuto trent’anni.

in prima fila

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Il momento in cui si manifesta il cosiddetto panico da palcoscenico è difficile da prevedere, e non è detto che lo si avverta mentre siamo svegli. È facilissimo però percepire questo stato d’animo diffuso tra i miei bambini impegnati in una delle svariate prove generali dello spettacolo che chiude, in un solo colpo, progetto di teatro e musica, anno scolastico, ciclo alla primaria.

Ma anche a me, l’emozione, gioca brutti scherzi. Sto cercando di posizionare la telecamera un po’ datata che abbiamo in dotazione a scuola – dovrò riprendere l’intera esibizione – senza riuscirci. Se siete del mestiere – videomaker, non insegnanti – saprete che non è scontato saper impostare l’inquadratura dritta regolando la lunghezza delle singole gambe del treppiede. Cioè i professionisti ci riescono, i cialtroni come me vanno a tentativi. Senza contare che i neon della platea dell’auditorium sono spenti per far abituare i bambini alle sole luci del palcoscenico e, nonostante gli occhiali, ci vedo malissimo. Nel display della camera però riconosco perfettamente i colori che ho impostato schiacciando a caso i pulsanti e le levette del mixer luci di cui è dotato l’impianto.

In prima fila, non chiedetemi il perché, sapete come funzionano i sogni, sta assistendo alle prove la moglie di un notissimo presentatore televisivo, uno di quelli che ha appena fatto armi e bagagli per darsela a gambe dalla tv di stato meloniana. Io e lei (sua moglie, mica la Meloni eh) siamo molto in confidenza, lo si evince dal fatto che mi siedo accanto e ci scambiamo effusioni ma sarebbe scorretto definirle amorose. I nostri volti si trovano vicinissimi e io, anziché pensare a baciarla, le morsico delicatamente ma con trasporto emotivo che non vi sto a descrivere il naso, mentre lei si sbellica dalla risate per il presunto solletico procurato. Sono certo che, prima dell’inizio della recita, la raggiungerà suo marito, sempre che sia libero dagli impegni che un personaggio pubblico della sua statura comporta.

Con i bambini ci siamo esercitati e preparati molto, e spero che i risultati mi diano ragione. Anche io ho dato del mio meglio. Ho addirittura noleggiato uno studio per registrare le musiche e definire al meglio il sound design dello spettacolo. Sulla scelta della struttura non ho avuto dubbi, in queste occasioni importanti – in cui c’è poco tempo e bisogna essere certi del risultato finale – ci si affida a professionisti e, come nel mio caso, a conoscenze personali. In realtà, se nel sogno mi sono rivolto allo studio di Fabry K., è più perché devo aver sbirciato nella sua pagina Facebook recentemente. Ve lo dico perché io da un metallaro non mi farei registrare nemmeno la base di “Tanti auguri a te” per festeggiare i compleanni in classe.

La sua storia, però, è piuttosto curiosa. È un perfetto nessuno, mai quanto me, ma sin da quando era ragazzino – è sempre stato un virtuoso della chitarra e il suo look da hair metal non ha mai lasciato dubbi – il suo atteggiamento ha dato sempre al prossimo l’impressione di uno sempre sul punto di sfondare. Si era trasferito a Milano dopo le superiori e, da allora, ha militato esclusivamente in cover e tribute band esclusivamente di matrice hard rock e tamarra. Grazie alla sua attività musicale di serie C, comunque un mestiere dignitosissimo, ha rilevato una sala di registrazione con alcuni colleghi metallari quanto lui.

Mentre, dietro al bancone del mixer, stiamo mettendo a punto l’equalizzazione dei pezzi, Fabry e il fonico commentano l’imminente cambio di sede del loro studio. L’intero stabile in cui ci troviamo è stato acquisito da una banca – peccato, quegli spazi hanno una storia artistica di tutto rispetto – e a breve sarà ristrutturato per ricavare mini appartamenti più adatti al mercato immobiliare del quartiere. Mi pare anche che vogliano vendermi qualche synth per evitare un trasloco oneroso ma è tempo perso, a casa non saprei dove tenerli e finirebbero per ammuffire in cantina. Il mixaggio termina in tempo per prendere il Flixbus per Roma, un plot twist che nell’economia della trama non ha alcun senso. Nella paura di perderlo – come nella vita reale, sono paranoico sulla puntualità negli appuntamenti – non faccio in tempo a fare la pipì prima di partire, così approfitto della prima sosta a Genova per scendere e cercare una toilette. Qualcuno mi indica il piano seminterrato del teatro Carlo Felice – il pullman ha parcheggiato nella piazza antistante – ma sapete come vanno le cose nella confusione onirica. Non vedo più i cartelli con l’omino stilizzato e soprattutto so che devo sbrigarmi, non credo che l’autista a ogni fermata faccia l’appello come facciamo a scuola prima di partire per la gita e non abbandonare nessuno nelle città d’arte. Finisce che non la faccio nemmeno lì ma non dovete preoccuparvi, la coda del sogno non è così prevedibile. In fretta e in furia riesco a elaborare una strategia che si rivelerà perfetta: decido di trovare la comitiva che viaggia con me, e sulla scaletta del Flixbus faccio di tutto per svegliarmi e precipitarmi in bagno, dove abbiamo appena installato il motore del nuovo condizionatore e non mi sono ancora abituato al controsoffitto con i faretti.

Beth Gibbons – Lives Outgrown

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I Portishead ci hanno lasciato pochissimo materiale a consolazione della loro assenza. Tre album e un live – quest’anno peraltro ristampato con qualche traccia in più – nonostante alcune delle loro canzoni (due su tutte, anzi tre) siano tra le più iconiche della storia della musica. Tra i pezzi da novanta di una stagione musicale irripetibile (il trip hop, il sound di Bristol e in generale l’ultima porzione di un secolo agli sgoccioli) solo loro mancano all’appello, in quest’epoca di tributi, di reunion e di cannibalizzazioni del passato.

Ed era un peccato soprattutto aver perso le tracce di Beth Gibbons, uno dei timbri più rappresentativi del decennio in questione. D’altronde, anche nel momento di maggiore successo, l’approccio dei Portishead allo show business  è sempre sembrato piuttosto defilato. Da Roseland NYC Live in poi, il crescente disinteresse per la musica praticato soprattutto da Geoff Barrow (fuggito a cercare ispirazione in Australia) aveva completamente dilapidato tutte le energie compositive necessarie per un prosieguo di carriera. Non a caso Third, l’album pubblicato nel 2008, ampiamente oltre il tempo massimo di scadenza del trip hop, seppur un disco bellissimo, ha lasciato però (almeno a me) il retrogusto di un tentativo postumo, una di quelle eccezioni che non conferma nessuna regola.

E Beth Gibbons, in quanto a posizionarsi al di là di qualunque circuito, non è certo da meno. Quante volte ne avete sentito parlare, da allora? A memoria ricordiamo una partecipazione a un’iniziativa di beneficenza, il featuring di “Mother I Sober” di Kendrick Lamar un paio di anni fa e il disco frutto della collaborazione con Paul Webb, bassista dei Talk Talk, lì con il nome d’arte Rustin Man, un’opera così incorporea e fragile da evaporare dopo una manciata di ascolti. Fuori dagli standard imposti dallo star system, Beth Gibbons si è impegnata per costruirsi una dimensione privata, in cui diventare adulta e invecchiare con consapevolezza (stavo per scrivere con serenità).

Non sorprende che Lives Outgrown, quello che può essere definito il primo vero album solista della cantante dei Portishead, sia un disco frutto di almeno dieci anni di note prese a margine, di spunti messi da parte per dopo, di ispirazioni suscitate dalla straordinaria quotidianità della vita che scorre trasformate in musica con quello che capita di avere sottomano. Non necessariamente gli strumenti musicali più comuni con cui si compone o comunque strumenti veri e propri, ma anche qualunque oggetto che si presti a fare rumore, come i contenitori per gli alimenti, le scatole e quant’altro sia in grado di generare il suono più adatto allo scopo.

Fatto sta che la prima volta in cui si è diffusa la voce di un suo lavoro solista Beth Gibbons andava per i cinquanta, mentre la pubblicazione del primo estratto da Lives Outgrown la vede quasi sessantenne. Una fase della vita disperata nella sua unicità, un concentrato di perdite e di addii forzati, un ponte a senso unico tra un prima che sembra infinito e un poi dai giorni cinicamente contati che, intonato dallo stesso timbro che abbiamo ascoltato implorare “una ragione per amarti” chissà quanti milioni di volte, lei con la sigaretta in mano, aggrappata al microfono e con un’energia impossibile da descrivere a parole, ci suona ancora più struggente. “The burden of life just won’t leave us alone”, così oggi Beth Gibbons ci trasmette il peso della vita, corredato da un elenco di fardelli, incompleto ma sufficientemente esaustivo, che comprende cose come maternità sfiorate, ansia, menopausa e morte.

Temi che nell’immaginario a cui i nostri beniamini del pop e del rock, raggiunta la terza età, ci hanno abituato, richiederebbero poche cose di contorno. Chitarre acustiche, pianoforte e poco altro. Beth Gibbons ci stupisce invece con una ricchezza di arrangiamenti e orchestrazioni di rara bellezza, ovunque maestosi e evocativi, pensati per sprigionare al massimo tutte le potenzialità delle sue canzoni. Un folk “sbagliato” nel suo tripudio di archi, flauti, percussioni e persino cori di voci bianche, tanto che le due incursioni di chitarra elettrica e quella di organo, con un effetto tipicamente Dummy (in “Rewind” e “Beyond The Sun”), ci sorprendono per la loro estemporaneità, a conferma che non c’è disco più distante dai Portishead e dai campionatori di questo.

Tra le tag con cui questa superlativa tracklist può essere descritta rientrano di diritto termini come intensità, affanno, sospiri, spleen, dubbio, ineluttabilità, disincanto e malinconia. Lives Outgrown va ben oltre il decennio durante il quale è maturato, e risulta il diario dell’intera esistenza di un’artista permeata da una inquietante cupezza. Un oscuro presagio del fatto che, dopo questo album, non ci sarà davvero più nulla.