Chalk – Crystalpunk

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Ci vuole un certo standing e una buona dose di sfacciataggine per maneggiare i generi riconducibili all’EDM suonata (DJs not allowed) e risultare convincenti. Da ciò che si percepiva dai singoli (e dai video) con cui si sono imposti all’attenzione del pubblico che si muove sulla linea di confine tra post-punk e cultura rave, il progetto degli irlandesi Ross Cullen e Ben Goddard sembrava davvero incarnare la nuova big thing di questo genere musicale e connotarsi con tutte le carte in regola per fare il botto.

L’hype intorno a Crystalpunk era a dir poco alle stelle, c’erano aspettative altissime, e probabilmente è per questo che quello dei Chalk è un disco che, al momento, soddisfa solo a metà, o almeno a tre quarti. Forse è solo il caso di lasciarlo decantare un po’, magari assistere a un loro live, quindi tirare le somme e verificare, a fine anno, quanto davvero abbia lasciato il segno e se metterli o no in classifica.

I Chalk infatti sembrano aver smarrito un po’ di quella urgenza di sperimentazione che gli ha permesso, nei tre capitoli di Conditions che hanno preceduto l’esordio sulla lunga durata, di cavarsela alla grande nelle periferie malsane del mainstream del (perdonate la banalizzazione) rock elettronico. Non che al cospetto di questo album di debutto non se ne intuiscano le potenzialità, ma ascoltandolo fino in fondo non trascorre momento in cui non lo si percepisca con eccessiva disinvoltura e agio rispetto alle ostentate spigolosità abrasive trasmesse degli episodi che lo hanno anticipato.

Troppa pulizia ed eccessivo rispetto delle regole (siamo ai limiti della pignoleria) per una band che prometteva invece promiscuità, dissolutezza e svacco techno-punk. Solo nella traccia iniziale “Tongue” (l’intro di synth sembra un rigurgito di “Army Of Me”) e a metà disco, con “Skem”, si ha l’impressione di sguazzare nel fango che associamo agli improvvisati dancefloor clandestini dei raduni organizzati di nascosto sotto ai capannoni industriali dismessi. Nel resto del disco sembra più di calpestare rassicuranti PVC da club in cui il biglietto si paga fior di quattrini, con spunti e intenzioni alla Fontaines D.C. di Romance e potenziati da azzimati arrangiamenti che spaziano tra i Prodigy e gli Orbital, come nelle reminiscenze Kasabian dei singoli “I.D.C.” e “Can’t Feel It”.

La simmetria degli otto minuti di “Béal Feirste” con “Born Slippy” è poi decisamente fuori controllo, al contrario di “Ache” che è invece l’unico episodio che rimanda alla discografia precedente e alla freschezza degli approcci compositivi delle origini. Altrove emerge addirittura una dirompente attitudine alla ricercatezza melodica tutta british, sorretta da approcci smaccatamente big beat (ascoltate “Pain”) e risoluzioni compiacenti di hard rock alla Linkin Park, è il caso del brano “Longer”.

“One-Nine-Eight-Zero” è una traccia che non stonerebbe mixata a un successo dei Planet Funk, per dire. Non che ci sia qualcosa di male ma, considerati i presupposti, chi l’avrebbe mai detto. Un brano che, con i suoi sintetizzatori grassissimi, simula sicuro e compatto un viaggio in prima classe a bordo di un treno ad alta velocità, con il panorama che si lascia cogliere a malapena attraverso i finestrini in tutte le sue dimensioni, proprio come in quel celebre video dei Chemical Brothers. Ed è proprio sotto questo punto di vista che i Chalk giocano sporco: pensano di parlare alla loro generazione ma, tra le righe delle dieci tracce del disco, sembrano rivolgersi implicitamente a tutte quelle seguaci della musica elettronica che l’hanno preceduta. Il fatto è che, per sonorizzare gli immaginari alla Irvine Welsh, applicare il distorsore sulla voce non è sufficiente, semmai ci vuole ben altra trasgressione e portata destabilizzante.

In sintesi, nonostante si tratti, a scapito dalle premesse, di un disco sorprendentemente accomodante, non si può non promuovere Crystalpunk. Sono i Chalk stessi a definirlo il primo e ultimo album della loro carriera, un tentativo di provocazione un po’ scontato che ci fa riflettere sul fatto se sarà davvero così (e sarebbe un peccato) o se si tratti di un ulteriore modo – un po’ goffo – di attirare l’attenzione.

Mitski – Nothing’s About to Happen to Me

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Saranno solo i posteri a stabilire se il solipsismo e un certo individualismo talvolta involontario (ma indubbiamente esasperato) dovranno essere annoverati tra le principali cause della nostra estinzione. Storici e archeologi replicanti, ovviamente: gli unici sopravvissuti. Studiosi finti con l’IA generativa al posto del cervello, gente con il cuore di silicio e le membra di carne coltivata, immune da qualsiasi malessere e decisa (stavo per scrivere programmata, che termine obsoleto) a non ripetere gli errori dell’umanità che l’ha costruita e che ha fatto di tutto per farsi surclassare dalle proprie povere creature in ogni disciplina.

Il punto è che al fascino della bolla è difficile resistere, e il senso di sicurezza è così tentacolare che poi, la membrana protettiva, finiamo per farla coincidere con le pareti di casa nostra. Amici scienziati del futuro, se leggete qui vi autorizzo a chiamarla come faccio io, la sindrome dei tre porcellini. Tanto, quando sarà il momento, la materia di cui sono composto si troverà in uno stato in cui difficilmente potrò rivendicare il copyright dell’intuizione.

Prendete il caso di Mitski, che a proposito del postaccio in cui vive (gli Stati Uniti) ha passato gli ultimi due anni a ricordarci, con i numeri da capogiro tra streaming, visualizzazioni e riciclo dei suoi singoli sui social, quanto sia inospitale. Malati di ipervisibilità, alla fine ci dimostriamo tutt’altro che all’altezza della sovraesposizione a cui siamo condannati, a dimostrazione che non siamo ancora pronti. Magari tra duecento anni ci rideranno su, di quelli che si chiudono dentro perché fuori fa paura. Ma noi che ne siamo protagonisti, che soffriamo la transizione in ogni istante e in ogni click, rischiamo grosso.

E ancora prima di apprezzare l’ottavo album della straordinaria songwriter americana (ma dal cognome giapponese) permettiamoci una menzione per il gatto che troneggia sulla copertina di Nothing’s About to Happen to Me, perché se ne intravede un altro sulla sinistra nel pieno di una dichiarazione di intenti che non lascia dubbi. Lui, il protagonista, ha i due occhi di colore diverso, in primissimo piano nemmeno fosse Bowie nella foto di Heroes. Quell’altro gatto, invece, quello dalle intenzioni bellicose, è la prova che la vergogna non sempre si trova al di là del muro. La vera piaga del duemila e rotti è intramoenia, nelle nostre camerette dove tutto sembra confessione ma poi un fact checking è pressoché impossibile. Insomma, gira che ti rigira trovare un buco al sicuro da dove raccontarsi è complicato e tanto vale lasciare il mondo oltre la porta d’ingresso. Isolarsi dai rumori nelle proprie stanze, un modo per togliersi di mezzo senza andarsene davvero. Sparire dalla circolazione per narrarlo poi nelle canzoni.

Nothing’s About to Happen to Me suona quindi come un augurio di un successo confortante ma un po’ meno invasivo di quello che coglie di sorpresa e subdolamente si riproduce in svariati milioni di riconoscimenti al secondo, illusori e volatili come un ghiacciolo quando si ha sete. Nel disco troviamo i topos dell’artista eremita, con l’oblio che la natura e l’indifferenza della metropoli sono in grado di riservare di “In A Lake”, quello dello scoramento a contrasto con iperconnessione di “Where’s My Phone” e persino dell’artista che si autoimmola ai fan dandosi la morte, soffocata dalla sua stessa gloria, di “Dead Woman”.

Gli arrangiamenti confermano e ampliano il flavour orchestrale del precedente The Land Is Inhospitable and So Are We: archi, fiati, cori, chitarre sdraiate per improvvisi guizzi country e musichette da sala d’attesa convivono in totale serenità. La scelta di ammorbidire il suono con orchestrazioni corroboranti in bilico tra americana e blues consente una resa perfettamente contemporanea, più pop che alt-folk. L’impatto complessivo è fortemente scenografico e teatrale, quello emotivo decisamente toccante, il tutto grazie a un approccio compositivo adulto e rifiniture finali ancora più consapevoli ed esperte (sette album alle spalle si sentono eccome) che non vanno però a compensare (lasciandola intelligentemente sguarnita, per il nostro piacere di ascolto) l’evidente vulnerabilità di fondo, quella nota di dispiacere di cui Mitski si fa scudo per interpretare il presente e ciò che accade all’esterno della sua dimora artistica in modo imparziale.

Così il titolo finisce per suonare meno come una rassicurazione che come una formula scaramantica. Niente sta per succedere, certo. Ma nel frattempo Mitski continua a raccontarci quanto sia difficile restare al mondo senza nascondersi da qualche parte. E se la soluzione è rifugiarsi in casa propria, almeno che ci sia una buona colonna sonora.

Voka Gentle – Domestic Bliss

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La scomposizione delle composizioni, in musica, è arte allo stato puro. In generi come il jazz, basati cioè sull’improvvisazione, il gioco consiste proprio nello scardinare le strutture dei brani, rivoltarle come un calzino, privarle di tutto e ridurre ai minimi termini i riferimenti. Mantenere a malapena l’involucro e i muri portanti per arredare gli spazi interni con il proprio estro, il gusto, la tecnica, la visione del brano e restituire una nuova versione di cui l’impatto live e la relativa percezione in tempo reale del pubblico costituiscono, ogni volta, una unicità irripetibile.

La sensazione che trasmette l’ascolto di Domestic Bliss, ultima fatica del trio londinese Voka Gentle, restituisce in parte tutto questo, con la differenza che alla base c’è ben altro che degli standard da Real Book (siamo nei dintorni di un art-indie rock difficilmente descrivibile a parole) e che l’eterogenea moltitudine di arrangiamenti è pensata per una cristallizzazione su disco di avanguardie sonore apparentemente così volatili che solo un minuzioso lavoro di studio è in grado di rendere tangibile.

Tutto il processo per cui l’esecuzione si materializza a commento della sensibilità collettiva nell’espressione dell’istante artistico, qui viene straordinariamente catalizzato in forme musicali che, ascoltate a fatto compiuto, impongono una restituzione inversa rispetto alla fruizione abituale. Identificare il nucleo intorno al quale si espande ciascuna traccia dell’album risulta un’operazione squisitamente faticosa (una prova di forza ai limiti della speculazione) ma in grado di ristabilire una piacevolezza totalizzante.

Voka Gentle è un trio di pezzi da novanta in cui tutti fanno un po’ di tutto. Ellie Mason è ingegnere del suono alla Mute Records, mansione grazie alla quale ha carta bianca circa l’uso della strumentazione vintage dei Kraftwerk e ambiente in cui si è fatta valere come turnista per Paolo Nutini e Badly Drawn Boy. La gemella Imogen ha invece già all’attivo un album con il nome d’arte sm^sher e, non paga di tutto ciò, frequenta un master in Sound Art per distinguersi ancora più per eleganza. William J. Stokes, terzo ma solo per necessità di elencazione, non è da meno, con il suo dottorato di ricerca in ambito musicale e la sua attività di produttore.

Ma sarebbe riduttivo ricondurre unicamente a titoli accademici, mestiere e manierismo a tavolino la bellezza di cui un disco come Domestic Bliss è permeato. Non a caso i Voka Gentle di sé dicono di non essere tanto un gruppo quanto un organismo, un sistema intelligente che agisce nella completa interoperabilità delle parti, con un principio creativo completamente condiviso e articolato lungo itinerari guidati dall’ossessione per l’esplorazione anche degli scenari creativi più remoti e alieni.

La gestazione dell’album stesso riflette lo spirito di dedizione assoluta alla sperimentazione che vive nel DNA dei tre artisti. Il disco è infatti il risultato di un’esperienza senza precedenti, un vero e proprio do ut des tra sessioni negli studi della London City University ripagati con workshop di tecniche di registrazione sperimentali durante i quali la band ha dato in pasto alcune composizioni agli studenti che hanno partecipato agli incontri. Riportati dietro al mixer, gli spunti nati dalle sessioni collettive sono stati destrutturati e riassemblati per dare forma alle trame del nuovo concept. In questa fase, il trio ha dato sfogo alla propria attitudine artistica con tecniche tutt’altro che ordinarie e strumentazione poco ortodossa.

Ne è derivato un tripudio di arrangiamenti a rinforzo di una produzione o, meglio, di un’autoproduzione superlativa. Difficile stabilire il primato tra la spigolosa “Cheddar Man” e “Battle Sequence (I’m Atomic)”, sua accomodante nemesi, tra il techno blues di “Creon I” e lo splendido crescendo centrale della cyber-bluriana “Kinema”, tra l’evocativo neo-prog di “The Creature” e i Talking Heads aumentati di “Torpedo Mike”, tra i timbri da Mezzanine portati all’estremo di “K Sees The Deal Go Down” e certi futurismi alla Kid-A di “Jude Law For Vogue (1995)” (che già basterebbe solo il titolo), tra la delicatezza d’altri tempi di “You Deserve It!” e l’art-pop di ultimissima generazione della conclusiva “Ultra Aura Glow”.

Una babele di meraviglie grazie alle quali Domestic Bliss risulta un disco epocale. D’altronde, con un artwork di copertina così, non avrebbe potuto essere altrimenti.

AA.VV. – Help(2)

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Che ci sia bisogno di dischi come Help 2 non è un buon segno, e che un disco come Help 2 esca a cavallo di una recrudescenza dell’ennesimo conflitto scatenato dai bulli militari del nostro tempo (Stati Uniti e Israele) impone una riflessione sullo stato delle cose. Limitiamoci così a speculare cinicamente sul fattore etico e artistico dell’operazione, e per qualche minuto (il tempo dell’ascolto dei 23 brani o di questa lettura) facciamo finta che, senza guerra, non ci sarebbe stata l’opportunità di vedere, anzi, di ascoltare raccolti in un unico contenitore fisico e virtuale (ogni pre-ordine, streaming e condivisione di Help 2 avrà un significato non da poco) il meglio della scena musicale alternativa contemporanea.

Ma facciamo un passo indietro. Il 1995 vide la pubblicazione di Help, il primo dei numerosi progetti discografici organizzati per la raccolta di proventi da devolvere a War Child, l’ONG britannica impegnata nelle operazioni di supporto e assistenza ai bambini che abitano le aree del mondo teatro di conflitti armati. L’album (realizzato con la supervisione di Brian Eno) conteneva lavori di Radiohead (pensate che fortuna essere un brano e stare in una compilation insieme a un pezzo come “Lucky”), Massive Attack, Portishead, Blur, Oasis, Stone Roses e molti altri.

Il disco venne registrato in un solo giorno e, ad oggi, grazie anche a riconoscimenti come il BRIT Award, il Q Award e una nomination ai Mercury Prize, risulta uno degli album di beneficenza di maggior successo, con oltre 1,2 milioni di sterline raccolte, cifra che consentì a War Child un intervento concreto e rapido a favore dei bambini coinvolti nell’allora conflitto bosniaco. A Help seguirono 1 Love (2002), Hope (2003), Help! A Day in the Life (2005), The Night Sky (2007), Heroes (2009), I Got Soul (2009) e War Child 20 (2013), dischi che hanno contribuito ad aiutare War Child in altrettanti interventi immediati.

War Child purtroppo stima che la percentuale dei bambini nel mondo a rischio in scenari di guerra oggi sia quasi raddoppiata e rappresenti circa 520 milioni a livello globale, un valore persino superiore a quello della Seconda Guerra Mondiale. L’esperienza ci insegna che gli aiuti non sono mai abbastanza e che, purtroppo, la pace, in questo sconfinato ring a forma di palla che orbita nello spazio, è e sarà sempre, nostro malgrado, un’astrazione. Da qui l’urgenza di Help(2) che, tanto quanto l’archetipo e le declinazioni che ne sono seguite, denuncia ancora una volta la preoccupante condizione umanitaria dei più innocenti, in un momento in cui la violenza condanna i paesi del Medio Oriente verso un ulteriore abisso. Secondo War Child oltre 100 milioni di bambini potrebbero trovarsi in pericolo, considerato l’effetto a cascata che l’attuale minaccia bellica può generare.

Anche dal punto di vista artistico Help(2) suona speculare alla prima release, in quanto somma delle parti che hanno dato il loro apporto per la realizzazione. L’iniziativa ha riunito una line up altrettanto stellare come la precedente e costituita da artisti e band del calibro di (in ordine alfabetico): Anna Calvi, Arctic Monkeys, Arlo Parks, Arooj Aftab, Bat For Lashes, Beabadoobee, Beck, Beth Gibbons, Big Thief, Black Country, New Road, Cameron Winter, Damon Albarn, Depeche Mode, Dove Ellis, Ellie Rowsell, English Teacher, Ezra Collective, Foals, Fontaines D.C., Graham Coxon, Greentea Peng, Grian Chatten, Kae Tempest, King Krule, Nilüfer Yanya, Olivia Rodrigo, Pulp, Sampha, The Last Dinner Party, Wet Leg e Young Fathers.

Un dream team che ha consentito di mantenere alto il livello della raccolta e che ha potuto contare anche sulla disponibilità degli Abbey Road Studios per le sessioni di registrazione, lo scorso novembre 2025, nonché della direzione artistica di James Ford, uno dei protagonisti dell’industria musicale del nostro tempo e produttore di successo di molti degli artisti raccolti qui.

Difficile indicare le canzoni meglio riuscite perché, davvero, un cast di questo valore rende superfluo qualunque confronto. Permettetemi però di eleggere i miei preferiti, anche se, per una volta, non c’è nessuna gara per primeggiare in originalità. Il mio plauso va agli English Teacher, una delle band che mi hanno più colpito negli ultimi tempi, protagonisti insieme a Graham Coxon in “Parasite”, quindi alla canzone “Sunday Light” interpretata da Anna Calvi, Ellie Rowsell, Nilüfer Yanya e Dove Ellis, e ai Foals, che hanno partecipato con “When the War is Finally Done”. Ma, ribadisco, il resto della tracklist non è affatto da meno.

Lo spirito collaborativo nato in studio ha inoltre favorito jam session poi confermate nel missaggio finale. Sentirete quindi Johnny Marr suonare la chitarra sotto le voci simultanee di Damon Albarn, Grian Chatten e Kae Tempest, e ancora Graham Coxon fare altrettanto per la cover di “The Book of Love” dei Magnetic Fields, cantata da Olivia Rodrigo.

Help(2) risulta così l’unione di tanti piccoli sforzi collettivi e del talento dei numerosi artisti che si sono prestati a far leva sulla loro visibilità, donando tempo e arte a una causa sacrosanta. Nel mio piccolo ho già acquistato la mia copia in vinile, confidando che il mio dieci (a cui aggiungerei la lode se il sistema di valutazione di Loudd me lo permettesse) possa fare anche in minima parte la differenza.

The Fake Friends – Let’s Not Overthink This

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The Fake Friends è uno sfacciato ensemble di Montreal guidato dal frontman Matthew Savage e dal chitarrista Luca Santilli. Il gruppo unisce un temperamento che attinge alle diverse anime dell’esperienza post-punk delle generazioni di artisti che li hanno preceduti e delle realtà che animano la scena contemporanea, il tutto reso attraverso un estro indubbiamente originale.

Nelle tracce del loro secondo album Let’s Not Overthink This – in realtà il primo, se non si considera l’acerbo (ma comunque fitto di spunti) EP Always Worse, Never Better uscito un paio di anni fa – coesistono infatti dinamici botta e risposta tra chitarre pulite e graffianti che rimandano alle hit di Bloc Party, Interpol e Franz Ferdinand usati in contrapposizione a riff distorti a cavallo tra punk e hard rock. Un ricorrente semi-cantato cadenzato, ascrivibile agli Idles nella versione più aggressiva, che degenera spesso e volentieri in un certo machismo corale e collettivo alternato a una preoccupante vena melodica colpevolmente troppo sopra le righe. Eleganti trame darkwave permeate di tappeti e suoni di synth che rivaleggiano contro selvaggi slanci grunge frutto di una rara immediatezza esecutiva, quella che di norma trova il meglio sul palco al cospetto di gente sotto che ci dà dentro con il pogo. Una combo di registri volutamente antitetici, catturata perfettamente sul disco e che, ne sono sicuro, ribaltata sul piano live può essere in grado di trasmettere al pubblico sussulti emotivi tutt’altro che marginali.

Un improbabile quanto divertente mix di ispirazioni concentrato in undici brani per poco più di mezz’ora di dichiarazione di intenti, in uno scenario che, a detta loro, concentra l’atmosfera urbana della metropoli in cui i membri della band sono cresciuti e hanno messo a fattor comune la loro voglia di suonare. I brani sono ricchi di istantanee (principalmente notturne) che solo la loro spiccata sensibilità artistica è in grado di farci vivere in tempo reale, attimi colti tra i riflessi dei neon sui marciapiedi bagnati e i flash improvvisi delle poche automobili in giro tra le strade fredde e deserte della città.

“Ministry of Peace”, la canzone che ci introduce nel mondo di Let’s Not Overthink This, contiene già in nuce tutto quanto verrà poi declinato nelle differenti peculiarità di ogni brano a seguire. Intro con pad di tastiere a scaldare il clima, distorsioni controllate, esplicitazioni all’unisono e acuti di voce all’eccesso. Una partenza che si riversa con naturalezza nel punk wave trascinante di “A Sucker Born Every Minute”, singolo che si contraddistingue per l’orecchiabilità del tema di chitarra e della melodia del ritornello.

“The Way She Goes” è un febbrile inno dance funk che colpisce per il contrasto tra la durezza delle strofe e il refrain ai limiti del confidenziale, con un’intenzione vocale che ritroveremo verso la fine del disco in “If It Happens”. Il paradosso generato tra i due approcci si ripropone tale e quale nella successiva “Control”, in cui trovano posto sensibilità dark e impeto ai limiti delle ballad shoegaze, e nell’ascolto senza soluzione di continuità tra le tracce distinte “Five Star Review” e “Living The Dream”, brano che, come il seguente “Backstreet’s Back, Part 2”, non stonerebbe mixato agli episodi più celebri dei Faith No More.

La chiusura dell’album vira invece verso la sicurezza e le certezze del post-punk più moderno, grazie a “Hyperconnection”, con le sue scomode dissonanze di chitarra, le sue travolgenti cavalcate indotte dalle parti di synth e un tiratissimo ritmo di batteria comprensivo di tutti i cliché del genere a partire dall’hi-hat in levare, e a “Dance On My Grave”, leggermente più morbida e permeata di certi coretti che la candidano a ulteriore e definitivo singolo di sicuro successo, fino a “Good Friends”, un pezzo piano e voce che riporta la palla al centro e spoglia il disco di tutto, persino della spensieratezza che fino a poco prima ha contribuito all’oblio dei più complessi stati d’animo.

Il cast di Let’s Not Overthink This sembra così attraversato da comparse – forse realmente amici (ma mica tanto) a differenza della ragione sociale della band. Nell’insieme si avverte la complicità su cui il gruppo deve aver lavorato immersa nel sudore della sala prove. Un disco in cui si percepisce sia la volontà collettiva di lasciare il giusto spazio agli altri, sia la tensione di farsi trovare pronti e ruvidi quanto basta, ciascuno con il suo strumento in mano (o le corde vocali pronte a colpire), al momento più opportuno e funzionale per la composizione risolutiva.

Piacevole scoperta, lo stile dei The Fake Friends colpisce per modernità e indifferenza ai trend (soprattutto quelli dello scenario post-punk più attuale) e per una vena retro saggiamente tenuta a distanza, a dimostrazione della maturità di una band cresciuta palco dopo palco che ha saputo individuare una voce riconoscibile, allo stesso tempo nuova ma già ottimamente risolta.

 

Altın Gün – Garip

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Ogni popolo ha il suo blues. È grazie infatti all’esperienza di chi ha inventato la madre di tutti i generi che da allora pratichiamo che, a ciascuna nazione, è concessa l’opportunità di rifugiarsi a piacimento (o comunque quando necessario) in una musica fortemente identitaria, con radici che affondano nella sofferenza, nella tristezza o, nel migliore dei casi, nella malinconia.

Un archetipo che per i turchi corrisponde al folk tradizionale e a stelle come Neset Ertas, indimenticata icona della musica anatolica. Un talentuoso cantante, autore e virtuoso del baglama che ha portato lo spirito della tradizione folk ashik (uno stile traducibile in un incrocio tra quello che fa il cantastorie e ciò che produce un poeta) nell’era moderna. Non a caso la sua figura è ricordata come halk ozan, che letteralmente significa “bardo popolare”. Un trovatore, per farla breve.

Ed è dedicato proprio al valore di Neset Ertas il nuovo album degli Altin Gün, la formazione di origini turche e basata ad Amsterdam che, giunta al sesto disco, da sempre si distingue per un suono che richiama il funky rock anatolico della seconda metà del novecento, rivisitato con un furore retromane sufficientemente filologico e a tratti virante verso la psichedelia.

Dopo il forfait della solista Merve Dasdemir, e priva del suo timbro così ammaliante che ne ha spinto il suono più di una volta ai limiti del dream pop, la band guidata dal fondatore e bassista Jasper Verhulst ha scelto di puntare su un concept in grado di compensare con organicità stilistica, autorevolezza di contenuti e chiarezza di messaggio l’inevitabile gap che la fuoriuscita di una voce così fortemente identificativa e caratterizzante avrebbe scavato. Dopo aver reinterpretato certe ambientazioni anni 70 nei primi dischi e altre anni 80 nei lavori più recenti, la scelta di riarrangiare in chiave Altin Gün un compendio monografico del repertorio di Ertas consente alla band olandese di mantenersi fedele alla propria matrice folk non rinunciando alle potenzialità sperimentali di una fresca e originale ispirazione.

Questa volta gli Altin Gün giocano in casa, ed è proprio il caso di dirlo. Non è difficile trovare almeno una cassetta di Neset Ertas tra i cimeli di una famiglia media turca. Melodie e testi ascoltati grazie ai nonni con cui gli adulti di oggi sono cresciuti da bambini. Un universo sonoro evocativo che trova un connubio perfetto nel modo di intendere la musica degli Altin Gün e nei loro richiami alla tradizione filtrati dalla modernità, sempre maneggiati con lo stesso ossequioso rispetto con cui si guarda ai propri padri fondatori di riferimento. Una materia prima che svuota i brani della componente più pop (quel flavour che a noi, da questa parte dell’Europa, ravviva la voglia latente di esotismo a colori pastelli che riconduciamo agli stereotipi sul vicino oriente) per guidare gli arrangiamenti verso architetture più adulte e definite, meno contaminate dai contrasti spazio-temporali tra est e ovest e anni duemila vs secolo breve, e dalla tentacolare quanto speculativa vignettatura d’antan che fa da cornice al nostro immaginario in merito. Il divertimento, per loro che suonano e per noi che ascoltiamo con attenzione, è assicurato.

Garip significa strano, in italiano, e non è così per dire. Non stupisce, infatti, trovare un brano introduttivo come “Neredesin Sen”, un convincente ponte stilistico con i precedenti dischi da un timido tratto addirittura new wave (ascoltate con attenzione basso e batteria) a precedere con disinvoltura “Gönul Dagi”, composizione in cui si parla così tanto d’amore da sentirlo grondare persino dal riverbero sixties della chitarra e dalle traiettorie da grande schermo (quasi morriconiane) degli arrangiamenti orchestrali. Un leitmotiv, quello degli archi che librano leggeri a rincorrere la melodia, che poi si ripropone anche in “Suçum Nedir” e “Gel Yanima Gel”. Non mancano i temi eseguiti con il synth a cavallo tra i soli prog e ricami bollywoodiani come in “Öldürme Beni” e “Benim Yarim”, tratto che sublima in “Bir Nazar Eyledim”, la bellissima chiusura nonché vero e proprio trionfo di arpeggiatori e di timbriche analogiche.

A normalizzare il tutto, come ci si deve aspettare dagli Altin Gün e dall’opera di Neset Ertas, forti richiami ai paesaggi anatolici rintracciabili nei fraseggi strumentali più rurali, nelle timbriche malinconiche della voce, nelle caratteristiche figure di baglama che la accompagnano e nei pattern di batteria più sbilenchi che rendono il tutto sempre un po’ imprudente, almeno per noi che non mastichiamo i repentini cambi di tempo ma, piuttosto, ricerchiamo la sicurezza di ritmiche standard più virili.

Di sicuro la presenza rarefatta degli Altin Gün nello scenario musicale contemporaneo lascia alla band tutto lo spazio necessario per voltare pagina con disinvoltura quando necessario e mettersi in discussione, mantenendo inalterata la resa compositiva. Un fattore che è al contempo garanzia di eclettismo, visione a lungo termine e capacità trasformativa. Una chiave di lettura per Garip e per i dischi che verranno dopo, e una conferma del loro ormai provato spessore artistico.

Plantoid – Flare

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Due estremi come il dream pop e il progressive si possono incontrare a metà strada solo nei dischi dei Plantoid. Se vogliamo isolare una fredda media aritmetica, possiamo apporre l’etichetta math-rock sul loro stile e liquidarli così. Ma se già per il loro album d’esordio Terrapath trovare una collocazione a prova di recriminazioni poteva risultare riduttivo, nel secondo lavoro Flare, pubblicato per Bella Union, qualunque tentativo di semplificazione rivelerebbe tutti i suoi limiti.

Per i Plantoid mi sento di dire, per la prima volta nella mia esperienza di ascoltatore, meno male che l’uso di synth o di qualsiasi altro dispositivo elettronico è a dir tanto irrisorio nei loro brani. È anche grazie a questa privazione, di cui non si sente affatto la mancanza, che il progressive, nella musica dei Plantoid, è più una correzione, un add-on in dosi omeopatiche, una spruzzata di secrezione artistica volta a marcare un territorio e niente di più. Fattori che fanno della band sperimentale di Brighton uno dei fenomeni più originali della scena musicale britannica contemporanea ascrivibile all’indie-qualche cosa. Soprattutto perché non è comune, in una band di questo tipo, che i brani siano costruiti su misura intorno alla voce e non, come accade tra i giganti del prog, viceversa.

Questo perché, anche in Flare, i due pilastri dell’estro compositivo dei Plantoid si individuano ancora nell’eccellente e raffinata tecnica strumentale praticata dalla coppia Louis Bradshaw (batteria) e Tom Coyne (chitarra solista), virtuosismi che riecheggerebbero però sterili senza l’apporto della straordinaria vocalità di Chloe Spence. Per non parlare della sua, di chitarra, strumento che suonarlo live in brani così asimmetrici ad accompagnare linee melodiche così articolate dev’essere tutt’altro che semplice. Abbandonati dalla sua decisa guida melodica, apparentemente gentile ma solo nel timbro, i Plantoid vincerebbero appena una scontata gara a chi ce l’ha più dispari, o poco più.

Flare è davvero un disco molto interessante perché alterna vere e proprie suite con strutture in più movimenti, nel solco della tradizione tracciato dagli esponenti del progressive del secolo scorso, a brani decisamente più uniformi e standard. Il tutto impreziosito da un’ampia varietà di sfumature che, sollevandosi da una solida base progressive e dream pop, tracimano in ambienti psichedelici con punte di post punk e, per i più maliziosi, con decorsi hard rock.

Il disco si apre con “Parasite”, la traccia più esplicita sullo stile dei Plantoid in quanto dichiaratamente assemblata con un’agguerrita intro strumentale che, prima di ripetersi nella coda del brano, ci lascia a lungo cullati da un onirico viaggio melodico in sette quarti. Un’eccellente prova di dinamiche prog con alti e bassi tra sfoghi da testosterone nerd e intelligente grazia artistica.

“Ultivatum Cultivatum”, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, è una formidabile composizione – una delle poche dal ritmo regolare, o, se volete, ballabile – in cui a un riff geometrico di basso e chitarra risponde una linea di voce accomodante e trascinante.

Se cercate della fusion, invece, le molteplici personalità di “The Weaver” potrebbero farvi omaggio di incomparabili soddisfazioni. La voce, qui, suona come uno strumento a fiato, e l’accompagnamento è un divertente compendio di tecnica jazz-rock moderna.

Subito dopo, una quasi impercettibile sequenza matematica di synth si snoda imperturbabile a marcare alla perfezione il sei quarti di “Dozer” e a condizionare gli accenti strumentali degli strumenti elettrici, per un risultato la cui freddezza ricorda certe intuizioni no-wave degli Squid, soprattutto nella svolta noise che accompagna la band verso la conclusione del brano.

E potrebbe mancare, in un disco prog, almeno un arrangiamento di flauto? Eccovi serviti. In “Good For You” spuntiamo peraltro anche la checkbox dei cinque quarti nella lista dei tempi anomali. Un altro brano basato su una sequenza che si ripete per tutto il corso della canzone, qui interpretata da un arpeggio di chitarra. Una canzone che alterna atmosfere di introspezione sottolineate da un impegnativo pad di sottofondo, a stacchi che variano con decisione la personalità della composizione.

“Worn” è invece una traccia dalle armonie complesse compensate da un raffinato pattern di batteria ricco di ghost note, ai limiti del funky, a cui segue la sua antitesi, “Splatter”, unico esperimento sotto i tre minuti – fin troppo sbrigativo, non rende giustizia all’idea intorno alla quale probabilmente è stato costruito – che, se non fosse per la snervante disparità, potrebbe anche piacere ai cultori del post punk.

Il disco si avvia alla chiusura con la seducente “Slow Moving”, canzone basata su un magistrale contributo di voce a cui spetta sia l’ardito compito di catturare con un po’ di pop anche gli ascoltatori meno coraggiosi, sia di farsi perdonare la successiva “Daisy Chains”, vero finale a sorpresa, la canzone conclusiva che poi è la più prog di tutte, messa simmetricamente qui a bilanciare il peso dei cliché della traccia introduttiva. Una composizione in cui, fino alla struggente durezza della coda psichedelica, i Plantoid ci deliziano con tutte le loro qualità migliori eseguendo una struttura decisamente articolata che li riporta nello stile che li denota di più.

Se avete apprezzato Terrapath, troverete in Flare una ancor più concreta affermazione del valore musicale dei Plantoid. Una band senza pari (in tutti i sensi) per la quale l’accezione di prog non rende merito alla modernità del loro stile, che al momento si conferma unico.

ammazzacaffè

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Un po’ lo capisco il mio collega Fausto che si impone di trascorrere l’intervallo lungo – quello successivo alla mensa – in classe con i bambini seduti. Uscire in giardino simultaneamente insieme ad altre venti classi restituisce un’esperienza infernale, anzi talmente infernale che io l’inferno me lo immagino proprio così: un’ora intera in piedi sotto il sole con centinaia di bambini da sorvegliare, a pancia piena (tutti) e quindi con una scorta di energie in grado di sovvertire qualunque ordine precostituito (i bambini).

Se leggete tra le righe, comprenderete immediatamente che i rischi sono molteplici. A pancia piena significa che dopo qualche minuto si tolgono la felpa e si mettono in maglietta quindi possono prendere freddo se fa freddo mentre, quando fa caldo, sudano come dei maiali, condizione che mieterà vittime tra i soggetti più fragili al rientro in aula. Simultaneamente insieme ad altre venti classi vuol dire invece che, trascorsa una manciata di secondi, scatta il fuggi fuggi generale e si perdono di vista i propri alunni rendendo impossibile ogni velleità di supervisione. Vi sfido a riconoscere i vostri: sono tutti uguali, vestono tutti allo stesso modo, hanno tutti lo stesso taglio di capelli e, in velocità, è difficilissimo distinguerli.

La scorta di energie, infine, accumulata a pranzo, aumenta esponenzialmente il loro superpotere di incolumità. Il punto però è che i bambini di oggi, cresciuti negli ambienti virtuali, non sono capaci di giocare senza farsi male. I videogiochi e la realtà distorta in cui sono abituati a muoversi durante le attività digitali sfalsa l’idea di fisicità e la percezione del loro corpo nei confronti dell’ambiente circostante. In più, nonostante gli sport praticati, corrono goffamente senza guardare, si scontrano tra di loro allo stesso modo in cui lasciano che le loro proiezioni sullo schermo attraversino qualsiasi ostacolo composto da pixel, si inciampano e cadono inconsapevoli della materia di cui sono costituite le loro membra, il suolo e la natura, a partire dagli alberi.

Il collega Fausto ha raggiunto un record sorprendente di denunce di infortuni depositati in segreteria. Io sono un po’ meno fiscale perché tendo a minimizzare gli incidenti ma so che, prima o poi, la pagherò cara. Anni fa ho avuto una collega giovane che accompagnava i suoi fuori e poi si metteva gli auricolari per ascoltare musica per staccare del tutto, come se un docente in servizio potesse considerarsi in pausa tanto quanto i propri alunni. Un’altra alle prime armi invece non pensava che, durante l’intervallo fuori dalla scuola, ai maestri fosse vietato fumare. Non vi nascondo che non dispiacerebbe nemmeno a me, se il mio lavoro davvero fosse così. Quest’anno mi sono organizzato con un termos Bialetti che, nei giorni in cui tocca a me la mensa, riempio con una caffettiera intera di caffè la mattina e svuoto interamente dopo la frutta, con immenso piacere. Potete immaginare quanto un momento di relax, specialmente nella bella stagione, sia in grado di permettere agli insegnanti il raggiungimento di una condizione di perfezione.

chiamami aquila

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Uno dei motivi che provano il fatto per cui “You’ve Come a Long Way, Baby” di Fatboy Slim sia considerato a tutti gli effetti una pietra miliare della musica elettronica è che alcune tracce di quel disco sono tuttora usatissime come commento sonoro di spot o sigle per eventi di varia natura. Tra tutte, “Right here, right now” è forse la più rappresentativa, sotto questo punto di vista.

Il fatto è che il brano in questione è stato pubblicato corredato di un video talmente iconico da rendere impossibile l’associazione tra la musica e le immagini a scene che non riconducano al soggetto della clip, ovvero la camminata che separa la cellula primordiale dall’attore che interpreta il protagonista sovrappeso della copertina dell’album, attraverso i miliardi di anni che separano il Big Bang dal big beat (questa è bella, me lo dovete riconoscere). Ed è per questo motivo che, se avessi voluto realizzare un video musicale riguardo a quanto accaduto stamattina, avrei scelto “Right here, right now”.

L’insegnante madrelingua che conduce le lezioni del progetto di Inglese che è stato predisposto anche per la mia classe ha espresso una richiesta. Ardi, il mio alunno albanese che all’inizio dell’ora aveva risposto alla domanda “How do you feel?” come fa sempre, ovvero dicendo una sfilza di super super super super super e poi sleepy, condizione che gli appartiene tantissimo perché definirlo addormentato, quando è seduto nel banco, è a dir poco sopravvalutarlo, uno che semmai si comporta poco più che come un vegetale, dicevo che Ardi, quando l’esperta ha espresso la sua richiesta – aveva scritto dei nomi di clothes alla LIM ma con le lettere tutte mescolate e ha chiesto agli alunni di rimettere le lettere nella sequenza giusta – si è come acceso. Si è calato sul volto uno sguardo che proprio non gli appartiene, uno sguardo sveglio, da aquila (fedele alla sua bandiera, potremmo dire), e ha alzato la mano.

L’insegnante lo ha indicato nel modo che sa fare solo lei e ha acconsentito alla sua volontà di raggiungere la LIM per scrivere il nome in inglese anagrammato di clothes nella sua forma corretta. Ardi è in primissima fila, una postazione strategica – per noi docenti – perché ci permette di averlo sotto controllo, a portata di mano, controllare quello che fa, sollecitarlo continuamente per evitare, come le impostazioni del pannello di controllo che regolano il timeout, la sospensione e l’ibernazione di schermo e pc, cada in uno di quegli stati di stand-by da cui dopo non si risveglia più e allora bisogna resettare tutto.

L’insegnante lo ha chiamato a sé e la cosa che ho visto – mentre Ardi ha compreso che gli era stata offerta una possibilità, quindi si è sollevato dalla sedia su cui sta costantemente inginocchiato e ha percorso la distanza per assolvere al suo compito – la cosa che ho visto è che in quella manciata di secondi si è compiuto un salto evolutivo.

Ardi si è portato alla LIM e, in quel momento, mi è apparso trasformato, una metamorfosi pari solo alla transizione tra l’homo erectus e il sapiens. Ho esultato perché c’erano tutti i presupposti per cui si trattasse di una mutazione senza ritorno. Ardi non sarebbe più tornato indietro ai tempi delle caverne, non sarebbe stato più come prima.

Ardi ha raggiunto alla lavagna, con l’aiuto dell’insegnante ha scritto socks, quindi è tornato al banco e in quel ritorno il prodigio si è annullato. Ardi si è seduto e si è messo come sta sempre, con la testa sulle braccia come se aspettasse di addormentarsi. In quell’istante, “Right here, right now” è terminata, la coda di un edit adatto alla scuola primaria si è dissolta, tutto è tornato all’inizio, alle origini, a cosa c’era prima del Big Bang, a cosa c’era prima del big beat.

trasparente

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Sono nato e cresciuto in un casa buia, un paradosso per uno che viene da una città di mare. Alle finestre erano montate persiane verdi che mi si chiedeva di tenere quasi del tutto chiuse di giorno per impedire che la luce, in un appartamento sito al quinto piano, influisse negativamente sulle attività in cui i bagliori o i riflessi sono in grado di risultare fastidiosi se non pericolosi per la vista, come la lettura o la visione di programmi in tv. Un pregiudizio avvalorato anche dal fatto che la dimensione delle finestre stesse a cui ero abituato, addirittura ridotta al minimo nella casa in campagna in cui trascorrevo le vacanze estive, costituiva un escamotage architettonico per scongiurare le dispersioni del calore interno e i relativi sprechi, in un piccolo mondo antico contadino in cui qualsiasi cosa aveva un suo valore. E anche nell’appartamento di città in cui abitavo, con infissi proporzionati all’altezza degli edifici, risultava altresì conveniente mitigare la temperatura interna, contenendo il freddo in inverno e garantendo un po’ di fresco nelle stagioni più calde.

In effetti, a casa mia c’era il rischio che l’atmosfera rarefatta e limpida delle belle giornate – piuttosto comuni – irrompesse dai vetri sullo schermo di programmi che invece comportavano la necessità di un ambiente scuro e penalizzasse l’esperienza cinematografica, in un’epoca in cui comunque gli apparecchi televisivi non erano nemmeno lontanamente paragonabili ai display hi tech in uso oggi. Per lo stesso motivo, ricordo il fastidio agli occhi dei flash – non saprei definirli altrimenti – provocati dall’esposizione fugace ai raggi che filtravano all’interno in contrasto con le parti in ombra degli infissi. Era come se restassero pixel abbaglianti incollati alle pupille che impiegavano un bel po’ a dissolversi. Da adulto finalmente ho interpretato il vero significato dell’approccio alla clausura della mia famiglia come un sistema pensato fondamentalmente per impedire che, dai palazzi intorno, qualcuno potesse osservare quello che accadeva da noi, o anche solo farsi un’idea dello status economico della nostra famiglia in base agli arredi delle stanze, o semplicemente al disordine.

Una volta trasferito a Milano e in contesti abitativi di più recente costruzione, mi sono adattato a stento all’impiego delle tapparelle in plastica – uno standard di certa edilizia residenziale in auge dagli anni 70 in poi – che, una volta abbassate, conferiscono alle case una dimensione da scatola per le persone e le cose che vivono all’interno di essa, un’idea che mi sono fatto forzata da un episodio della serie “Ai confini della realtà” che mi aveva terrorizzato da piccolo e che, da allora, mi ha segnato per sempre. Ma se ci accomuna la stessa storia, e cioè se vi siete spostati da località di mare alle regioni continentali per comprensibili esigenze professionali, sarete consapevoli della differenza di luminosità outdoor. In inverno tenere gli infissi esterni chiusi o aperti spesso non fa alcuna differenza – soprattutto in piani bassi come il mio – ma poter guardare fuori e perdersi in quei momenti in cui ci si imbambola a osservare il nulla perché, in realtà, gli occhi sono rivolti dentro noi stessi, costituisce tuttora ai pensieri una efficace via di fuga dal contesto e dal tempo, e l’intralcio dei serramenti chiusi limita fortemente qualsiasi velleità di evasione.

Tempo fa, visitando alcune città dell’Europa settentrionale, ho constatato con invidia il fascino di certe case le cui pareti perimetrali esterne sono talvolta sostituite da ampie vetrate spesso prive di tende. Chi ci vive, passeggiando tra quelle suggestive vie a piedi o in bici, non fa più caso a tale promiscuità tra vita privata e pubblica e, anzi, sono convinto che le persone che abitano lì crescano educate, a differenza mia, a non ficcare il naso nella quotidianità domestica altrui. La mia curiosità morbosa, figlia dell’estrazione culturale di cui sono impregnato, mi spingeva invece a fermarmi a osservare, non sempre facendo finta di nulla, quello che succedeva dentro e vi assicuro che a fatica mi sono trattenuto dallo scattare delle foto. Gente che leggeva, chiacchierava, beveva un tè, praticava il proprio ménage domestico come manichini viventi di una rappresentazione situazionista ambientata nelle vetrine di un grande magazzino del centro. Scene evocative che mi hanno ricordato certe trovate pubblicitarie di una volta, come quella band esponente di un acerbo punk melodico tutto italiano che, nei primissimi anni ottanta, si era esibita provocatoriamente per i propri fan mescolati tra gli avventori di una filiale della Standa.

Da quando si è diffusa la consuetudine del lavoro da casa, quello che chiamiamo smart working, anche noi abbiamo allestito una postazione da utilizzare tra le mura domestiche. Un piccolissimo studio ricavato nel living room di cui io ho approfittato solo durante il lockdown della pandemia da Covid e del quale, invece, mia moglie ha la possibilità di sfruttare tutt’ora i benefici una o due volte la settimana. Si tratta di una scrivania e una poltroncina sufficientemente confortevoli ubicate di fronte alle porte finestre del soggiorno, a ridosso della selva di piante con cui abbiamo gremito questa parte di casa, uno spazio che abbiamo esteso da quando i nostri due gatti sono morti con l’obiettivo di popolare l’appartamento con qualche altro essere vivente non necessariamente appartenente alla specie umana. A dire il vero, il nostro home office, oltre a essere minuscolo, non è nemmeno così adatto ad adempiere alle mansioni richieste per stare al computer, non è funzionale come pensavamo e soprattutto non garantisce gli standard di sicurezza (a partire dall’altezza e dalla distanza dello schermo rispetto agli occhi) che una sedia ergonomica e una scrivania da ufficio offrirebbero. Abbiamo cercato e trovato un compromesso tra decoro negli arredi e efficacia prestazionale.

C’è una fase dell’anno in cui però è assai complicato lavorare la mattina. Chi è seduto alla scrivania (la postazione è rivolta verso l’esterno) fino all’ora di pranzo è costretto ad abbassare le tapparelle almeno sino all’altezza degli occhi e a tirare le tende perché la luce del sole – che sorge da quel lato della casa – risulta fastidiosa. Così succede che, per non sottrarre le poche ore di totale luminosità del soggiorno alle piante e a noi esseri umani, chi è in smart sceglie di spostarsi sul tavolo in cucina, ubicato a fianco ma che consente il riparo dalla luce. Da lì non si gode della vista sull’esterno – il giardino del vicino che non è niente di che e, in più, almeno un paio di volte alla settimana è occupato da zelanti manutentori a bordo di un rumorosissimo tagliaerbe – ma si può contemplare il soggiorno nel suo insieme. Il vivaio, la mia collezione di dischi, i riflessi dell’hinterland sullo schermo LCD che, unito alla sottile cornice nera opaca, consente dopo il tramonto l’effetto total black – come voluto dal produttore, così ci ha assicurato chi ce l’ha venduto – della tv.