Eera – I’ll Stop When I’m Done

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[questo articolo è pubblicato su Loudd.it]

Sono diversi i fattori che rendono la musica di Eera (nome d’arte di Anna Lena Bruland) riconoscibile all’istante nello sconfinato (e in incontrollata espansione) universo di cantautrici più o meno riconducibili all’indie rock/pop. Il primo, com’è naturale che sia, è il timbro unico, tutto suo e di nessun altro. Una voce che si contraddistingue grazie a una leggera gradazione di opacità di armonici, un pantone a ridosso dell’inquietudine che vira alla ruvidezza negli episodi più palpitanti (pensate ai brani più dark del suo repertorio, a partire da “Living” o “Watching You”) e, sul versante opposto, sa essere accomodante senza mai trasmettere segnali di vulnerabilità.

Ci sono quindi certi modelli compositivi (non è per nulla un difetto, più o meno sono schemi che seguono tutti, anzi è ciò che rende un artista speciale) che la songwriter di origini norvegesi ripropone sotto diverse strutture nei suoi brani. Uno su tutti, una certa asimmetria nella ricorsività della sequenza di accordi (e delle battute in cui sono incasellati) a costruzione delle strofe e dei ritornelli. Gli intervalli stessi con cui gli accordi si susseguono sono frutto di un registro stilistico facilmente rintracciabile in molti dei suoi brani. Cose difficili da immaginare se descritte a parole, ma se consumate i solchi dei suoi dischi come faccio io sicuramente ci siamo intesi.

I’ll Stop When I’m Done, terzo album di Eera, giunge a otto anni da Reflection Of Youth, il suo straordinario esordio, e a quattro da Speak, un disco figlio del lockdown e, come molte altre opere coeve, inconsapevolmente concepito per esecuzioni solitarie e ascolti appartati. Un lavoro passato un po’ in sordina, immeritatamente penalizzato da un marketing sottovoce non troppo persuaso delle sue potenzialità, e dall’esclusiva distribuzione digitale (a differenza del debutto e di questo nuovo disco, entrambi pubblicati su supporto fisico). Un peccato, perché i due primi ellepì sono strettamente legati da un comune impeto di originale sperimentazione e da tratti di moderna e disimpegnata psichedelia.

Il gap rispetto a I’ll Stop When I’m Done è evidente, nel terzo album, dalla prima all’ultima traccia. Nei nuovi brani prevale piacevolmente infatti la vena cantautorale di Eera, decisamente più adatta a contenere il corpo e l’anima di un disco con questi presupposti e l’ispirazione stessa che ne ha permesso la gestazione. A partire dal titolo, una citazione di Marilyn Monroe, il concept raccoglie infatti una serie di considerazioni in musica sull’essenza e sul significato di essere donna. “Non mi fermerò quando sarò stanca, mi fermerò quando avrò finito“, dichiarava la star americana, a sottolineare la doppia e tripla fatica a cui è soggetto il genere femminile rispetto a ciò che un uomo deve dimostrare e a quanto da lui ci si aspetta, in ogni prestazione di qualunque ambito, intimo e personale o pubblico e professionale.

In questo percorso, le riflessioni scaturite dallo studio di vecchi film di Hollywood hanno innescato conversazioni immaginarie con grandi star femminili in bianco e nero del passato, dalla protagonista de Gli uomini preferiscono le bionde a Shirley MacLaine, e ricerche sui loro lavori e sulle loro complicate esistenze. Conclusioni o semplici supposizioni che hanno supportato Eera anche in una comprensione più approfondita di se stessa, oltre a mettere meglio a fuoco la sua identità di autrice musicale. Forza e natura che si plasmano alla perpetua ricerca di un equilibrio da cui si delinea il quadro imperfetto in quanto umano – e dunque autentico – della femminilità.

Ecco perché, nell’insieme, I’ll Stop When I’m Done suona più acustico dei precedenti lavori. “Celebrate”, l’ipnotica “Forget Her”, la splendida “Talking”, “Joy”, “Honey, Do You See Me?” e la conclusiva “To Be Brave” sono ballad da meditazione con qualche giustificato crescendo in coda. “Bad Guys” ci concede qualche vibrazione indie rock, mentre l’ossatura elettronica della title-track rimanda alle collaborazioni degli anni scorsi tra Eera e i Public Service Broadcasting, progetto per il quale la cantante ha fornito il suo contributo vocale in due episodi di Bright Magic (“People Let’s Dance”, vero inno al movimento a ritmo, e “Gib mir das Licht”) e in “A Different Kind Of Love”, tratto invece dal successivo The Last Flight.

Una scaletta meno claustrofobica rispetto ai primi due album, forse frutto anche della tecnica di registrazione delle tracce vocali, cantate da Eera a voce bassa e seduta su un divano per un effetto di maggiore domesticità. Prodotto a quattro mani con Chris Taylor dei Grizzly Bear e registrato tra Berlino e Barcellona, I’ll Stop When I’m Done è un’opera toccante e profondamente autunnale, dove le note di nostalgia sono da interpretare come colonna sonora di un dialogo intimo e allo stesso tempo universale che dà voce a centinaia di donne del cinema – a loro volta ispirazione di migliaia di donne spettatrici, una moltitudine resa afona da un sistema e una società crudelmente maschile.

The Last Dinner Party – From The Pyre

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Una delle suggestioni che Prelude To Ecstasy mi aveva evocato, sin dai primi ascolti, era quella di essere una lunga citazione di “This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us” degli Sparks. Tutto l’album, intendo.

Per essere certo della mia sbalorditiva capacità predittiva, mi sono precipitato a controllare la data della pubblicazione della mia recensione (era il 18/02/2024) e a trovare traccia della prima testimonianza live della cover di quel brano nelle esibizioni delle The Last Dinner Party. Questa ufficiale registrata alla BBC Radio 2, per esempio, risale al 10/10 dello stesso anno, otto mesi dopo. Sicuramente sarete più bravi di me a scartabellare a ritroso negli angoli più remoti di YouTube e a trovarne una precedente alla mia intuizione. Io però, vi giuro, l’ho sentita la prima volta in quel live all’emittente britannica, e sono trasecolato. Ci avevo visto e sentito giusto.

Mi ha fatto anche molto piacere che tutte le altre similitudini che avevo colto tra la band londinese rivelazione dello scorso anno e il mio universo sonoro, formatosi a mia insaputa da bambino a metà degli anni ’70 e alimentato dal pop glam dell’età dell’oro degli Eurovision Song Contest e di band del calibro dei The Rubettes, non erano solo una trovata marketing studiata per rompere la monotonia dei soliti esordi della nuova british invasion. Kate Bush, Elton John, i Queen, persino i Cheap Trick, sono stati prontamente confermati e potete trovarli ancora tutti nel seguito di quella dirompente opera prima che ci ha fatto cantare un passaggio del loro più iconico ritornello all’infinito, come se niente importasse.

E mi riempie di gioia anche sapere che il gruppo di Abigail Morris, Lizzie Mayland, Emily Roberts, Georgia Davies e Aurora Nishevci (il fatto che non abbiano una batterista fissa mi indispone non poco) abbia raccolto la sfida di un esordio dal successo così impegnativo riuscendo a non spostare di una tacca il proprio posizionamento. C’è da dire che, per una band così intensamente impegnata dal vivo e così richiesta in ogni angolo del pianeta, trovare il tempo per comporre il disco della conferma si delineava come un’impresa più che ardua. Non a caso, ci sono spunti e composizioni più o meno contemporanee a Prelude To Ecstasy, tra i solchi di From The Pyre, se non risalenti a prima. Questo spiega la straordinaria linearità tra i due lavori, resa meno credibile solo dalla maturità superiore con cui il nuovo disco è stato realizzato (e dalla produzione di Markus Dravs). In poche parole, From The Pyre è un album di cover della band che ha pubblicato Prelude To Ecstasy suonato da una versione evoluta delle stesse musiciste ancora più consapevoli delle proprie potenzialità.

Una ricerca autoriferita e volta a perfezionare al massimo lo stile pop barocco di cui rappresentano, ad oggi, le interpreti più convincenti e divertenti. In tutte le dieci tracce le ragazze confermano di essere pienamente sicure di sé e di essere strumentiste di altissimo livello (le esecuzioni live rendono impeccabilmente come sul disco). L’approccio drama e teatrale di From The Pyre è alimentato da connotazioni decadenti al limite del grottesco, influenzato ancora una volta dalla componente estetica della loro proposta e dal modo di allestire la scenografia in cui esercitano la loro arte e di posizionarla come quinta di tutte le dimensioni dei loro brani.

L’album comprende una raccolta di storie che variano dall’immaginario un po’ macabro e a tratti granguignolesco imposto dal background culturale a cui il progetto è ispirato (“This Is The Killer Speaking” su tutte, una ballata di un fantasma parlante) ed esplicitamente rappresentate dal riuscitissimo effetto kitsch della terribile photoshoppata della copertina, che vanno a completare alcuni episodi, decisamente più sentiti, ispirati dal vissuto personale.

È verso la coda del disco, infatti, che la band si spoglia degli abiti da palcoscenico e ci lascia con le composizioni più intime e personali e, per questo, decisamente più convincenti, a partire dall’esplicita dedica alla genitorialità di “Hold Your Anger” (“Non so se sarei una brava madre, ho sognato che ti tagliavi un braccio e la colpa è mia, avrei dovuto dirti di stare più attenta”) e soprattutto con “The Scythe”, che rende complementari due esperienze della cantante come il dolore di una separazione sentimentale sovrapposta alla morte del padre (il video è decisamente struggente, peraltro). Inutile sottolineare quanto sia questo l’aspetto delle The Last Dinner Party in grado di restituirne il valore più autentico.

From The Pyre, più che la conferma di un debutto, è la riuscita consacrazione di un ensemble temerario che ha saputo non scendere a compromessi ma anzi, laddove possibile, a rendere ancora più piacevolmente leziosa e audace la sua improbabile proposta senza rinunciare alla profondità dei contenuti.

Sorry – Cosplay

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Tempo fa, nel corso di una discussione sui social in cui si ridimensionava il “fenomeno” (tra virgolette, in quanto così liquidi da essersi sciolti in un battibaleno) dei Måneskin a cosplayer del rock, e nemmeno poi così originali, l’intuizione di un commentatore tagliava ancora più corto la voglia di gogna dei partecipanti alla querelle rilanciando che, d’altronde, fosse la musica rock in sé a essere un cosplay della vita. Tutto vero? L’identità parallela degli artisti che, al netto del conciarsi o meno con abiti di scena e truccarsi o addirittura ballare per aggiungere valore alla portata delle canzoni proposte interpretano personaggi di fantasia rispetto alla conduzione delle rispettive realtà quotidiane e domestiche, non è altro che un gioco di ruolo, una finzione in carne e ossa.

Il punto è che è l’identità stessa dei Sorry a essere sfuggente e inafferrabile. Indefinibile, fino a prova contraria, e sta a noi confermarne l’accezione, circoscriverla con bordi e confini per la smania che ci contraddistingue di trovare al volo quello che cerchiamo al posto che deve occupare. Se avete amato a dismisura, come me, 925 Anywhere But Here, i primi due album della band guidata dai due cantanti Asha Lorenz e Louis O’Bryen, comprenderete questa sensazione di spaesamento. Poche realtà artistiche riescono a risultare così coinvolgenti e a lasciare il segno proponendo un non-genere musicale, un non-stile che, se per non accendere inutili questioni approssimiamo per eccesso nell’incommensurabile famiglia dell’indie rock, oggettivamente si non-caratterizza per così tanti non-richiami a cose che l’hanno preceduto tanto da lasciare l’ascoltatore, per tutto il tempo, con un senso di non-smarrimento fatale.

E il bello è che non possiamo nemmeno tirare in ballo filosofia da tanto al mucchio e parlare di decostruttivismo, astrazioni, o di banali tentativi (per fini meramente commerciali) di musicisti che forzano strutture a tavolino per conferire connotazioni innaturali alle composizioni e, proprio per questo, risultare artificiali, stentate, superfluamente esclusive. In questa chiave di lettura, Cosplay se possibile è un disco ancora più fluido e imperscrutabile e, per questo, monumentale. Provocazioni noise, ammiccamenti trip hop, graffianti sussulti post-punk, collage di sample, cantilene, pose sardoniche secondo la moda del momento, minimalismo lo-fi e aperture mozzafiato contribuiscono a rendere il nuovo album dei Sorry un’opera imperdibile.

La spigolosa tracklist di Cosplay si conferma una colonna sonora ai margini, una sintesi consapevole della mole incommensurabile di dati (acustici e non) a cui siamo soggetti quotidianamente ma dei quali non riusciamo a mettere a frutto la connessione. Copiamo e incolliamo, spostiamo e perdiamo l’inizio, la fine e il filo stesso delle cose, e i Sorry interpretano perfettamente, con la loro elegante ispirazione, l’urgenza, i paradossi e la complessità del presente restituendoci un disco squisitamente raffinato. La copia di qualcosa che non è stato nemmeno inventato. I riferimenti alla cultura pop vanno da Walt Disney a Mishima, da Bob Dylan ai Guided By Voices, un minestrone corretto da una propensione alla sperimentazione che ha pochi confronti e caratterizzato da residui palesemente riconoscibili annegati tra dettagli difficilmente rintracciabili, un classico della scrittura dell’era digitale. Anzi, per certi versi quasi superata, ai tempi dell’AI.

Dalla tagliente elettricità pop di “Echoes” alla cupa e velenosa drum’n’bass post-punk di “Jetplane”, dal passo maestoso di “Love Posture” al temperamento da ballad di “Antelope”, dalle citazioni di “Candle” ai nonsense di “Today Might Be The Hit”, dalle intimità acustiche di “Life In This Body” alle distorsioni elettroniche di “Waxwing”, dalla frammentarietà di “Magic” alla compattezza di “Into The Dark” fino alla visionaria chiusura di “Jive” e il suo infinito loop di accordi che ci accompagna mestamente lungo il fade out conclusivo fino al buio, per poi abbandonarci sbigottiti con una sorta di fugace ghost track completamente agli antipodi, ogni traccia di Cosplay sembra vivere e morire in un alter ego simmetrico in grado di far ripartire, ogni volta, tutto dall’inizio. I Sorry sono una band indiscutibilmente seminale e Cosplay ne conferma il valore, il punto più alto – al momento – della loro carriera.

socio aci

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I ragazzi dovrebbero saperlo che uno degli aspetti peggiori del diventare adulti riguarda l’essere proprietario di un’automobile. Che il rovescio della medaglia del coast to coast in estate con “Rotolando verso sud” dei Negrita a palla e il vento nei capelli con il finestrino abbassato e il profumo della pelle abbronzata di un* ragazz* sul sedile del passeggero con i piedi nudi sporchi di sabbia appoggiati sul cruscotto è un salasso mica da ridere, al netto delle zozzerie che escono dal tubo di scappamento e vanno a inquinare la natura.

Tempo fa, mentre riflettevo sui 340 euro che avrei speso di lì a poco, percorrendo a piedi il tragitto tra casa mia e l’officina che mi aveva sostituito la batteria della mia Yaris ibrida e dove avrei pagato senza battere ciglio per recuperare l’auto, mi soffermavo sul motivo per cui, nella nostra civiltà, è così importante possedere una vettura. Quando mi sono iscritto a scuola guida – avevo appena compiuto diciotto anni – nessuno mi ha mai messo in guardia su ciò che comporta l’essere abilitato a guidare un automezzo privato, tantomeno l’istruttore ubriacone che mi faceva fermare a tutti i bar lungo il percorso, con la scusa della pratica del parcheggio, per farsi un goccio di quello buono.

E mi riferisco a cose come l’acquisto, il carburante, i tagliandi più o meno annuali, il consumo dei pneumatici con il loro utilizzo con l’aggravante delle gomme per ogni stagione e il relativo cambio, le lampadine da sostituire quando si bruciano e la manutenzione straordinaria ed estemporanea, che comprende la batteria che si scarica, la pompa dell’alimentazione che ti fa ciao ciao sulle autostrade tedesche e la fatica di farsi capire con un inglese stentato attraverso quella specie di citofoni di cui sono dotate le colonnine di emergenza – come successo a me -, la cinghia di distribuzione, le pastiglie dei freni, le righe fatte con le chiavi sulle portiere e le strisciate dei muretti sulla carrozzeria, i bozzi della grandine, i cristalli che si venano e tutti i guasti al sofisticato equipaggiamento elettronico di cui le automobili, oggigiorno, sono dotate. E poi l’olio, il liquido per i vetri, le spazzole, per non parlare del lavaggio dentro e fuori e, soprattutto, i danni da sinistri o peggio.

Ho notato la prima vettura targata HA che la dice lunga sul fiorente mercato nel nostro paese poco dopo aver ascoltato alla radio – quella della macchina, ça va sans dire – che ci sono svariate decine di milioni di auto in Italia praticamente inutilizzate, o usate per pochi minuti al giorno, un parco vetture molto spesso obsolete e alimentate tradizionalmente. Ma sono i poveracci come il sottoscritto a rispondere a questi indagini buste paga alla mano: e chi se la può permettere una Tesla elettrica? E poi se rimani a secco di carica sulla Sila, a distanze siderali dalla presa per fare il pieno più vicina, chi ti viene a prendere?

Quello che posso dirvi, e che non ho ancora imparato io, è che è sempre meglio parcheggiare in posti perpendicolari al marciapiede con il cofano rivolto verso la strada, in modo che chi viene a risvegliarvi il mezzo dopoché il vostro partner l’ha lasciata con le quattro frecce accese per tutto il giorno non debba necessariamente essere equipaggiato di booster – uno strumento che a breve mi regalerò per natale – o comunque di cavi di collegamento di lunghezza fuori dagli standard.

la tela del ragno

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I genitori di Penelope hanno una densità di tatuaggi per superficie di epidermide che ha del soprannaturale e non oso pensare a come siano conciate le parti del corpo interdette ai non componenti della famiglia, a partire dagli insegnanti della figlia. Anzi, un’idea me la sono fatta ma solo perché al colloquio di giugno, al termine dello scorso anno scolastico, complice il caldo fuori e la canicola che si percepiva nelle aule prive di aria condizionata, la mamma si è presentata in canotta sfoggiando un vistoso murales colorato sul petto con tanto di claim che andava da spalla a spalla.

Penelope è figlia unica e, in prima, capitava spesso che al momento dell’ingresso scoppiasse in lacrime osservando la madre allontanarsi oltre il cancello per recarsi al lavoro. Quest’anno va un po’ meglio ma, verso metà mattinata, mi si avvicina per dirmi quanto ne senta la mancanza. Soprattutto nelle settimane in cui fa il turno di sera e che, di conseguenza, non la vede sino al giorno dopo. La mamma, da allora, ha preso l’abitudine di sostituirsi con bigliettini recanti melense dichiarazioni d’amore genitoriale unite a frasi motivazionali da un tanto al mucchio. Iniziano con cose tipo “sii sempre te stessa” e terminano con “i love you” e svariati cuoricini. Lei li tiene nell’astuccio ma, nei momenti più critici, li spiega sul banco e li legge allo scopo di tranquillizzarsi.

Oltre ai tatuaggi e agli immancabili piercing, i genitori vestono completamente di nero, almeno nei frangenti in cui mi è capitato di vederli. Se all’uscita o agli incontri di routine si presentano con outfit di questo tipo, temo che nelle occasioni meno istituzionali il loro look sia ancora più radicale. L’all-black è una scelta di abbigliamento decisamente borderline per svariati motivi, e ve lo dice uno che per un decennio abbondante – tra gli ottanta e i novanta – si è atteggiato arbitrariamente a membro di una formazione musicale dark e ha praticato la new wave come stile di vita. Nonostante il mio fosse un vezzo innocuo volto a mostrare pubblicamente i miei gusti musicali (e a rimorchiare), più di una volta è stato equivocato come divisa di un’organizzazione di estrema destra. Non dimenticherò mai la sfuriata a cui sono stato esposto a opera di un venditore ambulante di religione ebraica che aveva un banchetto di libri nei pressi della piazza principale della città in cui vivevo da ragazzo. In sostanza pensava che fossi emulo di qualche squadraccia nostalgica, nonostante la mia acconciatura alla Robert Smith non lasciasse dubbi.

Oltre ai fan di Cure e Bauhaus e a quelli di Casapound ci sono altri che vestono di nero. Il mio bidello Vincenzo, per esempio, che di certo non è nazifascista e nemmeno un esteta del gothic rock tanto meno del death metal (anche perché è pelato ma si vede e si sente dal suo smaccato accento meridionale che non ha certo simpatie per gli skinhead), sono pronto a scommetterlo. Ci sono quelli che lo fanno per posa, per distinguersi a tutti i costi, o perché snellisce e basta.

Non ho capito però a quale categoria appartengano i genitori di Penelope, fatto sta che anche la figlia si presenta a scuola con qualche indumento nero, il che è piuttosto strano per la sua età. La mia, di figlia, ha attraversato solo un brevissimo periodo – frequentava però la seconda media – in cui sembrava apprezzare anfibi e altri capi di abbigliamento che andavano di moda tra le ragazze che frequentavo io da giovane, ma poi fortunatamente ha deciso di dar retta a gusti più in linea con i tempi. Penelope invece a volte sembra mascherata da Halloween anche quando non è Halloween e indossa spesso una felpa brandizzata di Wednesday Addams, avete presente?

Qualche giorno fa l’ho notata assorta per diversi minuti, durante l’ora di informatica. Stava lavorando sul Chromebook al suo posto, all’ultimo banco, ma poi si è messa a fissare un punto sul soffitto ed è rimasta così per un bel po’. La mia scuola è provvista di un bel giardino ed è ubicata in una frazione in campagna, così è facile che dei ragni si intrufolino dentro e si ambientino sulle pareti e sui soffitti delle classi, complice la scarsa propensione dei collaboratori a pulire nei punti in cui occorra impiegare uno sforzo maggiore. Per farvi capire, l’azionamento delle pale per movimentare l’aria genera un effetto che trasforma la classe in una di quelle palle magiche da scuotere per scatenare una tempesta di neve, ma con i batuffoli di polvere.

Ho seguito lo sguardo assorto di Penelope e ho individuato così, sopra di lei, un’intera colonia di ragni appollaiati sulla loro tela. Sembravano proprio una famiglia al completo riunita nella loro casa, forse una madre con i suoi cuccioli, con Penelope che osservava – e di sicuro ne invidiava – la completezza e la tranquillità domestica. C’era un invisibile filo di quella ragnatela che li metteva in contatto, un quadretto un po’ tetro da film horror che non mi è stato possibile purtroppo immortalare, per ovvi motivi di privacy.

conservatori

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Non posso definirmi uno sportivo da divano per due motivi. Seguo esclusivamente la pallavolo femminile da quando, improvvisatomi neofita supporter dell’agonismo altrui più di dieci anni fa, mi sono appassionato al gioco in questione assistendo, dagli spalti improbabili delle improbabili palestre dell’hinterland milanese, alle partite delle squadre in cui militava mia figlia. Il punto è che lo sport mi mette ansia, non so assolutamente perdere, e questo mi induce a seguire gli incontri in piedi, davanti alla tele, in un modo tutt’altro che statico, per un’esperienza di fruizione per me e per chi mi sta vicino tutt’altro che piacevole. Il secondo motivo è che il resto degli sport non mi piace. Li trovo sostanzialmente noiosi, a partire dal calcio in cui – al netto di questioni etiche – non succede mai nulla (a differenza del volley in cui si susseguono azioni a una velocità mozzafiato) per non parlare di auto e moto che, a parte che definire sport ci vuole una gran faccia tosta, li considero addirittura irritanti.

Da qualche tempo però, sull’onda della smodata devozione che mia moglie nutre per lui, ritengo irrinunciabili, come immagino tutti voi, i trionfi di Jannik Sinner, e non nego che il dibattito dal quale sono emerse certe posizioni dequalificanti e specchio di una certa deprivazione socioculturale – quelli che gliela menano per le tasse a Montecarlo o la presunta carenza di patriottismo dimostrata con la non partecipazione alla Coppa Davis – abbia influenzato la mia stima nei confronti di un personaggio pubblico che, con l’Italia di oggi, ha davvero ben poco in comune (e per sua fortuna).

Nonostante il mio approccio positivo e propositivo alle dirette tv dei due sport – ho seguito con passione i successi alle olimpiadi, alla VNL e ai mondiali delle nazionali di volley, e ai vari tornei in cui si è imposto Sinner, almeno quelli trasmessi in chiaro – noto sempre di più, ma magari la letteratura tecnica del settore è sempre stata così, ditemi voi – toni che definire enfatici è riduttivo durante la narrazione delle imprese dei protagonisti. Le telecronache e i commenti sono così intrisi di retorica e campanilismo da risultare irricevibili da qualsiasi spettatore dotato di buon senso e buon gusto. Si pone costantemente in evidenza l’aspetto eroico e super-umano degli atleti lasciando cadere in secondo, se non ultimo piano, la portata di intrattenimento e divertimento che la visione dello sport è in grado di suscitare nel tifoso consapevole.

Sembra tutta una questione di vita e di morte, di resilienza e resistenza, di vittoria e di fallimento, di lacrime e sacrifici che non metto in dubbio facciano parte del percorso sportivo ma mi sembra si sia perso davvero il senso della misura. Se avete assistito, come immagino, alla finale del torneo ATP e al livello di kitsch dello spettacolo introduttivo – complice la colonna sonora da combattimento tra gladiatori al Colosseo – avrete capito a cosa mi riferisco.

Spero che questa sconcertante gara al rialzo nella ricerca di sensazioni forti, che poi ne normalizza il risultato se non indurre, come è successo a me, all’effetto opposto scavallando nella ridicolaggine, non sia figlia degli attuali tempi bui in cui alla gente – soprattutto agli italiani – piace la violenza, piace mettersi le mani in faccia per un colpo di clacson, piace passare ore in palestra per allenarsi allo scontro con il prossimo, piace la guerra. Un fattore perfettamente complementare al conservatorismo dilagante che è quasi più un recupero di un passato che credevamo remoto. Inutile sottolineare la regia di questa sceneggiatura, anche se – ammettiamolo – ha approfittato di un target purtroppo decisamente recettivo.

A scuola non è difficile percepire quanto dio, patria e famiglia siano in cima alle classifiche valoriali dei bambini come conseguenza del clima che si respira a casa. Quelli che non fanno religione, musulmani a parte, hanno i genitori iper-tatuati e ai limiti dell’home schooling/captain fantastic, non so se avete presente il genere para-grillista. Gli altri frequentano assiduamente la parrocchia, come Jacopo che qualche giorno fa mi ha chiesto a bruciapelo “maestro, tu vuoi bene a Gesù?”, una domanda prevista da un’indagine da svolgere come compito di catechismo. Io volevo tagliare corto per non impelagarmi in chiarimenti su ateismo e agnosticismo, non tanto perché Jacopo non avrebbe capito – ho una seconda – quanto perché non sarei stato io in grado di spiegarglielo, così gli ho risposto di no.

Stiamo però facendo una unit del testo di inglese che si intitola “Let’s celebrate” e che prende a pretesto le feste e le ricorrenze per proporre attività didattiche sui mesi dell’anno, le stagioni, come si dicono le date di compleanno e cose così. Un esercizio prevedeva una riflessione sull’importanza o meno delle tradizioni e, appurata l’impossibilità di condurre una conversazione di questo tipo e su questo argomento in inglese – parlo ovviamente per me – ho pensato comunque di lasciar esprimere a ruota libera i bambini su questi temi in italiano. Su ventidue solo una ha detto che no, le tradizioni non sono importanti, ma forse lo ha fatto solo per distinguersi. Stamattina, mentre sbrigavo qui in paese alcune commissioni, ho incontrato diversi giovani adulti a spasso, e non mi è venuto da pensare che fossero lavoratori che fanno dei turni come capita a me – sbrigavo le commissioni perché sarei entrato in servizio nel pomeriggio, dopo la mensa – ma mi hanno dato l’idea che fossero già alle prese con la preparazione delle imminenti festività. Comprare regali – i negozi sono nel mood natalizio già da qualche settimana -, addobbi e luci per la casa, ingredienti per la cena della vigilia o il pranzo del venticinque. Come se il lavoro, la comunità, le guerre, la situazione internazionale e quella locale non contassero più ma contasse solo il privato, mettersi a tavola con i parenti, scartare i regali, celebrare il natale con i propri intimi, e so che è così, e so di essere retorico, ma che ci volete fare.

Il fatto è che sono rimasto sconvolto dalla scelta delle gemelle Kessler di lasciarsi la vita alle spalle e dal modo con cui sono andate fino in fondo. Sconvolto dal loro eroismo fuori dal tempo. Una parte importante della nostra tradizione, di quella che celebriamo ogni anno puntata dopo puntata di programmi dedicati alla nostalgia del bianco e nero e del bigottismo, ci ha lasciato a bocca aperta con un gesto di un livello di modernità e di laicità per noi impossibile da cogliere. Let’s celebrate, mi è venuto da pensare. Festeggiamo la vera libertà, questa libertà.

Snõõper – Worldwide

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Dare il massimo in trenta minuti. Interrompersi sul più bello per cambiare ritmo, solo per il gusto di farlo. Coniugare il mestiere di insegnante di scuola primaria con il ruolo di front-woman in un gruppo egg-punk e convincere i genitori dei tuoi alunni (ma immagino anche il tuo dirigente, e ve lo dice uno che fa il maestro elementare in Italia) che non c’è nulla di strano.

A scartabellare tra interviste e articoli dedicati agli Snõõper (si scrive proprio così, con la doppia tilde) di estratti apparentemente nonsense di questo tono c’è solo l’imbarazzo della scelta. Una narrazione tra il situazionismo e il surreale di cui si trova più di una conferma nei suoni e nell’estetica della band di Nashville, Tennessee, guidata dalla cantante Blair Tramel e dal chitarrista Connor Cummins. I video sono completamente fuori di testa, da non credere, e le registrazioni dei concerti disponibili sul loro canale YouTube non lasciano dubbi sull’approccio della band, a metà tra i Devo e i Ramones con il valore aggiunto di quel modo di declamare i testi con melodie ridotte all’osso e tutti i cliché del punk dal timbro femminile.

Pezzi brevissimi e tiratissimi, ai limiti delle possibilità umane e strumentali, e talvolta persino proibitivi per le esecuzioni live. Su disco, però, rendono benissimo, e (non me ne vogliate) lì devono stare. I tempi sono cambiati e la tecnica è approdata anche tra i generi professati da chi, alle origini, se ne faceva un baffo, ci sono infatti fior di musicisti prestati al punk. Ma non è facile, non tutti suonano come gli Idles, e nel dubbio cerchiamo di accontentarci delle registrazioni e dei missaggi in studio per goderci tutta la trasgressione e la violenza del suono comodamente stravaccati in poltrona. Non è un segreto che il confine tra i pattern mozzafiato di batteria hardcore e certe marcette o la polka da sala da ballo sia molto labile.

Ma atteniamoci ai fatti. Worldwide è un ottimo album composto da brani decisamente originali e spiazzanti. Le prime tre tracce (“Opt Out”, “On Line” e “Company Car”) sono pensati per mettere a tappeto gli ascoltatori incauti. I sopravvissuti si precipiteranno in pista per ballare al ritmo di “Worldwide”, la title track, che si preannuncia hit insostituibile ad assicurare un adeguato climax alle future playlist dei capodanni indie rock.

Ma è solo un’illusione perché con le successive “Guard Dog” e “Hologram” si riaccende il delirio. “Star 6 9” rientra in canoni più retrofuturisti e reclama un remix techno, con “Blockhead” torniamo invece alla pura follia mentre la decostruzione di “Come Together” che segue sta ai Beatles come “(I Can’t Get No) Satisfaction” nell’interpretazione dei Devo stava ai Rolling Stones, comunque un’ottima intuizione per un brano che, come lo suoni, ha sempre un suo perché. “Pom Pom” è l’ultima traccia in linea (accelerata) con le altre canzoni, perché la coda dell’album ci riserva i due episodi migliori, “Relay” (martellante come “She’s Lost Control”) e “Subdivision” (un brano decisamente più elaborato e una spanna sopra il resto), che con la loro atmosfera più cupa virano verso il post-punk.

A giudicare dall’opera di esordio, il precedente Super Snõõper, la produzione di John Congleton (superfluo citare qualunque delle sue centinaia di fruttuose collaborazioni) sui solchi di Worldwide ha permesso agli Snõõper di spingere al massimo la loro portata dirompente e naif, di ottimizzare l’estro creativo dei due membri fondatori probabilmente costringendoli a qualche compromesso con lo spirito libero di partenza ma, indubbiamente, a tutto vantaggio della resa discografica.

la ruota della fortuna

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Converrete con me che il canale Real Time sia un vero concentrato di trash, a parte “Casa a prima vista” che, nonostante l’ultima stagione decisamente deludente – sarà per gli aspiranti acquirenti sempre meno interessanti, sarà per l’eccessiva ripetitività del format – si conferma uno dei più riusciti tentativi di confort entertainment televisivo. Il resto della programmazione dev’essere inqualificabile, a partire dalla fiction turca “Hercai” della quale viene trasmesso il trailer spot durante le interruzioni pubblicitarie di “Casa a prima vista”.

“Hercai”, che dev’essere una boiata senza precedenti, sembra però spassosissima per i gap tra il doppiaggio e il sinc con il labiale dei protagonisti. Non è colpa di nessuno, ci mancherebbe, se non dell’abisso glottologico che separa la lingua italiana da quella turca. Il gioco dell’osservazione attenta delle bocche degli attori metterebbe in seria difficoltà anche i migliori campioni in quelle prove di abilità in cui si sfoggia l’indipendenza di due parti del corpo che svolgono simultaneamente due cose differenti: strisciare una mano sul petto mentre l’altra lo percuote, pronunciare no mentre con la testa si annuisce, ascoltare la musica in auto mentre si abbassa il finestrino al casello autostradale per premere il pulsante e ritirare il biglietto. In “Hercai” colpiscono i dialoghi pronunciati mentre le labbra eseguono movimenti completamente agli antipodi e ci si chiede dove risieda il reale bisogno di importare trasmissioni turche, o al limite di doppiarne le voci, consapevoli di questa antitesi incolmabile.

Per mettere subito le cose in chiaro e fugare qualunque illazione di razzismo o snobismo culturale, per me turchi e italiani appartengono alla stessa faccia e alla stessa razza. In più ho la discografia completa di una band di Istanbul che mi piace di brutto (i Lalalar), per non parlare dei più noti Altin Gun, con i quali appago il mio debole per il rock anatolico, e adoro la mia alunna di origini turche – non riporto il suo nome per ovvi motivi di privacy – di cui ho già parlato a proposito del papà proprietario di alcuni ristoranti etnici e che mi ha già rinnovato più volte l’invito a essere suo ospite. In questi mesi mi sono messo a stecchetto per una fastidiosa steatosi epatica, ma appena mi sarò ripreso non lo deluderò. Sua figlia, la mia alunna, oltre a essere simpaticissima se la cava alla grande in italiano, nonostante la sua dizione risenta di certe insormontabili divergenze fonetiche. In più manifesta una vistosa alterazione della risonanza nasale, in parole povere è come se soffrisse di un raffreddore epico che va a impattare sulla pronuncia di diverse consonanti. Un insieme di complessità che, di certo, non favorisce la comunicazione e, per farla breve, non abbiamo ancora capito se sia meglio l’apporto di un onesto mediatore culturale o un buon logopedista.

A parte questo e una non brillante attitudine logica – comunque superiore alla mia – se la cava bene in tutto. In arte, poi, è un portento. Colora e disegna con una precisione non comune e, quando tocca a lei condurre il gioco del disegno misterioso, è un piacere vederla all’opera. Giochiamo al gioco del disegno misterioso quando mancano una manciata di minuti alla campanella e un argomento nuovo sarebbe sprecato. Il gioco del disegno misterioso si fa così. Qualcuno va alla lavagna e, disegnando con il gesso, svela un soggetto particolare per particolare. Chi indovina per primo vince e va alla lavagna a condurre la manche successiva. Nella maggior parte dei casi indovinare è pressoché impossibile, quasi tutti i bambini sono dei cani a disegnare e quelli che restano a posto sono dei cani a interpretare i loro sgorbi.

Ne deriva che il mix tra gli scarabocchi al di là delle comuni possibilità di comprensione della mente e la capacità interpretativa di esseri umani dalle facoltà intellettive ancora acerbe rende il disegno misterioso meritevole di un format tv dedicato. Se vivessimo in Giappone ne farebbero uno di quei programmi come quello in cui mandavano i bambini di due o tre anni da soli a fare la spesa al supermercato. Per fortuna ci sono due o tre miei alunni, tra cui la bambina turca, che dimostrano una abilità grafica di una spanna sopra al resto della classe e così, quando il tempo è agli sgoccioli, in un modo o nell’altro si riesce a chiudere almeno una sessione di gioco.

Quello del disegno misterioso è il secondo passatempo preferito strutturato dei miei alunni. Al primo posto si conferma imbattuto – con un inspiegabile primato che rimane insuperato dalla notte dei tempi, almeno da quando esistono i bambini – il gioco del gessetto.

L’aspetto paradossale è che nella scuola primaria ai tempi delle aule immersive, delle STEM e della didattica digitale integrata è un attimo a passare dall’intelligenza artificiale al gioco del gessetto. Giusto il tempo per riportare in laboratorio di informatica, al termine della lezione, il tech-bus con i Chromebook – cinque minuti per salire con il montacarichi al secondo piano e rimettere al suo posto l’armadietto a rotelle – che la collega di sostegno, lasciata da sola nell’aula, per accattivarsi il silenzio degli alunni non ci pensa due volte a piallare l’ardore avveniristico e l’entusiasmo tecnologico di una classe della generazione alpha a coronamento di un’ora di sperimentazione avanzata sui Fogli Google con il gioco del gessetto, un gioco che, già dal nome, ci catapulta in un’epoca e in un’atmosfera da libro cuore.

Che poi il gioco del gessetto, di romantico, ha solo il nome. Il gioco del gessetto è feroce. Spietatissimo. Chi sta in piedi davanti alla lavagna di ardesia con il gessetto ben stretto nel pugno a scegliere il proprio successore nella conduzione del gioco detiene un potere assoluto sui compagni. Chi sta in piedi davanti alla lavagna di ardesia con il gessetto ben stretto nel pugno determina, con la sua scelta, la scala di chi è popolare e chi è impopolare, chi gli sta simpatico e chi no. Chi deve stare simpatico a chi gli è simpatico e chi non deve stare simpatico a chi gli è simpatico. Chi avrà successo nella vita e chi resterà fino alla fine seduto al proprio posto. Il gioco del gessetto è disumano e a scuola dovrebbe esserne vietato l’uso, proprio come gli smartphone.

Sudan Archives – The BPM

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Se c’è una cosa che ci hanno insegnato l’hip hop, i suoi sottogeneri, gli stili che ne sono stati influenzati e tutti i vari derivati e le contaminazioni che si sono succedute fino alla trap (e, anzi, soprattutto la trap) è che i BPM (acronimo di Beats Per Minute, il valore con cui comunemente indichiamo la velocità di una partitura) non sono nella grancassa di chi suona ma nella testa di chi balla. Un amplissimo spettro di stili popolato da brani moderati ma solo sulla carta perché smaccatamente fisici e così saturi di veemenza e di impeto (anche erotico) tenuto al guinzaglio da indurre chi li propone a scaricare la responsabilità dell’effettiva scansione pratica del ritmo sul campo agli utenti finali.

Certe canzoni apparentemente contenute grondano di così tanta energia che ci vuole poco a fraintenderne l’intenzione ed ecco che, sul dancefloor, ci viene naturale, con i nostri movimenti, forzare un raddoppio dei battiti e un pezzo downbeat diventa house o techno senza tanti complimenti e, soprattutto, senza che nessuno abbia aumentato il pitch control nemmeno di una tacca. Oppure è sufficiente, come aggravante del raddoppio, qualche sussulto asimmetrico tra una pulsazione e quella successiva che ci si trova improvvisamente avviluppati in una fuga drum’n’bass ma il metronomo è matematica tanto quanto la musica, e il colpo di coda è solo illusorio e percepito.

Una tecnica che non è da tutti. Se prendete un brano bello spedito di una qualsiasi musica da bianchi, per esempio il rock, e dimezzate il BPM, dal pogo vi precipiterete ad abbracciarvi tutti per ballare avvinghiati una ballad a mo’ di lento. Viceversa, la storia della musica è costellata di lenti che, al raddoppio del tempo di batteria per un non richiesto climax conclusivo, prendono degli sviluppi tamarrissimi (“Paradise City” dei Guns N’ Roses è il primo che mi viene in mente).

Non solo. “La potenza è nulla senza controllo” era un claim decisamente altisonante per il soggetto di una pubblicità di qualche tempo fa ma, tutto sommato, veritiero. E da oggi l’arte di saper controllare la potenza in musica per condizionarne gli esiti ha un suo sillogismo costitutivo: se “BPM is the power” (come qualcuno sostiene nella title-track del suo nuovo album) e quel qualcuno al BPM ha addirittura dedicato il concept stesso del suo nuovo album, allora tutta questa foga irregimentata in un disco doppio e pronta per essere liberata con lo scopo dichiaratamente strumentale di attivare esplosioni emotive, non può che portare quel qualcuno a toccare vette senza precedenti.

Quel qualcuno è lei. Ne ha fatta, di strada, la ragazza con il violino, l’artista che con strumenti musicali inconsueti per la musica black (ma fedele alla sua acconciatura afro, come si mostrava nella copertina dell’EP Sink) si è distinta sin dagli albori della sua carriera con un originale e piacevolissimo genere a cavallo tra l’indie e un R&B più rhythm che blues. Quella roba che piace ai cultori della musica alternativa, ma da cui sono pronti a dissociarsi alle prime timide avvisaglie di una cassa dritta.

Da lì, la talentuosa Brittney Parks, attraverso il suo progetto di vita in musica Sudan Archives, ha espanso la materia della sua creatività contaminando il suo songwriting con un’espressività più consona alla cultura della sua fanbase predominante, accentuando le componenti elettroniche, rap/trap e techno. Un’escalation stilistica sempre più raffinata e sperimentale allo stesso tempo, una crescita in parallelo a una riprogettazione estetica del suo alter ego per una totale integrazione nel mondo delle idee dello show business, verso un perfetto equilibrio tra una dance che definire intelligente è persino riduttivo a compensazione (e redenzione) di un approccio talvolta licenzioso da popstar neo-soul di sicuro successo, come richiesto dal mercato.

Non è un caso che le prime note che si fanno strada in The BPM siano quelle del quartetto d’archi dei Chicago D-Composed, evoluzione del suo totem e del suo oggetto transizionale (il violino elettrico) che, alla luce della potenza sonora raggiunta, potrebbe tranquillamente rimanere a riposo in soffitta.

Dopo la personificazione della dea Athena nel primo album e la dismissione dei panni di una reginetta del ballo di fine anno del successivo Natural Brown Prom Queen, l’artista completa nel terzo che è diventata Sudan Archives assume le sembianze di Gadget Girl, una sorta di donna sequencer techno del futuro. Dall’ispirazione della dance elettronica di alcuni luoghi simbolo degli ultimi decenni (Detroit e Chicago in primis) nasce una summa monumentale del ritmo e della sua unità di misura, qui assurta a titolo.

Ma la dance promessa da The BPM, dalla copertina e dal look di Sudan Archives, non si limita ad accontentare gli ascoltatori superficiali. D’altronde nessun dj, nel bel mezzo di un party, selezionerebbe tracce in cui uno spleen imbellettato da una produzione senza precedenti potrebbe far leva sulla vulnerabilità del popolo della notte e influenzare, in peggio, l’umore della gente in pista. Siamo qui per divertirci, mica abbiamo il tempo di riflettere.

Il problema di The BPM, semmai, è che è un disco altalenante ma solo perché alterna una base di brani normalmente belli ad altri che definire pazzeschi è dire poco. Tra queste vette compositive spiccano tracce come “Dead” e le sue diverse anime neo soul, techno, post-punk e drum’n’bass, provare per credere. Oppure il funk di “Come And Find You”, brano trascinante in cui un sample con intrecci di violino vi suonerà come la cosa più naturale del mondo. O le due facce (quella dance e quella trap) di “Yea Yea Yea”, dove i topos dei due stili sono sapientemente resi raffinati cameo artistici. O ancora il blocco ad alto tasso ritmico di “A Bug’s Life”, “The Nature Of Power” e “Touch Me”, fino all’ultra pop di “My Type” e il suo ritornello così ferocemente contagioso.

L’inserimento, a questo punto della tracklist, di un brano di rottura come “She’s Got Pain”, un’intima composizione soul con un tutt’altro che improbabile riff di giga irlandese suonato al violino e dall’arrangiamento di archi lungo tutto il resto, contribuisce a dare una svolta al disco. The BPM, da questo momento in poi, spinge al massimo la sua già elevata vocazione sperimentale e la compresenza di evoluzioni in sottogeneri differenti, ma tutti di modernissima matrice electro.

Tracce come l’intrigante “David & Goliath” e la travolgente “A Computer Love”, o il già citato “The BPM”, inno alla supremazia del ritmo nella musica, i provocatori rap di “Ms. Pac Man” e “Los Cinci”, costituiscono una irrefrenabile ascesa verso la perfezione di “Noire”, la vera colonna sonora del futuro, la dimostrazione che ricerca e innovazione musicale sono appannaggio esclusivo della musica a trazione black. Un punto di non ritorno da cui non resta che decomporsi in nutrimento per le radici jazz di tutto quanto fino a qui professato: “Heaven Knows”, la canzone conclusiva, paga il giusto tributo alla cultura senza la quale il progetto di Brittney Parks, e questo album stesso, non esisterebbero.

Con The BPM, Sudan Archives ci regala il disco della vita, almeno fino a questo punto della sua carriera, un’opera che mette in risalto un talento fuori del comune. Un album in cui ispirazione, esecuzione e produzione, fattori qui reciprocamente propedeutici alla perfezione con cui risulta confezionato il prodotto finale, non intaccano affatto la sensazione di euforia e di spensieratezza che pervade l’esperienza di ascolto, complice la totale assenza di qualunque vincolo di genere. La prova che i Beats Per Minute hanno tutto il diritto di esercitare il loro potere illuminato, quando sono supportati da un’accezione colta della musica pensata per il ballo.

italian graffette

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Se volete farmi andare su tutte le furie chiedetemi quanto manca alla fine della lezione. Potete accanirvi verbalmente nei miei confronti con insulti di qualunque gravità, dirmi le peggio cose sulla mia reputazione o su quella di mia madre, ma non chiedetemi quanto manca alla fine della lezione perché quanto manca alla fine della lezione è come dirmi non vedo l’ora che te ne vai. Anzi, a essere precisi non vedo l’ora che tu te ne vada, ma tanto stiamo parlando di mocciosi di seconda che a malapena usano l’indicativo, potete immaginare il congiuntivo. Quando qualcuno alza la mano – e badate bene che il mio veto sugli interventi non inerenti all’argomento di cui si sta parlando è tassativo – e chiede quanto manca alla fine della lezione devo contare fino a dieci, altrimenti risponderei immediatamente con vaffanculo ma, capite bene, non si mandano a quel paese i bambini, con l’aggravante che sono io l’adulto e l’educatore.

Quando qualcuno alza la mano e chiede quanto manca alla fine della lezione conto fino a dieci, faccio un bel respiro e poi consiglio di controllare l’orologio appeso, e se sono in buona do un’imbeccata, una stima di tutti i giri che devono fare le lancette prima della campanella. Se non sono in buona, non aggiungo alcuna spiegazione, piuttosto taglio corto perché devono guadagnarselo, il suono della campanella, e punto. Se mi girano i maroni – anche se i maroni che girano, quando si fa l’insegnante, è meglio lasciarli nel bagagliaio della macchina se andate a scuola in macchina come me – dico che, se si annoiano, possono chiedere la mattina ai genitori di restare a casa, e non sono pochi quelli che fanno delle espressioni del tipo ehi maestro, che idea che mi hai dato, non ci avevo pensato, domani ci provo.

Ma non è sempre così. Domenica pomeriggio mi ha scritto una delle mie alunne preferite ever, una dello scorso ciclo, per dirmi che sta prendendo volti alti in matematica e scienze grazie a me, senza che le chiedessi nulla. Il mio ego si è talmente gonfiato che stamattina, persino al secondo maestro quanto manca alla fine della lezione, il ma andate a cagare l’ho appena appena accennato con un pensiero remoto.

L’email della mia ex alunna aveva assorbito tutto il nervosismo che altrimenti avrei provato. Sabato mattina mi hanno rubato la giacca sul treno. La colpa è mia. Ho riposto giacca e zaino sulla cappelliera appena salito sull’Intercity da Milano per Genova, e mi sono immerso così profondamente nel libro che sto leggendo – avevo su anche gli auricolari perché la lotteria dei posti random mi aveva penalizzato con due giovani aspiranti ingegneri biosailcazzo che hanno passato tutto il tempo del viaggio a correggere una cazzo di ricerca a cui stavano lavorando, che vita triste quella degli aspiranti ingegneri biosailcazzo, triste ma pagata almeno dieci volte rispetto alla vita triste di un insegnante della primaria con l’aggravante della laurea in lettere con tesi in letteratura latina ma vabbè – dicevo che mi sono immerso così profondamente nel libro che sto leggendo (“La radice del male” di Adam Rapp) che mica mi sono accorto che qualcuno, mentre il treno era ancora fermo in stazione a Milano, si è impossessato di nascosto della mia giacca e del mio zaino.

A Genova Principe giacca e zaino non erano più al loro posto. Lo zaino era poco più in là, tutto rivoltato in uno di quei scaffali portabagagli verticali che si trovano a metà della carrozza. Ho controllato immediatamente, nonostante dovessi affrettarmi verso la discesa per evitare di proseguire fino alla stazione successiva, ma nello zaino non mancava nulla: maglietta per la notte, boxer per il giorno dopo, rasoio, gel dopobarba, spazzolino, pastiglie per la pressione, caricabatterie e chiavi di casa. Che strano che non si siano portati via tutto lo zaino, un Pantone blu decisamente elegante. Io avrei fatto così, perché rischiare di essere beccati a rovistare in una borsa altrui su un treno?

Della giacca, invece, non c’era proprio traccia. Ero un po’ – come si dice a Genova – invexendato, non capita tutti i giorni (per fortuna eh) di subire un furto. Quando accade è difficile mantenere la calma. Quindi ho riordinato lo zaino, ritenendomi fortunato che almeno quello non mi fosse stato sottratto, e sono sceso. Ma la cosa divertente è che la giacca rubata era un piumino 100 grammi di marca Rifle che avevo acquistato una dozzina di anni fa, blu e con un taglio decisamente fuori moda, a cui a furia di indossare avevo sfondato le tasche, lo sapete che sono fatte dello stesso tessuto piuttosto delicato, e che qualche settimana fa avevo riparato con la cucitrice. Con i punti, avete capito bene, quelle che io chiamo graffette. L’autore del furto si sarà quindi presto reso conto di aver derubato un barbone più barbone di lui, e meno male che avevo desistito dal mettere nello zaino il mio prezioso portatile – da cui raramente mi separo – e di non aver scelto di indossare al posto del piumino Rifle il mio caldissimo montgomery blu. Se mi avessero rubato il montgomery blu, ecco, quella sarebbe stata una vera tragedia, e altro che mandare a cagare chi mi chiede quanto manca alla fine della lezione.

Durante il viaggio di ritorno, oltre ad aver tenuto ben stretti lo zaino e la giacca che ho dovuto acquistare a Genova per non ammalarmi – a Genova non fa freddo ma tira sempre vento – ho fatto così caso a tutti gli annunci trasmessi per avvisare i passeggeri a non lasciare incustoditi i propri bagagli, una frequenza di comunicazione che mi ha tranquillizzato sul fatto che non sono diverso da nessuno. Non sono più fortunato o più sfortunato di altri.

Mi trovo nella media delle persone a cui capitano cose con cui tutti si trovano ad avere a che fare. Una sensazione che mi rincuora e che provo anche grazie a certe pubblicità in cui si offrono soluzioni a problemi che hanno tutti, e che capisco che è normale che tutti abbiano. Le stoviglie particolarmente zozze dopo cotture elaborate, ad esempio, e la necessità di grattare per tirare via lo sporco, per non parlare del rischio che in lavastoviglie non si puliscano secondo certe nostre aspettative elevate. Questo è solo un esempio ma mi fornisce la prova provata che l’essere stato un asino a scuola, condizione che mi relega quasi sempre entro i confini di chi non si sente all’altezza, non implica necessariamente il non riuscire a comprendere come funzionano davvero certe cose pratiche. Utilizzare colle adesive di una certa portata consente di assicurare saldamente piccoli ammennicoli sulle pareti. Il cric, una volta imparato il funzionamento, solleva davvero le automobili e dopo trenta minuti circa a duecento gradi la zucca cuoce davvero, nel forno, proprio come sostengono le ricette. Smarrire la fiducia in se stessi fa perdere la bussola e restituisce una percezione della realtà tutt’altro che attendibile.