Kara Jacskon – Why Does The Earth Give Us People To Love?

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Ascolti Kara Jackson e rimani folgorato. Poi la vedi e ti bruci la seconda volta. In “Why Does The Earth Give Us People To Love?” si fondono senza ritorno poesia e musica, impegno e bellezza, amore e morte.

Il National Youth Poet Laureate è il riconoscimento annuale di cui viene insignito il giovane statunitense che più si è distinto nella poesia o nell’arte dello spoken word, dimostrando impegno nei temi della giustizia sociale e dei diritti civili. Noi iniziative di questo tipo non possiamo nemmeno immaginarle, vi basti sapere che ad aggiudicarsi la prima edizione, nel 2017, è stata Amanda Gorman, la poetessa che poi è stata chiamata a declamare i suoi versi alla cerimonia di insediamento di Joe Biden (mentre qui da noi, in un’occasione del genere, per dire, avrebbero invitato a fare uno show gente del calibro di Albano o Bocelli).

Nel 2019 il premio è andato invece a Kara Jackson. E senza nulla togliere alle altre vincitrici – so che non c’entra, ma un’altra cosa che vi lascerà di stucco è che al primo posto di questo concorso si sono sempre classificate solo ragazze, peraltro tutte decisamente incantevoli – la sua esperienza ci insegna qualcosa. Se vi dilettate con i versi, fate come Kara Jackson: imparate uno strumento musicale, uno qualsiasi, possibilmente funzionale ad accompagnare le vostre rime. Vi riserverà delle sorprese.

Kara Jackson vive a Oak Park, un sobborgo di Chicago sede di una vivace scena artistica, ma le sue radici richiamano il profondo sud, un fattore di appartenenza che connota drasticamente il suo lavoro. In un’intervista sostiene di non riuscire a raccontarsi senza raccontare chi è suo padre, nato e cresciuto a Dawson, Georgia, un paesello grande non più di un sasso che però per lei assume il significato di posto più importante del mondo. Non può fare nulla senza pensare dove si trova e come non si troverebbe dove si trova senza le persone che l’hanno preceduta. Dawson, aggiunge, è anche la prova che la cultura può nascere negli angoli più piccoli e remoti della terra e dice di sentirsi turbata dalla leggerezza con cui siamo soggetti a ignorare quegli spazi.

Da adolescente notava quanto l’audacia con cui si autodefiniva poetessa mettesse a disagio le persone e inducesse gli adulti ad attivarsi in una forma di controllo per farla desistere, in qualche modo. Ingerenze che, per fortuna, hanno sortito l’effetto contrario. Kara Jackson ha intuito di essere sulla strada giusta e ha cominciato a fare sul serio, come poetessa prima e come songwriter ora.

Per questo è estremamente audace discernere in Why Does The Earth Give Us People To Love?, il suo album d’esordio, la musica dalla poesia. Vi sfido a distinguere le parole dai suoni lungo le 13 tracce – o componimenti, chiamateli come volete – che formano questa raccolta – o disco, chiamatelo come volete.

Dal punto di vista musicale, vi sorprenderà scoprire l’ingenuità con cui la componente sonora viene usata a seconda delle esigenze liriche. Prendete “no fun/party” e la moltitudine che contiene. Uno struggente primo blocco in cui, davvero, non c’è niente da ridere, tanto meno nei paradossi delle relazioni amorose quando sono cantati così, con la nuda voce profonda e ruvida di Kara Jackson, a volte persino piacevolmente in bilico nell’intonazione, accompagnata da un arpeggio di chitarra. Poi, all’improvviso, due accordi strappati messi apparentemente a caso a spezzare il racconto, come il bumper di un intervallo pubblicitario qualunque, e si passa al secondo tempo, con l’ukulele e la voce filtrata da un effetto-scatoletta, quello che si usa per simulare i registratori fai da te. E anche la distratta sfrontatezza con cui la cantautrice inserisce nella tracklist canzoni da sei o sette minuti, un vero azzardo nell’era dei disturbi dell’attenzione, conferma la sua totale volontà di dissociarsi dagli stereotipi dell’industria musicale.

Un poeta, al contrario, vi farà notare tutte le volte in cui la scelta delle parole risponde a necessità ritmiche e melodiche. Su tutte, “Why Does The Earth Give Us People To Love?”, il doloroso commiato della lettera di addio alla compagna di liceo Maya, morta a sedici anni sopraffatta dal cancro. Una domanda con la d maiuscola che non dà solo il titolo a canzone e album. Come per tutto il resto, non c’è risposta. Ci immaginiamo così Kara Jackson e la sua amica cantare a due voci per l’eternità, Maya sulle note acute e Kara su quelle più basse e adatte al suo timbro, fino alla fine, come promesso, come le amiche che lo sono per sempre e ci vuole ben altro per separarle. La terra ci dà persone da amare e poi ce le toglie ma noi possiamo continuare a ricordarle proprio così, come un controcanto, due linee di melodia parallele che si librano con agilità, costantemente distanti una manciata di toni l’una dall’altra.

In tutta questa densità emotiva, profondità di affetti e concentramento di angosce, il rischio è di perdersi episodi per nulla secondari, come “curtains” o “brain”, in un album in cui non c’è un istante di leggerezza, se non tutti i titoli delle canzoni privi dell’iniziale maiuscola. Le due rapide parti di “recognised”, qualche spaccato di vita amorosa e rapporto con gli uomini in “therapy”, “free”, la bellissima “pawnshop” e l’eloquente “dickhead blues”, la cui coda ha il miglior arrangiamento strumentale del disco. Poi c’è “lily”, ancora sul legame femminile, l’intesa e la complicità. Per non parlare della storia di “rat” e del cupissimo whisky di “liquor”, i superalcolici come seconda scelta di chi non si può permettere l’amore.

Fino a quando il southern folk blues di Why Does The Earth Give Us People To Love?, un’esperienza d’ascolto appagante e totalizzante in un modo che non si può nemmeno immaginare, come tutte le cose, si conclude. Kara Jackson ha 23 anni ma l’impressione è che abbia capito e visto tutto, che abbia vissuto così a lungo da arrivare fino alla fine e fare il giro e tornare al presente. Ha da insegnarci moltissimo della vita, della solitudine, dell’amore, del dolore, della morte. La sua capacità di osservare le cose da due angolazioni, quello della poesia e quello della musica, sempre che riusciate a scinderle, non è da tutti. C’è un’insoddisfazione di fondo, una sofferenza mai sopita, una curiosità senza tempo che spinge Kara Jackson a cogliere, un brano dopo l’altro, l’essenza di quello che prova per poi riproporlo in un modo unico.

E come voi anch’io, al primo ascolto, confesso di aver avuto la stessa sensazione provata con il disco d’esordio di Tracy Chapman, oggi come allora opere incontrate per caso in un momento di grandi ripensamenti e di dubbi senza soluzione. E, proprio come quel capolavoro, anche Why Does The Earth Give Us People To Love? ha tutte le carte in regola per imporsi come uno spartiacque epocale, o più semplicemente un buon compagno di viaggio a cui affidarsi quando si perde il senso dell’orientamento.

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Quando un docente termina in anticipo il programma si diffonde il sospetto che abbia lavorato male o in modo superficiale. Per un insegnante risulta difficile auto-valutarsi perché ci sono diversi fattori da tenere in considerazione. Di certo ho proceduto in modo piuttosto spedito, quest’anno. I miei bambini invogliano ad andare avanti e mi gratificano molto, sotto questo aspetto. Ne ho un paio che sono rimasti piuttosto indietro ma ho la sicurezza che non sarebbe cambiato nulla se avessi organizzato la didattica diversamente. Sta di fatto che è da metà maggio a oggi, a nemmeno una settimana dalla fine dell’anno scolastico, ho avuto tutto il tempo per riprendere gli argomenti di matematica e geometria e ripassarli. Anche la prova di fine quadrimestre in stile invalsi, che riassume un po’ tutto quello che sanno, è andata piuttosto bene. Mi sono permesso così di avviare un’attività un po’ diversa dal solito. Ho chiesto a ogni bambino di prepararsi una ricerca su un vertebrato a scelta in autonomia. Raccogliere le informazioni in Internet o su materiale vario a disposizione (documentari e testi di famiglia o eventualmente da recuperare presso la biblioteca comunale), completare una traccia di riferimento che ho condiviso con loro, creare infine una presentazione Google. Ho dedicato più ore del solito in laboratorio di informatica, in modo da consentire a chi è privo di strumentazione digitale a casa di mettersi in pari con gli altri, e ho programmato persino un calendario di esposizioni delle ricerche svolte come fanno i grandi che sto ultimando proprio in questi giorni. In pratica, da lunedì scorso, facciamo solo scienze. A parte questo, per il resto del tempo non è facile fare lezione. La nostra aula è molto calda e anch’io sono piuttosto stremato. Se non piovesse così tanto me ne starei tutto il tempo in giardino, seduto sulle gradinate del campetto di basket, a guardare i miei alunni che litigano giocando a calcio con la palla di gommapiuma sotto il sole cocente, quando c’è. Gli altri si misurano la vita reciprocamente. Quanto sono già cresciuti e quanto cambieranno di lì a poco. Alcuni si rincorrono sui pneumatici che una mia collega ha posizionato nel prato per il suo asperger a basso funzionamento. Altri li osservo parlare tutto il tempo. Ogni tanto si chinano a raccogliere una noce, un fiore, un rametto, un lombrico. So quello che state pensando: c’è della poesia, in tutto questo. È vero: la scuola è piena zeppa di poesia. Chi non la coglie, peggio per lui.

crumiro

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Il motivo per cui non sciopero mai è perché credo che ci siano alcuni settori, il pubblico in primis, in cui scioperare si colloca agli antipodi del buon senso. Scuola, trasporti, sanità, difesa e giustizia. Il sillogismo per cui al terzo passaggio si danneggia il potere si arena disastrosamente al secondo, con gente che non può prendere ferie perché non sa dove piazzare i figli, passeggeri a cui vanno a monte viaggi programmati da settimane nell’impossibilità di contattare un cazzo di servizio clienti Trenitalia e ottenere un rimborso, malfattori che la fanno franca, pazienti che rimandano terapie o processi che si allungano di qualche giorno rispetto ai lustri già messi in conto. Ho visto mamme apostrofare insegnanti, pendolari malmenare capotreni, ho assistito a risse in corsia. Nei tribunali ancora nulla, per fortuna non ne ho mai avuto bisogno. Ammiro invece chi sciopera nelle acciaierie, nelle agenzie di comunicazione, nelle banche, nelle multinazionali dell’ICT, nei poli della logistica, nell’automotive, nelle finanziarie, nell’abbigliamento, nel settore immobiliare e persino nel franchising delle agenzie di lavoro interinale, che è un bel paradosso. Ma nei servizi ai cittadini no, dai. La gente è già abbastanza stressata di suo e nell’era dei ministeri della semplificazione lo sciopero del settore pubblico è un’astrazione impossibile da cogliere. Perché mettere le persone ancora di più a disagio?

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Il regolamento d’istituto della mia scuola impone un abbigliamento decoroso e adeguato all’ambiente didattico e coinvolge le famiglie nell’impegno a far rispettare agli studenti le linee guida. Io non ho una posizione ben definita sulla questione e, come sempre, mi auguro che il buon senso mi venga in soccorso nel momento del bisogno. Da noi non sussiste l’obbligo del grembiule, per dire, ma a me non dispiacerebbe introdurlo. I detrattori sostengono che si tratta di indumenti realizzati con materiale di scarsissima qualità (ultra-cinese, come dice una mia collega) e in questi tempi di global warming il rischio di provocare irritazioni o sfoghi sulla pelle dei bambini quando il sudore si trova a contatto con l’acrilico è piuttosto concreto. A me piacerebbe che tutto il mondo si vestisse con le casacche blu come ai tempi di Mao, figuratevi come potrei reagire al cospetto di una classe dal look omologato. Di sicuro mi sarei evitato la situazione spiacevole che vado a introdurre. Ieri una delle mie alunne, al primo caldo della stagione, si è presentata in shorts, e siamo in quarta elementare. Mi sono confrontato con colleghe più esperte di me che mi hanno consigliato, piuttosto che scrivere alla mamma o, peggio, diramare un generico “sì bermuda, no pantaloncini inguinali” attraverso la rappresentante dei genitori, di rivolgermi direttamente alla bambina. Non volevo metterla però su quanto il suo abbigliamento lasciasse scoperto perché ero strasicuro che il fastidio che provavo non derivasse da un approccio bacchettone, che sono sicuro di non avere, piuttosto da un’esigenza di sobrietà. A scuola ci si concia da gente che va a scuola, comprese le stravaganze che ragazzini e adolescenti adottano per mostrare al mondo quanto sono originali e fuori di testa (e diversi da loro). Ma questo è un altro paio di maniche, ed è proprio il caso di dirlo. In generale negli esseri umani di età superiore ai 3 anni approvo i pantaloni corti ma solo in prossimità di uno stabilimento balneare e con del reggaeton in sottofondo. Stavo per proporre alla mia alunna scosciata di recarmi a scuola anch’io in costume e infradito, magari con addosso una camicia hawaiana a maniche corte aperta fin sotto lo sterno e un bel cuba libre in mano. Ma non so se la bambina avrebbe compreso il nesso, e poi dovrei depilarmi. L’ho messa allora sul rischio di punture di zanzare e moschini quando trascorriamo l’intervallo lungo in giardino, ma mi ha guardato con quegli occhi come a dire ma per chi mi hai preso, sono una bimba ma non sono un’idiota. Di certo so che ha come modello una mamma molto appariscente, e il veto sugli shorts le ha rovinato la giornata. È andata a sedersi su una panchina tutta imbronciata e non si è alzata più. Avrei voluto dirle che, da seduta, l’effetto degli shorts è ancora peggiore (o migliore, a seconda dei punti di vista) ma non volevo sembrarle fuori luogo. E così stamattina si è presentata in classe con gli stessi pantaloncini di ieri. Mi ero già preparato a uno scontro Whatsapp mattutino con la famiglia ma, prima ancora di prendere posto nel banco, è venuta a dirmi una cosa. La mamma si scusa, mi ha detto, ma proprio non aveva altro da farle indossare, quel giorno.

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La lezione più bella e edificante che ho imparato da quando lavoro nella scuola è intercettare in tempo utile gli insegnamenti non richiesti da chi hai di fronte e, di conseguenza, interrompermi prima. Credo di aver interiorizzato in classe sulla mia pelle il punto in cui fermarmi in tempo e di essere riuscito ad applicare lo stesso principio fuori, nella vita. Quello che mi manca, e non ho ancora trovato un corso di formazione in grado di certificare questo aspetto, è il riuscire a non stupirmi se le persone non riescono a fare altrettanto ma, a prova di quello che ho scritto prima, evito comunque di spiegare loro come si fa.

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Ho un collega che parla come Nino Frassica ma con l’accento calabrese e fa molto meno ridere, quando riesco a capire quello che dice. Non è il primo insegnante di sostegno che non parla italiano che mi ritrovo in classe. Il punto è che deve assistere un ragazzino di origini straniere e affetto da ipoacusia e i molteplici passaggi della comunicazione (dialetto rurale del secolo scorso -> dispositivo protesico -> madrelingua origine dell’alunno -> italiano L2) –  tra i due è decisamente lacunosa. Anche con me, comunque, il dialogo è ampiamente compromesso. Anch’io sono un po’ sordo, comprendo con difficoltà la parlate del sud, sono mono-tasking, non mi intendo di automobili e di tecnologia fine a se stessa. Invece lui si rivolge a me nel suo idioma, spesso quando sto facendo altro, e frequentemente chiedendomi dettagli sul modello di macchina che guido o sul mio pc che non conosco, anche mentre faccio lezione. Poi si intromette in continuazione senza chiedere il permesso, una procedura che a scuola si insegna sin dal primo giorno della prima primaria. Ho detto alla responsabile delle assegnazioni degli insegnanti di sostegno di levarmelo di torno, il prossimo anno. Le ho inviato uno screenshot che ho scattato durante l’ultima riunione a distanza del GLO che lo ritrae, cogliendo perfettamente la sua natura testarda e ottusa. Interviene a sproposito anche con la specialista di inglese, sfoggiando il suo anglo-calabro, ed è in uno dei suoi sproloqui che ho percepito la somiglianza con Nino Frassica. Non solo si esprimono in modo inconcludente allo stesso modo, ma appartengono entrambi al teatro dell’assurdo.

Altın Gün – Ask

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Tornano gli Altin Gün ma tornano alle origini. “Ask” è un gustoso potpourri di rivisitazioni della tradizione folk turca. Se si perde un po’ della frizzante sperimentazione a cui ci hanno abituati, si guadagnano elementi utili alla comprensione di una cultura e dello spirito di un popolo.

Se vi va di cimentarvi un po’ con il rock-pop anatolico nel suo periodo d’oro, indicativamente a cavallo tra gli anni 70 e gli 80, il divertimento è assicurato. Il punto è che ciò che ci intriga, di questo genere, probabilmente è frutto di un retaggio del nostro pregiudizio eurocentrico per il quale, da Trieste in là, tutto ci risulta esotico. A questo si aggiunge la tendenza che abbiamo nel misurare il grado di psichedelia di ciò che ascoltiamo in una scala con valori direttamente proporzionali alla distanza tra noi e l’India. Costruzioni armonico-melodiche, strumenti impiegati e tecniche di esecuzione, ritmi inusuali per i nostri quattro quarti standard, strutture disordinate rispetto ai nostri rigidi schemi strofa strofa ritornello strofa cambio ritornello, fonemi impronunciabili. Ascolti di questo tipo ci destabilizzano fino a farci perdere l’equilibrio, un vero e proprio trip. E se volete sapere il mio punto di vista, comunque è molto meglio questo che la tecnica opposta, cioè la musica etnica dell’est extraeuropeo adattata ai canoni pop occidentali, in pratica quello a cui siamo esposti ogni anno quando va in onda l’Eurovision Song Contest, manifestazione canora oggi tanto social ma unicamente per gli stessi motivi che ci siamo detti sopra. Tutto bello e folcloristico quello che proviene dall’estero, ma poi, a fine serata, meglio che ciascuno rientri a casa propria.

Un vicolo cieco in cui gli Altin Gün hanno trovato una via d’uscita. Difficile capire se, a scardinare i luoghi comuni sul rock anatolico, sia il fatto che la band è di stanza ad Amsterdam e che è composta da musicisti turchi solo per quattro sesti.

Giunti al quarto long playing, quinto se consideriamo anche Âlem, album pubblicato solo in digitale durante il lockdown e, in seguito, immolato alla causa del supporto alle popolazioni turche e siriane colpite dal terremoto, gli Altin Gün si confermano capaci di diffondere un sound tipicamente anatolico ma permeato di funk, elettronica, rock d’antan e tanta, tanta psichedelia. Il bello è che lo fanno con totale naturalezza. Nella loro produzione difficilmente vi sentirete appesantiti da forzature, nemmeno nei brani dei dischi composti e registrati a distanza durante la pandemia.

Il titolo del nuovo album è Ask, parola che Google Translate mi rende in “Amore”, e se fosse così sarebbe bellissimo perché traduce tutta l’attrazione centripeta per la propria terra di origine. Le dieci tracce di cui si compone sono infatti brani della tradizione popolare rivisitati in stile Altin Gün, ovvero corredati da una serie di finezze delle quali si può godere doppiamente alternando l’ascolto di ciascuna canzone con il proprio alter ego originale interpretato da un o una cantante turca in carne e ossa (basta un semplice copia/incolla del titolo nella barra di ricerca di Youtube).

Mettendo a confronto le due versioni vi sarà possibile infatti cogliere in pieno le potenzialità artistiche degli Altin Gün: “Badi Sabah Olmadan” remiscelata come una b-side dei Cure dei tempi di Seventeen Seconds. “Su Siziyor” e “Leylim Ley” arrangiate con giri di basso dub su ritmiche funk. “Dere Geliyor” nel caratteristico bilico precario provocato dai suoi 9/8 fino alla cavalcata indomita del solo di sintetizzatore, strumento ancora protagonista in “Çit Çit Çedene” in una articolata improvvisazione finale.

La psichedelia torna protagonista nel riff grunge-stoner di “Rakiya Su Katamam”, mentre con “Canim Oy” i tentacolari tempi dispari sono in grado di fare da mantra e liberarci in mistiche rotazioni da dervisci. “Kalk Gidelim” sdogana senza pudore persino la chitarrina in levare che introduce al reggae, mentre con “Güzelligin On Para Etmez” il tempo si ferma in preghiera, una pausa introspettiva per tornare in pista più freschi che mai con il sound disco-rock fine anni 70 di “Doktor Civanim”, la traccia conclusiva quasi in stile Giorgio Moroder.

Gli Altin Gün giocano in Ask tutte le migliori carte per confermare il loro ruolo di Tame Impala dello psych-pop anatolico, consapevoli che per dimostrarsi innovativi con un repertorio del passato occorre giocare d’intelligenza per non cadere nella banalità del tributo fine a se stesso. L’alternarsi della voce femminile di Merve Dasdemired a quella maschile di Erdinç Ecevit Yildiz contribuisce in modo decisivo a sventare i rischi della ripetitività.

È vero, mancano i registri synth pop delle produzioni precedenti, ma l’assenza dell’elettronica retro in Ask è magistralmente compensata dal cuore, quindi va benissimo così. Pensate a come sarebbe difficile un’analoga operazione qui da noi, solo l’idea – del repertorio da modernizzare e di chi potrebbe candidarsi a farlo – mi fa provare imbarazzo e desiderio di chiedere venia in anticipo al mondo intero.

Il fatto che Ask sia invece un album perfettamente riuscito significa che le canzoni della tradizione turca sono costituite da un materiale adatto a operazioni di revamping e di riciclo, già pensate in fase di progettuale per essere estranee in ogni tempo, e che gli Altin Gün sono davvero dei campioni nella loro specialità, quella di essere estranei in ogni luogo.

f24

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Ho chiamato il servizio assistenza dell’INPS per chiedere due cose: quali codici utilizzare per effettuare il versamento del contributo che spetta a chi fornisce una prestazione occasionale e ha già superato i 5mila euro di imponibile, che corrisponde a un terzo del 33,72 per cento (i restanti due terzi sono a carico del datore di lavoro) e poi se arrotondare in eccesso o in difetto il calcolo di tutto il tempo trascorso al computer da quando ho raggiunto la maggiore età per calcolare, appunto, il risarcimento in ore vita. Come per il rimborso del 730, voglio infatti chiudere il prima possibile ogni credito con lo stato non perché sia abbia qualcosa contro la repubblica italiana, ci mancherebbe, è che mi sto vivendo male questo scorcio di melonoma della democrazia e così è meglio mettere subito le cose in chiaro. Nel cassetto fiscale ci sono persino le giornate perse a usare Cubase sull’Amiga 500 per fare le basi MIDI e nel lavoro che ho svolto a scrivere la tesi di laurea su quell’Olivetti M24 che ho ancora in soffitta è compreso addirittura il tempo che ci ho messo a copiare i file dai floppy a 12 pollici a quello a 7 che mi era stato richiesto dalla legatoria che poi ha stampato i tre volumi (uno per la segreteria, uno per la commissione e uno per me). L’esito del calcolo sarà inserito solo nel cedolino di giugno, a questo punto, ma da quello che ho capito avrò una bellissima sorpresa.

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Nella vita non si è mai protagonisti, nemmeno nel giorno del nostro compleanno. Piove, la gatta miagola pretendendo più cibo, i fornelli si accendono con fatica come per ogni altra colazione, la pastiglia per l’ipertensione ha lo stesso effetto. Nessuno prende ferie, nessuno ti passa a prendere la mattina in limousine per portarti in un posto speciale, nessun telegramma cantato come nei telefilm americani degli anni 70. Anzi, se succedesse così, ci verrebbe da chiedersi perché, nei restanti trecento e sessantaquattro giorni dell’anno, è diverso. Se qualcuno ci portasse la colazione a letto ci verrebbe da riflettere sul fatto che l’ordinarietà è proprio quella, e che sarebbe bello compiere gli anni ogni giorno ma che quindi la straordinarietà perderebbe la sua efficacia. Se mia mamma avesse uno smartphone e sapesse usare WhatsApp, mi manderebbe un messaggio alle 6.40 appena sveglia – l’ora in cui sono nato – per farmi gli auguri. Fino a poco tempo fa mi chiamava, poi è passata agli sms, ora non riesce a svegliarsi così presto perché, la notte, fa fatica ad addormentarsi. Ci sentiremo stasera, lato mio non cambia nulla, solo un numero in più.

The National – First Two Pages of Frankenstein

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Meglio di un disco dei The National c’è solo un disco dei The National che smentisce le voci che li davano per spacciati, finiti, kaputt. Per alcuni è uno scenario che non si può eludere. Per altri sono solo un po’ giù di morale ma, a giudicare da questo “First Two Pages Of Frankenstein”, tutto sommato in gran forma. Io, al loro scioglimento, non voglio nemmeno pensarci. Che mondo sarebbe senza i The National?

Il giorno in cui i The National daranno forfait, i social saranno un luogo da evitare come la peste. Io spegnerò pc e telefono non tanto in segno di lutto quanto per tenermi alla larga dai coccodrilli di chi speculerà sulla caduta della band indie più influente nel panorama musicale di questo quarto di secolo.

Vi dico solo che ho perso il conto di quanti ellepì hanno pubblicato e da quanti anni sono attivi. Non saprei dire qual è il loro album che preferisco, con quale canzone li ho scoperti o quale sia il concerto che mi ha entusiasmato di più. Quante volte ho messo i loro dischi e di quali ho scritto la recensione. Sento un loro brano e faccio fatica persino a collocarlo cronologicamente, a ricondurlo all’album in cui è contenuto. I The National fanno parte di me, e se succede lo stesso per voi sapete bene a cosa mi riferisco. Come per il popolo di Springsteen o, in Italia, la fanbase di Vasco. In modalità differenti e su presupposti diversi, i The National sono i nostri beniamini per difendere i quali siamo pronti a farci esplodere. Dopo di loro, nulla sarà come prima.

Qualcuno tenterà di convincervi del contrario, alludendo a Matt Berninger che probabilmente si metterà al lavoro per il sequel di Serpentine Prison, o a Aaron Dessner che sarà sempre più richiesto come produttore dopo le fruttuose collaborazioni con Taylor Swift, Ed Sheeran, i Big Red Machine e gli svariati interpreti che beneficiano del suo approccio pessimistico e folk all’arrangiamento pop. O ancora al gemello Bryce, che ora vive in Francia e che continuerà ad approfondire le sue ricerche nel campo della musica classica e ai fratelli Devendorf, con i loro incastri ritmici unici al mondo prestati ai dischi altrui.

Abbiamo trascorso tutto questo tempo che è passato da quel capolavoro che è stato I Am Easy to Find divorati dall’angoscia. In mezzo c’è stata persino una pandemia mondiale che ha fatto piazza pulita di quel poco di ottimismo che sopravviveva tra le persone normali, figurarsi per gente incline alla depressione come i The National. Ma la materia prima di cui sono composti, a differenza di altre band di primedonne, ha fatto la differenza. Se i The National si scioglieranno, parole che non riesco nemmeno a pronunciare proprio come Fonzie quando doveva ammettere di essere in errore, sarà perché semplicemente si è consumata l’ispirazione. Nessuno scazzo, nessun battibecco tra musicisti adulti che hanno percorso insieme un lungo cammino, nessun desiderio di maggiore visibilità o di ripartizione dei ruoli o, peggio, questioni economiche. Solo e semplicemente vita che ha fatto il suo corso, un ciclo comune che investe in modo naturale gli esseri viventi.

È Matt Berninger stesso a confermare che ci sono andati davvero vicini, questa volta. Come mai avvenuto in precedenza, tra di loro si è diffusa la percezione che le cose fossero davvero giunte al termine. Poi è accaduto qualcosa che, se non fosse profondamente umano, diremmo che ha del miracoloso. La forza per continuare i The National l’hanno circoscritta all’interno della band. Ogni membro ha fatto da supporto per gli altri del gruppo e ha permesso ai compagni di viaggio una base di sostegno, una rete di solidarietà artistica e umana che ha contribuito a ribaltare la prospettiva. Un terreno fertile da coltivare con abnegazione, da cui hanno preso vita le nuove canzoni.

Una delle prime cose che ti insegnano ai corsi di scrittura creativa è che, per imparare a scrivere, bisogna saper leggere. Matt ha superato il blocco compositivo proprio grazie all’incipit del classico noir di Mary Shelley, da cui è stato tratto il titolo del concept. I cinque nel frattempo hanno continuato a frequentarsi, a suonare dal vivo e a circondarsi del loro entourage popolato da intellettuali del calibro di Sufjan Stevens, Phoebe Bridgers e Taylor Swift a dare, più che un contributo artistico, un supporto morale. Amici che intervengono quando c’è bisogno. Forse sono questi i presupposti da cui è scattato quel qualcosa di cui non siamo al corrente ma a cui saremo eternamente grati. I The National sono tornati al punto di partenza, e lo hanno fatto al meglio delle loro possibilità.

Detto ciò, ecco tre cose fondamentali per comprendere appieno questo disco. La prima: First Two Pages of Frankenstein ha un’impronta fortemente cantautorale, nell’accezione che intendiamo noi in Italia. Più di ogni altro dei loro lavori precedenti, qui la band si è messa completamente al servizio delle liriche e del ruolo di Matt Berninger. Troverete pochissime aperture strumentali, code o soli. Le ritmiche sembrano volutamente defilate, pronte a togliere il disturbo e a sospendersi per rendere ancora più incisiva la narrazione dei testi e aumentare la meraviglia di trovarsi da soli con la voce e poco più.

Le parole, infatti – e questa è la seconda – mai come in questo disco sono importantissime. Decisive. Matt Berninger è unico nell’arte di fermare immagini di solitudine, di coppia e di solitudini di coppia nei suoi versi. Gli arrangiamenti del resto della band aggiungono valore alle canzoni, scavando nella materia tutti gli spazi funzionalmente ricavati per le liriche. Ed è qui che si sprigiona la magia. Dalle tracce prende vita una serie tv a episodi, una raccolta di racconti pervasi di realismo a fornire un’esperienza d’ascolto che non ha confronti. Troviamo tentativi di ricucire storie in bilico, seduti a bordo di una piscina. Ci sono liste di cose da distribuirsi in due quando ci si separa, compresi i dischi dei Cowboy Junkies e degli Afghan Whigs. Si intravedono pacchetti aperti di American Spirits e scorci di intimità, con amanti vestite solo da una maglietta dei New Order, un gatto in braccio e in mano un bicchiere di birra. Si percepisce l’ottimismo fuori luogo di quando non c’è più niente da fare. Si sente il rumore del mondo nelle notizie che scorrono sullo schermo touch di uno smartphone, e il silenzio tra persone che non hanno più nulla da dirsi. Si assiste a meccaniche dichiarazioni d’amore al tavolino a fianco, in un diner qualsiasi. Si controlla insieme l’elenco delle cose di cui possiamo fare a meno, e si può essere d’accordo su tutto ma non sull’importanza di un buon impianto stereo. E c’è un viaggio nella testa dello scrittore, quando fa cilecca e non ne vuole sapere di collaborare, complice l’immaginazione che non si schiera più dalla nostra parte. Sotto, gli echi delle raccomandazioni di Carin Besser, compagna di vita di Matt che, amorevolmente, gli ricorda che la mente non è sempre nostra amica.

Dalla loro posizione di band più rappresentativa dei nostri tempi, i The National – artisti più che maturi all’apice della loro carriera – avrebbero potuto manifestarsi con tutta la loro sicurezza e la loro maestria compositiva (cosa che alcuni di loro fanno già abitualmente per altri interpreti), dare alle stampe un disco ancora più caratterizzante dei loro lavori precedenti, e consacrarsi definitivamente per ciò che sono. Quello che traspare, invece, è la sincera ammissione della fragilità del loro equilibrio, in un momento in cui non sarebbe stato possibile nasconderlo. Fare finta di nulla sarebbe stato un fiasco. Ed ecco, quindi, la terza cosa, ma l’avrete capito anche voi, se mi avete seguito fino a qui. First Two Pages of Frankenstein è il disco migliore dei The National. Il migliore, almeno fino al prossimo.