Ć di qualche settimana fa la notizia della mozione dellāassemblea generale dellāONU per promuovere una rappresentazione del planisfero in cui le dimensioni dellāAfrica corrispondano a proporzioni più coerenti rispetto alla superficie effettivamente occupata e agli altri continenti. Disegnata su modelli basati su una proiezione vecchia di cinque secoli, lāAfrica risulta sulla carta (e sulle carte) decisamente meno estesa di quanto sia in realtĆ . Una riproduzione che, come conseguenza, rischia di sminuirne lāimportanza nei contesti internazionali e di alterare la percezione geografica della sua estensione, circondata dal resto del pianeta.
Gli Ibibio Sound Machine quella corsia preferenziale la percorrono nei due sensi contemporaneamente, e per loro non ĆØ nemmeno un ponte, semmai un cantiere permanente, tra Lagos e Londra. Una band che ĆØ l’esatto contrario di una narrazione da bollino rosso per il rientro intelligente. Un collettivo occidentale che non si appropria di suoni africani da lontano, ma che quella distanza la attraversa fisicamente e biograficamente ā la front-woman Eno Williams ĆØ nata a Londra e cresciuta a Lagos, gli altri membri reclutati tra Ghana, Trinidad, Brasile, Australia. Artisti che l’Africa non la prendono in prestito, piuttosto la abitano da dentro, con tanto di andata e ritorno.
Lāimpressione ĆØ che gli Ibibio Sound Machine siano la faccia meno patinata e modaiola dellāafrobeat. Piuttosto, veri slave to the rhythm con un suono schietto e, proprio per questo, decisamente divertente. Se scartabellate tra lāunderground africano scommetto che troverete molta più dance che jazz, per dire, al netto degli inciuci degli algoritmi. Quello che colpisce qui ĆØ lāintensa miscela tra highlife, soul, post-punk, elettronica lo-fi, makossa, dub, qualche eco di jazz (il suono ancestrale) e richiami sia alla scena club dei primi anni ’80 (da Grace Jones ai Tom Tom Club e a alla fauna artistica che ha frequentato il Compass Point) sia al funk anni ’70 di Fela Kuti, il tutto con una riconoscibile spolverata electro che, provare per credere, non guasta mai.
Uno stile che, in differenti percentuali tra le componenti e conseguenti alti e bassi di risposta del pubblico, con Chopping Mountain ha condotto il collettivo al sesto album in studio, nuova tappa di un percorso avviato con lāambizioso esordio omonimo, una fase di assestamento con Uyai e Doko Mien, il salto di qualitĆ di Electricity (prodotto con gli Hot Chip) e la svolta nightclubbing di Pull the Rope, opera permeata di atmosfere anni ’90 ai limiti dellāacid jazz. Il nuovo lavoro vede cosƬ il ritorno alla produzione di Max Grunhard, polistrumentista e mente della band. Dopo due dischi affidati a produttori esterni, il ritorno al fai da te ha efficacemente riconciliato gli Ibibio Sound Machine con le proprie radici più organiche e collettive, e grattato via la patina più azzimata dei dischi precedenti, talvolta sin troppo preponderante e a rischio di fatali calcificazioni.
Chopping Mountain ĆØ invece un disco fluido e immediato, a tratti impetuoso, suonato in modo straordinariamente solare e aperto, quasi la nemesi dei toni più crepuscolari del precedente album. Tra le tracce – elegantemente policrome – spicca la varietĆ strumentale degli arrangiamenti che culminano con le risposte indiscutibilmente funky di fiati – piacevolmente molto invadenti – insieme a ricami di marimba, incursioni di vocoder e spunti di synth e percussioni sintetiche che non potrebbero che provenire – anche solo come ispirazione – da quelle latitudini. Ovunque si percepiscono le vibrazioni delle jam session e delle improvvisazioni in studio da cui sono scaturite le tracce, aspetto che trasmette una potente energia live.
āBurning in Lagosā ĆØ il maestoso brano che introduce ai temi di Chopping Mountain, un vero e proprio manifesto dellāopera che, con un andamento che rimanda al periodo Island di Grace Jones, avviluppa nellāascolto grazie alle trascinanti asperitĆ ritmiche e le irruzioni dei fiati che battibeccano con la melodia vocale e ci ricorda, con un verso ripetuto allāinfinito, quanto la vita nella capitale della Nigeria e a Londra scorra scandita dai contigui fusi orari.
Dalla title track, seconda solo nellāordine, il disco subisce il primo plot twist, come se Fela Kuti si fosse messo al volante e unāorda di sintetizzatori di risulta avesse preso possesso, con la complicitĆ di una chitarra spigolosissima, dellāanima compositiva della band. Un mood electro-disco che si perpetua irrefrenabile nelle successive āWhen You Want to Danceā, āConcept of Loveā e āReturn to Senderā. Il featuring di Dele Sosimi, musicista britannico e collaboratore di Fela e Femi Kuti, aggiunge valore al break riflessivo imposto dalla psichedelica ed ecumenica āGive Me Peaceā e dĆ il via a una babele di sottogeneri che si sprigiona nelle atmosfere makossa di āMensoā, nel funky retro di āLoveā, nei ricami drone-marimba intorno al testo in lingua ibibio di āKukuruā, fino alla ipnotica e percussiva āRiver Don’t Rushā, un vero loop che sembra senza fine che però poi, alla fine, finisce.
Una tracklist che vede nella voce e nella decisa personalitĆ di Eno Williams un convincente filo conduttore, una straordinaria interprete di una doppia identitĆ geografica e culturale che rende lo stile della band unico e inconfondibile. Un disco dal respiro inconsapevolmente internazionale: da Chopping Mountain in poi, se Lagos pulsa di energia non sarĆ solo la notte di Londra ad accendersi. Le fiamme si vedranno ovunque.
Molte luci ma anche qualche ombra, nel nuovo disco dei Gurriers. Un poā troppo accomodante e scontato per chi cerca qualcosa da alternare in playlist agli Idles, un poā troppo nervoso per chi non ha gli strumenti per spingersi oltre la comfort zone dei Fontaines D.C. Ma, se riusciamo a far finta che lĆ fuori non ci sia nulla e lo scenario post-punk non sia giĆ cosƬ in overbooking tanto da farci concentrare su dettagli di cui, in tempo di magra, difficilmente ci saremmo accorti, Nobodyās Coming To Save You ĆØ un tentativo che non delude le aspettative. Ć solo che emergere per originalitĆ inizia a essere realmente sfidante e, per smarcarsi da un gruppo di inseguitori cosƬ compatto e lanciato nella sua fuga di trasgressione, ci vuole qualche numero in più.
Il resto dellāopera si accoda qualche tacca sotto per originalitĆ rispetto a quanto giĆ pubblicato, una differenza talvolta impercettibile come nel caso di āI Wish I Wasā, la traccia che ricopre il ruolo più vicino allāidea di ballad, nellāimmaginario post-punk collettivo, lāunico pezzo che tiene sulle spine e sa contenere tutta la rabbia fino alla meritata esplosione finale, programmata sapientemente al culmine della crescita dāintensitĆ , ma altrove più eclatante.
Nobodyās Coming To Save You ĆØ un disco politico e militante, frutto di una produzione sicuramente attenta a ciò che il pubblico del post-punk si aspetta. La collaborazione tra Mark Bowen, estroso e pittoresco chitarrista degli Idles e Loren Humphrey, il batterista dei Geese, unita al lavoro di finalizzazione al mixer di Chris Fullard e John Congleton, tecnici richiestissimi da numerosi artisti di punta, ha permesso di dare alle stampe un album di indubbia qualitĆ , in grado di trasmettere tra i solchi tutta la portata del suono unico della band irlandese e il loro piglio tuttāaltro che accondiscendente sui principali temi della contemporaneitĆ .
Ci troviamo al cospetto di un disco certamente pronto per un pubblico più ampio e a proprio agio nelle arene dei principali festival internazionali, un LP nellāinsieme intransigente e radicale, ma che si ferma ad un soffio (forse basta un poā di esperienza in più) per un definitivo salto di qualitĆ .
Non ĆØ un caso che il nuovo, straordinario disco dei Protomartyr sia un concept album ambientato in un albergo. Unāopera pensata come un esercizio decrepito ma al completo, dove canzoni e ospiti sgradevoli sono costretti a condividere ciascuna delle camere di cui ĆØ provvisto. Hotel Usona ĆØ la metafora degli Stati Uniti, un posto infestato la cui frequentazione (come ascolterete) ĆØ categoricamente sconsigliata. E le grida di Casey e soci, profeti d’eccellenza del declino sociale più che precursori di un qualche auto-sacrificio a testimonianza di una fede, questa volta sono ancora più spietate.
Da anni, con le loro dissonanze nei suoni e nelle liriche, i Protomartyr vincono a mani basse la sfida per il post-punk più fastidioso. Un primato che, se possibile, Hotel Usona supera meritatamente. La band di Joe Casey, del batterista Alex Leonard, del bassista Scott Davidson e del chitarrista, polistrumentista e co-produttore Greg Ahee, ha allāattivo una delle più credibili e costanti discografie del genere professato, poemi maledetti allo stato puro dove i temi più disgustosi e imbarazzanti sono portati al parossismo da musiche dalla taglia e dalla foggia di irreparabile non-vestibilitĆ . Lo specchio di cosa significhi essere umani (e americani) in questo scorcio di nuovo millennio.
E, nel nuovo ellepƬ, non lasciatevi ingannare dalla tromba, dal pianoforte, dallāorgano e dagli archi, specchietti per allodole che non ingentiliscono per nulla lāascolto che, dalla prima allāultima traccia, crea un disagio cosƬ potente da trascendere la componente emotiva di chi lo approccia, radicandosi nel corpo come la somatizzazione di un sintomo dei peggiori. Il respiro sinfonico di certi strumenti aggiunti che, altrove, garantirebbe aperture e promesse di libertĆ con inquadrature al grandangolo e coloring mozzafiato, qui ĆØ facile smascherarne lāintento claustrofobico, la scelta a tavolino del commento sonoro più scollato che mai dalle immagini visualizzate, una parodia degli spazi sconfinati e delle strade dritte da percorrere all’infinito, una versione sbagliata dei The National.
E se un concept album ĆØ un luogo comune, ĆØ bene non deludere le aspettative e atteggiarsi ai comportamenti più scontati che una societĆ oppressa nel fondo del baratro post-fascista pretende. Possiamo accostare lāorecchio alle porte delle stanze dellāHotel Usona e ascoltare di nascosto quello che succede. I rumori di fondo della nostra coscienza per il peso insopportabile e il senso di colpa con cui non vogliamo fare i conti di “Sounds We Cannot Hear”, i ronzii dei data center che prosciugano risorse per le domande idiote che rivolgiamo allāAI di “Feed the Sewer”, gli stati paralleli dove confinare le oscenitĆ e poter fare finta di niente di “Third Country”, le farneticazioni dei suprematisti in “Exalted Eagles” (le cui prime due bar potrebbero essere riciclate per il beat di una canzone trap di successo), la dimestichezza con le armi di “The Knife Dream”, lāeterno dilemma se riprodursi in un posto cosƬ di “Checking Out” e, addirittura, spiare dal buco della serratura il vice-presidente degli Stati Uniti in persona in “Converts”.
Oppure possiamo bearci dellāinsieme, almeno noi che non capiamo al volo le parole, e concentrarci sulla mesta bellezza infinita di inni tanto dark quanto crudi come āLavender ā Gospelā, massima espressione della poetica del disco, e sul suo ipnotico ritmo di tamburi, o sui crescendo ai climax di cattiveria (una vera specialitĆ dei Protomartyr) presenti un poā ovunque, con cui la band tiene incollata la nostra attenzione ai brani, o su certi coraggiosi salti armonici impensabili se non dati in pasto a improvvise graffiate di chitarra distorta, a supporto dellāinevitabile proiezione melodica.
Hotel Usona fa il punto della situazione sugli orrori del presente e si manifesta come un ascolto tuttāaltro che facile. Ć unāopera incisiva, urgente e, proprio per questo, essenziale, quasi obbligatoria. Il disco migliore, a oggi, dei Protomartyr.
Conciate da agenti immobiliari come le Boygenius, ma con incastri e timbri vocali che rimandano alle pericolose e ruvide armonizzazioni in auge tra Layne Staley e Jerry Cantrell, le Grandmas House sono la nuova confortante realtĆ in arrivo da Bristol. Yasmin Berndt (voce, chitarra), Poppy Dodgson (voce, batteria), ZoĆ« Zinsmeister (basso, voce) e Polly Jessett (chitarra), dopo una fase iniziale di prove tecniche di composizione, pubblicano Baby You’re A Winner, il loro album di debutto, ritagliandosi uno spazio di tutto rispetto nel mondo delle band in quota indie-rock due punto zero.
Non a caso, i nomi che, a detta loro, hanno influito più di ogni altro sulla decisione di mettersi a fare sul serio (Goat Girl, Big Thief e The Big Moon) non appartengono certo al mainstream che ci si aspetterebbe da una band che muove i primi passi partendo da coordinate geografiche che oggi imporrebbero deferenze di ben altra portata. Insomma, tante idee chiare e una fatale attrazione per il caos. Molti spunti in erba che lasciano comunque intravedere una personalità originale e presagire un futuro travolgente.
Nate grazie allāintuizione di Yasmin Berndt e Poppy Dodgson a ridosso del lockdown, le Grandmas House hanno suscitato lāentusiasmo del pubblico con la pubblicazione dei primi singoli e raccogliendo un crescente consenso nelle esecuzioni live durante i tour. La conseguente opportunitĆ di mettere a frutto i primi riscontri di pubblico ha imposto la necessitĆ (tipica di chi si esprime musicalmente con toni analoghi) di catturare in studio la stessa energia e lāintensitĆ sprigionata sul palco. Il lavoro del produttore Ali Chant, giĆ dietro alla console per artisti del calibro di PJ Harvey, Yard Act e Perfume Genius, ĆØ stato cosƬ decisivo per la genesi di un disco che convince allāascolto per spontaneitĆ , senza compromessi in termini di ricercatezza.
Il primo fattore di Baby You’re A Winner che lascia il segno ĆØ il timbro smerigliante di Yasmin Berndt, una vocalitĆ decisamente familiare ai fan di Guns N’ Roses e Alice In Chains ma che, scevra delle note blues e accompagnata da trame strumentali tuttāaltro che metal e semplificate al massimo secondo lāapproccio punk, spiazza per il curioso contrasto ottenuto.
Il paradosso, infatti, va individuato nella straordinaria potenza e nella resa dei brani dellāalbum, una forza che non intacca affatto la sensibilitĆ dei versi con cui la band parla di temi come lāamore e lāattrazione e dei loro opposti, il dolore e la solitudine. Che sapore avrebbe unāesistenza al netto dei momenti di crisi? Ci sarebbe lo stesso il rock a supportarci e a commuoverci nei frangenti più a rischio? Tra post-traumi sentimentali, emotivi e fisici, infatuazioni queer, discriminazioni di genere e un vasto assortimento di turbamenti esistenziali, fanno capolino qua e lĆ barlumi di speranza e impeti di rivalsa proposti con ironia.
Unāampia gamma emotiva che si traduce in altrettanta varietĆ stilistica. Tra le tracce di Baby You’re A Winner si passa dal garage della title-track introduttiva al country hardcore di āDOGā, dalla new wave corredata da innesti grunge di āBlue Oblivionā allāalternative rock di āThe Tableā, dal punk blues di āHurricaneā alla moderna psichedelia di āDanceā, forse lāepisodio più originale del disco, complice la parte di sax eseguita da Morgan Wallace dei Fat Dog, per continuare con il noise di āNext Big Hit (Choo Choo)ā, il post-punk di āTaxidermyā, le sonoritĆ da ballad di āSoakedā e quelle indie di āI Miss That Houseā e āHow It Isā, fino ai registri acustici e più intimi e struggenti della conclusiva āSpringā.
Se la sfida era quella di rendere in studio una tracimante e complicata multipersonalitĆ live, lāimpressione ĆØ che lāobiettivo sia stato centrato in pieno. Sarebbe bastata qualche leziositĆ o perizia esecutiva in più a smarrire lāimmediatezza con cui le Grandmas House riescono a esprimere le loro intuizioni artistiche. Baby You’re A Winner ĆØ un ottimo punto di partenza, un biglietto da visita promettente per una voce originale nel panorama della musica fuori dagli schemi.
Electronico dei Madredeus (uno dei dischi imprescindibili della mia collezione, spero anche della vostra) ci ha dimostrato quanto il fado moderno si fondi benissimo con il trip-hop e con certa techno minimal e ricercata, e ci è riuscito per due ragioni. Stiamo parlando di due generi musicali che esprimono fortemente la saudade, un profondo senso di malinconia, nostalgia e rassegnazione verso il destino condiviso pur a latitudini ben differenti, ed entrambi lo fanno con sonorità cupe, malinconiche, a loro modo psichedeliche (se non altro per i vortici emotivi a cui spingono) e di ispirazione più o meno inconsapevolmente dark.
Curiosamente, anche Malandra si apre con un boato, proprio come il remix di “Haja O Que Houver”, la traccia che introduce la fortunata raccolta della band di Teresa Salgueiro, pubblicata nel 2002. Electronico si avviava con una deflagrazione digitale destinata a perdersi, mentre qui (il brano si intitola āMe Condenaā) si percepisce una percussione naturale profonda e dilatata, la cui ripetizione repentina va a costituire da subito la struttura ritmica portante della canzone che, in pochi attimi, prende possesso della musica.
Malandra ĆØ il secondo lavoro degli Ćo, band originaria di Bruxelles dal nome più che laconico (a detta loro si pronuncia come āmeowā ma senza āmeā, io ci ho provato con pessimi risultati) che incarna, con un approccio esplicitamente moderno, i principali paradigmi di un art-folk perfettamente attuale, in linea con lāestetica contemporanea, con lāaggiunta di un valore espressivo cosƬ intenso da togliere il fiato.
I paesaggi sonori variano da atmosfere più acustiche ed eteree, nelle modalitĆ più riconducibili allāimmaginario del fado rivisitato come āOrgulhoā, āSorteā e āVoltaā, o in sperimentazioni in cui la componente elettronica sostituisce in toto gli strumenti a corda virando su tonalitĆ più allarmanti, come āCinzaā e āAcordaā. Lāequilibrio tra le due anime si trova anche nei momenti in cui emergono le armonie e le melodie più incisive, su basi ritmiche che intrecciano trip hop e ritmi latini, da āTalvezā alla canzone che dĆ il titolo allāalbum, per spingersi ai confini della dance con āAren’t You Tiredā. Una tracklist che non lascia tregua al turbamento, frutto di una produzione elegante che non lesina arrangiamenti di classe ma sempre resi con intensa poesia.
Il termine malandra si usa per descrivere una donna scaltra e ironica, in grado di affrontare la vita con intelligenza e astuzia, a proprio agio nel mondo magari non proprio secondo le regole, ma rimanendo sempre fedele a se stessa. Una figura ricca di fascino e complessitĆ , intrisa di bellezza e del desiderio di ricerca in tutte le sue forme, il titolo perfetto per unāopera immensa.
Mi piacerebbe dare unāocchiata alla partitura di una qualsiasi delle tracce di Who Asked?, secondo album in studio di Domi & JD Beck, il duo delle meraviglie, la coppia più pazza del jazz contemporaneo. Due ragazzini (per modo di dire, ora tra i venti e i trenta) impertinenti, ideatori di una modernissima fusion che suona a dir poco free alle nostre orecchie irregimentate dai giri di do e dai quattro quarti, ma che invece si basa su strutture serratissime. Due mostri di tecnica e musicalitĆ che riescono a condensare nei loro brani cose estreme mantenendole tali e senza compromessi. Due anime alimentate da background solo apparentemente agli antipodi: musica classica e jazz da Berklee College per Domitille Degalle, rock e hip hop per James Denis Beck, ma con un denominatore unico, quello di essere in grado di dominare il proprio strumento a tal punto da costituire non solo lāappendice della memoria muscolare, ma da saper rispondere agli stimoli espressivi e emotivi allāistante, alla stregua di un qualsiasi altro organo del corpo.
Come giĆ premesso nel precedente Not Tight, il loro ĆØ un mix di stili cheĀ passa dal breakbeat ritmico più forsennato (almeno in apparenza, in realtĆ ĆØ solo incomprensibile per noi gente comune) alla musica classica contemporanea (idem), mettendo in simbiosi un modo di trattare la batteria come potrebbe fare solo un campionatore con il singhiozzo con unāintelligenza naturale ed enciclopedica di teoria e composizione jazzistica.
Mi piacerebbe dare unāocchiata alla partitura di una qualsiasi delle tracce di Who Asked?, dicevo, ma ci capirei davvero poco. E per partitura intendo proprio tutto quello che poi ĆØ stato suonato e registrato nel disco, a partire dalle voci, che questa volta sono esclusivamente di Domi e di JD Beck, con tutte quelle armonizzazioni ossessive.
Per continuare con il basso, che Domi suona con la mano sinistra e che dimezza le potenzialitĆ del suo estro ma che, probabilmente, fa la differenza del loro sound unico. Uno stile che (dice lei stessa) non cambierebbe per nulla al mondo, tanto da dare lāimpressione che, a suonare, siano in tre. La mano sinistra di Domi ricopre il ruolo fondamentale di guida lungo i brani, tanto da indurre JD Beck a spingere il drumming sempre con un impercettibile anticipo che lo rende pronto ad affrontare ogni repentino cambio di rotta.
E poi le bizzarre ma ponderatissime (spesso a tavolino, anzi, a computer) progressioni di accordi che Domi suona con la mano destra, con tutti quei rivolti pensati principalmente per lāesecuzione live, e che si interrompono solo per straordinarie improvvisazioni modali con preset di synth a dir poco dozzinali ma che, in mano a lei, sprigionano in una resa sorprendente.
Una quantitĆ di accordi, alcuni dei quali al limite del soprannaturale, pensati con accostamenti talmente arditi da mantenere lāascoltatore in un perenne stato di allerta, tagliati e asciugati da effetti con una precisione certosina in modo che nessuno sfumi in quello successivo e lasciare lāapparente dissonanza solo nel retrogusto dei brani. Non ĆØ da meno la batteria, tutti i pezzi di cui ĆØ composta e tutte le sfumature che JD Beck riesce a trasmettere adattando alla sua smania espressiva il modo con cui li percuote.
E, a questo giro, una distesa di strumenti da orchestra per i quali il duo ha scritto, con un approccio maniacale, ogni parte, ne ha curato lāincisione, ne ha seguito il trattamento in post produzione con lāobiettivo di ottenere il risultato più fedele possibile a quello che i due, che poi sono una cosa sola, a tutti gli effetti, avevano in mente. E mi riferisco a (spero di non dimenticare nulla, nel dubbio seguite questa esaustiva intervista, tutte le informazioni che trovate qui le ho tratte da lƬ) basso tuba, ottavino, flauto, oboe, corno inglese, clarinetto, clarinetto basso, controfagotto, fagotto, flicorno, corno francese, trombone, trombone basso, violino, viola, violoncello, e, in alcuni brani, persino il contrabbasso.
Linee ideate su uno dei più diffusi software di notazione (Sibelius) e poi sottoposte a strumentisti in carne e ossa, messi in difficoltà fino ad ammettere di trovarsi al cospetto dei pezzi più difficili a cui avessero mai collaborato. Complici le indicazioni di tempo sul pentagramma, che in Who Asked? cambiano, svaniscono, ritornano, si interrompono, si allungano e si contraggono senza soluzione di continuità . Beato chi ci capisce qualcosa.
Ma risulterebbe oltremodo scontato. Accontentiamoci del fatto che Man/Woman/Chainsaw, più che un biglietto da visita, sia un capriccio. Un modo per spostare lāattenzione sullāarguta caoticitĆ di un album tuttāaltro che noise, una trovata di self marketing per abbattere le responsabilitĆ (giĆ irrisorie per un disco di esordio) sul non aver messo le carte in tavola ora che ĆØ il momento di fare sul serio e scegliere dove collocarsi.
Dopo una manciata di singoli di posizionamento pubblicati negli scorsi anni, Cannonball finalmente restituisce con precisione le stravaganti coordinate sonore su cui i Man/Woman/Chainsaw hanno deciso di assestarsi, combinando in una poetica originalissima (potremmo dire di altri tempi, se i sei non fossero cosƬ protesi al futuro) gli innumerevoli suoni e intuizioni giĆ ampiamente sperimentati in avvio di carriera. La percezione dellāunitĆ del gruppo, ragazze e ragazzi che si divertono con la musica sin dallāadolescenza, ĆØ costante in ogni traccia del disco. Non cāĆØ dubbio che la band sia riuscita nellāintento di cristallizzare il proprio linguaggio attraverso una spiccata autorevolezza, una matrice di riconoscibilitĆ destinata a mantenersi maledettamente e straordinariamente fresca.
Intanto la formula dei tre cantanti che si alternano alla voce solista tra le undici tracce, per poi convergere nei momenti più toccanti e drammatici dellāalbum, due brani tormentosi e tormentati come āSnakepitā e āSomething Else To Giveā, ĆØ un colpo basso a chi si accinge allāascolto. Lāimpiego di registri cosƬ sontuosi ed emotivamente dilanianti si colloca ai limiti della legalitĆ . Uno sfoggio maturo di una rara capacitĆ di sovrapposizione tra temperamenti opposti (quello acustico e quello elettrico/elettronico) con il valore aggiunto di una sezione ritmica perfettamente complementare, in grado di amplificarne la carica dirompente.
Ma cāĆØ di più. Nel disco trovano posto espedienti che ammiccano a un pubblico più avvezzo alle ballad, qui a volte rigogliose e altrove più sommesse, con trovate come āStill Angryā e āLighterā. CāĆØ spazio anche per intuizioni indie rock, ai margini del post grunge con āThe Thingā e del post punk con āGoddamn, Lizard Man!ā. Ci sono gli eccessi chamber pop della teatrale āCanyonsā, traccia che si trascina dal grottesco al tragico in meno di tre minuti. Lāindie pop di āOnly Girlā, un conciliante impeto di apertura la cui ingenuitĆ dura il tempo di una traccia. La trascinante āNosediveā con la sua sequenza di synth in grado di accogliere – dalla prima allāultima battuta – il rincorrersi delle melodie più rassicuranti e dei ricami di archi dichiaratamente folk utilizzati a corredo. La bizzarra āGet Up And Danceā che, paradossalmente, ĆØ la canzone meno ballabile di tutte. Fino a āFlick Of The Wristā e la sua curiosa reminiscenza melodica di āLittle 15ā dei Depeche Mode.
Prodotto da Seth Evans e Margo Broom, Cannonball ĆØ un brillante disco di debutto, unāopera di grande impatto, un album che suona perfettamente riuscito grazie allo spirito con cui i Man/Woman/Chainsaw sono riusciti a rendere reciprocamente indispensabili, con la loro ingenua disinvoltura, componenti sonori distanti, dando vita a un sound compatto e fortemente innovativo.
Il punto ĆØ che i primi tre dischi della band di Paul Banks, il cupo esordio (nonostante le luci abbacinanti da accendere) e i successivi Antics (il non plus ultra, dal mio punto di vista) e Our Love to Admire, sin da quel lustro che ĆØ stato scrigno della loro gestazione suonano come veri e propri classici appartenenti al passato più prossimo. Una trilogia di New York che, obiettivamente, nonostante quanto lāallora quartetto abbia prodotto in seguito, non risulta ancora eguagliata.
Da questo punto di vista, il nuovo This Mirror Weighs a Ton può sorprendere non tanto in quanto fattore di svolta (degli Interpol, a mio parere, non cāĆØ da cambiare nemmeno una virgola), quanto upgrade rilasciato a seguito di impulsi ispirazionali decisamente più moderni, anzi, perfettamente contemporanei rispetto allāattuale scenario musicale. La presa di consapevolezza serenamente rassegnata – forse un poā tardiva ma ci sta, si ĆØ allungata di molto lāaspettativa di vita nel rock – di unāidentitĆ e di un ruolo di riferimento autorevole nellāempireo musicale.
Ci troviamo quindi al cospetto di un 33 giri decisamente (e finalmente) meno post punk di quanto la fanbase reclamerebbe, denso di atmosfere ampiamente contaminate. Se cosƬ non fosse, gli Interpol avrebbero corso il rischio di suonare doppiamente derivativi: una prima mano malinconica con le tinte della musica da cui hanno tratto ispirazione agli esordi, e una seconda passata fissativa delle sfumature a cui virano le canzoni stesse dei loro primi celebratissimi lavori.
In This Mirror Weighs a Ton si confermano le irrinunciabili connotazioni che hanno reso gli Interpol una band seminale, spalancando loro i cancelli dellāolimpo delle rockstar. Il timbro inconfondibile di Paul Banks, le pennate graffianti e pulite di Daniel Kessler, la batteria portante ed essenziale di Sam Fogarino, la complementarietĆ ritmica delle linee di basso, frutto dellāadattamento allāinsieme a opera dei turnisti che hanno sostituito nel tempo Carlos Dengler, e qualche trascurabile ma raffinato riempitivo di tastiere.
Di contorno, nel nuovo lavoro conferiscono valore aggiunto arrangiamenti di archi, strumenti a fiato, percussioni, suggestive armonizzazioni a più voci e sentimentali accompagnamenti di pianoforte. Un risultato avvincente, pensato e registrato presso lo studio del produttore Andrew Wyatt di stanza nel Lower East Side, una scelta che non ĆØ un caso. La metropoli, prima individuata solo nel titolo-sigla āNYCā, ora ridefinisce in chiaro i suoi confini con āIron Cityā, uno degli episodi migliori del disco, e accoglie il ritorno a casa artistico della band, assente dalla Grande Mela sin dai tempi di El Pintor.
Pur non contenendo singoli della portata di āPDAā, āSlow Handsā o āThe Heinrich Maneuverā (c’era da immaginarselo ma, come leggerete, cāĆØ qualche traccia che vi si avvicina e non ĆØ affatto scritto da nessuna parte che, con il tempo, non riesca ad acquistare carattere)Ā This Mirror Weighs a Ton torna a sembrare un album dei vecchi tempi, intelligentemente attualizzato, in grado di appassionare lāascoltatore dallāinizio alla fine, seppur in modo differente. La title track di benvenuto ĆØ una sorta di āUntitledā in versione trip-hop, altrettanto spettrale e indefinita. Se vi sentite disorientati, potrete trovare i segni degli Interpol come li avete sempre conosciuti nella travolgente āSee Out Loudā, nellāaccattivante āWings On Fireā e tra i riconoscibilissimi arrangiamenti di āDarling Thoughtsā e āBird and The Serpentā.
Gli opposti estremi del disco sono rintracciabili nei passaggi più dark di āWounded Soldierā e āSo Rides The Reindeerā, da un lato, e nella ruvida psichedelia di āEver The Actorā, dallāaltro. Ma saranno i due momenti più cupi, āEnemyā e āSuddenā, due brani svuotati di tutto e ricostruiti sulle macerie tra le trame di un arrangiamento introspettivo, a convincervi di avere tra le mani un piccolo gioiello, unāopera che – nonostante la diffidenza – potrĆ lasciare il segno.
Quest’anno ho preparato per la mia classe un programma di tecnologia per costruire insieme ai miei alunni una serie di cose il cui utilizzo, una volta pronte, non potrĆ essere impedito da nessun adulto – genitore, nonno, insegnante, zio o qualsiasi altra autoritĆ precostituita. Ho pensato a un alimentatore per dispositivi elettronici che si possa staccare dalla presa elettrica tirandolo dal cavo e non necessariamente afferrandolo dalla spina, un tipo di pasta fresca ripiena con cui ci si possa abbuffare cruda, un sistema di controllo che inibisca il funzionamento dell’apparato escretore durante le ore di lezione, un pc che si possa spegnere con un pulsante on/off senza tutta la pallosa procedura tramite l’arresto del sistema operativo, una varietĆ di acqua marina in cui si possa fare il bagno indipendentemente da cosa e quanto si ĆØ mangiato prima e da quante ore di distanza, dei compiti e delle verifiche che si possano copiare senza conseguenze, il dono della sintesi per gli aneddoti in classe, un modello di canottiera da non indossare, unghie edibili, sedie da arredo scolastico sedendosi sulle quali si resti comunque in piedi e che, strisciandole sul pavimento, emettano musica classica, almeno dieci anni supplementari di infanzia, canali di comunicazione orale a frequenze dedicate sui quali sintonizzarsi per qualsiasi conversazione segreta, matite dalla mina perpetua, un genere musicale ancora più inaccessibile della trap su cui ci sia poco da pontificare, gomme da masticare ingoiabili, un sistema autobloccante per arti superiori che consenta di alzare la mano solo al termine di una spiegazione, materiale scolastico che non cada dai banchi e, in caso di caduta, ritorni al suo posto prima dell’impatto sul pavimento, parolacce e bestemmie sostenibili, una grammatica che preveda l’inizio di ogni frase con ma o tipo, degli adulti che non passino il tempo sullo smartphone ma che parlino con loro e li puniscano unicamente per comportamenti che non hanno a che fare con questi manufatti previsti dal mio programma di tecnologia.