[questo articolo ĆØ uscito su Loudd.it]
Uscire di testa per una canzone ascoltata per puro caso alla KEXP e scoprire che, pochi giorni dopo, la band che la esegue suonerĆ a mezzāora da casa tua ĆØ una cosa che capita una volta nella vita. Leggi la storia che ha commosso il web.
Mi sento un poā in colpa per aver occupato il posto dāonore, lāequivalente della poltronissima che, in un concerto dei Bab L’Bluz, coincide con la porzione di spazio sotto il palco simmetrica alla straordinaria cantante Yousra Mansour e al suo suggestivo strumento artigianale a doppio manico che ĆØ lei stessa a descrivere, approfittando di una pausa tecnica del concerto al Magnolia di ieri sera. Un corpo unico composto da un gwembri e un mandolino a 10 corde, entrambi elettrici e assemblati da un liutaio che, nei momenti più caldi del concerto, con i fari dietro alla scena rivolti verso gli spettatori a creare un suggestivo effetto controluce uniti ai movimenti tipicamente chitarristici della testa ad accompagnare uno dei suoi più ispirati soli (e i folti riccioli che saltano in aria a tempo) hanno conferito allāesperienza live una curiosa sensazione Led Zeppelin ma in versione Gnawa.
Dicevo che mi sento un poā in colpa perchĆ© avrei dovuto lasciare quel golden ring monoposto a qualcuno che se lo meritava di più di me, a partire dal terzetto di giovani donne di origine marocchina con cui Yousra ha duettato in arabo e in francese lungo tutto il concerto. Approfittando di un momento di inevitabile distrazione della prima fila durante la lunga coda del bis conclusivo, la claque si ĆØ intrufolata proprio sotto alla band per abbandonarsi a una danza viscerale, guidata da quel tipico movimento del capo eseguito per valorizzare il fascino e la portata dei capelli lunghi.
Un momento che non dimenticherò mai: i quattro Bab L’Bluz che salutano il caloroso pubblico e si allontanano dietro le quinte improvvisando un finale con i loro particolari strumenti a percussione, le fan che tributano il meritato riconoscimento dovuto alla sintonia etnografica e si scatenano liberando la chioma e io che (alla prima rotazione della testa) mi becco unāesemplare frustata di capelli in pieno volto. Un esplicito e metaforico monito a fare un paio di passi indietro dal mio eurocentrismo per lasciare giustamente spazio a persone più accreditate di me a immolarsi protagoniste di quel rito conclusivo di uno spettacolo mozzafiato. Non nego che una maggiore interazione tra quel tipo di pubblico e la band favorita da una più intima vicinanza sarebbe stata più appagante per entrambi, anzichĆ© la presenza statica di un anziano melomane in abiti da ufficio a pochi centimetri dal microfono che, comunque, ce lāha messa tutta per trasmettere appieno lāentusiasmo che la musica dei Bab L’Bluz merita senza ombra di dubbio.
Il punto ĆØ che se ĆØ giĆ complicato accompagnare dal pubblico i propri brani preferiti in inglese, figuratevi in arabo. E non mi riferisco solo ai testi (il level pro) ma mi accontenterei di riuscire a seguire con il corpo le pulsazioni principali dei ritmi di cui, nellāimpero occidentale della cassa dritta e degli accenti standard di rullante, lo stile dei Bab L’Bluz si rende ambasciatore. Il livello principiante, una frequentazione turistica della musica di matrice nordafricana. Ma vi posso assicurare, e ho le prove, che non ero il solo. Ho persino provato a riprodurre qualche suono per imitarne il linguaggio, nei frequenti botta e risposta tra artisti in scena e ascoltatori sotto, e spero davvero che chi ha partecipato insieme a me alla prima tappa del mini tour italiano della band franco-marocchina non ci abbia fatto caso.
Un concerto che non ho nessun problema a ritenere tra i più avvincenti mai visti nella mia lunga esperienza di frequentatore di live. La scaletta dei Bab L’Bluz si ĆØ concentrata principalmente sulle tracce comprese nel loro ultimo album Swaken, uscito nel 2024, un disco che, rispetto alle canzoni contenute in Nayda!, il lavoro con cui hanno esordito per lāetichetta Real World fondata da Peter Gabriel, suona decisamente più maturo e completo, com’ĆØ giusto che unāopera sophomore risulti. Unāesibizione per pochi intimi, purtroppo, ma più che sul pezzo e che non ha risentito per nulla della dimensione da club.
La resa live della band anche in situazioni meno raffinate (solo da un punto di vista della resa acustica, il Magnolia ĆØ un ambiente davvero speciale) rispetto al set registrato per la KEXP, risalente allo scorso anno e resuscitato qualche settimana fa sul canale YouTube della preziosa emittente di Seattle, si conferma ineccepibile. Le doti canore di Yousra Mansour non smentiscono le aspettative, e la capacitĆ di vocalizzare riproducendo al contempo la principale componente strumentale dei brani lascia davvero a bocca aperta. Il tutto accompagnato da una tenuta del palco e una forza carismatica e trascinatrice di assoluto prestigio.
Al suo fianco, il fidato fondatore del progetto Brice Bottin al basso (un secondo gwembri elettrico), un decisivo polistrumentista (perdonatemi, mi ĆØ sfuggito il nome) chiamato ad aggiungere valore ai brani con percussioni e flauto, e il solidissimo batterista Ibrahim Terkemani, una vera macchina da guerra. Grazie a lui, e senza nulla togliere allāeccellenza armonica dello stile della band, i Bab L’Bluz sfoggiano una sezione ritmica a dir poco mostruosa, ai limiti del soprannaturale. I suoi pattern ritmici, inusuali per gli standard rock a cui siamo esposti, in alcuni sviluppi dei brani hanno mandato in tilt anche i più esperti mantenitori di beat.
Una serata densa anche di significati oltre alla tecnica musicale in sĆ©. Lāimpegno della band nella sensibilizzazione, attraverso il proprio messaggio unificante, circa i valori di giustizia, di equitĆ , di fratellanza e di temi urgenti (a partire dalla condizione del popolo palestinese) ha condotto al massimo le vibrazioni degli ascoltatori. La corretta accezione anticolonialista della world music, un invito ad un ascolto e una riflessione consapevole per superare i meri aspetti folcloristici ed esotici di tutto ciò che si trova sullāaltra sponda del Mediterraneo.
Non stupisce che lāinsegnamento ci sia impartito dalla vicina Lione, base del quartetto franco-marocchino. Un ambiente decisamente più aperto e maturo del nostro alla contaminazione nel rispetto delle peculiaritĆ altrui. Il concerto dei Bab L’Bluz ha avvalorato lāimpressione della band che ho ricavato dai loro dischi, grazie alla quale si proiettano ai vertici delle cose più interessanti ascoltate ultimamente.