bassa stagione

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Ho frequentato le superiori in un posto dove, a metà febbraio e correvano gli anni ottanta, la scuole chiudevano baracca e burattini e chi se lo poteva permettere partiva con la famiglia per la settimana bianca. Dal punto di vista dei miserabili, guardavamo l’operazione con sospetto se non altro perché, a quelli che rimanevano a casa, toccavano pionieristiche esperienze di autogestione scolastica e didattica alternativa che comportavano la violazione degli stessi sacri ambienti in cui, fino a qualche ora prima, eravamo stati esposti a feroci verifiche a sorpresa di latino sui verbi irregolari e i loro composti. Una sorta di tiro a segno in una riserva di caccia che comunque, al rientro dei più abbienti dalle località di montagna, avrebbe riaperto con le stesse primitive ed efferate regole non scritte come se nulla fosse successo. Come se quelle classi non avessero ospitato lezioni del nerd della quinta B che ti propinava due ore di ascolto guidato dei King Crimson o del prof di democrazia proletaria sul Capitale o, al limite, dove qualcuno si appartava con qualcuna o, molto più alla portata di quelli come me, a farsi dei cannoni con qualche altro sfigato.

Ma, a parte questa pausa istituzionalmente concordata da tutte le componenti dell’ecosistema scolastico, a nessuno sarebbe mai venuto in mente di prendere i propri figli a metà quadrimestre e portarseli in vacanza da qualche parte. Oggi partire in crociera sfruttando gli sconti dei periodi fuori stagione o farsi un viaggetto alle Maldive o in qualche altra meta da turismo di massa da tanto al mucchio nel pieno dell’anno scolastico è invece una pratica considerata nella norma. La mia generazione si presentava al suono della campanella anche con quaranta di febbre, ci si permetteva qualche assenza strategica o si marinava falsificando firme o da maggiorenni per non compromettere la media, ma per ogni famiglia – almeno quelle dei compagni di cui mi circondavo – il tempo scuola risultava in cima a tutte le priorità e la mattina, al solo palesarsi di qualche disagio adolescenziale, venivamo corcati a puntino e spediti al nostro dovere a calci nel culo.

Dico questo perché stamattina in terza C dove insegno inglese erano in sedici, in una classe da ventidue. Ben sei famiglie che si frequentano sin dalla scuola dell’infanzia dei loro figli sono partite per Sharm, mentre meno di un mese fa, nell’altra classe in cui invece sono titolare, in tre si sono assentati per un viaggio tra spiagge e safari sulla costa del Kenya.

Non che i genitori non ci avessero avvisato. Anzi, la richiesta di far avere ai bimbi dei compiti per non rimanere indietro durante l’assenza è una loro iniziativa. Un tentativo ingenuo quanto ipocrita di accattivarsi la benevolenza dell’insegnante, di mostrarsi ligi alle istituzioni, di simulare la conoscenza della scala dei valori riconosciuta dalle convenzioni sociali. Un comportamento irrispettoso che fa il paio con il farsi lasciare a casa il lunedì dopo il pranzo della comunione o della cresima consumato la domenica precedente, nemmeno avessero partecipato da protagonisti alle nozze organizzate nel castello delle cerimonie.

Un manipolo di bimbi privilegiati che poi rientrano, la settimana successiva, tutti belli abbronzati. Portano qualche foto incomprensibile come testimonianza della loro esperienza, qualcuno azzarda un portachiavi di finto artigianato e di chiara produzione cinese come timida merce di scambio per l’indulgenza del corpo docenti. Il punto è che però, se gli chiedi i nomi delle località o delle attrazioni visitate, non si ricordano. I racconti si impoveriscono con i dettagli più sciocchi – mio fratello ha battuto la testa, mio papà è stato punto da una medusa, una scimmia mi si è attaccata a una gamba e non mi lasciava più – e si concentrano sul cibo europeo del villaggio all inclusive che li ha ospitati o poco più. E poi via, per i mesi estivi inglobati dal centro estivo e dall’oratorio, fino al rientro successivo. E ancora una volta troveranno noi docenti pronti ad accoglierli, sempre presenti, sempre immobili a presidiare il nostro tempio del sapere inviolabile. A non capire cos’è cambiato nella percezione della scuola pubblica.

facciamo quadrato

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Quando vedo in vendita tamburi realizzati con pelle di capra o strumenti a corde per le quali si è impiegato il budello di pecora o financo gli archetti dei violini in crini di cavallo – pratiche non poi così tanto superate dai materiali sintetici – mi chiedo quanto siano contenti i nostri amici animali di fornire il loro contributo al nostro estro artistico. Mi chiedo anche come sia possibile che, a parte il genere umano, a nessun altro essere vivente – forse un po’ gli uccelli con il loro cinguettio ma si riconosce lontano un miglio la forzatura ampiamente ottimistica – venga voglia di comporre musica e di mettere in rima con melodie e armonie, solo con il canto o accompagnati da uno strumento, le proprie emozioni.

Se ascoltate però con attenzione qualcosa tratto dagli svariati miliardi di composizioni strutturate a forma di canzone prodotte da donne e uomini nel corso dei milioni di anni in cui abbiamo abitato il nostro pianeta, potreste chiedervi intanto se valga ancora la pena infierire sulle altre specie per il nostro tornaconto – discorso che ovviamente ha un suo perché anche per altri svariati campi che riguardano la nostra sopravvivenza, i nostri passatempi e il modo stesso in cui ci relazioniamo a loro – e soprattutto se davvero ci sia il bisogno di stipare la componente intangibile della materia che ci circonda con così tanta musica.

Che poi intangibile mica così tanto. Date un’occhiata alle discariche che traboccano di cd e relative custodie di plastica (quasi sempre rotte) o ai mercatini che pullulano di cultori dei dischi in vinile disposti a pagare fior di quattrini per delle prime stampe, per non parlare di tutta la musica liquida che ok, non possiamo afferrarla con le mani e non ha una forma sua, ma comunque ci vogliono server per contenerla, di conseguenza data center, di conseguenza capannoni nelle periferie che consumano energia come poche altre strutture al mondo e come non ci fosse un domani che infatti, se continua così, non ci sarà sul serio.

Ma anche a considerare tutto questo solo da un punto di vista sonoro, ci si chiede spesso il perché. Perché esista il suono, perché può essere controllato e riprodotto a piacimento, perché può essere eseguito simultaneamente da più apparati preposti alla sua generazione, perché ci appaghi a tal punto da dedicare tempo vita prezioso alla sua cura, alla sua ricerca, alla sua modulazione e al suo ascolto. Una responsabilità che va imputata intanto a chi si arroga il diritto di inventarla, la musica, e presume che ci siano esseri simili disposti a consumarla. Poi a chi fa da intermediario tra offerta e domanda in tutte le varie declinazioni in cui si articola il settore industriale preposto, con evidenti scopi più o meno venali. Quindi all’utente finale colpevole – un peccato originale e vecchio quanto il genere umano – di sentirne il bisogno, o di convincersene, e di non saper spiegare il motivo di tale esigenza. Perché sprechiamo ore, sborsiamo soldi e perdiamo persino il controllo strappandoci i capelli per chi ha il potere di conquistarci con la sua capacità di organizzare suoni e spesso parole in modo più o meno ordinato ma comunque in linea con il nostro sentire in quel preciso momento.

Io ascolto principalmente musica cantata in inglese perché l’inglese lo capisco così male tanto che la voce sulle canzoni mi risulta uno strumento come tutti gli altri. Mi piace un pezzo e magari il cantante mi sta mandando affanculo o mi dice l’equivalente di che confusione sarà perché ti amo ma, come dice a grandi linee il proverbio, orecchio non decodifica cuore non duole, anzi, cervello non percepisce imbarazzo. Più divento vecchio e più la retorica dei testi nella mia lingua madre mi mette a disagio. Ma anche di gente del calibro di De André o di Manuel Agnelli. Come se l’architettura di significanti e significati e simboli e cazzi e mazzi crollasse sotto i colpi del cinismo tipico della terza età, che a me che sotto sotto sono una persona gentile, sembra più buon senso dovuto all’esperienza dovuta agli inverni sul groppone. Li ascolto e penso che cosa vogliano da me, dove pensano di andare, a chi credono di darla a bere.

Vedo – anzi sento – che però la pratica di imbracciare chitarre e dar fiato alla bocca liberando parole lungo melodie più o meno appropriate non passa di moda. Qui da noi, dove la musica è stata oramai svilita del tutto, sempre meno, e da un certo punto di vista è una fortuna. Nei paesi anglofoni, specie in quelli in cui la storia è così breve da indurre a credere che il rock sia una cosa seria come da noi i sumeri o il latino, non passa giorno in cui non si pubblichino dischi interessanti a supporto di generi sempre nuovi con cose registrate sopra mai sentite.

Ne consegue un mondo popolato di quadratini colorati che sono poi le copertine dei dischi appena pubblicati e continuano a essere di tale forma e foggia anche se poi il disco mica viene messo in commercio su supporto fisico. Appiccato sul web, a noi che abbiamo vissuto i fasti dell’emancipazione giovanile sonorizzata dalle grandi band del passato ogni quadrato conferma il suo ruolo evocativo. A quelli della generazione Z o quella che ci sta fagocitando ora, non ho idea della lettera dell’alfabeto a cui siamo giunti, boh. Che valore hanno i quadrati colorati per costoro? Perché non farle tonde, le copertine, o rettangolari, o con una linea a una dimensione, o del tutto invisibili?

strenne

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Il primato degli spazi dedicati allo stoccaggio di cose conferma al terzo posto il dimenticatoio, il più conosciuto brand di self storage condiviso tra tutta l’umanità che è vasto e stipato di cose come può solo esserlo una cantina universale di proprietà di nove miliardi di esseri viventi. Ha scalato la classifica e al secondo posto ora c’è Vinted che è altrettanto mastodontico perché finalmente ci è concessa la possibilità di ammassare lì dentro tutte le cose che non usiamo più e che ci manca il coraggio di passare per il decluttering. Avrete letto però che la piattaforma lituana ha in previsione di conquistare la vetta nel corso del 2026 ma solo perché l’attuale realtà al primo posto, che è casa dei miei, pian piano sta per essere smantellata e molte di quelle cose sono in procinto di trasferimento dall’appartamento in cui risiedono ancora mia mamma e mia sorella ai server del pluripremiato sito di vendita articoli di seconda mano.

Da poco mi sono portato qui un paio di quadri, che da qualche mese abbelliscono con cornici nuove di zecca – e pagate profumatamente – le pareti del mio living, e poi ho fatto man bassa di oggetti in grado di suscitare la curiosità dei visitatori del mercatino dell’usato virtuale più esteso di tutti i tempi e ingrassare il loro database. Sono salito persino a sbirciare nella soffitta di pertinenza dell’appartamento in cui sono cresciuto, un sottotetto dove gli addetti di una cooperativa specializzata hanno già organizzato tutto quello che c’era da buttare in contenitori tematizzati per facilitare le definitive (e senza ritorno) operazioni di smaltimento.

Mia sorella ha però chiesto agli zelanti operai di risparmiare una confezione strenna della Buton che risale agli anni 60 ma solo perché dentro trabocca di miei ricordi. Avrei preferito meno indulgenza se non altro per continuare a essere all’oscuro della presenza di così tanti cimeli del mio passato e che, me ignaro e felice, qualche essere umano spietato l’avesse condotta alla discarica – la fine che si meritano le cianfrusaglie – insieme ai libri delle medie e ai giocattoli rotti.

Invece il karma mi è stato restituito in rimasugli di vita di cui avevo perso le tracce da più di quarant’anni. Ho dato una timida occhiata sul luogo e la presenza di cartoline da mittenti che non ho idea di chi fossero e una lettera di una mia fidanzata dell’89 mi ha convinto a rimandare quella seduta di diciamo rebirthing a ritroso a un momento da assaporare con più calma, magari quest’estate quando la scuola sarà chiusa e dovrò arrabattarmi per non sprecare il tempo leggendo tutti i libri che non mi è stato possibile durante i mesi invernali. Ci ho riprovato una seconda volta a organizzarne il contenuto ma l’esito non è stato molto differente. Il contenitore Buton è tornato giù nel box dove l’avevo già lasciato da quando l’ho portato qui ma l’ho nascosto dietro ad altri scatoloni, chissà che forse me ne dimenticherò e lascerò ai posteri l’incombenza di operare la scelta più opportuna.

(immagine presa da Ebay, se vi sentite offesi ditemelo e la tolgo senza problemi)

pareo

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Il cugino Rocco è morto giovane, e quando ha cominciato a soffrire tutti sapevano, ma nessuno lo diceva, che si era ammalato d’amore. Si era preso una tranvata per Laura Estate, una donna di una categoria inaccessibile, una che giocava in un altro campionato, come dicono gli appassionati di sport. Laura Estate, con il caldo, girava mezza nuda e metteva subito le cose in chiaro. Voleva esser libera. Voleva andare in Grecia. Voleva un ghiacciolo. Voleva avere sempre la pelle ambrata e profumata di sole e nessuno che ne detenesse l’esclusiva o ne fraintendesse la portata seduttrice. Ma ogni anno succedeva sempre la stessa cosa, perché con settembre ottobre e poi novembre la vita le voltava le spalle. Così, per proteggersi, spacchettava i suoi vestiti autunnali che custodiva nei piani più alti del suo armadio, così distanti da sé quasi per dimenticarsene, e tornava a quello stile che i meno rigorosi definiscono da fricchettone, capi appariscenti ma non sufficientemente adeguati alle basse temperature. Così, vulnerabile, come un organismo non vaccinato, finiva che Laura Estate, con i primi freddi, si innamorava di qualcuno di più adeguato, e l’ultimo inverno di Rocco è toccato a lui. Diceva che Rocco, con i suoi indumenti termici, fosse l’unico in grado di proteggerla dal vento, dalla pioggia e dalla neve. Ma poi l’inverno terminò nuovamente – accade ogni anno – e Laura Estate riprese a coprirsi con poco. Decise di troncare quella relazione che la faceva sudare. C’era troppa prossimità, così aveva liquidato Rocco. Fino a quando sorse il sole sul giorno più caldo dell’anno. Metà agosto. Rocco, che era molto più giovane di Laura Estate, si svegliò proprio mentre sognava di essere diventato vecchio e provò un sollievo indescrivibile, pensando a quanto tempo potesse invece avere davanti. Lo colpì l’alba alla finestra dal suo letto. I colori non potevano essere reali, forse era ancora un sogno. C’era anche Laura Estate, correva sul bagnasciuga avvolta in un velo trasparente, un pareo con una fantasia decisamente sofisticata. Rocco ce la mise tutta per svegliarsi veramente. Si ritrovò di nuovo nel suo letto ma, questa volta, vecchio decrepito. Morì pochi istanti dopo, giusto il tempo di riaddormentarsi e tornare giovane come quando si era coricato, la sera precedente.

Chalk – Crystalpunk

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Ci vuole un certo standing e una buona dose di sfacciataggine per maneggiare i generi riconducibili all’EDM suonata (DJs not allowed) e risultare convincenti. Da ciò che si percepiva dai singoli (e dai video) con cui si sono imposti all’attenzione del pubblico che si muove sulla linea di confine tra post-punk e cultura rave, il progetto degli irlandesi Ross Cullen e Ben Goddard sembrava davvero incarnare la nuova big thing di questo genere musicale e connotarsi con tutte le carte in regola per fare il botto.

L’hype intorno a Crystalpunk era a dir poco alle stelle, c’erano aspettative altissime, e probabilmente è per questo che quello dei Chalk è un disco che, al momento, soddisfa solo a metà, o almeno a tre quarti. Forse è solo il caso di lasciarlo decantare un po’, magari assistere a un loro live, quindi tirare le somme e verificare, a fine anno, quanto davvero abbia lasciato il segno e se metterli o no in classifica.

I Chalk infatti sembrano aver smarrito un po’ di quella urgenza di sperimentazione che gli ha permesso, nei tre capitoli di Conditions che hanno preceduto l’esordio sulla lunga durata, di cavarsela alla grande nelle periferie malsane del mainstream del (perdonate la banalizzazione) rock elettronico. Non che al cospetto di questo album di debutto non se ne intuiscano le potenzialità, ma ascoltandolo fino in fondo non trascorre momento in cui non lo si percepisca con eccessiva disinvoltura e agio rispetto alle ostentate spigolosità abrasive trasmesse degli episodi che lo hanno anticipato.

Troppa pulizia ed eccessivo rispetto delle regole (siamo ai limiti della pignoleria) per una band che prometteva invece promiscuità, dissolutezza e svacco techno-punk. Solo nella traccia iniziale “Tongue” (l’intro di synth sembra un rigurgito di “Army Of Me”) e a metà disco, con “Skem”, si ha l’impressione di sguazzare nel fango che associamo agli improvvisati dancefloor clandestini dei raduni organizzati di nascosto sotto ai capannoni industriali dismessi. Nel resto del disco sembra più di calpestare rassicuranti PVC da club in cui il biglietto si paga fior di quattrini, con spunti e intenzioni alla Fontaines D.C. di Romance e potenziati da azzimati arrangiamenti che spaziano tra i Prodigy e gli Orbital, come nelle reminiscenze Kasabian dei singoli “I.D.C.” e “Can’t Feel It”.

La simmetria degli otto minuti di “Béal Feirste” con “Born Slippy” è poi decisamente fuori controllo, al contrario di “Ache” che è invece l’unico episodio che rimanda alla discografia precedente e alla freschezza degli approcci compositivi delle origini. Altrove emerge addirittura una dirompente attitudine alla ricercatezza melodica tutta british, sorretta da approcci smaccatamente big beat (ascoltate “Pain”) e risoluzioni compiacenti di hard rock alla Linkin Park, è il caso del brano “Longer”.

“One-Nine-Eight-Zero” è una traccia che non stonerebbe mixata a un successo dei Planet Funk, per dire. Non che ci sia qualcosa di male ma, considerati i presupposti, chi l’avrebbe mai detto. Un brano che, con i suoi sintetizzatori grassissimi, simula sicuro e compatto un viaggio in prima classe a bordo di un treno ad alta velocità, con il panorama che si lascia cogliere a malapena attraverso i finestrini in tutte le sue dimensioni, proprio come in quel celebre video dei Chemical Brothers. Ed è proprio sotto questo punto di vista che i Chalk giocano sporco: pensano di parlare alla loro generazione ma, tra le righe delle dieci tracce del disco, sembrano rivolgersi implicitamente a tutte quelle seguaci della musica elettronica che l’hanno preceduta. Il fatto è che, per sonorizzare gli immaginari alla Irvine Welsh, applicare il distorsore sulla voce non è sufficiente, semmai ci vuole ben altra trasgressione e portata destabilizzante.

In sintesi, nonostante si tratti, a scapito dalle premesse, di un disco sorprendentemente accomodante, non si può non promuovere Crystalpunk. Sono i Chalk stessi a definirlo il primo e ultimo album della loro carriera, un tentativo di provocazione un po’ scontato che ci fa riflettere sul fatto se sarà davvero così (e sarebbe un peccato) o se si tratti di un ulteriore modo – un po’ goffo – di attirare l’attenzione.

Mitski – Nothing’s About to Happen to Me

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Saranno solo i posteri a stabilire se il solipsismo e un certo individualismo talvolta involontario (ma indubbiamente esasperato) dovranno essere annoverati tra le principali cause della nostra estinzione. Storici e archeologi replicanti, ovviamente: gli unici sopravvissuti. Studiosi finti con l’IA generativa al posto del cervello, gente con il cuore di silicio e le membra di carne coltivata, immune da qualsiasi malessere e decisa (stavo per scrivere programmata, che termine obsoleto) a non ripetere gli errori dell’umanità che l’ha costruita e che ha fatto di tutto per farsi surclassare dalle proprie povere creature in ogni disciplina.

Il punto è che al fascino della bolla è difficile resistere, e il senso di sicurezza è così tentacolare che poi, la membrana protettiva, finiamo per farla coincidere con le pareti di casa nostra. Amici scienziati del futuro, se leggete qui vi autorizzo a chiamarla come faccio io, la sindrome dei tre porcellini. Tanto, quando sarà il momento, la materia di cui sono composto si troverà in uno stato in cui difficilmente potrò rivendicare il copyright dell’intuizione.

Prendete il caso di Mitski, che a proposito del postaccio in cui vive (gli Stati Uniti) ha passato gli ultimi due anni a ricordarci, con i numeri da capogiro tra streaming, visualizzazioni e riciclo dei suoi singoli sui social, quanto sia inospitale. Malati di ipervisibilità, alla fine ci dimostriamo tutt’altro che all’altezza della sovraesposizione a cui siamo condannati, a dimostrazione che non siamo ancora pronti. Magari tra duecento anni ci rideranno su, di quelli che si chiudono dentro perché fuori fa paura. Ma noi che ne siamo protagonisti, che soffriamo la transizione in ogni istante e in ogni click, rischiamo grosso.

E ancora prima di apprezzare l’ottavo album della straordinaria songwriter americana (ma dal cognome giapponese) permettiamoci una menzione per il gatto che troneggia sulla copertina di Nothing’s About to Happen to Me, perché se ne intravede un altro sulla sinistra nel pieno di una dichiarazione di intenti che non lascia dubbi. Lui, il protagonista, ha i due occhi di colore diverso, in primissimo piano nemmeno fosse Bowie nella foto di Heroes. Quell’altro gatto, invece, quello dalle intenzioni bellicose, è la prova che la vergogna non sempre si trova al di là del muro. La vera piaga del duemila e rotti è intramoenia, nelle nostre camerette dove tutto sembra confessione ma poi un fact checking è pressoché impossibile. Insomma, gira che ti rigira trovare un buco al sicuro da dove raccontarsi è complicato e tanto vale lasciare il mondo oltre la porta d’ingresso. Isolarsi dai rumori nelle proprie stanze, un modo per togliersi di mezzo senza andarsene davvero. Sparire dalla circolazione per narrarlo poi nelle canzoni.

Nothing’s About to Happen to Me suona quindi come un augurio di un successo confortante ma un po’ meno invasivo di quello che coglie di sorpresa e subdolamente si riproduce in svariati milioni di riconoscimenti al secondo, illusori e volatili come un ghiacciolo quando si ha sete. Nel disco troviamo i topos dell’artista eremita, con l’oblio che la natura e l’indifferenza della metropoli sono in grado di riservare di “In A Lake”, quello dello scoramento a contrasto con iperconnessione di “Where’s My Phone” e persino dell’artista che si autoimmola ai fan dandosi la morte, soffocata dalla sua stessa gloria, di “Dead Woman”.

Gli arrangiamenti confermano e ampliano il flavour orchestrale del precedente The Land Is Inhospitable and So Are We: archi, fiati, cori, chitarre sdraiate per improvvisi guizzi country e musichette da sala d’attesa convivono in totale serenità. La scelta di ammorbidire il suono con orchestrazioni corroboranti in bilico tra americana e blues consente una resa perfettamente contemporanea, più pop che alt-folk. L’impatto complessivo è fortemente scenografico e teatrale, quello emotivo decisamente toccante, il tutto grazie a un approccio compositivo adulto e rifiniture finali ancora più consapevoli ed esperte (sette album alle spalle si sentono eccome) che non vanno però a compensare (lasciandola intelligentemente sguarnita, per il nostro piacere di ascolto) l’evidente vulnerabilità di fondo, quella nota di dispiacere di cui Mitski si fa scudo per interpretare il presente e ciò che accade all’esterno della sua dimora artistica in modo imparziale.

Così il titolo finisce per suonare meno come una rassicurazione che come una formula scaramantica. Niente sta per succedere, certo. Ma nel frattempo Mitski continua a raccontarci quanto sia difficile restare al mondo senza nascondersi da qualche parte. E se la soluzione è rifugiarsi in casa propria, almeno che ci sia una buona colonna sonora.

Voka Gentle – Domestic Bliss

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

La scomposizione delle composizioni, in musica, è arte allo stato puro. In generi come il jazz, basati cioè sull’improvvisazione, il gioco consiste proprio nello scardinare le strutture dei brani, rivoltarle come un calzino, privarle di tutto e ridurre ai minimi termini i riferimenti. Mantenere a malapena l’involucro e i muri portanti per arredare gli spazi interni con il proprio estro, il gusto, la tecnica, la visione del brano e restituire una nuova versione di cui l’impatto live e la relativa percezione in tempo reale del pubblico costituiscono, ogni volta, una unicità irripetibile.

La sensazione che trasmette l’ascolto di Domestic Bliss, ultima fatica del trio londinese Voka Gentle, restituisce in parte tutto questo, con la differenza che alla base c’è ben altro che degli standard da Real Book (siamo nei dintorni di un art-indie rock difficilmente descrivibile a parole) e che l’eterogenea moltitudine di arrangiamenti è pensata per una cristallizzazione su disco di avanguardie sonore apparentemente così volatili che solo un minuzioso lavoro di studio è in grado di rendere tangibile.

Tutto il processo per cui l’esecuzione si materializza a commento della sensibilità collettiva nell’espressione dell’istante artistico, qui viene straordinariamente catalizzato in forme musicali che, ascoltate a fatto compiuto, impongono una restituzione inversa rispetto alla fruizione abituale. Identificare il nucleo intorno al quale si espande ciascuna traccia dell’album risulta un’operazione squisitamente faticosa (una prova di forza ai limiti della speculazione) ma in grado di ristabilire una piacevolezza totalizzante.

Voka Gentle è un trio di pezzi da novanta in cui tutti fanno un po’ di tutto. Ellie Mason è ingegnere del suono alla Mute Records, mansione grazie alla quale ha carta bianca circa l’uso della strumentazione vintage dei Kraftwerk e ambiente in cui si è fatta valere come turnista per Paolo Nutini e Badly Drawn Boy. La gemella Imogen ha invece già all’attivo un album con il nome d’arte sm^sher e, non paga di tutto ciò, frequenta un master in Sound Art per distinguersi ancora più per eleganza. William J. Stokes, terzo ma solo per necessità di elencazione, non è da meno, con il suo dottorato di ricerca in ambito musicale e la sua attività di produttore.

Ma sarebbe riduttivo ricondurre unicamente a titoli accademici, mestiere e manierismo a tavolino la bellezza di cui un disco come Domestic Bliss è permeato. Non a caso i Voka Gentle di sé dicono di non essere tanto un gruppo quanto un organismo, un sistema intelligente che agisce nella completa interoperabilità delle parti, con un principio creativo completamente condiviso e articolato lungo itinerari guidati dall’ossessione per l’esplorazione anche degli scenari creativi più remoti e alieni.

La gestazione dell’album stesso riflette lo spirito di dedizione assoluta alla sperimentazione che vive nel DNA dei tre artisti. Il disco è infatti il risultato di un’esperienza senza precedenti, un vero e proprio do ut des tra sessioni negli studi della London City University ripagati con workshop di tecniche di registrazione sperimentali durante i quali la band ha dato in pasto alcune composizioni agli studenti che hanno partecipato agli incontri. Riportati dietro al mixer, gli spunti nati dalle sessioni collettive sono stati destrutturati e riassemblati per dare forma alle trame del nuovo concept. In questa fase, il trio ha dato sfogo alla propria attitudine artistica con tecniche tutt’altro che ordinarie e strumentazione poco ortodossa.

Ne è derivato un tripudio di arrangiamenti a rinforzo di una produzione o, meglio, di un’autoproduzione superlativa. Difficile stabilire il primato tra la spigolosa “Cheddar Man” e “Battle Sequence (I’m Atomic)”, sua accomodante nemesi, tra il techno blues di “Creon I” e lo splendido crescendo centrale della cyber-bluriana “Kinema”, tra l’evocativo neo-prog di “The Creature” e i Talking Heads aumentati di “Torpedo Mike”, tra i timbri da Mezzanine portati all’estremo di “K Sees The Deal Go Down” e certi futurismi alla Kid-A di “Jude Law For Vogue (1995)” (che già basterebbe solo il titolo), tra la delicatezza d’altri tempi di “You Deserve It!” e l’art-pop di ultimissima generazione della conclusiva “Ultra Aura Glow”.

Una babele di meraviglie grazie alle quali Domestic Bliss risulta un disco epocale. D’altronde, con un artwork di copertina così, non avrebbe potuto essere altrimenti.

AA.VV. – Help(2)

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Che ci sia bisogno di dischi come Help 2 non è un buon segno, e che un disco come Help 2 esca a cavallo di una recrudescenza dell’ennesimo conflitto scatenato dai bulli militari del nostro tempo (Stati Uniti e Israele) impone una riflessione sullo stato delle cose. Limitiamoci così a speculare cinicamente sul fattore etico e artistico dell’operazione, e per qualche minuto (il tempo dell’ascolto dei 23 brani o di questa lettura) facciamo finta che, senza guerra, non ci sarebbe stata l’opportunità di vedere, anzi, di ascoltare raccolti in un unico contenitore fisico e virtuale (ogni pre-ordine, streaming e condivisione di Help 2 avrà un significato non da poco) il meglio della scena musicale alternativa contemporanea.

Ma facciamo un passo indietro. Il 1995 vide la pubblicazione di Help, il primo dei numerosi progetti discografici organizzati per la raccolta di proventi da devolvere a War Child, l’ONG britannica impegnata nelle operazioni di supporto e assistenza ai bambini che abitano le aree del mondo teatro di conflitti armati. L’album (realizzato con la supervisione di Brian Eno) conteneva lavori di Radiohead (pensate che fortuna essere un brano e stare in una compilation insieme a un pezzo come “Lucky”), Massive Attack, Portishead, Blur, Oasis, Stone Roses e molti altri.

Il disco venne registrato in un solo giorno e, ad oggi, grazie anche a riconoscimenti come il BRIT Award, il Q Award e una nomination ai Mercury Prize, risulta uno degli album di beneficenza di maggior successo, con oltre 1,2 milioni di sterline raccolte, cifra che consentì a War Child un intervento concreto e rapido a favore dei bambini coinvolti nell’allora conflitto bosniaco. A Help seguirono 1 Love (2002), Hope (2003), Help! A Day in the Life (2005), The Night Sky (2007), Heroes (2009), I Got Soul (2009) e War Child 20 (2013), dischi che hanno contribuito ad aiutare War Child in altrettanti interventi immediati.

War Child purtroppo stima che la percentuale dei bambini nel mondo a rischio in scenari di guerra oggi sia quasi raddoppiata e rappresenti circa 520 milioni a livello globale, un valore persino superiore a quello della Seconda Guerra Mondiale. L’esperienza ci insegna che gli aiuti non sono mai abbastanza e che, purtroppo, la pace, in questo sconfinato ring a forma di palla che orbita nello spazio, è e sarà sempre, nostro malgrado, un’astrazione. Da qui l’urgenza di Help(2) che, tanto quanto l’archetipo e le declinazioni che ne sono seguite, denuncia ancora una volta la preoccupante condizione umanitaria dei più innocenti, in un momento in cui la violenza condanna i paesi del Medio Oriente verso un ulteriore abisso. Secondo War Child oltre 100 milioni di bambini potrebbero trovarsi in pericolo, considerato l’effetto a cascata che l’attuale minaccia bellica può generare.

Anche dal punto di vista artistico Help(2) suona speculare alla prima release, in quanto somma delle parti che hanno dato il loro apporto per la realizzazione. L’iniziativa ha riunito una line up altrettanto stellare come la precedente e costituita da artisti e band del calibro di (in ordine alfabetico): Anna Calvi, Arctic Monkeys, Arlo Parks, Arooj Aftab, Bat For Lashes, Beabadoobee, Beck, Beth Gibbons, Big Thief, Black Country, New Road, Cameron Winter, Damon Albarn, Depeche Mode, Dove Ellis, Ellie Rowsell, English Teacher, Ezra Collective, Foals, Fontaines D.C., Graham Coxon, Greentea Peng, Grian Chatten, Kae Tempest, King Krule, Nilüfer Yanya, Olivia Rodrigo, Pulp, Sampha, The Last Dinner Party, Wet Leg e Young Fathers.

Un dream team che ha consentito di mantenere alto il livello della raccolta e che ha potuto contare anche sulla disponibilità degli Abbey Road Studios per le sessioni di registrazione, lo scorso novembre 2025, nonché della direzione artistica di James Ford, uno dei protagonisti dell’industria musicale del nostro tempo e produttore di successo di molti degli artisti raccolti qui.

Difficile indicare le canzoni meglio riuscite perché, davvero, un cast di questo valore rende superfluo qualunque confronto. Permettetemi però di eleggere i miei preferiti, anche se, per una volta, non c’è nessuna gara per primeggiare in originalità. Il mio plauso va agli English Teacher, una delle band che mi hanno più colpito negli ultimi tempi, protagonisti insieme a Graham Coxon in “Parasite”, quindi alla canzone “Sunday Light” interpretata da Anna Calvi, Ellie Rowsell, Nilüfer Yanya e Dove Ellis, e ai Foals, che hanno partecipato con “When the War is Finally Done”. Ma, ribadisco, il resto della tracklist non è affatto da meno.

Lo spirito collaborativo nato in studio ha inoltre favorito jam session poi confermate nel missaggio finale. Sentirete quindi Johnny Marr suonare la chitarra sotto le voci simultanee di Damon Albarn, Grian Chatten e Kae Tempest, e ancora Graham Coxon fare altrettanto per la cover di “The Book of Love” dei Magnetic Fields, cantata da Olivia Rodrigo.

Help(2) risulta così l’unione di tanti piccoli sforzi collettivi e del talento dei numerosi artisti che si sono prestati a far leva sulla loro visibilità, donando tempo e arte a una causa sacrosanta. Nel mio piccolo ho già acquistato la mia copia in vinile, confidando che il mio dieci (a cui aggiungerei la lode se il sistema di valutazione di Loudd me lo permettesse) possa fare anche in minima parte la differenza.

The Fake Friends – Let’s Not Overthink This

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

The Fake Friends è uno sfacciato ensemble di Montreal guidato dal frontman Matthew Savage e dal chitarrista Luca Santilli. Il gruppo unisce un temperamento che attinge alle diverse anime dell’esperienza post-punk delle generazioni di artisti che li hanno preceduti e delle realtà che animano la scena contemporanea, il tutto reso attraverso un estro indubbiamente originale.

Nelle tracce del loro secondo album Let’s Not Overthink This – in realtà il primo, se non si considera l’acerbo (ma comunque fitto di spunti) EP Always Worse, Never Better uscito un paio di anni fa – coesistono infatti dinamici botta e risposta tra chitarre pulite e graffianti che rimandano alle hit di Bloc Party, Interpol e Franz Ferdinand usati in contrapposizione a riff distorti a cavallo tra punk e hard rock. Un ricorrente semi-cantato cadenzato, ascrivibile agli Idles nella versione più aggressiva, che degenera spesso e volentieri in un certo machismo corale e collettivo alternato a una preoccupante vena melodica colpevolmente troppo sopra le righe. Eleganti trame darkwave permeate di tappeti e suoni di synth che rivaleggiano contro selvaggi slanci grunge frutto di una rara immediatezza esecutiva, quella che di norma trova il meglio sul palco al cospetto di gente sotto che ci dà dentro con il pogo. Una combo di registri volutamente antitetici, catturata perfettamente sul disco e che, ne sono sicuro, ribaltata sul piano live può essere in grado di trasmettere al pubblico sussulti emotivi tutt’altro che marginali.

Un improbabile quanto divertente mix di ispirazioni concentrato in undici brani per poco più di mezz’ora di dichiarazione di intenti, in uno scenario che, a detta loro, concentra l’atmosfera urbana della metropoli in cui i membri della band sono cresciuti e hanno messo a fattor comune la loro voglia di suonare. I brani sono ricchi di istantanee (principalmente notturne) che solo la loro spiccata sensibilità artistica è in grado di farci vivere in tempo reale, attimi colti tra i riflessi dei neon sui marciapiedi bagnati e i flash improvvisi delle poche automobili in giro tra le strade fredde e deserte della città.

“Ministry of Peace”, la canzone che ci introduce nel mondo di Let’s Not Overthink This, contiene già in nuce tutto quanto verrà poi declinato nelle differenti peculiarità di ogni brano a seguire. Intro con pad di tastiere a scaldare il clima, distorsioni controllate, esplicitazioni all’unisono e acuti di voce all’eccesso. Una partenza che si riversa con naturalezza nel punk wave trascinante di “A Sucker Born Every Minute”, singolo che si contraddistingue per l’orecchiabilità del tema di chitarra e della melodia del ritornello.

“The Way She Goes” è un febbrile inno dance funk che colpisce per il contrasto tra la durezza delle strofe e il refrain ai limiti del confidenziale, con un’intenzione vocale che ritroveremo verso la fine del disco in “If It Happens”. Il paradosso generato tra i due approcci si ripropone tale e quale nella successiva “Control”, in cui trovano posto sensibilità dark e impeto ai limiti delle ballad shoegaze, e nell’ascolto senza soluzione di continuità tra le tracce distinte “Five Star Review” e “Living The Dream”, brano che, come il seguente “Backstreet’s Back, Part 2”, non stonerebbe mixato agli episodi più celebri dei Faith No More.

La chiusura dell’album vira invece verso la sicurezza e le certezze del post-punk più moderno, grazie a “Hyperconnection”, con le sue scomode dissonanze di chitarra, le sue travolgenti cavalcate indotte dalle parti di synth e un tiratissimo ritmo di batteria comprensivo di tutti i cliché del genere a partire dall’hi-hat in levare, e a “Dance On My Grave”, leggermente più morbida e permeata di certi coretti che la candidano a ulteriore e definitivo singolo di sicuro successo, fino a “Good Friends”, un pezzo piano e voce che riporta la palla al centro e spoglia il disco di tutto, persino della spensieratezza che fino a poco prima ha contribuito all’oblio dei più complessi stati d’animo.

Il cast di Let’s Not Overthink This sembra così attraversato da comparse – forse realmente amici (ma mica tanto) a differenza della ragione sociale della band. Nell’insieme si avverte la complicità su cui il gruppo deve aver lavorato immersa nel sudore della sala prove. Un disco in cui si percepisce sia la volontà collettiva di lasciare il giusto spazio agli altri, sia la tensione di farsi trovare pronti e ruvidi quanto basta, ciascuno con il suo strumento in mano (o le corde vocali pronte a colpire), al momento più opportuno e funzionale per la composizione risolutiva.

Piacevole scoperta, lo stile dei The Fake Friends colpisce per modernità e indifferenza ai trend (soprattutto quelli dello scenario post-punk più attuale) e per una vena retro saggiamente tenuta a distanza, a dimostrazione della maturità di una band cresciuta palco dopo palco che ha saputo individuare una voce riconoscibile, allo stesso tempo nuova ma già ottimamente risolta.

 

Altın Gün – Garip

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Ogni popolo ha il suo blues. È grazie infatti all’esperienza di chi ha inventato la madre di tutti i generi che da allora pratichiamo che, a ciascuna nazione, è concessa l’opportunità di rifugiarsi a piacimento (o comunque quando necessario) in una musica fortemente identitaria, con radici che affondano nella sofferenza, nella tristezza o, nel migliore dei casi, nella malinconia.

Un archetipo che per i turchi corrisponde al folk tradizionale e a stelle come Neset Ertas, indimenticata icona della musica anatolica. Un talentuoso cantante, autore e virtuoso del baglama che ha portato lo spirito della tradizione folk ashik (uno stile traducibile in un incrocio tra quello che fa il cantastorie e ciò che produce un poeta) nell’era moderna. Non a caso la sua figura è ricordata come halk ozan, che letteralmente significa “bardo popolare”. Un trovatore, per farla breve.

Ed è dedicato proprio al valore di Neset Ertas il nuovo album degli Altin Gün, la formazione di origini turche e basata ad Amsterdam che, giunta al sesto disco, da sempre si distingue per un suono che richiama il funky rock anatolico della seconda metà del novecento, rivisitato con un furore retromane sufficientemente filologico e a tratti virante verso la psichedelia.

Dopo il forfait della solista Merve Dasdemir, e priva del suo timbro così ammaliante che ne ha spinto il suono più di una volta ai limiti del dream pop, la band guidata dal fondatore e bassista Jasper Verhulst ha scelto di puntare su un concept in grado di compensare con organicità stilistica, autorevolezza di contenuti e chiarezza di messaggio l’inevitabile gap che la fuoriuscita di una voce così fortemente identificativa e caratterizzante avrebbe scavato. Dopo aver reinterpretato certe ambientazioni anni 70 nei primi dischi e altre anni 80 nei lavori più recenti, la scelta di riarrangiare in chiave Altin Gün un compendio monografico del repertorio di Ertas consente alla band olandese di mantenersi fedele alla propria matrice folk non rinunciando alle potenzialità sperimentali di una fresca e originale ispirazione.

Questa volta gli Altin Gün giocano in casa, ed è proprio il caso di dirlo. Non è difficile trovare almeno una cassetta di Neset Ertas tra i cimeli di una famiglia media turca. Melodie e testi ascoltati grazie ai nonni con cui gli adulti di oggi sono cresciuti da bambini. Un universo sonoro evocativo che trova un connubio perfetto nel modo di intendere la musica degli Altin Gün e nei loro richiami alla tradizione filtrati dalla modernità, sempre maneggiati con lo stesso ossequioso rispetto con cui si guarda ai propri padri fondatori di riferimento. Una materia prima che svuota i brani della componente più pop (quel flavour che a noi, da questa parte dell’Europa, ravviva la voglia latente di esotismo a colori pastelli che riconduciamo agli stereotipi sul vicino oriente) per guidare gli arrangiamenti verso architetture più adulte e definite, meno contaminate dai contrasti spazio-temporali tra est e ovest e anni duemila vs secolo breve, e dalla tentacolare quanto speculativa vignettatura d’antan che fa da cornice al nostro immaginario in merito. Il divertimento, per loro che suonano e per noi che ascoltiamo con attenzione, è assicurato.

Garip significa strano, in italiano, e non è così per dire. Non stupisce, infatti, trovare un brano introduttivo come “Neredesin Sen”, un convincente ponte stilistico con i precedenti dischi da un timido tratto addirittura new wave (ascoltate con attenzione basso e batteria) a precedere con disinvoltura “Gönul Dagi”, composizione in cui si parla così tanto d’amore da sentirlo grondare persino dal riverbero sixties della chitarra e dalle traiettorie da grande schermo (quasi morriconiane) degli arrangiamenti orchestrali. Un leitmotiv, quello degli archi che librano leggeri a rincorrere la melodia, che poi si ripropone anche in “Suçum Nedir” e “Gel Yanima Gel”. Non mancano i temi eseguiti con il synth a cavallo tra i soli prog e ricami bollywoodiani come in “Öldürme Beni” e “Benim Yarim”, tratto che sublima in “Bir Nazar Eyledim”, la bellissima chiusura nonché vero e proprio trionfo di arpeggiatori e di timbriche analogiche.

A normalizzare il tutto, come ci si deve aspettare dagli Altin Gün e dall’opera di Neset Ertas, forti richiami ai paesaggi anatolici rintracciabili nei fraseggi strumentali più rurali, nelle timbriche malinconiche della voce, nelle caratteristiche figure di baglama che la accompagnano e nei pattern di batteria più sbilenchi che rendono il tutto sempre un po’ imprudente, almeno per noi che non mastichiamo i repentini cambi di tempo ma, piuttosto, ricerchiamo la sicurezza di ritmiche standard più virili.

Di sicuro la presenza rarefatta degli Altin Gün nello scenario musicale contemporaneo lascia alla band tutto lo spazio necessario per voltare pagina con disinvoltura quando necessario e mettersi in discussione, mantenendo inalterata la resa compositiva. Un fattore che è al contempo garanzia di eclettismo, visione a lungo termine e capacità trasformativa. Una chiave di lettura per Garip e per i dischi che verranno dopo, e una conferma del loro ormai provato spessore artistico.