Ho frequentato le superiori in un posto dove, a metà febbraio e correvano gli anni ottanta, la scuole chiudevano baracca e burattini e chi se lo poteva permettere partiva con la famiglia per la settimana bianca. Dal punto di vista dei miserabili, guardavamo l’operazione con sospetto se non altro perché, a quelli che rimanevano a casa, toccavano pionieristiche esperienze di autogestione scolastica e didattica alternativa che comportavano la violazione degli stessi sacri ambienti in cui, fino a qualche ora prima, eravamo stati esposti a feroci verifiche a sorpresa di latino sui verbi irregolari e i loro composti. Una sorta di tiro a segno in una riserva di caccia che comunque, al rientro dei più abbienti dalle località di montagna, avrebbe riaperto con le stesse primitive ed efferate regole non scritte come se nulla fosse successo. Come se quelle classi non avessero ospitato lezioni del nerd della quinta B che ti propinava due ore di ascolto guidato dei King Crimson o del prof di democrazia proletaria sul Capitale o, al limite, dove qualcuno si appartava con qualcuna o, molto più alla portata di quelli come me, a farsi dei cannoni con qualche altro sfigato.
Ma, a parte questa pausa istituzionalmente concordata da tutte le componenti dell’ecosistema scolastico, a nessuno sarebbe mai venuto in mente di prendere i propri figli a metà quadrimestre e portarseli in vacanza da qualche parte. Oggi partire in crociera sfruttando gli sconti dei periodi fuori stagione o farsi un viaggetto alle Maldive o in qualche altra meta da turismo di massa da tanto al mucchio nel pieno dell’anno scolastico è invece una pratica considerata nella norma. La mia generazione si presentava al suono della campanella anche con quaranta di febbre, ci si permetteva qualche assenza strategica o si marinava falsificando firme o da maggiorenni per non compromettere la media, ma per ogni famiglia – almeno quelle dei compagni di cui mi circondavo – il tempo scuola risultava in cima a tutte le priorità e la mattina, al solo palesarsi di qualche disagio adolescenziale, venivamo corcati a puntino e spediti al nostro dovere a calci nel culo.
Dico questo perché stamattina in terza C dove insegno inglese erano in sedici, in una classe da ventidue. Ben sei famiglie che si frequentano sin dalla scuola dell’infanzia dei loro figli sono partite per Sharm, mentre meno di un mese fa, nell’altra classe in cui invece sono titolare, in tre si sono assentati per un viaggio tra spiagge e safari sulla costa del Kenya.
Non che i genitori non ci avessero avvisato. Anzi, la richiesta di far avere ai bimbi dei compiti per non rimanere indietro durante l’assenza è una loro iniziativa. Un tentativo ingenuo quanto ipocrita di accattivarsi la benevolenza dell’insegnante, di mostrarsi ligi alle istituzioni, di simulare la conoscenza della scala dei valori riconosciuta dalle convenzioni sociali. Un comportamento irrispettoso che fa il paio con il farsi lasciare a casa il lunedì dopo il pranzo della comunione o della cresima consumato la domenica precedente, nemmeno avessero partecipato da protagonisti alle nozze organizzate nel castello delle cerimonie.
Un manipolo di bimbi privilegiati che poi rientrano, la settimana successiva, tutti belli abbronzati. Portano qualche foto incomprensibile come testimonianza della loro esperienza, qualcuno azzarda un portachiavi di finto artigianato e di chiara produzione cinese come timida merce di scambio per l’indulgenza del corpo docenti. Il punto è che però, se gli chiedi i nomi delle località o delle attrazioni visitate, non si ricordano. I racconti si impoveriscono con i dettagli più sciocchi – mio fratello ha battuto la testa, mio papà è stato punto da una medusa, una scimmia mi si è attaccata a una gamba e non mi lasciava più – e si concentrano sul cibo europeo del villaggio all inclusive che li ha ospitati o poco più. E poi via, per i mesi estivi inglobati dal centro estivo e dall’oratorio, fino al rientro successivo. E ancora una volta troveranno noi docenti pronti ad accoglierli, sempre presenti, sempre immobili a presidiare il nostro tempio del sapere inviolabile. A non capire cos’è cambiato nella percezione della scuola pubblica.