il cammino di santiago

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Come siamo messi noi, qui in occidente? PerchĆ© l’impressione ĆØ che certi valori sul lavoro, in Giappone, li prendano molto più sul serio. Basta osservare con attenzione un qualsiasi planisfero per individuare la frattura culturale tra noi e loro, profonda come le faglie che fanno tremare, in entrambi i territori, le rispettive cittĆ . Loro, limitando i danni grazie a edifici e strutture pensati ad hoc. Noi, a piangere le catastrofi dei nostri centri storici medievali, borghi suggestivi che giustamente conserviamo con orgoglio ma poi, a conti fatti, chissĆ  se ne vale davvero la pena.

Una direttrice marketing di una importantissima multinazionale giapponese produttrice di macchine fotografiche che aveva ingaggiato l’agenzia di comunicazione a cui prestavo il mio contributo come copy mi aveva commentato con un’enfasi smisurata, al primo incontro di brief, i loro paradigmi corporate irrinunciabili cesellati a grandi lettere (anzi, ideogrammi) su una parete della sala riunioni in cui mi aveva ricevuto.

Li aveva snocciolati uno a uno, tenendo il braccio sinistro appoggiato sul ventre come a proteggere, celato all’interno, una nuova vita in progress che poi ho scoperto non esserci mai stata. Si trattava solo di una postura non riconducibile ad alcuna visione zen della maternitĆ . Semmai, un lascito imposto dalla memoria muscolare sopravvenuta a seguito della convalescenza della frattura allo scafoide carpale. Riabilitato l’osso, qualcuno mi disse che, nel dubbio, insisteva a porsi in quel modo proprio come le avevano prescritto i medici a ridosso dell’intervento, con l’arto adagiato sulla pancia che non era gravida, come pensavo, ma solamente gonfia a causa di abitudini alimentari poco coerenti per un salutare bilanciamento dei ritmi blandi del ruolo che occupava.Ā 

Da quando mi concedo una sigaretta da seduto ogni tanto, dopo il caffĆØ, anch’io ho preso lo stesso vezzo. Tengo il mozzicone acceso con la destra e la sinistra la lascio lƬ, ad accompagnare il respiro con cui si perpetua un rito tutt’altro che salutare, anche se, da quando ho perso venti kg e sono completamente astemio, dello stomaco da bevitore che potrebbe sostenere il braccio con naturalezza resta solo la reminiscenza di un incubo come quello di uno spot in bianco e nero che vedevo alla tele, quando ero bambino. C’era un popolare attore di teatro che si svegliava e, saltando di gioia sul materasso, celebrava la linea perfettamente rientrata nei parametri della salute dopo un brutto sogno. Per riprodurre fedelmente quella postura che mi ha tanto colpito, il polso sul ventre girato all’insù, mi trovo però costretto a scivolare un po’ in basso sulla sedia in modo da favorire una curva del bacino sufficiente a mantenere il braccio sinistro in equilibrio. E mi comporto affinchĆ© lei, la manager italiana dell’azienda giapponese, dalla sua alta pianura del cielo – anche se non credo sia morta, anzi spero proprio di no – possa osservarmi in qualche modo e far notare, a qualche suo omologo del mio aldilĆ  di pertinenza, che il suo sermone di quella volta lĆ  non ĆØ stato per nulla fuori luogo e, anzi, almeno a qualcosa ĆØ servito.

Ma non ĆØ certo per l’efficacia di questo tentativo di indottrinamento che, vent’anni più tardi, ho acquistato un’automobile pensata e costruita in Giappone. Sulle pareti del separĆ© dietro al quale metteva in scena le sue performance di persuasione l’addetto alle vendite con cui mia moglie ed io stavamo definendo i dettagli del contratto, non si scorgeva nulla che ci spingesse ad analoghe speculazioni sulla relazione tra la fatica quotidiana e una supposta pace interiore. Ad attirare la nostra attenzione di clienti, piuttosto, un diplomino che attestava i target raggiunti, una specie di conferimento di premio per gli introiti accumulati dall’azienda grazie al suo darsi da fare, affiancato da qualche stampa dozzinale a colori pastello, totalmente decontestualizzata.

Ma un anno dopo l’immatricolazione, al primo tagliando che, previsto dagli accordi di garanzia, avrebbe dovuto necessariamente essere effettuato nella stessa concessionaria in cui avevo comprato la macchina, ha colpito la mia attenzione l’ostensione di una specie di decalogo con i buoni propositi di relazione con il cliente altrettanto incisi, nero su bianco, alle spalle degli addetti all’accettazione dell’officina, al piano inferiore della sede. Tutto vero e tutto molto bello, ma converrete con me sugli oneri a svantaggio del proprietario che dotarsi di una vettura comporta. Il suo valore, più o meno spalmato in rate mensili talvolta per anni, se non lustri; i costi obbligatori di tasse e assicurazioni; il carburante e, soprattutto, la manutenzione ordinaria e straordinaria. Tutti esborsi con una cadenza periodica e spesso assai ravvicinata che ricordano, come qualunque filosofia nata osservando i cicli della natura, l’avvicendarsi delle stagioni, degli anni, della vita in sĆ© e della morte.

Ho ritrovato però parte di quell’approccio al marketing dell’empatia nel “grazie” proferito, in quel tono con cui si comunica qualcosa di ineluttabile, dal meccanico di quella concessionaria in risposta alla mia conferma di preventivo per la sostituzione di entrambi i cuscinetti posteriori e del mozzo della mia utilitaria, qualche giorno fa. “Abbiamo identificato il motivo del rumore che ci ha segnalato”, ha esordito nella chiamata che aspettavo, la mattina successiva a quando avevo lasciato l’auto per l’intervento straordinario, nello stesso ufficio in cui mi reco per gli esosi periodici controlli di routine. A questa premessa ĆØ seguita un’anamnesi del caso espressa in un linguaggio ricco di tecnicismi decisamente fuori luogo per un interlocutore non del settore. Il terrore di non comprendere cosa mi si dice, una sorta di senso di “Lost in Translation” che mi assale sia al cospetto di lingue straniere sia quando sono esposto ai vocabolari esclusivi degli addetti ai lavori che non sono i miei, mi tormenta da sempre. Ma, lessico o no, con la macchina rotta c’era ben poco da fare.

“Il costo ĆØ di ottocentocinquanta euro, possiamo procedere?”. Il suo ringraziamento, seguito alla conseguente mia ovvia approvazione, un sƬ a cui non avrei avuto alcuna possibilitĆ  di esimermi, mi ha permesso, però, di ricredermi sulla categoria non solo dei meccanici ma dell’intera filiera dell’automotive. Per me, portare l’auto dal meccanico comporta infatti la stessa angoscia di recarmi dal medico. Attendo qualche giorno prima di prendere appuntamento, spero che il guasto in qualche modo rientri da sĆ©, vivo con forte agitazione il gap di competenze che separa un lavoratore della cultura come me da un operaio che trasforma e rimette in sesto la materia di cui ha completa dimestichezza. Nel mio lavoro, a volte, basta convincersi di aver raggiunto un obiettivo anche solo per aver provato a concludere un task perchĆ© ho a che fare con materiale umano e non ĆØ detto che, dall’altra parte, ci sia la volontĆ  di accogliere il mio operato e di lasciare che i miei sforzi portino a compimento il miglioramento di una condizione o la semplice soluzione di un problema. Questo sia quando mi occupavo di comunicazione per i giapponesi, sia ora che lavoro con i bambini.

Per un meccanico, come potete immaginare, ĆØ un altro paio di maniche. Mica ĆØ sufficiente una buona intenzione per far sƬ che una vettura torni a funzionare come prima, e se il meccanico non ci riesce la macchina ĆØ da sostituire e la responsabilitĆ  va imputata al suo fallimento, per non parlare del rischio a cui una manutenzione negligente può esporre chi si mette al volante dell’auto riparata male, una volta consegnata. Questa condizione di profonda subalternitĆ  con cui vivo il rapporto con i tecnici – di qualunque disciplina – mi fa percepire il contatto con loro con disagio addirittura superiore allo stare al cospetto di un maschio alfa in grado di combattere, procacciarsi il cibo a mani nude o impartirmi una qualsiasi spiegazione operativa riguardo a un qualunque argomento pratico. Sistemare le cerniere vasistas a una porta-finestra, parcheggiare l’auto in discesa in montagna, preparare una cheesecake. Per questo, un meccanico che mi dice grazie ĆØ un passo in avanti, e forse lo scintoismo c’entra. Prima avevo una Citroen Picasso ma i francesi sapete come sono, e non c’ĆØ proprio storia. Più economici, ma molto più sbrigativi nei confronti dei cugini d’oltralpe, per non parlare della competizione reciproca. I giapponesi, rispetto a noi, giocano ben altro campionato.

L’officina dove ho portato l’auto a riparare, e che fa parte dell’imponente concessionaria in cui l’ho acquistata, si trova a quasi sette km da casa mia. Una distanza, però, tutt’altro che lineare, se percorsa in auto, in quanto alterna tratti di tangenziale e svincoli di arterie di grande comunicazione a zone residenziali della periferia ovest di Milano. Un mix promiscuo di sobborghi, modernitĆ  provvisoria, incuria, campagna, quartieri dormitorio, aree verdi palesemente artefatte e siti produttivi in grado di soddisfare chi – come me – subisce il fascino ambiguo degli ambienti metropolitani decentrati. Uno dei miei passatempi preferiti – lo esercito da tempi non sospetti – ĆØ quello che ho scoperto da poco chiamarsi urban trekking, attivitĆ  che pratico proprio nelle zone ai confini della cittĆ , luoghi che normalmente si osservano a bordo di un’auto o di un tram o di una metropolitana leggera che si dirige, in superficie, verso le zone più curate e patinate nel cuore di Milano. Camminare a ridosso di un ponte della tangenziale o sui marciapiedi deserti delle aree industriali, luoghi a misura di tir poco battuti dai pedoni, offre scorci spesso appannaggio di chi lavora o addirittura vive lƬ, in qualche catapecchia che si affaccia su una viuzza nascosta da capannoni o piloni autostradali, luoghi altrettanto ricchi di storia e dignitĆ  di narrazione.

Dovendo recarmi in autonomia a recuperare l’auto rimessa in sesto, ho pensato cosƬ di percorrere quella distanza a piedi. Non c’era nessuno disponibile ad accompagnarmi con la sua macchina e coprire il tragitto con i mezzi pubblici, come avevo fatto una volta affidata l’auto al meccanico il giorno prima, non sembrava un’opzione molto più rapida. Certo, un conto ĆØ percorrere sette km in quasi un’ora con il culo sul sedile della metro leggendo un libro, un conto ĆØ fare lo stesso a piedi. Ma ero ancora in vacanza e, come vi ho detto, fare quattro passi non mi spaventa per nulla. Ma se ho pensato di compiere un vero e proprio atto di pellegrinaggio, una sorta di cammino di Santiago in miniatura verso l’officina, non ĆØ solo per questo.

Tanti anni fa accompagnai un amico ad acquistare il suo primo sintetizzatore in una storica rivendita di strumenti musicali del Piemonte. In realtĆ  Massimo non era un vero e proprio amico, piuttosto di un conoscente che si dilettava a strimpellare, ma – a detta di tutti – completamente privo di capacitĆ . Ma si sa, da ragazzi il significato di amicizia ĆØ oltremodo versatile.Ā 

Massimo non sapeva suonare per nulla, ma andava dicendo di voler approfittare di quel primo strumento per imparare a farlo, progetto che poi non ĆØ mai andato in porto, come leggerete più avanti. D’improvviso si era trovato a disposizione un mucchio di quattrini, non ricordo per quale motivo: se avesse beneficiato di un’ereditĆ , un tredici al Totocalcio, un premio assicurativo come conseguenza di un incidente in motorino o forse un parente gli aveva regalato dei soldi.Ā 

L’unico talento di cui era provvisto era una accentuata ma presunta somiglianza – almeno lui sembrava convinto di ciò – con John Taylor, il bassista dei Duran Duran. Eravamo a metĆ  degli anni ottanta e la band inglese aveva raggiunto un livello di celebritĆ  senza precedenti. Attribuirsi un qualsiasi tipo di appartenenza a quel modello estetico e a tutto ciò che comportava la moda di quel tipo garantiva non pochi fattori competitivi in fase di approccio con le ragazze, e il mio conoscente aspirante tastierista (non avrebbe potuto millantare una somiglianza con Nick Rhodes, troppo poco in linea con gli standard maschili permeati dalla cultura machista latina in voga da noi) faceva leva, senza esitazioni, su tutti i vantaggi di questa sua apparente peculiaritĆ . Che poi, a pensarci bene, nella quotidianitĆ , privo di un pesante intervento del parrucchiere, del truccatore e di un outfit smaccatamente new romantic, John Taylor non lo ricordava per nulla. Massimo però sosteneva di essere talmente convinto di questa somiglianza da riuscire a convincere anche il prossimo. Un approccio da mentalista di cui, durante il viaggio in treno (eravamo poco più che diciottenni e nessuno dei due era automunito) verso il negozio di strumenti musicali, mi diede ampie spiegazioni.

Mi disse che, desiderando fortemente una cosa, c’erano ampie possibilitĆ  di ottenerla. Secondo Massimo, esercitando con i dovuti accorgimenti il potere del pensiero l’uomo ĆØ in grado di forzare esiti, modificare scenari e pilotare conseguenze. Mi confessò che il suo sentirsi perfettamente consapevole di somigliare a John Taylor era talmente potente da indurre, chi lo osservava, a fare altrettanto. Addirittura mi raccontò un aneddoto che ha dell’incredibile. I Duran Duran parteciparono come ospiti al Festival di Sanremo del 1985. Grazie a una sua conoscenza piuttosto influente nella politica locale, era riuscito a intrufolarsi a una festa nell’hotel in cui i cinque musicisti britannici soggiornavano, un party a cui avrebbero partecipato come guest star. Massimo si presentò conciandosi il più possibile come John Taylor, e quando Simon Le Bon scese dalla stanza si diresse immediatamente da lui, stupito per il fatto che non pensava si trovasse giĆ  lƬ, per poi scoprire divertito l’arcano. Naturalmente non ho mai creduto a tutto ciò. Non nego che Massimo abbia davvero partecipato alla festa, ma dubito che il resto possa essere accaduto veramente.

Ne rimasi comunque indubbiamente colpito, e nonostante ciò gli risposi cercando di confutare con lo scetticismo la sua teoria. Sarebbe troppo facile, gli dissi, e poi se tutti adottassero questa strategia ci sarebbero conflitti tra i numerosissimi tentativi di trigger sugli accadimenti e che, insomma, ne deriverebbe un bel casino. Un traffico di energie occulte in grado di sovvertire le leggi naturali. Ovviamente non si ritrasse di un millimetro dalle sue convinzioni, d’altronde una tale ottusitĆ  comportava di rimando l’esercizio di un muro di gomma con una forza respingente da record.

Mi sfidò a una dimostrazione per assurdo, chiedendomi di provare. Mi chiese di pensare fortemente una cosa, di esprimere un desiderio con totale convinzione, di volere qualcosa trascendendo la mente e di distribuire l’anelito a tutte le membra. Non ci riflettei due volte e, con una mimica che non ho difficoltĆ  a immaginare, la tipica espressione di chi cerca di spostare oggetti o piegare cucchiaini con gli occhi, desiderai fortemente che, con tutti quei soldi a disposizione, Massimo acquistasse lo stesso synth anche a me. Si trattava di un modello molto in voga ai tempi che torreggiava sulla strumentazione delle band che conferivano, con quell’elettronica un po’ pionieristica, un taglio innovativo al pop rock dell’epoca.Ā 

Quando dopo qualche minuto me lo chiese, non gli rivelai per nulla ciò su cui mi stavo concentrando, sapete che i desideri ĆØ meglio tenerseli per sĆ© perchĆ© poi non si avverano, e a posteriori credo di aver commesso un errore. Se gli avessi confessato la veritĆ , non ĆØ detto che, per dimostrare di aver ragione sul potere della mente e sui riscontri delle sue teorie, non lo avrebbe esaudito. PerchĆ©, come potete immaginare, usciti dal negozio di strumenti, di synth ce n’era solo uno, nel carrello, e non era il mio. L’unica soddisfazione era la certezza che Massimo, in fondo, si era confermato il ciarlatano e il fanfarone che si sapeva in giro. Quel modello di tastiera era totalmente fuori dal mio potere d’acquisto, da sempre ero cosƬ squattrinato da dovermi accontentare di strumenti presi in affitto o di risulta, con penalizzanti compromessi in termini di qualitĆ , a scapito della mia arte.

Qualche mese dopo, però, accadde qualcosa di straordinario. Ricevetti una telefonata di Massimo in cui mi confidò che, non avendo cavato un ragno dal buco con il synth nuovo, pensava di provare con il basso, un upgrade che peraltro gli consentiva di impersonare il suo beniamino con un approccio filologico superiore. Avrebbe potuto essere John Taylor non solo alle feste, ma anche sul palcoscenico. Mi propose cosƬ in vendita il synth a metĆ  prezzo, occasione che non mi lasciai scappare. Concluso l’affare, pensai che forse era frutto di quella specie di performance nel paranormale a cui mi ero sottoposto in sua presenza e che qualche spruzzata di quella specie di ipnosi lo aveva investito. Forse la forza del mio pensiero, essendo un mentalista neofita, ci metteva un po’ ad attivarsi, era solo questione di tempo.

Mi ĆØ sovvenuto questo aneddoto quando ho deciso di percorrere quei sette km a piedi nell’hinterland milanese, in un pomeriggio di fine agosto e con una temperatura di trentasei gradi. Ho pensato che il pagamento di una cifra cosƬ ingombrante – ottocento ottanta euro – valeva bene una sorta di redenzione fisica. Se avessi affrontato una prova cosƬ estrema, in grado di umiliare il mio corpo, pensando fortemente all’ingiustizia di un costo cosƬ sproporzionato per un servizio ricevuto, forse nel frattempo il preventivo che avevo accettato si sarebbe assottigliato, oppure l’impiegato all’accettazione, a cui avrei effettuato il pagamento, avrebbe percepito la mia chiamata mentale e avrebbe adeguato il totale, iva compresa, al mio sforzo mistico.

Il percorso da casa mia alla concessionaria, tracciato grazie a Google Maps, nel frattempo mi esponeva a zone di Milano realmente sorprendenti, tutte differenti e a tratti addirittura antitetiche, per motivi diversi. Ho percorso i quartieri di Bovisasca e Quarto Oggiaro, sono sceso lungo il sottopasso della stazione di Milano Certosa, ho camminato per un tratto di Viale Triboniano, cosa che fino a qualche anno fa sarebbe stata preclusa a qualunque essere umano dotato di buon senso o non appartenente a gruppi sociali usi a pratiche poco condivise in occidente, ho visto da vicino l’incantevole zona di Garegnano e ho attraversato le ultime due arterie – pericolosissime per i pedoni ma, con molta gente ancora in vacanza, in quel momento quasi deserte – raggiungendo alla fine l’officina. Nonostante sia stato rapito dal controverso fascino di tutti quei luoghi cosƬ differenti tra loro, a ogni passo ripetevo dentro di me il mantra utile a forzare il corso degli eventi. Con un’adeguata meditazione, avrei sicuramente spuntato uno sconto o chissĆ , magari grazie a un miracolo, una grazia concessa a seguito di una sinergia tra il dio dei giapponesi e la mia capacitĆ  di raccoglimento, mi sarebbe stato azzerato l’intero importo.Ā 

Giunto a destinazione, l’addetto alla restituzione della macchina si ĆØ profuso in alcune freddure per sdrammatizzare la chiusura della pratica. Ha scherzato su quel momento definendolo il più atteso dall’azienda produttrice, un po’ meno dai clienti. Ha digitato un po’ di dati sulla tastiera del pc, stampato un paio di fogli, ha rintracciato le chiavi in una bacheca e mi ha presentato il conto, perfettamente in linea con il preventivo. Ottocento ottanta euro, non un centesimo in meno. Rassegnato all’evidenza dei fatti, una parte di me però ha esultato e si ĆØ compiaciuta: Massimo, quella volta, non poteva aver ragione. E chissĆ  poi che fine ha fatto, se ĆØ ancora bello come John Taylor – spero di sƬ – e se ĆØ consapevole che qualcuno, ogni tanto, pensa che comunque, come farneticava lui, non sarebbe male se la vita fosse cosƬ ingenua. Vuoi una cosa, la pensi un po’, e ti si materializza davanti. La mente, una specie di stampante 3D, un distributore automatico di desideri esauditi.

Ma non ĆØ finita. Completata la transazione con la carta di credito – ricordo, se non vi ĆØ del tutto chiaro, ottocento e ottanta euro per i due cuscinetti posteriori e il mozzo – mi sono avviato dall’officina per seguire le indicazioni utili a recuperare l’automobile, tra le decine appena riparate e parcheggiate nello spazio antistante la concessionaria. Poco dopo averla individuata, ho notato però un uomo accostare la porta degli uffici delle vendite per raggiungere la sua, di macchina. Ho riconosciuto immediatamente Franco Mussida, lo storico chitarrista della PFM, band di cui sono fan sin da bambino, inconfondibile – nonostante l’etĆ  – per i suoi lunghissimi capelli bianchi.

Mussida, che da tempo non ĆØ più nella formazione con Franz Di Cioccio e gli altri, ha evoluto la sua arte – non solo musicale – dando vita a opere dal carattere molto spirituale, intimo e riflessivo. Ne aveva parlato addirittura in una trasmissione tv a cui avevo assistito per caso, qualche anno fa, in onda sull’emittente TV2000, un canale di dichiarata ispirazione cattolica, in cui ĆØ facile imbattersi in trasmissioni in diretta delle attivitĆ  del Papa e dei principali eventi ecclesiastici. Una specie di Radio Maria, ma in versione video.Ā 

Ho colto immediatamente l’aspetto mistico di quella visione. A qualcosa, il mio pellegrinaggio era comunque servito. Ho preso coraggio e mi sono fatto avanti. Mi sono sincerato che fosse davvero lui, mi ha porto la mano che gli ho stretto, dichiarando il mio fervore per la sua musica, gli ho confidato una conoscenza comune – una sorta di unico grado di separazione, dettaglio che ha mostrato di apprezzare, e ci siamo accomiatati verso le rispettive incombenze.

Rientrando a casa con l’auto, finalmente rimessa a nuovo e silenziosa come un’auto ibrida deve essere – il logorio dei cuscinetti generava un ruggito fastidiosissimo che penalizzava fortemente l’esperienza di guida – ho pensato se esista un luogo in cui le celebritĆ  e le persone importanti e potenti della terra si riuniscono per fare il punto e, chissĆ , stabilire quali persone siano degne di facoltĆ  soprannaturali, come quella che rivendicava Massimo per sĆ©. Nella mia vita, oltre a musicisti famosi come Mussida, ho sfiorato presentatori tv, un presidente della Repubblica e altre influenti personalitĆ  della politica, e persino uno scrittore. Magari si incontrano e, chiacchierando del più e del meno, viene fuori il mio nome. Chi mi ha incontrato presso la concessionaria delle automobili, chi nel mezzo di un corteo un 25 aprile, chi ha letto il mio curriculum, chi mi ha promosso all’esame di sociologia della comunicazione, chi ha letto la mia email con, in allegato, un remix non richiesto di una sua canzone. Il mio nome, chiacchierando, a uno magari viene fuori per caso, e qualcun altro si chiede dove possa averlo giĆ  sentito.

l’assorbente che non si sente

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Un assorbente che non si sente non dovrebbe chiamarsi “Lines ĆØ”, ma “Lines eeh?”

il dado ĆØ tratto

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Una delle poche novitĆ  divertenti di quest’estate torrida ĆØ la pagina Facebook che mette alla berlina l’intelligenza artificiale dando in pasto ai vari LLM i rebus della Settimana Enigmistica. Se vi ĆØ caduto l’occhio su qualche reel dedicato alle avvincenti (in senso ironico) olimpiadi degli umanoidi che si sono tenute in Cina qualche settimana fa, osservare quanto l’AI sia ancora goffa e anni luce dal riuscire a competere con il sottile ingegno di certi esseri umani può rimettervi in armonia con il mondo. Anche se converrete con me che viviamo un momento in cui c’ĆØ ben poco da rimanere sereni. Certe catastrofi climatiche e sociali che si sono abbattute anche qui da noi negli ultimi mesi non lasciano scampo.

Nel mio settore, quello della scuola e dell’istruzione, l’offerta di soluzioni basate sull’AI da parte degli algoritmi ha superato i livelli della sopportazione ma tacciando le assillanti incursioni commerciali – a partire dalle proposte di corsi di formazione – di manifesta inutilitĆ  attraverso indomite segnalazioni al sistema con l’apposita funzionalitĆ  a disposizione qualcosina ĆØ migliorato.

La sovraesposizione al trend tecnologico del momento potrebbe però generare l’ennesimo corto circuito e far esplodere la bolla dell’AI proprio come i robot che, al termine della prestazione sui 100 metri, si schiantano contro il materasso contenitivo posto al termine del tracciato e prendono fuoco, una scena che, paradossalmente, mi ha mosso la stessa tenerezza che ho provato verso Pris /Daryl Hannah quando, in Blade Runner, ci lascia le penne. Per Rutger Hauer no, nessuna pietĆ , nonostante le cose che ha visto che non possiamo nemmeno immaginare resta comunque un corpicione da uomo ripieno di testosterone con la diffusa predisposizione al mansplaining (qui con tendenza allo humansplaining).

Se però, come me, vi siete sottoposti agli obbligatori corsi di formazione sull’AI dedicati al personale scolastico, avrete sempre più la convinzione che, comunque, fatta eccezione per qualche verbale o qualche altra rottura di maroni, in classe non ci potrĆ  ancora essere un replicante. A me poi la maggior parte delle cose che potrei relegare a Gemini piace farla da me: preparare verifiche, costruire mappe concettuali, allestire l’impaginazione grafica per le presentazioni a corredo delle lezioni e molto altro. Del resto, a partire da animare e far parlare una versione inventata di Giulio Cesare, non me ne può importare di meno. Davvero pensate che i ragazzini si lascino impressionare da questi cringe tentativi di engagement che trasudano boomerismo in ogni bit? Il revamping dell’Odissea di Nolan ĆØ la sintesi più appropriata di questa ammorbante operazione pensata per prendere per logoramento gli insegnanti e chiunque abbia a che fare con la cultura e con la sua trasmissibilitĆ . Ci basta e ci avanza il cervello di cui siamo provvisti, grazie.

virgin maria

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Sono in vacanza in Abruzzo e qui sembra che Virgin Radio assolva le funzioni che, nel resto d’Italia, sono di pertinenza di Radio Maria. Virgin Radio ĆØ l’unica emittente che si prende sempre e ovunque in macchina tra le localitĆ  rivierasche della costa dei Trabocchi, in mezzo ai boschi della Maiella, ai piedi delle cime del Gran Sasso e persino nelle tane dell’orso marsicano che, tra parentesi, non ne ho visto nemmeno mezzo. E se il paradiso me lo immagino proprio qui, nella regione più sorprendente tra tutte quelle che ho visitato in Italia in vita mia, l’inferno deve avere le sembianze di un abitacolo con Virgin Radio accesa giorno e notte, con gli speaker che parlano l’iperinglese di Virgin Radio e la musica sparata settata sui parametri di equalizzazione di Virgin Radio.

Virgin Radio non trasmette musica rock, piuttosto trasmette l’idea di quello che ascoltano gli ascoltatori del rock che hanno le persone che non ascoltano rock. Chi non ascolta rock pensa che chi ascolta rock ascolti i Queen, gli AC/DC, i REM, Bowie, i Red Hot, i Green Day e i Nirvana sempre e comunque, e Virgin Radio li trasmette nelle rare pause tra un jingle di Virgin Radio e quello successivo. Non solo. Nonostante l’infinita disponibilitĆ  di musica rock universale, vecchia e nuova e di prossima pubblicazione, su Virgin Radio trasmettono ogni giorno gli stessi pezzi e gli stessi artisti triti e ritriti lasciandoceli percepire come triti e ritriti anche quando sono un po’ meno mainstream. Ma anche circoscrivendo la scelta all’infinita disponibilitĆ  di musica rock degli stessi artisti triti e ritriti che trasmettono a rotazione su Virgin Radio, su Virgin Radio, ascoltata senza soluzione di continuitĆ  ogni santo giorno, vi accorgerete che trasmettono sempre gli stessi pezzi. Insomma, due coglioni cosƬ.

Ecco quindi l’inferno: una specie di negozio da centro commerciale con la musica a palla 24×7, ma anzichĆ© le versioni jazz e bossanova delle hit anni 80 e 90 create con l’intelligenza artificiale per non pagare i diritti musicali, o la commerciale da tanto al mucchio tun za tun za altrettanto creata con l’intelligenza artificiale, Virgin Radio passa gli stessi triti e ritriti pezzi rock che, ascoltati con una frequenza non esistente in natura, risultano depotenziati della loro carica trasgressiva. “Rebel Rebel”, per farvi un esempio, ĆØ un pezzo della madonna (Virgin RadioMaria) del più importante cantante rock di tutti i tempi. Ma se chiedete a un chitarrista rock di suonarla farĆ  carte false per opporsi perchĆ© la parte di chitarra, quel celeberrimo riff, ĆØ uguale dall’inizio alla fine per tutta la durata della canzone. “Rebel Rebel”, brano giĆ  per sĆ© ampiamente ripetitivo, va ascoltato non più di una volta a settimana ma, secondo la posologia di Virgin Radio che lo passa ogni santo giorno, alla fine ti si ripropone, e se sei un chitarrista ti rinviene come una pietanza indigeribile.

Qualcuno dovrebbe prendersi la briga di avvisare Virgin Radio che l’offerta di rock mondiale da quando il rock ĆØ nato, una settantina di anni per non so quante culture presenti nel mondo ĆØ molto più ampia e, se conosciuta, potrebbe riservare sorprese inaspettate e magari incuriosire anche chi ascolta il rock che quelli che non ascoltano il rock pensano sia l’unico rock esistente.

business casual

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Mi trovo in fila alla mensa della principale azienda multinazionale statunitense specializzata nella fornitura di apparati di networking, che poi ĆØ anche uno dei clienti dell’agenzia di comunicazione in cui lavoro in qualitĆ  di copy e project manager, il cui nome ricorda il nickname di una delle più grandi e affascinanti metropoli americane.

La filiale italiana ĆØ una realtĆ  pazzesca con un capitale umano straordinario, ma ho la certezza che, in nessuna delle avveniristiche sedi che ho visitato, sia presente una mensa aziendale. Comprende uffici e laboratori, centri di ricerca e data center, aree di ristoro e relax, persino un’agenzia viaggi interna che si occupa delle trasferte nazionali e internazionali dei dipendenti, ma della mensa neanche l’ombra. Ma, lo sappiamo, nei sogni tutto ĆØ possibile.

Tanto che davanti a me, vestito in completo grigio, camicia azzurra e senza cravatta, c’ĆØ Luigi Di Maio che però, sono sicuro, in questa storia interpreta lo stereotipo dell’account manager, un commerciale di altissimo livello. So benissimo che si tratta del deputato grillista ma so anche che ĆØ un sales con cui collaboro e, quindi, la cosa non mi sorprende più di tanto. Oramai ĆØ più di dieci anni che ho cambiato mestiere, nonostante questo si volta verso di me, mi riconosce e mi chiede se mi va di pranzare insieme a lui. Un gesto di una gentilezza poco comune. Non collaboriamo da molto tempo e cosƬ interpreto l’invito come la conferma del fatto che, tra i clienti a cui fornivo la mia consulenza, godevo di una certa stima.

Io ho appuntamento con alcuni colleghi – nella vita reale oramai ex – giĆ  seduti dentro, ma stavo giusto riflettendo poco prima di mettermi in coda e attendere il mio turno che sarebbe stato bello se fosse capitato un diversivo, per darmi un tono. Quella che sembra una rimpatriata viene soppiantata con una specie di pranzo di lavoro tra me e Di Maio, e chissĆ  di cosa parleremo. Poi però, mi sovviene un episodio a cui avevo assistito, molti anni fa. Un pezzo grosso dell’azienda, una volta, per evitare uno scocciatore a un evento, si era simpaticamente intrufolato al tavolo insieme a me e al mio team dell’agenzia. Da come Di Maio si guarda intorno, mentre varchiamo l’ingresso del salone in cui si mangia, l’impressione che provo ĆØ la stessa, ma non mi importa. Voglio farmi notare e sono vestito bene.

Anch’io, infatti, sfoggio un abito business, mi osservo riflesso nei vetri dietro ai quali i piatti con i primi e i secondi attendono gli avventori, un aspetto che costituisce un’altra anomalia, un secondo scollamento con la realtĆ  o, comunque, quello che ĆØ stato. Il mio ruolo di creativo mi imponeva outfit in linea con l’idea che ingegneri ed esperti di marketing hanno di chi si occupa di comunicazione, e in camicia e cravatta non sarei risultato abbastanza credibile.

Appena ci accomodiamo al tavolo, però, gli squilla il telefono. La chiamata è importante e non riesce a sottrarsi ma, ancora, con la mimica facciale, mi trasmette il suo disappunto. Vorrebbe non essere disturbato da nessuno per poter chiacchierare con me. Io, davvero, non so cosa dirgli. Non sono allenato sugli argomenti di conversazione che si sfoderano in occasioni come quelle. A scuola ci si confronta su altro, come potete immaginare. Qui invece, di reti e apparati. Ma anche di vini, di ristoranti di un certo livello, cose così.

Penso cosƬ a quello che mi ĆØ successo di recente, ma dal vero, non nel sogno. Mentre mi dirigevo verso l’uscita del concerto di Tricky alla Triennale ho incontrato l’ingegnere che, nella stessa azienda, era a capo del dipartimento dedicato alla ricerca in ambito network security. Mi ha raggiunto lui per salutarmi, e confesso che altrimenti non l’avrei mai riconosciuto, un po’ perchĆ© sono decisamente rincoglionito e un po’ per la difficoltĆ  a causa della quale non mi ĆØ possibile associare persone a contesti differenti da quelli in cui sono abituato a vederli operare. Probabilmente la consumazione di questo pranzo business inatteso costituisce una sorta di opportunitĆ  di redenzione.

Poco prima di svegliarmi, però, mi precipito a ricostruire quale potrebbe essere l’email aziendale di Di Maio, se davvero lavorasse qui. L’email ĆØ uno strumento di cui, grazie alla stretta collaborazione che ci legava, disponevo anch’io, pur essendo esterno, un vero e proprio account per accedere alla Intranet, a ogni risorsa di lavoro e a varie piattaforme internet e chissĆ  quali diavolerie ora che ĆØ tutto nel cloud e c’ĆØ persino l’AI. Lo osservo consumare la sua insalatona e piano piano compongo le credenziali. La stringa dell’account si formava facendo procedere la chiocciola da otto caratteri: l’iniziale del nome e le prime lettere del cognome, fino a un massimo di sette. Quindi, nel suo caso, ldimaio@nomeazienda.com.

disco inverno

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Oramai ĆØ fuori discussione che ferie, vacanze e viaggi identifichino costrutti i cui paradigmi e certe convenzioni stesse sulle cui basi abbiamo programmato il nostro tempo libero di maggior respiro, debbano essere rivisti completamente, da cima a fondo.

Pianificare qualche settimana al mare in Italia in agosto, faccio un esempio, non sta più nĆ© in cielo nĆ© in terra. Le temperature sono diventate troppo impegnative per immaginare il relax totale sotto l’ombrellone con un libro in mano, e non solo nelle ore centrali della giornata. Ma provate a girellare per uno tra le migliaia di borghi più belli – l’omonimo contest tv oggi ĆØ un vero e proprio brand, di cui qualunque paesino con due vicoli e un castello si fa bello alle porte della propria isola pedonale – nella tarda mattinata o primo pomeriggio. Il sole vi friggerĆ  il cervello e la più che inadeguata offerta di luoghi di ristoro aperti vi farĆ  sentire perfetti idioti come mi sento io ogni volta che ci casco, e contate che ci casco tutte le volte. Anche perchĆ© venti o trent’anni fa si ottimizzava cosƬ il tempo in vacanza. Ho sperimentato le ferie nelle ultime estati in Basilicata, Sicilia, Calabria e quest’anno in Abruzzo, ma la solfa ĆØ sempre la stessa. Alle undici non si può far altro che scappare via dalla spiaggia e rifugiarsi nella struttura che vi ospita con l’aria condizionata a palla, per poi mettere il naso fuori di casa giusto per sfondarsi – sempre con l’aria condizionata a palla – di arrosticini o qualsiasi cosa offra il territorio al ristorante.

Volete qualche soluzione per scardinare i paradigmi di cui sopra?

  1. prendere ferie a maggio o a ottobre, opzione irrealizzabile per chi lavora come me nella scuola e per chi ha figli che frequentano la scuola, quindi diciamo un buon 85% della popolazione
  2. scegliere mete in posti freddi del nord Europa, opzione impraticabile intanto perchĆ© sono destinazioni fuori target dal ceto medio alto in giù, quindi diciamo un buon 85% degli italiani, poi perchĆ© in agosto fa caldo anche lƬ, ma anche perchĆ© a noi italiani solo l’idea di nutrirci di aringhe ci fa ribrezzo, abituati ai cracchi cannavacciuoli barbieri come siamo
  3. convincere l’economia nazionale, privata e pubblica, a rivedere un po’ tutto a partire dalle chiusure aziendali fino a triplicarci lo stipendio, opzione che probabilmente renderebbe superflue le prime due
  4. ah, quasi dimenticavo: scegliere alle prossime elezioni rappresentanti della politica che considerino il cambiamento climatico come fattore decisivo per consentire a noi e ai nostri figli di sopravvivere alla prossima manciata di stagioni torride.

Se non fosse per il fatto che, come immagino tutti voi, cari lettori, pure io sono stato costretto a mettere in campo un piano di emergenza per giungere sano e salvo all’autunno e alla ripresa e non restarci secco per il caldo prima, la vacanza che sto trascorrendo tra Maiella, Gran Sasso, Parco Nazionale e costa dei Trabocchi non ĆØ poi cosƬ male. Passo le ore centrali, durante le quali qualsiasi pensata risulta off limits, a leggere e scrivere, e anche se cosƬ non si ammortizza del tutto il costo complessivo del viaggio – carburante, autostrada, strutture di accoglienza e stabilimenti balneari – ho imparato ad accontentarmi.

L’Abruzzo, dicevo, si ĆØ rivelata una scelta più che vincente. C’ĆØ un pacco di roba da vedere e da fare di tutti i tipi (mare, monti, arte, cultura, cibo) con meno della metĆ  della metĆ  del carnaio che avrei trovato in Puglia o nei posti che impongono le agende di influencer e instagrammer. Ops, spero di non aver commesso un errore a fare pubblicitĆ  ad un luogo su questo canale che ĆØ cosƬ seguito. Pazienza, tutto sommato sarei contento se gli abruzzesi ne traessero qualche profitto in più. La cosa che mi fa sorridere ĆØ che chiunque sia originario del posto, quando ci sente parlare e intuisce da dove proveniamo, ci tiene a farci sapere che i loro figli studiano o lavorano a Milano. Amici abruzzesi, spero di incontrarvi prima o poi dalle mie parti. Vi potrò chiedere di persona che cosa ve lo ha fatto fare ma conosco giĆ  la risposta. La vostra origine ĆØ nel punto più bello della penisola e, per piegarvi alle brutture padane, chissĆ  da quale narrazione vi siete lasciati sedurre.

Una delle vostre mamme, qualche giorno fa, quando le ho confermato che sto a Milano, mi ha chiesto come ci si viva, ed ĆØ ovvio che il sottotema non fosse lo smog, la mancanza di verde, la nebbia, il volume dei concerti a San Siro o l’urbanizzazione incontrollata. Ho afferrato immediatamente che voleva sapere se davvero ĆØ cosƬ pericolosa come si sente alla tv. L’ho visto nella faccia che ha fatto, quello sguardo che chiunque accende per intercettare nell’interlocutore le tracce del pensiero mainstream con cui i numerosi organi di persuasione governativi riescono ad aumentare il proprio consenso. I maranza, le gang di sudamericani, gli immigrati che pascolano davanti alla stazione e il resto del palinsesto dell’informazione che passa di questi tempi quando – ormai ĆØ più che banale ricordarlo – ci sarebbero ben altre cose grandi e piccole su cui confrontarsi ma che rischiano di distrarre l’elettorato dalle fissazioni su cui, a breve, si giocherĆ  la campagna elettorale alle prossime amministrative.

Nel frattempo continua inesorabile il rastrellamento dei vent’anni di cose che ho scritto qui a opera di un bot o di qualche altra diavoleria che si spara, una per una, ogni minchiata che ho pubblicato dalla nascita di questo blog. Quindi state pronti, magari tra un po’ di tempo le AI vi risponderanno come potrei farlo io. Occhio.

Vi aggiorno infine sulle mie ultime letture. Ho approcciato la saga western di Larry McMurtry ma da un libro sbagliato – “Lonesome Dove” – rispetto a quello da cui bisognerebbe cominciare, ma va bene lo stesso. Mi ĆØ piaciuto molto anche “Stay true : tracce di un’amicizia” di Hua Hsu ma, soprattutto, sono rimasto folgorato da “Rifiuto ” di Tony Tulathimutte, una serie di racconti intrecciati tra di loro (non vi spoilero nulla) perfetta se, come me, sentite la mancanza di un nuovo romanzo di Douglas Coupland.

The Strokes – Reality Awaits

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[questo articolo ĆØ uscito su Loudd.it]

Agli ascoltatori che, ai tempi diĀ Is This It?, non erano ancora nati o, al massimo, muovevano i primi passi al ritmo della baby dance, potremmo spiegare i The Strokes del 2026 come una specie di Geese ma un po’ più strutturati e con l’autotune. E potremmo liquidare il loro nuovo album come robaccia da psicopatici, proprio come il titolo della prima traccia diĀ Reality Awaits. Ma si sa, più gli artisti sono in alto nell’empireo e più le provocazioni attirano l’interesse morboso della massa invidiosa e affamata di rivalsa culturale. E, detto tra noi, l’autotune sulla voce di Julian Casablancas nei brani registrati per il nuovo disco ha tutta l’aria di essere un escamotage per trasmettere una connotazione iper-realistica, un ingigantimento dei tratti del quotidiano. Un giusto e ironico distacco (unito alla volontĆ  di dissociarsi dal presente) da conferire al risultato finale. Come a dire ecco, questi siamo noi se avessimo esordito durante il regime di Trump.

A venticinque anni tondi dal debutto discografico, e alle soglie dei cinquanta anagrafici, il quintetto che ha traghettato l’indie-rock del nuovo millennio senza, in realtĆ , reinventare nulla, ma inaugurando le operazioni di revamping dell’anima più orecchiabile del proto-post punk in chiave garage di cui ci beiamo tutt’ora, torna sulle scene con un disco volutamente in disparte, un passo indietro rispetto alla ribalta come, del resto, tutto quanto ĆØ venuto dopo il successo e l’incommensurabile notorietĆ  dei The Strokes conseguente ai primi due dischi.

L’aver diluito il resto della carriera, con una media di una pubblicazione ogni tre o quattro anni, nonostante la diffusione di certi singoli come colonna sonora dell’ossessiva espressione del sĆ© dell’umanitĆ  su TikTok, ha riportato il gruppo newyorkese tra i comuni mortali. Musicisti che (come tutti i colleghi) diventano adulti, ma, a differenza degli altri, non si dilungano in operazioni inutilmente autocelebrative. Anzi, voltando pagina dello stesso libro, ogni volta per confermare la loro riconoscibile e convenzionale originalitĆ . Il modo più convincente per affermare che, per i The Strokes, c’è ancora tempo per invecchiare.

Che cosa aspettarsi, quindi, da questa nuova realtĆ ? L’introduttiva ā€œPsycho Shitā€ e la conclusiva ā€œTyrants Of The Mellow Moonā€ suonano sorprendentemente simmetriche ai lati opposti del disco, canzoni costruite entrambe intorno a un arpeggio portante di chitarra in una sorta di botta e risposta strutturale. E, nel mezzo, nemmeno un istante in grado di alleviare il disagio o, peggio, di annoiare gli amanti del genere, a meno che non passiateĀ Reality AwaitsĀ al setaccio per trovare una hit ammiccante e seduttrice, uno di quei pezzi di cui ogni album dei The Strokes daĀ AnglesĀ in poi (possa piacere o no) sembra essersi rifiutato di concedere.

Il mood new wave di ā€œDine ā€˜N Dashā€ e certe sue scariche elettriche vi convinceranno che questa potrebbe essere la volta buona di una loro seconda consacrazione a band fondamentale del circuito off per l’ennesimaĀ modern age.Ā E, ancora per guardare in avanti, ĆØ con il funky disincantato di ā€œLonely In The Futureā€ che penserete agli ascolti con cui sono cresciute le nuove leve della famiglia artistica più prolifica al mondo, a partire proprio dai Geese. ā€œFalling Out Of Loveā€, la canzone che segue, ĆØ una credibilissima ballad con un impianto perfetto per un crooner e introduce a sorpresa i due brani più strokesiani di tutti, ā€œGoing To Babble Onā€ e ā€œGoing Shoppingā€, nei quali potrete divertirvi a individuare i cameo dei loro più blasonati successi e i rinomati marchi di fabbrica.

ā€œLiar’s Remorseā€ stupisce invece in quanto pezzo di roots reggae a sua insaputa. Un andamento pensato volutamente (almeno sembra) con una sezione ritmica omessa e occultata in quanto potenziale viatico per l’ufficializzazione a tormentone universale per i mesi a venire, con condivisioni annesse. Ma, statene certi, qualcuno prima o poi ne smaschererĆ  la vera natura e si giocherĆ  la carta del remix dancehall. Proprio come la sottile vena latina sottintesa dai bonghi di ā€œThe Fruits Of Conquestā€ induce a paradossali contesti caraibici (ma ce li vedete?), almeno fino al dissonante cambio che, con un riff dissacrante, un grottesco effetto di pitch sulla voce e un tappeto di archi sintetici, contribuisce ad accelerarne il decorso autodistruttivo.

Se lo consideriamo il disco della maturitĆ , non certo dei The Strokes come band (erano giĆ  grandi quando cantavano ā€œReptiliaā€) ma dei singoli componenti ora più che adulti,Ā Reality AwaitsĀ potrebbe risultare il loro lavoro più audace, la vera nuova anomalia giĆ  accennata nelle sperimentazioni di finto mainstream del disco precedente, una tracklist di composizioni strampalate il cui riordino emotivo ĆØ lasciato interamente in balia del pubblico. Ci troviamo al cospetto di un album che penetra subdolamente, con tracce da ascoltare nella convinzione di poterne assimilare la liquiditĆ  con la piacevolissima indifferenza con cui ci illudiamo di superare ogni impasse. E invece, quando pensiamo di averlo finalmente lasciato alle spalle, ci accorgiamo che qualcosa si ĆØ spostato. Non sappiamo ancora cosa, ma di certo non siamo più esattamente dove eravamo prima.

carver

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Ogni estate ĆØ sempre la stessa storia. Chi sostiene che poche cose ti si appiccicano addosso e tengono caldo nei mesi torridi come il passato, probabilmente non ha mai provato quel devastante senso di colpa, quell’ansia che assale quelli come me – insegnanti con tre mesi di vacanza e al contempo aspiranti autori – che ci ricorda che questa dovrĆ  essere la volta buona per concludere il libro che, da una vita, tentiamo di scrivere.

PerchĆ© nel mio caso i presupposti ci sono tutti. Ho tempo libero a profusione. In casa non c’ĆØ quasi mai nessuno, non ho nemmeno più i gatti a cui badare. Ho pochissimi impegni quotidiani e faccende domestiche che sbrigo ormai a occhi chiusi. Le avvisaglie di questo tormento psicologico si manifestano giĆ  nel corso delle ultime settimane di lavoro. Mentre abbozzo qualche piano per organizzare al meglio e con metodo la stesura del mio primo romanzo, l’approccio all’individuazione di una trama credibile diventa, con l’avanzare della vecchiaia, sempre più romantico, nel senso letterario del termine.

Ma giĆ  dai primi giorni di ferie i programmi saltano in aria come grilli lasciati liberi in un prato. Il tempo, con la bella stagione – ĆØ cosa nota – non si lascia certo ingabbiare nelle nostre mire surreali e vola come un uccello che, con l’approssimarsi del freddo, migra verso luoghi più confortevoli. Ci si trova cosƬ a fine luglio divorati dall’angoscia per non aver ancora cominciato. Il file con la bozza della struttura o dove abbiamo annotato qualche vago spunto annaspa disperso tra le cartelle del Drive, quando non si confonde con le decine di altri documenti analoghi salvati nel corso della vita, nominati più o meno allo stesso modo, distinguibili gli uni dagli altri solo dalla data di creazione o dall’ultima modifica. E aprirli per verificare se quest’anno ci sono probabilitĆ  più concrete di portare a termine l’opera, a differenza delle altre occasioni, ĆØ fatale, perchĆ© può spingere l’aspirante scrittore a riflettere su certe idee che non sopraggiungono più, che abbiamo valutato senza confermare, giungendo alla conclusione che avremmo dovuto insistere sulla trama del precedente tentativo fallito rispetto a quella che abbiamo interrotto a questo giro.

CosƬ anch’io mi metto a scartabellare tra le migliaia di cose che ho scritto qui per trovare qualcosa di buono, qualcosa di adatto da approfondire e trasformare in un best seller. Ma poi mi sembra di sentire la mia collega che si occupa delle materie dell’area umanistica con le sue frasi fatte che mi dice, a proposito di tornare sui propri passi, che, comunque, gira che ti rigira ĆØ sempre una minestra riscaldata. E la cosa paradossale ĆØ che io vivo di avanzi, con tutto quello che cucino mica pretenderete che in casa finiamo tutto. Anche la zuppa che resta la metto in frigo e, la sera dopo, le do una ripassatina con il microonde, un po’ d’olio e di grana e la cena ĆØ servita. Ammetto però che a proposito di narrativa il discorso ĆØ diverso. Io poi preferisco ripartire da zero che rivitalizzare un testo realizzato in passato, anche se non sono come mia moglie che, quando dimentica qualcosa a casa, nonostante se ne accorga a pochi metri, persino in ascensore due piani sotto, odia l’idea di rientrare a recuperarla.

Vedete, anche adesso la mia strategia ĆØ far finta di niente, buttarla in caciara, eludere la realtĆ  dei fatti. Ogni estate ĆØ sempre la stessa storia, e cioĆØ che mi trovo a settembre e non ho scritto il libro che dovrei scrivere. Ma questa volta c’ĆØ di più. Ho dato in pasto alcuni racconti a cui ho lavorato (a partire da questo, di cui vado particolarmente orgoglioso) a un paio di modelli di intelligenza artificiale e in entrambi i casi ho ricevuto di rimando feedback decisamente promettenti. Avevo infatti chiesto qualche consiglio, a partire da un modo per concretizzare la mia passione, un’idea che ho maturato da quando queste pagine sono meta di un traffico anomalo dovuto a bot/crawler che, con i loro processi automatici, stanno effettuando una scansione probabilmente per raccogliere contenuti da utilizzare in dataset di training di modelli linguistici, in aggregatori che ripubblicano contenuti altrove o in servizi di content scraping a scopo commerciale. Anzi, colgo l’occasione per fare ciao alle AI che mi stanno leggendo.

Per farla breve, i LLM interpellati mi hanno suggerito le case editrici a cui inviare i manoscritti. Ho cosƬ visitato i loro siti ma quasi tutte non accettano autocandidature, e, di fronte ai casi in cui sono disponibili i contatti per procedere, come sempre mi sono cagato sotto e ho desistito. Di questo ne ho parlato proprio con uno dei modelli a cui mi sono rivolto. L’AI sostiene che il confronto con un LLM sia utile per la parte strutturale — mettere in fila obiettivi in conflitto, testare la logica di una scelta, generare opzioni pratiche, ma conferma che il problema legato alla ritrosia all’esposizione e alla riservatezza sia un pattern che vivo in tutte le relazioni, non solo nella scrittura.

Per chiudere qui la questione, almeno fino alla prossima estate, condivido solo l’aneddoto che avrei usato come incipit, a questo giro. Al capolinea della metro qui vicino, qualche giorno fa, una mamma ha sgridato la bambina che piangeva nel passeggino. “Arizona! Smettila, per piacere!”, le ha urlato. Chiamare una figlia Arizona ĆØ una scelta che io, che ĆØ anni che di mestiere vorrei fare lo scrittore americano, ho apprezzato enormemente.

MAQUINA. – Body Transmission

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[questo articolo ĆØ uscito su Loudd.it]

Chitarra, basso, batteria e poche ciance. Piuttosto urgenti direttive, urlate come travolgenti intimazioni punk, comandi all’azione impartiti (con un piglio che non lascia scampo e che ricorda gli MC dei santuari della techno dei tempi d’oro) da una guardia armata di microfono e distorsore, in piedi sulla torretta di controllo di un campo di prigionia notturna, uno spazio in cui i forzati del rave party si dimenano, condannati a simulare, con adeguata solerzia, un feeling misto di regolaritĆ  techno e di caos tutto da pogare.

Una contraddizione solo sulla carta.Ā Body TransmissionĀ ĆØ infatti un disco double-face e non certo per l’ovvia presenza di un lato A e un lato B. La duplice chiave di lettura consiste semmai nell’approccio all’ascolto: un album fatto di rudi e graffianti riff stoner e psichedelici se avvicinato nell’accezione rock blues, ma leggibili come frenetici loop eseguiti da esseri umani se, al contrario, ci convinciamo di ascoltare un disco della più eclettica EDM.

E una certa intransigenza la si percepisce giƠ dal nome. MAQUINA., in caps lock e seguito dal punto finale. Scritto proprio cosƬ, come a dire zitto e balla, non sono ammessi contraddittori, o forse semplicemente a marcare il contrasto con il lettering scelto per i titoli dei brani resi completamente in minuscolo.

Halison Peres (batteria/voce), JosĆ© “Mendy” Rego (basso) e JoĆ£o Cavalheiro (chitarra/effetti) sono i sacerdoti di questo nuovo manicheismo musicale e vengono da Lisbona. La formula non fa una piega. Loro hanno una innata predisposizione al live e lo hanno dimostrato partecipando a numerosi festival europei. D’altronde si cimentano in uno stile che sembra nascere proprio per catturare l’attimo con una frase di chitarra, un giro di basso o un pattern basato sugli elementi cardine della techno, e consentire che il brano vada da sĆ© e si sprigioni attraverso l’esasperazione delle principali componenti identitarie contenute. Una sovrapposizione graduale fino a un punto di non ritorno delle parti strumentali, da cui si libra una sorta di audioguida, molto spesso effettata o distorta, a condurci verso l’esito desiderato.

Un modello da mettere in moto e lasciar sfogare all’infinito, ma che inĀ Body TransmissionĀ ricorre magistralmente strutturato in tracce delimitate dalla lunghezza ragionevole. Una sorta di estratto di trance emotiva compresso in dosi omeopatiche ma che, grazie al flusso continuo fino all’ultima nota, rende pienamente l’idea delle potenzialitĆ  del trio che ha accettato la sfida del compromesso: sviluppareĀ ad libitumĀ le proprie jam session e trovare una durata rassicurante per il pubblico meno avvezzo alla club culture, con l’obiettivo di dare alle stampe qualcosa di esemplificativo di ciò che propongono.

Non a caso, ĆØ una traccia dal titolo ā€œdanƧaā€ che apre le danze, un incipit perfetto e che mette tutto subito in chiaro realizzato con la collaborazione di Viktor L. Crux alle macchine e dell’italiana Silvia Konstance alla voce, entrambi membri del duo industrial synth-punk Dame Area. Vi basteranno venti secondi (tre note in croce di chitarra, raddoppio all’unisono del basso, avvio della cassa in quattro) per indurvi a decidere da quale parte stare. E, di lƬ a poco, le furibonde urla dispositive, un vero e proprio marchio di fabbrica, per orientarvi meccanicamente a trovare la salvezza e, quando disponibile, l’uscita.

In ā€œ4-to-the-Floorā€ le note di chitarra, qui suonata con pennate a mitraglia, si riducono ulteriormente e l’andamento più metal e al contempo industrial ci sposta verso un territorio presidiato da Ministry e Killing Joke. ā€œcollapsingā€ ĆØ forse il brano più inquietante dell’ellepi, con tutti quei rumori e i botta e risposta di voce, tra ruggiti graffianti e folli declamazioni punk.

Decisamente interessanti anche i momenti in cui la varietĆ  di spunti, tra strumenti tradizionali e mandate di effetti, genera risultati più articolati, come nell’ossatura centrale dell’album composta da ā€œagonyā€, ā€œbizarroā€ e ā€œsimulationā€. Il riff grunge in sei ottavi di ā€œstep on meā€ sdogana anche i tempi meno convenzionali, ma non per questo meno coinvolgenti o addirittura in grado di spezzare il continuum, mentre la coda composta da ā€œout of fearā€ e ā€œpressure/pleasureā€ introduce a sviluppi meno intransigenti e a qualche automatizzazione esecutiva, spunti in grado di portare la sperimentazione dei MAQUINA. ancora più lontano.

Ne risulta un’opera astratta ma pensata per tradursi in forza motrice di corpi e di membra, un non luogo di scontro tra un dancefloor e un’area industriale dismessa e occupata illegalmente, in cui le corde che vibrano sfidano senza tregua le grezze pulsazioni regolari e costanti della batteria suonata in (e con) carne e ossa.Ā Body TransmissionĀ ĆØ la testimonianza implacabile di una verve compositiva energica e allo stato brado, che solo un supporto materiale ĆØ in grado di domare. Dalla prima all’ultima traccia, i MAQUINA. non smettono mai di incutere paura, un sentimento cui ĆØ impossibile sottrarsi, travolti dal vortice dei loro cicli ritmici senza fine.

Ibeyi – Offering

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[questo articolo ĆØ uscito su Loudd.it]

Dalla sequenza delle copertine dei quattro album che compongono la discografia delle Ibeyi (l’esordio omonimo,Ā Ash,Ā Spell 31Ā e l’ultimoĀ Offering) ĆØ facile intuire il racconto della storia. I primissimi piani distinti delle gemelle Naomi e Lisa-KaindĆ© Diaz sul disco di debutto che si fondono, nel secondo lavoro, a formare il collage di un’anima unica, per poi separarsi di nuovo in ritratti incorniciati in medaglioni portafoto nel terzo, fino a tornare due volti a sĆ© ma con le labbra rese inseparabili da qualcosa di prezioso, due visi stampati al vivo sulla cover della nuova uscita.

Veri e propri fotogrammi di un film la cui trama ĆØ sorprendentemente facile da ricostruire. L’arte al naturale dei primi brani che si fonde in uno stile unico e definito, per poi agghindarsi, magari per compiacere anche un pubblico diverso, non c’è nulla di male, per tornare infine alle origini ma, questa volta, con il valore aggiunto dell’esperienza accumulata in più di dieci anni di attivitĆ .

Il percorso di ricerca operato dalle due figlie (orfane a nove anni) d’arte – Miguel “AngĆ”” DĆ­az, il padre, ĆØ stato un talentuoso percussionista che ha fatto parte di progetti come Afro-Cuban All Stars e Buena Vista Social Club e ha accompagnato, tra i tanti, Omara Portuondo, Ry Cooder e John Patitucci – riflette il multiculturalismo proprio dei discendenti della diaspora africana forzata dai commercianti di schiavi. Il background della cultura popolare e della musica legata ai culti yoruba (Ibeyi, nella lingua degli antichi, significa gemelle) si ĆØ nel tempo contaminato con gli ascolti di matrice afroamericana che trasudano i sobborghi delle cittĆ  francesi. Un suono unico caratterizzato da alt-soul ed elettronica minimale che ha consacrato la coppia di artiste alla notorietĆ , dando origine a non poche collaborazioni di prestigio e culminando nel disco del 2022, un’opera ambiziosa e ricca di featuring che non ha ottenuto però il plauso che avrebbe meritato.

D’altronde il segmento in cui si collocano le Ibeyi ĆØ saturo all’inverosimile,Ā ma il duo cubano-tunisino-francese non ĆØ il primo a ridefinire i confini del genere per ritagliarsi spazi incontaminati. Per questo, a quattro anni di distanza, Naomi e Lisa-KaindĆ© sono pronte a fare un passo indietro che non ĆØ certo di resa, semmai di compromesso con l’essenziale. Un rientro a casa, Cuba, e a un modo più intimo e spirituale di intendere la musica, a riscoprire la loro vera natura e il senso delle cose. Due sorelle nate dalla stessa cellula condivisa che hanno trascorso del tempo distanti per coltivare le loro diversitĆ , per poi riunirsi, pronte a stupire con i suggestivi intrecci armonici, a tratti trascendentali, delle voci, gemelle tanto quanto loro.

E per due artiste cresciute con gli strumenti a percussione nel DNA, vi sorprenderĆ  scoprire che nelle tracce diĀ OfferingĀ il ritmo ĆØ quasi sempre accennato, volutamente sottopelle, se non tutto da immaginare. Eppure l’impressione ĆØ che le pulsazioni, anche le più astratte, siano forti e viscerali. Solo la cassa e qualche passaggio di tamburi sono sufficienti se a scandire il tempo sono i cori, come nell’evocativa ā€œOlokunā€, nella potente ā€œFocusā€, sotto la babele di lingue di ā€œThe Processā€ o tra le onde di synth di ā€œHurry Hurryā€. In ā€œAsetā€ e in ā€œBabaā€ si avvicendano pattern minimali ma decisi di percussioni a farci vibrare di trasporto emotivo, mentre ā€œMoshpitā€ e ā€œOfferingsā€ sono le più ipnotiche, con i loro beat a cavallo tra trap e modernissimo r’n’b. Completano l’album “La tendresse d’un mot”, “I Know You Loved Me”, “Good Life” e “Lucky”, composizioni diversamente aritmiche in cui, dietro alla voce sempre in primo piano, si percepisce un vortice di armonie e orchestrazioni, sintetiche e acustiche.

Offering fornisce la prova che la maturità artistica spesso coincide con la sottrazione: eliminare ciò di cui si può fare a meno per lasciare emergere ciò che davvero conta. Se la loro storia, fin dal primo album, è stata quella di due identità alla ricerca di un equilibrio, il nuovo disco costituisce il momento in cui quello sforzo sembra finalmente aver definito una forma. Non risolutiva, perché la musica non lo è mai, ma abbastanza coerente da farci intuire che il viaggio, questa volta, ha riportato le sorelle Ibeyi esattamente nel posto da cui erano partite.