buon viaggio

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Mai mi sarei immaginato che la canzone più adatta alla situazione la potesse proporre Denis. Intanto perché fino ad allora, quando era stato il suo turno di fare il dj, mi aveva steso con la peggio trap, talvolta in rumeno e talaltra in un italiano stentato cantato da rumeni. Per non parlare di un certo reggaeton da Eurovision Song Contest con quell’inconfondibile flavour da ex repubbliche sovietiche lasciate in balia del capitalismo più sfrenato o, il punto più infimo, un certo Artie 5ive (scritto così) e il suo concentrato di doppi sensi, anzi, di sensi unici fin troppo espliciti della hit “La gattina”.

Invece Denis, a pochi minuti dall’ultima campanella, quella definitiva, quella a mai più rivederci, buona fortuna nel buco nero della scuola secondaria di primo grado e nei docenti che la popolano, ha lasciato di stucco tutti, almeno me, con un vero colpo da maestro.

Intanto il cantante, Cesare Cremonini, che di tutta la monnezza poppettosa e italomerda è uno dei più raffinati. La canzone, poi, non è certo l’ultima arrivata. Risale al 2015 quindi, di sicuro, c’è lo zampino dei genitori, una coppia che adoro e che è perfettamente riconducibile a tutti gli stereotipi che circolano da noi sui maschi rumeni e sulle loro consorti.

Infine il testo e il suo senso, il che significa che Denis l’italiano lo capisce alla perfezione – magari anche grazie a noi maestri – e che è perfettamente in grado di mettere in collegamento gli input che lo investono in una lingua che, a casa, non si pratica con assiduità.

E vi assicuro che non avevo mai fatto caso alla canzone fino all’ultimo giorno di scuola, fino a quando Denis l’ha chiesta espressamente come sigla di chiusura di tutto il nostro percorso – altro che “Just Like Heaven” come pensavo io – se non per il video realizzato con la telecamera 360 e quell’effetto assurdo che, ai tempi dell’AI e dei deepfake, sembra davvero una clip realizzata a Croda dai Gemelli Ruggeri, se siete anziani come il sottoscritto avrete capito cosa intendo. Non avevo mai colto appieno il significato del testo, il valore di parole come

Coraggio, lasciare tutto indietro e andare
Partire per ricominciare
Che non c’è niente di più vero di un miraggio
E per quanta strada ancora c’è da fare
Amerai il finale

che, se le avessi lette prima, mi avrebbero fatto inorridire per la loro insulsa melensaggine.

Eppure, vedete, anche una cagata pazzesca come una canzone di Cesare Cremonini, al momento opportuno, ha il superpotere di lasciarci così, di svitare tutti i dadi e i bulloni che ci tengono prigionieri della nostra collezione di dischi post-punk tanto quanto della raccolta di emozioni complesse compresse represse, accumulate in anni e anni di pose, e ci liberano verso stati d’animo elementari come quelli che ci trasmettono le persone come Denis, alte poco più di un metro, che augurano buon viaggio a tutti magari senza sapere nemmeno che cosa vuol dire. Un viaggio non si sa bene verso dove, faccio finta di non saperlo e mi rifiuto di chiederlo.

google calenda

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Non ricordo come si definisce quello scatto generazionale che si compie quando i figli si elevano a risultati superiori rispetto ai propri genitori. Una cosa straordinaria, perché significa che la tua specie funziona alla grande. È bello perché, se sei un padre presuntuoso, puoi vantartene con orgoglio, arrogandotene una parte del merito. Hai contribuito a far evitare ai tuoi figli i tuoi stessi errori, che poi è a suo modo un passo in avanti dell’evoluzione degli esseri umani. Una salita al livello successivo.

La cosa difficile è capire se una cosa è sbagliata o è giusta. Cioè, magari uno pensa di aver commesso una sciocchezza, fa di tutto affinché i suoi figli non facciano altrettanto e invece poi scopre che è una best practice e, come se non bastasse, era anche facile da prevedere. Pensate a quanti milioni di persone, nel corso degli ultimi due secoli, hanno abbandonato pascoli e campagne per venire ad ammalarsi nelle fabbriche del nord, e tutto per uno stipendio fisso, un impianto fognario strutturato e altri benefici dell’occidente industrializzato e invece oggi ci scopriamo invidiosi degli artigiani che sono tornati nel borgo lucano da cinquanta anime perché quello è il vero senso della sostenibilità, la cosa migliore da fare. Su repubblica online si legge almeno un caso nuovo al giorno. Viceversa, pensi di essere nel giusto votando i fratellisti di italia, chiami tuo figlio Galeazzo e nessuno trova mai lo slancio per farti fare i conti con la tua insulsaggine con l’aggravante del nazifascismo. Che poi, voglio dire, basterebbe un manuale di storia qualunque e un po’ di buona volontà.

Da ragazzo invidiavo moltissimo i miei coetanei che, cresciuti da genitori più lungimiranti dei miei che li avevano indirizzati a farlo, si erano iscritti negli appositi registri e si guadagnavano qualche lira come scrutatori alle elezioni. Mi sono così impegnato a creare tutti i presupposti per lo scatto evolutivo di cui sopra e non ci crederete ma quest’anno, grazie a mia figlia che è stata ingaggiata addirittura come segretaria ai seggi, ecco che la specie umana ha compiuto un passo in avanti, un primato che ha contribuito a rendere queste elezioni ancora più speciali.

Un po’ questo aspetto, un po’ il senso di euforia che mi trasmette Elly Schlein, mi sono addirittura convinto ad appiccicare un adesivo del PD sul mio notebook. Ho coperto la marca Acer sul retro del monitor e ora, chi mi sta davanti, mi studia con curiosità perché non è una cosa comune dichiararsi apertamente simpatizzante per qualcosa, soprattutto qui da noi dove la politica resta un tabù e non mi spiego perché. Io ho appiccicato l’adesivo del PD ma ci potrebbe essere quello degli Idles o quello dell’hippy con la chitarra che si allontana o persino il free joint bambulé. Sono ideali e, qualunque essi siano, a parte il nazifascismo e il grillismo, ovviamente, sono encomiabili in una persona. Mia figlia mi ha raccontato addirittura che, in un seggio vicino al suo, la rappresentante di lista dei fratellisti meloniani si è rivolta ai carabinieri perché una elettrice si era recata alle urne indossando una maglietta con uno slogan contro la guerra.

Qui da me c’erano anche le amministrative. Andremo al ballottaggio ma la sindaca uscente del PD non è messa benissimo e la vedo dura. Questo, l’onda nazifascista che sta travolgendo l’Europa e l’astensione sono i segnali peggiori emersi dopo l’ultimo turno elettorale. È bene però evidenziare i numerosi aspetti positivi, che non sono pochi. Il PD, grazie all’ottimo lavoro di Elly Schlein, ha fatto un bel salto in avanti e ora può lavorare sodo per incalzare il più possibile i fratellisti meloniani. Anche AVS – che sembra un antivirus e a suo modo lo è – ha fatto un bell’exploit e ne sono contento, anche se con la svolta a sinistra della Schlein sarebbe bello che tornassero insieme. Il pessimo risultato di Renzi e Calenda mi ha dato una soddisfazione che non potete capire, ma sono tutti voti buttati via e, come sapete, odio gli sprechi. Stesso discorso per la figuraccia dei grillisti, che vi ricordo sono stati al governo con Salvini e hanno sbeffeggiato Bersani.

Anche il ballottaggio ha un aspetto positivo. Mia figlia tornerà a lavorare nel seggio ancora per due giorni. Ma purtroppo la mia non è una grande metropoli come Milano, in cui lo scarto tra il PD e fratellisti meloniani non lascia dubbi sull’attaccamento alla democrazia e alla civiltà dei suoi cittadini. Per poco più di un chilometro qui è già provincia, molto peggio della periferia. Sarà un testa a testa. Speriamo bene.

porcelain

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Quando facevo il copy nel settore della pubblicità, il project manager con cui lavoravo abitualmente intercettò al primissimo ascolto – su mio suggerimento ma resto umile – la portata evocativa di “Porcelain” di Moby. C’eravamo addirittura inventati un soggetto da proporre al nostro principale cliente, un brand che commercializzava emozioni – derivanti dall’impeto, tipico dell’essere umano, di spingersi sempre oltre – forgiate e modellate in orologi sportivi da centinaia di migliaia di lire. Non se ne fece però nulla. Uno dei testimonial storici di quei prodotti ci aveva da poco lasciato le penne proprio per essersi spinto un po’ troppo oltre e “Porcelain” suonava un po’ troppo lugubre per il mondo dell’adv. Era il 2000 o giù di lì, l’album “Play” era stato appena pubblicato e “Porcelain”, che oggettivamente è una delle canzoni pop più evocative al mondo, non aveva ancora raggiunto, nell’immaginario collettivo, anche il primato della canzone più triste al mondo.

Ma il mio pm ed io eravamo nel settore della comunicazione da abbastanza tempo per capire che le emozioni non c’entravano nulla con quel rifiuto. Piuttosto non c’era abbastanza budget a disposizione, un dettaglio che ridimensionò anche il nostro slancio – durato il tempo di una media chiara – di accaparrarci i diritti della canzone per usarla con un altro spot emotional, prima o poi. Eravamo abbastanza morti di fame entrambi, io più di lui che comunque aveva una famiglia benestante alla spalle e, in più, si stava accoppiando con la responsabile comunicazione di uno dei marchi di make-up leader di mercato, ma ci avevamo visto giusto. Di lì a poco “Porcelain” di Moby sarebbe stata scelta millemila volte come colonna sonora di film o come canzone per video pubblicitari e sono sicuro che chiunque di noi ha almeno un ricordo di un’esperienza da rivivere, mentalmente, con il sottofondo di “Porcelain” di Moby.

È per questo motivo che è da allora che vivo nella speranza che mi capiti un’occasione per infilarla dentro a qualche video per confermarmi, come se non lo sapessi già e non fosse di dominio pubblico, che avevo ragione. E, a distanza di quasi venticinque anni, l’occasione si è palesata proprio alla fine di quest’anno scolastico che ha coinciso con la fine del mio primo ciclo scolastico. Negli ultimi mesi ho raccolto una serie di interviste ai bambini della mia classe realizzate con tutti i crismi (telecamera su treppiede e microfono professionale, il tutto in una nuovissima aula tutta insonorizzata che abbiamo allestito grazie al PNRR) e ho montato le loro dichiarazioni – sull’esperienza di fruitori della scuola primaria, sui momenti più belli dei cinque anni, sulle paure per la scuola secondaria di primo grado – un po’ come si fa oggi nei documentari emotional in tv. E, finito il montaggio, ho pensato che “Porcelain” di Moby fosse il commento sonoro più appropriato. Tenete conto che il bello della scuola è che, a differenza del mondo reale, è tutto ammesso – e per fortuna -, a partire dai software craccati fino al download libero di film dal web. Per non parlare del copyright sull’uso delle musiche. D’altronde, trovatemi voi le differenze tra quello che ho realizzato io con un reel di foto che si susseguono a tempo su “Le tagliatelle di nonna Pina”, come fanno certi genitori di mia conoscenza.

Insomma, per farla breve, alla fine il video è venuto piuttosto bene. Almeno, così mi sembrava. Poco più di sei minuti – quasi interamente di parlato – con i bambini inquadrati in primo piano secondo la regola della sezione aurea, sequenze di interventi che si alternano a regola d’arte inframezzate da footage raccolto durante i cinque anni, in cui la musica esplode nei suoi momenti più drammatici, un bel piano di ripresa e svariati fattori che non sempre si vedono in un video di un insegnante di scuola primaria. Il punto è che, se volevo emozionare i bambini, è finita con un saccheggio del loro stato d’animo accompagnato dall’esaurimento delle loro risorse lacrimali, tra attacchi di panico da futuro incerto e abbattimento parziale della smania di crescere.

Al termine del pay off conclusivo – un bel font, scritta bianca su fondo nero – ho preso atto, con sommo sbigottimento, di una classe completamente devastata. Ho cercato di minimizzare, ma era troppo tardi. A due ore circa alla fine della loro esperienza nella scuola primaria, mi trovavo al cospetto delle macerie provocate da uno stato di depressione collettivo. Li ho portati in giardino, confidando nella portata di deconcentrazione che hanno gli spazi esterni in primavera sui bambini, ma niente. Nemmeno il pallone ai maschi ha colmato quella sensazione di nulla cosmico e di buco nero in cui la mia classe era caduta. All’uscita, poi, ci sono stati i soliti festeggiamenti con i palloncini, i coriandoli e le bolle di sapone, ma il mood era fin troppo evidente.

Quanto a me, mi sono commosso molto mentre preparavo il video e ascoltavo a ripetizione le strofe e i ritornelli di “Porcelain”, tanto che, durante la premiere collettiva, oramai il pathos si confermava quasi una routine. Ai primi piagnistei però ho rischiato di scoppiare in lacrime con loro. Poi, compresa la gravità della situazione, la fermezza imposta da ciò di cui ero spettatore ha prevalso e mi sono messo a fare l’adulto. Va da sé che “Porcelain” mi è rimasta addosso tutto il giorno e praticamente tutto il tempo, da allora. La canto con trasporto ed evito persino di parodiare la voce campionata del ritornello, come ho sempre fatto. Domani ci sarà la festa di fine anno e, probabilmente, qualche genitore mi chiederà spiegazioni. Non è un video per bambini, gli dirò. Ditegli di tenerlo, di conservarlo chiuso in una scatola, e di aprirlo e proiettarlo non prima di aver compiuto trent’anni.

in prima fila

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Il momento in cui si manifesta il cosiddetto panico da palcoscenico è difficile da prevedere, e non è detto che lo si avverta mentre siamo svegli. È facilissimo però percepire questo stato d’animo diffuso tra i miei bambini impegnati in una delle svariate prove generali dello spettacolo che chiude, in un solo colpo, progetto di teatro e musica, anno scolastico, ciclo alla primaria.

Ma anche a me, l’emozione, gioca brutti scherzi. Sto cercando di posizionare la telecamera un po’ datata che abbiamo in dotazione a scuola – dovrò riprendere l’intera esibizione – senza riuscirci. Se siete del mestiere – videomaker, non insegnanti – saprete che non è scontato saper impostare l’inquadratura dritta regolando la lunghezza delle singole gambe del treppiede. Cioè i professionisti ci riescono, i cialtroni come me vanno a tentativi. Senza contare che i neon della platea dell’auditorium sono spenti per far abituare i bambini alle sole luci del palcoscenico e, nonostante gli occhiali, ci vedo malissimo. Nel display della camera però riconosco perfettamente i colori che ho impostato schiacciando a caso i pulsanti e le levette del mixer luci di cui è dotato l’impianto.

In prima fila, non chiedetemi il perché, sapete come funzionano i sogni, sta assistendo alle prove la moglie di un notissimo presentatore televisivo, uno di quelli che ha appena fatto armi e bagagli per darsela a gambe dalla tv di stato meloniana. Io e lei (sua moglie, mica la Meloni eh) siamo molto in confidenza, lo si evince dal fatto che mi siedo accanto e ci scambiamo effusioni ma sarebbe scorretto definirle amorose. I nostri volti si trovano vicinissimi e io, anziché pensare a baciarla, le morsico delicatamente ma con trasporto emotivo che non vi sto a descrivere il naso, mentre lei si sbellica dalla risate per il presunto solletico procurato. Sono certo che, prima dell’inizio della recita, la raggiungerà suo marito, sempre che sia libero dagli impegni che un personaggio pubblico della sua statura comporta.

Con i bambini ci siamo esercitati e preparati molto, e spero che i risultati mi diano ragione. Anche io ho dato del mio meglio. Ho addirittura noleggiato uno studio per registrare le musiche e definire al meglio il sound design dello spettacolo. Sulla scelta della struttura non ho avuto dubbi, in queste occasioni importanti – in cui c’è poco tempo e bisogna essere certi del risultato finale – ci si affida a professionisti e, come nel mio caso, a conoscenze personali. In realtà, se nel sogno mi sono rivolto allo studio di Fabry K., è più perché devo aver sbirciato nella sua pagina Facebook recentemente. Ve lo dico perché io da un metallaro non mi farei registrare nemmeno la base di “Tanti auguri a te” per festeggiare i compleanni in classe.

La sua storia, però, è piuttosto curiosa. È un perfetto nessuno, mai quanto me, ma sin da quando era ragazzino – è sempre stato un virtuoso della chitarra e il suo look da hair metal non ha mai lasciato dubbi – il suo atteggiamento ha dato sempre al prossimo l’impressione di uno sempre sul punto di sfondare. Si era trasferito a Milano dopo le superiori e, da allora, ha militato esclusivamente in cover e tribute band esclusivamente di matrice hard rock e tamarra. Grazie alla sua attività musicale di serie C, comunque un mestiere dignitosissimo, ha rilevato una sala di registrazione con alcuni colleghi metallari quanto lui.

Mentre, dietro al bancone del mixer, stiamo mettendo a punto l’equalizzazione dei pezzi, Fabry e il fonico commentano l’imminente cambio di sede del loro studio. L’intero stabile in cui ci troviamo è stato acquisito da una banca – peccato, quegli spazi hanno una storia artistica di tutto rispetto – e a breve sarà ristrutturato per ricavare mini appartamenti più adatti al mercato immobiliare del quartiere. Mi pare anche che vogliano vendermi qualche synth per evitare un trasloco oneroso ma è tempo perso, a casa non saprei dove tenerli e finirebbero per ammuffire in cantina. Il mixaggio termina in tempo per prendere il Flixbus per Roma, un plot twist che nell’economia della trama non ha alcun senso. Nella paura di perderlo – come nella vita reale, sono paranoico sulla puntualità negli appuntamenti – non faccio in tempo a fare la pipì prima di partire, così approfitto della prima sosta a Genova per scendere e cercare una toilette. Qualcuno mi indica il piano seminterrato del teatro Carlo Felice – il pullman ha parcheggiato nella piazza antistante – ma sapete come vanno le cose nella confusione onirica. Non vedo più i cartelli con l’omino stilizzato e soprattutto so che devo sbrigarmi, non credo che l’autista a ogni fermata faccia l’appello come facciamo a scuola prima di partire per la gita e non abbandonare nessuno nelle città d’arte. Finisce che non la faccio nemmeno lì ma non dovete preoccuparvi, la coda del sogno non è così prevedibile. In fretta e in furia riesco a elaborare una strategia che si rivelerà perfetta: decido di trovare la comitiva che viaggia con me, e sulla scaletta del Flixbus faccio di tutto per svegliarmi e precipitarmi in bagno, dove abbiamo appena installato il motore del nuovo condizionatore e non mi sono ancora abituato al controsoffitto con i faretti.

Beth Gibbons – Lives Outgrown

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I Portishead ci hanno lasciato pochissimo materiale a consolazione della loro assenza. Tre album e un live – quest’anno peraltro ristampato con qualche traccia in più – nonostante alcune delle loro canzoni (due su tutte, anzi tre) siano tra le più iconiche della storia della musica. Tra i pezzi da novanta di una stagione musicale irripetibile (il trip hop, il sound di Bristol e in generale l’ultima porzione di un secolo agli sgoccioli) solo loro mancano all’appello, in quest’epoca di tributi, di reunion e di cannibalizzazioni del passato.

Ed era un peccato soprattutto aver perso le tracce di Beth Gibbons, uno dei timbri più rappresentativi del decennio in questione. D’altronde, anche nel momento di maggiore successo, l’approccio dei Portishead allo show business  è sempre sembrato piuttosto defilato. Da Roseland NYC Live in poi, il crescente disinteresse per la musica praticato soprattutto da Geoff Barrow (fuggito a cercare ispirazione in Australia) aveva completamente dilapidato tutte le energie compositive necessarie per un prosieguo di carriera. Non a caso Third, l’album pubblicato nel 2008, ampiamente oltre il tempo massimo di scadenza del trip hop, seppur un disco bellissimo, ha lasciato però (almeno a me) il retrogusto di un tentativo postumo, una di quelle eccezioni che non conferma nessuna regola.

E Beth Gibbons, in quanto a posizionarsi al di là di qualunque circuito, non è certo da meno. Quante volte ne avete sentito parlare, da allora? A memoria ricordiamo una partecipazione a un’iniziativa di beneficenza, il featuring di “Mother I Sober” di Kendrick Lamar un paio di anni fa e il disco frutto della collaborazione con Paul Webb, bassista dei Talk Talk, lì con il nome d’arte Rustin Man, un’opera così incorporea e fragile da evaporare dopo una manciata di ascolti. Fuori dagli standard imposti dallo star system, Beth Gibbons si è impegnata per costruirsi una dimensione privata, in cui diventare adulta e invecchiare con consapevolezza (stavo per scrivere con serenità).

Non sorprende che Lives Outgrown, quello che può essere definito il primo vero album solista della cantante dei Portishead, sia un disco frutto di almeno dieci anni di note prese a margine, di spunti messi da parte per dopo, di ispirazioni suscitate dalla straordinaria quotidianità della vita che scorre trasformate in musica con quello che capita di avere sottomano. Non necessariamente gli strumenti musicali più comuni con cui si compone o comunque strumenti veri e propri, ma anche qualunque oggetto che si presti a fare rumore, come i contenitori per gli alimenti, le scatole e quant’altro sia in grado di generare il suono più adatto allo scopo.

Fatto sta che la prima volta in cui si è diffusa la voce di un suo lavoro solista Beth Gibbons andava per i cinquanta, mentre la pubblicazione del primo estratto da Lives Outgrown la vede quasi sessantenne. Una fase della vita disperata nella sua unicità, un concentrato di perdite e di addii forzati, un ponte a senso unico tra un prima che sembra infinito e un poi dai giorni cinicamente contati che, intonato dallo stesso timbro che abbiamo ascoltato implorare “una ragione per amarti” chissà quanti milioni di volte, lei con la sigaretta in mano, aggrappata al microfono e con un’energia impossibile da descrivere a parole, ci suona ancora più struggente. “The burden of life just won’t leave us alone”, così oggi Beth Gibbons ci trasmette il peso della vita, corredato da un elenco di fardelli, incompleto ma sufficientemente esaustivo, che comprende cose come maternità sfiorate, ansia, menopausa e morte.

Temi che nell’immaginario a cui i nostri beniamini del pop e del rock, raggiunta la terza età, ci hanno abituato, richiederebbero poche cose di contorno. Chitarre acustiche, pianoforte e poco altro. Beth Gibbons ci stupisce invece con una ricchezza di arrangiamenti e orchestrazioni di rara bellezza, ovunque maestosi e evocativi, pensati per sprigionare al massimo tutte le potenzialità delle sue canzoni. Un folk “sbagliato” nel suo tripudio di archi, flauti, percussioni e persino cori di voci bianche, tanto che le due incursioni di chitarra elettrica e quella di organo, con un effetto tipicamente Dummy (in “Rewind” e “Beyond The Sun”), ci sorprendono per la loro estemporaneità, a conferma che non c’è disco più distante dai Portishead e dai campionatori di questo.

Tra le tag con cui questa superlativa tracklist può essere descritta rientrano di diritto termini come intensità, affanno, sospiri, spleen, dubbio, ineluttabilità, disincanto e malinconia. Lives Outgrown va ben oltre il decennio durante il quale è maturato, e risulta il diario dell’intera esistenza di un’artista permeata da una inquietante cupezza. Un oscuro presagio del fatto che, dopo questo album, non ci sarà davvero più nulla.

luci della ribalta

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Il vero problema dell’insegnamento è che noi docenti siamo legati all’idea di costituirci modello per i nostri allievi. Cioè che, al netto del supporto al raggiungimento dei traguardi delle competenze, che è il nostro diciamo core business, gli studenti ci prendano per esempi di vita. Vi posso assicurare che nessuno dei miei bambini si è ancora presentato in classe con la t-shirt degli Idles, anche se stamattina Elisa indossava la maglietta dei Ramones, quella che conoscete tutti, la più iconica, ma forse perché avevamo le prove generali dello spettacolo di fine anno a conclusione del progetto di teatro/musica con lo specialista, è stato chiesto ai bambini di vestirsi di nero, e a casa di Elisa la maglietta dei Ramones era l’indumento più vicino a un outfit total black da palcoscenico. Che poi la vera maglietta dei Ramones non sarebbe proprio nera nera, piuttosto nera stinta come erano stinti loro. Ma, sfumature a parte, è difficile che dei genitori comprino a ragazzini di 10 o 11 anni una tenuta da Robert Smith da tutti i giorni, quindi per occasioni come queste va bene qualsiasi cosa trovino nei cassetti dell’armadio.

Comunque, tornando al problema dell’esuberanza di personalità dei professionisti della scuola, quell’impeto in cui ciascuno di noi docenti si percepisce come un John Keating pronto a strappare le pagine più reazionarie dei libri di testo e a gratificare ragazzini che salgono in piedi sul banco in senso proprio o in senso lato e traslato, io non sono da meno. E vi confesso che è proprio lo spettacolo che abbiamo messo in piedi, insieme alle altre quinte, a crearmi dei problemi. Intanto perché la trama e l’affidamento dei ruoli penalizza fortemente la mia classe, nell’insieme siamo quelli che hanno meno spazio, e questa cosa mi somiglia tantissimo. Meno spazio ho e più mi sento felicemente vittima e forse questa attitudine al ridimensionamento l’ho trasmessa efficacemente e loro davvero mi hanno preso come modello di tendenza verso il basso.

Non solo. I bambini delle altre quinte sono stati designati per lunghi monologhi e scene ad alto tasso di drammaturgia, mentre noi abbiamo una gag molto veloce, un balletto da tamarri e un finale degno del teatro brechtiano. Per non far loro pesare questa disparità, frutto della smania di protagonismo e di accentramento di alcune colleghe, che addirittura si permettono di mettere in discussione le scelte dello specialista al cospetto degli studenti, una tecnica che mette a rischio la sua autorevolezza, dicevo che per non far pesare loro questa disparità ho puntato sul fatto che salire sul palco alla fine di uno spettacolo è un privilegio riservato alle star. Gli ho portato, come esempio, i concerti, nei quali per ultima è prevista l’esibizione dell’headliner e chi lo precede è solo lì per scaldare la folla per l’atto conclusivo, l’acme, il momento culminante. Gli ho ricordato che quando ho suonato al concertone del Primo Maggio noi abbiamo aperto la manifestazione alle due del pomeriggio, quando la piazza era già bella piena ma la diretta tv sarebbe cominciata un’ora più tardi, e in quell’edizione c’era Sting subito dopo il tg, a coronamento dell’esibizione di decine di artisti sconosciuti come noi.

Vada come vada, è indubbio che non c’è nulla di meglio di un laboratorio teatrale a conclusione di un percorso scolastico di cinque anni, un’esperienza nella quale si esordisce bambini e che si conclude con le mestruazioni e la puzza di crescita. Vederli scorrazzare sotto le luci colorate e la sala al buio, nel silenzio delle prove generali e avvolti nel profumo del legno del palcoscenico, inconsapevoli del fatto che il giorno dello spettacolo la platea non sarà vuota ma ci saranno duecento persone a vederli, trasmette l’emozione forte del tempo che passa e della vita che va. Aspetti che cogliamo solo noi ex genitori di bambini di quell’età, divorati dal rimorso di non poter rivivere certe emozioni da capo, perché su di loro tutto scorre via liscio, senza ieri né domani, in un eterno presente che capire non si sa.

Li osservo provare e mi immedesimo in uno di quei quasi ex bambini, quando saranno evaporate le sensazioni di panico da palcoscenico e l’euforia degli applausi, e mi chiedo se, la sera dopo lo spettacolo, nel loro lettino, magari a seguito di una pizza con tutta la famiglia come premio per la giornata, rifletteranno sul vuoto che li aspetta davanti e l’ignoto che li sta per avviluppare nelle varie declinazioni della crescita, degli affetti, dei cambiamenti, dei dolori, delle passioni, dei dispositivi elettronici che si romperanno e degli ombrelli che dimenticheranno sui treni e del caos della vita. Mi chiedo se ripenseranno a quel turbamento appena provato, tutti in cerchio sul palco a recitare una versione approssimata di quello che sono diventati in quella manciata di anni in cui hanno vissuto, non per loro scelta, in mezzo ad altre persone a grandi linee simili a loro.

E non ho potuto non mettere in relazione questo spettacolo d’addio con un’iniziativa analoga che ha coinvolto una seconda, a cui ho assistito il giorno prima, nello stesso spazio. Esseri umani di una dimensione veramente ridotta, con quell’incertezza in entrambi i ruoli – quello di bambini piccoli e quello di attori – che è poi il principio attraverso il quale inducono gli adulti a prendersi cura di loro, ad accudirli in quanto figli (o bambini tout court) e a insegnargli le cose che sappiamo per aiutarli ad uscirne fuori, da quell’incertezza che ci ispira così tanta tenerezza.

In generale un insegnante non dovrebbe essere troppo sensibile, tendere alla malinconia, metterci troppa passione, caricare le aspettative, portarsi il lavoro a casa, voler cambiare le persone, aspettarsi la riconoscenza da chicchessia. Ogni giornata ha un suo tema, una sua canzone, un colore imprevedibile, un pezzo di sé da portare a scuola e che non è detto che serva a qualcosa.

AAA

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Sto seguendo un corso di formazione tenuto da un collega che ha una visione della lingua italiana tutta sua. Grazie a una sorta di un vezzo dialettale fa terminare alcune parole ubicate in punti strategici delle frasi delle sue spiegazioni con la lettera A, anche se la lettera A non c’è. Quindi è tutto un noa, sia, giovedì alle trea, il fatto chea, cioèa, questa funzionalità dia, perchéa, siete quia e via così. Il punto è che non riesco a concentrarmi sui contenuti perché – il corso si svolge online – mi sono messo a segnarmi tutti i passaggi che, con la lettera A in fondo, suonano più divertenti. Il formatore poi inizia un quarto d’ora dopo l’orario stabilito e, più o meno a metà, va a prendersi un caffè. Ho pensato che sia un modo tutto italiano per gestire questo tipo di attività, non mi ha sorpreso quindi il momento in cui, verso la conclusione, pur parlando di piattaforme di gestione organizzative e didattiche in ambito scolastico, il formatore ha preparato una pizza e ha provato a rifilarci un autoradio con un mattone dentro. Un altro aspetto del suo metodo che non condivido è che lascia troppo spazio a noi e alle nostre domande. Se mi sono iscritto al suo corso è perché voglio ascoltare lui, anzi, luia, e non le farneticazioni di noi discentia che, nell’uso della piattaforma al centro del corso, facciamo un uso discutibilea. Il punto è che i docenti – io in primis – amano parlare di sé e innestano se stessi in qualsiasi narrazione, anche solo per formulare una faq a un help deska. In una classe di bambini o di ragazzini lobotomizzati dai socialcosi si matura poi la consapevolezza che sia naturalea proporre i propri punti di vista senza contraddittorio alcuno. In natura non funziona così. Dici qualcosa e trovi sempre qualcuno che sostiene il contrario e rovina la festa. Per questo non ci vedo niente di male a dire, a questo punto del racconto, che i miei corsi di formazione, quelli che tengo io e che potete cercare sulla piattaforma Scuola Futura – che, per i non addetti ai lavori, è una specie di bric a brac della formazione in cui milioni di insegnanti italiani si improvvisano tuttologi di tutto e si dichiarano responsabilmente pronti alla divulgazione del proprio sapere – sono molto meno divertenti. Parlo per due ore di fila senza sosta e non perdo tempo in Q&A. In più mi mangio le parole, faccio fatica a trovarle e ho questo tono da nevrotico in cui vado velocissimo e chi si è visto si è visto. Ma se devo usare nomi o argomenti di fantasia, per mettere in pratica degli esempi, parlo dei Cure e di Miles Davis. Lo scorso martedì, però, al collegio docenti, una collega dell’infanzia si è congratulata per il mio metodo. Dice che è funzionale e che nessuno si addormenta. Le ho risposto grazie e, dentro di me, ho pensato che potrei brevettarlo. Anzi, di sicuro lo brevetteroa.

sotto pressione

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Il regalo più utile che ho ricevuto per il mio compleanno – lo scorso dieci di maggio – è stato quel telecomando che ho da tempo nella wishlist e che, da quando ne sono in possesso, qualche giorno fa, permette finalmente anche a me di spegnere e accendere i semafori quando il sensore di cui è provvista l’app collegata – installata sul sistema di infotainment della macchina – ne rileva appunto la presenza a qualche decina di metri di distanza. Al secondo posto di questa classifica, ma potrebbe tranquillamente stare a ex aequo con il telecomando, c’è la carta di credito di cartoncino blu che ha fatto in esclusiva per me Erik. Non solo. Proprio ieri ha chiuso il cerchio, corredando il regalo di un elegante porta carte – questa volta tutto nero – realizzato con i rimasugli dell’ultima attività di arte.

Anzi, la penultima, a essere sinceri. Per chiudere l’anno e la quinta mi sono messo in pista con la realizzazione di un video emozionale in cui ho chiesto ai miei bambini di rispondere ad alcune domande strappalacrime. Con il girato preparerò un montaggio con una di quelle musiche che si usano negli spot per commuovere le persone, come se i bambini che parlano della loro esperienza alla primaria non fosse abbastanza, pensavo a una cosa tipo “Porcelain” di Moby, avete presente? Li ho messi in guardia chiedendo di dare il massimo perché il video, come tutti i prodotti digitali, rimarrà per sempre e non si distruggerà mai. Quindi, tra dieci o venti o trenta o quarant’anni, se non si impegnano abbastanza o non riescono a controllare la stupidera e rideranno durante le loro dichiarazioni o anche se solo diranno delle sciocchezze, il video sarà ancora a disposizione di tutti, da qualche parte, e qualcuno potrà farsi gioco di loro.

Erik, che con tutti i problemi che ha non è che abbia tanto per la testa di confidarsi con il prossimo, tanto meno davanti a una telecamera, ha confermato di avere molta paura della scuola secondaria che lo attende dopo l’estate. Che poi, voglio dire, i compagni che troverà saranno più o meno quelli che conosce. Siamo un comprensivo di paese, è chiaro che dall’infanzia alla terza media gli studenti sono gli stessi e si rimescolano passando da un ordine all’altro. Mi hanno trasferito tutta l’agitazione ed è una cosa che, a scuola, non dovrebbe accadere. Per fare quello che non si lascia coinvolgere da queste cose ho già creato la cartella sul mio drive “Anno scolastico 24/25” e ho cominciato a segnarmi un po’ di cose da preparare per la mia futura prima, il mio secondo ciclo che inizierà a settembre. Ma questo non è bastato a sedare l’ansia per il fatto che i bambini che ho preso e accompagnato fino a qui se la caveranno egregiamente anche senza di me, nel mondo. Sarà anche per questo che, dalla settimana scorsa, la pressione mi è schizzata alle stelle. Ho tagliato caffè, birra e schifezze varie e in parte la situazione sembra migliorata. Mi sparo di certe dormite che non avete idea. Mi addormento profondamente e non mi sveglio fino alla mattina. Poco fa però ho notato una venatura sullo schermo del mio smartphone e mi sono agitato di nuovo perché ho sostituito il vetro, per lo stesso motivo, poco più di 12 mesi fa. Allora ho fatto di tutto per calmarmi, e quando ho osservato nuovamente il telefono, mettendomi sotto la luce naturale della finestra e orientandolo in modo da sfruttare l’angolazione migliore, la venatura non c’era già più.

estranei

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Prima o poi vi farò l’elenco dei film bellissimi che ho visto nel corso della stagione cinematografica agli sgoccioli. Se, come me, fate gli insegnanti, saprete che non c’è periodo che non coincida con l’anno scolastico, di conseguenza tutto volge al termine tra maggio e giugno, e la stagione cinematografica che volge al termine è una di quelle che ci ricorderemo per anni. Ma sono certo che tutti voi avrete visto film come “Estranei”, “American Fiction”, “C’è ancora domani”, “Memory”, “Past Lives”, “La zona di interesse”, “La sala professori”, “Anatomia di una caduta”, “Perfect Days”, “Foglie al vento”, “Io capitano”, “Povere creature”, “La chimera”, “Another end” e “The Holdovers” e sono sicuro di dimenticarmene qualcuno. Ecco, prima o poi vi farò l’elenco dei film bellissimi che ho visto nel corso della stagione cinematografica che volge al termine.

Poi, alla fine, qualcosa è andato storto. Anzi, a essere precisi, tre cose. La prima. Ho visto “Challengers” di Guadagnino che proprio non mi è piaciuto. Cioè, non è che sia un film brutto, è che è un film inutile, soprattutto a valle dell’esperienza dei film che ho elencato sopra. L’ho trovato a tratti disturbante, mal recitato e realizzato un po’ così, stavo per scrivere all’italiana ma mi sono fermato prima per non dare vita all’ennesimo dibattito sull’orgoglio italiano che, di questi tempi, ha ampiamente rotto i maroni.

Poi, la sera stessa in cui ho perso tempo e buttato via i soldi per “Challengers”, nello stesso multisala era in programma la proiezione de “Il segreto di Liberato”, che avevo visto però già la sera prima (altro film superlativo), ma con la presenza di Francesco Lettieri in sala e, ovviamente, il tutto esaurito. Il punto è che non lo sapevo: ho acquistato i biglietti (per un altro cinema) praticamente in tempo reale non appena Liberato aveva pubblicato su FB l’uscita del film e i dettagli. Un eccesso di zelo che mi è costato caro, almeno in salute: non potete immaginare il fastidio che ho provato per aver scoperto che ci sono altre persone che hanno i miei stessi gusti musicali e, in aggiunta, che avevano riempito la sala per la presenza di Lettieri – quindi dimostrandosi più fan di Liberato rispetto al sottoscritto – mentre io no. Mi sono quasi sentito male per l’invidia. Poi, come per miracolo, mentre mi allontanavo affranto dal botteghino dove l’addetta alla vendita dei biglietti mi aveva negato qualunque possibilità di porre rimedio alla mia debacle, ho notato tra la coda di spettatori che accedeva alle scale mobili che portano alle sale del cinema proprio Francesco Lettieri. Sono riuscito a raggiungerlo prima che le imboccasse, gli ho chiesto se fosse proprio lui, anche se ne ero sicuro, e alla sua conferma gli ho stretto la mano, porgendogli i miei complimenti, come se servissero a qualcosa.

La terza cosa riguarda invece Andrew Scott, l’attore che ho apprezzato e molto nel film “Estranei” e che ho ritrovato nella serie tv “Ripley”. Pur ammirandone le doti attoriali, c’è qualcosa nei suoi lineamenti che mi disturbava ma non riuscivo a cogliere il motivo. Poi, alla fine, ho capito il perché.

sardonico

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Se ci fosse giustizia nell’universo Alessandra Sardoni sarebbe da sempre la direttrice del TG7 e Mentana un galoppino qualunque, uno di quelli che la redazione spedisce a correre dietro alle mezze calzette tra Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama per strappare qualche dichiarazione imparata a memoria. La sua figura di merda, con Lilli Gruber, è stata epocale e, per dirla alla milanese, alla conduttrice di “Otto e mezzo” Mentana “non le porta dietro nemmeno le ciabatte”.