disco inverno

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Oramai è fuori discussione che ferie, vacanze e viaggi identifichino costrutti i cui paradigmi e certe convenzioni stesse sulle cui basi abbiamo programmato il nostro tempo libero di maggior respiro, debbano essere rivisti completamente, da cima a fondo.

Pianificare qualche settimana al mare in Italia in agosto, faccio un esempio, non sta più né in cielo né in terra. Le temperature sono diventate troppo impegnative per immaginare il relax totale sotto l’ombrellone con un libro in mano, e non solo nelle ore centrali della giornata. Ma provate a girellare per uno tra le migliaia di borghi più belli – l’omonimo contest tv oggi è un vero e proprio brand, di cui qualunque paesino con due vicoli e un castello si fa bello alle porte della propria isola pedonale – nella tarda mattinata o primo pomeriggio. Il sole vi friggerà il cervello e la più che inadeguata offerta di luoghi di ristoro aperti vi farà sentire perfetti idioti come mi sento io ogni volta che ci casco, e contate che ci casco tutte le volte. Anche perché venti o trent’anni fa si ottimizzava così il tempo in vacanza. Ho sperimentato le ferie nelle ultime estati in Basilicata, Sicilia, Calabria e quest’anno in Abruzzo, ma la solfa è sempre la stessa. Alle undici non si può far altro che scappare via dalla spiaggia e rifugiarsi nella struttura che vi ospita con l’aria condizionata a palla, per poi mettere il naso fuori di casa giusto per sfondarsi – sempre con l’aria condizionata a palla – di arrosticini o qualsiasi cosa offra il territorio al ristorante.

Volete qualche soluzione per scardinare i paradigmi di cui sopra?

  1. prendere ferie a maggio o a ottobre, opzione irrealizzabile per chi lavora come me nella scuola e per chi ha figli che frequentano la scuola, quindi diciamo un buon 85% della popolazione
  2. scegliere mete in posti freddi del nord Europa, opzione impraticabile intanto perché sono destinazioni fuori target dal ceto medio alto in giù, quindi diciamo un buon 85% degli italiani, poi perché in agosto fa caldo anche lì, ma anche perché a noi italiani solo l’idea di nutrirci di aringhe ci fa ribrezzo, abituati ai cracchi cannavacciuoli barbieri come siamo
  3. convincere l’economia nazionale, privata e pubblica, a rivedere un po’ tutto a partire dalle chiusure aziendali fino a triplicarci lo stipendio, opzione che probabilmente renderebbe superflue le prime due
  4. ah, quasi dimenticavo: scegliere alle prossime elezioni rappresentanti della politica che considerino il cambiamento climatico come fattore decisivo per consentire a noi e ai nostri figli di sopravvivere alla prossima manciata di stagioni torride.

Se non fosse per il fatto che, come immagino tutti voi, cari lettori, pure io sono stato costretto a mettere in campo un piano di emergenza per giungere sano e salvo all’autunno e alla ripresa e non restarci secco per il caldo prima, la vacanza che sto trascorrendo tra Maiella, Gran Sasso, Parco Nazionale e costa dei Trabocchi non è poi così male. Passo le ore centrali, durante le quali qualsiasi pensata risulta off limits, a leggere e scrivere, e anche se così non si ammortizza del tutto il costo complessivo del viaggio – carburante, autostrada, strutture di accoglienza e stabilimenti balneari – ho imparato ad accontentarmi.

L’Abruzzo, dicevo, si è rivelata una scelta più che vincente. C’è un pacco di roba da vedere e da fare di tutti i tipi (mare, monti, arte, cultura, cibo) con meno della metà della metà del carnaio che avrei trovato in Puglia o nei posti che impongono le agende di influencer e instagrammer. Ops, spero di non aver commesso un errore a fare pubblicità ad un luogo su questo canale che è così seguito. Pazienza, tutto sommato sarei contento se gli abruzzesi ne traessero qualche profitto in più. La cosa che mi fa sorridere è che chiunque sia originario del posto, quando ci sente parlare e intuisce da dove proveniamo, ci tiene a farci sapere che i loro figli studiano o lavorano a Milano. Amici abruzzesi, spero di incontrarvi prima o poi dalle mie parti. Vi potrò chiedere di persona che cosa ve lo ha fatto fare ma conosco già la risposta. La vostra origine è nel punto più bello della penisola e, per piegarvi alle brutture padane, chissà da quale narrazione vi siete lasciati sedurre.

Una delle vostre mamme, qualche giorno fa, quando le ho confermato che sto a Milano, mi ha chiesto come ci si viva, ed è ovvio che il sottotema non fosse lo smog, la mancanza di verde, la nebbia, il volume dei concerti a San Siro o l’urbanizzazione incontrollata. Ho afferrato immediatamente che voleva sapere se davvero è così pericolosa come si sente alla tv. L’ho visto nella faccia che ha fatto, quello sguardo che chiunque accende per intercettare nell’interlocutore le tracce del pensiero mainstream con cui i numerosi organi di persuasione governativi riescono ad aumentare il proprio consenso. I maranza, le gang di sudamericani, gli immigrati che pascolano davanti alla stazione e il resto del palinsesto dell’informazione che passa di questi tempi quando – ormai è più che banale ricordarlo – ci sarebbero ben altre cose grandi e piccole su cui confrontarsi ma che rischiano di distrarre l’elettorato dalle fissazioni su cui, a breve, si giocherà la campagna elettorale alle prossime amministrative.

Nel frattempo continua inesorabile il rastrellamento dei vent’anni di cose che ho scritto qui a opera di un bot o di qualche altra diavoleria che si spara, una per una, ogni minchiata che ho pubblicato dalla nascita di questo blog. Quindi state pronti, magari tra un po’ di tempo le AI vi risponderanno come potrei farlo io. Occhio.

Vi aggiorno infine sulle mie ultime letture. Ho approcciato la saga western di Larry McMurtry ma da un libro sbagliato – “Lonesome Dove” – rispetto a quello da cui bisognerebbe cominciare, ma va bene lo stesso. Mi è piaciuto molto anche “Stay true : tracce di un’amicizia” di Hua Hsu ma, soprattutto, sono rimasto folgorato da “Rifiuto ” di Tony Tulathimutte, una serie di racconti intrecciati tra di loro (non vi spoilero nulla) perfetta se, come me, sentite la mancanza di un nuovo romanzo di Douglas Coupland.

The Strokes – Reality Awaits

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Agli ascoltatori che, ai tempi di Is This It?, non erano ancora nati o, al massimo, muovevano i primi passi al ritmo della baby dance, potremmo spiegare i The Strokes del 2026 come una specie di Geese ma un po’ più strutturati e con l’autotune. E potremmo liquidare il loro nuovo album come robaccia da psicopatici, proprio come il titolo della prima traccia di Reality Awaits. Ma si sa, più gli artisti sono in alto nell’empireo e più le provocazioni attirano l’interesse morboso della massa invidiosa e affamata di rivalsa culturale. E, detto tra noi, l’autotune sulla voce di Julian Casablancas nei brani registrati per il nuovo disco ha tutta l’aria di essere un escamotage per trasmettere una connotazione iper-realistica, un ingigantimento dei tratti del quotidiano. Un giusto e ironico distacco (unito alla volontà di dissociarsi dal presente) da conferire al risultato finale. Come a dire ecco, questi siamo noi se avessimo esordito durante il regime di Trump.

A venticinque anni tondi dal debutto discografico, e alle soglie dei cinquanta anagrafici, il quintetto che ha traghettato l’indie-rock del nuovo millennio senza, in realtà, reinventare nulla, ma inaugurando le operazioni di revamping dell’anima più orecchiabile del proto-post punk in chiave garage di cui ci beiamo tutt’ora, torna sulle scene con un disco volutamente in disparte, un passo indietro rispetto alla ribalta come, del resto, tutto quanto è venuto dopo il successo e l’incommensurabile notorietà dei The Strokes conseguente ai primi due dischi.

L’aver diluito il resto della carriera, con una media di una pubblicazione ogni tre o quattro anni, nonostante la diffusione di certi singoli come colonna sonora dell’ossessiva espressione del sé dell’umanità su TikTok, ha riportato il gruppo newyorkese tra i comuni mortali. Musicisti che (come tutti i colleghi) diventano adulti, ma, a differenza degli altri, non si dilungano in operazioni inutilmente autocelebrative. Anzi, voltando pagina dello stesso libro, ogni volta per confermare la loro riconoscibile e convenzionale originalità. Il modo più convincente per affermare che, per i The Strokes, c’è ancora tempo per invecchiare.

Che cosa aspettarsi, quindi, da questa nuova realtà? L’introduttiva “Psycho Shit” e la conclusiva “Tyrants Of The Mellow Moon” suonano sorprendentemente simmetriche ai lati opposti del disco, canzoni costruite entrambe intorno a un arpeggio portante di chitarra in una sorta di botta e risposta strutturale. E, nel mezzo, nemmeno un istante in grado di alleviare il disagio o, peggio, di annoiare gli amanti del genere, a meno che non passiate Reality Awaits al setaccio per trovare una hit ammiccante e seduttrice, uno di quei pezzi di cui ogni album dei The Strokes da Angles in poi (possa piacere o no) sembra essersi rifiutato di concedere.

Il mood new wave di “Dine ‘N Dash” e certe sue scariche elettriche vi convinceranno che questa potrebbe essere la volta buona di una loro seconda consacrazione a band fondamentale del circuito off per l’ennesima modern age. E, ancora per guardare in avanti, è con il funky disincantato di “Lonely In The Future” che penserete agli ascolti con cui sono cresciute le nuove leve della famiglia artistica più prolifica al mondo, a partire proprio dai Geese. “Falling Out Of Love”, la canzone che segue, è una credibilissima ballad con un impianto perfetto per un crooner e introduce a sorpresa i due brani più strokesiani di tutti, “Going To Babble On” e “Going Shopping”, nei quali potrete divertirvi a individuare i cameo dei loro più blasonati successi e i rinomati marchi di fabbrica.

“Liar’s Remorse” stupisce invece in quanto pezzo di roots reggae a sua insaputa. Un andamento pensato volutamente (almeno sembra) con una sezione ritmica omessa e occultata in quanto potenziale viatico per l’ufficializzazione a tormentone universale per i mesi a venire, con condivisioni annesse. Ma, statene certi, qualcuno prima o poi ne smaschererà la vera natura e si giocherà la carta del remix dancehall. Proprio come la sottile vena latina sottintesa dai bonghi di “The Fruits Of Conquest” induce a paradossali contesti caraibici (ma ce li vedete?), almeno fino al dissonante cambio che, con un riff dissacrante, un grottesco effetto di pitch sulla voce e un tappeto di archi sintetici, contribuisce ad accelerarne il decorso autodistruttivo.

Se lo consideriamo il disco della maturità, non certo dei The Strokes come band (erano già grandi quando cantavano “Reptilia”) ma dei singoli componenti ora più che adulti, Reality Awaits potrebbe risultare il loro lavoro più audace, la vera nuova anomalia già accennata nelle sperimentazioni di finto mainstream del disco precedente, una tracklist di composizioni strampalate il cui riordino emotivo è lasciato interamente in balia del pubblico. Ci troviamo al cospetto di un album che penetra subdolamente, con tracce da ascoltare nella convinzione di poterne assimilare la liquidità con la piacevolissima indifferenza con cui ci illudiamo di superare ogni impasse. E invece, quando pensiamo di averlo finalmente lasciato alle spalle, ci accorgiamo che qualcosa si è spostato. Non sappiamo ancora cosa, ma di certo non siamo più esattamente dove eravamo prima.

carver

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Ogni estate è sempre la stessa storia. Chi sostiene che poche cose ti si appiccicano addosso e tengono caldo nei mesi torridi come il passato, probabilmente non ha mai provato quel devastante senso di colpa, quell’ansia che assale quelli come me – insegnanti con tre mesi di vacanza e al contempo aspiranti autori – che ci ricorda che questa dovrà essere la volta buona per concludere il libro che, da una vita, tentiamo di scrivere.

Perché nel mio caso i presupposti ci sono tutti. Ho tempo libero a profusione. In casa non c’è quasi mai nessuno, non ho nemmeno più i gatti a cui badare. Ho pochissimi impegni quotidiani e faccende domestiche che sbrigo ormai a occhi chiusi. Le avvisaglie di questo tormento psicologico si manifestano già nel corso delle ultime settimane di lavoro. Mentre abbozzo qualche piano per organizzare al meglio e con metodo la stesura del mio primo romanzo, l’approccio all’individuazione di una trama credibile diventa, con l’avanzare della vecchiaia, sempre più romantico, nel senso letterario del termine.

Ma già dai primi giorni di ferie i programmi saltano in aria come grilli lasciati liberi in un prato. Il tempo, con la bella stagione – è cosa nota – non si lascia certo ingabbiare nelle nostre mire surreali e vola come un uccello che, con l’approssimarsi del freddo, migra verso luoghi più confortevoli. Ci si trova così a fine luglio divorati dall’angoscia per non aver ancora cominciato. Il file con la bozza della struttura o dove abbiamo annotato qualche vago spunto annaspa disperso tra le cartelle del Drive, quando non si confonde con le decine di altri documenti analoghi salvati nel corso della vita, nominati più o meno allo stesso modo, distinguibili gli uni dagli altri solo dalla data di creazione o dall’ultima modifica. E aprirli per verificare se quest’anno ci sono probabilità più concrete di portare a termine l’opera, a differenza delle altre occasioni, è fatale, perché può spingere l’aspirante scrittore a riflettere su certe idee che non sopraggiungono più, che abbiamo valutato senza confermare, giungendo alla conclusione che avremmo dovuto insistere sulla trama del precedente tentativo fallito rispetto a quella che abbiamo interrotto a questo giro.

Così anch’io mi metto a scartabellare tra le migliaia di cose che ho scritto qui per trovare qualcosa di buono, qualcosa di adatto da approfondire e trasformare in un best seller. Ma poi mi sembra di sentire la mia collega che si occupa delle materie dell’area umanistica con le sue frasi fatte che mi dice, a proposito di tornare sui propri passi, che, comunque, gira che ti rigira è sempre una minestra riscaldata. E la cosa paradossale è che io vivo di avanzi, con tutto quello che cucino mica pretenderete che in casa finiamo tutto. Anche la zuppa che resta la metto in frigo e, la sera dopo, le do una ripassatina con il microonde, un po’ d’olio e di grana e la cena è servita. Ammetto però che a proposito di narrativa il discorso è diverso. Io poi preferisco ripartire da zero che rivitalizzare un testo realizzato in passato, anche se non sono come mia moglie che, quando dimentica qualcosa a casa, nonostante se ne accorga a pochi metri, persino in ascensore due piani sotto, odia l’idea di rientrare a recuperarla.

Vedete, anche adesso la mia strategia è far finta di niente, buttarla in caciara, eludere la realtà dei fatti. Ogni estate è sempre la stessa storia, e cioè che mi trovo a settembre e non ho scritto il libro che dovrei scrivere. Ma questa volta c’è di più. Ho dato in pasto alcuni racconti a cui ho lavorato (a partire da questo, di cui vado particolarmente orgoglioso) a un paio di modelli di intelligenza artificiale e in entrambi i casi ho ricevuto di rimando feedback decisamente promettenti. Avevo infatti chiesto qualche consiglio, a partire da un modo per concretizzare la mia passione, un’idea che ho maturato da quando queste pagine sono meta di un traffico anomalo dovuto a bot/crawler che, con i loro processi automatici, stanno effettuando una scansione probabilmente per raccogliere contenuti da utilizzare in dataset di training di modelli linguistici, in aggregatori che ripubblicano contenuti altrove o in servizi di content scraping a scopo commerciale. Anzi, colgo l’occasione per fare ciao alle AI che mi stanno leggendo.

Per farla breve, i LLM interpellati mi hanno suggerito le case editrici a cui inviare i manoscritti. Ho così visitato i loro siti ma quasi tutte non accettano autocandidature, e, di fronte ai casi in cui sono disponibili i contatti per procedere, come sempre mi sono cagato sotto e ho desistito. Di questo ne ho parlato proprio con uno dei modelli a cui mi sono rivolto. L’AI sostiene che il confronto con un LLM sia utile per la parte strutturale — mettere in fila obiettivi in conflitto, testare la logica di una scelta, generare opzioni pratiche, ma conferma che il problema legato alla ritrosia all’esposizione e alla riservatezza sia un pattern che vivo in tutte le relazioni, non solo nella scrittura.

Per chiudere qui la questione, almeno fino alla prossima estate, condivido solo l’aneddoto che avrei usato come incipit, a questo giro. Al capolinea della metro qui vicino, qualche giorno fa, una mamma ha sgridato la bambina che piangeva nel passeggino. “Arizona! Smettila, per piacere!”, le ha urlato. Chiamare una figlia Arizona è una scelta che io, che è anni che di mestiere vorrei fare lo scrittore americano, ho apprezzato enormemente.

MAQUINA. – Body Transmission

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Chitarra, basso, batteria e poche ciance. Piuttosto urgenti direttive, urlate come travolgenti intimazioni punk, comandi all’azione impartiti (con un piglio che non lascia scampo e che ricorda gli MC dei santuari della techno dei tempi d’oro) da una guardia armata di microfono e distorsore, in piedi sulla torretta di controllo di un campo di prigionia notturna, uno spazio in cui i forzati del rave party si dimenano, condannati a simulare, con adeguata solerzia, un feeling misto di regolarità techno e di caos tutto da pogare.

Una contraddizione solo sulla carta. Body Transmission è infatti un disco double-face e non certo per l’ovvia presenza di un lato A e un lato B. La duplice chiave di lettura consiste semmai nell’approccio all’ascolto: un album fatto di rudi e graffianti riff stoner e psichedelici se avvicinato nell’accezione rock blues, ma leggibili come frenetici loop eseguiti da esseri umani se, al contrario, ci convinciamo di ascoltare un disco della più eclettica EDM.

E una certa intransigenza la si percepisce già dal nome. MAQUINA., in caps lock e seguito dal punto finale. Scritto proprio così, come a dire zitto e balla, non sono ammessi contraddittori, o forse semplicemente a marcare il contrasto con il lettering scelto per i titoli dei brani resi completamente in minuscolo.

Halison Peres (batteria/voce), José “Mendy” Rego (basso) e João Cavalheiro (chitarra/effetti) sono i sacerdoti di questo nuovo manicheismo musicale e vengono da Lisbona. La formula non fa una piega. Loro hanno una innata predisposizione al live e lo hanno dimostrato partecipando a numerosi festival europei. D’altronde si cimentano in uno stile che sembra nascere proprio per catturare l’attimo con una frase di chitarra, un giro di basso o un pattern basato sugli elementi cardine della techno, e consentire che il brano vada da sé e si sprigioni attraverso l’esasperazione delle principali componenti identitarie contenute. Una sovrapposizione graduale fino a un punto di non ritorno delle parti strumentali, da cui si libra una sorta di audioguida, molto spesso effettata o distorta, a condurci verso l’esito desiderato.

Un modello da mettere in moto e lasciar sfogare all’infinito, ma che in Body Transmission ricorre magistralmente strutturato in tracce delimitate dalla lunghezza ragionevole. Una sorta di estratto di trance emotiva compresso in dosi omeopatiche ma che, grazie al flusso continuo fino all’ultima nota, rende pienamente l’idea delle potenzialità del trio che ha accettato la sfida del compromesso: sviluppare ad libitum le proprie jam session e trovare una durata rassicurante per il pubblico meno avvezzo alla club culture, con l’obiettivo di dare alle stampe qualcosa di esemplificativo di ciò che propongono.

Non a caso, è una traccia dal titolo “dança” che apre le danze, un incipit perfetto e che mette tutto subito in chiaro realizzato con la collaborazione di Viktor L. Crux alle macchine e dell’italiana Silvia Konstance alla voce, entrambi membri del duo industrial synth-punk Dame Area. Vi basteranno venti secondi (tre note in croce di chitarra, raddoppio all’unisono del basso, avvio della cassa in quattro) per indurvi a decidere da quale parte stare. E, di lì a poco, le furibonde urla dispositive, un vero e proprio marchio di fabbrica, per orientarvi meccanicamente a trovare la salvezza e, quando disponibile, l’uscita.

In “4-to-the-Floor” le note di chitarra, qui suonata con pennate a mitraglia, si riducono ulteriormente e l’andamento più metal e al contempo industrial ci sposta verso un territorio presidiato da Ministry e Killing Joke. “collapsing” è forse il brano più inquietante dell’ellepi, con tutti quei rumori e i botta e risposta di voce, tra ruggiti graffianti e folli declamazioni punk.

Decisamente interessanti anche i momenti in cui la varietà di spunti, tra strumenti tradizionali e mandate di effetti, genera risultati più articolati, come nell’ossatura centrale dell’album composta da “agony”, “bizarro” e “simulation”. Il riff grunge in sei ottavi di “step on me” sdogana anche i tempi meno convenzionali, ma non per questo meno coinvolgenti o addirittura in grado di spezzare il continuum, mentre la coda composta da “out of fear” e “pressure/pleasure” introduce a sviluppi meno intransigenti e a qualche automatizzazione esecutiva, spunti in grado di portare la sperimentazione dei MAQUINA. ancora più lontano.

Ne risulta un’opera astratta ma pensata per tradursi in forza motrice di corpi e di membra, un non luogo di scontro tra un dancefloor e un’area industriale dismessa e occupata illegalmente, in cui le corde che vibrano sfidano senza tregua le grezze pulsazioni regolari e costanti della batteria suonata in (e con) carne e ossa. Body Transmission è la testimonianza implacabile di una verve compositiva energica e allo stato brado, che solo un supporto materiale è in grado di domare. Dalla prima all’ultima traccia, i MAQUINA. non smettono mai di incutere paura, un sentimento cui è impossibile sottrarsi, travolti dal vortice dei loro cicli ritmici senza fine.

Ibeyi – Offering

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Dalla sequenza delle copertine dei quattro album che compongono la discografia delle Ibeyi (l’esordio omonimo, AshSpell 31 e l’ultimo Offering) è facile intuire il racconto della storia. I primissimi piani distinti delle gemelle Naomi e Lisa-Kaindé Diaz sul disco di debutto che si fondono, nel secondo lavoro, a formare il collage di un’anima unica, per poi separarsi di nuovo in ritratti incorniciati in medaglioni portafoto nel terzo, fino a tornare due volti a sé ma con le labbra rese inseparabili da qualcosa di prezioso, due visi stampati al vivo sulla cover della nuova uscita.

Veri e propri fotogrammi di un film la cui trama è sorprendentemente facile da ricostruire. L’arte al naturale dei primi brani che si fonde in uno stile unico e definito, per poi agghindarsi, magari per compiacere anche un pubblico diverso, non c’è nulla di male, per tornare infine alle origini ma, questa volta, con il valore aggiunto dell’esperienza accumulata in più di dieci anni di attività.

Il percorso di ricerca operato dalle due figlie (orfane a nove anni) d’arte – Miguel “Angá” Díaz, il padre, è stato un talentuoso percussionista che ha fatto parte di progetti come Afro-Cuban All Stars e Buena Vista Social Club e ha accompagnato, tra i tanti, Omara Portuondo, Ry Cooder e John Patitucci – riflette il multiculturalismo proprio dei discendenti della diaspora africana forzata dai commercianti di schiavi. Il background della cultura popolare e della musica legata ai culti yoruba (Ibeyi, nella lingua degli antichi, significa gemelle) si è nel tempo contaminato con gli ascolti di matrice afroamericana che trasudano i sobborghi delle città francesi. Un suono unico caratterizzato da alt-soul ed elettronica minimale che ha consacrato la coppia di artiste alla notorietà, dando origine a non poche collaborazioni di prestigio e culminando nel disco del 2022, un’opera ambiziosa e ricca di featuring che non ha ottenuto però il plauso che avrebbe meritato.

D’altronde il segmento in cui si collocano le Ibeyi è saturo all’inverosimile, ma il duo cubano-tunisino-francese non è il primo a ridefinire i confini del genere per ritagliarsi spazi incontaminati. Per questo, a quattro anni di distanza, Naomi e Lisa-Kaindé sono pronte a fare un passo indietro che non è certo di resa, semmai di compromesso con l’essenziale. Un rientro a casa, Cuba, e a un modo più intimo e spirituale di intendere la musica, a riscoprire la loro vera natura e il senso delle cose. Due sorelle nate dalla stessa cellula condivisa che hanno trascorso del tempo distanti per coltivare le loro diversità, per poi riunirsi, pronte a stupire con i suggestivi intrecci armonici, a tratti trascendentali, delle voci, gemelle tanto quanto loro.

E per due artiste cresciute con gli strumenti a percussione nel DNA, vi sorprenderà scoprire che nelle tracce di Offering il ritmo è quasi sempre accennato, volutamente sottopelle, se non tutto da immaginare. Eppure l’impressione è che le pulsazioni, anche le più astratte, siano forti e viscerali. Solo la cassa e qualche passaggio di tamburi sono sufficienti se a scandire il tempo sono i cori, come nell’evocativa “Olokun”, nella potente “Focus”, sotto la babele di lingue di “The Process” o tra le onde di synth di “Hurry Hurry”. In “Aset” e in “Baba” si avvicendano pattern minimali ma decisi di percussioni a farci vibrare di trasporto emotivo, mentre “Moshpit” e “Offerings” sono le più ipnotiche, con i loro beat a cavallo tra trap e modernissimo r’n’b. Completano l’album “La tendresse d’un mot”, “I Know You Loved Me”, “Good Life” e “Lucky”, composizioni diversamente aritmiche in cui, dietro alla voce sempre in primo piano, si percepisce un vortice di armonie e orchestrazioni, sintetiche e acustiche.

Offering fornisce la prova che la maturità artistica spesso coincide con la sottrazione: eliminare ciò di cui si può fare a meno per lasciare emergere ciò che davvero conta. Se la loro storia, fin dal primo album, è stata quella di due identità alla ricerca di un equilibrio, il nuovo disco costituisce il momento in cui quello sforzo sembra finalmente aver definito una forma. Non risolutiva, perché la musica non lo è mai, ma abbastanza coerente da farci intuire che il viaggio, questa volta, ha riportato le sorelle Ibeyi esattamente nel posto da cui erano partite.

Alewya – Zero

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

La matematica, si sa, non è un’opinione. Ma il numero zero, sempre che lo si possa considerare un numero, genera spesso non pochi equivoci, soprattutto tra chi si accinge a imparare a contare. Il punto è da dove si inizia. Uno è la prima quantità a tutti gli effetti, ma allora dello zero e di quel centimetro tra le prime due tacche del righello che ce ne facciamo? D’altronde diciamo cose come ripartire da zero, mica da uno, per non parlare di quando premiamo il tasto dell’ascensore per tornare al piano terra. Il numero zero di una rivista, o di un qualsiasi format televisivo o radiofonico, la dice lunga sull’intento: proviamo a vedere come butta, poi, se la cosa funziona, possiamo tornare a far corrispondere le dita delle nostre mani ai conteggi ufficiali.

Questo perché il numero zero della produzione di Alewya, se andate a spulciare tra i dischi che ha pubblicato, a onor del vero corrisponderebbe con Panther in Mode, il suo EP d’esordio pubblicato nel 2021. Un disco di poche tracce non fa una grinza, secondo il criterio di quello che dicevamo sopra. Un’opera decimale, uno zero virgola una manciata di tracce (sei per l’esattezza) che però, sommata agli svariati episodi singoli che l’hanno preceduta e seguita, compone un intero fatto e finito.

Ad aumentare la complessità c’è poi la questione della multiculturalità di cui il sound, anzi, i molteplici sound di Alewya Demmisse, si sono nutriti.

Una raffinatissima songwriter nata in Arabia Saudita da padre egiziano e madre etiope, cresciuta in Sudan fino a quando, cinque anni più tardi, la famiglia si rifugia in Gran Bretagna. Un percorso decisamente segnante, con tutte le conseguenze che l’esperienza dello sradicamento e dell’adattamento in un contesto occidentale comporta, e che si conclude a Londra, la capitale honoris causa del mondo, la città che Alewya chiama casa. Un punto di partenza, un altro numero zero da cui muovere i primi passi verso l’ambiente delle arti visive e della moda che la condurrà a New York, per poi rientrare in UK e dare inizio alla nuova carriera, quella musicale, grazie all’incontro con il guru della drum’n’bass Shy FX.

Ecco perché l’ispirazione di Alewya attinge da un universo sonoro intercontinentale e a più latitudini. La componente mistica araba è di matrice paterna, mentre alle origini della mamma deve le influenze derivanti dalla musica popolare etiope e dal jazz di Mulatu Astatke. A questo si aggiungono i gusti del fratello maggiore assimilati tra le mura domestiche da ragazzina, ascolti che spaziavano dal rock alternativo alla musica elettronica, fino all’emancipazione e alla consapevolezza di una personalità a sé in grado di mescolare il proprio background con le più recenti tendenze (sia mainstream sia di nicchia) suonate dai dj nei locali di West London, così decisive da convincerla ad esprimersi in uno stile tutto suo.

Ma non dovete preoccuparvi, non ci sarà nessun jet lag a rovinarvi l’esperienza di ascolto. Fermate il mappamondo e mettetevi comodi, pronti per muovervi a ritmo, perché approcciare questo Zero è come bere un bicchiere d’acqua. Facile e pure rinfrescante.

L’album di esordio di Alewya è un disco con più anime che talvolta intrecciano simultaneamente diversi generi, ed è il caso dei brani più originali e riusciti. In altre tracce prevale invece un approccio stilistico forse troppo didascalico, a tratti esclusivo, con arrangiamenti appesantiti dai cliché delle produzioni a tavolino pensate per soddisfare i palati meno inclini alle contaminazioni, per un risultato un po’ al di sotto del resto. Canzoni senza dubbio più spendibili da un punto di vista commerciale, ma dal flavour meno riconoscibile.

Il disco si avvia con i canoni sufi portati all’estremo dalla trance e dalla sua spinta verso le armonie e melodie meditative nell’eterea intro “Simian Mountain” e, in perfetta simmetria verso la chiusura, dell’ipnotica “Eshi”, vera sintesi tra percussioni ancestrali su modernità dub. Nel corpo dell’album troviamo quindi un’ampia proposta di brani molto vicini alle sonorità pop e dancehall contemporanee, come “Runner”, “Night Drive” (che vede la collaborazione della musicista etiope Dagmawit Ameha), “Selah”, “Cairo FM” e “Lingo”, un linguaggio che riesce a spingersi addirittura nel più conturbante e ammaliante neo soul r’n’b di “Red Clay Luv”. Ma è con il resto della tracklist, in brani come “City Of Symbols”, “Maktoub”, “Intermission”, “Guttah” e l’outro title track “Zero”, che Alewya sembra essere più a suo agio, canzoni in cui unisce uno standing artistico ispirato alle prime produzioni di M.I.A. a una forma narrativa quasi epica, con melodie che si alternano a rime rap scandite con l’autorevolezza propria di chi, a causa del proprio vissuto, può mettere a confronto più versioni della stessa realtà.

Zero, nell’insieme, è un’opera ampiamente fruibile, la prova che i generi musicali altro non sono che costrutti, un pourparler, e che solo il loro superamento è in grado di costituire l’antidoto più efficace alla globalizzazione musicale. Alewya è una musicista difficilmente categorizzabile con un bagaglio di influenze fuori dal comune. Ne deriva un debutto adeguatamente ricco, un disco di buon livello artistico, un lavoro sufficientemente sofisticato frutto di una produzione ambiziosa. Se c’è un difetto, è quello di aver messo troppa carne al fuoco. Ma Zero è un numero zero: non pecca di mancanza di coerenza, semmai di curiosità.

Mei Semones, 21/07/2026, preview di Jazz:Re:Found, Circolo Magnolia, Milano

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[questo articolo è uscito su Loudd.it, foto (straordinaria) di Emanuele Esposito]

Ero arcisicuro che un album come Animaru, un disco che, alla sua pubblicazione, avevo consumato di ascolti liquidi tanto da assegnargli un più che meritatissimo nove, trasmettesse ben altre vibrazioni (oserei addirittura carnali) eseguito dal vivo. Sono comunque responsabilmente tornato su quanto avevo scritto per mettere meglio a fuoco gli aspetti di Mei Semones che mi avevano sorpreso allora, e confermare (o ribaltare, come dicono alla tv) un giudizio ponderato con un giudizio di pancia, a caldo (non appena evaporata, stemperata nel fumo di scena, l’ultima nota dell’ultimo brano dello spettacolo) su uno dei fenomeni più interessanti e originali del momento.

Ero arcisicuro, perché gli stili riconducibili al jazz prendono corpo nelle mani di chi li suona lì davanti a te, assumono sembianze di entità vive e pulsanti, creature selvagge addomesticate e rese mansuete che nascono e crescono in tempo reale tra più persone nonostante le strutture, i temi, le progressioni, le scale (ripidissime) all’unisono e le sostituzioni che si insegnano nelle scuole di musica. Pensate a quanti take si registrano, per ogni pezzo, prima di mettere insieme un album, e a quanti sopravvivono alla scelta spietata (vuoi più bene al papà o alla mamma?, un criterio scellerato) di quello più in linea con l’idea che hanno i musicisti che l’hanno composto ed eseguito.

Il fatto è che con Mei Semones le cose si complicano ulteriormente. La sua musica concentra l’evoluzione più avanzata e la concezione più moderna (e mai sentita) della fusion. Un termine che mai, come nel suo caso, calza a pennello. Una combinazione di mondi musicali e universi sonori (indie rock, jazz e jazz-rock, bossa nova, j-pop e songwriting) che coesistono esclusivamente grazie ai tracciati e alle trame delle sue non-canzoni. Fusion ma della variante multigenere, che potrebbe voler dire nulla se non fosse che solo la bravura, l’estro e la raffinatezza unica della cantautrice nippo-newyorkese rendono tutto questo credibile e leggero, un suono che – credetemi – visto e sentito live (con le sue radici ben piantate nel Berklee College of Music di Boston) risulta la cosa più naturale del mondo.

L’esibizione (quella al Magnolia di ieri e quella romana che l’ha preceduta sono le primissime in Italia) di Mei Semones, la sua voce, la sua chitarra e la sua band (Noah Leong alla viola, Claudius Agrippa al violino, Noam Tanzer al basso e Ransom McCafferty alla batteria, tutta gente che ha poco più di vent’anni ma che suona da dio) è quanto più di jazz contemporaneo sia possibile immaginare e, come tale, irripetibile.

Ci sono strofe e ritornelli reciprocamente complementari che si susseguono, spunti sia orecchiabili sia arroccati in tabulati chitarristici complicatissimi, parti più facilmente catturabili ma immediatamente frammentate da temi resi con la voce che doppia in scat la chitarra solista. La vibrante frequenza di stacchi, di stop and go, di destrutturazioni ritmiche è impressionante, e la frenetica scioltezza con cui la band disfa il brano per ricostruirlo da capo raramente fa perdere il filo del discorso al pubblico che stringe, con un palpabile affetto e in religioso silenzio, i musicisti sul palco.

Basso e batteria si rincorrono in questo labirinto senza perdersi mai di vista (e senza mai lasciare sguarniti della propria guida gli altri strumenti) connotando i generi via via toccati ora con i cliché più noti e ammiccanti (la bossa ha solo quell’andamento da manuale lì, e non potrebbe essere altrimenti, per dire), ora con interpretazioni decisamente libere e personali. Gli archi, infine, conferiscono un tocco cameristico ai momenti più acustici per poi reinventarsi decisivi nei passaggi in cui compensano egregiamente l’assenza dei tappeti di tastiere o, con certe armonizzazioni di pizzicato, la sicurezza pop di una chitarra ritmica.

Uno spettacolo nello spettacolo: ciò che, avulso dalle intense canzoni di Mei Semones, un giudizio superficiale e di posa potrebbe declassare a mero esercizio di stile, a supporto di una scaletta pensata per gestire magistralmente intimità e, al contrario, eclatanti esplosioni emotive, qui si consacra formula alchemica in grado di diffondere tra palco e platea un’atmosfera senza confronti. Il pubblico, attento, ammutolito e avviluppato nel complesso vortice delle canzoni, non esita un istante ad abbandonarsi fiduciosamente tra le articolate dinamiche dei pezzi, per restituire verso il palco il rimando dell’entusiasmo jazz profuso da Mei e dalla sua band.

Insomma, ero arcisicuro che quello di Mei Semones sarebbe stato un live pazzesco, e ieri sera ne ho avuto la decisiva conferma.

SETLIST

Itsumo
Kurayami
Tegami
Inaka
Kemono
Howl
The Flag Song (titolo in giapponese, Mei perdonami, questa è la traslitterazione di Gemini)
2 Hands
Towards Manhattan
Akumu / Senro
Kira Kira
Dumb Feeling
I can do what I want
Tora Moyo
Animaru
Rat with Wings
Zarigani
Kodoku
Sasayaku Sakebu

Mary In The Junkyard – Role Model Hermit

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Nella loro bio su Instagram si definiscono “angry weepy chaos rock trio”, mettendo l’accento su una presunta indole arrabbiata, piagnucolosa e votata all’approssimazione. Tutto vero, ma occorre fare dei distinguo. La lunaticità, sicuramente un cliché tra i più giovani, in realtà tra questi solchi sembra controllata efficacemente e con strumenti decisamente poco punk come la viola e il violino, sonorità che in Role Model Hermit si confermano elementi costitutivi e non solo appassionanti cameo o vezzi pensati per enfatizzare i toni drammatici in alcuni passaggi cardine delle loro tracce, e non potrebbe essere altrimenti. Stesso discorso per la vena propria di chi si abbandona alla malinconia, un’altra posa da manuale, ma nel caso dei Mary In The Junkyard c’entra anche il timbro sempre un po’ dolcemente complicato e permeato di spleen di Clari Freeman-Taylor. Quanto alla componente sconclusionata, l’etichetta di art-rock, a cui la critica li riconduce, potrebbe trarre in inganno, oppure aver indotto la band a mettere le carte in tavola, ora che siamo giusto agli inizi, a scanso di equivoci.

Aggiungo che qualcuno dovrebbe vietare la pubblicazione degli album così smaccatamente invernali quando ci sono quaranta gradi, quando alla tv ci ricordano di non uscire nelle ore più a rischio e di bere tanta acqua, quando il mondo va alla deriva anche perché mettiamo i nostri condizionatori a palla. Che poi non è nemmeno una questione di latitudine. Non credo che, in pieno luglio, dalle parti in cui i tre suonano insieme sin da ragazzini (i quartieri nord di Londra, metropoli in eterno fermento, città prodiga di linfa innovativa di livello eccelso senza soluzione di continuità) sia molto diverso da qui. Role Model Hermit è un album da riprodurre giusto il tempo per incensarne la straordinaria bellezza, magari di sera quando la frescura lo permette, e poi da riporre con tanto di anti tarme nei cassetti tra i maglioni di lana che tireremo fuori quando ci cimenteremo nelle classifiche di fine anno e questo disco, statene certi, lo vedremo ai primissimi posti.

A supporto di uno dei timbri più originali e intensi della scena inglese contemporanea, che oltre a cantare eccelle anche per il modo in cui confeziona le sue avvincenti parti di chitarra, ci sono gli altri complementari due terzi della band: Saya Barbaglia, che suona il basso e si avvicenda agli archi con la stessa Clari Freeman-Taylor, e David Addison alla batteria. Un ensemble che sa il fatto suo nonostante la striminzita carriera che, a valle di un solo EP preliminare dal titolo This Old House con cui hanno attirato l’attenzione degli estimatori di band come English Teacher, Honeyglaze e Divorce (ehi, sembro proprio io!), mette a regime in questo debutto senza confronti tutti gli elementi fondativi di uno stile compositivo unico e, da oggi, meritatamente riconoscibile.

E, per non lasciare che la loro triplice autoclassificazione con cui si sono presentati al mondo vada sprecata, può tornarci utile impiegarla per una funzionale categorizzazione delle canzoni di Role Model Hermit. Partiamo dalla meno credibile, quella della confusione e del fare irritato, e non ho dubbi sul fatto che, in sala prove, possa costituire la loro quotidianità, ma, tra le tracce dell’album, di tutto questo si avverte davvero poco. Forse l’introduttiva “Mantra III”, in cui una manciata di parole è ripetuta ad libitum su una base poco strutturata, ma già la formula sacra insita nel titolo rende il richiamo alla suddetta catalogazione poco pertinente. Possiamo liquidare qui semmai i momenti più elettrici e rumorosi del disco, a partire da “Seek And Destroy” e la deliziosa ballad “Myrtle”, o quelli più ritmati come “Peter The Dog” o “New Muscles”, un brano che solletica una fantasia, quella per cui le Wet Leg abbiano scelto i Mary In The Junkyard come gruppo di supporto per il tour americano solo per fare una scenetta tra le due formazioni sul palco che simulano un incontro di boxe fingendo di suonarsele di santa ragione a ritmo di un mash-up tra “Catch These Fists” e questa canzone.

Ma da questo punto in poi, siamo dalle parti di “Crash Landing”, traccia sette ma una delle prime in quanto a fascino grazie anche al composto apporto di pad e arpeggiatori, ogni impeto di ruvidezza è magistralmente soppiantato dalle atmosfere più struggenti, in un crescendo di emozioni che rende il lato B del disco una vera magia. Chamber e dream pop, alt-country e atmosfere sognanti si alternano a completarsi nelle successive “Welcome Break” (con uno splendido arpeggio di chitarra dagli echi Radiohead), nell’indole unplugged di “Candelabra”, nelle percussioni e nei violini folk di “Thou Shalt Sprout” e nella straordinaria e conclusiva “Mouse”, il momento più alto del disco, vera e propria fiaba surreale raccontata con sonorità su misura dai toni post-rock e abbandonata a un maestoso arrangiamento di string sintetiche e archi veri.

E se Role Model Hermit nasce come punto di partenza, da un presente così convincente e riuscito è evidente che dai Mary In The Junkyard non possiamo che aspettarci un futuro radioso. La loro indubbia originalità, mai sopra le righe, va a colmare gli spazi che altri artisti contigui hanno lasciato eccessivamente in balia della sperimentazione autocompiaciuta e provocatoria. Le melodie cristalline e diversamene pop di Clari Freeman-Taylor sono così appaganti da dissolversi nello spazio e nel tempo, eteree e impalpabili, eppure capaci di raggiungere chiunque senta il bisogno di rifugiarsi nella sicurezza di canzoni come queste, frutto dell’estro di una delle band tra le più promettenti degli ultimi anni.

giorni da pecore

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Sul mostruoso Polifemo ricostruito da Nolan è chiaro che è il regista dell’Odissea ad aver ragione. Se un’entità è dotata suo malgrado (rispetto ai parametri terrestri) di un occhio solo, perché l’unico organo preposto alla vista dev’essere per forza orizzontale? E poi, giustamente, a quel punto non stona per nulla il naso messo per così, e ve lo dice uno che di asimmetrie facciali è cintura nera. Qualcuno – non io, statene certi – si sarà pur chiesto se, con membra di quelle dimensioni, il gigante più brutto dell’Italia meridionale sarà stato provvisto di un enorme schwanzstück, ma nella penombra della caverna descritta nel film non si capisce. Che poi, poveraccio, che vita avrà condotto il buon Polifemo prima che arrivasse un signor Nessuno a piantargli un paletto rovente nell’unica pupilla funzionante? Tutto solo con il suo gregge a produrre formaggio e a pascolare in quel luogo che, leggenda o no, è tutto fuorché bucolico, un paesaggio degno di un disegno di Mordillo, uno di quei posti in cui ti cade un masso dalle mani e ti tocca scendere fino al bagnasciuga per recuperarlo e poi ci lamentiamo che è stato teatro della diffusione della criminalità organizzata. Il punto è se, alla fine della storia, ci ha preso giusto Omero (o chi ne faceva le veci) che ha immaginato Ulisse pantofolaio o, al massimo, a seguire braccia dietro la schiena i cantieri di Itaca, Dante che invece lo spedisce oltre Gibilterra a sfogare la sua smania di conoscenza, Joyce che lo naturalizza irlandese a fare l’agente di commercio (ma ce lo vedete vagare in balia di Eolo alla guida di un SUV?) o con le sembianze di Matt Damon, tutto arrovellato nei suoi sensi di colpa per combinato un bel casino, per non parlare dello struggimento per la scelta tra Charlize Theron e Anne Hathaway (io Anne tutta la vita). Il film di Nolan è comunque imperdibile, ma – per una volta – sono il primo a dire che sarebbe stata più opportuna una serie tv, con tutto quel popò di sceneggiatura messa a disposizione di uno dei registi più talentuosi del cinema contemporaneo. Tutto superlativo e mai un qualcosa di troppo – effetti speciali, gente che si mena, passaggi superflui – anzi, semmai troppo poco. La scena preferita? I Lestrigoni, che nella storia della critica letteraria non si è mai cagato nessuno e qui, invece, sembra di stare dentro Guerre Stellari. E pure l’armatura di Agamennone/Batman non è da meno. Comunque mica male, questo Omero.

il flauto tragico

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Giuro che non ho scritto io il copy dello spot “The Dust Flute” che trovate qui, se avete un account Vimeo, ma il messaggio mi trova perfettamente d’accordo. Il flauto dolce, che purtroppo non si è ancora estinto, io lo bandirei da qualunque programma didattico per l’insegnamento della musica a scuola. Anzi, trovo che trasmetta ai bambini e ai ragazzi la percezione che suonare è fastidioso proprio come la sabbia nelle mutande o, seguendo l’allegoria della pubblicità dello Swiffer, come la polvere sui mobili. La mia collega di musica sostiene che in realtà dipende dallo strumento e che, mettendone in mano a dei mocciosi nella fascia di età six seven uno di qualità, il risultato non è poi così male. Acquistare flauti scadenti e scordati, con l’aggravante delle falangi inadeguate dei bimbi, è l’anticamera (impolverata) dell’apocalisse sonora. Io non ne sono affatto convinto. Il suono resta sgradevole e tutti i meme che si sono diffusi sul web mi danno ragione. Altro che inno alla gioia.