Oramai è fuori discussione che ferie, vacanze e viaggi identifichino costrutti i cui paradigmi e certe convenzioni stesse sulle cui basi abbiamo programmato il nostro tempo libero di maggior respiro, debbano essere rivisti completamente, da cima a fondo.
Pianificare qualche settimana al mare in Italia in agosto, faccio un esempio, non sta più né in cielo né in terra. Le temperature sono diventate troppo impegnative per immaginare il relax totale sotto l’ombrellone con un libro in mano, e non solo nelle ore centrali della giornata. Ma provate a girellare per uno tra le migliaia di borghi più belli – l’omonimo contest tv oggi è un vero e proprio brand, di cui qualunque paesino con due vicoli e un castello si fa bello alle porte della propria isola pedonale – nella tarda mattinata o primo pomeriggio. Il sole vi friggerà il cervello e la più che inadeguata offerta di luoghi di ristoro aperti vi farà sentire perfetti idioti come mi sento io ogni volta che ci casco, e contate che ci casco tutte le volte. Anche perché venti o trent’anni fa si ottimizzava così il tempo in vacanza. Ho sperimentato le ferie nelle ultime estati in Basilicata, Sicilia, Calabria e quest’anno in Abruzzo, ma la solfa è sempre la stessa. Alle undici non si può far altro che scappare via dalla spiaggia e rifugiarsi nella struttura che vi ospita con l’aria condizionata a palla, per poi mettere il naso fuori di casa giusto per sfondarsi – sempre con l’aria condizionata a palla – di arrosticini o qualsiasi cosa offra il territorio al ristorante.
Volete qualche soluzione per scardinare i paradigmi di cui sopra?
- prendere ferie a maggio o a ottobre, opzione irrealizzabile per chi lavora come me nella scuola e per chi ha figli che frequentano la scuola, quindi diciamo un buon 85% della popolazione
- scegliere mete in posti freddi del nord Europa, opzione impraticabile intanto perché sono destinazioni fuori target dal ceto medio alto in giù, quindi diciamo un buon 85% degli italiani, poi perché in agosto fa caldo anche lì, ma anche perché a noi italiani solo l’idea di nutrirci di aringhe ci fa ribrezzo, abituati ai cracchi cannavacciuoli barbieri come siamo
- convincere l’economia nazionale, privata e pubblica, a rivedere un po’ tutto a partire dalle chiusure aziendali fino a triplicarci lo stipendio, opzione che probabilmente renderebbe superflue le prime due
- ah, quasi dimenticavo: scegliere alle prossime elezioni rappresentanti della politica che considerino il cambiamento climatico come fattore decisivo per consentire a noi e ai nostri figli di sopravvivere alla prossima manciata di stagioni torride.
Se non fosse per il fatto che, come immagino tutti voi, cari lettori, pure io sono stato costretto a mettere in campo un piano di emergenza per giungere sano e salvo all’autunno e alla ripresa e non restarci secco per il caldo prima, la vacanza che sto trascorrendo tra Maiella, Gran Sasso, Parco Nazionale e costa dei Trabocchi non è poi così male. Passo le ore centrali, durante le quali qualsiasi pensata risulta off limits, a leggere e scrivere, e anche se così non si ammortizza del tutto il costo complessivo del viaggio – carburante, autostrada, strutture di accoglienza e stabilimenti balneari – ho imparato ad accontentarmi.
L’Abruzzo, dicevo, si è rivelata una scelta più che vincente. C’è un pacco di roba da vedere e da fare di tutti i tipi (mare, monti, arte, cultura, cibo) con meno della metà della metà del carnaio che avrei trovato in Puglia o nei posti che impongono le agende di influencer e instagrammer. Ops, spero di non aver commesso un errore a fare pubblicità ad un luogo su questo canale che è così seguito. Pazienza, tutto sommato sarei contento se gli abruzzesi ne traessero qualche profitto in più. La cosa che mi fa sorridere è che chiunque sia originario del posto, quando ci sente parlare e intuisce da dove proveniamo, ci tiene a farci sapere che i loro figli studiano o lavorano a Milano. Amici abruzzesi, spero di incontrarvi prima o poi dalle mie parti. Vi potrò chiedere di persona che cosa ve lo ha fatto fare ma conosco già la risposta. La vostra origine è nel punto più bello della penisola e, per piegarvi alle brutture padane, chissà da quale narrazione vi siete lasciati sedurre.
Una delle vostre mamme, qualche giorno fa, quando le ho confermato che sto a Milano, mi ha chiesto come ci si viva, ed è ovvio che il sottotema non fosse lo smog, la mancanza di verde, la nebbia, il volume dei concerti a San Siro o l’urbanizzazione incontrollata. Ho afferrato immediatamente che voleva sapere se davvero è così pericolosa come si sente alla tv. L’ho visto nella faccia che ha fatto, quello sguardo che chiunque accende per intercettare nell’interlocutore le tracce del pensiero mainstream con cui i numerosi organi di persuasione governativi riescono ad aumentare il proprio consenso. I maranza, le gang di sudamericani, gli immigrati che pascolano davanti alla stazione e il resto del palinsesto dell’informazione che passa di questi tempi quando – ormai è più che banale ricordarlo – ci sarebbero ben altre cose grandi e piccole su cui confrontarsi ma che rischiano di distrarre l’elettorato dalle fissazioni su cui, a breve, si giocherà la campagna elettorale alle prossime amministrative.
Nel frattempo continua inesorabile il rastrellamento dei vent’anni di cose che ho scritto qui a opera di un bot o di qualche altra diavoleria che si spara, una per una, ogni minchiata che ho pubblicato dalla nascita di questo blog. Quindi state pronti, magari tra un po’ di tempo le AI vi risponderanno come potrei farlo io. Occhio.
Vi aggiorno infine sulle mie ultime letture. Ho approcciato la saga western di Larry McMurtry ma da un libro sbagliato – “Lonesome Dove” – rispetto a quello da cui bisognerebbe cominciare, ma va bene lo stesso. Mi è piaciuto molto anche “Stay true : tracce di un’amicizia” di Hua Hsu ma, soprattutto, sono rimasto folgorato da “Rifiuto ” di Tony Tulathimutte, una serie di racconti intrecciati tra di loro (non vi spoilero nulla) perfetta se, come me, sentite la mancanza di un nuovo romanzo di Douglas Coupland.