luci della ribalta

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Il vero problema dell’insegnamento è che noi docenti siamo legati all’idea di costituirci modello per i nostri allievi. Cioè che, al netto del supporto al raggiungimento dei traguardi delle competenze, che è il nostro diciamo core business, gli studenti ci prendano per esempi di vita. Vi posso assicurare che nessuno dei miei bambini si è ancora presentato in classe con la t-shirt degli Idles, anche se stamattina Elisa indossava la maglietta dei Ramones, quella che conoscete tutti, la più iconica, ma forse perché avevamo le prove generali dello spettacolo di fine anno a conclusione del progetto di teatro/musica con lo specialista, è stato chiesto ai bambini di vestirsi di nero, e a casa di Elisa la maglietta dei Ramones era l’indumento più vicino a un outfit total black da palcoscenico. Che poi la vera maglietta dei Ramones non sarebbe proprio nera nera, piuttosto nera stinta come erano stinti loro. Ma, sfumature a parte, è difficile che dei genitori comprino a ragazzini di 10 o 11 anni una tenuta da Robert Smith da tutti i giorni, quindi per occasioni come queste va bene qualsiasi cosa trovino nei cassetti dell’armadio.

Comunque, tornando al problema dell’esuberanza di personalità dei professionisti della scuola, quell’impeto in cui ciascuno di noi docenti si percepisce come un John Keating pronto a strappare le pagine più reazionarie dei libri di testo e a gratificare ragazzini che salgono in piedi sul banco in senso proprio o in senso lato e traslato, io non sono da meno. E vi confesso che è proprio lo spettacolo che abbiamo messo in piedi, insieme alle altre quinte, a crearmi dei problemi. Intanto perché la trama e l’affidamento dei ruoli penalizza fortemente la mia classe, nell’insieme siamo quelli che hanno meno spazio, e questa cosa mi somiglia tantissimo. Meno spazio ho e più mi sento felicemente vittima e forse questa attitudine al ridimensionamento l’ho trasmessa efficacemente e loro davvero mi hanno preso come modello di tendenza verso il basso.

Non solo. I bambini delle altre quinte sono stati designati per lunghi monologhi e scene ad alto tasso di drammaturgia, mentre noi abbiamo una gag molto veloce, un balletto da tamarri e un finale degno del teatro brechtiano. Per non far loro pesare questa disparità, frutto della smania di protagonismo e di accentramento di alcune colleghe, che addirittura si permettono di mettere in discussione le scelte dello specialista al cospetto degli studenti, una tecnica che mette a rischio la sua autorevolezza, dicevo che per non far pesare loro questa disparità ho puntato sul fatto che salire sul palco alla fine di uno spettacolo è un privilegio riservato alle star. Gli ho portato, come esempio, i concerti, nei quali per ultima è prevista l’esibizione dell’headliner e chi lo precede è solo lì per scaldare la folla per l’atto conclusivo, l’acme, il momento culminante. Gli ho ricordato che quando ho suonato al concertone del Primo Maggio noi abbiamo aperto la manifestazione alle due del pomeriggio, quando la piazza era già bella piena ma la diretta tv sarebbe cominciata un’ora più tardi, e in quell’edizione c’era Sting subito dopo il tg, a coronamento dell’esibizione di decine di artisti sconosciuti come noi.

Vada come vada, è indubbio che non c’è nulla di meglio di un laboratorio teatrale a conclusione di un percorso scolastico di cinque anni, un’esperienza nella quale si esordisce bambini e che si conclude con le mestruazioni e la puzza di crescita. Vederli scorrazzare sotto le luci colorate e la sala al buio, nel silenzio delle prove generali e avvolti nel profumo del legno del palcoscenico, inconsapevoli del fatto che il giorno dello spettacolo la platea non sarà vuota ma ci saranno duecento persone a vederli, trasmette l’emozione forte del tempo che passa e della vita che va. Aspetti che cogliamo solo noi ex genitori di bambini di quell’età, divorati dal rimorso di non poter rivivere certe emozioni da capo, perché su di loro tutto scorre via liscio, senza ieri né domani, in un eterno presente che capire non si sa.

Li osservo provare e mi immedesimo in uno di quei quasi ex bambini, quando saranno evaporate le sensazioni di panico da palcoscenico e l’euforia degli applausi, e mi chiedo se, la sera dopo lo spettacolo, nel loro lettino, magari a seguito di una pizza con tutta la famiglia come premio per la giornata, rifletteranno sul vuoto che li aspetta davanti e l’ignoto che li sta per avviluppare nelle varie declinazioni della crescita, degli affetti, dei cambiamenti, dei dolori, delle passioni, dei dispositivi elettronici che si romperanno e degli ombrelli che dimenticheranno sui treni e del caos della vita. Mi chiedo se ripenseranno a quel turbamento appena provato, tutti in cerchio sul palco a recitare una versione approssimata di quello che sono diventati in quella manciata di anni in cui hanno vissuto, non per loro scelta, in mezzo ad altre persone a grandi linee simili a loro.

E non ho potuto non mettere in relazione questo spettacolo d’addio con un’iniziativa analoga che ha coinvolto una seconda, a cui ho assistito il giorno prima, nello stesso spazio. Esseri umani di una dimensione veramente ridotta, con quell’incertezza in entrambi i ruoli – quello di bambini piccoli e quello di attori – che è poi il principio attraverso il quale inducono gli adulti a prendersi cura di loro, ad accudirli in quanto figli (o bambini tout court) e a insegnargli le cose che sappiamo per aiutarli ad uscirne fuori, da quell’incertezza che ci ispira così tanta tenerezza.

In generale un insegnante non dovrebbe essere troppo sensibile, tendere alla malinconia, metterci troppa passione, caricare le aspettative, portarsi il lavoro a casa, voler cambiare le persone, aspettarsi la riconoscenza da chicchessia. Ogni giornata ha un suo tema, una sua canzone, un colore imprevedibile, un pezzo di sé da portare a scuola e che non è detto che serva a qualcosa.

AAA

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Sto seguendo un corso di formazione tenuto da un collega che ha una visione della lingua italiana tutta sua. Grazie a una sorta di un vezzo dialettale fa terminare alcune parole ubicate in punti strategici delle frasi delle sue spiegazioni con la lettera A, anche se la lettera A non c’è. Quindi è tutto un noa, sia, giovedì alle trea, il fatto chea, cioèa, questa funzionalità dia, perchéa, siete quia e via così. Il punto è che non riesco a concentrarmi sui contenuti perché – il corso si svolge online – mi sono messo a segnarmi tutti i passaggi che, con la lettera A in fondo, suonano più divertenti. Il formatore poi inizia un quarto d’ora dopo l’orario stabilito e, più o meno a metà, va a prendersi un caffè. Ho pensato che sia un modo tutto italiano per gestire questo tipo di attività, non mi ha sorpreso quindi il momento in cui, verso la conclusione, pur parlando di piattaforme di gestione organizzative e didattiche in ambito scolastico, il formatore ha preparato una pizza e ha provato a rifilarci un autoradio con un mattone dentro. Un altro aspetto del suo metodo che non condivido è che lascia troppo spazio a noi e alle nostre domande. Se mi sono iscritto al suo corso è perché voglio ascoltare lui, anzi, luia, e non le farneticazioni di noi discentia che, nell’uso della piattaforma al centro del corso, facciamo un uso discutibilea. Il punto è che i docenti – io in primis – amano parlare di sé e innestano se stessi in qualsiasi narrazione, anche solo per formulare una faq a un help deska. In una classe di bambini o di ragazzini lobotomizzati dai socialcosi si matura poi la consapevolezza che sia naturalea proporre i propri punti di vista senza contraddittorio alcuno. In natura non funziona così. Dici qualcosa e trovi sempre qualcuno che sostiene il contrario e rovina la festa. Per questo non ci vedo niente di male a dire, a questo punto del racconto, che i miei corsi di formazione, quelli che tengo io e che potete cercare sulla piattaforma Scuola Futura – che, per i non addetti ai lavori, è una specie di bric a brac della formazione in cui milioni di insegnanti italiani si improvvisano tuttologi di tutto e si dichiarano responsabilmente pronti alla divulgazione del proprio sapere – sono molto meno divertenti. Parlo per due ore di fila senza sosta e non perdo tempo in Q&A. In più mi mangio le parole, faccio fatica a trovarle e ho questo tono da nevrotico in cui vado velocissimo e chi si è visto si è visto. Ma se devo usare nomi o argomenti di fantasia, per mettere in pratica degli esempi, parlo dei Cure e di Miles Davis. Lo scorso martedì, però, al collegio docenti, una collega dell’infanzia si è congratulata per il mio metodo. Dice che è funzionale e che nessuno si addormenta. Le ho risposto grazie e, dentro di me, ho pensato che potrei brevettarlo. Anzi, di sicuro lo brevetteroa.

sotto pressione

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Il regalo più utile che ho ricevuto per il mio compleanno – lo scorso dieci di maggio – è stato quel telecomando che ho da tempo nella wishlist e che, da quando ne sono in possesso, qualche giorno fa, permette finalmente anche a me di spegnere e accendere i semafori quando il sensore di cui è provvista l’app collegata – installata sul sistema di infotainment della macchina – ne rileva appunto la presenza a qualche decina di metri di distanza. Al secondo posto di questa classifica, ma potrebbe tranquillamente stare a ex aequo con il telecomando, c’è la carta di credito di cartoncino blu che ha fatto in esclusiva per me Erik. Non solo. Proprio ieri ha chiuso il cerchio, corredando il regalo di un elegante porta carte – questa volta tutto nero – realizzato con i rimasugli dell’ultima attività di arte.

Anzi, la penultima, a essere sinceri. Per chiudere l’anno e la quinta mi sono messo in pista con la realizzazione di un video emozionale in cui ho chiesto ai miei bambini di rispondere ad alcune domande strappalacrime. Con il girato preparerò un montaggio con una di quelle musiche che si usano negli spot per commuovere le persone, come se i bambini che parlano della loro esperienza alla primaria non fosse abbastanza, pensavo a una cosa tipo “Porcelain” di Moby, avete presente? Li ho messi in guardia chiedendo di dare il massimo perché il video, come tutti i prodotti digitali, rimarrà per sempre e non si distruggerà mai. Quindi, tra dieci o venti o trenta o quarant’anni, se non si impegnano abbastanza o non riescono a controllare la stupidera e rideranno durante le loro dichiarazioni o anche se solo diranno delle sciocchezze, il video sarà ancora a disposizione di tutti, da qualche parte, e qualcuno potrà farsi gioco di loro.

Erik, che con tutti i problemi che ha non è che abbia tanto per la testa di confidarsi con il prossimo, tanto meno davanti a una telecamera, ha confermato di avere molta paura della scuola secondaria che lo attende dopo l’estate. Che poi, voglio dire, i compagni che troverà saranno più o meno quelli che conosce. Siamo un comprensivo di paese, è chiaro che dall’infanzia alla terza media gli studenti sono gli stessi e si rimescolano passando da un ordine all’altro. Mi hanno trasferito tutta l’agitazione ed è una cosa che, a scuola, non dovrebbe accadere. Per fare quello che non si lascia coinvolgere da queste cose ho già creato la cartella sul mio drive “Anno scolastico 24/25” e ho cominciato a segnarmi un po’ di cose da preparare per la mia futura prima, il mio secondo ciclo che inizierà a settembre. Ma questo non è bastato a sedare l’ansia per il fatto che i bambini che ho preso e accompagnato fino a qui se la caveranno egregiamente anche senza di me, nel mondo. Sarà anche per questo che, dalla settimana scorsa, la pressione mi è schizzata alle stelle. Ho tagliato caffè, birra e schifezze varie e in parte la situazione sembra migliorata. Mi sparo di certe dormite che non avete idea. Mi addormento profondamente e non mi sveglio fino alla mattina. Poco fa però ho notato una venatura sullo schermo del mio smartphone e mi sono agitato di nuovo perché ho sostituito il vetro, per lo stesso motivo, poco più di 12 mesi fa. Allora ho fatto di tutto per calmarmi, e quando ho osservato nuovamente il telefono, mettendomi sotto la luce naturale della finestra e orientandolo in modo da sfruttare l’angolazione migliore, la venatura non c’era già più.

estranei

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Prima o poi vi farò l’elenco dei film bellissimi che ho visto nel corso della stagione cinematografica agli sgoccioli. Se, come me, fate gli insegnanti, saprete che non c’è periodo che non coincida con l’anno scolastico, di conseguenza tutto volge al termine tra maggio e giugno, e la stagione cinematografica che volge al termine è una di quelle che ci ricorderemo per anni. Ma sono certo che tutti voi avrete visto film come “Estranei”, “American Fiction”, “C’è ancora domani”, “Memory”, “Past Lives”, “La zona di interesse”, “La sala professori”, “Anatomia di una caduta”, “Perfect Days”, “Foglie al vento”, “Io capitano”, “Povere creature”, “La chimera”, “Another end” e “The Holdovers” e sono sicuro di dimenticarmene qualcuno. Ecco, prima o poi vi farò l’elenco dei film bellissimi che ho visto nel corso della stagione cinematografica che volge al termine.

Poi, alla fine, qualcosa è andato storto. Anzi, a essere precisi, tre cose. La prima. Ho visto “Challengers” di Guadagnino che proprio non mi è piaciuto. Cioè, non è che sia un film brutto, è che è un film inutile, soprattutto a valle dell’esperienza dei film che ho elencato sopra. L’ho trovato a tratti disturbante, mal recitato e realizzato un po’ così, stavo per scrivere all’italiana ma mi sono fermato prima per non dare vita all’ennesimo dibattito sull’orgoglio italiano che, di questi tempi, ha ampiamente rotto i maroni.

Poi, la sera stessa in cui ho perso tempo e buttato via i soldi per “Challengers”, nello stesso multisala era in programma la proiezione de “Il segreto di Liberato”, che avevo visto però già la sera prima (altro film superlativo), ma con la presenza di Francesco Lettieri in sala e, ovviamente, il tutto esaurito. Il punto è che non lo sapevo: ho acquistato i biglietti (per un altro cinema) praticamente in tempo reale non appena Liberato aveva pubblicato su FB l’uscita del film e i dettagli. Un eccesso di zelo che mi è costato caro, almeno in salute: non potete immaginare il fastidio che ho provato per aver scoperto che ci sono altre persone che hanno i miei stessi gusti musicali e, in aggiunta, che avevano riempito la sala per la presenza di Lettieri – quindi dimostrandosi più fan di Liberato rispetto al sottoscritto – mentre io no. Mi sono quasi sentito male per l’invidia. Poi, come per miracolo, mentre mi allontanavo affranto dal botteghino dove l’addetta alla vendita dei biglietti mi aveva negato qualunque possibilità di porre rimedio alla mia debacle, ho notato tra la coda di spettatori che accedeva alle scale mobili che portano alle sale del cinema proprio Francesco Lettieri. Sono riuscito a raggiungerlo prima che le imboccasse, gli ho chiesto se fosse proprio lui, anche se ne ero sicuro, e alla sua conferma gli ho stretto la mano, porgendogli i miei complimenti, come se servissero a qualcosa.

La terza cosa riguarda invece Andrew Scott, l’attore che ho apprezzato e molto nel film “Estranei” e che ho ritrovato nella serie tv “Ripley”. Pur ammirandone le doti attoriali, c’è qualcosa nei suoi lineamenti che mi disturbava ma non riuscivo a cogliere il motivo. Poi, alla fine, ho capito il perché.

sardonico

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Se ci fosse giustizia nell’universo Alessandra Sardoni sarebbe da sempre la direttrice del TG7 e Mentana un galoppino qualunque, uno di quelli che la redazione spedisce a correre dietro alle mezze calzette tra Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama per strappare qualche dichiarazione imparata a memoria. La sua figura di merda, con Lilli Gruber, è stata epocale e, per dirla alla milanese, alla conduttrice di “Otto e mezzo” Mentana “non le porta dietro nemmeno le ciabatte”.

kamikaze

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Una delle raccomandazioni che mi sono state fatte quando ho vinto il concorso e ho iniziato a lavorare nella scuola è stata di non diventare uno di quelli che raccolgono gli strafalcioni di alunni, colleghi, bidelli e personale amministrativo e poi tenere un diario, un blog, un profilo social o addirittura scrivere un libro e vendere milioni di copie e fare un pacco di soldi. Tranquilli, cari amici, vi prometto che non ho nessuna intenzione di diventare ricco sfondato. Quello degli errori grossolani costituisce un genere letterario banale, ampiamente sfruttato e che non fa ridere nessuno. È per questo che mi sono sempre rifiutato di pubblicare le foto di alcune scatole che ho trovato nell’armadio del laboratorio di informatica, nemmeno quella su cui qualcuno ha scritto “maus” o quell’altra la cui etichetta in pennarello riporta il contenuto e cioè un “ruter” e non è solo un problema di lingua. Le castronerie informatiche nel mondo della scuola meriterebbero infatti un capitolo a sé, e se potessi occuparmene in prima persona comincerei la storia narrando la leggenda metropolitana, da sempre consolidata nel comprensivo in cui insegno io, secondo cui i file audio mp3 delle prove Invalsi, dopo il primo e unico ascolto consentito, per una certa alchimia soprannaturale non permettono più di essere riprodotte. Stamattina una collega mi ha aggredito verbalmente perché – con un anticipo decisamente ampio rispetto alla campanella e quindi al riparo dal rischio di diffondere un segreto che, Fatima a parte, non ha eguali – ho testato la qualità delle casse della sua aula con l’audio della prova standard del listening di Inglese. Io pensavo scherzasse, poi altri colleghi mi hanno guardato nemmeno avessi bestemmiato. “Sei pazzo”, mi sono sentito dire. “Non lo sai che al secondo ascolto si bloccano e diventano inutilizzabili?”. Ho pensato a quale evoluta tecnologia di crittografia in dotazione al ministero potesse essere in grado di abilitare una funzionalità simile su file scaricati su dispositivi personali, poi ho velocemente passato in rassegna certe farneticazioni istituzionali sul digitale a cui sono quotidianamente esposto nell’ambiente in cui lavoro, ho fatto due più due e, tornato in me, sono scoppiato a ridere. Eppure, un mp3 kamikaze che, al secondo ascolto, si fa esplodere sul desktop potrebbe costituire l’incipit di un best seller di un nuovo genere letterario che coniuga l’intelligenza artificiale a un certo umorismo demenziale tipico di chi, come me, non fa ridere nessuno. Sentite questa: ti va di salire da me a vedere la mia collezione degli audio delle prove Invalsi degli ultimi cinque anni? Li metto con una certa frequenza, soprattutto quando voglio preparare per bene i miei alunni per il test più inutile di tutto l’intero percorso didattico e formativo, eppure funzionano ancora perfettamente. Non se ne è consumato nemmeno un bit.

OMNI – Souvenir

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Se siete fanatici di Tetris, il sound degli Omni è quello che fa per voi. In Souvenir ogni parte va a incastrarsi alla perfezione al suo posto, alla velocità dei livelli riservati ai giocatori più esperti.

Se in natura davvero esiste il math rock, lo stile degli Omni rimanda invece a forme geometriche rigorosamente regolari. Il trio di Atlanta suona un quadratissimo post-punk che, se non fosse completamente elettrico, sembrerebbe pilotato attraverso un trigger proveniente da un calcolatore elettronico. Souvenir è un capolavoro di precisione. Vi sfido a trovare una nota o un colpo di batteria o una sillaba fuori quantizzazione. Tutto sembra perfettamente al proprio posto, in un’alternanza regolare tra suono e pausa.

L’effetto è al limite del robotico, una versione ancora più asciutta dei Devo che si lascia andare a rarissime (e quando si manifestano, deflagranti) eccezioni. Un approccio meccanico e meticoloso che porta persino a scriverne come sto facendo qui. Poche parole per riga, in linea con la brevità delle undici tracce dell’album. Canzoni volutamente omogenee, una regolarità tradita solo dai gradevolissimi cameo vocali di Izzy Glaudini delle Automatic.

Da Souvenir abbiamo solo da imparare. Intanto che nell’era dell’intelligenza artificiale è ancora una volta l’umanità a interpretare al meglio il ruolo della macchina, sia quando si tratta di comporre musica che di scrivere testi dal significato inaccessibile. Poi, che solo la precisione e l’ordine ci salveranno dal caos. Infine, che si può ridurre ai minimi termini la propria arte solo quando, come per gli Omni, c’è davvero sostanza e l’opera mantiene il significato anche con poco, anzi meno. In una sceneggiatura che non ammette sbavature, la band di Atlanta inserisce persino colpi di scena in modo magistrale, su tutti l’impennata rock’n’roll (con tanto di pianoforte) in coda a “INTL Waters”, uno spin off pronto a mettersi in discussione attraverso un’ironica destrutturazione con schianto finale.

Con la pubblicazione di Souvenir, il cantante/bassista Philip Frobos, il chitarrista Frankie Broyles e il batterista Chris Yonker interrompono il periodo di silenzio seguito all’uscita del precedente Networker nel 2019. In mezzo c’è stata la pandemia, che ha messo in stand-by la collaborazione tra i tre e ha consentito lo sviluppo di progetti individuali di vario tipo. Al rientro alla base, l’apporto di Kristofer Sampson in sala di regia ha consolidato il tutto nel nuovo lavoro, fondamentale per riprendere esattamente dal punto in cui le composizioni si erano fermate. Souvenir conferma l’originale formula, un sound che risulta dichiaratamente lineare perché risultato di pattern consolidati che si incastrano efficacemente, tutt’altro che monotono. Anzi. Nell’album non si percepisce alcun calo di energia, nemmeno un irrisorio allontanamento dalla dimensione fisica e immediata della loro riduzione ai minimi termini del rock.

Rispetto ai dischi precedenti, in Souvenir c’è però uno scrupoloso lavoro di pulizia che troverà entusiasti e detrattori. Se volete la mia opinione, ascoltando le nuove tracce, va benissimo così. Ogni singola parte si percepisce distintamente e può essere isolata dal resto, ed è un piacere per le orecchie. Le parti di chitarra, in tutte le sfumature che vanno dal nitido al lievemente distorto, non perdono mai la loro freschissima asetticità, un valore aggiunto per gli amanti del genere. Ma è tutto l’album a risultare terso e tagliente come vetro, e non c’è traccia che scenda a compromessi in tensione.

Souvenir è una dichiarazione di contemporaneità e rimanda ai tempi e luoghi ben definiti in cui è stato pensato e realizzato. Non potrebbe essere altrimenti, considerando il ritmo mozzafiato della tracklist, che non lascia spazio alla nostalgia. Il che è paradossale, visto il carattere comunque evocativo e derivativo insito nel DNA del progetto. Il presente è anche questo, e non potrebbe meritare colonna sonora migliore. Proprio così. Anzi, come canta Frobos, “exacto, de facto”.

a lungo termine

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Avete mai fatto caso che molte delle cose che ci entusiasmano di più, o che seguiamo con maggiore appartenenza e partecipazione, c’entrano con la morte? Io nutro un forte e ossequioso interesse per le civiltà preromaniche e per la Resistenza partigiana, giusto per fare due esempi, ma ogni volta in cui mi trovo al cospetto di una necropoli o del 25 aprile, ecco che mi viene sbattuta in faccia una quantità di cadaveri così ampia – in foto, sotto forma di lapide o di urna cineraria – da lasciarmi sbigottito. D’altronde, riconoscerete anche voi il fatto che la storia o anche certe cose del passato, faccio un esempio meno cruento e dico David Bowie o Kurt Cobain, pullulano di defunti. Quanti miliardi di persone sono già scomparse dalla comparsa dell’uomo sulla Terra? Quanta gente ci ha lasciato le penne (immeritatamente o meritatamente) dall’8 settembre del 43 alla Liberazione? Fate voi i conti e aggiungete qualche unità in più, se ci spingiamo fino al 28 aprile e ai fatti di Dongo.

Per non sembrare il solito depresso e parlare solo di cose lugubri e sepolte (quando si è riusciti a trovare i corpi, perché in certe stragi opera dei bisnonni dei melo-lollobrigidiani a volte erano talmente conciati male che boh, pensate alle Fosse Ardeatine o a certi eccidi in Toscana) ho deciso che cercherò di considerare argomenti come questi solo dal punto di vista della vita. Ieri, al corteo di Milano, ho trovato un punto privilegiato che mi ha permesso di osservare un po’ più dall’alto – sfruttando anche la mia statura – la gente sfilare, dicono più di 100mila, ciascuno dietro ai vessilli da cui si sentiva più rappresentato. Ho visto almeno una dozzina di partiti riconducibili ai valori della sinistra, roba che se votassero tutti il PD come me saremmo ben oltre la maggioranza di questo paese. Ma non è questa la sola cosa che mi ha colpito. A differenza delle scorse edizioni, qui a Milano c’erano tantissimi ragazzi. Ma davvero tanti e di tutti i tipi, dagli scout al Leoncavallo. C’era davvero tanta vita, tanto futuro, tanta speranza. Non so come farò a trovare altrettanto ottimismo a proposito di Osci e Sanniti, ma sono sicuro che da qualche parte prima o poi incontrerò un corteo di studenti di archeologia che mi farà cambiare idea.

English Teacher – This Could Be Texas

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Che sia o no un disco post-punk, “This Could Be Texas” è un album d’esordio pressoché perfetto con il quale gli English Teacher superano tutte le aspettative.

Non erano abbastanza il modo che hanno solo loro di suonare la chitarra, un vocabolario pieno zeppo di parole tronche, la cultura della musica d’insieme (pensatelo in contrapposizione all’individualismo esasperato ed esasperante dei nostri ragazzi che puntano tutto solo su se stessi), i produttori discografici, la disinibizione compositiva e l’attitudine a superare qualsiasi canone armonico e melodico per meri fini commerciali (una volta avremmo tirato in ballo gli edit radiofonici, oggi parliamo principalmente di TikTok), per non parlare della fortuna di nascere in un posto dove la musica non è svilita ma è rispettata, insegnata e coltivata e, proprio per questo, parte integrante dell’economia, a farci schiumare di invidia.

Ci mancava giusto la possibilità di scegliersi nomi tipo i calamaro, la legge sul cantiere, la capitale degli omicidi, gira al minimo, paese nero strada nuova, lavaggio a secco, gamba bagnata. Da noi, forse, la cosa che si avvicina di più a l’insegnante di inglese è la rappresentante di lista. Oltre a tutte le fortune che hanno, in UK non c’è neppure bisogno di inventarsi neologismi roboanti o giochi di parole o, a parte i Bar Italia, puntare su nonsense in lingua straniera. In UK il rock è ancora una cosa seria. In UK il rock è ancora la musica più moderna che ci sia.

Tengo d’occhio l’uscita di questo disco da quasi due anni, da quando ha fatto breccia nella mia vita la prima versione di “R&B”, un pezzo confezionato a puntino per chi, come me, vede nei canoni del post-punk cantato con voce intonata, possibilmente femminile e con qualche ammiccamento soul, il non plus ultra, anzi il top, come si dice ora. La perfezione.

Da allora ho seguito con una abnegazione che spero qualcuno mi riconosca, prima o poi (un’applicazione vi assicuro ai limiti dello stalking) l’evoluzione di questa band, approcciando con ascolti attentissimi tutti i nuovi singoli che, battuta dopo battuta, nota dopo nota, smentivano l’appartenenza degli English Teacher al mio principale genere musicale di riferimento. Brani pensati per mettere alla prova gli appassionati veri, i cultori disinteressati di questo quartetto che, manco a dirsi, anziché indurmi a desistere, mi hanno intrigato sempre di più. In amore, si sa, è una tecnica consolidata.

Ho persino ricondotto l’esperienza degli English Teacher a quella dei Police, artisti che alle origini della loro carriera hanno sfruttato il punk in quanto genere più in voga ai tempi e, suonando volutamente in modo approssimativo (erano composti da un jazzista, un mostro di tecnica alla batteria e un session man di esperienza) sarebbero potuti risultare più accattivanti per il gusto dell’epoca.

Il punto è proprio che il post-punk, agli English Teacher, sta altrettanto stretto e, giunti all’ultima nota del loro straordinario ellepi di esordio, viene da pensare che l’aspetto post-punk, di tutta quella meraviglia, sia forse il meno rilevante, quello meno decisivo, considerata la bellezza e l’originalità di tutto il resto. E non ero certo solo io, sulle spine, nell’attesa della pubblicazione di This Could Be Texas. Un pezzo da novanta come Beyoncé ne ha incensato il valore poche ore prima dell’uscita, definendo gli English Teacher “di gran lunga la migliore nuova band del pianeta in questo momento”. Non sarò certo io a smentirla.

La tracklist di This Could Be Texas è perfetta e alterna gli ottimi spunti che hanno preceduto l’album con inediti assolutamente all’altezza. Con “Albatross”, il brano di apertura, l’opera spicca immediatamente il volo e non potrebbe essere altrimenti. Non delude le aspettative di chi non vedeva l’ora di avere tra le mani il disco e concentra i tratti principali della band a chi si approccia a loro per la prima volta. Emerge immediatamente tutta la bellezza della poesia di Lily Fontaine (sorprendente autrice dei testi, ottima vocalist e incantevole front woman del gruppo, il tutto in un’unica persona) e la sua personalità artistica a metà tra letteratura e musica, con liriche aspre e allo stesso tempo ricche di fascino, in cui trovano posto introspezione, quotidianità familiare e visioni surreali.

Ci sono quindi i brani che non stonerebbero in nessuna playlist dedicata al fiorente panorama neo post-punk britannico, a partire da “I Am The World’s Biggest Paving Slab”, in cui Lily Fontaine afferma di sentirsi la piastrella più grande del mondo ma anche la celebrità più piccola, un verso che, dopo questo esordio, siamo sicuri che presto non corrisponderà più alla realtà. In questa categoria rientrano a pieno diritto anche “I’m Not Crying, You’re Crying”, una hit alternative a tutti gli effetti, a metà tra lo spoken word di Dry Cleaning e le chitarre stoner dei Dinosaur Jr., l’ormai conosciutissima “R&B”, ovvero come rispondere con ironia ai pregiudizi di vivere con la pelle scura nell’industria musicale, e “Nearly Daffodils”, un modo originale per parlare d’amore che si caratterizza per un particolare fraseggio strumentale all’unisono (o quasi) che mette in luce tutta la tecnica e la creatività del resto della band, il chitarrista Lewis Whiting, il bassista Nicholas Eden e il batterista Douglas Frost.

Già solo con questa manciata di brani This Could Be Texas potrebbe conquistare il primato di disco dell’anno. Ma il bello deve ancora venire.

Il resto delle canzoni risultano composizioni fuori da qualsiasi cliché, difficilmente categorizzabili e che fanno degli English Teacher una delle band più originali in circolazione. Mi riferisco a “Broken Biscuits” e al suo sapore tutto dispari alla The Lamb Lies Down On Broadway degli ultimissimi Genesis, al disordinato indie folk di “Mastermind Specialism”, probabilmente il resoconto di una seduta di psicanalisi, alle ancor più evidenti citazioni progressive nella title track, con i suoi strappi resi con strumenti acustici e, quindi, ancora più forti e marcati e il travolgente crescendo strumentale della coda.

Fino all’apoteosi totale e finale, composta dalla struggente “The Best Tears of Your Life”, davvero una delle cose migliori mai sentite negli ultimi anni, dalle parole di incontrollata passione accompagnate dal piano e gli archi di “You Blister My Paint” (“Your overexposure makes my eyes weak/But I can’t look away, You’re so hot then you leave me”), dalla leggerezza pensata quasi in contrapposizione con il pezzo precedente di “Sideboobs”, una gita tra curve e colline con tutte le diverse accezioni del caso, per terminare con “Albert Road”, la ballad che non potrebbe stare altro che qui in chiusura, una sequenza di umanità (chissà se le persone di cui si parla sono le stesse che hanno partecipato al video, riprese nel pub) in rassegna lungo l’omonima via principale di Colne, la cittadina a un’ora di macchina da Leeds in cui Lily Fontaine è cresciuta.

C’è da chiedersi in che modo gli English Teacher sapranno restituire dal vivo quanto promesso in This Could Be Texas. Non dev’essere per nulla facile trasmettere una gamma di registri emotivi e musicali così ampia ed eterogenea. Se riusciranno (ne sono certo) potrò immolarmi definitivamente a loro. Per il momento, mi godo all’infinito questo capolavoro, sicuramente uno degli esordi più convincenti nella storia recente della musica inglese.

la sette

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Ora ditemi se la sigla di Propaganda Live non sta meglio in 7/4.