in famiglia siamo tutti degli artisti

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“In famiglia siamo tutti degli artisti” è il testo dell’adesivo più in voga del momento, una sorta di tormentone estivo appiccicato sul portellone posteriore delle automobili che sta prendendo il posto delle silhouette degli occupanti del veicolo con il nome sotto e che però consentiva, ai più curiosi, di stanare le scelte più bizzarre per chiamare figli e animali domestici. Per puri scopi statistici ho fatto un giro nel parcheggio della Coop per capire quanto questa moda stia prendendo piede. Non vi faccio vedere i miei appunti ma fidatevi, prima o poi li pubblicherò dopo averli ordinati. Ero lì con il Tenente Colombo perché aveva appena terminato le riprese dello spot, quello in cui cerca il cane che si perde nei magazzini della Coop e così tempesta di domande – pura deformazione professionali – commessi e operatori per sapere dove vanno a prendere quella frutta così buona. Nella pubblicità della Coop fa pure una comparsa Mario, il marito di Enrica, quello che si è tatuato il numero 10 di Maradona sulla schiena a grandezza naturale, proprio come se fosse una maglietta tessuta di pelle umana. Sono queste le considerazioni che mi hanno fatto pensare che, in fondo, è vero quello che si dice sull’adesivo di cui parlavo prima. In famiglia siamo tutti degli artisti, e prima o poi ci ritroveremo in un’occasione come quella, proprio come è capitato a me.

per me è un sì

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Risulta incredibile la quantità di occasioni in cui mi ritrovo allo stesso semaforo, all’ora in cui rientro a casa da scuola, fianco a fianco con un tizio con uno zaino Invicta sulla schiena a bordo di un motorino Sì Piaggio. Colpisce l’esiguità dei volumi del mezzo, paragonata agli scooteroni e ai motocicli che vanno di moda adesso. Il Sì Piaggio, tanto quanto il suo fratello maggiore Ciao, ha un ingombro di poco superiore a un monopattino elettrico e, nel traffico, colpisce per il senso di precarietà che trasmette soprattutto in un contesto di ordinario traffico suburbano, e non certo di un raduno di nostalgici di antichità a due ruote. Potrebbe trattarsi di uno studente appena uscito da una scuola secondaria dei paraggi, o qualcuno che rientra dal lavoro e che si è appassionato ai veicoli impiegati in gioventù dei propri genitori. Magari gli piace pasticciare con i motori e se l’è rimesso in sesto da solo, nel garage di casa. Ma una parte di me, quella più autorevole, è seriamente convinta che il giovane uomo sul Sì Piaggio sia una sorta di emissario degli anni 80, un agente segreto in grado di viaggiare in motorino in lungo e in largo nel tempo, al soldo di qualcuno che lo paga per seguirmi e scoprire dove mi nasconda.

revisione

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Trovo l’officina uno degli ambienti più ostici. Preferirei qualunque cosa rispetto ad avere a che fare con un meccanico. Fondamentalmente perché non ho alcuna possibilità di instaurare una relazione e non ho mai conosciuto un meccanico che si sia messo nell’ottica di spiegarmi – anche a grandi linee –  quello che si appresta a fare. La revisione era scaduta da un pezzo ma per fortuna la pandemia ha messo tutto in stand-by quindi non preoccupatevi, potete anche farvi dare un’occhiata con calma prima di partire per le vacanze. Mi ero accorto che il sensore genetico, quello che mantiene il contatto con la parte di noi presente nella nostra prole, gracchiava e la trasmissione e ricezione dei segnali non era più limpida come dovrebbe. So che ogni dieci anni va cambiato ma sul libretto c’è scritto che è meglio dargli un’occhiata ogni due anni, dopo i primi cinque d’uso, e comunque occorre tenerlo sempre sotto controllo. Se il vostro meccanico di fiducia non ve lo propone, chiedetegli di mostrarvelo. Il mio aveva il coperchietto trasparente della capsula tutto ossidato. L’ho fatto risistemare e mi sono accorto subito della differenza. Ieri ho scritto una cosa sulla Settimana Enigmistica e a pranzo, rientrato da scuola, c’era mia figlia che risolveva un cruciverba di quelli più ampi, presenti verso le pagine finali della rivista che vanta quello che sappiamo bene ed è inutile ripeterlo. Mi ha chiesto un aiuto per completare le risposte alle definizioni più complesse, ero un po’ fuori allenamento ed alcune non le conoscevo nemmeno io. La mia famiglia ha una solida tradizione di solutori che ho interrotto ma che, a quanto ho appurato, potrebbe riprendere pur con un grado in meno di continuità.

centro

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Sviluppata sulla falsa riga dell’omonima prova della Settimana Enigmistica, l’app “Il bersaglio” consente di ottenere una parola completamente diversa da un termine di partenza attraverso una serie di passaggi invisibili al giocatore. Come spiegava ieri sera, tra un tempo e l’altro della partita della nazionale, il facoltoso ingegnere autore del brevetto, funziona come quei giochi in cui una biglia di metallo parte da un punto e percorre un tracciato del tutto casuale lungo una serie di passaggi, binari e gallerie. Il divertimento consiste proprio nel risultato random, che poi è la vera essenza di certi applicativi in voga ma che va ricondotta alla notte dei tempi, basti pensare al mistero dei dadi o delle carte da gioco. In studio, oltre a Paola Ferrari, che si distingueva come sempre per il trucco degli occhi sopra le righe, c’era il pianista Massimiliano Bandiera a testimoniare l’efficacia dell’invenzione. Il suo cognome avrebbe dovuto essere lo stesso di un attore spagnolo passato alla storie per una serie di spot con le galline, un fattore che potrebbe sembrare banale al netto del rapporto di parentela diretto con Memo Remigi, di cui è il secondogenito e che non ha saputo ricordare da quale parola fosse partito. L’ispiratore di chissà quante storie romantiche riconducibili alla bizzarria di provare sentimenti di affetto nella metropoli lombarda ha però poi lanciato il suo nuovo singolo e peccato che, nel passaggio televisivo, sia stato sfumato nella pubblicità. Avreste potuto tutti rendervi conto del palese rimando a quel brano che avevamo composto io e l’amico Marco, quello che paradossalmente somiglia a Memo Remigi molto di più di Massimiliano Bandiera, e che andava dicendo di avere uno zio che, per lavoro, faceva il manager per alcuni comici dello Zelig. Non ho chiesto a Marco perché non ne avesse mai approfittato, e di certo un’occasione come quella di ieri sera non mi capiterà mai più.

rimborsa gli amici per la cena in pochi secondi

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Ho visto questa pubblicità su Facebook ed è un peccato che PayPal non esistesse prima, quando crescevo in Liguria e pagare alla romana era il male assoluto.

in cattedra

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Avete presente quelli che hanno figli e dicono a quelli che non hanno figli che non possono capire perché non sono genitori? Non c’è preambolo migliore a sostegno della mia tesi, e cioè che non c’è nulla che riempia più la vita della scuola e, ve lo assicuro, se non siete insegnanti non potete capire. Questo non vuol dire che un docente non abbia la sua famiglia, la sua vita privata, la sua collezione di dischi in vinile e il suo gatto, rigorosamente in ordine di priorità. Però farsi carico della serenità di tutti quei bambini per mesi e mesi che poi d’improvviso puff, spariscono tutti nelle loro seconde case al mare o in montagna, è un’esperienza un po’ così così. Anzi, per certi versi ingiusta. Quest’anno, per rendermi conto se un po’ di continuità emotiva possa essere la soluzione di questo rapporto sentimentale a singhiozzo, ho dato la disponibilità per il Piano Estate, che è quella cosa a cui un insegnante come si deve non avrebbe mai dovuto dare il suo consenso perché le scuole cadono a pezzi, c’è carenza di organico, ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette!

A parte le battute, il Piano Estate sta alla scuola come la scappatella agostana sta a quando la moglie è in vacanza. Scaturisce un flirt didattico con classi eterogenee che non sono le tue, da cui ci si può lasciar sedurre e abbandonare al termine di quest’iniziativa così raffazzonata che poi alla fine, guarda un po’, si è rivelata una figata senza precedenti. Insegnare quello che ci pare e nel modo che ci pare a ragazze e ragazzi che partecipano per scelta senza l’assillo del programma e della valutazione. Ma che razza di scuola è, diranno i puristi e quelli dei compiti delle vacanze a sentire la brezza marina. Certo, le aule non hanno l’aria condizionata e spaccarsi di eritemi sul bagnasciuga non ha eguali. Chissà che cosa resterà di questi corsi di teatro, di musica leggera, di WordPress, di comunicazione ai ragazzi. Io sono fiducioso e poi, si sa, chiodo scaccia chiodo. A settembre tornerò fedele ai miei bambini, ve lo giuro.

al momento solo il marito

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In questi giorni, 35 anni fa, i The Smiths – o gli Smiths, come diciamo noi anche se qualcuno sostiene che non sia corretto – pubblicavano “The Queen Is Dead”. Stavo sveglio per ascoltare Rai Stereonotte e così, proprio in una notte di quelle notti folli, giovani e in stereofonia, mi piace pensare proprio in quella del 16 giugno dell’86, hanno messo la title track che è un pezzo straordinario, forse il più bello di tutto il disco. Ma no, è molto meglio “Bigmouth Strikes Again”, quante volte l’abbiamo ballato nella nostra vita? A pensarci bene, forse il brano più significativo è “There Is a Light That Never Goes Out”, che poi è la canzone di sicuro più conosciuta della band di Morrissey. Ma vogliamo parlare di “The Boy with the Thorn in His Side” o della poesia di “I Know It’s Over”, anche se in realtà è molto più iconica l’irriverente “Vicar in a tutu”? E allora “Cemetry Gates”? Sono sicuro che sia quella la traccia più ascoltata del disco e fa a gara con “Frankly, Mr. Shankly”. No, ragazzi, non c’è storia: la struggente “Never Had No One Ever” le batte tutte. Eppure, c’è chi non smetterebbe mai di mettere “Some Girls Are Bigger Than Others”. Aspetta, vuoi forse dire che è tutto il disco a essere pazzesco?

sballo

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Ci sono spot televisivi in cui si vedono persone che ballano l’esperienza che il prodotto o il servizio che commercializzano è in grado di suscitare al consumatore. Non mi riferisco a jingle cantati e ballati da qualcuno, come il passo del Pinguì o si con riso (ma senza lattosio), piuttosto a trame in cui i protagonisti si muovono dando prova di quello che accade all’acquirente con ciò che viene pubblicizzato. Ne ho visti molti, negli anni, ma al momento mi vengono in mente solo due esempi di quello che intendo. Lo spot di Repower con la parodia degli Snap

e la recente pubblicità di Trovaprezzi

La trovo una forma piuttosto ingenua di marketing ma molto efficace che va dritto al cuore della questione: se mangi/bevi/compri questo, ti succede quest’altro ma non te lo racconto in modo didascalico, come Redbull ti mette le ali e poi c’è qualcuno che si alza in volo, per intenderci. Se vi viene in mente qualche altro esempio, completate la mia collezione. Grazie.

barriera

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In un futuro prossimo, in un bel mix bilanciato tra distopia e ucronia, la gente ne ha due coglioni così del calcio come lo conosciamo noi spettatori degli Europei 2020 e la FIFA, per dare un po’ di brio al gioco e non perdere sponsor a causa della disaffezione dei tifosi, cambia alcune regole. Si riuniscono i più importanti dirigenti, gli allenatori più blasonati, i calciatori più forti e i vertici delle tifoserie e stabiliscono che, da quel momento in poi, l’autogol cambia la prospettiva delle partite e la rete realizzata viene conteggiata a favore della squadra che l’ha subita. In poche parole, i giocatori possono segnare sia nella porta della compagine avversaria che nella propria. Succede così che l’obiettivo dei calciatori è, allo stesso tempo, fare gol come hanno sempre fatto, cercare di realizzare nella propria porta (in questo caso il portiere si fa da parte per lasciare passare la palla), e impedire che la squadra avversaria realizzi un autogol perché, nel caso, aumenterebbe il proprio punteggio. Le azioni possono quindi svilupparsi in un senso o in un altro e i portieri devono prestare attenzione a chi tira: se è un compagno di squadra meglio stare immobili, se è un avversario respingere il pallone in modo da favorire i propri difensori affinché segnino nella propria porta. Lo slancio difensivo per un contropiede altrui può trasformarsi, dopo aver intercettato la palla, in un’azione di autogol. Una seconda regola riguarda invece l’arbitro che è tenuto a usare lo spray per delimitare l’esatta posizione di un calcio piazzato a seguito di un fallo in modo creativo. Sarà compito del VAR valutare la bellezza dell’opera dipinta in bianco sul prato intorno al punto da cui dovrà essere battuto il calcio di punizione e a conferire quanti gol meriti il direttore di gara. L’arbitro assurgerà al ruolo di terza squadra vera e propria e, in caso di punteggio superiore alle due sfidanti, potrà aggiudicarsi l’incontro.

problemi di stagione

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“Signor maestro, che le salta in mente?
Questo problema è un’astruseria,
non ci si capisce niente:
trovate il perimetro dell’allegria,
la superficie della libertà,
il volume della felicità.

Quest’altro poi
è un po’ troppo difficile per noi:
quanto pesa una corsa in mezzo ai prati?
Saremo certo bocciati”.

Ma il maestro che ci vede sconsolati:
“Son semplici problemi di stagione.
Durante le vacanze
troverete la soluzione.

Gianni Rodari