per continuare a sperare

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Da una rapida statistica elaborata sui due piedi è stato un modello decisamente raccapricciante di bambolotto molto di moda negli ultimi tempi il più regalato, a questo giro, tra le mie alunne. Peccato, perché dai feedback che avevo raccolto a ridosso dello stop delle lezioni invernali le femmine risultavano ispiratrici e destinatarie di una maggiore varietà di doni natalizi: abbigliamento da preadolescente (che – forse su iniziativa delle mamme – non hanno perso l’occasione di sfoggiare il primo giorno al rientro a scuola), box per la schiscetta marchiati con i brand per l’infanzia più in voga e qualche timido approccio alla skin care. Tra i maschi spopolavano invece quasi all’unanimità le carte da collezione con relativi gadget, le scarpe sportive e gli intramontabili Lego. Che noia. Nessuno che, tra le nuove generazioni, chieda espressamente sulla letterina che gli siano recapitati dei dischi.

Come da tradizione, quasi un’ora intera – la prima del ritorno in classe, che quest’anno è toccata a me – si è consumata per il circle time dedicato ai racconti delle vacanze, quell’infilata di narrazioni campate in aria, sgrammaticate, prive di alcun senso logico e di qualunque veridicità spazio-temporale l’esposizione alle quali è ben nascosta tra le righe del contratto di noi insegnanti della primaria. Nonostante l’età anagrafica (siamo in seconda), è sempre più raro assistere a resoconti tali da rendere anche solo vagamente superflua una benché minima mediazione culturale di un essere umano adulto o l’impiego di una sorta di post-produzione in grado di interpretare, se non addirittura di decodificare da zero, ciò che sostengono i bambini con il loro linguaggio macchina e trasporlo in un formato dignitosamente accettabile.

Io sono pagato per insegnare matematica con un metodo all’avanguardia, e solo la gentilezza accumulata nelle due settimane di vacanze che si sono esaurite due giorni fa mi fornisce la serenità di ascoltare, uno a uno, l’inarrestabile carrellata di amorevoli stronzate che, a quell’età, i bambini non vedono l’ora di condividere in classe. Il trucco è approfittare dei momenti di evidente difficoltà nelle loro primitive riduzioni semantiche per tagliare corto con qualche espediente dialettico e passare alla compagna o al compagno di banco successivo con l’obiettivo di non tirarla troppo per le lunghe, ignorando ferocemente le mani alzate di chi ha già parlato ma che, ascoltando gli altri, si accorge di aver dimenticato particolari cruciali per la narrazione (la pista da pattinaggio artificiale, il pigiama party, Stranger Things, il fratello con la febbre a quaranta e altre sorprendenti amenità).

La lezione con cui avrei dovuto inaugurare il 2026 sulla carta era fighissima perché dedicata alla stima del risultato delle sottrazioni, per questo alla terza vaccata (forse una vacanza in montagna senza neve o forse la calza della befana) la mia curva attentiva si è inabissata proprio come succede a loro dopo i venti minuti standard di qualunque attività che propongo in classe, come attesta più di un prontuario di didattica per la primaria. Così, sulla mia faccia, come diceva un mio amico londinese, dicevo alla terza vaccata si è attivata l’espressione “the lights are on but nobody’s home”. Il mio sguardo cinicamente compiacente risultava in modalità freeze e posato sul loro che, al contrario, traboccava di magia, di elfi e di cioccolato, e la mia testa si è sintonizzata su tutt’altro, in quel modo unico in cui noi che esercitiamo professioni basate sull’ascolto del prossimo e sulla conseguente finta empatia che ne scaturisce riusciamo a mantenere un sensore attivo in grado di percepire quando è il momento giusto per rientrare nel nostro corpo presenti a noi stessi, nel mio caso per cogliere l’attimo utile a passare al racconto successivo per poi piombare nuovamente nell’iperuranio e così via.

Non vogliatemene. Sfido chiunque a mettere a regime una ventina di ragguagli prodotti da menti meno che acerbe, con costrutti che non stanno né in cielo né in terra. La mia è solo una forma di autotutela dettata da un legittimo istinto di conservazione: impedire al filtro messo in atto dall’etica professionale di recepire simili inutilità è decisamente complesso. Ben venga quindi lo stand-by, uno stato di funzionamento grazie al quale nemmeno un bit di memoria volatile si spreca per cose a cui i bambini stessi, per primi, tra un paio di giorni già non penseranno più, una feature che compie miracoli e permette di conquistare sani e salvi la fine dell’anno scolastico.

Eppure, osservandoli fare capolino in classe uno a uno, mi erano sembrati persino cresciuti, ma forse sono io che nel frattempo mi sono rimpicciolito. In realtà speravo in un reset universale, un big bang tale per cui quello che fa i versi ha smesso di fare i versi, quello che pronuncia tutte le consonanti allo stesso modo ora riesce a distinguerne qualcuna, quella che parla come se esalasse ogni volta l’ultimo respiro crede di più in se stessa, quello che si relaziona solo con i dispetti ora ha trent’anni e si può ragionare con lui e cose di questo tipo. Ma, dopo nemmeno una manciata di minuti, mi è toccato constatare che il buco nero delle vacanze non ha favorito alcuna collisione tra materia e antimateria. L’interruttore che avvia una delle consuete dinamiche in auge fino allo stop natalizio ha sancito il ritorno a come era prima ed è lì che mi sono reso conto che è solo colpa mia se non ho fatto abbastanza per migliorare le cose.

Fino a quando, in un sorprendente lampo di lucidità, ho buttato un occhio all’orologio da bimbi appeso al muro alle spalle della cattedra e mi sono reso conto che mancavano poco più di cinque minuti alla commemorazione delle vittime della strage di capodanno, girava una circolare proprio a ridosso della ripresa. In tempo utile al suono della campanella del minuto di silenzio sono riuscito a catturare l’attenzione, li ho interrotti da quello che stavano facendo – si stavano esercitando sui Chromebook con le app di matematica comprese nel metodo all’avanguardia di cui sono un entusiasta evangelista – e ho ragguagliato la scolaresca su quello a cui, a brevissimo, saremmo stati tutti chiamati a riflettere. Evitiamo di accendere petardi in ambienti chiusi, evitiamo di riprendere con lo smartphone le situazioni eccezionali, soprattutto se ci mettono in pericolo, diamocela a gambe se ci troviamo in prossimità di un incendio. Qualcuno mi ha dato l’impressione di aver colto lo spirito dell’iniziativa, qualcun altro ha alzato la mano per ammettere che il nonno/zio/genitore/fratello/amico abitualmente scoppia i mortaretti dalla finestra, qualcun altro si è incupito scoppiando in lacrime.

Il suono della campanella del minuto di silenzio attivato manualmente si è propagato diversamente da quelli a cui siamo abituati, all’ingresso e all’uscita. Allo squillo sono seguiti sessanta secondi di raccoglimento con qualche colpo di tosse, qualche risatina sommessa, qualche materiale scolastico che è precipitato dal banco, come sempre. Poi, finalmente, come se si fosse chiusa la parentesi aperta poco prima, la campanella successiva li ha liberati da qualcosa che aveva palesemente turbato tutti, uno stato d’animo che si spinge oltre i voti, la didattica, il riscaldamento approssimativo e il wireless che funziona a singhiozzo, proprio come noi che avremmo preferito rimanere sotto le coperte. L’ulteriore conferma che, superate le vacanze di natale, la scuola è pressoché finita. Sembra il testo di una canzone di Dalla, quella in cui mi ritrovo a ogni anno che viene, quando mi dico che mi sto preparando, è questa la novità.

body percussion

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Questa volta non ce l’ho fatta. La mia proposta di corso pomeridiano di musica extra curriculare per la secondaria di primo grado da tenersi nel secondo quadrimestre è stata surclassata dal progetto presentato dal collega di musica della secondaria per manifesta inferiorità di titoli. Una sconfitta, la mia, che non fa una grinza. Il collega di musica della secondaria ha studiato musica e ha preso una laurea per insegnarla alla secondaria – ha, appunto, i titoli per farlo. Io, purtroppo, no.

La mia proposta si intitolava SOUND AND VISION (ciao David, manchi moltissimo anche nel 2026) e l’ho descritta così:

Alla scoperta dell’universo sonoro Un viaggio senza pregiudizi nella storia della musica degli ultimi 60 anni e nella quotidianità dei ragazzi per comprendere al meglio quello che ascoltiamo oggi, la società in cui viviamo e, inevitabilmente, noi stessi. Ogni incontro avrà l’obiettivo di approfondire la conoscenza della musica degli studenti (ma anche del docente) e individuare i punti in comune tra gli ascolti guidati dall’esperto e quelli proposti dai partecipanti, attraverso il confronto e la condivisione delle emozioni suscitate dai brani presi in esame. Il risultato sarà una playlist intergenerazionale, libera, trasversale e permeata dalla stessa passione che, dal jazz al rock al pop fino alla trap, da sempre esprime il valore identificativo e evocativo della musica per i giovani e gli ex-giovani, indipendentemente dalle condizioni storiche, sociali e culturali e dai diversi momenti in cui si è diffusa.

Questa la STRUTTURA DEL CORSO:

15 lezioni da 2 ore
Ogni lezione sarà divisa in due parti: la prima comprenderà la presentazione dell’argomento e le riflessioni sui brani previsti dal programma, la seconda l’ascolto di uno o più brani scelti dagli studenti e rappresentativi per chi li propone (due/tre studenti a lezione, a seconda del numero degli iscritti).

Questo il PROGRAMMA degli incontri:

1. Dal Jazz in poi: la storia della Black Music
2. 70 anni di rock e ribellione
3. Punk vs Heavy Metal: la battaglia delle chitarre elettriche
4. Avere una band: la musica dietro le quinte
5. Grunge e Trip-Hop, le anime opposte degli anni ‘90
6. Rap e Trap, potere alla parola
7. Supporti e dematerializzazione: dal fonografo a Spotify
8. Pop e tormentoni, la musica che gira intorno
9. Disco Music e Techno, anime sul dancefloor
10. Monografie: The Dark Side of The Moon dei Pink Floyd e OK Computer dei Radiohead
11. Indie Rock, c’è vita fuori dai circuiti mainstream
12. I cantautori italiani, uno stile tutto nostro
13. Beatles/Stones, Duran/Spandau, Oasis/Blur: i dualismi delle British Invasion
14. Sanremo, X-Factor, Amici: la musica in Italia, tra tv e social
15. World Music, nuovi suoni dal mondo

Il progetto vincitore si intitola invece MUSICA… CHE PASSIONE! e consiste in un

laboratorio per un percorso creativo e coinvolgente dedicato al ritmo, al movimento e ai suoni. Attraverso la body percussion,  verrà utilizzato il corpo come strumento musicale per sviluppare coordinazione, ascolto e lavoro di gruppo. Non servono conoscenze musicali: bastano curiosità e voglia di mettersi in gioco. Nella parte finale del corso verranno utilizzati anche strumenti e sarà registrata la musica creata, vivendo l’esperienza di una vera produzione musicale. Un’occasione per divertirsi, esprimersi e scoprire il ritmo che è in ognuno di noi.

Vabbè, pazienza, questa volta mi accontenterò di fare il tutor, ma magari questi spunti possono essere utili a qualcun altro.

un click per la scuola

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La collega che alcuni chiamano Mary Poppins un po’ per i suoi outfit da lavoro, un po’ per la sua acconciatura vintage e un po’ per via della postura che assume al cospetto dei bambini, nel corso dell’ultimo collegio docenti si è addirittura alzata in piedi per accompagnare, con la prossemica, un accorato intervento verbale contro le mode pedagogiche che, a detta sua, sono la rovina della scuola.

Ci pensavo ieri sera mentre seguivo con attenzione il servizio di Report dedicato ai sistemi di controllo della produzione adottati da Amazon e mi è sembrato naturale mettere a confronto due ambienti lavorativi così agli antipodi tra di loro come le aziende pubbliche e quelle private, con l’aggravante dei modelli turbocapitalisti statunitensi. La scuola italiana è un’organizzazione composta da circa un milione e mezzo di dipendenti ed è una cosa meravigliosa che il personale abbia lo spazio e il tempo in cui condividere dal vivo non solo l’attività quotidiana ma anche le posizioni ideologiche sui massimi sistemi nonostante il contesto, un’assemblea tra colleghi – prevista dal contratto – pensata per la discussione e l’approvazione di istanze (decisamente pratiche) inerenti la – definiamola così – propria filiale e per la presa d’atto di delibere distanti quanto un istituto comprensivo di periferia è lontano dall’ufficio del suo CEO, che da noi si chiama ministro dell’istruzione e del merito.

L’inchiesta andata in onda denunciava, oltre al sofisticato sistema di videosorveglianza attivo all’interno degli stabilimenti, la strategia di tracciamento dell’operatività dei lavoratori grazie a un sistema basato sui videogiochi che, attraverso la digitalizzazione dei dati di rendimento, traspone in un community game il percorso di raggiungimento degli obiettivi della giornata lavorativa con punteggi e missioni portate a termine. Un modo per edulcorare la fatica dei turni di servizio con un’ambientazione ludica ma dalle conseguenze pericolosamente inquietanti, a partire dall’incremento del tasso di competitività tra le squadre – divide et impera, credo si dica così – fino alla vera e propria ludopatia, con casi in cui gli addetti cercano di dare il massimo tra scaffali e nastri trasportatori per superare i livelli del gioco e contribuire alla vittoria finale del proprio team rinunciando a pause, pasti, sigarette e sortite in bagno.

Come funzionano le cose di là e di qua, lo sappiamo tutti. Un malumore provato dai dipendenti di una multinazionale tendenzialmente si risolve con una lettera di licenziamento, nel migliore dei casi ripreso da iniziative di denuncia come il Gabibbo o Report. Oppure passa attraverso le organizzazioni sindacali ma, in ultima battuta, si conclude ancora con il licenziamento, talvolta accompagnato da efficaci pratiche di persuasione alle dimissioni. Un malumore provato dal personale della scuola pubblica si risolve con discussioni locali in attesa delle linee politiche della successiva legislatura, che non è detto avrà la capacità e la volontà di risolvere ma, com’è più probabile che sia, sostituirà con altre direttive in grado di provocare malumori di natura diversa, ma con un’analoga urgenza di discussioni locali e così via, con una ricorsività in grado di riproporsi fino alla fine del tempo.

Prima di fare l’insegnante lavoravo in un’agenzia di marketing al servizio di multinazionali dell’ICT e già dieci/quindici anni fa sono stato testimone (e talvolta complice) di programmi interni dei nostri clienti pensati per aumentare la produttività imbellettati dalle campagne di Diversity&Inclusion e dalle iniziative di tutela del benessere dei dipendenti che invece erano oggetto di comunicazione urbi et orbi. Nella scuola italiana al contrario non esiste nulla, ma proprio nulla, in grado di favorire e di premiare chi prova a mettere qualcosa in più di sé nelle cose che fa, quello che nel privato fanno a gara a intercettare per mettere al servizio del business. Il mio collega specialista di motoria ha lanciato l’idea di organizzare gare sportive con rappresentative dei docenti dei vari ordini (infanzia, primaria e secondaria) in ottica team building ma – e mi tocca dire per fortuna – la sua proposta – un po’ fantozziana, a mio parere – ricevuta sulla mailing list degli insegnanti non ha avuto alcun seguito.

Ho pensato così a quale possa essere un modo per quantificare la nostra bravura, ma prima mi sono detto che occorra intanto definire il concetto di bravura, nella scuola, e poi considerare quanto nella scuola, con il suo milione e mezzo di dipendenti, ci sia la necessità di quantificarla. I nostri clienti (i cittadini) si accontentano di iniziative come Eduscopio, dei dibattiti tra le fazioni sui social – quelle più organizzate come i vari gessetti e youeduaction e i battitori liberi come i Corsini, i D’Ambrosio e i Raimo – e delle voci di corridoio, che nelle comunità più piccole, come quella della scuola in cui lavoro io, hanno ancora una decisiva voce in capitolo. Agli open day succede ancora di dover rispondere a domande dei genitori sulla qualità della didattica, come se si trattasse di un valore da esprimere con gli stessi giudizi con cui noi cerchiamo di rendere un’idea della qualità dei loro figli.

Un milione e mezzo di persone è una moltitudine incommensurabile, che sarebbe impossibile da raggiungere nemmeno con una house organ interna, per non parlare di kick off e di eventi plenari di fine anno in cui si premiano i dipendenti che hanno raggiunto gli obiettivi. Una delle multinazionali americane per cui prestavo la mia opera di copywriter – la più grande di tutte – per dieci giorni in agosto si prendeva un intero sobborgo della Silicon Valley e offriva congressi e spettacoli a tutti i Sales Manager del mondo. Una volta ha pagato persino i Bon Jovi per un concerto a porte chiuse, tutto per loro. Ve la immaginate una cosa così per noi docenti?

dischi volanti

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Sono quasi sicuro del primo disco che ho acquistato con i miei soldi e di mia iniziativa. Del primo disco di cui sono certo non si sia trattato di un regalo ricevuto. Ricordo benissimo di essermi recato di persona al mio negozio preferito – che ha chiuso decenni fa, ça va sans dire – e persino il compagno di classe che mi accompagnò nell’impresa, anche perché, di gusti differenti dai miei, Stefano cercò fino all’ultimo di farmi desistere dalla scelta. Quel giorno comprai “Live” di Bob Marley And The Wailers e, rientrato a casa, mentre girava per la prima volta sul piatto dell’impianto stereo di famiglia, un Nordmende di cui non scorderò mai il profumo di tecnologia che sprigionava, mi precipitai ad appendere alla parete della mia cameretta l’iconico poster di cui il 33 giri era corredato con tutta l’attenzione che meritava quel gesto provocatorio, quella dichiarazione d’intenti. Una versione estesa della foto di copertina dello stesso disco con il mio idolo con la chitarra sopra la pettorina della salopette in jeans e i dreadlock ribelli cristallizzati mentre fluttuavano in aria. Da quel momento non sarei mai più stato lo stesso di prima.

L’album, che contiene la registrazione dal vivo del concerto al Lyceum Ballroom di Londra, risale al 75 ma, ripercorrendo a ritroso il passato e incrociando i ricordi di vita con gli ascolti del momento, dovrei averlo comprato tra la prima e la seconda media, quindi nel 1978 o giù di lì. Il reggae e lo ska erano fenomeni piuttosto di moda ma per me, in quegli anni, costituivano una sorta di culto parallelo nonché un fattore di emancipazione dai gusti che andavano per la maggiore tra i giovani della mia famiglia. Le mie sorelle più grandi passavano con eccessiva disinvoltura dai cantautori, Bowie e i Pink Floyd, nel migliori dei casi, a Miguel Bosè, il pessimo. Da allora, sono trascorsi quasi cinquant’anni, non ho mai smesso di collezionare compulsivamente dischi in vinile fino ad accumularne una quantità decisamente inopportuna. Una passione sopravvissuta alla musica in altri formati e nonostante le cassette registrate da amici, i pochi CD, le tonnellate di mp3 e la musica liquida fruita attraverso le piattaforme più comuni.

I dischi in vinile, come sapete, con l’avvento del compact disc sono stati vittime di un periodo di arbitrario oscurantismo. Nonostante ciò, non mi sono mai arreso all’innovazione imposta dal supporto designato per soppiantarli sul mercato e, fino a quando mi è stato possibile, ho acquistato solo ellepì. Per darvi delle coordinate sul momento in cui si è consumato il funesto passaggio, la mia copia di “Nevermind” è in vinile (è del settembre 91 e viaggiava provvista di una t-shirt di cui devo aver fatto dono a qualche fidanzatina dell’epoca) mentre “In Utero”, uscito nel 93, lo possiedo già su CD. Non solo. Mentre ai tempi del vinile potevo contare sulla paghetta di mamma e papà, gli anni di diffusione dei compact disc hanno coinciso con la più insufficiente disponibilità economica mai provata nella mia vita. Frequentavo l’università e, nonostante i lavoretti per sbarcare il lunario, mi sentivo in colpa a soddisfare con leggerezza il nocivo impulso di possesso culturale che, chi osserva la devozione assoluta per la musica come il sottoscritto, conosce bene.

Il destino però ha voluto che le pubblicazioni dei dischi in vinile – produzione che di fatto non era mai stata dismessa del tutto – siano riprese proprio con l’arrivo delle mie primissime buste paga. Dapprima con un’offerta pensata per collezionisti miliardari – non era il mio caso – per poi tornare ad assumere caratteristiche decisamente più popolari. Per farvi capire, fino a una decina di anni fa un album nuovo – non una rarità – costava non più di 18 – 20 euro. Sempre uno sproposito se pensato in lire, ma tutto sommato alla portata. Per non parlare dei dischi di seconda mano. All’inizio del nuovo secolo, come si dice, te li tiravano dietro.

Poi è accaduto che il vinile è tornato prepotentemente alla ribalta, per una serie di fattori. Non credo si tratti solo di culto della retromania e del colonialismo emotivo di una generazione logorata dalla “liquidità” che guarda alla giovinezza dei propri genitori e nonni come un’età dell’oro mai vissuta. Il diametro dei dischi, la copertina, gli inserti con le foto e i testi, il piatto che gira, la puntina che scende e tutte le esperienza legate alla ritualità dell’ascolto – una vera e propria sinestesia – esercitano indubbiamente un fascino che nessuna app o nessun device digitale riuscirà mai ad eguagliare. Non entro nel merito della qualità del suono, non sono per nulla competente in materia, credo però che qualche fruscio o granello di polvere o persino lo sforzo fisico di alzarsi dal divano per girare il disco dal lato A al lato B non impoverisca per nulla il piacere di maneggiare un giradischi d’altri tempi, corredato da un buon ampli e una potente coppia di diffusori stereo.

Il vinile – che sicuramente, considerati i prezzi che rispetto a quindici anni fa sono raddoppiati se non triplicati, è soprattutto una moda – oggi sta di nuovo spopolando. Mercatini e fiere sono all’ordine del giorno e i social sono saturi di community dedicate a cultori e neofiti. Esiste una piattaforma ufficiale – discogs.com – e ci sono gruppi online in cui vendere e comprare ma anche pensati solo per mostrare agli altri appassionati quanto ce l’abbiamo lungo (la collezione, l’impianto hifi, il gusto personale e altre sfide di questo calibro).

Scartabellando tra i vari profili e relativi contributi nella galassia degli spazi virtuali, gli adepti del disco in vinile si possono ricondurre ad alcune macrocategorie:

  • ci sono quelli che collezionano dischi indipendentemente dagli ascolti preferiti e che praticano una forma di collezionismo come se parlassimo di acquasantiere (mia mamma ne ha a decine) o di quelle kitschissime scatoline/bomboniere da custodire nelle vetrinette di cui non ho mai afferrato la destinazione d’uso. Cercano di procurarsi gli album che ogni collezionista dovrebbe avere – un approccio che fa venire i brividi – con l’obiettivo di accumulare capitale non solo immateriale (come dar loro torto)
  • ci sono i cosiddetti completisti che si circondano di tutto quanto pubblicato dagli artisti e band che seguono. Ho visto un ambiente nell’appartamento di un conoscente completamente stipato di registrazioni di ogni tipo di Bob Dylan – discografia ufficiale e non, bootleg e rarità di ogni tipo in tutti i supporti esistenti in natura. Tre pareti occupate da scaffali monotematici, roba che se me l’avessero solo raccontato non ci avrei mai creduto
  • ci sono quelli che comprano solo i dischi che apprezzano, che è un problema se – come me – seguite le novità musicali e la vostra classifica di dicembre non scende mai sotto la soglia dei sessanta/settanta dischi pubblicati nel corso dell’anno che vi piacciono
  • ci sono, com’è giusto che sia, anche quelli per cui il disco in vinile, per tutto quello che ci siamo detti prima, è un business. Comprano ovunque si trovino delle occasioni e rivendono per guadagnarci. Oltre a scovare chicche nelle bancarelle si può seguire l’andamento dei prezzi sui siti di e-commerce e sulle piattaforme di compravendita di seconda mano e fare dei dischi una attività remunerativa
  • ci sono poi gli ibridi tra tutte le categorie precedenti. Acquistano più copie dello stesso disco come investimento e le conservano incellofanate per il futuro. Un mio amico, quando eravamo ragazzini, si assicurava i dischi del cuore e li riproduceva solo una volta esclusivamente per ripassarli sulle cassette da dedicare all’ascolto quotidiano

In genere, i veri puristi tengono molto anche alle copertine, oltre allo stato di conservazione del vinile. Si trovano facilmente in commercio buste in plastica rigida trasparente in cui conservarli e mantenere integra la confezione. Non sono pochi i collezionisti che si dotato di inner generiche di carta per evitare che il disco possa deteriorare la busta interna e la cover esterna. Come vedete, il livello di sana maniacalità è ampiamente vario e, con l’avvento dei social, di tutorial su come prendersi cura della propria collezione e relative teorie che spiegano come farlo al meglio ne potete trovare a bizzeffe.

Io mi ritrovo un po’ in tutto questo. Mi ritengo trasversale. Compro quello che mi piace, di alcune band e artisti cerco di accaparrarmi tutto quello che si trova sul mercato, di altri ho soltanto un disco che mi ha colpito, non mi piacciono i live – a parte quello di Marley e pochi altri – e quindi possiedo discografie incomplete.

Nella mia raccolta si alternano ellepì intonsi ad altri con le copertine a brandelli, a partire da una copia di “Heroes” – prima stampa italiana – che non sta più insieme ma con un disco dentro che continua a suonare benissimo. Ho comprato album solo per un pezzo che mi piaceva – per esempio “Doot Doot” dei Freur, in cui la titletrack è un pezzone ma il resto è a dir poco inqualificabile – e altri in cui non c’è solo una traccia che skipperei (vogliamo parlare di “Selling England By The Pound” o “OK Computer”?).

Ho speso soldi d’impulso per dischi che, trascorso l’entusiasmo del momento, non ho mai più messo sul piatto e che potrei vendere, certo, ma non sono ancora pronto a disfarmene, altri che al contrario, mezzo secolo dopo, ascolto con la stessa curiosità della prima volta. In tutto questo, nel mobile con scaffali nel living di casa mia, la superficie dedicata alla musica sta inesorabilmente soppiantando quella dedicata ai libri in una lenta ma incontrovertibile strategia di espansione. D’altronde, vivo in una zona coperta da un efficientissimo sistema di prestiti interbibliotecari che mi permette di fare a meno di acquistare tutti i libri che mi va di leggere. Almeno per ora.

vinavil

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La mia relazione complicata con la colla vinilica è la prova tangibile e appiccicosa che la colpa non è solo mia. Il cosiddetto lavoretto di natale che abbiamo preparato a dicembre della prima del ciclo scorso – erano le vacanze del 2019 – prevedeva la costruzione di palle ornamentali fatte di spago seguendo una procedura standard in cui si chiedeva ai bambini di:

  • gonfiare un palloncino quanto basta
  • cospargerlo completamente di colla
  • avvolgerlo fitto con lo spago secondo una trama tale da consentire la stabilità della struttura in autonomia
  • lasciar asciugare il manufatto, in modo che lo spago bagnato di colla si indurisse completamente
  • scoppiare il palloncino dopo un paio di giorni
  • rimuoverne gli eventuali residui dalla corda resa rigida
  • confezionare il manufatto in una busta natalizia corredata da biglietto realizzato con la collaborazione delle colleghe di religione e alternativa
  • godersi in classe, prima, e in famiglia, poi, il prodigio completato.

Ma, se lavorate con i bambini, sarete consapevoli di quanto siano imprevedibili e dell’inutilità di stabilire una qualunque procedura. Ecco infatti solo alcune delle varianti all’algoritmo testé provveduto di cui sono stato testimone, al netto della propedeuticità sequenziali dei suoi passaggi che, laddove non rispettata, ha inficiato oltremodo l’esito dell’attività in risultati che è persino superfluo riportare. Nei casi in cui è stato possibile giungere a compimento è successo che:

  • Fatima, forte di una capacità polmonare da vetraia di Murano, è partita da una base grande quanto un pallone da basket mentre Marco, al contrario, potrei sbagliarmi ma non mi pare sia andato oltre il diametro di una clementina rinsecchita
  • la combo tra superficie in plastica e consistenza della colla vinilica ha limitato fortemente la maneggevolezza del palloncino, definendo una impietosa ulteriore soglia di ingresso per un lavoro svolto in modo accettabile. I palloncini erano sempre per terra, durante la preparazione, e i bambini e gli insegnanti e rispettivi abiti ricoperti di Vinavil
  • in conseguenza di ciò, solo in un paio di casi – bambini di cui ho invidiato moltissimo l’oggettiva superiorità nei lavori manuali, un livello che a quell’età per me sarebbe stato da fantascienza ma anche ora – sono riusciti a ricoprire l’anima con una rete di spago dalle maglie credibili. In tutti gli altri, a partire dal mio che avrebbe invece dovuto rappresentare un modello autorevole da seguire, si potevano individuare facilmente in spirali e strutture reticolari decisamente aleatorie i segni del fallimento del lavoro proposto, al cospetto del quale sarebbe stato più dignitoso arrendersi al primo flacone di colla stappato
  • il calore tropicale diffuso nella scuola in cui insegno – un paradosso rispetto ai numerosi progetti di educazione ambientale e risparmio energetico che si perpetuano in ogni classe di anno in anno – ha alterato irrimediabilmente i valori della pressione all’interno dei palloncini. Già poche ore dopo mostravano palesi segni di sgonfiamento, e lo spago, ancora bagnato, ne ha ripercorso pedissequamente le fasi di progressivo e irrimediabile afflosciamento
  • è risultato impossibile scoppiare i palloncini oramai esausti, che poi era il momento più atteso dell’attività. Nonostante tik tok e tutte le minchiate che seguono i bambini, il primato del rumore da botti e esposioni mantiene inalterata la sua posizione in vetta sopra a qualunque tipologia di divertimento infantile. L’eccitazione per il tanto atteso impiego della punta del compasso è scemata di fronte ai fatti e ha lasciato il posto a una deludente operazione con un paio di meno scenografiche – e completamente sorde – forbici da ritaglio
  • il prudentissimo eccesso di colla spalmata sul palloncino ha reso complicatissima la rimozione della gomma che ha aderito allo spago. Molti residui sono stati lasciati ben saldi dove non si lasciavano staccare, per una più che esplicita metafora di hangover da party finito male
  • il posizionamento di una sfera – che poi di sfere non ce n’era nemmeno una, semmai forme riconducibili a uova e patate – in una busta di nylon rettangolare è stata la definitiva resa alle più comuni leggi della fisica. L’occhio cinico da adulti dei genitori avrà avvicinato l’attività dei figli a un qualsiasi sacco della spazzatura chiuso in cima da un laccetto colorato, pronto per la raccolta del secco
  • ma la disillusione da aspettative vs realtà si percepiva ingombrante anche tra i miei alunni, per non parlare di come mi sia sentito io, una volta pinzato il biglietto sul risultato del lavoretto di tutti loro e ammesso la mia incompatibilità con il ruolo ricoperto.

Addirittura si dice che questa attività sia stata così tanto devastante da contribuire di lì a poco alla diffusione di una provvidenziale pandemia globale in grado di spazzare via tutto quel sapere che, in quell’aula, si era nutrito dell’esperienza sul campo. L’anno successivo, con i bambini in mascherina, un lavoretto comprensivo di cose in cui soffiare sarebbe stato quanto meno fuori luogo. Meglio un biglietto, un disegno, al massimo qualcosa da costruire con la carta ma se mi parlate di Vinavil, vi prego, sono a posto così.

six seven

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I dischi belli di quest’anno erano 67, poi ho pensato ai bambini a scuola che ci sfidano con l’omonimo meme e così ne ho aggiunti un paio pur di non dargliela vinta. Eccoli ordinati per nome dell’artista/band:

Air & Vegyn – Blue Moon Safari
Anaiis – Devotion & The Black Divine
Anna B Savage – You & I are Earth
Annahstasia – Tether
Big Thief – Double Infinity
Black Country, New Road – Forever Howlong
Blood Orange – Essex Honey
Bon Iver – SABLE, fABLE
Daffo – Where The Earths Bend
Debby Friday – The Starrr Of The Queen Of Life
Deep Sea Diver – Billboard Heart
Everything Is Recorded – Temporary
Ezra Furman – Goodbye Small Head
FACS – Wish Defense
Florence + the Machine – Everybody Scream
Haim – I Quit
Hannah Cohen – Earthstar Mountain
John Glacier – Like A Ribbon
Julien Baker & Torres – Send A Prayer My Way
KeiyaA – hooke’s law
Lifeguard – Ripped+Torn
Little Simz – Lotus
Lorde – Virgin
Moreish Idols – All in the Game
Newdad – Altar
Perfume Genius – Glory
Sharon Van Etten & The Attachment Theory – s/t
Sprints – All That Is Over
Stereolab – Instant Holograms On Metal Film
The Murder Capital – Blindness
Wolf Alice – The Clearing

Dust – Sky Is Falling

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[questo articolo è pubblicato su Loudd.it]

Non si può far finta di niente al cospetto di un sax nella line up di una band dichiaratamente post-punk. Il sax, come tutti gli strumenti a fiato, funziona un po’ da naturale protesi del timbro di chi lo suona. L’estensione di una parte del corpo di un essere umano musicista come tutti gli altri ma che, direttamente collegato con il soffio, elemento che più di ogni altro nasce da dentro, è espressione di un link con una componente per molti aspetti sconosciuta. Una voce in più, melodica, rabbiosa, gridata o sommessa. Un alter ego più intimamente controllabile, se lo sai suonare bene, e per forza di cose più autentico.

In un mondo elettrico ed elettronico come quello della musica dei nostri tempi, a maggior ragione come quello del post-punk, un sax incaricato di occuparsi di temi, di risposte, di contro-ricami (proprio come impone la presenza di un sax in un contesto non jazz) destabilizza fortemente la composizione d’insieme potenziando l’aspetto evocativo e romantico in un modo che solo uno strumento a fiato, per tutto quello che ci siamo detti prima, è in grado di offrire.

Non sarà possibile, quindi, non sforzarsi di cogliere il sax come fattore complementare di ogni brano. Andare a scovare, negli interstizi di ogni canzone, la versione del sassofonista. Ma nel caso dei dust, come si chiamano loro, con la d minuscola e vai a sapere il perché, non c’è solo questo. La giovanissima band australiana (Justin Teale e Gabriel Stove alla voce e chitarra, Adam Ridgway al sassofono, Liam Smith al basso e Kye Cherry alla batteria) ha dato alle stampe il primo long playing dopo una serie di singoli pubblicati dal 2023 e che hanno destato curiosità grazie alla qualità del songwriting provocatorio – loro stessi sono primi ad autodefinirsi così.

Sky Is Falling è un album solido e gradevolissimo, a tratti colpevole di qualche clichè del genere di appartenenza ma, nel complesso, fresco e immediato come tutte le opere prime delle band giovani e di ultima generazione. Di certo uno dei migliori esordi dell’anno.

Il disco parte con un’esplosione di chitarra da cui si sgancia immediatamente un pattern di batteria esagerato con i suoi velocissimi e ai limiti dell’umano sedicesimi di hi-hat. Il biglietto da visita offerto da “Drawbacks” ha dell’incredibile. Nei primi trenta secondi della canzone i dust ci offrono un Bignami del loro sound: voce baritonale, risposte di sax, basso suonato con il plettro, riusciti intrecci di chitarra e elegante controllo della potenza di suono.

Atmosfera che si conferma nel crescendo che introduce alla seconda traccia, “Just Like Ice”, un brano dalla struttura armonica molto più scomoda. Il riuscito arpeggio iniziale di “Alastair” (uno dei brani migliori del disco) e il suo articolato sviluppo ci mostra il lato più maturo della band e la sua abilità nel ricorso ad arrangiamenti complessi nei momenti più ispirati. Il passaggio alla canzone successiva, “Two Dogs”, non è facile da cogliere, quasi che i due pezzi costituiscano due tempi di una suite nata dalla stessa sommessa cellula compositiva.

La rabbia post-punk ritorna però più dissacratoria che mai nel ruvidissimo no-wave di “Swamped”, in cui si fa fatica a eleggere la parte strumentale più folle. “Restless”, “Aside” e “Fairy” sono struggenti (e bellissime) ballad che non sfigurerebbero in Romance dei Fontaines D.C., anche se è ancora una volta l’uso sapiente del sax a farci rientrare nei confini del suono che rende i dust così incredibilmente unici. Giusto il tempo dell’ultima impennata di energia compressa in “Day Tight” che è già il tempo di salutare questo imperdibile esordio. Un disco che ci lascia con la malinconia di “In Reverie”, la sua coda parlata e il suo magistrale sax da colonna sonora sui titoli di coda.

Non sono poche le intuizioni comprese in Sky Is Falling a restituirci un suono fortemente intrigante. Nonostante in alcuni casi si percepiscano smaccatamente gli echi dei padri ispiratori del loro stile, l’ascolto dei dust lascia indubbiamente a bocca aperta. Davvero una bella sorpresa, questa volta dall’Australia.

Eera – I’ll Stop When I’m Done

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Sono diversi i fattori che rendono la musica di Eera (nome d’arte di Anna Lena Bruland) riconoscibile all’istante nello sconfinato (e in incontrollata espansione) universo di cantautrici più o meno riconducibili all’indie rock/pop. Il primo, com’è naturale che sia, è il timbro unico, tutto suo e di nessun altro. Una voce che si contraddistingue grazie a una leggera gradazione di opacità di armonici, un pantone a ridosso dell’inquietudine che vira alla ruvidezza negli episodi più palpitanti (pensate ai brani più dark del suo repertorio, a partire da “Living” o “Watching You”) e, sul versante opposto, sa essere accomodante senza mai trasmettere segnali di vulnerabilità.

Ci sono quindi certi modelli compositivi (non è per nulla un difetto, più o meno sono schemi che seguono tutti, anzi è ciò che rende un artista speciale) che la songwriter di origini norvegesi ripropone sotto diverse strutture nei suoi brani. Uno su tutti, una certa asimmetria nella ricorsività della sequenza di accordi (e delle battute in cui sono incasellati) a costruzione delle strofe e dei ritornelli. Gli intervalli stessi con cui gli accordi si susseguono sono frutto di un registro stilistico facilmente rintracciabile in molti dei suoi brani. Cose difficili da immaginare se descritte a parole, ma se consumate i solchi dei suoi dischi come faccio io sicuramente ci siamo intesi.

I’ll Stop When I’m Done, terzo album di Eera, giunge a otto anni da Reflection Of Youth, il suo straordinario esordio, e a quattro da Speak, un disco figlio del lockdown e, come molte altre opere coeve, inconsapevolmente concepito per esecuzioni solitarie e ascolti appartati. Un lavoro passato un po’ in sordina, immeritatamente penalizzato da un marketing sottovoce non troppo persuaso delle sue potenzialità, e dall’esclusiva distribuzione digitale (a differenza del debutto e di questo nuovo disco, entrambi pubblicati su supporto fisico). Un peccato, perché i due primi ellepì sono strettamente legati da un comune impeto di originale sperimentazione e da tratti di moderna e disimpegnata psichedelia.

Il gap rispetto a I’ll Stop When I’m Done è evidente, nel terzo album, dalla prima all’ultima traccia. Nei nuovi brani prevale piacevolmente infatti la vena cantautorale di Eera, decisamente più adatta a contenere il corpo e l’anima di un disco con questi presupposti e l’ispirazione stessa che ne ha permesso la gestazione. A partire dal titolo, una citazione di Marilyn Monroe, il concept raccoglie infatti una serie di considerazioni in musica sull’essenza e sul significato di essere donna. “Non mi fermerò quando sarò stanca, mi fermerò quando avrò finito“, dichiarava la star americana, a sottolineare la doppia e tripla fatica a cui è soggetto il genere femminile rispetto a ciò che un uomo deve dimostrare e a quanto da lui ci si aspetta, in ogni prestazione di qualunque ambito, intimo e personale o pubblico e professionale.

In questo percorso, le riflessioni scaturite dallo studio di vecchi film di Hollywood hanno innescato conversazioni immaginarie con grandi star femminili in bianco e nero del passato, dalla protagonista de Gli uomini preferiscono le bionde a Shirley MacLaine, e ricerche sui loro lavori e sulle loro complicate esistenze. Conclusioni o semplici supposizioni che hanno supportato Eera anche in una comprensione più approfondita di se stessa, oltre a mettere meglio a fuoco la sua identità di autrice musicale. Forza e natura che si plasmano alla perpetua ricerca di un equilibrio da cui si delinea il quadro imperfetto in quanto umano – e dunque autentico – della femminilità.

Ecco perché, nell’insieme, I’ll Stop When I’m Done suona più acustico dei precedenti lavori. “Celebrate”, l’ipnotica “Forget Her”, la splendida “Talking”, “Joy”, “Honey, Do You See Me?” e la conclusiva “To Be Brave” sono ballad da meditazione con qualche giustificato crescendo in coda. “Bad Guys” ci concede qualche vibrazione indie rock, mentre l’ossatura elettronica della title-track rimanda alle collaborazioni degli anni scorsi tra Eera e i Public Service Broadcasting, progetto per il quale la cantante ha fornito il suo contributo vocale in due episodi di Bright Magic (“People Let’s Dance”, vero inno al movimento a ritmo, e “Gib mir das Licht”) e in “A Different Kind Of Love”, tratto invece dal successivo The Last Flight.

Una scaletta meno claustrofobica rispetto ai primi due album, forse frutto anche della tecnica di registrazione delle tracce vocali, cantate da Eera a voce bassa e seduta su un divano per un effetto di maggiore domesticità. Prodotto a quattro mani con Chris Taylor dei Grizzly Bear e registrato tra Berlino e Barcellona, I’ll Stop When I’m Done è un’opera toccante e profondamente autunnale, dove le note di nostalgia sono da interpretare come colonna sonora di un dialogo intimo e allo stesso tempo universale che dà voce a centinaia di donne del cinema – a loro volta ispirazione di migliaia di donne spettatrici, una moltitudine resa afona da un sistema e una società crudelmente maschile.

The Last Dinner Party – From The Pyre

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Una delle suggestioni che Prelude To Ecstasy mi aveva evocato, sin dai primi ascolti, era quella di essere una lunga citazione di “This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us” degli Sparks. Tutto l’album, intendo.

Per essere certo della mia sbalorditiva capacità predittiva, mi sono precipitato a controllare la data della pubblicazione della mia recensione (era il 18/02/2024) e a trovare traccia della prima testimonianza live della cover di quel brano nelle esibizioni delle The Last Dinner Party. Questa ufficiale registrata alla BBC Radio 2, per esempio, risale al 10/10 dello stesso anno, otto mesi dopo. Sicuramente sarete più bravi di me a scartabellare a ritroso negli angoli più remoti di YouTube e a trovarne una precedente alla mia intuizione. Io però, vi giuro, l’ho sentita la prima volta in quel live all’emittente britannica, e sono trasecolato. Ci avevo visto e sentito giusto.

Mi ha fatto anche molto piacere che tutte le altre similitudini che avevo colto tra la band londinese rivelazione dello scorso anno e il mio universo sonoro, formatosi a mia insaputa da bambino a metà degli anni ’70 e alimentato dal pop glam dell’età dell’oro degli Eurovision Song Contest e di band del calibro dei The Rubettes, non erano solo una trovata marketing studiata per rompere la monotonia dei soliti esordi della nuova british invasion. Kate Bush, Elton John, i Queen, persino i Cheap Trick, sono stati prontamente confermati e potete trovarli ancora tutti nel seguito di quella dirompente opera prima che ci ha fatto cantare un passaggio del loro più iconico ritornello all’infinito, come se niente importasse.

E mi riempie di gioia anche sapere che il gruppo di Abigail Morris, Lizzie Mayland, Emily Roberts, Georgia Davies e Aurora Nishevci (il fatto che non abbiano una batterista fissa mi indispone non poco) abbia raccolto la sfida di un esordio dal successo così impegnativo riuscendo a non spostare di una tacca il proprio posizionamento. C’è da dire che, per una band così intensamente impegnata dal vivo e così richiesta in ogni angolo del pianeta, trovare il tempo per comporre il disco della conferma si delineava come un’impresa più che ardua. Non a caso, ci sono spunti e composizioni più o meno contemporanee a Prelude To Ecstasy, tra i solchi di From The Pyre, se non risalenti a prima. Questo spiega la straordinaria linearità tra i due lavori, resa meno credibile solo dalla maturità superiore con cui il nuovo disco è stato realizzato (e dalla produzione di Markus Dravs). In poche parole, From The Pyre è un album di cover della band che ha pubblicato Prelude To Ecstasy suonato da una versione evoluta delle stesse musiciste ancora più consapevoli delle proprie potenzialità.

Una ricerca autoriferita e volta a perfezionare al massimo lo stile pop barocco di cui rappresentano, ad oggi, le interpreti più convincenti e divertenti. In tutte le dieci tracce le ragazze confermano di essere pienamente sicure di sé e di essere strumentiste di altissimo livello (le esecuzioni live rendono impeccabilmente come sul disco). L’approccio drama e teatrale di From The Pyre è alimentato da connotazioni decadenti al limite del grottesco, influenzato ancora una volta dalla componente estetica della loro proposta e dal modo di allestire la scenografia in cui esercitano la loro arte e di posizionarla come quinta di tutte le dimensioni dei loro brani.

L’album comprende una raccolta di storie che variano dall’immaginario un po’ macabro e a tratti granguignolesco imposto dal background culturale a cui il progetto è ispirato (“This Is The Killer Speaking” su tutte, una ballata di un fantasma parlante) ed esplicitamente rappresentate dal riuscitissimo effetto kitsch della terribile photoshoppata della copertina, che vanno a completare alcuni episodi, decisamente più sentiti, ispirati dal vissuto personale.

È verso la coda del disco, infatti, che la band si spoglia degli abiti da palcoscenico e ci lascia con le composizioni più intime e personali e, per questo, decisamente più convincenti, a partire dall’esplicita dedica alla genitorialità di “Hold Your Anger” (“Non so se sarei una brava madre, ho sognato che ti tagliavi un braccio e la colpa è mia, avrei dovuto dirti di stare più attenta”) e soprattutto con “The Scythe”, che rende complementari due esperienze della cantante come il dolore di una separazione sentimentale sovrapposta alla morte del padre (il video è decisamente struggente, peraltro). Inutile sottolineare quanto sia questo l’aspetto delle The Last Dinner Party in grado di restituirne il valore più autentico.

From The Pyre, più che la conferma di un debutto, è la riuscita consacrazione di un ensemble temerario che ha saputo non scendere a compromessi ma anzi, laddove possibile, a rendere ancora più piacevolmente leziosa e audace la sua improbabile proposta senza rinunciare alla profondità dei contenuti.

Sorry – Cosplay

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Tempo fa, nel corso di una discussione sui social in cui si ridimensionava il “fenomeno” (tra virgolette, in quanto così liquidi da essersi sciolti in un battibaleno) dei Måneskin a cosplayer del rock, e nemmeno poi così originali, l’intuizione di un commentatore tagliava ancora più corto la voglia di gogna dei partecipanti alla querelle rilanciando che, d’altronde, fosse la musica rock in sé a essere un cosplay della vita. Tutto vero? L’identità parallela degli artisti che, al netto del conciarsi o meno con abiti di scena e truccarsi o addirittura ballare per aggiungere valore alla portata delle canzoni proposte interpretano personaggi di fantasia rispetto alla conduzione delle rispettive realtà quotidiane e domestiche, non è altro che un gioco di ruolo, una finzione in carne e ossa.

Il punto è che è l’identità stessa dei Sorry a essere sfuggente e inafferrabile. Indefinibile, fino a prova contraria, e sta a noi confermarne l’accezione, circoscriverla con bordi e confini per la smania che ci contraddistingue di trovare al volo quello che cerchiamo al posto che deve occupare. Se avete amato a dismisura, come me, 925 Anywhere But Here, i primi due album della band guidata dai due cantanti Asha Lorenz e Louis O’Bryen, comprenderete questa sensazione di spaesamento. Poche realtà artistiche riescono a risultare così coinvolgenti e a lasciare il segno proponendo un non-genere musicale, un non-stile che, se per non accendere inutili questioni approssimiamo per eccesso nell’incommensurabile famiglia dell’indie rock, oggettivamente si non-caratterizza per così tanti non-richiami a cose che l’hanno preceduto tanto da lasciare l’ascoltatore, per tutto il tempo, con un senso di non-smarrimento fatale.

E il bello è che non possiamo nemmeno tirare in ballo filosofia da tanto al mucchio e parlare di decostruttivismo, astrazioni, o di banali tentativi (per fini meramente commerciali) di musicisti che forzano strutture a tavolino per conferire connotazioni innaturali alle composizioni e, proprio per questo, risultare artificiali, stentate, superfluamente esclusive. In questa chiave di lettura, Cosplay se possibile è un disco ancora più fluido e imperscrutabile e, per questo, monumentale. Provocazioni noise, ammiccamenti trip hop, graffianti sussulti post-punk, collage di sample, cantilene, pose sardoniche secondo la moda del momento, minimalismo lo-fi e aperture mozzafiato contribuiscono a rendere il nuovo album dei Sorry un’opera imperdibile.

La spigolosa tracklist di Cosplay si conferma una colonna sonora ai margini, una sintesi consapevole della mole incommensurabile di dati (acustici e non) a cui siamo soggetti quotidianamente ma dei quali non riusciamo a mettere a frutto la connessione. Copiamo e incolliamo, spostiamo e perdiamo l’inizio, la fine e il filo stesso delle cose, e i Sorry interpretano perfettamente, con la loro elegante ispirazione, l’urgenza, i paradossi e la complessità del presente restituendoci un disco squisitamente raffinato. La copia di qualcosa che non è stato nemmeno inventato. I riferimenti alla cultura pop vanno da Walt Disney a Mishima, da Bob Dylan ai Guided By Voices, un minestrone corretto da una propensione alla sperimentazione che ha pochi confronti e caratterizzato da residui palesemente riconoscibili annegati tra dettagli difficilmente rintracciabili, un classico della scrittura dell’era digitale. Anzi, per certi versi quasi superata, ai tempi dell’AI.

Dalla tagliente elettricità pop di “Echoes” alla cupa e velenosa drum’n’bass post-punk di “Jetplane”, dal passo maestoso di “Love Posture” al temperamento da ballad di “Antelope”, dalle citazioni di “Candle” ai nonsense di “Today Might Be The Hit”, dalle intimità acustiche di “Life In This Body” alle distorsioni elettroniche di “Waxwing”, dalla frammentarietà di “Magic” alla compattezza di “Into The Dark” fino alla visionaria chiusura di “Jive” e il suo infinito loop di accordi che ci accompagna mestamente lungo il fade out conclusivo fino al buio, per poi abbandonarci sbigottiti con una sorta di fugace ghost track completamente agli antipodi, ogni traccia di Cosplay sembra vivere e morire in un alter ego simmetrico in grado di far ripartire, ogni volta, tutto dall’inizio. I Sorry sono una band indiscutibilmente seminale e Cosplay ne conferma il valore, il punto più alto – al momento – della loro carriera.