in quota

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Mi trovo all’aeroporto e vedo tutti altissimi. Se qualcuno si prendesse la briga di rilevare la statura media della gente il dato sarebbe sorprendente, a occhio supererebbe il metro e ottantacinque. Gente altissima di tutte le età, di tutti i generi e di tutte le tipologie di persone. Un giovane punk-metallaro con i capelli mossi medio lunghi, un look che sembra uscito dall’ultima stagione di Stranger Things, indossa un collare da cane con le borchie al collo e si è fatto tatuare – come una specie di trompe-l’oeil – del sangue che esce dalle ferite provocate dagli spuntoni. Mi passa davanti e mi sovrasta di due spanne. Al tavolino del bar c’è una famiglia di afroamericani con le treccine, sarà un pregiudizio ma danno l’idea di essere tutti giocatori di pallacanestro. C’è anche un enorme autista che parla al telefono mentre attende qualche uomo d’affari con un tablet in mano con su scritto il suo cognome e un omone tedesco vestito in un modo che in Italia nessuno si vestirebbe così e che è il più alto di tutti, almeno due metri e dieci. Poi in ordine di altezza c’è un altro papà che, come me, attende il ritorno della figlia da New York ma credo sia più giovane della mia perché nasconde dietro la schiena, oltre all’immancabile borsello, una di quelle confezioni giganti di Chupa Chups fatte a forma di Chupa Chups che vendono solo negli Autogrill. Gente normale desiderosa di riabbracciare i propri congiunti, tutti delle pertiche mai viste. Persino le suore sono fuori media. Io sono uno e ottantasei e quando ero alle superiori ero il terzo più alto della classe. Oggi, qui a Linate, mi sento piccolissimo ma forse è perché, nella fretta, stamattina ho dimenticato di prendere la pastiglia della pressione. Vorrei chiamare a casa e avvisare che ho le traveggole o che forse ho un attacco di panico incrociato con una di quelle fobie che ti mettono ko quando ti trovi al cospetto di un’opera di eccelso valore artistico oppure una costruzione gigantesca. Non stavo così male da quando mi sono trovato su un gozzo al largo della Tavolara a pochi metri da una nave da crociera. Anche la TV è proporzionata a questo standard, non so quanti pollici di risoluzione possa vantare ma di sicuro in casa mia occuperebbe l’intera parete del salotto. Si vede nitidamente anche dal fondo del settore degli arrivi. Non ci crederete ma è sintonizzata su un canale mai sentito che si chiama Telesia e sta trasmettendo l’oroscopo. Mi viene da controllare che sia davvero il 2022 e non il medioevo. Poi comincia un notiziario approssimativo spacciato per notizie flash che ci ricorda che si stanno avvicinando le elezioni più pericolose della nostra storia, così comprendo che il fatto di sentirmi così è sicuramente dovuto a quello.

milano

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Cascina Merlata è un quartiere decisamente suggestivo. Ricorda uno di quei rendering che gli studi fighi di architettura pubblicano sui social e sulla cartellonistica presso gli uffici vendita per commercializzare i loro progetti, con gli omini finti che stanziano negli spazi comuni. Tra aspettative e realtà c’è spesso un margine di differenza dovuto a svariati fattori ambientali che condizionano poi la fase costruttiva e l’effettivo utilizzo dei complessi. In questo caso, invece, il risultato – in quanto a virtualità – è addirittura superiore alla più realistica delle anteprime digitali. Ho già sentito più persone definirla scherzosamente Hong Kong e non vi biasimo. L’alternanza di grattacieli progettati con tutti i crismi in chiave green a spazi verdi per la socialità ricorda i paesaggi di certi quartieri dormitorio delle megalopoli orientali, quelle che abbiamo visto deserte nei servizi dei tg a ridosso dell’esplosione della pandemia. La fredda perfezione degli agglomerati urbani ecosostenibili trasmette infatti una modernità priva di anima. Manca infatti ancora la componente umana che poi dovrebbe funzionare da collante tra l’ambiente come è stato pensato sulla carta (anzi, sul modello BIM) e la quotidianità.

Transito nei pressi del nuovo quartiere di Cascina Merlata ogni giorno in auto per andare a scuola, anche se lo attraverso da sotto, e l’effetto della skyline multicolore prima di inabissarmi nella galleria sotto la rotonda non è per niente male. Poi ho trascorso una serata al Mare Culturale Urbano, qualche giorno fa – abbiamo festeggiato il 92 di mia figlia alla maturità classica – e ho avuto la conferma di tutte le emozioni che il posto mi ha suscitato a distanza. C’era davvero un sacco di gente a cena, famiglie e comitive con pargoli al seguito che consumavano la pizza d’asporto sulle panchine del parco e giovani che approfittavano della vasta offerta di birre, il tutto con il contrasto che ci si aspetta in un sobborgo due punto zero di periferia, ovvero le strade intorno – ancora in fase di cantiere – deserte.

Ho parcheggiato su un ampio marciapiede in prossimità di un edificio in costruzione e, in risposta, ho trovato un volantino di un comitato di quartiere sul parabrezza in cui venivo giustamente redarguito circa lo scarso senso civico del gesto. A Milano è la (pessima) norma. Per questo ho apprezzato l’iniziativa. Ho immaginato la ronda di proprietari dei nuovi appartamenti che, con l’obiettivo di prevenire abitudini selvagge in una zona che si prospetta ad altissima densità abitativa e di fruizione nel prossimo futuro, scoraggia in partenza gli analoghi fenomeni di degrado urbano provocati dal popolo degli apericena che già hanno reso infernale la vita del centro e delle altre zone afflitte dalla gentrificazione. Chiamatela come volete, ma a me la delocalizzazione del divertimento di massa mi sembra tutto sommato un modello vincente per abbattere la pressione in centro. Fatevi un giro in zona Bicocca. Nonostante l’università e gli uffici, è un mortorio. Cascina Merlata è altrettanto periferica e il rischio di dimenticarsene è reale. La differenza è che è stata oggetto di pianificazione più attenta (e più attuale) e per mantenere un equilibrio tra vivacità e movida le iniziative di prevenzione possono risultare efficaci.

La sera successiva ho partecipato a uno spettacolo di “Estate al Castello” e, al termine della formidabile pièce di Corrado d’Elia su Beethoven, ho avuto l’opportunità di valutare l’esperienza di Cascina Merlata mettendola in confronto con il centro, i milanesi doc, i turisti e tutto il resto. Ogni metropoli è fatta così, con parti che non si somigliano tra loro e quartieri nuovi di pacca che invece sembrano tali e quali a zone che abbiamo fotografato in altre città in Europa e nel mondo. Territori di mezzo che fanno da tramite ad altre aree inglobate nei comuni del circondario per poi assottigliarsi per confondersi con un centro diverso. Piccoli paesi che ingenuamente rivendicano una loro identità ma dei quali ormai, già oggi, resta quasi nulla, impigliati senza ritorno nella tela della metropoli che segue il suo corso naturale. Tutti aspetti che, però, rendono Milano ancora più affascinante. Io, da qui, spero di non andarmene mai più. E, se avessi saputo, sarei arrivato prima.

l’assedio

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Peggio di un trasloco c’è solo la combinazione estate più calda di sempre più lavori del 110%. Dal balcone di casa mia osservo avanzare inesorabilmente i ponteggi che, nel giro di due giorni, raggiungeranno il mio piano, lo fagociteranno e lo oltrepasseranno sino a ricoprire l’intera superficie esterna del condominio in cui si trova il mio appartamento come in un film dell’orrore, anche se potrebbero sembrare di più le riprese dell’assedio di un castello dell’antichità.

Un’installazione che, una volta impacchettata con i teli anti-polvere, anti-calcinacci e anti-tutto, sarà degna di un’opera d’arte di Christo. Vista in quest’ottica, ci sono città che sembrano veri e propri musei outdoor di arte contemporanea, considerando il proliferare dei cantieri. Ho un amico architetto, per il quale il superbonus è più che una manna dal cielo, che mi ha fatto riflettere sull’iniziativa da un punto di vista a cui non ero arrivato, da solo. Sostiene che, malgrado possano apparire come opere unicamente a vantaggio dei proprietari di immobili, in realtà le riqualificazioni dei condomini privati sono a beneficio di tutti. Dei risparmi energetici che consentiranno ne raccoglierà i frutti l’intera collettività e, soprattutto, i nostri figli. E lo so, fa un po’ ridere ma ve la riporto as is.

Il fatto è che se vivete dentro a una di queste performance edilizie sono certo che, come me, avrete la sensazione di trovarvi in un cerchio dantesco. I lavori del 110% nell’estate più calda di sempre significa smantellare i condizionatori e tapparsi in casa. Chi pratica il telelavoro scoprirà che trapani e martelli non rendono certo smart l’esperienza di produttività domestica e si precipiterà a gambe levate ad affrontare i ritardi dei mezzi per raggiungere a tutta birra l’ufficio.

Il balcone, che in estate è la zona di casa mia più frequentata, a breve sarà impraticabile. Abbiamo già sgomberato le piante e il tavolo su cui pasteggiamo nella speranza di trovare un po’ di ristoro dall’afa. La lettiera della gatta è tornata dentro e la libertà di girare conciati come si vuole o nudi per casa ora è fortemente limitata dal continuo passaggio dei carpentieri.

Ma ci sono conseguenze molto più serie. Gli interventi cosiddetti trainati ci costringeranno a disallestire intere pareti per permettere la realizzazione di tracce e impianti, a partire dal muro del salotto su cui poggia il mobile – il mio regno – che contiene l’impianto stereo e la mia collezione di ellepì. Questo significa che, a valle di tutto, ci sarà un terzo tempo in cui saremo costretti a pulire casa da cima a fondo e tinteggiare i vani.

Per questo vorrei chiudere gli occhi e svegliarmi tra sei mesi, quando si prevede che sarà tutto finito. Io, vi confesso, non mi sarei mai imbarcato in un’impresa di così vasta entità. Passo moltissimo tempo in casa e non poterne usufruire mi comporta un disagio senza confronti. Non so davvero che pesci pigliare. Vedere una delle cose a cui tengo di più oggetto di una ristrutturazione che la debiliterà per così tanto tempo (e che sono certo ne migliorerà il valore ma a quale prezzo) mi fa star male.

alla spina

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«Era meglio se le riempivi di birra», mi ha detto quello del terzo piano. Ci siamo incrociati sotto casa. Io avevo appena fatto il pieno alla casa dell’acqua, due cestelli per dodici bottiglie in tutto, metà frizzante e metà naturale. Con questo caldo, la scorta sufficiente per nemmeno un paio di giorni. Lui non lo so dove fosse diretto ma tanto lo incontro sempre, ogni volta che scendo. Tutti lo incontrano sempre qui intorno, e non sono l’unico che ha smesso di parlare di coincidenze – tenete conto che, malgrado abbia pochi anni più di me, è già in pensione da un po’. E il fatto che sia stato arrestato per essersi messo a sparare con il fucile ad aria compressa in mutande sul balcone della cucina può anche non essere un caso.

Al mio dirimpettaio, quello del terzo piano stava poco simpatico anche prima di quella specie di mix tra una versione cosplay delle stragi USA e del trailer di Gomorra. Mi aveva mandato il link a un video contenuto in un articolo di un quotidiano locale, una di quelle testate su cui scrivono laureati in comunicazione o in lettere pagati a confezioni di patatine e cornetti industriali. In quel minuto scarso di riprese amatoriali così mosse da mettere alla prova anche lo stomaco di un appassionato di rafting l’ho visto anch’io, in piedi tra i convenuti, annuire con il mento al comizio di un pezzo grosso della Lega in occasione della chiusura della campagna elettorale delle ultime comunali. A onor del vero c’erano altre persone riconoscibilissime, a partire da due compagne delle medie di mia figlia proprio sotto il palco, due ragazze con cui, per fortuna, si sono perse di vista. Ma quello del terzo piano era fin troppo evidente, alto com’è, a sovrastare il resto della folla nel centro della piazzetta.

Chi è stato intervistato dopo il suo arresto (prima di essere portato via si era messo un paio di bermuda con i tasconi), però, non ha potuto far altro che testimoniare di non aver mai notato comportamenti sospetti e che, come dicono i testimoni della cronaca nera nei servizi dei veri telegiornali, salutava sempre. Nessuno ha raccontato di come riuscisse a rigare di nascosto le automobili di chi non gli andava a genio con la sola forza del pensiero. Ci sono prove?, chiederete voi. Eccome. Quello del terzo piano, in linea con la sua visione distorta di come funziona la vita di società, ha installato alla finestre una webcam puntata sul parcheggio condominiale per controllare il suo camper, senza avvisare nessuno ma vantandosene con tutti. Quando mi ha chiesto di sistemargli il driver del lettore DVD esterno del suo pc desktop ho dato un’occhiata all’hard disk e sono riuscito a sbirciare qualche file tra gli svariati giga di girato. In uno lo si vede chiaramente, in piedi nel parcheggio, ruotare la faccia come se avesse in bocca un pennarello e stesse scrivendo forza Milan da qualche parte, la stessa incisione che si è ritrovato il suo principale avversario del palazzo, il vecchietto del secondo piano, sulla portiera della Yaris.

Loro due hanno una storia di rivalità degna dei battibecchi tra Paperino e Anacleto Mitraglia e che risale a quando il vecchietto del secondo piano svuotava la cassetta della posta condominiale di tutti i volantini dei supermercati e lui, quello del terzo piano, tornava a riempirla con la scorta di cartaccia che conserva nel box e che riesce a spostare – dal box alla cassetta della posta – proprio grazie a questa specie di superpotere. Di questo, però non c’è traccia nei video, almeno non in quelli che sono riuscito a guardare, ma non sono l’unico a sospettare che sia opera sua.

Io poi, lo sapete, sono uno che sta alla larga dai guai e cerco di mantenere buoni rapporti con tutti. Mi ha colpito però la sua necessità di relazionarsi con persone di sesso maschile usando le solite battute trite e ritrite sulle donne: il modo in cui conducono l’automobile, i luoghi comuni sulla gestione domestica, cose così. Oppure quando torno con la spesa e mi dice di lasciargli le buste davanti alla sua porta d’ingresso. Stessa cosa quando scendo per ritirare del cibo d’asporto: che pizza mi hai preso?, mi chiede. Ripeto: sono rarissime le volte in cui non lo si incontra. Spesso lo vedi fare finta di chiamare qualcuno e usare lo smartphone come un escamotage per evitare le conversazioni. Un sistema che, se devo essere sincero, uso anch’io e che mi ha messo al riparo più di una volta da situazioni sconvenienti.

Comunque, quando mi ha fatto intendere che sarebbe stato decisamente più utile avere un distributore gratuito comunale di birra alla spina piuttosto che di acqua, non avrei mai pensato che sarebbe stato capace di un miracolo di tale entità. E anche se non si hanno prove che sia stato lui, la notizia è rimbalzata ed è stata condivisa su tutti i social a partire dalla pagina Facebook della comunità del mio paese. Una casa dell’acqua che, di colpo, si è trasformata in casa della birra, la birra del sindaco. Ci siamo precipitati in bici, io e il mio dirimpettaio. Il distributore è a poche centinaia di metri da qui. Ma quando è stato il nostro turno usciva solo della schiuma, proprio come quando nei pub il fusto è agli sgoccioli.

tutto intorno

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Milano dà il meglio di sé in estate e in quello che forse erroneamente chiamiamo hinterland, inteso come l’insieme di comuni dell’area metropolitana privi di un’identità locale in quanto nell’orbita del lavoro, delle scuole, degli ospedali e dei servizi culturali della città e che, se vogliamo usare il termine non in lingua italiana più appropriato, dovremmo tradurre con outskirt, i sobborghi. Il paradosso è proprio questo: nel posto dove vivo non c’è niente, ma mi basta spostarmi a Dergano – quartiere periferico a nord-ovest e a cinque minuti da qui – per trovare un’animata comunità e iniziative e ambienti gremiti di gente che vive al meglio il posto in cui abita. Nelle settimane che precedono il consueto esodo agostano, soprattutto nelle sere prefestive e festive, una categoria di persone a sé degna di venire immortalata con foto o scritti come questi è composta da quelli che camminano nei non-luoghi come il mio paese con la stessa noncuranza come se si trovassero a Sestri Levante, a Cervia, a Senigallia o ad Alghero. Sabato sera ho raggiunto un rinomato ristorante greco d’asporto a qualche km da casa mia e, lungo il tragitto, ho notato coppie a spasso, famiglie precedute da bimbe in monopattino, e addirittura un bar aperto su una strada anonima di quartiere dormitorio che aveva allestito un vero e proprio apericena trionfale con un buffet gremito e musica tanto quanto i locali del centro. Mi piace questa reazione allo stare in casa a vedere la nuova stagione di Stranger Things. Ero in auto con mia figlia e ci siamo confrontati su quella realtà ai margini dell’idea che si ha di una metropoli come Milano. A lei piacerebbe fotografare quel genere di circostanze e di umanità, e io non mi sono tirato indietro dal tentativo di spronarla per provarci.

ex macchina

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Una delle cose belle quando giri per concessionari a raccogliere preventivi di auto – che poi non ti potrai mai permettere, anzi parlo per me, che poi non mi potrò mai permettere – è imparare i nomi dei colori dei nuovi modelli. Un’operazione di marketing emozionale che non ha eguali. Non so chi sia l’inventore di sfumature come il Chalk White, o il Lake Silver, oppure il Dark Knight, o ancora il Phantom Black, per non parlare del Tangerine Comet, dell’Acid Yellow. E poi il Pulse Red, il Blue Lagoon, il Velvet Dune, il Ceramic Blue, il Galaxy Grey, l’Ignite Flame, l’Atlas White, il Dive in Jeju, il Cyber Grey, il Surfy Blue, il Misty Jungle, l’Engine Red, il Shimmering Silver, il Teal, il Silky Bronze, il Sunset Red, fino al Serenity White.

Poi scopri che, di fronte ad acquirenti poco abbienti come il sottoscritto, è meglio trasmettere la sensazione dei colori più complessi con i classici canna di fucile e carta da zucchero. Un venditore mi ha prospettato anche la possibilità di una pronta consegna – saprete meglio di me che per acquistare un’auto nuova ci vogliono tempi che nemmeno nell’ex URSS – ma di colore grigio guardia di finanza. Una bella metafora perché rende velocemente l’idea della tonalità in questione e, a quelli della mia generazione, crea un link diretto con l’insipido blu polizia di un giorno di pioggia, in auto con i Subsonica del 97.

E la cosa buffa è che incrocio, ogni mattina, una Fiat Panda proprio di quel colore lì che riporta, dietro, una vistosissima pubblicità di un’impresa di sicurezza privata dal naming e dall’iconografia oltremodo nazifasci. Ma non mi sento affatto ferito nell’orgoglio perché, proprio grazie a mesi di benchmarking, ora sono il fortunato proprietario una macchina nuova che è talmente moderna che, al momento, ritengo forse il miglior ambiente in cui mi piace vivere dopo il divano della sala, ma solo perché è ubicato di fronte al mio impianto stereo e contestuale collezione di trentatré giri.

Si tratta di un’auto pazzesca – il colore è un banale blu notte ma era l’unica disponibile in tempi rapidi – dotata di una sua intelligenza di molto superiore alla mia e a quella di svariate persone che conosco. Frena e accelera quando è più necessario. L’abitacolo è dotato di un micro-climatizzatore che si può programmare per ogni passeggero. Appena mi avvicino sblocca le portiere e si connette con il mio smartphone. I sedili si riscaldano o si raffreddano a seconda del bisogno e luci si accendono e si spengono come cazzo vogliono loro, seguite a ruota da tergicristalli così sensibili che partono in autonomia appena c’è un goccio di pioggia.

Quando si ferma non fa nessun rumore, così mentre sono in coda al volante guardo dietro. Lo spazio a disposizione mi rassicura così tanto che fa emergere la mia ossessione per le case piccole, la stessa che mi fa da sempre desiderare di vivere in un camper ma non uno di quelli giganteschi. Mi basterebbe anche un furgone con dietro una customizzazione utile a dormirci. C’è una cosa che mi fa venire i brividi e ora ve la racconto. C’è un punto di confine tra Italia e Francia, una strada sulle Alpi che si apre su uno spiazzo in mezzo a monti brulli, che vado a sbirciare con Google Street View quando ho voglia di staccare dalla routine. Così, quando sono in auto e mi volto ad ammirare quella che potrebbe essere una vera e propria mini casa mobile, immagino di fermarmi in quel parcheggio sui monti, abbattere i sedili posteriori e sdraiarmi lì su un materasso per passare la notte e attendere l’alba. Poi però è subito il momento di ripartire. Basta premere con dolcezza l’acceleratore – la mia nuova auto ha il cambio automatico – per riaccendere il motore e riprendere il viaggio, lo stesso viaggio di ogni giorno.

super

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Per prendere con ironia il posto in cui abito dico che vivo in un appartamento con vista su un benzinaio Total, il che è vero anche se da qualche mese ha cambiato brand e ora, di notte, è illuminato con un sistema di neon color arancio ancora più sgargianti. Casa mia si trova alla periferia di un paese di periferia, sono a poco più di un km dal cartello che dà il benvenuto a chi arriva a Milano, e mi piace riferirmi in questi termini quando parlo con i miei vecchi amici liguri delle rispettive vite. Loro hanno case sul mare e fanno lunghe passeggiate alla sera con il cane sulla spiaggia, e per non farli sentire in colpa della loro fortuna cerco di sembrare amareggiato della scelta che ho fatto e ometto riferimenti ai dieci km quadrati di parco con i boschi e i laghetti che ho a qualche minuto da qui, il modello di raccolta differenziata dei rifiuti con i contenitori chiusi nei condomini – un approccio che toglie di mezzo i cassonetti in strada e tutti i roditori che li frequentano, il sistema sanitario efficiente, l’edilizia scolastica ecosostenibile, il mercato del lavoro che ti fa abbandonare le passeggiate alla sera con il cane sulla spiaggia – da cui comunque si vedono le ciminiere della centrale termoelettrica e numerosi cargo che transitano al largo in arrivo e in partenza dal porto commerciale, peraltro proprietà dei cinesi – perché comunque uno stipendio serve, la banda larga e altre facilitazioni della vita di questo tipo, per non nominare i soliti luoghi comuni degli eventi culturali, i concerti eccetera.

Ci sarebbe poi qualcosa da dire sull’architettura, per chi è appassionato come me. Anche la promiscuità di edifici residenziali e industriali è una peculiarità di questa parte dell’hinterland. A me non dispiace ed è molto più curata di certi capannoni diroccati con le reti del letto arrugginite usate come cancelli che si vedono nei posti dove sono nato.

Proprio a fianco del benzinaio – che poi non è proprio qui davanti ma leggermente più in là –  c’è uno stabilimento a cui si accede da un cancello industriale che dà sul parcheggio dietro casa mia. Non ho ancora capito che azienda sia, l’impressione è che sia uno spazio in comune tra più imprese ricavato dalla sede di una fabbrica che non c’è più. Dal parcheggio condiviso si accede al benzinaio attraverso un sentiero in terra battuta che scorre all’interno di un’aiuola.

Si tratta di un passaggio piuttosto frequentato perché il benzinaio comprende anche un bar con tanto di tavolini all’aperto con vista sulle pompe di carburante. La cosa che mi sorprende ogni volta è che c’è sempre gente seduta ai tavolini, come se fosse un locale in Via del Corso. Gente che fa colazione, mangia un tramezzino in pausa pranzo, beve il caffè, prende l’aperitivo. La strada su cui si trova il benzinaio è una specie di tangenzialina che impedisce al traffico da e per Milano di attraversare il centro del mio paese, quindi non è un certo un posto che invita a una sosta. Gli avventori del bar del benzinaio però non sono solo i clienti o i camionisti. Lo so perché riconosco gli impiegati che lavorano nello stabilimento a cui ho fatto cenno prima che, ribadisco, non so in che settori operi. Sul cancello non c’è scritto nulla.

Ieri sono passato a piedi lì davanti, malgrado la pioggia e il rischio di essere lavato da qualche veicolo in transito sulle pozzanghere ai lati della strada. Cento metri più avanti c’è un piccolo discount a cui mi rivolgo quando mi manca qualcosa di urgente e non ho voglia di prendere l’auto per andare alla Coop. Sono passato da lì, era il tardo pomeriggio, e ho notato un ragazzo vestito in completo business uscire dal cancello di quello che ho sempre creduto essere uno stabilimento, accompagnato da quattro ragazze molto belle, molto alte e molto in tiro, addirittura con calzature dai tacchi molto alti che, su quel sentiero in terra battuta, hanno messo alla prova il loro equilibrio e il loro portamento. C’era fango ovunque e bastava allungare un po’ il percorso sull’asfalto, seguendo il contorno dell’aiuola, per evitare quel disagio.

Il ragazzo le ha condotte verso il bar del benzinaio e, con fare cavalleresco, ha aperto loro la porta del locale che, potete immaginare, dentro è poco più di uno stanzino. La cosa mi ha sorpreso e ho proseguito per la mia strada, mi mancava la passata di pomodoro per preparare le polpette al sugo, e ho pensato che quella fosse una situazione su cui avrei potuto scrivere qualcosa. Cosa ci facevano quattro ragazze immagine – non erano modelle ma potevano appartenere a quella zona grigia di persone che lavorano con la loro bellezza ma non sono abbastanza raffinate per l’alta moda, non so se mi sono spiegato, tipo le hostess che si vedono agli eventi aziendali – in un posto così, mi sono chiesto.

Ho pagato i 45 centesimi della passata di pomodoro con il bancomat e ho percorso il tragitto a ritroso. Quindi ho sbirciato ancora dentro alla vetrine del bar. I cinque erano seduti all’unico tavolino all’interno, un tavolino alto in plastica con il brand di una marca di gelati circondato da sgabelli alti e un po’ pretenziosi, sorseggiavano flute di vino bianco con le bolle e sgranocchiavano noccioline dozzinali. Nel frattempo è passata un’ambulanza a sirene spiegate, io ho accelerato il passo per saltare in un punto in cui non avrei rischiato una lavata di acqua piovana stagnante che avrebbe sicuramente rovinato il momento.

blu completo

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Credo di aver sgamato una tecnica di marketing non del tutto trasparente adottata dalla filiale locale di un’agenzia immobiliare tra le più conosciute sul mercato. Hanno fissato con i laccetti di plastica alla ringhiera che delimita l’esterno del condominio in cui abito uno dei loro cartelli plastificati in cui pubblicizzano la presenza di un appartamento in vendita, nella versione in cui comunicano che l’immobile non è più disponibile. Una vistosa scritta trasversale “venduto” copre infatti i dettagli dell’annuncio. Il fatto è che non c’è nessuna casa in vendita e so per certo che non c’è stata alcuna transazione, di recente. Questo significa che sotto l’annuncio “venduto” non c’è scritto nulla – tanto comunque non si vede – e il cartello è stato messo lì solo per essere notato dai passanti che, in un momento in cui il mercato del mattone a Milano è letteralmente impazzito, si continua a costruire edifici nuovi con i boschi verticali e piazzare una modesta unità abitativa di periferia non nuova senza rimetterci è pressoché impossibile, dicevo che i passanti possono leggerlo e pensare “và che bravi, questi di XXXcasa, che riescono a vendere a qualcuno un appartamento di un posto come questo in cui non ci verrebbe a vivere nessuno. Che ne dici cara se contattiamo loro per mettere in vendita anche il nostro?”. Almeno, io l’ho interpretato così, un vero e proprio colpo basso dei misteriosi “men in blue”. Avrete credo fatto caso al fatto che, malgrado i colori aziendali delle più blasonate agenzie tendano al verde, l’outfit da battaglia tra gli operatori del settore, specie quelli che lavorano sul campo, impone un all blue. I men in blue hanno a malapena vent’anni ma si atteggiano ad adulti vissuti e girano rigorosamente con il tablet in mano. Mi sono chiesto come facciano quando piove e se non sia più conveniente ricorrere a uno zaino o una ventiquattr’ore anche se sono consapevole che, così, il tablet non si vedrebbe e la gente non coglierebbe la modernità del loro modello di business. In una borsa potrebbe esserci un’agenda cartacea o, peggio, il Tutto Città.

stato di pulizia

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Nel mio condominio abbiamo cambiato, da qualche settimana, l’impresa che si occupa delle pulizie. Una novità che mi ha portato a qualche riflessione. La prima è che è difficile valutare se chi pulisce le parti comuni di un edificio sia in grado di svolgere correttamente il proprio compito. Io passo per i ballatoi, scendo le scale e imbocco l’ingresso solo per uscire di casa o quando rientro e, in genere, non bado molto a quello che vedo. Nel primo scenario sono sempre di fretta, ho mille cose per la testa, spesso ho la differenziata da buttare che mi ingombra le mani, penso a dove ho parcheggiato il giorno prima e così via. Mentre rientro, invece, nella maggior parte dei casi sto tornando da scuola e ho la testa sottosopra, e l’ultima delle mie preoccupazioni va a ciò che mi circonda e ai relativi dettagli.

Ma, anche se mi impegnassi in una valutazione del livello di igiene, non saprei proprio da dove cominciare. Negli spazi di transito, dove camminano gli inquilini, i pavimenti tirati a lucido durano poco. Non capita mai di percepire cattivo odore, soprattutto da quando indossiamo la mascherina. Nemmeno quando la famiglia del primo piano trasferisce dai propri contenitori domestici i sacchetti della spazzatura sullo zerbino e li lascia lì, in attesa di gettarli nell’apposito vano condominiale dedicato al generico – una consuetudine a dir poco deplorevole – si sente puzza di qualcosa.

Non so nemmeno perché, giunti a un certo momento, un consesso condominiale deliberi un cambiamento di questo tipo, quali i presupposti, chi proponga un nuovo fornitore e con quali requisiti. In più, con il turn over che caratterizza le organizzazioni di questo settore, non mi sono mai preoccupato dell’avvicendamento tra gli operatori. Così, rendersi conto se l’appalto se l’è aggiudicato qualcun altro rispetto a prima, è pressoché impossibile. Questa volta, però, ci sono stati segnali espliciti.

La nuova impresa ha disposto, nel locale di accesso alla scale, un kit completo di prodotti igienizzanti, comprensivo di salviette monouso e di dispenser per il gel. Ieri, addirittura, è comparso uno di quegli erogatori automatici a pile con il sensore che attiva la discesa del prodotto quando rileva la presenza delle mani sotto. Spesso si vede a dar man forte al personale un signore avanti con l’età che dev’essere il proprietario dell’impresa o comunque un pezzo grosso a livello societario. Già due volte mi ha fermato nel portone per farmi notare le salviette e il gel messi in condivisione gratuitamente. Poi mi chiede se siamo contenti del servizio, che è una domanda a cui sinceramente non so rispondere. Voi che parole usereste se vi trovaste nella mia condizione? Io, lo sapete, punto tutto sulla gentilezza e sul dire agli altri quello che si vogliono sentir dire pur di non far soffrire il prossimo. Così gli rispondo che siamo davvero soddisfatti del modo in cui puliscono.

Addirittura qualche giorno fa mi ha chiesto se noto delle differenze rispetto a prima, e a quel punto sono andato in crisi perché, come ho detto prima, sono dettagli a cui non presto assolutamente attenzione. Ho cercato però di essere lo stesso convincente puntando su una cosa che, effettivamente, avevo riscontrato. Da quando fanno le pulizie loro è impossibile non fare caso a un profumo fortissimo, appena si apre il portone. Un odore di deodorante per ambienti che, probabilmente, è gradevole se profuso in quantità appropriata. Ma, in quel modo acriticamente massivo, risulta persino stucchevole. Il fatto è che non so se sia un problema mio, in quanto sono particolarmente sensibile agli odori, quelli buoni e quelli nauseabondi. Quindi non ho posto la questione con nessuno ma l’ho tenuta per me, anche perché temo che i vicini di casa che incontro più spesso siano tra i più accesi sostenitori del cambio di corso nella scelta dell’impresa di pulizie e, come dicevo, non voglio deludere nessuno.

L’uomo delle pulizie, anzi, il boss delle pulizie, mi ha chiesto se ho avvertito delle differenze rispetto a prima e gli ho risposto che sì, da quando sono subentrati all’impresa precedente c’è un profumo buonissimo di pulito. Ora, vi prego, fate tesoro della mia esperienza: mai dire a qualcuno che lavora nelle pulizie che gli ambienti che pulisce profumano. Il boss delle pulizie si dev’essere infatti un po’ risentito perché ha rimarcato il fatto che il buon profumo – che è una proprietà dei prodotti utilizzati – non è indice di un lavoro fatto bene. Anzi, il buon profumo potrebbe essere un sistema per dissimulare una pulizia approssimativa. Ci ha tenuto a evidenziare diversi particolari del loro modo di pulire un condominio e, malgrado fossi di fretta, non me la sono sentita di interrompere quella lectio magistralis.

Prima di congedarmi però gli è tornato il sorriso, come a chiarire il fatto che fino a pochi istanti prima era stato semplicemente serio e non irritato perché, quando parliamo del nostro lavoro, solo così possiamo trasmettere l’autorevolezza e la nostra esperienza nel settore, e mi ha fatto dono di una mascherina lavabile incellofanata che teneva nella tasca. Poi ne ha estratta un’altra, pochi istanti dopo, dicendo che era per mia moglie. Un gesto che mi ha colpito anche perché non so come facesse a sapere che sono sposato.

E il bello è che rincasando qualche ora più tardi, il profumo su per le scale era ancora più invasivo. Il punto è che nel mio appartamento, da qualche settimana, c’è un odore stantio che non capiamo da dove provenga. Un odore di chiuso, uno di quelli che si sentivano nelle case dei nonni quando eravamo bambini, non so se avete presente. Abbiamo pensato che la causa possa essere il detersivo che mettiamo a disposizione della signora che fa le pulizie da noi, perché l’odore è particolarmente forte proprio nel giorno in cui viene qui, ma non può essere. Anzi, il fatto che si senta più forte è forse dovuto al contrasto con il profumo di pulito. Potrebbero essere le piante che abbiamo in casa, che per qualche motivo ci stanno mandando dei segnali di sofferenza. Potrebbe essere una macchia di umidità che abbiamo scoperto nel corridoio, dietro l’armadio, in cui si è formata un po’ di muffa. Potrebbe essere il nostro odore perché stiamo diventando vecchi. Potrebbero essere delle entità aliene che si manifestano così e che nessuno può vedere o sentire in altro modo.

Così, se non fosse per il rischio di far scappare la mia gatta, lascerei la porta d’ingresso spalancata per far entrare un po’ dell’aria che c’è fuori di qui in cambio di quella che si respira dentro. Per fortuna l’estate è alle porte e a breve potremo lasciare finalmente le finestre spalancate, è sempre bello procrastinare la soluzione a un problema, quando non la si trova.

con le stelle

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Mettere le canzoni giuste al momento giusto è un vero talento. Anche qualche istante dopo rispetto a quando servono ci si può accontentare, fino a qualche anno fa abbiamo convissuto con una latenza oggi inammissibile. L’unico rammarico sono, al limite, le occasioni perse. Conosco la signora Polina perché faceva le pulizie ai miei vicini del piano di sopra. Ora è ingaggiata come badante a tempo pieno in una di quelle famiglie in cui sembrano essere tutti vecchi da sempre. Polina è in piazza con uno dei nonni o zii di cui si prende cura, circondata da una decina di anziani. La donna brandisce uno smartphone che trasmette un video sulla guerra, una scena che di questi tempi rischia di cadere nell’ordinarietà. Il problema è che Polina è russa e cerca di convincere le persone che ha intorno che la colpa è di quella specie di comico ballerino ucraino che non la racconta giusta. Il suo nonnetto non ha un’opinione, ma uno degli altri ottuagenari sostiene che è non possibile che, quella di Zelensky, sia tutta una messa in scena per provocare Putin. Sto per chiedere chiarimenti ma una mamma con una bambina mi distraggono dal dire la mia sulla crisi politica mondiale. La figlia racconta alla madre, a cui dà la mano, che domani ha il compito di realtà a scuola. I piccoli sono quelli più penalizzati dai grandi cambiamenti come una riforma sbagliata dell’istruzione, una pandemia, una guerra. A noi adulti, responsabili del loro disagio, piace comunque sfoggiarli in pubblico lo stesso. La mia teoria è che anche i peggiori ceffi, quando spingono un passeggino, rivelano un’aria dignitosa. Anche quelli con la faccia da tossico, i tamarri o i peggio vestiti, se li vedi a spasso alla guida di un bambino sprigionano tutta la loro potenzialità di persone affidabili. Intorno a noi c’è il solito tripudio di bandiere arcobaleno, solo che al posto di andrà tutto bene ora c’è un laconico augurio di pace. Che sfiga. Prima le mascherine, ora il rischio della terza guerra mondiale. Ripenso al film di ieri sera, il remake italiano di quella storia con Robert De Niro e Meryl Streep che si innamorano sulla metro. In questa riduzione per la nostra sensibilità i due non concludono un bel niente perché, appena si diffonde il Covid, ad entrambi viene concesso il telelavoro e addio treno delle otto. Si vedono l’ultima volta al supermercato, la settimana prima del lockdown, davanti alla vetrina frigo delle verdure confezionate. Qualche giorno dopo chiude tutto e il film finisce così. E la canzone giusta al momento giusto è proprio quel pezzo degli Üstmamò, quello che dice

Che bella cosa
che lieta meraviglia
non ci è toccata
né guerra né miseria