A PIEDI NUDI NEL BAGNO/2

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Anche nello spot Ambipur bagno c’è una tizia che entra in bagno con le scarpe e cammina sul tappeto, proprio come la sua amica del Viakal.

la rivincita del senso figurato

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Pensate se un giorno all’improvviso si avverassero tutti i modi di dire, per un sortilegio o magari perché ti svegli la mattina e ti trovi in un episodio di “Ai confini della realtà”, o “Black Mirror” se siete giovani d’oggi. Mandi affanculo qualcuno e costui si precipita a consumare una sessione di sodomia passiva con il primo che passa. Quelli che stanno sulle spine è perché sono adagiati su uno schieramento di istrici mentre i manipolatori offrono concreti momenti di piacere, mi accontenterei anche senza tante lusinghe. Per chi casca dalle nuvole meglio munirsi di un paracadute o, meglio, di una tuta alare, molto più di moda, mentre è difficile pagare un conto salato dal pasticciere, tantomeno che una borsa piaccia un sacco. Solo in prossimità delle Dolomiti ci si può lamentare della montagna di cose da fare in ufficio, e, per rimanere in tema, un cuore di pietra solo se si è membri dei Fantastici 4. Una lavata di capo te la può fare solo un parrucchiere incavolato, mentre se hai bisogno di supporto psicologico puoi rivolgerti a unobravo.

a piedi nudi nel bagno

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Da ragazzino non stavo mai in casa. Ero sempre fuori e, quel poco tempo che trascorrevo in famiglia, tenevo addosso le scarpe per essere pronto a uscire di nuovo, non appena mi avesse telefonato qualcuno. Un comportamento che reputo imperdonabile e non capisco come i miei genitori non si siano mai imposti per farmi osservare quella che è la regola base della convivenza e dell’ospitalità, togliersi le scarpe prima di entrare. Riconduco questo mio atteggiamento incivile a diversi fattori, a partire dalla graniglia di colore scuro dei pavimenti alla genovese che non restituiva un adeguato senso di pulizia e non invogliava a camminare scalzi, per non parlare dell’attenzione al look: praticavo la new wave e non esisteva un abbigliamento casalingo corrispondente a quello ostentato in pubblico, a partire dalle pantofole nere dalla foggia Creeper. Oggi, però, è cambiato tutto. A casa mia, se mai vi inviterò, ricordatevi di lasciare le calzature nello sgabuzzino all’ingresso. A vostra discrezione la scelta se rimanere in calzini oppure indossare le pattine degli ospiti. Sono talmente ossessionato che controllo nei programmi tv come si comportano gli attori. Mi capita di notare gente che si sdraia sul letto, con le scarpe, che è una cosa che mi fa orrore. C’è uno spot che mi irrita particolarmente e che è quello del Viakal. La protagonista pulisce il bagno con le sneakers, e non se le toglie nemmeno per lavare la cabina della doccia. Immagino che il piatto sotto sarà bagnato e quindi, uscendo da lì, inevitabilmente sporcherà le piastrelle del pavimento con il sudiciume umidiccio delle suole. Fino alla danza finale con le scarpe sul tappetino, lo stesso su cui ci posiamo i piedi nudi dopo il bagno. Che orrore, non trovate?

senti chi parla

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I bambini dicono un mucchio di stronzate. Si avvicinano alla cattedra e condividono i loro aneddoti sgrammaticati lunghi ore, senza capo né coda, e il fatto che molto spesso non si capisca una parola – il massimo è quando si voltano verso i compagni per parlare con me, dimenticando che sono vecchio e sordo e , soprattutto, che mi trovo dalla parte opposta rispetto quella a cui si stanno rivolgendo – è il minore dei problemi. Poi però suona la campanella, torno nel mondo degli adulti, e mi rendo conto che tutto sommato quelle conversazioni surreali che sono una componente fondamentale del mio lavoro sono decisamente più avvincenti dei dialoghi a cui mi trovo esposto. Il fatto è che nutrirsi di letteratura e di cinema/fiction ti trasporta in un mondo delle idee popolato da batti e ribatti che hanno avuto tutto il tempo di essere scritti e rimaneggiati per filare lisci e limare ogni ridondanza. Ne abbiamo parlato al corso di scrittura creativa che sto seguendo e che, anzi, ormai è agli sgoccioli. Abbiamo imparato che il dialogo fa andare avanti la storia, aiuta a veicolare le informazioni, descrive i personaggi e ne descrive le relazioni e i rapporti di forza. La vita, lo saprete meglio di me, è invece un’altra cosa. Un buon esercizio per acquisire questa consapevolezza consiste nel registrarvi mentre discorrete con il vicino avviandovi dai box all’ascensore quando rientrate dal supermercato con le borse piene di spesa, le chiacchiere di circostanza con cui vi intrattenete con la mamma con i due bambini al seguito alla fermata della 60 che non passa da venti minuti e la pensilina non è sufficiente a tenere al riparo dal diluvio universale tutte le persone in attesa, la duecentesima volta in cui il parente ottuagenario vi racconta di quella volta che ha attraversato il Mincio mentre emigrava a Milano dopo la guerra ma i ponti erano stati tutti bombardati. Se questa vi sembra una pratica oltre le vostre possibilità, reperite da qualche parte la finale di X Factor, trascrivete i commenti dei giudici alle esibizioni dei concorrenti e traete voi delle conclusioni, sempre che l’enfasi superflua esondata dallo schermo non vi abbia nel frattempo allagato la casa e mandato in corto circuito l’impianto elettrico. C’è anche lo spot dell’apparecchio tv di Sky che imperversa tra i programmi da qualche settimana che rende perfettamente l’idea di quello che è bene non dirsi tra persone normali, o almeno se si vuole risultare minimamente interessanti al resto dell’umanità. Ecco, a me basterebbe essere abbastanza ricco da pagare i protagonisti di quella pubblicità per imporre il ritiro e l’oblio di una tale performance che, ogni volta che passa, mi fa vergognare per loro. Sono piccole cose, ma anche un grande passo per il genere umano.

papillon

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Da bambini guardavamo la pubblicità perché c’era Carosello e gli spot erano scenette con attori di un certo calibro. Poi hanno inventato le tv commerciali, le reclame sono diventate noiose e piene di stereotipi ma l’introduzione del telecomando ci ha regalato il potere di cambiare canale durante i consigli per gli acquisti. Quindi siamo diventati studiosi di pubblicità all’università, questo ci ha imposto di fermarci a seguirle per trovare ispirazioni dalle migliori e capire gli errori di quelle sbagliate. Dopo abbiamo trovato lavoro in quel campo lì e l’obiettivo dello studio degli spot degli altri si è invertito: era obbligatorio pensare a qualcosa di diverso.

Infine ci siamo rotti e abbiamo cambiato lavoro, vincendo concorsi nella scuola e prediligendo l’impiego pubblico visti i tempi. Nel frattempo siamo diventati anziani e abbiamo perso interesse per gli spot. Ci sono quelli belli e quelli brutti, quelli delle auto e delle medicine e dei reggiseni e del cibo e poco più perché gli altri settori non hanno soldi da buttare via. Abbiamo introdotto routine nella nostra vita, sicuramente più sedentaria. Ed è per questo che chi gestisce il sistema pubblicitario dovrebbe capire che passare quattro o cinque volte la stessa pubblicità nel giro di sessanta minuti, gli stessi ogni sera, è controproducente e induce all’odio per il brand presentato.

Per questioni di orari e impegni famigliari a casa mia teniamo la tv accesa su La7 dalle otto meno dieci fino alle nove circa ogni sera per seguire il tg – malgrado Mentana – e gli approfondimenti del programma successivo – malgrado Scanzi e Travaglio. Poco più di un’ora con un’infinità di interruzioni pubblicitarie che ci mancherebbe, è chiaro che permettono di tirare avanti la baracca.

Il punto è che gli spot che passano sono sempre gli stessi, ripetuti più volte. Non sono solo io a dire che la sovraesposizione rompe i maroni, e secondo me la gente ne ha le scatole piene. In questi giorni il massimo del fastidio me lo dà la pubblicità della pasta De Cecco con quella trovata – del tutto immotivata – della parodia di “Vecchio frac”. Non si capisce cosa c’entri la canzone e poi gli amici a casa Gerini fanno gli spaghetti quando, invece, avrebbero potuto cucinare delle farfalle visto che il bellone palestrato cita la canzone (almeno credo) indossando appunto il papillon, anche se non ho fatto caso se sia di seta blu. A onor del vero non ho contato quante volte passa ogni sera, ma sicuramente sono troppe e sufficienti a farmi evitare la pasta De Cecco come la peste.

pelandrone

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Passiamo tutto l’anno a farci affascinare da documentari sui borghi più belli d’Italia realizzati con riprese effettuate con il drone e montate con musiche epiche e poi, quando li visiti affrontando dal basso impervie scalinate che portano a castelli diroccati con percentuali di inclinazione e dislivelli da paura, il tutto mentre ci sono quaranta gradi e lungo il dedalo di viuzze del centro storico non c’è nemmeno un bar aperto, l’effetto è controproducente. Le riprese con il drone costituiscono la nuova frontiera dell’iperrealtà, in cui quello che viene mostrato in tv è rappresentato in una forma ultra simbolica: il castello in alto sin troppo in alto, con le sue case medievali abbarbicate sulla roccia come un’emanazione dal potere che rappresenta, attraverso voli radenti che, sul divano di una qualunque domenica pomeriggio d’inverno, ti inducono alla scelta della meta delle prossime vacanze estive.

La colonna sonora risulta altrettanto stucchevole: i soliti quattro accordi mozzafiato, con le alternanze tra accordi maggiori e minori studiate a tavolino, in un tripudio di archi sintetici che vanno bene su qualsiasi scena pensata con l’obiettivo di convincere lo spettatore che qualcuno ha compiuto un’opera mirabile vincendo le sue stesse sfide con il coraggio e la fierezza di essere ricordato nei secoli a venire. Il tutto dopo la consueta orgia di carboidrati innaffiati dal prosecco del dì di festa per una condizione di ebbrezza – pronta a trasformarsi in pennichella – che contribuisce al pathos del messaggio trasmesso.

I nodi vengono al pettine solo qualche mese più tardi: il castello è lassù in cima, l’estate è quella più calda della storia dell’umanità, gli orari delle informazioni turistiche e delle attrazioni a cui sei diretto non coincidono con la roadmap della vacanza, in cui le stanze devono essere liberate entro le dieci del mattino e fino al pomeriggio inoltrato non c’è verso di fare un check-in come si deve. Non resta che concentrare la visita in quella parte del giorno in cui, specialmente nel centro e sud Italia, la gente normale giustamente rifugge la canicola e si gode la frescura delle abitazioni storiche di proprietà ereditate dai bisnonni che si spaccavano la schiena nei campi. Le rampe sono importanti e di una categoria che noi turisti di pianura le vediamo solo nelle illustrazioni di Escher, con l’aggravante di non essere per nulla attrezzati per quel tipo di esperienza in cui si mescolano botteghe di artigiani con scalate ai borghi in quota che imporrebbero scarpe tecniche e abbigliamento almeno del Decathlon.

Il risultato è l’umiliazione delle aspettative. Nessuno suona la musica che ci motiverebbe a superare i nostri limiti per conquistare la torre più alta e la vista da sotto non è certo la stessa che ricordavamo dal documentario, quando una telecamera si librava come un nibbio sulle più alte pendici del maniero normanno. Le riprese con il drone vanno a colpire una zona vergine della nostra emotività limitrofa alla sensazione di vertigine, in quell’istante a ridosso dello sconfinamento nella paura dell’altitudine, in cui la finzione televisiva ci lascia credere di essere altrettanto audaci. Ci dimentichiamo che i documentari sono marketing allo stato puro e che poi, il prodotto, è ben altra cosa dalla foto che lo ritrae sulla confezione. È una moda. Si sgonfierà, prima o poi.

sticazzi

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Quando qualcuno ti dice quanti anni ha senza che tu l’abbia chiesto questa è l’espressione giusta di rimando. E anche se non lo dici e lo pensi soltanto, te lo si legge sulla faccia il disinteresse e l’ironico stupore. In una parola:

irritante

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Non credo di aver mai visto uno spot in tv doppiato così male.

fai schiattare il divertimento

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Lo storytelling dei Tuc potrebbe ampiamente affondare le sue radici nella nostra tradizione, anziché ridurre l’esperienza di prodotto a dei bamboccioni scansafatiche che perdono tempo in divertimenti di dubbia efficacia. Pensate a quante volte li abbiamo acquistati nei distributori automatici o ai bar delle stazioni ferroviarie, prima di metterci in viaggio. E quanta sete abbiamo sopportato per aver dimenticato che, con dei cracker così salati, sempre meglio non lesinare nelle scorte d’acqua. Ah, le carrozze ferroviarie di seconda e terza classe di una volta. I treni locali in legno, così romantici, con tutte quelle fermate inutili e quelle ore passate a guardare il paesaggio scorrere veloce (per modo di dire) al finestrino sgranocchiando Tuc e facendo briciole in attesa della destinazione. C’entra poco o nulla, ma ho notato che il tempo con cui ci si alza dal sedile e ci si prepara alla propria fermata è direttamente proporzionale alla propria età anagrafica.

Ma non c’è solo il treno. Mia nonna non saliva mai in auto senza una scorta di Tuc in grado di sostenerla lungo la distanza che la separava dal paesello natio. In realtà pativa la guida di mio papà – suo figlio – che la scarrozzava e aver qualcosa di asciutto (nonché sfizioso) con cui limitare la nausea dovuta ai tornanti le consentiva di giungere a destinazione senza soste.

Quelli della Tuc quindi dovrebbero sincerarsi di quanti lo comprano per tenerselo in casa e quanti, invece, se ne approvvigionano esclusivamente dal carrello delle bibite a bordo degli Intercity. Io, a naso, direi più la seconda, perché se ne compro una confezione da tenere in dispensa non arriva sana e salva a sera. E se gli ingredienti del prodotto sono chiari sulla confezione, quelli della storia sono un mix poco comprensibile. La bandiera, i tre amici, la noia chiusi in casa – siamo ancora in lockdown? – e i diversivi poco credibili. Meglio un vagone di altri tempi, una nonna con i nipotini, un viaggio attraverso il passato, una confezione di cracker salati e tante, tante bottigliette d’acqua nella strada che ci porta alle vacanze estive in un paesino di riviera lungo quella ferrovia che, un tempo, scorreva a ridosso degli scogli.

sentirsi giù

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La percentuale di colleghi provenienti dal sud è molto elevata anche nella mia scuola. Posso intuire il motivo di questo fenomeno ma, se devo dirla tutta, le argomentazioni che sento in giro a supporto della teoria dominante non mi hanno mai convinto completamente. Anche la mia dirigente è di origine meridionale ma, nonostante ciò, ha messo un freno sulla pessima abitudine di anticipare le festività natalizie per prolungare il più possibile il ricongiungimento con i parenti al paese di provenienza. Nessuno può prendere ferie o permessi prima dell’ultima campanella, quella dopo la quale i bambini si precipitano tra le braccia dei genitori per consegnare con orgoglio il lavoretto di natale incellofanato e correre a giocare con gli amichetti, dimenticandosi immediatamente del lavoretto incellofanato.

Noi quest’anno abbiamo proposto un’attività complicatissima che, se non fosse per l’impegno della mia collega di sostegno che si è accollata il gravoso onere di coordinare il lavoro con i bambini, mi avrebbe condannato a una vergognosa débâcle. L’ha proposta una collega di quelle che hanno fatto la gavetta negli oratori estivi e che ostenta un approccio da caserma che le invidio tantissimo in quanto molto più efficace del mio, che invece è da centro sociale occupato.

Il lavoretto – che poi solo il termine lavoretto mi fa accapponare la pelle – consiste in un palloncino intorno al quale i bambini hanno arrotolato un lungo filo di lana imbevuto nel vinavil. Una volta asciugato e scoppiato il palloncino, il risultato sarebbe dovuto consistere in una pallina di natale da abbellire, in ultima fase, con un fiocco e il biglietto realizzato con la collega di religione. Questa l’expectation, anni luce dalla reality. A parte come si sono ridotti i bambini durante la realizzazione, con la colla fin sopra i capelli, e come hanno conciato l’aula, per la gioia delle collaboratrici (del sud in percentuale simile a quella di noi docenti), l’obiettivo è stato parzialmente raggiunto solo grazie alla manualità della mia collega di sostegno. Lei ha tutta la famiglia sparsa tra Italia ed Europa e ha trascorso lo scorso pranzo di natale da sola nella casa in cui abita alla periferia di Milano, in videoconferenza con i genitori e fratelli a causa del Covid.

Ma questo è niente in confronto alla sua omologa – e altrettanto precaria – che era in classe da me lo scorso anno. Accettata la nomina si era trasferita ma, non trovando una sistemazione, aveva vissuto i primi due mesi in un albergo dell’hinterland. Separata e con una figlia a casa coi nonni, ricordo che per le feste non le era stato possibile rientrare in tempo.

Ho pensato a lei e a tutti i casi come il suo vedendo il nuovo spot della Conad. Una bambina intraprendente nota il suo maestro al supermercato che paga in cassa un panettone monoporzione. Subito mobilita il resto della scolaresca per imbandire un pranzo coi fiocchi e poi, il 25, si presentano tutti quanti a casa del docente per festeggiare insieme. Mi piace quando si vuole trasmettere il fatto che, quello dell’insegnante, può essere anche un lavoro maschile.

Però, se fosse per me, questa volta avrei sottolineato la solitudine dei docenti solitari e lontani da casa con una maestra, anziché un maestro. Perché agli uomini, tutto sommato, arrangiarsi da soli è utile e fa anche bene. Per le donne invece è un po’ un peccato, non certo perché non sono in grado di essere indipendenti (anzi, sicuramente una maestra si sarebbe inventata qualcosa di più creativo dei tortellini in brodo, premesso che adoro i tortellini in brodo) ma perché da sempre, in questa diaspora dovuta al peccato originale dei mestieri della scuola che va così e nessuno si impegna a cambiare, sono loro ad aver sempre pagato di più. Sarebbe giusto cominciare a restituire loro qualcosa.