irritante

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Non credo di aver mai visto uno spot in tv doppiato così male.

fai schiattare il divertimento

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Lo storytelling dei Tuc potrebbe ampiamente affondare le sue radici nella nostra tradizione, anziché ridurre l’esperienza di prodotto a dei bamboccioni scansafatiche che perdono tempo in divertimenti di dubbia efficacia. Pensate a quante volte li abbiamo acquistati nei distributori automatici o ai bar delle stazioni ferroviarie, prima di metterci in viaggio. E quanta sete abbiamo sopportato per aver dimenticato che, con dei cracker così salati, sempre meglio non lesinare nelle scorte d’acqua. Ah, le carrozze ferroviarie di seconda e terza classe di una volta. I treni locali in legno, così romantici, con tutte quelle fermate inutili e quelle ore passate a guardare il paesaggio scorrere veloce (per modo di dire) al finestrino sgranocchiando Tuc e facendo briciole in attesa della destinazione. C’entra poco o nulla, ma ho notato che il tempo con cui ci si alza dal sedile e ci si prepara alla propria fermata è direttamente proporzionale alla propria età anagrafica.

Ma non c’è solo il treno. Mia nonna non saliva mai in auto senza una scorta di Tuc in grado di sostenerla lungo la distanza che la separava dal paesello natio. In realtà pativa la guida di mio papà – suo figlio – che la scarrozzava e aver qualcosa di asciutto (nonché sfizioso) con cui limitare la nausea dovuta ai tornanti le consentiva di giungere a destinazione senza soste.

Quelli della Tuc quindi dovrebbero sincerarsi di quanti lo comprano per tenerselo in casa e quanti, invece, se ne approvvigionano esclusivamente dal carrello delle bibite a bordo degli Intercity. Io, a naso, direi più la seconda, perché se ne compro una confezione da tenere in dispensa non arriva sana e salva a sera. E se gli ingredienti del prodotto sono chiari sulla confezione, quelli della storia sono un mix poco comprensibile. La bandiera, i tre amici, la noia chiusi in casa – siamo ancora in lockdown? – e i diversivi poco credibili. Meglio un vagone di altri tempi, una nonna con i nipotini, un viaggio attraverso il passato, una confezione di cracker salati e tante, tante bottigliette d’acqua nella strada che ci porta alle vacanze estive in un paesino di riviera lungo quella ferrovia che, un tempo, scorreva a ridosso degli scogli.

sentirsi giù

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La percentuale di colleghi provenienti dal sud è molto elevata anche nella mia scuola. Posso intuire il motivo di questo fenomeno ma, se devo dirla tutta, le argomentazioni che sento in giro a supporto della teoria dominante non mi hanno mai convinto completamente. Anche la mia dirigente è di origine meridionale ma, nonostante ciò, ha messo un freno sulla pessima abitudine di anticipare le festività natalizie per prolungare il più possibile il ricongiungimento con i parenti al paese di provenienza. Nessuno può prendere ferie o permessi prima dell’ultima campanella, quella dopo la quale i bambini si precipitano tra le braccia dei genitori per consegnare con orgoglio il lavoretto di natale incellofanato e correre a giocare con gli amichetti, dimenticandosi immediatamente del lavoretto incellofanato.

Noi quest’anno abbiamo proposto un’attività complicatissima che, se non fosse per l’impegno della mia collega di sostegno che si è accollata il gravoso onere di coordinare il lavoro con i bambini, mi avrebbe condannato a una vergognosa débâcle. L’ha proposta una collega di quelle che hanno fatto la gavetta negli oratori estivi e che ostenta un approccio da caserma che le invidio tantissimo in quanto molto più efficace del mio, che invece è da centro sociale occupato.

Il lavoretto – che poi solo il termine lavoretto mi fa accapponare la pelle – consiste in un palloncino intorno al quale i bambini hanno arrotolato un lungo filo di lana imbevuto nel vinavil. Una volta asciugato e scoppiato il palloncino, il risultato sarebbe dovuto consistere in una pallina di natale da abbellire, in ultima fase, con un fiocco e il biglietto realizzato con la collega di religione. Questa l’expectation, anni luce dalla reality. A parte come si sono ridotti i bambini durante la realizzazione, con la colla fin sopra i capelli, e come hanno conciato l’aula, per la gioia delle collaboratrici (del sud in percentuale simile a quella di noi docenti), l’obiettivo è stato parzialmente raggiunto solo grazie alla manualità della mia collega di sostegno. Lei ha tutta la famiglia sparsa tra Italia ed Europa e ha trascorso lo scorso pranzo di natale da sola nella casa in cui abita alla periferia di Milano, in videoconferenza con i genitori e fratelli a causa del Covid.

Ma questo è niente in confronto alla sua omologa – e altrettanto precaria – che era in classe da me lo scorso anno. Accettata la nomina si era trasferita ma, non trovando una sistemazione, aveva vissuto i primi due mesi in un albergo dell’hinterland. Separata e con una figlia a casa coi nonni, ricordo che per le feste non le era stato possibile rientrare in tempo.

Ho pensato a lei e a tutti i casi come il suo vedendo il nuovo spot della Conad. Una bambina intraprendente nota il suo maestro al supermercato che paga in cassa un panettone monoporzione. Subito mobilita il resto della scolaresca per imbandire un pranzo coi fiocchi e poi, il 25, si presentano tutti quanti a casa del docente per festeggiare insieme. Mi piace quando si vuole trasmettere il fatto che, quello dell’insegnante, può essere anche un lavoro maschile.

Però, se fosse per me, questa volta avrei sottolineato la solitudine dei docenti solitari e lontani da casa con una maestra, anziché un maestro. Perché agli uomini, tutto sommato, arrangiarsi da soli è utile e fa anche bene. Per le donne invece è un po’ un peccato, non certo perché non sono in grado di essere indipendenti (anzi, sicuramente una maestra si sarebbe inventata qualcosa di più creativo dei tortellini in brodo, premesso che adoro i tortellini in brodo) ma perché da sempre, in questa diaspora dovuta al peccato originale dei mestieri della scuola che va così e nessuno si impegna a cambiare, sono loro ad aver sempre pagato di più. Sarebbe giusto cominciare a restituire loro qualcosa.

consigli per gli acquisti?

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I tre spot del momento sono il cashmere Falconeri, la pubblicità di Natale di Intimissimi e quello del chianti Gallo Nero. Li considero gli spot del momento perché li vedo a ripetizione nella fascia oraria in cui accendo la tele, all’ora del telegiornale. Non solo: li vedo spesso in sequenza, uno dietro l’altro, ma non saprei spiegare la ragione di questa programmazione congiunta. Di certo, considerata la frequenza dei passaggi, gli investimenti in comunicazione delle tre aziende produttrici sembrano essere copiosi. Ma c’è un ulteriore fattore che li unisce: in qualche modo mi urtano, ogni volta che li trasmettono.

Lo spot del cashmere Falconeri ha una musica inutilmente epica, una colonna sonora in puro stile marketing da scalata verso una vetta o impresa portata a termine rischiando la vita. Il tutto su immagini che non c’entrano molto: scampoli di lana colorata cuciti insieme con maestria e modelle che indossano i capi testé ultimati per guardare chissà che cosa fuori dalla finestra:

Dello spot Intimissimi di Natale non c’è nulla di sbagliato se non che non so che gusto ci sia a preparare l’albero in mutande e reggipetto, o comunque in déshabillé, oltre al fatto che porno e tradizione non costituiscono, a mio parere, un connubio azzeccato. Piuttosto meglio il tipo norvegese che si limona Babbo Natale, ecco. Qui manca completamente l’ironia e la seduzione, con gli addobbi, stride un po’.

Dello spot del chianti Gallo Nero, invece, il tipo che balla e fa le smorfie è irritante e per di più sembra uno che alza il gomito con frequenza. Ma ha un bel vestito.

linea verde

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Ma che ci fa Luca Sardella nello spot dell’Amaro del Capo? Ah, il jingle è suo.

dietrologia per una merendina

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C’era una volta una mamma single in carriera che lavorava in una multinazionale, una di quelle aziende in cui il sole non tramonta mai e se ti occupi di certe cose come il marketing capita che di giorno hai a che fare con colleghi europei, di sera si svegliano gli americani e a notte fonda ti tocca rispondere alle e-mail degli asiatici. Uno scenario in cui non è così raro mettersi la sveglia alle quattro del mattino per partecipare a una call con sconosciuti che parlano comunque un inglese più fluente del tuo dall’altra parte del mondo. Cose già viste e stra-viste e, vi dirò di più, provate sulla nostra pelle. Un andazzo, o trend come si dice ora, che con lo smart working si è ulteriormente esacerbato e se prima eravamo già schiavi del lavoro in rete oggi siamo tutt’uno con il cloud, così digitalizzati da essere digitali, effimeri, diafani, facili prede di hacker russi e di ransomware che ci chiederanno soldi per avere in cambio noi stessi. Fino a quando si sveglia il figlioletto della mamma single che è in piedi da un pezzo per mettere insieme uno stipendio decente e, al posto di una fetta di pane con la marmellata, per colazione se la cava con una merendina confezionata, una di quelle che i genitori bioblu non offrirebbero nemmeno al figlio del loro peggior nemico. La mamma fetta al latte ha ancora le cuffie ma si capisce lontano un miglio che la call sta per terminare. A breve inizierà la seconda parte della giornata che la vedrà, ancora sveglia, portare il bambino a scuola e rimettersi al lavoro con le call con i colleghi italiani. C’è ancora tutto un mondo davanti, e le ore sembrano infinite. Togliti le cuffie, mamma. Tuo figlio ha bisogno di te.

poco convinted

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Gli spot delle ennemila app per vendere la propria roba usata la fanno facile. Fai la foto alle scarpe che non metti più, ai jeans che ti vanno più bene perché la pandemia ti ha inquartato, al vaso che ti ha regalato il tuo ex e che ingelosisce il nuovo moroso. Poi decidi il prezzo e la metti su queste specie di Tinder del commercio di seconda mano e nemmeno il tempo che finisce lo spot te ne sei già sbarazzato. Ci sono però dei fattori intermedi che la pubblicità, che giustamente deve comunicare un modello e un mondo delle idee in cui tutti riescono a fare tutto, non prende in considerazione.

Intanto vendi una cosa se c’è domanda e non se c’è offerta, il mercato – anche se è delle pulci – funziona così, perché a regalare o a gettare nei contenitori della solidarietà sono capaci tutti.

Poi c’è il problema della spedizione. Se fossi uno startupper ossessivo compulsivo aprirei un’impresa che si occupa di spedizioni chiavi in mano per le app come Vinted e compagnia bella. Il venditore non deve fare nulla, nemmeno preparare il pacco. Prenota il ritiro, arriva questo corriere liquido, un po’ rider e un po’ due punto zero, che si prende in carico la spedizione, la incarta, la porta alle Poste, si spara la coda al posto tuo e spedisce il tutto per te che hai pagato un forfait. Ma non ho mai avuto il senso degli affari e questa parte del processo è una rottura di maroni senza precedenti.

Per dire, io una collezione intera di Dylan Dog e di quell’altro indagatore del futuro di cui mi sfugge il nome, centinaia di CD, due giradischi, capi di abbigliamento di due taglie fa e un sacco di altra roba di cui vorrei disfarmi ma l’idea di dover calcolare il costo comprensivo di spedizione, quindi di fare ogni casistica per ogni cosa, mi fa desistere ogni volta. Per questo quando vedo gli spot di questo tipo che la fanno facile mi chiedo chi ci caschi. Non lo metti più? Mettilo su Vinted. Certo, poi bisogna vedere se qualcuno te lo compra e, ancora prima, se ho voglia di portarlo all’ufficio postale.

vendo appartamento al 221B di Baker Street

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C’è una teoria secondo cui la pubblicità in tv costa molto di meno da quando ci sono canali più seguiti come la tv in streaming e, soprattutto, l’Internet. Si sono abbassati i prezzi e anche piccole aziende desiderose di mandare i loro spot in prime time sono riuscite in un obiettivo fino agli anni novanta impensabile. Il fatto è che i prezzi di realizzazione delle campagne pubblicitarie, invece, sono rimasti gli stessi. O, almeno, non è cambiato il costo delle agenzie di un certo livello. Per questo i programmi televisivi sono interrotti da pubblicità sempre più cheap, spesso con attori sempre più cheap ma lo sapete, nel marketing è meglio non lesinare altrimenti ti si ritorce contro.

Me ne vengono in mente un paio così, sui due piedi: gli allarmi Verisure – mai visti attori così imbarazzanti – e uno spot dell’Amplifon in cui ci sono attori incapaci che fingono di fare le persone normali che raccontano la loro esperienza leggendo il loro testo facendo di tutto però perché sembri che non lo stanno leggendo, con un risultato che fa davvero girare così la testa per la bruttezza.

In questo campionato dilettantistico è facile salire di categoria, e quando ci sono spot belli, pensati bene, con trovate intelligenti e attori capaci è giusto dare loro lo spazio che si meritano. Immobiliare.it si è sempre distinta, da questo punto di vista. L’ultima pubblicità è superlativa, e mi riferisco al soggetto con Sherlock Holmes. Tempi giusti, battute azzeccate e copy perfetto, con la ciliegina sulla torta della chiusura “immobiliare, Watson!” che mi ha lasciato letteralmente a bocca aperta. Idea formidabile, bravi tutti.

di seconda mano

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City car è il nuovo modo elegante per dire utilitaria. La mia è meno di una entry level, che è un modo altrettanto elegante per dire morto di fame. L’ho trovata su un sito di annunci di seconda mano e la vendeva un privato con cui ci siamo dati appuntamento in piazza Brescia per un giro di prova. L’auto era davvero senza pretese e io mi sono recato all’incontro con aspettative ancora inferiori, quindi c’è voluto poco per convincermi a chiudere l’affare. Il fatto è che si sono presentati in due dicendo di essere padre e figlio e che la macchina era proprio quella del più giovane, neopatentato, a cui il genitore voleva acquistare una vettura più dignitosa. I due, però, non si assomigliavano per nulla e la esigua differenza di età rendeva il loro rapporto parentale piuttosto improbabile. Ho pensato però che, trattandosi di stranieri, avessero usanze e stili di vita differenti da quelli italiani. Tranquilli, non sono stato truffato perché la macchina in questione funziona benissimo tutt’ora e continua ad essere perfetta per lo scopo per cui l’ho presa, con un rapporto qualità-prezzo davvero vantaggioso. Comunque, prima di chiudere la trattativa, mi sono rivolto a una amica assicuratrice che – da una ricerca sullo storico dei proprietari – ha scoperto che l’auto che stavo per comprare era ferma da mesi mentre, da come l’aveva raccontata il venditore, veniva utilizzata quotidianamente dal sedicente figlio. Non so perché i due avessero messo in pista questa sceneggiata. Forse pensavano di rendersi più credibili, in uno scenario in cui essere stranieri è ancora sinonimo di vivere grazie a espedienti. Addirittura si sono inventati al momento di avere un cane per giustificare la presenza di peli (malgrado l’abitacolo fosse perfettamente pulito) sul pianale del lunotto posteriore. Ho ripensato a questa cosa dopo aver visto l’ultimo spot di segugio.it. Un tizio offre un passaggio a due conoscenti e, al momento di ripartire, uno di questi (spero l’uomo seduto dietro, e non l’avvenente passeggera) molla una scoreggia. Io penso di aver visto di tutto in pubblicità, ma uno storytelling così truce non mi era mai capitato. Il bello è che subito dopo si vede il cane che fiuta l’inequivocabile cambiamento d’aria e introduce il claim con cui la compagnia (sedicente giusta) si distingue. Conosco certi padroni di cani che hanno cani così maleodoranti che, nella loro macchina, è impossibile salire. Quindi non saprei dire a cosa porti questa gara a chi puzza di più e a chi fa lo spot peggiore. Lo spot, però, l’avrei chiuso con una battuta: “Non ho scoreggiato! Te lo assicuro”.

vacci piano con i Depeche Mode

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Non so a voi ma a me la versione rallentata di “Just Can’t Get Enough” di questo spot fa sanguinare le orecchie. Ma poi che bisogno c’era?