Friko – Something Worth Waiting For

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Quando vedo un’immagine di ragazzini americani sfrecciare in bici con il sorriso stampato sulle labbra, la prima cosa che mi viene in mente è la fuga per mettere in salvo E.T., nel finale del film. Alla magia della pedalata che si libra nel vuoto e a tutta la portata simbolica di quell’effetto speciale analogico, oggi ampiamente superato, che tuttavia mantiene inalterata la sua poesia. La metafora della giovinezza che sboccia suo malgrado nella vita e i sogni impossibili dell’infanzia che si realizzano, il tutto con una radicalizzazione emotiva a cui solo l’estetica del cinema americano è in grado di rendere giustizia.

Chissà se anche la foto di copertina di questo disco – Something Worth Waiting For dei Friko – nasconde volontariamente la stessa citazione per catturare i frammenti conclusivi di un romanzo di formazione, una rincorsa a spiccare un volo a due ruote verso qualcosa contro ogni legge della fisica (ma non per questo esclusiva della fantascienza). L’adolescenza è finita e tocca fare sul serio. Crescere, assumersi certe responsabilità, operare delle scelte, alcune delle quali ci si ritorceranno fatalmente contro. That’s life, come si dice da quelle parti.

Sarà un caso, ma ho letto che Niko Kapetan e Bailey Minzenberger, il nucleo fondante dei Friko, si sono sentiti in parte travolti dallo straordinario successo di Where We’ve Been, Where We Go From Here, il loro album d’esordio. Non sorprende che il connubio tra l’acerba spontaneità e l’impeto proprio di giovanissimi artisti agli albori ma con un approccio compositivo ed esecutivo inaspettatamente maturo ed esperto (e soprattutto originale, considerati i tempi) abbia lasciato il segno e abbia impressionato così tanto sia ascoltatori avvezzi al genere, sia il pubblico generalista. Non è stato difficile ritrovarlo tra le proposte più interessanti dell’anno (era il 2024), un riconoscimento all’energia fresca con cui la band è riuscita a rendere tangibile un’ispirata voglia di mettersi in gioco con un prodotto realmente innovativo e, nonostante suonato da ventenni, molto poco derivativo.

E, addirittura, mai mi sarei aspettato, come conseguenza del diffuso e unanime consenso, di trovarmi al cospetto di un cameo dedicato a loro in un b-movie a stelle e strisce a cui ho assistito proprio a ridosso della pubblicazione del secondo disco, qualche settimana fa. In una scena della commediola Creature luminose, titolo originale Remarkably Bright Creatures (nulla di imperdibile), il commesso di uno di quegli empori americani in cui si trova un po’ di tutto irrompe dal retro del negozio sfoggiando proprio una t-shirt dei Friko. Il protagonista della storia, un musicista in fase di ripensamento esistenziale, gli si rivolge concordando sul valore artistico, aggiungendo un cenno sulla sua esperienza in qualità di membro del gruppo di apertura (nemmeno in modo eccessivamente compiaciuto) a un loro concerto. Il che è comprensibile, se si considera quanto la critica si sia trovata poi concorde nel riconoscimento della precoce ma convincente attitudine cantautoriale di Kapetan e della genuina reinterpretazione dell’indie-rock di cui si è resa capace la band.

Something Worth Waiting For, come sostiene il titolo stesso, è davvero qualcosa per cui è valsa la pena attendere. Un secondo album altrettanto irrequieto rispetto al precedente, i cui registri espressivi sono magistralmente dosati a vantaggio della resa nella loro complementarietà grazie al valore aggiunto dei musicisti ora in forza alla band – Korgan Robb alla chitarra e David Fuller al basso, grazie agli arrangiamenti del compositore Jharek Bischoff (ci sono alcuni passaggi in cui l’orchestrazione di archi lascia senza fiato) e alla produzione di John Congleton, già leader dei Paper Chase e curatore di numerosi riusciti album di band e artisti indie e alternative.

Una task force che non leviga per nulla le asperità e l’immediatezza del sound dei Friko delle origini. Piuttosto, un contributo in grado di amplificare i tratti più urgenti e di controllare il giusto bilanciamento delle sue componenti, a partire dal vincente contrasto tra la profonda malinconia insita tra le righe dei versi e le fondamenta strumentali a supporto, ora stabili, ora facili prede delle tempeste emotive suscitate dalle canzoni. Una tracklist in cui si percepisce una band sicura delle proprie potenzialità ma mai a scapito della fragilità intima insita nelle composizioni.

Un dualismo che si coglie anche nelle dinamiche con cui sono resi i brani. L’iniziale “Guess”, per esempio, si trattiene a fatica per due minuti e mezzo tutta compressa nella sua nervosa energia fino alla sua assordante esplosione centrale in un muro di noise, per poi rientrare ripiegata su se stessa, una canzone riportata alla sua collocazione originale ma con invariata durezza. D’altronde, il messaggio “there’s hardly enough in this world to make us happy” non lascia scampo e ci abbandona alla sensazione di aver assistito a molto di più di un semplice preambolo.

Tutto il contrario di “Still Around”, messa subito dopo, brano che inizia d’emblée, in puro stile rock’n’roll, e che colpisce per il modo in cui Niko Kapetan fa vibrare disperatamente la voce, un vezzo che ricorda Dana Margolin dei Porridge Radio e che contribuisce alla resa teatrale del loro stile. Un’atmosfera che troveremo più avanti, nella bella title track.

“Alice”, “Certainty” e “Seven Degrees” sono le canzoni più raffinate della tracklist. La prima si distingue per le gocce di chitarra e piano Fender che dilatano l’atmosfera senza spoilerare sul repentino cambio destabilizzante. Con la seconda, l’album mette la freccia e accosta in un’area di ristoro chamber pop gremita di strumenti acustici, e la tensione tra i suoni e la rabbia trattenuta della melodia accentua l’urgenza di una sosta di decompressione. Nella terza, Kapetan mette in rima un passaggio di consegne tra genitori e figli, una sentita paternale sulle persone che fanno la differenza (al massimo sette, una in più rispetto ai gradi di separazione) lungo il corso della vita, organizzate in elenco in una ballad indie con tutti i suoi toccanti cliché.

Tra le tracce di Something Worth Waiting For risalta anche un tema ricorrente, quello dei mezzi di trasporto un po’ retrò e dal rapporto a misura d’uomo tra distanza e velocità, l’unico in grado di offrire un’esperienza di viaggio sufficientemente lenta a vantaggio di riflessioni e ripensamenti. Un trenino che fa proprio “Choo Choo” su un andamento alla Arcade Fire, un punto di vista privilegiato a bordo di un “Hot Air Balloon” che vola alto lontano da tutti i paradossi che comporta l’essere una rockstar, complice l’adozione sarcastica delle trovate armoniche alla Radiohead pre-Ok Computer, e un dialogo con una delle biciclette della cover nella struggente “Dear Bicycle”, una scampanellata nella nostalgia per personalità così giovani ma già così sorprendentemente piene di rimpianti (“I was younger then, I’m not younger now. Dear bicycle, I was stronger then, I’m not stronger now”). D’altronde, è sempre facile ostentare malinconia quando si ha tutto il tempo dalla propria parte per ravvedersi. Non è un caso che sia stata scelta come traccia conclusiva. Quella che, più di tutte, sembra dissolversi dietro le quinte dello studio di registrazione, quando i musicisti si riprendono alla fine dalla trance onirica in cui hanno eseguito i brani, pronti per mettere a frutto le loro astrazioni grazie alla consapevolezza di aver realizzato un’opera destinata a durare.

Dove si dirigono, quindi, i partecipanti a questa gioiosa biciclettata verso il futuro? A cosa puntano con i loro sorrisi e cos’è che non possiamo vedere noi che diamo le spalle alla loro meta finale, intenti a scrutare a ritroso e consumati dall’invidia l’irresponsabile leggerezza della gioventù immortalata in copertina? Io non ho dubbi. I Friko stanno davvero per spiccare il volo, se non l’hanno già fatto. Forte di una perfetta alchimia tra musica e parole e di una produzione ambiziosa ma mai spersonalizzante, Something Worth Waiting For sarà uno dei dischi migliori dell’anno, e non solo. Niko Kapetan e Bailey Minzenberger sono già in orbita, sopra di noi.

Tricky, 09/07/2026, Triennale, Milano

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Il pubblico lo grida un po’ da ogni dove, dal prato della Triennale. “Voce! Voce!”, qualcuno irrompe nel silenzio tra un brano e l’altro nemmeno fossimo a un comizio, mentre tra le retrovie imperversa il consueto chiacchiericcio dei più distratti, da fuori arriva l’eco di un karaoke all’aperto e sono in diversi a voltarsi verso il mixer con l’intenzione di interpretare le cause di quello che sta succedendo nella mimica e nell’espressione del fonico.

Ma forse non hanno capito. Quello di stasera è poco più di un dj set di Tricky. Il microfono non ha niente che non va ma, sin dal brano introduttivo, si capisce che c’è qualcosa che non funziona e non è certo un problema tecnico.

E non veniteci a raccontare, come sostiene anche Wikipedia, che è perché “è noto per il suo canto in stile sprechgesang sussurrato”. La conferma l’avremo poco meno di un’ora dopo, quando al termine della trascinante “Vent”, scelta che di norma costituirebbe l’ultimo bis nella probabile setlist, una prolissa scaletta che nei concerti precedenti si è estesa per una ventina di pezzi, saluta tutti e se ne va. A Milano, nonostante il costo dell’ingresso all’unica data italiana e l’autorevole location, per lui e per chi è venuto a sentirlo non è serata.

Senza contare che il concerto è sold out. Tutto esauritissimo, e ne ho la conferma mentre, al ritiro del biglietto alla reception, riconosco qualcuno che cerca di sfoderare l’arma della notorietà televisiva arrogandosi chissà quale privilegio ma viene rispedito alla coda su Dice (dicono che siano in 500 in attesa prima di lui) o a qualche rinunciatario in cerca di un rimborso fuori dalla Triennale come un parvenu qualunque.

Eppure quando, scoccate le 21:30, sul palco salgono all’improvviso in cinque, di cui tre, compreso Tricky, al microfono, e la durata indicata con prudente anticipo sul programma parla chiaro – 120 minuti di spettacolo circa, roba che potrebbe mettere a rischio persino l’ultima corsa della gialla e mandare in vacca il mio rientro a casa – sembra prospettarsi uno dei suoi live con i quali mi sono documentato su YouTube, una performance con tutti i crismi.

Anche se, in realtà, per uno dei principali protagonisti della musica elettronica degli ultimi trent’anni, la strumentazione visibile può indurre a non pochi equivoci. Noto una Nord Stage 2, lo standard prosumer per i suoni di piano e organo ma tutt’altro che un synth o un sampler. Due chitarre negli appositi supporti poco più indietro e una batteria tutta schermata e impacchettata in un suggestivo gabbiotto in plexiglass. Un set ridotto all’osso che però ci sta. Da un certo punto di vista, la discografia dell’artista di Bristol è pregna di brani rock cupi come solo il trip hop sa essere, aspetto che rende plausibile il livello di minimalismo ostentato.

Irrompono sul palco, dicevo, e sulla destra si posiziona la cantante polacca Marta Zlakowska, che prima dell’esibizione dell’headliner ha intrattenuto i convenuti con una manciata di brani tratti da Out The Way, album che ha pubblicato con il featuring di Tricky lo scorso anno e che, anche solo per il nome, raccoglie l’eredità di Martina Topley Bird. Alla sinistra prende posto il vocalist Mitch Sanders, anch’egli in forza al medesimo entourage artistico.

Oltre alla mancanza di una postazione dedicata ai synth, preoccupa l’assenza del basso, che nel trip hop è lo strumento che fa la differenza, quello che suonato live in brani come quelli che (almeno sulla carta) stanno per essere eseguiti potrebbe spettinarci tutti. Così ecco la prima doccia fredda. Le linee di basso sono maledettissimamente registrate, c’è una base, un’occasione perduta con l’aggravante che l’equalizzazione perfetta, fuori, vira irrimediabilmente verso le nostre pance, pompando la musica sin nelle viscere.

Peccato. Da quel poco (quattro tracce) che abbiamo ascoltato in anteprima di Different When I’m Silent, il nuovo album che uscirà a giorni, si può già intuire che la dichiarata cupezza del già cupissimo Tricky non è scesa di una tacca. Non è una novità che, assimilati tutti i sottogeneri a cui attingeva il trip hop ai tempi d’oro, la componente più dark in senso proprio, lato e traslato potesse essere quella più in grado di attraversare trent’anni di musica e giungere sino a noi, e non solo perché, nella scaletta live dei Massive Attack, da tempo trova posto “Bela Lugosi’s Dead” dei Bauhaus. La chiave più oscura di un genere attualissimo da suonare o con preponderanza di elettronica o con strumenti tradizionali è il mood più in grado di musicare la critica che merita il presente. Quello che è venuto fuori da Bristol in quegli anni lì è un po’ la summa, una sintesi di tutti gli stili e le mode, e lo si evince anche osservando il pubblico, qui riccamente assortito.

Fino a quando, più o meno dalle parti di “Overcome”, la versione di “Karmacoma” che apre quel capolavoro spartiacque che è stato Maxinquaye, tra i fan prende la consapevolezza che torneremo a casa con l’amaro in bocca. Non che sia un campione di empatia da palcoscenico, ed è pur vero che sfoggia ben poca coerenza nella successione delle canzoni dal vivo, ma quando attacca quello che è un pezzo da apoteosi live appena a cavallo dei sessanta minuti di esibizione ecco il vero campanello d’allarme. La sua prossemica su “Vent”, lui che avvolto in una suggestiva coreografia di luci addita qualcuno tra le stelle, lascia senza fiato e compensa in parte l’impercettibilità delle sue parti vocali.

Terminata questa esecuzione, il cantante ringrazia e si avvia dietro le quinte, accompagnato dalla band. Il pubblico reclama almeno i bis, addirittura il mio ottimismo mi spinge a supporre che potremmo aver frainteso e aver assistito solo alla prima parte dell’esibizione. Ma poi il verdetto delle luci accese verso il prato e dei primi backliner che si apprestano a sganciare i piatti dalle aste della batteria non lascia altre interpretazioni.

Ci avviamo all’uscita dei Giardini della Triennale e penso che, giusto un anno fa, questo stesso parco era stato pervaso dagli archi campionati di “Glory Box” cantata da Beth Gibbons e che, fino all’ultimo, ho sperato che la magia si potesse ripetere con lo stesso sample alla base di “Hell Is Round The Corner”, ma invano. Lo intravedo con la sua band e i tecnici seduti a un tavolino dietro al palco a cercare un momento di ristoro post-concerto. Fa caldo, ci sono le zanzare, ha sessant’anni ed è un essere umano come tutti noi. Sarà per la prossima vita.

Telehealth – Green World Image

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Pochi generi musicali come la new wave, al momento della sua esplosione di mezzo secolo fa, possono essere annoverati tra i movimenti artistici più all’avanguardia. Un prodotto legittimamente figlio del suo tempo ma già con un piede nel futuro, in grado di trasmettere la più genuina idea di post-modernità e di rottura con il passato.

Pensate solo al modo in cui, adattando i canoni compositivi del pop a quelli del post-punk e unendoli a temi e toni indiscutibilmente mai sentiti e visti (per non parlare dell’estetica) in un colpo solo la new wave sia riuscita a emancipare le visionarie e insofferenti nuove generazioni coeve da certi dinosauri culturali considerati inattaccabili, alcuni già condannati alla damnatio memoriae (il progressive, il rock classico e quello hard), altri che, pur in auge da relativamente poco, già attraversavano una fase di ripensamento e di crisi di identità (il punk).

Sebbene spesso indistinguibili, gli uni dagli altri, gli artisti new wave praticavano uno stile meno ingombrante e gravoso (quindi più in linea con quegli anni) rispetto ai cugini del post-punk. Per una banalizzazione a posteriori, proprio perché ai tempi non c’era certo la vista distaccata e l’imparzialità utile a fornire analisi sufficientemente accurate, potremmo ricondurre allo smodato uso dei sintetizzatori (moda che si stava imponendo per ovvie ragioni di economicità di scala negli studi di registrazione dedicati alla produzione di musica da discoteca in tutte le sue accezioni) la vera differenza.

Agli albori dell’ingresso dell’elettronica consumer e prosumer nella vita quotidiana delle persone, i suoni e i rumori dei synth riproducevano la principale e più credibile colonna sonora, e la new wave, che non solo se ne serviva ampiamente ma stava ridefinendo l’approccio stesso degli strumenti tradizionali ai nuovi timbri artificiali, si trovava perfettamente nel posto giusto al momento giusto.

Nell’attuale corsa di riappropriazione di ciò che, nel secolo scorso, davvero era in grado di funzionare, non certo, però, con l’obiettivo di saccheggiare il passato per riciclarne le rovine nelle moderne costruzioni, l’opera dei Telehealth risulta molto più che un mero rispettoso e filologicamente impeccabile revival. Dovendo trasmettere temi e argomenti che rispecchiano simmetricamente quelli che scaturivano alle soglie degli anni 80 non c’è genere più adatto che la new wave. Anzi, della new wave dei Devo.

Ma cosa c’entra la telemedicina, intanto. L’idea che un chirurgo dall’altra parte del mondo operi via rete IP un malato qui, con tutte le complessità del caso, è una delle cose che più ci fanno sentire comparse (se non replicanti) sullo sfondo di una scena distopica. Questo, insieme a cose come il turbocapitalismo digitale, l’IA generativa, il green deal, il marketing predittivo. La new wave del 1978 e rotti è ancora l’accompagnamento più adeguato per musicare il progresso e il burnout che ne consegue? Davvero la realtà sta andando a catafascio come allora? E, soprattutto, Q: Are We (still) Not Men? La risposta, a questo giro, è A: We Are Telehealth!

Green World Image racconta in parte tutto questo, riproponendo coraggiosamente in chiave duemila e ventisei il timesheet della de-evoluzione, ma senza vaso rovesciato in testa. Una richiesta di attenzione espressa con l’inconfondibile tono assertivo tipico del genere che, superata Akron, Ohio, ci arriva questa volta da Seattle, Washington, città famosa per ben altre sonorità e conosciuta più per le sue chitarre distorte che per le tastiere elettroniche.

I Telehealth non sono nuovi all’approccio dichiaratamente nerd. La band, fondata dal duo Alexander Attitude (synth, voce, chitarra e, lasciatemi dire, nomen omen) e Kendra Cox (synth/voce) e che si completa con Ian McCutcheon alla batteria, John O’Connor al basso e Dillon Sturtevant alla chitarra, perfeziona in un convincente e divertente concept album la propria vision nervosa e pessimista della nostra epoca e del genere ideale per ballarci sopra. Oltre all’inconfutabile ispirazione per i Devo, tra i solchi del loro secondo lavoro non si fa fatica a trovare echi del più sperimentale Gary Numan, degli Ultravox di John Foxx e certe linee di basso degne del migliore Derek Forbes in Real To Real Cacophony, punta di diamante di quella acerbissima e indimenticata versione dei Simple Minds.

Green World Image, prodotto da Trevor Spencer (stavo per scrivere Trevor Horn e, ripensando agli Art Of Noise, non sarebbe stato assolutamente fuori luogo) si struttura con tutti gli elementi giusti e al loro posto per connotare il tema portante lungo cui si articolano le tracce del disco. C’è una “User Onboarding Sequence” di riscaldamento, c’è un anthem autocelebrativo e introduttivo dal titolo “The Telehealth Shuffle”, e poi si parte verso “Kokomo2”, un luogo immaginario quanto artefatto, un ricovero mentale ai tempi dei paradisi fiscali, una prima tappa dal ritmo robotico decisamente retro suggellato da un elenco di istantanee vocali accompagnate all’unisono dalla chitarra.

“Donor Country (A gOoD cAuSe)” è la prima interruzione pubblicitaria, un velocissimo ma profittevole tributo a chi ha (idealmente) investito in questo progetto. Una traccia che è anche perfetto preambolo per la seguente e altrettanto tirata “Things I’ve Killed”, brano in cui voce femminile e maschile si alternano e sovrappongono, in un tripudio di linee di synth, incroci di chitarre sghimbesce e pulsazioni mozzafiato. Giusto il tempo delle balbuzie e del diffuso nervosismo di “Cost Of Inaction” che ci riportano alle atmosfere di Freedom of Choice e si riparte da zero. “Silver Spoon” sancisce un vero punto e a capo, complice il lacerante sproloquio di saxofono che si insinua sottotraccia.

Il resto è a dir poco devastante. “Cool Job”, con il suo cantato volutamente dissonante e paranoico, è il singolo dedicato alla schiavitù della digitalizzazione sul posto di lavoro, seguito dalla più leggera rock-wave di “Yassify Me”, dagli applicativi a 16 bit di “Maria, Machine”, dalla sommessa “Villain Era”, per concludere con “Living, Laughing, Loving, Trying”, un’outro perfetta da intonare come sigla di chiusura di un kick-off aziendale.

I Telehealth si confermano tra i più autorevoli esponenti di un genere che non ha fatto per nulla il suo tempo. Zeppo di pattern tutt’altro che confortevoli e scritto con un piglio molto poco accomodante, Green World Image combina alla perfezione nostalgia e futuro raccontando, con la stessa leggerezza a cui i social ci hanno assuefatto, i peggiori incubi del presente e tutte le contraddizioni del neoliberismo.

Altin Gün, 02/07/2026, Circolo Magnolia, Milano

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Qualche giorno fa, mettendo al corrente un amico che mi chiedeva che musica facessero gli Altin Gun mentre ci scambiavamo qualche dettaglio sui rispettivi imminenti appuntamenti live, a fronte del suo eurocentrismo mainstream (che io sappia unicamente dal punto di vista musicale) e consapevole di masticare entrambi solo competenze superficiali di rock psichedelico anatolico, ho tagliato corto – forse banalizzando all’eccesso – sostenendo che sono una specie di Air, ma molto più genuini e cresciuti in Turchia.

Che poi non è vero, la band è di stanza ad Amsterdam ma, nonostante (almeno dal nome) solo Erdinc Ecevit Yildiz, il cantante e abile suonatore di baglama e synth (nell’accezione e nell’uso di synth che si ha in Medio Oriente, non so se avete presente) abbia tutte le carte in regola, la band al completo ha dimostrato ieri sera, sul palco, di saper maneggiare con dimestichezza tutto il background sonoro che, in modo sorprendentemente filologico, riproduce nei suoi brani. Ed è stata proprio la loro esibizione live l’aspetto che mi ha convinto sul fatto che il paragone con gli Air, decisamente fuori luogo dal punto di vista del genere, è comunque calzante sotto il profilo dell’approccio.

Partecipando con entusiasmo agli applausi dell’ultimo bis per suggellare la loro esibizione al Magnolia, mi sono sentito autorizzato a confermare quanto la loro capacità di allestire un’esperienza completa di tuffo nel passato (sulla carta meno somigliante a me rispetto a quanto mi dovrebbero trasmettere, per latitudine, Nicolas Godin e Jean-Benoit Dunckel con la loro strumentazione teletrasportata direttamente dagli anni ’70 europei) sia straordinaria. Certo, se le due band sono accomunate dal basso suonato con il plettro e certa elettronica pionieristica e un po’ kraut che noi tutti abbiamo assimilato nella musica pop quando eravamo piccoli, qui le scale e le strutture dei pezzi si sente che provengono da ben altre culture, ma la questione non cambia di molto. E, se devo dirla tutta, mi sento molto più filo-anatolico che fighetto parigino.

E, se ho visto gli Air nel 2001 ai tempi del tour di 10000 Hz Legend, non avevo mai partecipato a un concerto degli Altin Gun e mi spiace di non aver presenziato alle precedenti occasioni, quando calcavano le scene nella formazione comprensiva di Merve Dasdemir, la voce femminile che ha contribuito al successo dei loro primi album e che consentiva una maggiore varietà di timbri espressivi.

Ma non per questo lo spettacolo è stato meno avvincente, a partire dalla cornice. Uno spazio esterno del Magnolia gremito di pubblico e dall’immancabile flavour di Autan preventivo e altri spray antizanzare, nonostante la serata ne fosse sorprendentemente sgombra. Uno zoccolo duro di fan che ha assediato gli Altin Gun sotto il palco e una fascia di spettatori nelle retrovie forse un po’ troppo distratta, intenta in continui pellegrinaggi andata e ritorno al bar a scapito di chi si trovava lì per la musica. Non sono mancati i soliti guastafeste che approfittavano dei passaggi più intimi e d’atmosfera dell’evento – e del conseguente calo di intensità acustica – per chiacchierare. E, infine, il consueto irrinunciabile sabba di telefoni puntati sui musicisti a peggiorare la visione, per non parlare del banchetto del merchandising con prezzi alle stelle, probabilmente in linea con il target locale.

La band è salita sul palco poco dopo le 21 nella formazione che, oltre a Yildiz e al suo inconfondibile strumentario che spazia dai baglama elettrificati ai sintetizzatori, si compone del bassista (fondatore del progetto) Jasper Verhulst, dell’impeccabile batterista Daniel Smienk, di Chris Bruining dietro a una montagna di percussioni e di Thijs Elzinga, con il suo stile inconfondibile di chitarra.

La setlist ha compreso la quasi completa esecuzione dell’ultimo album Garip, tre brani da On, il disco d’esordio del 2018, due dei quali suonati come bis, un paio di pezzi rispettivamente da Gece e da Ask, solo un brano da Yol, una canzone tratta da Alem (l’album uscito nel 2024 solo in versione digitale e i cui proventi sono stati offerti in beneficenza per le vittime del terremoto che ha colpito la Turchia e la Siria) e il singolo “Bir Sigara Ic Oglan”, non incluso in nessuno degli album.

Una scaletta ben assortita in cui gli elementi che contraddistinguono il sound degli Altin Gun – tradizione, funky, psichedelia, passaggi introspettivi, cavalcate di batteria e percussioni, soli e riff di baglama, virtuosismi di synth, intrusioni piacevolmente disturbanti ai limiti del noise di chitarra elettrica – si sono alternati con naturalezza.

Brani come “Neredesin Sen”, la trascinante “Vay Dunya”, “Ervah-i Ezelde” con il suo sette ottavi, impraticabile per gli occidentali come il sottoscritto ma un ritmo come un altro da ballare per gli spettatori turchi presenti, “Leyla”, pezzo inciso con la voce femminile che però, qui in versione maschile, non vede diminuire il suo fascino, fino al mio momento preferito, quella “Bir Nazar Eyledim”, la traccia che chiude Garip, tastiere, basso synth e poco altro, perfetta sintesi di melodie di pop anatolico su base Kraftwerk, suggellano i passaggi migliori. Una serata piacevolmente lunga, d’altronde il repertorio della band consente un’ampia varietà di scelta a cui attingere, e per nulla monocorde.

Non avevo mai partecipato a un concerto degli Altin Gun, dicevo prima, e la loro performance ha confermato tutte le mie aspettative. Esecuzioni senza sbavature, sia nei momenti in cui la riproduzione dei brani ha tracciato perfettamente le registrazioni in studio, sia nelle fasi in cui, pur nella fredda eleganza dello standing imposta dal loro stile, i musicisti si sono concessi all’entusiasmo del pubblico. Non sono mancati gli episodi in cui, tra gli spettatori, si è levata in coro la scansione ritmica delle sillabe del loro nome. “Al-tin-gun! Al-tin-gun!” (questa volta con un tempo pari), tante voci all’unisono che li hanno acclamati per il ritorno sul palco. Quasi uno slogan da corteo che con gli Air, tanto per fare un esempio, non funzionerebbe, anche se sono convinto che sarebbe il loro pubblico, per primo, a non spingersi a manifestazioni di tanto calore.

Quello degli Altin Gun è, invece, uno spettacolo di luci coloratissime, di suoni avvolgenti e di affettuosa risposta dei fan. Un live fitto di didascalie sonore fedeli all’immaginario, paradossalmente esotico e allo stesso tempo quasi dietro l’angolo, di luoghi e di epoche remote, oggi più definito ma fino a ieri unicamente a corredo delle illustrazioni stampate sulle copertine dei loro album, grazie anche alle quali non smetteremo mai di fantasticare sulla loro musica.

astor

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Il cinema teatro Astor è stato un vero e proprio tempio dello spettacolo della città in cui sono cresciuto fino a quando, ma già non abitavo più lì, qualcuno ha demolito l’intero edificio che lo conteneva per farci una specie di grande magazzino che, da allora, avrà già cambiato almeno cinque gestioni e – ma potrei sbagliarmi – ora è inutilizzato. Ben gli sta, agli artefici di questa operazione commerciale e, come tale, senza cuore. Perché il cinema teatro Astor è famoso per due motivi. Il primo, anzi il secondo se consideriamo l’importanza, è che ci ho suonato io, diverse volte. C’era qualcuno che combinava un’assemblea d’istituto di tutte le scuole superiori della mia città in primavera – un’iniziativa bellissima – da spendere per un concerto di band locali, pensate un po’, e poi altri festival e eventi di vario tipo. E, più che il palco, ero affascinato dai camerini e dalle quinte, il back end di una struttura costruita per ospitare spettacoli, il dedalo di corridoi e stanzette ricche di storie e di arte. Ma il secondo motivo, anzi il primo sempre se ne consideriamo l’importanza, è che ci ha suonato Peppino Di Capri a cavallo tra gli anni cinquanta e i primissimi sessanta e i miei genitori, ancora fidanzati o neo sposini, hanno assistito al concerto. Che tenerezza. Chissà che sensazioni hanno provato, se qualcosa di quell’amore, potenziato dalle canzoni di Peppino Di Capri, ha pervaso quel luogo e se qualcosa ne rimaneva ancora quando l’ho frequentato io e, di conseguenza, in qualche modo ho respirato la stessa aria dei loro palpiti.

Peppino Di Capri è mancato l’altro ieri, e proprio qualche giorno fa hanno trasmesso il film estivo per eccellenza, “Il sorpasso”, che comprende questa scena decisamente iconica. I clienti di uno stabilimento balneare – siamo nel 62 – che ballano “Don’t Play That Song”, avete presente?

basso profilo

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Il vero momento disruptive è stato quando, a pochi anni, mi sono sfracellato il naso inciampando e sbattendo la faccia sul gradino di una scala in metallo. Eravamo in campagna, a un’ora e svariati tornanti di distanza da un pronto soccorso decisamente inadeguato, e non saprei dirvi cos’è successo subito dopo. Se, cioè, un’ambulanza con me sdraiato dentro privo di sensi si sia precipitata giù da quei monti e poi, chi si è preso cura di me in un piccolo ospedale di provincia nel pomeriggio di un giorno di festa, non sia stato in grado di rimediare almeno parzialmente al danno (ma forse c’era poco da fare). Oppure se sussista una responsabilità oggettiva dei miei genitori che hanno sottovalutato l’incidente (ai tempi lo standard di attenzione verso i piccoli era molto meno rigoroso di oggi) e, non immaginando le conseguenze, hanno ritenuto sufficiente l’apposizione di un po’ di ghiaccio e bon. Ancora oggi tremo all’idea di conoscere la verità.

Fatto sta che, da lì fino a quando – almeno quindici anni dopo – mi sono sottoposto a un intervento (a onor del vero piuttosto grossolano, visto con gli occhi della più moderna chirurgia plastica) per ripristinare nel miglior modo possibile l’armonia del mio profilo, nelle occasioni in cui mi sono trovato a posare al cospetto di un fotografo per un ritratto ufficiale – per la produzione di documenti o in certe occasioni importanti riconducibili per lo più ai sacramenti della religione cattolica, un tempo si usava così – mi sono sentito spesso suggerire di ruotare la testa secondo una particolare angolazione e, grazie a un gioco d’ombra che solo i veri professionisti erano in grado di simulare, ne conseguiva un risultato ampiamente accettabile e un adeguato rispetto delle simmetrie considerate nei range della normalità.

Conservo una fototessera di allora, quella stampata per l’attestato d’identità dei quattordici anni, in cui, grazie all’escamotage del fotografo a cui mi ero rivolto, quella specie di tubero che mi ritrovo nel centro del volto tutto sommato è l’aspetto che dà meno nell’occhio. Quello che colpisce – se i calcoli sono come penso, stiamo parlando della primavera dell’81 – semmai è il look inconsapevolmente new wave. Nel ritratto in bianco e nero sfoggio ciuffo, camicia e gilet con bottoni nemmeno stessi posando per la copertina di un disco dei Simple Minds. E la cosa paradossale è che, in quel periodo, mi nutrivo (musicalmente parlando) prevalentemente di punk, ska e reggae. Probabilmente ero già portatore sano dei sintomi che di lì a poco sarebbero esplosi segnando per sempre i miei ascolti, ma purtroppo nessuno può confermarlo, io per primo.

Consapevole di ciò, ho digitalizzato e poi pubblicato quella foto sui social diversi anni dopo, ricavando immeritatamente un plauso sovradimensionato sullo stile in linea con l’estetica di quel tempo e molteplici attestazioni di coerenza con quanto sarei diventato. L’outfit e la pettinatura ostentati, piuttosto comuni all’epoca ma oggi indiscutibilmente indicativi di un orientamento più che esplicito, mi hanno permesso di capitalizzare numerosi apprezzamenti non solo dai contatti più generalisti ma anche da quelli – passatemi il termine – più di settore, trasmettendo un approccio molto più alternativo al mainstream di quanto lo praticassi nella realtà.

Il fatto è che la storia di questa fototessera si incrocia in modo decisamente rocambolesco con un’altra, il cui racconto necessita un analogo percorso a ritroso nel passato.

Faccio una premessa. Di tutta la musica che ho composto, prodotto, arrangiato, suonato, registrato, pubblicato e distribuito nella mia vita, da quello che mi risulta mia figlia conserva nei suoi download (che poi, mi chiedo, chissà da dove caspita l’avrà scaricato) solo una canzone. Un brano demenziale e presuntuoso di una band da cui, tra l’altro, avevo già preso le distanze al momento dell’incisione di quel pezzo. Vi assicuro che è meglio così, nel senso che preferisco che, delle cose che ho fatto da ragazzo, lei abbia solo una vaga percezione. Che possa dire che suo papà voleva fare il musicista, ma che poi non perda tempo a sprecare attenzione a nessuno dei progetti in cui ho prestato la mia collaborazione, questo perché sono convinto resterebbe colpita, ma in senso negativo. La verità è che, giustamente, non le interessa, o più probabilmente la cosa la mette in imbarazzo, e sono contento così. I genitori sono adulti asessuati e privi di qualsiasi velleità di autoaffermazione oltre la soglia dell’anonimato, chi sono io per abrogare questa legge non scritta.

Va tutto bene, quindi. Mia figlia conosce solo quella canzone un po’ sciocca e non potrebbe essere altrimenti: in rete ci sono tracce della mia carriera quasi nulle, principalmente perché di CD veri e propri, nel senso di pubblicati da un’etichetta vera e propria, ne ho fatto solo uno, e all’avvento degli mp3 e delle registrazioni casalinghe su hard disk, avevo già appeso i synth al chiodo. Quanto fatto in precedenza è rimasto meritatamente sommerso nell’underground dei demo tape, le cassette autoprodotte, autoregistrate e autodistribuite che le band – almeno fino ai primi anni 90 – si realizzavano in autonomia o finanziando studi in cui troneggiavano imponenti registratori a bobine o grazie ai primi multitraccia consumer a cassette (tipo quello che avevo io, il formidabile Tascam Porta One).

Quello di cui non mi capacito è perché non abbia mai conservato con cura almeno una copia dei demo tape che ho inciso. Perché non sia mai stato abbastanza lungimirante da prevedere che un giorno mi sarei trovato alle soglie dei sessant’anni e che avrei avuto piacere di riascoltare qualcosa della mia trascorsa attività di musicista. Nei primi anni duemila avevo addirittura riversato in un container dell’isola ecologica del mio paese uno scatolone pieno di cassette, consapevole che, tra quelle, ci fossero diverse testimonianze delle mie velleità artistiche. Forse pensavo, e credetemi, lo penso tutt’ora, che si trattasse di una componente della mia esistenza talmente irrisoria e marginale da meritare quel passaggio al macero senza alcuna discriminazione. Ma c’era anche un aspetto tecnico: con l’affermazione dei lettori mp3 portatili, walkman e cassette erano già più che obsolete, e tenersi in casa quei supporti ormai superati (e senza un dispositivo per riprodurle) non avrebbe avuto alcun senso.

Avrei salvato solo qualche sparuto episodio, uno in particolare, che in parte sono riuscito a recuperare un paio di anni fa, grazie a una mia ex fidanzata dell’epoca con cui sono rimasto in contatto su Facebook. Pieno di me, nel corso della nostra breve relazione le avevo registrato una compilation – mi vergogno pubblicamente con tutti voi per la presunzione esercitata – con delle tracce di alcuni complessi in cui avevo militato fino ad allora. Un goffo tentativo di self marketing che avevo completamente rimosso fino a quando, a seguito di un trasloco o di una sua ordinaria operazione di decluttering, mi ha inviato la foto di quel reperto che mi sono precipitato immediatamente a recuperare.

Di certo avrei invece volentieri condannato alla damnatio memoriae il collettivo musicale a cui ho partecipato a metà anni ottanta, nella fase più dark e industrial della mia vita, di cui ho già fatto cenno qui. Il progetto, il cui fondatore è purtroppo deceduto nel 1990 per complicazioni successive a un trapianto di reni, è stata la cosa più folle a cui abbia mai fornito il mio apporto artistico. Una decina di brani di matrice elettronica più che sperimentali, con l’aggravante della pessima registrazione (nonostante un professionale Fostex a otto piste), incisi poco più che improvvisando in una torrida estate di allora, tutti vestiti di nero, con i capelli puzzolenti di lacca da supermercato e spesso in condizioni tutt’altro che lucide.

Ora, non so come sia stato possibile, ma quarant’anni dopo una copia su cassetta del master (presumo a seguito di molteplici riproduzioni di riproduzioni) dell’unico album realizzato con quella formazione è capitata nelle mani del tenutario di Italian Tapes Archive, un canale YouTube che da qualche anno porta avanti la missione di digitalizzare e pubblicare materiale di band giustamente obliate per manifesta incapacità artistica. Almeno, parlo per me e ve lo posso garantire: la nostra, oltre a essere musica discutibile, per non dire di merda, era anche suonata male.

Siamo quasi alla fine della storia. L’Internet è il luogo in cui accade l’impossibile, soprattutto perché se ci sono folli che si rendono artefici su YouTube di progetti di quel tipo, ci sono anche folli più folli di tutti che decidono che, quella ciofeca di cassetta, ha una sua dignità artistica e che valga la pena di “ripulirla”. Processare le tracce per soffocare i ronzii analogici e i rumori di fondo, riversarla su un hard disk, masterizzare un CD e addirittura pubblicarlo, seppur in edizione (grazie almeno per questo) limitata. Questo tizio più folle dell’altro folle lo conosco piuttosto bene, lui conosce me, siamo in contatto sui social e, dovendo realizzare l’artwork per la copertina del CD, ha creato una composizione con le foto più evocative dei tempi in cui è stato realizzato dei musicisti che hanno partecipato al progetto. E, per quanto riguarda me, indovinate che foto ha utilizzato.

il riflusso e l’antiriflusso

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Questo post lo trovate sulla pagina FB di Christian Raimo.

“Nun te reggae” più di Rino Gaetano è del 1978 (dopo il sequestro Moro e prima della marcia dei 40mila), “Che fastidio!” di Ditonellapiaga nel 2026 (in una fase di stanca della seconda repubblica, all’inizio del populismo vannacciano).

Nel primo ci sono 34 elementi che provocano insofferenza: partiti, immunità parlamentare, canzoni senza fatti e soluzioni, retorica politica vuota (“nella misura in cui”, “partito serio”), titoli onorifici (onorevole, eccellenza, cavaliere, senatore), disonestà diffusa (ladri di polli ladri di stato), superpensioni, evasori legalizzati, il grasso ventre dei commendatori, famiglie Agnelli, Pirelli, Monti, auto blu, sangue blu, lusso ostentato (Cartier, Cardin, Gucci), castità, verginità, sposa in bianco, maschio forte, ministri puliti, buffoni di corte, stupratori, nobildonna, eminenza, monsignore, vossia, diete politicizzate, Cazzaniga, calciatori (Causio, Tardelli, Musiello, Antognoni, Zaccarelli), personaggi di sport vari (Gianni Brera, Bearzot, Monzon, Panatta, Rivera, D’Ambrosio, Lauda, Thoeni), di televisione e spettacolo (Costanzo, Bongiorno, Villaggio, Raffa, Guccini), lotteria, Portobello, illusioni di massa, chi gioca a dama, a sette e mezzo, stress, Freud, sess’, cess’, linguaggio e retorica vuota (“Mi sia consentito dire”, “Nella misura in cui”, “Aliena ad ogni compromesso”, “Cherie, mon amour”, “Dove sei tu / non m’ami più”).

Nel secondo sono 31 elementi: la moda di Milano, lo snob romano, il sogno americano, nasi alla francese in fotocopia, il pranzo salutare, il politico italiano, i cani alle dogane, arrivisti e giornalisti perbenisti, tronisti presentati come artisti, inno nazionale al piano bar, gli F24, lo spam, l’amico dell’amico senza invito che fa il figo, la vicina molesta, la retorica vuota e molesta, (“Facciamoci una foto”, “Che fai tu di lavoro?”, “Scambiamoci il numero”, “Abbassa quei bassi”, “Sei dell’Acquario? Ti facevo Sagittario”), festa come farsa, il corso di pilates, i corsi di meditazione e respirazione, Imparare a vivere con un tutorial, “Passa a premium, clicca qui”, cento cover Bossa nova, musica tribale, mancanza di controllo e possibilità di abuso (“Cosa mi hai messo nel bicchiere”, gusto amaro, testa che gira), non potersi controllare, telemarketing dall’India, Albania, Torino.

Entrambi i pezzi raccontano un pezzo di Italia che si rivede in un populismo che chiede autenticità contro un’ipocrisia imperante.

È interessante che nel pezzo di Gaetano questi elementi di ipocrisia vengono identificati nella politica formale – partiti, leader di partito -, nella corruzione e nel potere economico delle classi politiche fautrici di disuguaglianza, nelle tradizioni sociali e morali conservatrici, nel personalismo dello sport spettacolo, della politica spettacolo, nella retorica vuota che vorrebbe essere espressiva di sentimenti profondi.

Nel pezzo di Ditonellapiaga invece la politica istituzionale è quasi assente, il potere ipocrita viene identificato soprattutto con il lifestyle e l’esibizione di status, la retorica vuota non vuole più esprimere sentimenti profondi ma un’illusione di posizionamento, e l’insofferenza quotidiana non riguarda l’esperienza televisiva o spettacolare ma soprattutto l’invadenza del digitale e l’ideologia della wellness, più chiaro l’attacco femminista contro l’abuso determinato da perdita di controllo. Gaetano dice “stupratori” esplicitamente, Ditonellapiaga “cosa mi hai messo nel bicchiere”.

Per certi versi Non te raggae più scandisce la disaffezione alla retorica della militanza, Che fastidio! la disaffezione alla retorica della performatività.

giurato numero due

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Ho deciso solo all’ultimo se confermare o meno e onorare l’incarico che mi ha conferito il sindaco in persona. Si sono presentati in due, lui accompagnato dall’assessore alla cultura. Li ho visti confabulare con il mio dirigente e una collega, annuire simultaneamente verso di me – avevo qualcosa di elettronico in mano e lo stavo portando al posto in cui dovrebbe stare e nel quale nessuno, dopo averlo utilizzato, lo mette mai – e illuminarsi, prima che il preside mi intimasse di raggiungerli con un tono che fintamente concedeva alternative. La giunta stava allestendo una giuria per l’edizione di quest’anno del contest musicale dedicato ai ragazzi (ecco perché c’entra la scuola) che organizzano in concomitanza con la festa del paese, e chi meglio di una vecchia gloria dell’underground italiano, oggi penna di eccellenza di una nota rivista musicale?

Non a caso io, non corrispondendo affatto a questa descrizione con cui il preside mi ha venduto alla politica locale, non ho perso tempo a schermirmi e lasciare che la mia consueta umiltà inducesse il comitato organizzatore a desistere. Ma, complice l’urgenza di completare in tempo utile una commissione e non mandare in vacca settimane di sforzi e trattative, anche un maestro della primaria che fa ascoltare i Clash ai bambini anziché le canzoni dello zecchino d’oro che meriterebbero, che si è esibito per una manciata di minuti in piazza San Giovanni a Roma, un primo maggio di trent’anni fa, al cospetto di centinaia di migliaia di persone in attesa di ben altri set, esperienza di cui non esiste alcuna testimonianza in foto o video in grado di provarla, e che spreca giornate intere a scrivere recensioni per una webzine che nessuno si incula di pezza, avrebbe potuto funzionare.

Dicevo che ho deciso solo all’ultimo se presentarmi e onorare l’incarico e, manco a dirlo, mi sono presentato, e l’ho fatto per due motivi: non so dire di no soprattutto all’autorità, e fondamentalmente potrei chiuderla qui. Ma, ed è la verità, c’è anche una seconda ragione. Nella line up degli artisti in gara che avevo controllato quel pomeriggio stesso sul facsimile della scheda sulla quale avrei dovuto appuntare le mie valutazioni numeriche che mi era stata inviata in anteprima, spiccava – ultima della lista – una band che nel nome evocava un brano dei Cure. Gli altri, credetemi, non promettevano assolutamente nulla di buono. Neologismi altisonanti e pretenziosi, altri inutilmente didascalici, acronimi difficilmente espandibili, mix di inglese e italiano. Quell’ultima band in scaletta lasciava a intendere che un barlume di speranza che l’iniziativa non si dimostrasse una merda potesse anche accendersi e illuminare il buio totale che si prospettava.

Avrei voluto sfoggiare, per l’occasione, la t-shirt degli Idles che sto inseguendo da mesi su Vinted in quanto esaurita nello store ufficiale. Quella verde con la scritta in bianco “Be the I in Unify” e il disegno delle due mani che si stringono intorno allo stelo di un fiore. Il messaggio che avrei comunicato ai concorrenti, al pubblico e ai colleghi della giuria sarebbe stato quello più in linea con l’idea che ho di musica. Gli Idles sono il concept che più mi rappresenta al momento e non solo per la musica che propongono. Ma della maglietta nella mia taglia, nel dark web dell’abbigliamento usato, finora non c’è stata traccia. Così, alla fine, ho ripiegato con la solita camicia, l’unica che posso indossare senza ricordare un sacco vuoto, ora che sono dimagrito di venti kg.

Mi sono presentato al contest con i miei canonici trenta di minuti di anticipo per studiare la situa. Per il concerto era stato allestito un palco con un impianto e una strumentazione degni dei grandi festival che si organizzano nell’hinterland ma forse sovradimensionato per la piazza principale del paese, di fronte a quel complesso a due piani di case popolari fatiscenti che rendono lo spazio ancora più disturbante di quanto già potrebbe risultare senza. Alcune delle famiglie disfunzionali che abitano lì – e i cui figli frequentano il comprensivo in cui lavoro – erano già pronte ad assistere allo spettacolo anche se da dietro al palco, una postazione più che metaforica, in canotta e infradito, stravaccati sui dondoli ingialliti dal sole con fette di frutta tropicale in piatti di plastica inadeguati alla consistenza e alla dimensione del contenuto, o a cena conclusa, tirando calci con i loro bambini a palloni in gomma leggera, fumando, con un ammazzacaffè in mano oppure scolandosi birre ghiacciate da discount.

Dalla parte corretta da cui assistere allo spettacolo imminente, invece, c’era già un po’ di gente accomodata sulle panche in legno a gustare panini con la porchetta. Qualche paesano e i componenti dei complessi che avrebbero suonato a breve. Tutto questo mentre il service scaldava l’atmosfera con una selezione tutto sommato dignitosa, riprodotta a un volume prudenzialmente contenuto ma tale da suscitare la curiosità su quanto i gruppi in gara sarebbero stati capaci di fare, a partire da hit indie rock del calibro di “Somebody Told Me” dei Killers.

Ho atteso su una panchina un po’ defilata che si presentasse il resto dei giurati – tutti docenti appena usciti dagli scrutini come me, alcuni dei quali in pensione – e poi ho preso posto insieme a loro al tavolo proprio sotto il palco che ci era stato riservato. Il nome sulla cartellina che gli organizzatori mi avevano fornito non lasciava dubbi – ero proprio io – ma sulla scheda che poi avrei consegnato per tirare le somme, qualcuno mi aveva identificato anonimamente come giurato numero due, nemmeno mi trovassi in un film di Clint Eastwood.

La mattina del contest, raggiungendo la scuola in macchina, mi ero preparato un discorsetto qualora mi fosse stato chiesto di rilasciare al cospetto del pubblico una battuta, consapevole del fatto che mi avrebbe potuto ascoltare qualche genitore di qualche mio ex o attuale alunno e che, comunque, in paese godo di una certa stima per un motivo che non vi sto a raccontare. Ho pensato così a un intervento che esprimesse tutta la mia soddisfazione verso il fatto che tra i ragazzi ci fosse ancora voglia di fare le cose insieme, anziché starsene da soli in cameretta a registrare strofe in trap con un pc, un microfono e una scheda audio. Suonare in gruppo è decisamente più formativo perché ci costringe a farci da parte per ascoltare quello che eseguono gli altri, una bella anticamera di come dovremo comportarci di lì a poco nella vita adulta. Tutte balle, alle quali sono io il primo a non credere. Le band sono accozzaglie di egoriferite aspiranti rockstar maledette, pronte a mettersi in mostra a scapito degli altri e a fottere le fidanzate dei compagni di sala prove. Però, a quasi sessant’anni suonati, la narrazione che mi sono costruito più o meno la ricordo così.

Lasciatemi anche dire quanto mi sia stato difficile, nell’attesa, non usufruire della birra in omaggio che mi spettava, ma con una costanza che non mi appartiene ho superato ampiamente i nove mesi di astemia, primato che non voglio infrangere per una scadente e dozzinale Heineken sgasata e nemmeno media.

Ma veniamo alla musica. La scheda su cui avrei dovuto appuntare le mie valutazioni era composta a mo’ di tabella. Nella prima colonna i nomi dei gruppi e, via via, le categorie su cui esprimere i voti: un giudizio sulla voce, uno sugli arrangiamenti delle canzoni, uno sui testi, uno sull’interpretazione, e l’ultimo a discrezione della giuria, aspetto sul quale ci siamo accordati per concentrarci sull’impatto dell’insieme, su quanto la proposta potesse risultare coinvolgente e convincente.

Una serie di categorie che lasciava supporre i criteri fondamentali impiegati per la selezione dei concorrenti all’iscrizione al contest: brani originali (quindi no cover band), suonati dal vivo (quindi no basi) e cantati in italiano (quindi no pezzi in inglese e no strumentali).

Ma già l’attacco del primo gruppo, un ensemble arbitrariamente privo di basso e con un look da oratorio che ha proposto un medley di sigle di cartoni animati, mi ha indotto a temere il peggio. La seconda band in gara, un virile quartetto di metallari satanisti, mi ha quindi destabilizzato con il primo plot twist. I brani proposti sembravano di loro composizione (come poi mi è stato confermato al termine della serata), ma i testi erano in inglese e, pur con tutta la buona volontà e la mia comprehension ai limiti del C1, non ci ho capito niente. Poi si sono susseguite per lo più cover band, un improbabile duo di innamorati vestiti con una tenuta a dir poco inadeguata per un palcoscenico e che si è esibito con le basi da karaoke, e persino due ragazze che hanno proposto dei brani strumentali – un tango evocativo, i temi di alcune colonne sonore e una riduzione in stile Fausto Papetti della canzone vincitrice dell’ultimo festival di Sanremo – accompagnati da una coppia di ballerini sul palco. Dulcis in fundo, la band dal nome che rimandava al pezzo dei Cure, con i Cure proprio non aveva nulla da condividere. Ancora cover da tanto al mucchio, tutt’altro che new wave, per di più suonate con una tecnica approssimativa e con una cantante dall’entusiasmo sovradimensionato al contesto e con un’improbabile – ma solo per il target – inflessione latino americana.

Una proposta così eterogenea che ha reso superfluo qualunque approccio serio e sensato utilizzabile per assegnare i voti alle esibizioni. Che valutazione della voce avrei dovuto dare ai brani strumentali? E come giudicare la qualità dell’arrangiamento delle basi da karaoke scaricate chissà dove? E i testi in inglese? E “All The Small Things” o “The Final Countdown”, pur eseguite in maniera impeccabile?

Purtroppo l’assenza di alcool ha pure inibito quella componente cialtronesca che, assecondata dall’ebbrezza da birra in corpo, condiziona i comportamenti e sdrammatizza gli impasse esistenziali. Due medie rosse mi avrebbero permesso di trovare una soluzione e, sono sicuro, me la sarei cavata alla grande. L’acqua frizzante, invece, nonostante sia molto più virtuosa, sotto questo profilo non aiuta.

Mi sono persino abbattuto per il fatto che tra la musica dei sedicenti gruppi emergenti a cui ero stato appena sottoposto, tutta quanta, i brani originali, le cover, i pezzi strumentali e le canzonette da karaoke, non ci fosse nulla di moderno. Tutti i musicisti saliti sul palco erano davvero giovanissimi, ma nessuno che abbia suonato una canzone anche lontanamente post-punk, o indie-rock, nemmeno quell’indie orecchiabile che va di moda dalle nostre parti, e nemmeno quella trap di cui si accusano i giovani. Solo classic rock, heavy metal, pop e canzoni interpretate secondo l’estetica di X Factor e Amici. Questo per dire che, se anche avessi acquistato in tempo la t-shirt degli Idles, nessuno l’avrebbe capita.

Come se non bastasse, uno degli organizzatori – mentre si procedeva con l’operazione di conteggio dei voti e l’individuazione dei vincitori – si è avvicinato al tavolo con il microfono per strapparci qualche dichiarazione. Non so perché ma mi sono sentito in dovere di rompere il ghiaccio, avevo davvero un discorso pronto in testa e, con un curioso effetto di ritardo dalle casse, ho espresso proprio quello che avevo pensato di dire la mattina, in auto.

Volete sapere chi ha vinto? Sono risultati più votati proprio quelli di “The Final Countdown”, cantato e suonato come se al mio posto ci fosse stata Mara Maionchi o Fedez pronti a ghermirli nella loro squadra. Vi confesso di aver modificato i voti in extremis, prima di consegnarli agli organizzatori, in modo da favorire i metallari – e tenete conto che detesto il metal con tutte le mie forze da sempre. Purtroppo, però, le mie preferenze non sono valse a nulla, sommate a quelle degli altri giurati. Ci ho tenuto però a dirglielo, ai metallari, che tutto sommato sono stati i migliori, ma che non era certo quella la sede appropriata per premiarli.

Poco prima di rientrare, mentre il service stava già sbaraccando tutto per il temporale imminente, ci si è avvicinato un giovanotto alternativo per farci una domanda che ha colto tutti di sorpresa. “Perché avete fatto vincere una cover band?”, ci ha chiesto, con un tono dichiaratamente passivo aggressivo. Non so cosa gli abbiano risposto i miei colleghi giurati, perché nel frattempo mi ero allontanato, ma magari in parte è scritto qui.
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Kneecap – Fenian

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

La celebre chiusura di Pietro Calamandrei, il verso “ora e sempre resistenza”, quelle amare parole cadenzate da una metrica così perfetta da consacrarsi insostituibili per la riuscita dei cori all’unisono di certe manifestazioni di piazza, calza a pennello anche per chi deve raccontare chi sono i Fenian. Nel III secolo impavidi difensori dei territori irlandesi, nell’Ottocento carbonari cospiratori per il rovesciamento del dominio britannico, da allora paladini dell’indipendenza da Londra e dell’unificazione repubblicana tra Belfast e Dublino. Un termine i cui paradigmi, ai tempi dello svilimento della politica, sono stati riprofilati secondo una connotazione dispregiativa che ha declassato l’epiteto in modo da mettere alla berlina chi si batte, o anche solo spera, nell’autodeterminazione di un popolo unito e libero. Un insulto con cui liquidare un bifolco nostalgico, un persecutore stupidamente tenace (e per questo anche un illuso) di un’utopia.

Da qualche giorno Fenian è anche il titolo del secondo album dei Kneecap, band che ha fatto parlare di sé soprattutto per motivi che (sempre ai tempi dello svilimento della politica) all’opinione pubblica risultano purtroppo solo collaterali alla musica. I Kneecap accusati di terrorismo per aver sventolato sul palco la bandiera di Hezbollah sono un’espressione di internazionalismo sano che, paradossalmente, proviene da una comunità che parla una lingua – il gaelico – che capiscono in quattro gatti. Io un po’ l’ho presa sul personale, considerato che da noi fanno polemica persino i colori della Palestina ai cortei e che, per trovare qualcosa di vagamente simile, dobbiamo tirare in ballo la questione della P38.

Alla fine, però, è un cerchio che si chiude, se pensate che Fenian è uscito a ridosso della ricorrenza dell’Easter Rising, i moti insurrezionali del 1916 a opera dei repubblicani irlandesi, poi soffocati nel sangue dall’Impero Britannico. Un lasso di tempo che coincide con la nostra vera settimana santa, quella che va dal 25 aprile al primo maggio, giornate per noi dense di storia laica, di volontà di liberazione, di aspirazioni democratiche e di tiranni giustamente vilipesi anche da cadaveri.

Fenian è il seguito di un esordio sofferto ma fortunato che si preannuncia molto più di una conferma. Da un punto di vista strettamente musicale, il lavoro dietro le quinte di Dan Carey, con il suo tocco da Re Mida (anche se da quelle parti, con i riferimenti alla monarchia, bisogna andarci piano) della nuova British (e Irish) Invasion, conferisce al suono dei Kneecap una personalità più matura e articolata, a tratti addirittura gradevole e piacevolmente complessa, con trovate che mettono in salvo la band dalle cadute, sempre dietro l’angolo, nelle facilonerie tipiche del genere professato.

Il nuovo album è invece intelligentemente confezionato e permeato di tinte electro decisamente cupe, contaminazioni con il trip-hop, incursioni nella techno, nei suoni acid degli anni novanta e nel grime. Tra i solchi della tracklist troviamo persino l’immancabile punk-funk, qualche ammiccamento jungle, i flow senza speranza sulle timbriche più industrial e quella cornice da rave che non guasta mai e che si conferma un tratto distintivo della band.

Un’evoluzione che condiziona fortemente anche la componente erroneamente relegata ai margini della musica in sé e intorno alla quale si animano le discussioni fortunatamente destinate a una sterilità senza ritorno. Realizzato a valle della cancellazione del tour negli USA, delle critiche sulle loro posizioni da parte dell’establishment britannico, del primo ministro in persona e della premiazione della biopic a loro dedicata in alcune rassegne cinematografiche, a partire dal Sundance e dal BAFTA, Fenian non solo si compone degli spunti frutto dell’intensa attenzione mediatica nei confronti del gruppo, ma trasmette sia la potenza che si è alimentata grazie alle vicende di cui si sono resi protagonisti sia la capacità di controllo delle conseguenze che i messaggi contenuti nelle canzoni sono in grado di sprigionare.

Un disco di elevata consapevolezza, in cui al centro pulsa un cuore al tempo stesso musicale, militante e politico, articolato e declinato in una dozzina di tracce e di altrettanti temi. Un’opera tutt’altro che neutra, dal peso storico e politico enorme che – nel solco della tradizione del rap – riqualifica in orgoglio gli orpelli di una condizione di minoranza, di oppressione e di spirito di rivalsa e di riappropriazione, e ve lo sottoscrive un esponente di una cultura che di aspirazioni underdog – purtroppo – è cintura nera (in tutti i sensi).

La sequenza dei brani di Fenian e il climax lungo il quale l’album si sviluppa contribuiscono a una pagina da manuale di produzione musicale, una best practice, una vera eccellenza nel saper giocare con le emozioni degli ascoltatori. C’è una prima parte del disco in cui si avvicendano i brani più violenti e provocatori, i testi beffardi, gli anatemi rap contro il sistema, l’ordine precostituito e i suoi meccanismi repressivi e, ovviamente, le istituzioni del Regno Unito. Nei bassi profondi, nei pattern trap come revamping attualizzata del big beat, nei sinuosi loop electro-dark degni dei più riusciti album di Tricky e nelle pulsazioni delle casse dritte si passa dai club alle aule del tribunale, uno spettacolo multicanale senza soluzione di continuità, con la rabbia e il clamore che si alimentano dell’energia creativa. In questo emisfero del disco, “Palestine” aspira a farsi portavoce del trait d’union tra le oppressioni e le disperazioni nello spazio e nel tempo. Il featuring del rapper palestinese Fawzi contribuisce a uno degli episodi più intensi e diretti dell’opera, complice la babele tra irlandese, inglese e arabo che mette in relazione i colonialismi irrisolti attraverso secoli di tragedie globali.

Sono trascorsi solo sei brani, compresa la title-track, ed ecco una canzone che cambia completamente il corso di Fenian. Dalla strepitosa “Big Bad Mo” in poi, i BPM non fanno una piega ma i toni si prospettano decisamente più allarmanti. Nonostante la paranoia, i richiami alle dipendenze e la dichiarata fame di diserzione, emergono crepe emotive che rendono l’opera meno intransigente, proprio quando tra i solchi cresce la smania di sperimentazione. La tensione sembra spostare il target e la pressione percepita non lascia più scampo. L’atmosfera si satura della drum’n’bass di “Headcase”, della disco no-wave di “An Ra” e di “Gael Phonics”, dei freddi echi Kraftwerk di “Cold at The Top” in contrasto con i gravidi arrangiamenti trip-hop di “Occupied 6” e di “Cocaine Hill”, in cui fa capolino addirittura una chitarra elettrica. Fino alla sofferta chiusura, l’addio di “Irish Goodbye”, un inno al lutto e alla perdita in collaborazione con Kae Tempest (pienamente all’altezza del ruolo), in cui, senza provocazione, si mostra il lato più vulnerabile e scoperto di Mo Chara, Moglaí Bap e DJ Provai.

In Fenian non c’è una briciola in meno di attivismo rispetto al precedente Fine Art, e non sono certo i passaggi derivanti dall’esperienza personale a penalizzarne la carica sovversiva. L’evoluzione compositiva e i tratti più maturi designano i Kneecap a portavoce più autorevoli degli oppressi del nostro tempo, anche se è ancora presto per avere la prova di rimando che ne siano effettivamente all’altezza. Ne risulta un’opera comunque dal linguaggio potente, un album di urgente attualità.

Miss Grit – Under My Umbrella

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[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Nell’episodio precedente, Miss Grit si destreggiava rassegnata con un cablaggio strutturato in bocca sulla foto in copertina, appropriata iconografia (fin troppo didascalica) per un disco che ci invitava a una riflessione sull’idea di fusione tra componenti biologiche e cibernetiche, un monito a connettersi e a seguirla in quella prima coraggiosa avventura musicale.

Oggi, in un mondo sempre più alle soglie di un immaginario degno del fondatore della Tyrell Corporation, l’approccio dell’electro-cantautrice (almeno sulla carta) risulta in controtendenza. Meno replicante e più essere vivente, il suo slancio a farsi carico di un riparo metaforico per le nostre anime con un suo altrettanto simbolico parapioggia sembrerebbe frutto di carne, ossa e sentimenti. Ma se il nuovo album di Miss Grit, Under My Umbrella, nasce per liberare la parte più umana del suo progetto, più vicina a Margaret Sohn che al suo grintoso moniker, sotto il profilo stilistico il bilanciamento pende anche a questo giro ancora verso il silicio e altri materiali consoni ai semiconduttori.

Sin dai tempi del suo esordio, Miss Grit si è sempre dimostrata una impavida sperimentatrice musicale a proprio agio sia con la chitarra, sia con i synth, grazie a un estro equidistante tra il fisico e il digitale. Un vero e proprio architetto del suono, capace di modellare convincenti paesaggi avveniristici intorno a stampi forgiati su una trasparente ricerca introspettiva. La prova provata che l’arte visiva a cui tendiamo maggiormente ad associare la musica di matrice elettronica sia la scultura. Sarà la sua portata immersiva e densamente stratificata che, molto più che gli strumenti a corde, i distorsori e i tamburi pestati come meritano, si intensifica trasmettendo maggiore tridimensionalità.

Il che può sembrare un paradosso. La sintesi sonora è per definizione lineare o, al massimo, superficiale, termine che si presta a facili fraintendimenti. In realtà, quando ci liberiamo dei pregiudizi, è facile rintracciare tra i solchi dei dischi riconducibili a questo genere un valore esperienziale che non ha eguali, soprattutto in uno stile come quello di Miss Grit. Una musica che scaturisce da vibrazioni familiari e immediatamente riconoscibili, onde che si perpetuano fino ad avvolgere il pubblico in un appagante abbraccio a cui risulta impossibile opporre resistenza. A questo si aggiunge il carattere impalpabile del timbro della cantautrice statunitense, evanescente anche negli sforzi più decisi, così fragile e votato al dream pop da dare l’impressione di infrangersi nel giro di qualche beat sulle ritmiche implacabili delle sue composizioni.

Da una parte, il raffinato orientamento al versante oscuro del trip hop di cui è permeato rende Under My Umbrella un’opera ampiamente riuscita. Tracce come “Stranger”, “Won’t Count On You” e la sontuosa “Overflow” colpiscono per il perfetto abbinamento tra la componente vocale e gli arrangiamenti a corredo e ci rimandano – tra loop, ammiccamenti breakbeat e sezioni di archi – ai fasti dei migliori esponenti della musica elettronica a supporto di anime femminili.

Dall’altra, canzoni come “Tourist Mind”, “Mind Disaster”, “You Will Change” e “It Feels Like” risuonano della consapevolezza e della credibilità della techno e dei suoi derivati. Brani in cui alla melodia non è concesso di lasciarsi travolgere dalla tentazione della velocità ma a cui è affidato il compito di mantenere il controllo completo sul temperamento emotivo. L’effetto voluto (e riuscito) è quello di condurre l’ascoltatore in bilico tra due velocità in contrapposizione, per una tensione che lascia senza fiato.

Al contrario, in “Where Is My Head” e soprattutto nella splendida “Waste Me”, il disco vira verso atmosfere più indie-rock, a conferma della interoperabilità dell’approccio artistico di Miss Grit. Due tracce da cui traspare la necessità di dare corpo all’energia dei concerti live e alle dinamiche con le persone sotto il palco. Uno degli aspetti fondanti di Under My Umbrella, quello di non trattenere all’eccesso l’immediatezza dell’ispirazione e di non imbrigliare proprio tutto tra le algide griglie di un sequencer.

Il ritorno di Miss Grit evidenzia ulteriormente il talento di un’artista la cui urgenza di lasciare il segno attraverso la propria voce non va a scapito della qualità e della genuinità compositiva. Il risultato è un disco in cui si percepisce una forte corrispondenza con la sua autrice, un’opera da vivere come uno specchio fedele di rara autenticità.