Black Midi – Hellfire

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Le recensioni dei dischi fondamentalmente sono un mucchio di cazzate, quelle che scrivo io più di tutte, sia chiaro. Fortunatamente i dischi li ascoltano in quattro gatti, li comprano in due a essere ottimisti e, di questi, non più di uno – tu che sei capitato qui grazie a Google o alla nostra pagina Facebook – legge quanto vi si scrive a corredo. E il merito principale dei Black Midi è di essere tra i pochi artisti in grado di rendere superflua qualunque tipo di analisi delle loro opere e di mettere a tacere chi, come me, ha la presunzione di saper scrivere o parlare di musica.

La prova è che basta che qualcuno si proponga attraverso registri al di sopra delle convenzioni che è tutto un propagarsi di cortocircuiti nella fruizione dell’arte e nella sua conseguente interpretazione. Nel caso dei Black Midi non è tanto che loro siano dei marziani con cui è impossibile qualunque forma di confronto. Semmai le domande che dobbiamo porci sono se quello che fanno i Black Midi è suonare e cantare e se il pubblico, ancor prima di comprendere, sia certo di ascoltare della musica. Usiamo quindi, per questa cosa che fanno i Black Midi, la generica definizione di entità.

L’entità in questione si chiama Hellfire, viene venduta come il nuovo album della band di South London e può essere percepita con i nostri abituali mezzi nelle consolidate due dimensioni riconducibili a sviluppo verticale (che quando parliamo di musica è l’armonia) e orizzontale (la melodia e il ritmo). Il punto è che questa riduzione semplificata non ci porta da nessuna parte se non a una banalizzazione di ciò che cogliamo, nonché ai consueti riferimenti che usiamo per spiegare l’ignoto e che, nell’antichità, ci hanno indotto ad assegnare sembianze umane ai fenomeni naturali.

Perché una volta citati i soliti Frank Zappa, Mr. Bungle, i Primus, John Zorn o certi King Crimson, non siamo stati utili a nessuno, fermo restando che fosse il caso di portare aiuto per facilitare l’orientamento in questa nebulosa che è Hellfire. Perché quando anche il super-telescopio spaziale James Webb rappresenta l’universo come un pavimento in graniglia nera alla genovese tirato a lucido con la cera, capirete che a questo mondo vale proprio tutto. Potrei aprire una jpg qualsiasi con Blocco Note, copiare e incollare il risultato qui che sarebbe la stessa cosa. Anzi, provateci e dite se non ho ragione e se, quanto ottenuto, non sia più comprensibile di quello che sto scrivendo ora.

Oppure potrei elencare una lista dei frammenti di Hellfire grazie ai quali, secondo quanto ci riportano i nostri recettori prestati a restituirci il piacere della bellezza (decodificatori di linguaggi di basso livello, se vogliamo impiegare una categorizzazione informatica) si riaccende invano la presunzione di poter ricomporre il senso generale di quest’opera, un po’ come si fa con la scrittura degli etruschi.

E allora potrei confermare – secondo il rigoroso ordine di quella che ha le sembianze di una scaletta – che [traccia 1.] nella titletrack il parlato va straordinariamente a tempo con la base e che fa venire voglia di mettergli sotto quei beat della trap con i pattern di hi-hat a sessantaquattresimi, avete presente? E anche che, per non più di tre o quattro secondi, si sente una progressione armonica di archi di cui riusciamo addirittura ad anticiparne l’evoluzione.

Che [traccia 2.] “Sugar/Tzu” quell’assurda alternanza di parti non rientra nei nostri canoni e nelle nostre vite ed è fuori discussione provare qualsiasi tipo di sensazione, fredda calda o tiepida che sia. Certo, il batterista è inumano, ma a quale pro? Che [traccia 3.] “Eat Men Eat” i Black Midi giocano al flamenco e poi qualcuno si stufa e vuole giocare a Trespass dei Genesis. Che [traccia 4.] “Welcome To Hell” qualcun altro ha dimenticato un sample di batteria rhythm and blues acceso ma poi, giusto il tempo di provare il feeling, il resto della band si precipita ad aggiungerci del suo mandandoci ancora in confusione.

Che [traccia 5.] “Still” o c’è finita per sbaglio o ci stanno prendendo per il culo ma non fateci l’abitudine, perché verso la metà siamo punto e a capo. Che [traccia 7.] “The Race Is About To Begin” sembra un folle comizio prog-punk. Che [traccia 8.] “Dangerous Liaisons” sconfina in qualcosa che per noi risulta fusion – senza offesa – suonata da dio. Un consiglio: prestate attenzione agli stacchi sguaiati e isterici che caratterizzano il pezzo da metà in poi, sono tutt’altro che innocui.

Che con [traccia 9.] “The Defence” oramai non ci caschiamo più. Inizia bene, noi ci fidiamo, ci facciamo portare al largo senza salvagente tanto il mare sembra calmo ma poi ancora una volta qualcuno ci abbandona lì, a cercare la salvezza in quell’imitazione da crooner a cui non affiderei nemmeno il mio peggior nemico. E che con [traccia 10.] “27 Questions” abbiamo perso ogni speranza.

Arrivare in fondo a Hellfire è faticoso, uscirne vivi è un’impresa, e possiamo anche discutere se sia un capolavoro o una cagata pazzesca, se “Schlagenheim” aveva ben altre attitudini, se acquistando una copia del disco il rischio è che si riproduca in casa come Alien, saltando fuori dalla pancia della gente. Perché intanto dovremmo metterci d’accordo sull’aspetto fondamentale della questione: di cosa stiamo parlando?

Foals – Life Is Yours

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Non lasciatevi influenzare dai quattro singoli che hanno anticipato il nuovo disco. “Life Is Yours” non è solo un validissimo album pop ma anche l’opera matura di una band in grado di rinnovare ancora la propria musica, mantenendo inalterata l’originalità artistica degli esordi.

Se siete rimasti perplessi all’ascolto di “Life Is Yours” forse dimenticate che la precedente pubblicazione dei Foals è quell’apoteosi di casse dritte che è la raccolta di remix “Collected Reworks” e che, tra i due volumi di “Everything Not Saved Will Be Lost” e oggi, in mezzo c’è stata una pandemia mondiale.

Voglio dire, è chiaro che stiamo parlando di una band a cui indubbiamente piace divertirsi. Ed è facile fare i pessimisti quando va tutto bene. Passate due anni senza mettere i piedi sul palco e senza gente in carne e ossa che vi salta dal vivo davanti e vedrete che dello spleen ne farete anche a meno. La gente vuole riprendersi gli spazi che chi non voleva saperne di vaccinarsi gli ha negato e sanare quella ferita ancora aperta di due anni di stand-by. Vogliamo tutti la stessa cosa: tornare a ballare e limonare in pista, possibilmente senza mascherina.

Converrete inoltre con me che il lockdown ha spaccato in due il panorama musicale. Da una parte gli apocalittici che, appena le cose si sono messe meglio, non sono riusciti a trattenere tutto il loro pessimismo e che ci danno dentro con il registro del moriremo tutti. Dall’altra gli integrati che, al contrario, hanno lavorato per ricordarci che – appunto – la vita è nostra e ci hanno fatto il pieno (almeno fino a quando il carburante non costava un occhio della testa) per farci partire alla ricerca della felicità, della spensieratezza, di com’erano le cose prima, per quello che è possibile.

Che poi, a dirla tutta, non è che siamo molto distanti dai Foals di “Total Life Forever” o di “Holy Fire”. La musica della band guidata dall’istrionico Yannis Philippakis possiamo figurarla come un template neutro – ma ben strutturato – che assume la fragranza dei contenuti di cui si popola. Il math-rock diventa geometria in grado di generare poligoni regolarissimi se lo fai filare liscio nella perfetta parità del quattro quarti, al massimo con l’estrusione di figure solide più elaborate riconducibili a ritmiche e atmosfere perfette per i dancefloor delle Baleari in alta stagione. Le melodie si assestano su architetture più comode e diventano ammiccanti. L’elettronica è quella di sempre, e basta giocare d’esperienza con qualche preset di synth meno algido per fare breccia nella pancia ustionata per l’eccessiva esposizione al sole del pubblico danzante.

Scevra della cupezza del precedente doppio disco di inediti, la musica dei Foals e la voce da inni da dj set di Philippakis riescono a mantenere un’integrità che qualunque altra band indie-rock se la sogna. Non è facile, con questi ritmi, votarsi al pop senza trasformarsi in dei Maroon 5 qualunque. Basta ascoltare le undici tracce di “Life Is Yours” per sincerarsi che comunque è tutto a posto, che un’altra estate musicale è possibile, che nel momento più torrido di sempre ci è concesso ancora abbassare i finestrini della vita e far ondeggiare la nostra mano al vento caldo, abbandonati alla musica che ci guida verso la spiaggia dei nostri sogni.

“Life Is Yours” si apre con la sicurezza dei quattro singoli usciti negli scorsi mesi. I Foals liquidano in fretta la pratica del già sentito, il rovescio della medaglia dell’industria della musica liquida che impone troppi stuzzichini di antipasto ma, come ci hanno insegnato le nostre mamme, ad abbuffarsi prima è facile guastarsi l’appetito. Ed è un vero peccato, perché paradossalmente i pezzi più noti sono i più deboli dell’album e, dopo “Summer Sky”, la breve coda strumentale di “2001”, le cose si fanno davvero molto più interessanti.

“Flutter”, forse il brano più convincente del disco, gioca tutto il tempo sulla ripetizione del lungo riff di chitarra. “Looking High” e “The Sound” si presentano come raffinate produzioni indie-funky degne di Nile Rodgers e impreziosite da ritornelli che non deludono. L’album accelera finalmente con “Under The Radar”, una composizione ricca di arrangiamenti e citazioni del migliore synth pop anni 80. Ma se siete nostalgici, riuscirete a rintracciare i Foals degli esordi in “Crest Of The Wave” e, soprattutto, nella trascinante “Wild Green”, l’ultima traccia, canzone che si snoda in un finto crescendo alla “Blue Gold” e che, anziché portare l’ascolto al parossismo, lo imbriglia per domarlo verso un finale in completa naturalezza.

“Life Is Yours” è, in sintesi, una prova positiva di artisti che sanno mettersi in gioco anche dopo cambiamenti di formazione importanti (il bassista e il tastierista polistrumentista, fondatori della band, hanno dato forfait nel corso degli ultimi anni). L’approccio corretto all’ascolto dei Foals del 2022 deve tener conto della loro longevità artistica, di come sono andate le cose, di quello che è già stato detto e che non sarà mai più uguale a prima. Un disco leggero ma intelligente, in cui non c’è proprio nulla di sbagliato.

radio libera (dal blues)

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Della radio mi piace tutto tranne i dj, i presentatori, i programmi, i contenuti rubati da “forse non tutti sanno che” della Settimana Enigmistica, la musica di merda che trasmettono, l’idea che le radio hanno del rock, le risate sguaiate, le voci cavernose e suadenti, le interruzioni pubblicitarie, i jingle autoreferenziali che passano al termine di ogni sacrosanta canzone, certe equalizzazioni pensate per impianti stereo da miliardari, gli accenti iperinglesi che non ce l’hanno nemmeno gli anglofoni madrelingua. Ed è per questo che la radio non la accendo mai. Poi è nata Lifegate, che si prende solo a Milano, ora mi pare anche a Torino, e ora, anche a casa e non solo in auto, non ascolto altro. La metto anche quando vado a correre e sto valutando di disdire l’abbonamento a Spotify. Tutto perché Lifegate trasmette molta della musica che preferisco. Lifegate riflette perfettamente la mia collezione di vinili, con numerosi inserti del mio archivio di mp3. Lifegate poi è migliorata tantissimo da quando non trasmette più blues. Fino a qualche mese fa, ogni due o tre canzoni interessanti, mi toccava cambiare canale perché mettevano un pezzo blues e, se lo conoscete, saprete che il blues è un genere popolato da canzoni tutte uguali che durano un’eternità sugli stessi tre accordi che poi, indipendentemente dalla tonalità, sono sempre quelli. La colpa credo fosse di un noto attempato giornalista musicale fissato con il blues che probabilmente collaborava con la redazione nella definizione del palinsesto musicale. Poi non so cosa sia accaduto ma Lifegate ha confinato il blues in un canale streaming a sé – che evito come la peste, anzi, come il Covid – e sulla frequenza principale – che è 105.1 – del blues non c’è più nemmeno l’ombra. Una scelta che ha migliorato tantissimo l’esperienza di ascolto di Lifegate, tanto che adesso posso dire che, malgrado delle emittenti che si ascoltano non salvi davvero nulla (al netto di Radio Tre e di Sei Uno Zero su Radio Due) ho finalmente trovato una radio perfetta per me. Si chiama Lifegate ma tanto è inutile che faccia pubblicità perché scommetto che, anche voi, ora che il blues è finito, non riuscite ad ascoltare altro.

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complessati

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Avere una band che compone e suona pezzi originali e di propria produzione costituisce in sé il massimo dell’esperienza umana. Non credo ci sia nulla di simile al mondo: persone che si incontrano e intraprendono un percorso artistico, talvolta lungo più decenni, durante il quale si trascorre tantissimo tempo insieme in ambienti spesso fatiscenti con degli strumenti in mano e con l’obiettivo di creare, arrangiare, registrare ed eseguire dal vivo musica per il proprio e l’altrui compiacimento.

L’arte di gruppo, rispetto all’arte individuale, è soggetta anche alle dinamiche della relazione tra le persone, scazzi compresi. Per questo, al netto di svariate eccezioni – che se volete potete riportare qui in calce – i risultati vanno ricondotti a una categoria a sé rispetto alla musica composta da singoli e, lasciando perdere i gusti personali, sono quasi sempre sorprendenti.

La musica di una band, in poche parole, ha qualcosa in più rispetto a quella di un solista. Ho formato la mia prima band – nata con una comunità di intenti sottoscritta sin dalla prima prova tra tutti i componenti – a quattordici anni (la seconda band della mia vita, a essere sinceri, ma nella prima ero poco più che un sostituto). Un gruppo di ragazzi con i quali ho vissuto una straordinaria storia di amicizia e di crescita subordinata alla musica, e vi posso assicurare che un’esperienza così totalizzante non l’ho mai più provata, nella vita.

Tutto questo per dire quanto siano importanti i gruppi (o almeno quanto lo erano, visto che adesso tutti suonano con il MacBook e l’autotune da soli, chiusi nelle proprie camerette) e quanto siano significativi nella musica italiana che, da sempre, è principalmente un club esclusivo per gli interpreti singoli, supportati nel back-end da compositori e parolieri lobbisti. Per avere una band e fare musica cantata in italiano ci vuole una bella faccia tosta e una cospicua scorta di sicurezza di sé, considerata la concorrenza d’oltremanica e d’oltreoceano. Un aspetto che da sempre suscita in me un fascino e un’appeal senza confronti. Ma veniamo al dunque.

Era da tanto che aspettavo la puntata di Techetechetè andata in onda ieri sera. Voglio dire, non esiste una programmazione di quello che si vedrà volta per volta a Techetechetè – anche se sarebbe bellissimo averla – ma era chiaro che, prima o poi, qualcuno avrebbe dovuto affrontare la più annosa delle questioni, e cioè che che la musica italiana non è solo Mina, Celentano e i cantautori, ma esistono anche i gruppi. E in Italia, anche se pochi lo sanno, esiste una lunga tradizione di band vecchia almeno quanto Shel Shapiro. Non a caso, Techetechetè ieri sera si intitolava proprio “50 anni di gruppi”.

Se l’avete visto però, malgrado gli oltre 60 minuti di immagini di repertorio, avrete compreso quali sono i limiti della nostra tv e del canale più democristiano dell’emittente pubblica e della gente che ci lavora. Anche se tra gli anziani di oggi che seguono RaiUno a quell’ora di sera ci sono anche quelli che, nei primi anni 80, pogavano con cresta e anfibi sotto il palco dei CCCP, una puntata in grado di coprire in modo equidistante tutte le passate e presenti decadi e tutti gli strati socioculturali della canzone italiana dei gruppi (dai più mainstream ai più alternativi, per farmi capire dai Pooh ai CCCP) è pressoché impossibile.

Bisogna ammettere che la musica chiamiamola alternativa – che nell’immaginario collettivo è principalmente rappresentata da band – è stata ampiamente accettata nel palinsesto culturale nazionalpopolare. Ma c’è certa musica alternativa, a partire proprio dai CCCP, che alla RAI – archiviata la trasmissione musicale più bella di tutto il mondo mondiale che è stata “DOC” – non passerà mai.

E spero che sia chiaro a tutti che l’unica persona nel nostro paese in grado di definire una scaletta completa e adatta a uno speciale sui gruppi italiani di tutti i tempi è colui che sta scrivendo questo post. Non troverete mai un appassionato di musica più esperto e competente e umile di me nel settore dei gruppi italiani. Ho pensato quindi di lasciarvi alcune considerazioni su quello che avete visto nella puntata di ieri di Techetechetè, sperando che quelli di Techetechetè mi chiamino, prima o poi, a scegliere le cose da trasmettere. E, se non l’avete ancora visto, il programma è disponibile su RaiPlay qui per sette giorni. Guardate la puntata in questione e poi ditemi se non ho ragione a scrivere quello che state per leggere. Ecco che cosa ho visto per voi.

Elio e le storie tese a Sanremo: il fatto che uno speciale sulle band inizi con un gruppo di rock demenziale la dice lunga sulla considerazione per il rock in Italia. Il consiglio che la RAI ci dà è che, tutto sommato, i gruppi non vanno presi sul serio, meglio riderci su. E comunque avrei scelto un’altra apparizione degli Elii, a partire da “La terra dei cachi” o una delle numerose canzoni storpiate, come orchestrina fissa, in quel programma con la Dandini di qualche anno fa di cui ora mi sfugge il nome. Googlatelo per me. Però qualcuno mi spieghi perché Elio sì e gli Skiantos no, tanto per dare il via alla polemica.

Anima mia dei Cugini di Campagna da vecchi: ora, potete amare o odiare questa canzone, ma spiegatemi il senso di non utilizzare uno dei millemila passaggi RAI ai tempi della pubblicazione del brano, con il gruppo in formazione originale? Vedere un banale ripescaggio a colori, con gente in studio che negli anni settanta non era nemmeno nata, stride troppo con i toni in scala di grigio della canzone.

Litfiba – Il mio corpo che cambia: ecco, lo sapete, per me i Litfiba già con “17 re” iniziavano a mostrare le loro velleità rockettare rispetto al post-punk degli esordi. Figuriamoci il periodo anni 90. Questo dimostra quello che sostenevo prima, e cioè che l’Italia ha paura della musica underground del mio decennio preferito. Che cosa vi spaventa di “Eroi nel vento” o di “Guerra”, canzoni ampiamente documentate negli archivi della RAI?

I Collage di “Tu mi rubi l’anima” è il primo di una lunga serie di apparizioni in programmi tv di musica in playback prima dell’avvento del monoscopio delle prove tecniche di trasmissione a colori. Oggi siamo abituati – meno male – al live anche in situazioni complessissime come Sanremo o il concertone del Primo Maggio. Vedere gente che canta senza microfono e che suona con strumenti nemmeno accesi o collegati al mixer anche per finta ci fa ridere. Stesso discorso – anche se di qualche anno prima – per “Donna felicità” dei Nuovi Angeli. Di questa canzone, di cui possiedo il 45 giri sopravvissuto alle numerose e barbare riproduzioni nel mangiadischi di mio nonno, è curioso l’andamento da polka e quel giro di basso così ingenuo che trasmette un background da balera. Su questa linea, nell’ordine, vedrete anche le esecuzioni finte di “Senza luce” dei Dik Dik (peccato, con quel giro di Hammond), “Io per lei” dei Camaleonti, “Ho in mente te” dell’Equipe 84, “Pugni chiusi” dei Ribelli di Demetrio Stratos (che rabbia, mi aspettavo gli Area e invece picche), “C’è una strana espressione dei tuoi occhi” dei The Rokes. Mal con i suoi Primitives e i New Dada, purtroppo, risultano non pervenuti.

Per capire meglio che cosa intendo, comparate queste esibizioni di cera con quelle in carne, ossa e sudore della “Formula Tre”, qui presente con quell’assurdo pezzo del salame dai capelli verde rame, dei Pooh che, con tanto di orchestra e di Riccardo Fogli, eseguono “Noi due nel mondo e nell’anima”, “Io vagabondo” dei Nomadi, “Proposta” dei Giganti (quanta tenerezza e ingenuità a cappella), “Bella da morire” degli Homo Sapiens o della splendida apparizione della PFM con l’intramontabile “Impressioni di settembre”. 

Certo, dal punto di vista della resa del suono c’è un abisso con i Bluvertigo a Sanremo che suonano “L’assenzio” – una delle vette della musica in tv – o con i Negramaro di “Mentre tutto scorre”, ma erano altri tempi e altri impianti di amplificazione.

Su “50 special” dei Lunapop non ho nulla da recriminare, un capop-lavoro che ha pieno diritto di stare tra le grandi come, più avanti, “Dedicato a te” delle Vibrazioni. Non che mi strappi i capelli, ma oggettivamente sono pezzi da novanta, spero che vi sia arrivato il gioco di parole.

La quota generazione Z e gente che biascica in corsivo – ammesso che fosse davanti alla tv – sarà stata soddisfatta dalle recentissime esibizioni sanremesi dei tanto chiacchierati Maneskin di “Zitti e buoni”, dei Pinguini Tattici Nucleari con “Ringo Starr” e de Lo stato sociale con “Una vita in vacanza” con tanto di vecchia che balla a corredo. Tutto il panorama indie e indie rock del nuovo millennio è stato, come facile immaginare, saltato a piè pari. Ne riparleremo nei Techetechetè dell’estate 2052.

Nella categoria dei meno rappresentativi o, meglio, band che io avrei omesso, si sono visti i Velvet quando scimmiottavano i Blur con “Boy Band” (al limite, piuttosto, avrei scelto “Funzioni primarie”), la Schola Cantorum con “Lella”, che fa sentire ancora più forte l’assenza dei Delirium, o i Santo California, in quella ballad strappa-maroni che è “Tornerò” e che suona così patetica, oggi che nessun maschio etero rischia più di esser fagocitato dalla leva obbligatoria.

Ci sono stati poi dei clamorosi svarioni di selezione. Spiegatemi il senso di passare, dei Negrita, il loro pezzo più brutto, “I ragazzi stanno bene”, o “Quella carezza della sera” dei New Trolls che avrà avuto successo e tutto quanto ma è a rischio diabete, per non parlare di “Paolo maledetto” che è la composizione meno rappresentativa del Banco, o ancora della bruttissima “L’uomo che ride”, forse il punto più basso toccato dai Timoria di Francesco Renga.

Poi, finalmente, un inatteso regalo: parte “Contessa” dei Decibel in una versione alternativa rispetto alle solite che si vedono in tv. Il brano è in playback ma Ruggeri canta dal vivo ed è importante perché, benché sia una canzonetta da Sanremo come tutte le altre, è il brano che più di ogni altro dà inizio agli anni ottanta della musica italiana. Mi sarei aspettato di vedere anche i Krisma, per dare una certa continuità, e invece no.

Ma il vero tripudio della trasmissione, inutile nasconderlo, è stata l’esibizione finta de Le Orme alla finale del Festivalbar 1976 all’Arena di Verona con “Canzone d’amore” (episodio su cui non mi dilungo, ma se volete saperne di più ne parlo qui).

La scelta di “Niente insetti su Wilma” dei Denovo – poco più che una facezia in quell’apoteosi creativa che si è consumata tra la metà e la fine degli anni ottanta – ha reso ancora più assordante l’assenza di band come (ripeto) i CCCP, i Neon, i Diaframma di “Siberia” e tutti gli altri testimoni di uno dei periodi più effervescenti della musica italiana. Allo stesso modo in cui, in rappresentanza del decennio successivo, che dal punto di vista musicale non teme confronti, non si è vista nemmeno l’ombra di Almamegretta, Subsonica, CSI, Ustmamò, Scisma e Afterhours, giusto per fare i primi nomi che mi vengono in mente.

Non avete notato nulla? Allora ve lo dico io: fino a tre minuti dalla fine del programma, sullo schermo si sono avvicendati solo uomini. D’altronde, nel nostro paese, almeno fino a pochi anni fa, perché mai le ragazze avrebbero dovuto fare musica, o addirittura dividere il palco con altri membri di un complesso rock o pop? Per questo, dulcis in fundo, la puntata di Techetechetè dedicata ai gruppi si è cavallerescamente chiusa con i Matia Bazar. E, certo, perché riproporre un brano come “Ti sento” o “Elettrochoc”, con un testo composto da parole e frasi di senso compiuto, quando si può trasmettere “Cavallo bianco”, l’unica canzone in cui Antonella Ruggiero canta tirudiuà tiruriruriuà?

una storia nota

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PROLOGO

Non ho mai capito che cosa abbiano in comune l’interruzione di energia elettrica per un blackout e l’antifurto delle villette ubicate nella via dietro casa mia. Se è fatto apposta, se gli antifurto devono suonare quando manca la corrente, non mi sembra una buona intuizione e nemmeno una best practice di ingegneria. Perché sono stati programmati per dare l’allarme quando si spegne tutto? I ladri, quando si introducono nelle abitazioni altrui, come prima cosa staccano il contatore? Mi sembra una pensata piuttosto ingenua.

Eppure vi assicuro che è proprio così: manca la luce e si propaga un’intera orchestra di sirene proprio come quando i cani, chiusi nei giardini delle stesse villette, abbaiano con effetto a cascata, quando passa qualcuno con un loro simile al guinzaglio e si avvisano reciprocamente del pericolo a partire dal primo, il più piccoletto, il più cagacazzi che abita proprio sotto la finestra della cameretta di mia figlia, uno di quei cani di taglia infima, isterico e dal timbro acutissimo e nervoso che si fa sentire senza interruzione di continuità, fino all’ultimo, il più grosso di tutti, in fondo alla via.

Non sono l’unico a pensare che si tratti di un errore insito in qualche sottomarca di antifurto. Una svista di chi li ha programmati, una riga di codice con un bug che il sistema interpreta come IF manca l’alimentazione elettrica AND si attiva il gruppo di continuità THEN fai casino. L’inefficacia dei sistemi di allarme di questo tipo è sotto gli occhi di tutti, per non dire sotto le orecchie di tutti. L’aggravante è che possono attivarsi in piena notte mentre il proprietario si trova in vacanza dall’altra parte del mondo. L’estate è torrida, tutti sparano i condizionatori al massimo, l’offerta di energia non è sufficiente a soddisfare la domanda e la rete di distribuzione collassa. Ai tempi del global warming questa ormai è la prassi e dobbiamo farcene una ragione. Si blocca tutto, si spegne tutto, e si avviano le sirene degli antifurto delle villette, una dopo l’altra.

In piena notte, ma forse l’ho già detto. I proprietari delle villette sono dall’altra parte del mondo, anche questo l’ho già detto, e non possono correre a porre rimedio utile alla situazione. Io mi aspettavo addirittura che suona l’antifurto e pochi secondi dopo arriva una pattuglia della Polizia, ma forse vedo troppe pubblicità della Verisure. Invece le sirene vanno avanti indisturbate quanto i ladri per quasi un’ora. Finiscono il loro ciclo, si interrompono qualche minuto, giusto il tempo di riaddormentarmi, e poi ricominciano con la stessa sfrontatezza.

Poi la luce torna, perché nel frattempo ci siamo svegliati tutti e il black-out ci ha fatto preoccupare per le scorte accalcate nel freezer e il modo in cui cucinarle tutte, prima che si deteriorino, prima che siano da buttare, un tarlo che toglie il sonno anche ai più ottimisti. Invece la luce torna, dicevo, ma dopo un po’ salta di nuovo e così riprende anche la sinfonia.
A dire la verità non so come vada a finire, e cioè se mi riaddormento prima che le sirene tacciano definitivamente, preso per sfinimento dall’assuefazione a quel frastuono continuo, un po’ come quando dividi il letto con qualcuno che russa, oppure se prima ritorna il silenzio perché nel frattempo sono rientrati i proprietari dall’altra parte del mondo o è arrivata la Polizia o è tornata la corrente per non saltare più e quindi, ripristinato il silenzio, ripiombo nel sonno.

Il mattino seguente, al risveglio, resta una vaga eco delle sirene dei sistemi di allarme nello sguardo sconvolto dei sopravvissuti a una notte d’inferno, tra i trenta gradi e l’inquinamento acustico fuori da ogni immaginazione. Tra familiari ci si chiede se l’abbiamo sentito, se ci ha svegliati, se poi siamo riusciti a riprendere sonno. Fuori, l’innaturale silenzio della notte, interrotto solo dalle sirene, ha lasciato il posto al consueto bordone di operosità tipico della periferia milanese. I carpentieri del bonus 110 che si danno ordini in arabo dai piani dei ponteggi, le macchine tagliaerba impiegate come ammortizzatore sociale, gli adolescenti sui motorini perché la scuola è finita, gli anziani che gli sacramentano dietro in dialetto.
Questo è quello che succede generalmente. Stanotte, però, dev’essere andata in modo diverso perché già da stamattina, mescolato ai rumori di una tipica alba di periferia, si percepiva qualcosa di più. Qualcosa di anomalo.

QUALCOSA DI ANOMALO

Ma facciamo un passo indietro. Intanto ieri, tra le tracce dei temi dell’esame di stato, è stata somministrata come proposta l’analisi di un testo tratto da “Musicofilia” di Oliver Sacks. Per vostra comodità riporto il brano oggetto della prova qui di seguito:

«È proprio strano vedere un’intera specie – miliardi di persone – ascoltare combinazioni di note prive di significato e giocare con esse: miliardi di persone che dedicano buona parte del loro tempo a quella che chiamano «musica», lasciando che essa occupi completamente i loro pensieri. Questo, se non altro, era un aspetto degli esseri umani che sconcertava i Superni, gli alieni dall’intelletto superiore descritti da Arthur C. Clarke nel romanzo Le guide del tramonto. Spinti dalla curiosità, essi scendono sulla Terra per assistere a un concerto, ascoltano educatamente e alla fine si congratulano con il compositore per la sua «grande creatività» – sebbene per loro l’intera faccenda rimanga incomprensibile. Questi alieni non riescono a concepire che cosa accada negli esseri umani quando fanno o ascoltano musica, perché in loro non accade proprio nulla: in quanto specie, sono creature senza musica. Possiamo immaginare i Superni, risaliti sulle loro astronavi, ancora intenti a riflettere: dovrebbero ammettere che, in un modo o nell’altro, questa cosa chiamata «musica» ha una sua efficacia sugli esseri umani ed è fondamentale nella loro vita. Eppure la musica non ha concetti, non formula proposizioni; manca di immagini e di simboli, ossia della materia stessa del linguaggio. Non ha alcun potere di rappresentazione. Né ha alcuna relazione necessaria con il mondo reale. Esistono rari esseri umani che, come i Superni, forse mancano dell’apparato neurale per apprezzare suoni o melodie. D’altra parte, sulla quasi totalità di noi, la musica esercita un enorme potere, indipendentemente dal fatto che la cerchiamo o meno, o che riteniamo di essere particolarmente «musicali». Una tale inclinazione per la musica – questa «musicofilia» – traspare già nella prima infanzia, è palese e fondamentale in tutte le culture e probabilmente risale agli albori della nostra specie. Può essere sviluppata o plasmata dalla cultura in cui viviamo, dalle circostanze della vita o dai particolari talenti e punti deboli che ci caratterizzano come individui; ciò non di meno, è così profondamente radicata nella nostra natura che siamo tentati di considerarla innata […].»

Mi è venuto spontaneo quindi il mash-up tra questo spunto, che, se mi fossi trovato tra i candidati, avrei approcciato sulla carta senza indugi (anche se l’analisi della poesia di Pascoli <3), e il discorsetto che, sempre ieri – che giornata intensa! – mi stavo preparando per il prossimo collegio docenti, quello a conclusione dell’anno scolastico, quello in cui dovrò relazionare circa il progetto di musica che abbiamo portato a termine noi delle terze la scorsa primavera con un esperto esterno.

In poche parole, vorrei introdurre il mio intervento riportando una considerazione espressa dal mio collega insegnante di musica della secondaria in occasione del saggio delle classi di fine anno a cui ho assistito per intero (21 classi, due o tre o quattro brani a classe eseguiti con metallofoni e flauti dolci e qualche guizzo come basso elettrico, chitarra e tastiere) perché mi è stato richiesto di fare le riprese video.

Il prof di musica ha elogiato le sue classi, mettendo però in guardia gli spettatori (non più dei due genitori per alunno, fratellini e sorelline ammessi in via eccezionale come extra) sul fatto che quanto avrebbero assistito era frutto di un programma svolto lungo non più di due ore la settimana, a cui si deve aggiungere il Covid – anche se le lezioni quest’anno si sono svolte sempre in presenza, i casi di classi dimezzate e le assenze prolungate sono stati tantissimi – e che, parole sue, i ragazzi arrivano dalla primaria senza aver fatto nulla di musica. Che botta.

CHE BOTTA

A caldo, questa considerazione mi ha offeso moltissimo. Io, che ho un passato da musicista anche se non certificato (e questa parentesi che ho aperto e in cui sto scrivendo è dedicata proprio al fatto che in Italia l’unico canale accademico per formare esperti di musica è il conservatorio o poco più), dicevo che io che posso vantare un background di tutto rispetto da musicista, cerco di rifilare la musica ai miei studenti in tutti i modi collegandola a tutte le materie che insegno a partire dalla matematica (tempo/ritmo e numeri e frazioni), dall’inglese (qualsiasi esempio sarebbe superfluo), da scienze (i sensi), dalla tecnologie e la cultura digitale (suonare con i VST e le drum machine e gli innumerevoli sistemi per produrre musica al computer), dall’arte (immagini e musica, quadri e canzoni, ci si potrebbe fare una disciplina a sé), per non parlare dell’ora di musica in cui, a causa del Covid, non si possono maneggiare strumenti, però ascoltiamo e discutiamo a manetta.

Il punto è proprio questo, e ci sono arrivato successivamente, a freddo. Insegnare musica significa principalmente insegnare a suonare. E se i bambini escono dalla quinta primaria sapendo più o meno esprimersi in italiano, più o meno scrivere, più o meno far di conto, più o meno biascicare qualcosa in inglese, la stessa cosa non si può dire per saper suonare uno strumento. E per fortuna che il flauto dolce è considerato superato (anche se non ancora del tutto sconfitto, malgrado siamo nel 2022) ma, anche se non fosse, l’ultima cosa che farei è trasmettere a delle persone l’idea che la musica è quella roba sgradevole, incerta e priva di senso che esce soffiando dentro e mettendo le dita a cazzo su un tubo di legno. Se ne deduce che il mio collega prof di musica tutti i torti non li ha: i ragazzi arrivano dalla primaria senza aver fatto nulla di musica.

I RAGAZZI ARRIVANO DALLA PRIMARIA SENZA AVER FATTO NULLA DI MUSICA
La cosa non ci deve stupire, e l’abbiamo già detto altre volte e perdonate se mi ripeto: chi continua dopo la secondaria di primo grado studierà musica solo al coreutico o forse al liceo che ha preso il posto delle vecchie magistrali, ma non ne sono sicuro. Questo significa che quasi tutti studiano storia delle arti visive, la poesia nella letteratura italiana, mentre la musica sparisce dai programmi. Forse è un’arte di serie B. Però cosa hanno in meno Vivaldi, Puccini, Rossini, Monteverdi e lo stesso Morricone (e mi limito ai compositori italiani, perché se tirassi in ballo Beethoven o Mozart o Bach ciaone proprio) rispetto a Dante, Petrarca, Caravaggio o Michelangelo? Lascio a voi la risposta.

LASCIO A VOI LA RISPOSTA
Tutto questo per dire che il progetto di musica con l’esperto – un tipo davvero in gamba che abbiamo trovato in un modo a dir poco rocambolesco e che ha mescolato musica, danza, teatro e giocolerie facendo letteralmente impazzire i bambini, un vero e proprio personaggio come immaginiamo siano gli artisti di strada, un po’ bohémien, per farmi capire – è andato benissimo e che speriamo che l’anno prossimo possa continuare, magari con lo stesso insegnante perché si sa, per candidarsi ai progetti nelle scuole ci sono i bandi a cui si iscrivono cani e porci e bisogna sempre sperare di essere fortunati perché avere a che fare con gli scarti delle altre professioni è all’ordine del giorno.

Ricapitolando: il discorsetto per il collegio docenti, la traccia sulla musicofilia all’esame di stato, i continui allarmi degli antifurto delle villette che hanno funestato il sonno la scorsa notte. Una combo di eventi che ha generato una conseguenza a dir poco sorprendente.

STAMATTINA SI SONO MANIFESTATI GLI ALIENI

Stamattina si sono manifestati gli alieni, qui da noi, ma ho letto e ho sentito al telegiornale che anche da voi non è andata diversamente. Si sono manifestati in un modo a cui nessuno avrebbe mai pensato e che risulta un po’ essere la summa di tutte le cose che dicevo prima, insieme a un aspetto che sembra tratto da quel celebre film di fantascienza in cui, per parlare con gli extraterrestri, la sceneggiatura prevedeva che gli uomini utilizzassero un sintetizzatore, alla faccia dei chitarristi.

Stamattina, al nostro risveglio, si sono manifestati gli alieni in forma di suono, ma vi giuro che non è colpa mia, non li ho chiamati, è solo che è facile ricondurre questa apparizione (per modo di dire, come vedrete, anzi, come sentite) alla giornata intensa di ieri e alla notte che è seguita.

Gli alieni si sono manifestati nella forma di una nota continua, un si bemolle. Una -fania (mettete voi al posto del trattino la matrice che preferite) a cui nessuno ha dato peso, appena il si bemolle si è diffuso nel chiarore e nel brusio della mattina. Eccoci, ancora un sistema di allarme che suona, ho pensato io, ma scommetto di non esser stato l’unico. Il suono poi è continuato, nessuno si è precipitato a spegnerlo, la Polizia non sapeva dove andare perché il si bemolle continuo si percepisce ovunque e, soprattutto, al momento non si capisce da dove provenga, quale sia la fonte, tanto è omogeneo in ogni angolo del pianeta. Ora chiudiamo gli occhi insieme, concentriamoci sul suono alieno, sul si bemolle, e pensiamo a cosa possiamo fare. Ma non finisce qui.

Warpaint – Radiate Like This

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C’è solo una cosa più sconveniente del mantenere rapporti e contatti virtuali con persone che non la pensano come te in politica, ed è frequentare gruppi Facebook di collezionisti di dischi. Gente che si compra ottanta versioni dello stesso ellepì solo perché ciascuna ha la copertina di una tonalità di blu leggermente differente a seconda della nazionalità di pubblicazione o dell’anno di ristampa o chissà quale altra trovata per allocchi. Se non mi credete, vi sfido a iscrivervi e a farvi un’idea.

L’aspetto più irrazionale di questo comportamento, al netto dei soldi buttati via, è il tempo che richiede poi l’ascolto di tutto il materiale accumulato, senza contare che solo una sega mentale senza precedenti consente di rilevare differenze tra l’una e l’altra copia. E questo ve lo dice uno che, nel suo piccolo, si dà comunque abbastanza da fare. Fondamentalmente compro solo i dischi che mi piacciono ma attenzione, non mi arrogo la superiorità morale rispetto alla deriva ossessivo-compulsiva di cui sopra, ci mancherebbe. Non sono migliore di nessuno. Tanto meno quando acquisto acriticamente qualunque cosa un artista o una band a cui sono particolarmente affezionato pubblichi, ma non più di una release ad articolo. Tra questi, come potete immaginare, considerando l’oggetto di questa recensione, ci sono le Warpaint. Ma cosa c’entra, direte voi, tutto questo con il loro nuovo disco e con il fatto che è facile desumere che l’ho prenotato a scatola chiusa appena ne ho avuto notizia, qualche mese fa.

Vengo quindi al punto. Di base sono ossessionato dalle voci femminili perché il piacere erotico che mi dà in genere la voce femminile non ha eguali. Ha delle frequenze che mi entrano dentro l’orecchio e mi toccano cervello e anima come nessun altro impulso. Molto meglio di vista, gusto, tatto e olfatto. Questo non necessariamente solo nella musica. Da quando sono nato, in famiglia, a scuola e nel lavoro ho avuto la fortuna di riuscire a circondarmi di donne (e il caso mi ha sempre premiato), il cui timbro vocale e la cui parlata da sempre mi appaga i sensi in un modo che non ha mai rischiato eguali.

Potete quindi capire, da fanatico di musica, da essere vivente sensibile in prima istanza in quanto felice proprietario, amministratore e utente di un apparato uditivo (un vero hi-fi a tutti gli effetti) a cui spero di non dover mai rinunciare, potete quindi capire, dicevo, la potenzialità di tutto questo unita al rock. La transustanziazione della voce femminile, che prende corpo nella forma-canzone grazie ai generi musicali che mi piacciono di più, mi permette di raggiungere vette di piacere imparagonabili. Figuriamoci, poi, se insieme alla cantante ci sono pure delle musiciste che la accompagnano. La voce corredata da strumentiste che ne confezionano la resa al meglio, a tutto vantaggio del mio piacere più intimo. Un’orgia di suono. Le Warpaint sono donne e suonano la mia musica preferita. Non chiedo altro. Il quadro ora è completo.

Il fatto è che “Radiate like this” è piombato nella mia vita insieme ad altre tre o quattro nuove uscite di cantanti, interpreti o band guidate da donne – una di queste, per giunta, era la nuova raccolta solista di singoli di Jenny Lee Lindberg, il basso delle Warpaint, uscita in occasione del Record Store Day, pensate che formidabile corto circuito – e la cosa mi ha mandato completamente in tilt.

Perché le Warpaint sono un posto a sé, un’esperienza totale in cui vivere, crescere, viaggiare, credo persino morire, ma non vorrei sembrarvi esagerato o patetico perché, in quei gruppi Facebook di collezionisti di dischi a cui ho fatto cenno sopra, questi toni così enfatici si riservano solo alle pop e rock star trite e ritrite che prestano la loro faccia alle più blasonate enciclopedie, ai trattati di storia della musica o nei meme al servizio di aforismi da tanto al mucchio. Ma i gusti sono gusti, non sono il primo a sostenerlo.

La mia paura è stata, quindi, quella di non riuscire a dedicare l’attenzione che “Radiate like this” richiedesse. Di non essere all’altezza delle Warpaint, questa volta. Di non aver il tempo materiale per lasciarmi permeare da quello che – non avevo dubbi – avrebbe costituito una nuova pietra miliare della mia vita. Di trascurare un rito di cui sono cultore e schiavo e della perdita della ragione che ne sarebbe conseguita. Poi ho trovato la chiave e finalmente sono tornato in armonia nell’esperienza Warpaint. Bastava avere un po’ di pazienza. E ora sono in balia totale delle Warpaint. Se volete vi descrivo brano per brano quello che provo, ma tanto potete comprenderlo da soli e non voglio annoiarvi più del dovuto. Come tutti i dischi delle Warpaint, “Radiate like this” è il disco migliore delle Warpaint. Come tutti i dischi delle Warpaint è il più riuscito, il più maturo, quello della svolta, quello in linea con la tradizione, quello della consacrazione, quello della gloria eterna. Quello che speriamo ne esca un altro presto e che non lascino passare così tanto tempo come tra il penultimo e l’ultimo.

Lasciatemi qui, a chiudermi dentro i dischi delle Warpaint e a gettare la chiave, non chiedo altro. Anche in “Radiate like this” trovo la voce e il suono di mia madre, di mia moglie, di mia figlia, di mia nonna, della mia maestra delle elementari, delle altre donne a cui mi sono legato o che ho frequentato nel tempo. Ci trovo certe intuizioni melodiche che, probabilmente, qualche sinapsi o qualche reazione chimica in fase di sviluppo ha eletto ad archetipo di qualche emozione primordiale che non saprei spiegare, che si rinnova in modo sempre diverso ma sempre fortemente suggestivo e di cui, molto probabilmente, a voi non interessa nulla. Ma, se posso permettermi un consiglio, provate ad ascoltare questo disco. Si chiama “Radiate like this” ed è il nuovo disco delle Warpaint. Non c’è molto altro da aggiungere.

strani sintomi

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Non è scritto da nessuna parte che le canzoni che rimangono nella nostra anima come archetipo emotivo di qualunque cosa – un amore, un sentimento di ribellione, la malinconia, il sentirci invincibili e tutto quello che volete – siano pezzi universalmente individuati come le colonne portanti della nostra cultura. Certo, quando mettiamo a segno qualcosa con successo vorremmo avere un dj universale che fa ascoltare al resto del mondo con un impianto hi-fi in grado di raggiungere tutti gli angoli del creato “We Are The Champions” e cose così, magari abbinato a un video in cui noi vestiamo da re davanti a decine di migliaia di persone a Wembley.

Poi però ognuno di noi ha un repertorio intimo – che magari teniamo alla larga da qualunque istinto di condivisione, la malattia del secolo – fatto di brani da quattro soldi che però, chissà perché, si sono estesi dentro di noi come una macchia di piacere indelebile. Una cosa che poi non sappiamo spiegare a nessuno perché nessun altro, tranne noi, potrebbe capire ma, discutendo di questo, rilancerebbe con la sua, di canzone che gli è rimasta dentro, e che, per noi, non significa altrettanto niente o, nel migliore dei casi, non abbiamo mai sentito.

Dev’essere per questo che, poco fa, mi sono trovato in sogno a casa di Diana Tejera, cantante dei Plastico e autrice di “Strani sintomi”. Se volete qualche coordinata, siamo nel 2001 e il file .mp3 – nel caso migliore – l’avrete salvato nella cartella “one shot” oppure “roba di MTV”. L’avevo rintracciata proprio tramite Facebook, e questo vi assicuro che è successo per davvero, dove ho scoperto che, terminata l’esperienza della band, ha una carriera che prosegue come cantautrice. Nel sogno, invece, visto che mia moglie e mia figlia erano al mare, ho accettato il suo invito a trascorrere un pomeriggio a casa sua in occasione di una sorta di reunion. Il problema era che loro erano ragazzine come ai tempi del video di “Strani sintomi”, malgrado fossero passati ventun anni, per questo sua madre non comprendeva appieno l’interesse di una persona anziana come me per artiste così in erba. A quel happening casalingo per fortuna c’era qualche altro fan affezionato come il sottoscritto, ma non più di una decina di persone intente a consumare patatine e bibite ma tutte desiderose che la band imbracciasse gli strumenti – malgrado la situazione casalinga imponesse rivisitazioni unplugged dei brani – e si mettesse a suonare e cantare la nostra canzone preferita. E, come tutti i sogni migliori, è bastato il primo accordo di chitarra per manifestare tutta la stranezza della scena, destarmi dal sonno e mettere la parola fine al concerto.

batti cinque

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Il 13 maggio è stato il compleanno di Stevie Wonder. Lo so perché lo hanno ricordato a “Il giorno e la storia” su RaiStoria insieme ad altre ricorrenze altrettanto degne di nota. Tra le immagini di repertorio riproposte, mi ha colpito questo suo passaggio come ospite alla nostra tv pubblica. Il cantante e polistrumentista statunitense interpreta la canzone “Solo te, solo me, solo noi”, versione italiana del suo singolo “Yester-Me, Yester-You, Yesterday”, un brano che è stato inciso come cover anche da Giuliano Palma e i Bluebeaters. È incredibile come i nostri connazionali presenti come pubblico in sala si ostinino a tenere il tempo con le mani sull’uno e sul tre, mentre Stevie Wonder – uno che ha sicuramente il ritmo nel sangue – segue l’andamento naturale della canzone, che impone i battiti a tempo sul due e sul quattro. Nessuno si pone il problema di stare dalla parte del torto, probabilmente convinti del fatto che il cantante non li possa cogliere in fragrante. Anche se, lo so per certo, si stava rendendo perfettamente conto che c’era qualcosa che non andava per il verso giusto.

primo maggio, sempre più coraggio

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Il concertone di piazza San Giovanni, tanto quanto Sanremo o l’Eurovision Song Contest, è uno di quegli appuntamenti a cui è impossibile rinunciare quando hai l’ossessione della musica come il sottoscritto. Dopo due anni di smart playing, o tele-esecuzione chiamatela come volete, finalmente musicisti e maestranze sono tornati per mettere in scena il più complesso live dell’anno. Se avete dubbi sulla sua difficoltà organizzativa, vi invito a darvi da fare per recuperare qualche testimonianza. Provate a pensare a uno spettacolo collettivo con così tanti partecipanti, ciascuno con le proprie esigenze tecniche, praticamente senza prove, che va in diretta sulla tv nazionale per quasi dodici ore. Roba da matti. Quello che è certo è che ogni anno lo seguo sempre più malvolentieri, un chiaro segnale che il gap anagrafico tra me e giovani d’oggi si fa sempre più incolmabile. Ecco un veloce resoconto della giornata, almeno fino a quando non ce l’ho fatta più e sono andato a dormire.

GO_A: l’edizione 2022 si apre con una band ucraina, musica interessante e prova che dal Friuli in là hanno tutti l’eurofestival dentro
BANDABARDÒ con CISCO: ci sta, se è il tributo che dobbiamo pagare per vedere un po’ di musica live in tv. Ma “Bella Ciao”?
SINKRO: una merda, probabilmente raccomandato dalla lobby della musica romana
i vincitori dell’1M NEXT 2022: si vede che i talent musicali televisivi hanno depauperato ogni altro concorso se in finale arrivano questi qui
RAMONA FLOWERS: ma.cosa.cazzo
MOBRICI: in quota chitarra e voce che al primo maggio è la morte della musica, il solito indie-inutile
BIGMAMA: la ascolto e mi viene in mente che ci vorrebbe un generatore random di cose da fare quando suoni dal vivo un pezzo su una base che ha una featuring e il cantante ospite non è presente sul palco
CLAVER GOLD: niente male, ma anche lui sulla base. A questo punto potevano risparmiare e non noleggiare la batteria e gli ampli degli strumenti
HU: è quella di Sanremo, ma più che una divinità senza sesso mi sembra una divinità senza voce
ROVERE: finalmente qualcuno sotto i trenta che suona, una specie di Lunapop del nuovo millennio ma in chiave pinguini cosi lì nucleari
VV: volatilissima
ANGELINA MANGO: avevo molte aspettative perché la seguo, in quanto apprezzavo il suo papà. Parla di cose come i walkman che sono entità che non gli appartengono ed è per questo che potrebbe sfondare tra i boomer come me. Ha scritto, come dice lei, un pezzo troppo profondo per il suo target. Si conferma molto raffinata, si vede che c’è una bella produzione, e il pezzo è suonato molto bene
MR. RAIN: ed è qui che mi chiedo: ma sono tutti uguali? Questo ha il coretto con una specie di bambini di Povia che fanno oh sotto, è il primo che fa due pezzi, così penso che dev’essere uno importante e mi chiedo come sia possibile
FASMA: esordisce con quattro AH, l’autotune sul rock fa ribrezzo ma vi giuro che sono uno a cui piace l’autotune. Pensa se fossi stato uno contrario al suo impiego. Mi trovo al cospetto di una specie di Blanco con venature di Achille Lauro, in pratica la sintesi della musica contemporanea. Il secondo brano ha uno sviluppo un po’ più originale, per fortuna.
DEDDY con CAFFELLATTE, un nome che fa paura solo a sentirlo a chi è costretto a cimentarsi con i “Me contro te” quotidianamente., la sola zuppa degli innamorati ragazzini che cantarappano.
MECNA: al millesimo cantante uguale a tutti gli altri inizio ad averne i coglioni pieni. Lui veste però in modo più originale e ha una band. Mi sembra una specie di coma cose ma senza le cose e suona una specie di cover di Raf che non si capisce perché prendere così i ritornelli altrui che già facevano cagare prima.
BRESH: ho perso il conto dei cantarapper, ma quanti ce ne sono? Mi dà l’ispirazione per pubblicare un post su FB con lo sfondo delle merde in volo. Poi però con la canzone dello svuota-tasche è riuscito a sorprendermi. Bravo.
RANCORE: bravo ma pretenzioso, fa rap per adulti ed è fuori contesto, di Caparezza ce n’è uno solo ed è ineguagliabile. In più parla solo a se stesso.
PSICOLOGI: partono con la chitarra, poi la stessa voce biascicata degli altri. Una generazione che, più che l’analisi, avrebbe bisogno della logopedia. Qui capisco che quello fuori luogo sono io, ma sto lavorando e tengo la tv accesa in sottofondo. Il ritornello è gradevole, ma le strofe due coglioni.
VENERUS è il primo decente e ascoltabile della giornata, porta il tizio della lega braccianti sul palco a festeggiare con un reggaettino per i lavoratori e solo per sapersi mettere da parte vince tutto. Poi suona “Redemption Song” anche se non ci arriva con la voce, così fa finta che il microfono non gli funzioni. Nel finale poi si riprende e addirittura si lancia in vocalizzi soul. Bravo.
COMA con le COSE, a me non fanno impazzire perché lui sembra una specie di Alioscia dei Casino Royale e hanno tutti i pezzi che sembrano “sì con riso senza lattosio” in versione downbeat. Poi arringano alla folla e con la seconda canzone mi viene il diabete. Fanno tre pezzi, si capisce che hanno fatto il botto. Il pubblico conosce i pezzi, ed è un bell’effetto.
No, le VIBRAZIONI no, vi prego, anche se finalmente c’è qualcuno che scalda il pubblico ed è triste ammettere che questo compito tocchi a dei vecchi di merda. Però aspettavo Giulia ma Gliulia non è immensamente arrivata. Peccato.
Con LUNDINI e il suo cantautorato demenziale tiriamo un po’ il fiato, anche grazie al TG3 e a tutte le sfortune di questo periodo storico.

LA RAPPRESENTANTE DI LISTA: finalmente si fa sul serio, questa sì che è una band da primo maggio, lei canta benissimo, sono il meglio del presente, sul futuro chi lo sa
MAX PEZZALI: mi fa così cagare che non lo commento nemmeno. Poche cose mi irritano come le sue canzoni.
ARIETE: se si capisse cosa dice potrei anche scrivere due righe. Ribadisco: chitarra e voce al primo maggio NO. Però poi fa un bel discorsetto sull’amore e un po’ si fa voler bene.
COEZ: ritorna la formula rap melodico con la pronuncia delle vocali a cazzo, ed è subito voglia di coricarsi che domani si va a lavorare.
ORNELLA VANONI, un mito punto e basta, qualsiasi cosa faccia. Ma anche se non fosse così anziana. Il fatto è che dovrebbe scegliere canzoni più semplici e con tempi pari. O, se sono pari, non renderli dispari. Un plauso ai musicisti che sono riusciti a starle dietro.
NOTRE DAME DE PARIS: che merda
MARCO MENGONI, una grande voce svilita dai pezzi che fa, è la versione maschile di Annalisa e in più non ha suonato l’unica canzone bella che ha e che è una delle canzoni più belle mai sentite a Sanremo. Sprecatissimo.
CARMEN CONSOLI: conferma il suo stile inutilmente articolato e lezioso che me la rende ostica da sempre. Poi in questa formula “white stripes” con Marina Rei mi trasmette ancora più ruvidezza. Però ho pensato che entrambe hanno suonato nell’edizione del concertone a cui ho partecipato anch’io e chissà se, tra loro, parlano di me. Già me le immagino. “Hei, ti ricordi l’anno in cui ci siamo conosciute? Era l’edizione del Primo Maggio in cui ha suonato quel tizio che ora fa il blogger”.
TOMMASO PARADISO: già dalle prime note capisci che fa musica di merda prendendosi sul serio come nessun altro.
RKOMI: che poi è Mirko al contrario. Ambra cita per lui il testo della canzone popolare di Fossati. Ogni due parole ne salta una perché probabilmente sono parolacce e si autocensura, questo la dice lunga sui suoi testi. Sembra comunque musica semplificata per deprivati, una riduzione dell’arte per persone con gravi problemi di apprendimento. Poi nell’ultimo pezzo addirittura non ce la fa più e salta intere parti di strofa. Io boh.
Su LUCHÈ mi chiedo invece cosa facciano quelli che stanno sul palco davanti alla tavola apparecchiata con dei macchinari incomprensibili mentre i rapper cantano. Io mi porterei qualcosa da leggere. Comunque una merda anche lui. Ha avuto però il grande onore di indurmi a coricarmi, tanto il resto (LUCA BARBAROSSA con gli EXTRALISCIO, MARA SATTEI, GAZZELLE, FABRIZIO MORO che faccio fatica anche solo a scriverlo tanto mi fa cagare, ENRICO RUGGERI, ancora LE VIBRAZIONI e ACE con JOAN THIELE, VENERUS, GEMITAIZ e COLAPESCE) posso anche immaginarlo.