Passpartù – Premiata Forneria Marconi

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Metti insieme un passe-partout e Re Artù, i disegni di Andrea Pazienza, qualche retaggio di rock sinfonico, la tradizione popolare e tutto quello che lo tsunami del 77 ha appena portato a galla. Il risultato? Una PFM in cerca di identità alle prove con il nuovo che avanza.

Sembra un paradosso ma “Passpartù”, per alcuni un vero buco nero nella discografia della PFM, è forse l’album della band che riflette di più il momento storico in cui è stato pubblicato, e non solo per l’artwork di un Andrea Pazienza agli albori della sua carriera. Un’epoca di ingenue ma significative sperimentazioni, crocevia di generi oramai superati e di fermenti pronti a esplodere di lì a poco.

Il disco, uscito nel 1978, costituisce inoltre la testimonianza di quanto il punto di forza della più celebre formazione del nostro panorama progressive si sia improvvisamente rivelato un limite, in un mondo e una società che si stava radicalmente trasformando. La Premiata Forneria Marconi è una delle poche band della storia della musica priva di un frontman, un leader carismatico, una primadonna, caratteristica in cui risiede una delle chiavi del loro successo. Negli album degli esordi, quelli che hanno reso la loro musica immortale, cantano tutti, e privare i fan di una figura di riferimento in cui identificare il brand sembra davvero l’ultimo dei problemi. Non importa se non c’è un Peter Gabriel o un Ian Anderson, un cantante vero e proprio che metta la sua faccia sulla carta d’identità del gruppo, qualcuno in piedi di fronte al pubblico pronto a farsi da parte con uno strumento in mano (o una grancassa di rappresentanza davanti, non amplificata per evitare pasticci con le parti già sin troppo elaborate di Phil Collins) nelle lunghe suite strumentali tipiche del genere musicale professato.

Nella PFM non milita nemmeno un Francesco Di Giacomo, con una voce e un timbro così particolare e una portata intellettuale da assurgere a elemento rappresentativo del gruppo. Nella loro prima fase artistica sono Mussida, Premoli e Pagani che si alternano – con ottimi risultati – al microfono e spesso è Di Cioccio a introdurre i brani dal vivo. L’assenza di un cantante puro lascia spazio a tutti, un approccio vincente totalmente in linea con la filosofia del progressive vero, in cui la musica e gli strumenti – voce compresa – sono gli unici protagonisti, senza tanti fronzoli.

Il successo internazionale ottenuto grazie alla riproposta dei loro primi album adattati ai testi in inglese di Peter Sinfield, già paroliere dei King Crimson, con versioni parzialmente ripensate per un gusto più angloamericano (i primi approcci oltremanica furono tacciati di eccessiva italianità dalla stampa britannica) favorisce l’incontro tra la formazione storica della PFM e Bernardo Lanzetti, un cantante con un passato negli Acqua Fragile che, grazie agli studi in USA, se la cava bene con la lingua del rock.

Succede però che i due album pubblicati con questa line-up, “Chocolate Kings” e “Jet Lag”, coincidano con la fine dell’epopea del progressive. Il primo suona tutt’ora sopra le righe, se paragonato ai primi lavori, mentre il secondo – a mio giudizio uno dei migliori della storia della PFM – spinge verso atmosfere jazz-rock, complice l’uscita di Mauro Pagani e l’ingresso del violinista americano Greg Bloch, un cambio di marcia che avvicina la PFM alle sonorità dei Weather Report. Nel frattempo è già il 1977 e il gusto del pubblico sembra virare agli antipodi.

La Premiata Forneria Marconi non passa indenne dalla damnatio memoriae nei confronti del rock sinfonico imposta dai fermenti sociali che dilagano in Italia, gli stessi che indeboliranno gli argini da cui tracimeranno fenomeni come il punk e i nuovi movimenti di autonomia culturale. Lanzetti sfoggia comunque una personalità artistica originale e di indubbia qualità – aspetti che emergeranno anche nei lavori solisti successivi – e, con la collaborazione del cantautore Gianfranco Manfredi, contribuisce a posizionare le nuove composizioni del gruppo entro i confini dei contenuti di quella che è la musica italiana del momento, un ruolo in cui il resto dei musicisti però non sembra sentirsi perfettamente a proprio agio.

“Passpartù” risulta così un ingenuo mix di canzonette intelligenti (“Se fossi cosa”) che strizzano l’occhio a quel che resta del progressive (“I cavalieri del tavolo cubico” e “Su una mosca e sui dolci”) e la musica popolare (“Viene il santo”), genere nel pieno di un vero boom di notorietà (pensate al Duo di Piadena che aveva partecipato pochi anni prima a Canzonissima). Senza contare la nostra canzone d’autore: non a caso “Passpartù” costituirà il trait d’union tra il background della PFM e il repertorio di Fabrizio De André, artista per il quale il gruppo aveva già prestato la propria tecnica strumentale suonando ne “La buona novella”. Gli arrangiamenti di “Svita la vita” e della titletrack sembrano anticipare certe soluzioni d’effetto con cui la PFM reinterpreterà – di lì a poco – canzoni come “Bocca di rosa” o “Il pescatore”, sulla carta veri e propri mostri sacri e intoccabili ma a cui la band di Mussida, sopra a ogni pronostico, riuscirà ad aggiungere un valore inestimabile.

In generale un album quasi completamente acustico, privo di chitarre elettriche e synth, con alti e bassi che conducono al pezzo di chiusura (“Fantalità”), una traccia da skippare senza pietà, se non per certe trovate che – a posteriori – ci ricordano curiosamente Elio e le Storie Tese.

“Passpartù” prima e il successo degli album live con De André, pubblicati nel biennio successivo, gettano anche le fondamenta per il nuovo corso che la Premiata Forneria Marconi inaugurerà a breve gito. L’esperienza cantautorale, una fase – vista da qui – tutt’altro che di transizione, renderà meno traumatico l’incontro della band di Di Cioccio con gli anni 80 e li renderà più resilienti al rock urbano (e lezioso) che li porterà ad album come “Suonare suonare” e “Come ti va in riva alla città”, prima di tornare a incarnare la loro essenza nel fenomeno di culto progressive di cui sono stati oggetto, nel nuovo secolo, in tutto il mondo.

la canzone scomposta

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Non mi piace citare me stesso – cioè in realtà mi piace molto ma sono troppo umile per ammettere di non essere umile – comunque tempo fa, in una recensione a caldo delle canzoni del Festival di Sanremo, ho definito il pezzo “Voce” di Madame una canzone scomposta. Un giudizio che mi è venuto di getto e che non saprei spiegare se come un modo di affrontare la creazione musicale non come somma di parti, da cui, appunto, la composizione, piuttosto come una sovrapposizione delle stesse che, messe come intralcio l’una dell’altra e non in sequenza, vanno a contaminarsi a vicenda nei punti in cui si soffocano reciprocamente. Sotto a “Voce” c’è una griglia tutta storta fatta di celle i cui bordi non coincidono, tanto che la geometria tradizionale della musica, quella che ci fa andare a tempo e che ci beneficia di schemi grazie ai quali riusciamo a prevedere ciò che succederà subito dopo, fa a farsi friggere. Il punto è che questo lavoro di destrutturazione sembra non essere avvenuto a posteriori, non credo che sia frutto di un arrangiamento pensato per eccellere in originalità. Sono convinto che gli autori della generazione di Madame abbiano proprio questa libertà artistica nella testa e, di conseguenza, nelle melodie, nelle armonie e nelle parole. Nessun essere umano riuscirebbe a rendere tangibile una metrica di versi come quella, a meno di non aver mai avuto influenze culturali da ciò che c’è stato prima. Per una volta i giovani artisti sembrano davvero liberi da tutto, anche quando fanno del poppettone melenso da classifica come quello e non musica a elevato tasso di complessità e difficile da sostenere. Noi invece li ascoltiamo alla radio o di strascico perché li ascoltano i nostri figli e finalmente possiamo non capirli più, abbandonarli al loro nuovo ordine mondiale e tornare al nostro passato fatto di cose che interessano solo a noi. Poi però succede che qualcuno cerca di appesantire questi nuovi fenomeni con delle zavorre di cui secondo me gente come Madame farebbe anche a meno. Spero infatti che l’esser stata insignita del premio Tenco come miglior canzone non le faccia né caldo né freddo ma viva la cosa come se una vecchia zia le avesse regalato un capo di abbigliamento vintage ricamato a mano ma destinato alle tarme, ai tempi dell’elastan e di Primark.

c’è un Armstrong più spaziale dell’altro

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Armstrong aveva uno stile intenso ed emotivo, radicato nel blues del Mississippi, e che raccogliendo dalla tradizione di New Orleans sembrava far parlare la tromba: i suoi assoli sembravano dei discorsi. Il suo modo di suonare era dirompente e nuovo anche per l’interpretazione frenetica del ritmo, mai sentita prima nel jazz e che da lì in avanti diventò imprescindibile: la cadenza del suo fraseggio, i tempi e le sincopi dei suoi assoli avrebbero rappresentato il fondamento dello swing, cioè il genere che avrebbe dominato la musica americana per i seguenti vent’anni.

Tutti imitavano Armstrong, non solo i trombettisti – Ellington diceva che voleva «un Armstrong per ogni strumento» – e tutti andavano a vedere i suoi concerti quotidiani con la band di Henderson al Roseland, sulla 52esima strada a Manhattan.

C’è questa bellissima biografia di Louis Armstrong su Il Post. Metto il link qui per non perderla e per ricordarmi di leggerla in classe, quando ricomincerà la scuola.

sotto il palco

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Nelle mie lezioni cerco di presentare la musica in tutte le sue forme. Manca solo la dimensione della musica suonata, il che apparentemente costituisce un paradosso: la musica si fa principalmente con gli strumenti in mano. Non è facile, però, organizzare una classe di musica con studenti la maggior parte dei quali non ha mai preso lezioni pratiche. La scelta di uno strumento da attribuire individualmente dev’essere ponderata secondo le attitudini del singolo ma, circoscritta in un programma didattico e in tempi poco accomodanti, non è perseguibile. E poi si pone il problema di che tipo di ensemble formare, con una ventina di bambini o ragazzi. Un’orchestra vera e propria con archi, ottoni, legni e percussioni? Una banda da strada? Oppure, considerando l’impossibilità di insegnare venti strumenti diversi, comporre quattro gruppi da cinque elementi ciascuno e poi lavorare separatamente su batteristi, bassisti, chitarristi, tastieristi e cantanti? Fantascienza pura. Si potrebbe scegliere uno strumento per tutti, un rigido flauto o un più gradevole glockenspiel, che è quello che poi facciamo tutti, per non limitare il coinvolgimento alla sola vocalità. A me piace ascoltare musica tutti insieme, che è poi una delle mie grandi passioni quando sono a casa e quindi non vedo perché non mi ci possa dedicare anche a scuola. Ne scrivo spesso, qui, perché è un’attività che – curata nei dettagli – garantisce soddisfazione, consente di comprendere il carattere e le personalità degli alunni, permette il confronto e il dialogo, è inclusiva e aiuta gli studenti a mettersi in gioco e a farsi conoscere più approfonditamente grazie ai loro brani preferiti. Capita spesso che si riferiscano ai loro beniamini con un trasporto sorprendente, un attaccamento sicuramente diverso dalla venerazione che ho io per i Cure o David Bowie ma, al netto dell’ingombro della dimensione videoludica, non per questo non degna di attenzione. In questi casi mi impegno sempre a valorizzare gli artisti da cui si sentono ispirati – anche quando, oggettivamente, fanno cagare – e suggerisco loro di andare a vederli dal vivo, un giorno in cui finalmente si potrà uscire e ci si potrà sfogare liberamente sotto il palco scambiandovi il sudore e urlando senza mascherina. Cerco di trasmetter loro l’idea che il concerto è un’esperienza che non ha confronti. Vedere e ascoltare la musica live è una dimensione a sé in cui le vibrazioni dei suoni ci urtano e ci penetrano nelle viscere. Parlo ai miei alunni delle frequenze basse che fanno tremare la pancia, di quelle acute che ci fanno vibrare i timpani delle orecchie, dalla batteria che è una cosa miracolosa e che ci fa muovere a tempo. Racconto anche delle migliaia di sconosciuti con cui ci si ritrova, che sono lì come noi in quel momento per lo stesso identico motivo, persone che percepiscono la stessa cosa in un modo probabilmente all’opposto del nostro e che invidiamo perché cantano a memoria strofe che non ci ricordiamo. Ogni tanto trovo qualcuno che ha visto Vasco con i genitori a San Siro, altri che hanno partecipato a qualche rassegna estiva in piazza alla ricerca dei tormentoni, persino qualcuno che ha letto che nella località in cui trascorrerà le prossime vacanze si esibiranno in Maneskin, e poi ci sono molti meno privilegiati che hanno solo l’idea di cosa possa essere un concerto. A tutti dico di farsi regalare un biglietto del loro cantante o band preferita, appena si presenterà l’occasione, e di correre a vedere la musica dal vivo che è una delle esperienze più coinvolgenti e appaganti del mondo.

a volte basta un gesto

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Da quanti anni è in voga la trap tra i giovanissimi? Anche troppi, direte voi. Ma se siete ascoltatori attenti come me vi sarete accorti che le cose sono cambiate moltissimo. Sono cambiate alla velocità della luce come tutte le cose che cambiano ai nostri tempi grazie o per colpa di Internet, dei socialcosi e di tutta quella roba lì che ha ridotto la scala delle distanze spazio-temporali a un nanosecondo contro le settimane e i mesi e gli anni di una volta. Comunque, per farla breve, la narrazione delle gang di periferia, della droga, dei disadattati e del nichilismo dei giovani annoiati tutti brand di lusso e Tesla ha lasciato il posto a un poppettone, per non dire polpettone, in cui il flow somiglia sempre più a una melodia (grazie al demone dell’autotune) e la trasgressione si è ridotta a smancerie – a volte da macho altre da personalità sensibili e fragili – ma sempre rivolte alla donna amata. Un trend di cui è facile accorgersi osservando le dodicenni cantare a memoria le strofe velocissime dei loro beniamini mimando le movenze che è facile ritrovare nelle versioni video dei brani su Youtube. Osservatele fuori da scuola, gobbe sul loro smartphone, doppiare all’unisono le parole sull’audio della cassa del telefono che sembra più un ronzio che un vero suono. Mi chiedo che cosa possano provare, usi alla bassa qualità, a mettere le loro canzoni preferite sull’impianto hifi di mamma e papà. Le ascolto cantare le rime veloci della trap e mi chiedo se anche loro, come i cantanti che ascoltano, a forza di usare così male voce e respiro un giorno avranno bisogno di un buon logopedista. Ecco, peggio della pop/trap di oggi c’è solo il pubblico della pop/trap che canta sui brani originali riprodotti sul telefonino. Ma meno male che si tratta di un genere dai giorni contati, almeno come lo conosciamo. Lo ha detto un tizio su un blog, e voglio dargli credito.

al momento solo il marito

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In questi giorni, 35 anni fa, i The Smiths – o gli Smiths, come diciamo noi anche se qualcuno sostiene che non sia corretto – pubblicavano “The Queen Is Dead”. Stavo sveglio per ascoltare Rai Stereonotte e così, proprio in una notte di quelle notti folli, giovani e in stereofonia, mi piace pensare proprio in quella del 16 giugno dell’86, hanno messo la title track che è un pezzo straordinario, forse il più bello di tutto il disco. Ma no, è molto meglio “Bigmouth Strikes Again”, quante volte l’abbiamo ballato nella nostra vita? A pensarci bene, forse il brano più significativo è “There Is a Light That Never Goes Out”, che poi è la canzone di sicuro più conosciuta della band di Morrissey. Ma vogliamo parlare di “The Boy with the Thorn in His Side” o della poesia di “I Know It’s Over”, anche se in realtà è molto più iconica l’irriverente “Vicar in a tutu”? E allora “Cemetry Gates”? Sono sicuro che sia quella la traccia più ascoltata del disco e fa a gara con “Frankly, Mr. Shankly”. No, ragazzi, non c’è storia: la struggente “Never Had No One Ever” le batte tutte. Eppure, c’è chi non smetterebbe mai di mettere “Some Girls Are Bigger Than Others”. Aspetta, vuoi forse dire che è tutto il disco a essere pazzesco?

re del silenzio

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La collega che sedeva nella postazione proprio accanto alla mia, nell’agenzia di comunicazione in cui lavoravo prima di fare l’insegnante, aveva questa suoneria qui e riceveva diverse telefonate al giorno.

black midi – cavalcade

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Immaginate di approcciare una ragazza. «Ehi ciao, hai sentito il nuovo singolo dei Black Midi? S’intitola Chondromalacia Patella». Se vi va di sfiga e la tipa mastica il latino, avete appena servito su un piatto d’argento la migliore scusa per farvi rilasciare un due di picche da manuale. «Si dice Chondromalacia Patellae, è un genitivo della prima declinazione». Ma anche se siete fuori target per chi ha fatto il liceo o si è laureato in medicina, quale appeal pensate possa avere un tentativo che sottende un non-detto del tipo «Vuoi salire da me a vedere la mia collezione di dischi di prog-jazz»?. «No guarda, non posso, sto andando a sentire un amico che suona in una tribute band dei Måneskin».

Insomma, sembra che nel 2021 ci siano tutti i presupposti affinché ritorni in auge una dinamica antica quanto il rock, in grado di minare la vita sociale dei consumatori di musica leggera. La mia generazione è piena di appassionati di musica considerati da adolescenti degli sfigati perché legati ai retaggi dell’Elektric Band o dei Weather Report mentre tutto il mondo si spostava sotto il palco dei Duran Duran. Corsi e ricorsi storici. E così, oggi, “Cavalcade” è un nuovo esempio di quei dischi da ascoltare da soli, chiusi in casa, e di cui è meglio ometterne il possesso con gli amici per non destare preoccupazioni, per non parlare di chi è riuscito a mettere le mani sulla versione a tiratura limitata comprensiva dei flexi-45 giri con i rifacimenti – alla Black Midi – di canzoni che spaziano da Taylor Swift ai King Crimson.

Il fatto è che è impossibile non mettere a confronto “Cavalcade” con “Schlagenheim”, sarebbe ingiusto verso tutte le band che esplodono con un disco d’esordio epocale e poi si cimentano con il secondo album, universalmente riconosciuto come il più difficile della carriera. Il primo lavoro dei Black Midi poteva infatti essere frainteso come un disco da sfigati di cui sopra, ma la significativa componente post-punk, frutto di un “cantato” (cantato molto tra virgolette) degno di John Lydon con i PIL, riportava l’album in quota musica sì di nicchia ma da alternativi fighi. Non caso, “Schlagenheim” ha fatto piazza pulita della concorrenza nelle classifiche del 2019.

Nel frattempo, il chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin si è preso una pausa per problemi di salute e il suono della band di South London si è arricchito (ma qualcuno dice appesantito) di cose come il sax e violino. In più, il retrogusto no-wave ha lasciato spazio a qualche scelta di maniera alla funky-noise-Primus, per capirci, spostando il baricentro verso la tecnica a scapito dell’estro, il che cambia sicuramente le carte in tavola e obbliga l’acquirente a sintonizzare meglio la predisposizione all’ascolto.

Ma non è solo questo il plot twist di “Cavalcade”, considerando che nel disco trovano spazio anche il mood da Burt Bacharach di “Marlene Dietrich”, la fusion un po’ fighetta di “Slow”, il corpo sinfonico di “Diamond Stuff”, il prog di “Ascending Forth”. Il disco va seguito lungo uno slalom stilistico che, aggiunto alle traiettorie strampalate dovute ai continui stop and go, salti di tempo e cambi di riff, porta l’esperienza a un appagante stremo fino a un epilogo felicemente estenuante. Si fatica ma la sensazione finale è piacevole, come quando si supera a pieni voti un esame laboriosissimo o quando si rientra dopo un allenamento super-intenso e fanno male tutti i muscoli.

Se è vero che, a fare le cose un po’ improvvisate e di pancia come in “Schlagenheim” i Black Midi avrebbero corso il rischio di annoiarsi (lo dicono loro, eh), il proposito di affrontare lo sforzo compositivo con maggior rigore e più testa questa volta di sicuro è stato rispettato. L’indiscutibile varietà di atmosfere di cui si pervade il disco va così a colmare proprio quella lacuna di genuinità che si riscontra sovrapponendo i due primi capitoli della band di Geordie Greep. Nell’insieme, comunque, “Cavalcade” resta un’opera monumentale e lascia l’impressione che sia solo il preludio di qualcosa di ancora più estremo.

blasfemia

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Nel video di “7 miliardi”, un brano da 17milioni di visualizzazioni, il cantante Massimo Pericolo, nell’ordine:

  • brucia la sua tessera elettorale
  • fa un riferimento esplicito al consumo di droga
  • fa un secondo riferimento esplicito al consumo di droga
  • esprime un concetto ampiamente offensivo per il genere femminile, a parole e con un gesto eloquente
  • insulta le forze dell’ordine
  • istiga all’abuso di alcolici
  • esprime un secondo concetto ampiamente offensivo per il genere femminile
  • fa un terzo riferimento esplicito al consumo di droga
  • parla di suicidio
  • bestemmia
  • dice fanculo accompagnato da un gesto dal significato analogo
  • fa un quarto riferimento esplicito al consumo di droga
  • mostra nel video un quinto riferimento esplicito al consumo di droga
  • fa un sesto riferimento esplicito al consumo di droga
  • esprime a parole e a gesti un terzo concetto ampiamente offensivo per il genere femminile
  • incita all’antipolitica

Di tutto questo, l’unica cosa occultata e censurata nel video è la bestemmia. Ma anche se cercate il testo su Google.

voce del verbo rockare

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Chissà se Renato Serio e Romolo Siena, autori di “Ti rockerò”, successo di Heather Parisi pubblicato nel 1981 e classificatosi al settimo posto dei singoli più venduti dell’anno, sono consapevoli di aver composto l’unica vera risposta plausibile a “We Will Rock You” dei Queen. La questione sembrava averla già chiusa Eugenio Finardi con l’album “Roccando Rollando” nel 1979, anche perché il film “Rocco e i suoi fratelli” del 1960 giocava un altro campionato, ma è evidente che coniugare il verbo rockare con la sua coniugazione non è cosa semplice.