strani sintomi

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Non è scritto da nessuna parte che le canzoni che rimangono nella nostra anima come archetipo emotivo di qualunque cosa – un amore, un sentimento di ribellione, la malinconia, il sentirci invincibili e tutto quello che volete – siano pezzi universalmente individuati come le colonne portanti della nostra cultura. Certo, quando mettiamo a segno qualcosa con successo vorremmo avere un dj universale che fa ascoltare al resto del mondo con un impianto hi-fi in grado di raggiungere tutti gli angoli del creato “We Are The Champions” e cose così, magari abbinato a un video in cui noi vestiamo da re davanti a decine di migliaia di persone a Wembley.

Poi però ognuno di noi ha un repertorio intimo – che magari teniamo alla larga da qualunque istinto di condivisione, la malattia del secolo – fatto di brani da quattro soldi che però, chissà perché, si sono estesi dentro di noi come una macchia di piacere indelebile. Una cosa che poi non sappiamo spiegare a nessuno perché nessun altro, tranne noi, potrebbe capire ma, discutendo di questo, rilancerebbe con la sua, di canzone che gli è rimasta dentro, e che, per noi, non significa altrettanto niente o, nel migliore dei casi, non abbiamo mai sentito.

Dev’essere per questo che, poco fa, mi sono trovato in sogno a casa di Diana Tejera, cantante dei Plastico e autrice di “Strani sintomi”. Se volete qualche coordinata, siamo nel 2001 e il file .mp3 – nel caso migliore – l’avrete salvato nella cartella “one shot” oppure “roba di MTV”. L’avevo rintracciata proprio tramite Facebook, e questo vi assicuro che è successo per davvero, dove ho scoperto che, terminata l’esperienza della band, ha una carriera che prosegue come cantautrice. Nel sogno, invece, visto che mia moglie e mia figlia erano al mare, ho accettato il suo invito a trascorrere un pomeriggio a casa sua in occasione di una sorta di reunion. Il problema era che loro erano ragazzine come ai tempi del video di “Strani sintomi”, malgrado fossero passati ventun anni, per questo sua madre non comprendeva appieno l’interesse di una persona anziana come me per artiste così in erba. A quel happening casalingo per fortuna c’era qualche altro fan affezionato come il sottoscritto, ma non più di una decina di persone intente a consumare patatine e bibite ma tutte desiderose che la band imbracciasse gli strumenti – malgrado la situazione casalinga imponesse rivisitazioni unplugged dei brani – e si mettesse a suonare e cantare la nostra canzone preferita. E, come tutti i sogni migliori, è bastato il primo accordo di chitarra per manifestare tutta la stranezza della scena, destarmi dal sonno e mettere la parola fine al concerto.

state attenti

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Mi era successo quella volta dei fondamentalisti che avevano brutalmente sgozzato alcuni turisti americani in un paese del nord Africa. Poi anche a ridosso dell’11 settembre, ma quella era più una riflessione sui rischi della velocità e del volo: un aeroplano che, in prospettiva, sembrava attraversare un mini-grattacielo solo perché in linea d’aria verso la pista di atterraggio. E poi ieri: Ciriaco De Mita che mi interrogava a un esame di diritto. Forse perché, proprio prima di addormentarmi, avevo ripassato mentalmente l’unica canzone di successo di un gruppo demenziale di una volta, mi sfugge il nome ma c’entravano i maiali e la plastica, e il brano – dedicato all’ex segretario della DC – raccontava dell’ossessione di incontrarlo ovunque, a partire dall’ingresso dello stadio gremito per una partita di pallone.

Il sogno, invece, è stato piuttosto esplicito. Mi recavo nell’aula della facoltà allestita ad hoc per la sessione. Fuori c’era solo qualche studentessa impegnata nel ripasso dell’ultimo minuto con un libro sul grembo. Dentro, il professor De Mita con la sfilza di assistenti già pronti per valutare i candidati. Al mio ingresso mi accoglieva indirizzandomi al registro su cui annotare la mia iscrizione. Ce n’erano diversi, ognuno su un banco con indicate, sulla copertina, le iniziali dei cognomi – in ordine alfabetico – a fianco dei quali apporre la firma.

Il mio era già gremito di presenze e, se anche gli altri fossero stati così zeppi di candidati, non so quanti giorni ci sarebbero voluti alla commissione per sentirci tutti. Il fatto di dover sostenere un esame di diritto, naturalmente, costituiva una preoccupazione non da poco. Ero consapevole di non aver studiato nulla, di aver già concluso l’esperienza universitaria più di trent’anni fa, e soprattutto di aver frequentato in un corso di laurea in cui, per fortuna, la materia oggetto dell’esame non è contemplata dal piano di studi. Eppure De Mita sembrava ansioso che venisse il mio turno. La cosa è finita lì, e non avrebbe avuto nessun strascico se non avessi appena letto della sua morte. Quindi niente, fate attenzione. Se vi sogno, non vi dico nulla per non farvi preoccupare.

la leggenda del pianista triste

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La nuova formula dell’esame di maturità adottata quest’anno la ricordavo differente ma, al cospetto della commissione, mi astengo da qualsiasi commento. Quello che non riesco a focalizzare è il motivo per cui mia figlia abbia scelto me come partner per sostenerlo e, soprattutto, perché io mi sia prestato. E vi assicuro che non è come nei quiz televisivi in cui il concorrente può chiedere l’aiuto telefonando a casa, in caso di dubbio. Mi hanno fatto sedere lì, al suo fianco, nella postazione adibita proprio di fronte ai professori e mi tempestano di domande ma non li biasimo. Quello in cui devo ancora sostenere l’esame di maturità malgrado sia già pienamente laureato e, a dirla tutta, più in prossimità del pensionamento che del primo impiego costituisce il più longevo dei miei incubi ricorrenti. Di certo non mi sarei mai aspettato che il soggetto prevedesse uno spin-off proprio quest’anno in cui è mia figlia a terminare il liceo.

Lei se l’è appena cavata molto bene. Sciorina cose di latino, greco, filosofia, storia e letteratura italiana che davvero non mi capacito come sia possibile ricordare. Ed è una cosa che penso ogni volta che mi chiede aiuto per ripetere la lezione in prossimità di un’interrogazione. E malgrado abbia seguito a grandi linee un analogo percorso di studi umanistici mi meraviglio di quanto io, invece, non mi ricordi più un cazzo e di come sia stato possibile superare esami universitari trent’anni fa che prevedevano programmi incommensurabili.

Non a caso quando poi viene il mio turno – la valutazione finale verrà calcolata attraverso una media delle prove di entrambi – le cose prendono una brutta china. Qual è il lago più esteso del continente oceanico. L’anno del trattato di Verdun. Quali province italiane si affacciano sul golfo di Policastro. In che anno è morto Salvatore Quasimodo. Chi c’era a capo del primo governo di unità nazionale dopo il forfait di Badoglio. Fino a un’inaspettata sorpresa: di quanti fogli di calcolo è composto di default un file di Excel al momento della sua creazione.

Più che una prova di maturità sembra uno di quei test assurdi a risposta multipla che vengono somministrati durante i concorsi per gli insegnanti ma è un problema antico quanto la pubblica amministrazione. Anche se sto vivendo un sogno, resto consapevole del fatto che la scuola – almeno quella italiana – è l’unica organizzazione al mondo priva di un’adeguata selezione del personale e che demandare a una prova nemmeno degna della settimana enigmistica la carriera di un aspirante docente non sta né in cielo né in terra. Vorrei anche chiedere il senso di fornire risposte che potrei dare in pochissimi secondi cercandole su Google ma ho capito la lezione, almeno quella. La commissione mi congeda e, malgrado poco prima sia riuscito a collegare diversi argomenti – le opere di Douglas Coupland, le cover di “Just Like Heaven” dei Cure, come effettuare ricerche nei file log di Google Workspace – vivo la netta sensazione che la mia performance possa compromettere il voto finale di mia figlia.

Mi accomodo in attesa dell’esito in una saletta laterale dove c’è la sua prof di scienze che, davvero, è l’esempio in carne e ossa di quello che ho appena pensato sul reclutamento dei docenti. Noto però con piacere che il tavolino davanti al quale mi siedo in realtà è un pianoforte con tasti tutti bianchi – compresi quelli che tradizionalmente sarebbero neri – costruiti con i Lego e con un efficace design a scomparsa in cui occorre premerli per verificare che sono tasti di un pianoforte, spero di essermi spiegato. Il che, inutile dirlo, rende lo strumento ancora più complicato da utilizzare.

Sposto lo zaino porta-pc e altre cose per sgomberare la tastiera e inizio a suonare tutto il mio repertorio di pezzi interrotti a metà. La riduzione semplificata che strimpello da sempre di “Firth Of Fifth”, il solito improvviso di Schubert che ho imparato fino a un certo punto e altri tentativi di ingraziarmi la prof di scienze ma il gap di sensibilità artistica fra me e lei che, davvero, nessuna azienda sulla faccia della terra prenderebbe a lavorare con sé risulta più che evidente. Anche lei ha capito che il mio problema, da sempre, sta tutto nella mancanza di costanza. Finisce come al solito, che con la mano sinistra faccio la sequenza di accordi delle dodici battute del blues con la tecnica del four way closed e con la destra suono la melodia a terze di “Blue Monk”, almeno come credo di ricordarla.

sulla base

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Non conosco i gusti musicali delle mie colleghe, non ne abbiamo mai parlato. Solo una volta Benedetta ha fatto cenno alla sua passione per i Pearl Jam ma poi non ho approfondito. Non c’è mai tempo e l’umanità è talmente variegata che non riesco a immaginare un collegio docenti che abbia all’ordine del giorno i Cure, per esempio. Devo aver incrociato questa riflessione con un dato reale sull’aumento dei biglietti dei concerti – i Massive Attack a Milano la prossima primavera costano quasi 50 euro – per ambientare nella platea dell’auditorium della mia scuola quanto sto per raccontarvi. Sul palco ci sono i Rage Against The Machine ma con una line-up parziale, composta solo da Zack De La Rocha accompagnato dal batterista. Nemmeno in sogno è possibile delineare una riduzione dei loro brani più famosi a solo due strumenti. Di certo il loro stile risulta ostico alle colleghe che sono sedute nei divanetti appena rimessi a nuovo dal comune di fianco a me e nella fila davanti. Si alzano e si allontanano con quella espressione che fanno le persone quando non capiscono quello che gli è stato detto. La collega seduta davanti, addirittura, per non disturbare i spettatori e costringerli ad alzarsi al suo passaggio, striscia umilmente sotto i sedili. Probabilmente si tratta di un concerto gratuito, se qualcuno si permette di abbandonarlo a metà. È un comportamento che trovo inammissibile. Per ammortizzare il costo del biglietto si deve rimanere fino all’ultimo bis, e andarsene è ammesso soltanto quando non c’è stato nessun investimento economico. La band sul palco attacca con “Killing in the name of”, il loro più grande successo. Confermo il fatto che, per un genere così guitar-based, presentarsi solo voce e batteria può risultare limitante. Mi vengono in mente i Twenty One Pilots, ho fatto ascoltare un paio di loro canzoni la settimana scorsa in classe. Simone aveva proposto Eminem ed è lì che ho pensato che il cantante un po’ gli somiglia, almeno nel timbro. Nessuno dei miei bambini mi ha dato ragione ma non li biasimo, probabilmente sono troppo piccoli per certe raffinatezze da addetti ai lavori. Comunque non mi sembra un problema. I RATM eseguono il loro cavallo di battaglia senza far rimpiangere l’assenza di Tom Morello. Poi però a un certo punto, nella seconda parte della canzone, nel punto più concitato, mentre Zack De La Rocha si lancia sul pubblico, il batterista si alza e inizia a pogare da solo. La cosa curiosa è che la canzone va avanti come se niente fosse ed è in quel momento che capisco tutto. Anche i RATM suonano con le basi pre-registrate come facevamo noi quando militavo nell’orchestra di liscio. Che delusione. Non è possibile. La canzone finisce e ci mettiamo a polemizzare seduti in platea, ai tempi del Covid un concerto con il pubblico in piedi è fuori discussione. Il batterista sembra molto seccato di quel brusio – nemmeno fossimo a messa – e passa tra la gente per chiedere un po’ di silenzio. Il concerto ormai ha perso d’interesse, così mi metto a osservare le bancarelle di dischi usati che sono posizionate ai lati della sala. Una è fianco del palco e vende, oltre agli ellepi, del merchandising della band, un particolare che mi convince del fatto che si tratti di una bancarella ufficiale, quindi americana, quindi con prezzi dei dischi fuori dalle logiche della bolla che sta inghiottendo il mercato del vinile qui in Italia, ora che è così tornato di moda. Dai contenitori posizionati su uno dei tavoli noto alcune copertine che fanno al caso mio. Alle mie spalle c’è un altro venditore. Si trova a fianco del bar e probabilmente è di stanza del posto. Non ho dubbi su quale visitare per primo. Inutile dire che, appena mi avvicino, i contenitori di dischi spariscono dal sogno ed è un peccato perché avevo proprio voglia di fare affari. Mi devo accontentare del solito rigattiere da mercatino dell’usato di Milano, uno di quei finti fricchettoni che mettono i trentatré giri minimo a venti euro, indipendentemente dal titolo. Mi avvicino e mi accorgo che è ancora peggio. Si tratta di una specie di bookshop come quelli dei musei, cari come il fuoco. Hanno solo ristampe in edizioni di lusso e a costi proibitivi. Sono comunque soddisfatto di come è andata la giornata. Poco prima, nei pressi dei bagni ubicati al piano inferiore, ho trovato un soprabito primaverile nuovo di pacca, ancora con il cartellino. Sembrava abbandonato e l’ho fatto subito mio. Mi calza a pennello anche se il colore – blu carta da zucchero – pur essendo il mio preferito è impossibile da abbinare al resto del mio abbigliamento. Mi convinco che nulla più mi trattiene al concerto, né la compagnia, né la musica e tantomeno la possibilità di espandere la mia collezione di vinili. Superata la sala concerti, l’auditorium sembra un museo a tutti gli effetti. Ed è per questo che all’uscita l’addetto al guardaroba, uno di quelli che nella puntata di Presa Diretta della scorsa settimana ho scoperto essere pagati meno di un operatore delle pulizie, premesso che ho molti amici che lavano gli uffici, nota il soprabito che indosso e mi ringrazia di volerlo riconsegnare, qualcuno lo aveva appena smarrito.

gomma

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Un signore anziano sta sputando sentenze contro le nuove generazioni. La sala d’attesa è gremita, l’uomo ha la mascherina che gli protegge solo il collo e il rischio è che, a corredo delle invettive, ci siano saliva e roba in grado di ammalare il prossimo. Non so quando sia iniziata la nuova era. Una volta i vecchi si lamentavano dei ragazzini, dei giovanissimi, insomma, per tutti quei motivi per i quali lo scontro generazionale risultava indiscutibile. Da un po’ di tempo ce l’hanno con un altro tipo di giovani, quelli tra i trenta e i quarant’anni, gente che potrebbe essere i loro figli. Io ho scampato per un pelo il target di questa insofferenza anche se, parliamoci chiaro, non è che noi siamo tanto meglio. Ne deriva che la responsabilità di cotanta insulsaggine è di sua competenza, sua e dei suoi coetanei. Per noi, che a differenza dei trenta e quarantenni abbiamo figli già alle soglie della vita da adulti, si vedrà. L’aggravante è che sono un insegnante, quindi il mio ruolo di educatore potrebbe essere fallimentare il doppio, così, finché posso, evito di intervenire e di darmi la zappa sui piedi. Il vecchio sostiene che la sua accezione di giovane d’oggi è responsabile per aver reso la tecnologia inaccessibile ai non addetti ai lavori digitali. Dice che prima o poi ci sarà un governo di tecnici informatici, uomini che si accentreranno il potere immenso di rendere sempre più complessa la tecnologia tagliando fuori dai giochi chi è poco avvezzo. Un golpe subdolo che già iniziato con lo SPID.

Nell’atrio in cui ci troviamo – nel sogno non si capisce bene, la scena potrebbe svolgersi nell’attesa di una delle ennesime dosi di vaccino ma anche all’ufficio postale, dove i vecchi come lui, alla fine di ogni mese, ritirano ancora la pensione in contanti e siamo nel 2022 – c’è un vecchio pc desktop acceso con un salvaschermo attivo, una scritta multicolore in 3D programmata per rimbalzare dall’alto in basso, da destra a sinistra, parole di cui non riesco a cogliere il significato, il monitor non è sufficientemente inclinato nella mia direzione. Lo chassis è di quel bianco panna sporca che i laptop multicolore e metallizzati di oggi hanno contribuito a farci dimenticare insieme al fatto che, una volta, ogni postazione di lavoro era occupata da catafalchi antiestetici di quella stazza. Un vero pugno in un occhio al design di interni.

Tra le varie accuse proferite, l’uomo sostiene di avercela con i giovani – ribadisco, quei giovani – per aver reso impossibile il recupero delle password. A quel punto non ci vedo più. Con uno slancio mi alzo dalla panca su cui aspetto il mio turno per cantargliene quattro. Ma come si permette?, voglio gridargli. Recuperare le password è una procedura semplicissima!, sto per urlargli addosso. Il fatto è che, nella mia esperienza di amministratore della piattaforma di didattica digitale della scuola in cui insegno, i genitori che si dimenticano le credenziali sono tantissimi. Non ho tenuto uno storico, ma non avete idea di quante richieste di aiuto abbia ricevuto. Calcolo a mente una stima ma questa indecisione è fatale: non faccio in tempo a mettermi in piedi che lo smartphone mi cade dalle mani, vola in terra e scivola veloce, grazie alla gomma del guscio con cui l’ho rivestito, dall’altra parte della sala. Una bella figura di merda per un esperto di computer. Decido di stare zitto, ho già sprecato il mio spazio di attenzione con quella goffaggine. Raccolgo il telefono, ne pulisco il dorso con le mani e finalmente, tornando al mio posto, riesco a leggere cosa c’è scritto sullo salvaschermo.

presidio

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Ignoravo che il castelmagno fosse un formaggio di stagione e che, appunto, di questi tempi non si trovasse. Me lo ha detto Luca. La sua bottega di specialità del basso Piemonte è uno dei negozietti di fiducia dei miei genitori i quali, vivendo nel centro di una piccola città di provincia, hanno tutto a portata di mano ma a un costo doppio o triplo rispetto ai supermercati in cui mi rifornisco io qui. Con il suo palpabile accento delle langhe colma anche la mia lacuna circa il processo di preparazione di quel prodotto a denominazione di origine protetta. Per fare il castelmagno ci vogliono le acciughe che, in pieno inverno, hanno appena deposto le uova o, al massimo, si pescano appena nate e di dimensioni insoddisfacenti. La sua spiegazione mi lascia a bocca aperta. Il castelmagno è un latticino e non riesco a cogliere l’attinenza con i pesci, a meno che le acciughe non entrino in gioco nella fase di fermentazione, sempre che per fare il formaggio tutto ciò sia necessario. Non è un mio problema, al momento. Da quando faccio l’insegnante mi trovo a dare risposte ai miei alunni a cose che non so. E poi sono sempre stato refrattario ai connubi mare e monti. Per me sono due ambienti che si devono tenere alla larga, incompatibili, ed è meglio che ciascuno se ne stia a casa propria. Questo vale anche per l’enogastronomia.

La bottega di Luca è una specie di via Montenapoleone del gusto. Vini da decine di euro a boccia, tartufi, pasta ripiena e non fatta in casa, miele, marmellate, prodotti delle fattorie e ogni altro ben di dio. Lui e la moglie lo gestiscono da sempre e io mi sono sempre chiesto come riescano a sopportarsi con quella parlata, a casa e anche sul posto di lavoro. Avevo visto un film porno con protagonisti amatoriali torinesi, da giovane. Da allora mi sono convinto che, nell’intimità, è molto più efficace stare in silenzio a meno di non aver alle spalle un valido corso di dizione, uno di quelli che ti piallano ogni inflessione a italiano da doppiatore.

Da Luca ho appena acquistato una fetta di un altro formaggio tipico di cui, stamattina, mi sfugge il nome. Mi sono lasciato consigliare ma poi il display della bilancia mi ha fatto pentire della scelta. Nella bottega c’è qualche tavolo per consumare i loro prodotti sul posto. Io e Alessandra, tanti anni prima, c’eravamo fermati solo perché Luca aveva appena messo il nuovo cd degli US3. Avevamo preso un panino – mica con il pane dozzinale, eh, ma con due fettazze di quello fatto con tutti i crismi del km zero, dello slow food, del biologico, un vero concentrato di fuffa marketing culinaria – e una bottiglia di vino “buono”, così gli avevo chiesto, senza pensare – ma ero giovane, troppo giovane, un vero ragazzino – che mi avrebbe rifilato mezzo litro di barolo a 30mila lire.

Ma le gaffe nella bottega di Luca sono un classico. Oggi ho lasciato mia moglie fuori, in macchina con le quattro frecce, e mi sono precipitato nel negozio per comprare qualche specialità da portare con me, al rientro nell’insapore periferia milanese. Appena entrato sono stato subito redarguito per essere senza mascherina. Non è da me, se pensate che ormai indosso la FFP2 anche quando guido da solo. Ho chiesto scusa – che imperdonabile avventatezza – e mi sono precipitato in auto per recuperarne una. Nella fretta, come sempre, non ho trovato quella estratta poco prima immacolata dalla sua confezione e ho dovuto accontentarmi della mascherina di stoffa che qualcuno mi ha lasciato nel portaoggetti tra i sedili anteriori. È blu ed è molto larga, ma per una spesa di qualche minuto posso resistere. Lascio spalancarsi le porte scorrevoli automatiche e, finalmente, ecco il mio turno per consumare il rito del ritorno alle radici, lo stesso che vedevo interpretato da mio papà ogni volta in cui andavo a trovarlo, quando era ancora in vita. Ed è proprio mentre scruto tutte quelle eccellenze alimentari che mi rendo conto che non avevo mai fatto un sogno con la mascherina, prima d’ora.

mango

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David non mi ha ancora risposto e io vado nel panico. Sono diversi gli elementi che mi trasmettono la gravità della situazione. Ho chiamato l’agenzia in cui lavoravo prima di fare l’insegnante con il telefono fisso perché il mio smartphone, a furia di tentativi di rintracciare il numero di cellulare del mio ex-collega nella rubrica, si è letteralmente squagliato. Quest’estate, tanto per cambiare un po’, avevo comprato un mango all’Esselunga approfittando di un’offerta al trenta per cento. Il problema è che si tratta di un frutto che, per tagliarlo, sbucciarlo e presentarlo a tavola comporta un’abnegazione unica. Devi proprio voler mangiare un mango a fine pasto. In estate abbiamo ottima frutta di stagione a km zero unica e il ricorso ai prodotti esotici è contrario a qualsiasi approccio alla sostenibilità ambientale. Alla fine ci siamo ridotti a mangiare il mango come immagino facciano i selvaggi o, meglio, le popolazioni autoctone che hanno gli alberi di mango in giardino (sempre che il mango cresca sugli alberi, questo ditemelo voi) e possono permettersi di non fare un cazzo dal mattino alla sera grazie alla caccia, alla pesca e ai tesori della natura a portata di mano. Il risultato è stato quello di impiastrarsi la faccia con i residui di polpa rimasti intorno al nocciolo fino a una poltiglia di brandelli di mango tutt’altro che appealing, tanto che non ho più sentito parlare di mango fino al sogno di stanotte: ho cercato il numero personale di David sul mio smartphone con così tanti tentativi fino a quando mi si è ridotto a una poltiglia in mano ma ho pensato che comunque, esponendolo al sole, si sarebbe ricomposto come fanno certi materiali con cui facciamo i lavoretti a scuola e che devi lasciarli asciugare per valutare il risultato. Io e David eravamo colleghi in quell’agenzia. Lui fa il grafico ma se la cava molto bene con le foto e i video. Io per arrotondare prendo qualche incarico dai miei ex datori da lavoro ma devo aver fatto confusione e mi sono accorto che, appena mi sveglierò, dovrò recarmi contemporaneamente a fare delle riprese video in due posti diversi. Mi assale l’angoscia malgrado, come ho scritto prima, si tratti di un sogno e non risolvo la cosa pensando che comunque un impiego fisso ce l’ho – ora sono un insegnante di ruolo – e quindi anche se combino un pasticcio con altri committenti e questi non si rivolgeranno più a me chi se ne importa. Invece prendo la cosa con il solito pallosissimo senso di responsabilità e così mi metto in testa prima di sentire Ivan, il cameraman ufficiale dell’agenzia. Chiamo Caterina con lo smartphone – ancora intatto – per verificare se non sia un problema che io incarichi Ivan al mio posto. Caterina fa la PR e deve riprendere un’intervista a un marketing manager – suo cliente – che poi fornirà a una testata di settore di fiducia congiuntamente a un comunicato stampa. Malgrado siano già le sei del pomeriggio passate, Ivan è ancora in ufficio ma, memore del disprezzo che provavo nei suoi confronti, si rifiuta di aiutarmi. Per farvi capire, Ivan è quello che all’uscita dalla Cappella Sistina mi aveva rivelato di non averla gradita perché troppo “pacchiana e sfarzosa”. Ed è a quel punto che mi viene l’illuminazione di giocarmi la carta David e, a complicare il tutto, la pessima qualità della rete 4G a casa mia manda in pappa – nel vero senso della parola – il mio Motorola. Caterina dall’altra parte della linea non risponde più. Negli ultimi momenti di vita del mio cellulare riesco a farmi passare David, che lavora nella postazione di fronte a lei, ma di quello che dice riesco a cogliere ben poco. Sembra addirittura che si lamenti della scarsa considerazione che provavo nei suoi confronti – cosa che non è assolutamente vera, anzi – e che quindi si meraviglia del fatto che ora mi rivolga a lui per trarmi da una situazione di impiccio. Poi il silenzio. Lo smartphone si decompone definitivamente, fino ai singoli circuiti. Ma ecco il lampo di genio: posso usare il telefono fisso, anche se è un dispositivo che non è più di moda se non per chiamare e ricevere telefonate dalle persone anziane di famiglia, con tutta la gravità che ne comporta. Nel sogno ricordo ancora perfettamente la sequenza delle cifre che, dette due a due, compongono il numero dell’agenzia. La centralinista non è più la stessa ed è una fortuna perché ho fretta – chissà se, a differenza di Ivan, David è ancora in ufficio – e quando dico che sono io non collega la cosa al fatto che prima lavorassi lì – deve pur avermi sentito nominare, o aver letto il mio nome su qualche cartella in giro nell’Intranet aziendale – e non si perde in conversazioni time-consuming, come si dice in quell’ambiente. Mentre mette la chiamata in attesa per passarmi il collega però mi rendo conto che la cosa non ha assolutamente senso. Io non sono un operatore video, innanzitutto, quindi com’è possibile che abbia accettato incarichi che esulano dalla mia competenza? O, meglio, me la cavo a fare riprese ma non sono un professionista e, soprattutto, non possiedo l’attrezzatura adeguata. Forse volevo spacciare delle riprese fatte con lo smartphone di mango per un video in 4K? Comunque è tutto inutile perché David, a questo punto della storia, non mi risponde più. Il segnale che si percepisce nella linea è eloquente. Abbasso la cornetta, mi sveglio, e penso che potrei provare a giocare il numero fisso di telefono dell’agenzia in coppie di cifre al lotto, se solo sapessi come si fa.

superbonus

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Non è il caso di preoccuparsi se, in occasione della Giornata Nazionale delle Riunioni Condominiali, vi capita di sbagliare portone e di intrufolarvi un’assemblea in cui non c’entrate nulla ma con l’unico scopo di sbirciare l’efficienza dell’amministratrice o dell’amministratore e fare un utile paragone con lo studio che avete assoldato e di cui non vi sentite entusiasti. Di questi tempi non sono pochi gli operatori del settore che impazziscono con le richieste del superbonus del 110% dei loro clienti e succede che anche i più rodati professionisti fanno finta di soccombere alle stringenti tempistiche imposte dal governo perché non sanno che pesci pigliare. Per seguire tutte le pratiche legate all’operazione dovrebbero raddoppiare l’organico e i conseguenti costi di buste paghe ma, in tempi di post-pandemia, se ne guardano bene. Alex è il mio dirimpettaio e ha marcato visita proprio nell’occasione più importante, quella della delibera definitiva, per essersi attardato in un edificio del centro nemmeno fosse stata una delle giornate del FAI. Mi ha confessato di non aver resistito al cancello in ferro battuto e all’atrio degno di un museo d’altri tempi, ma soprattutto di aver indugiato perché, seduti sui gradini della prima rampa di scale, ha trovato Jacopo e la sua nuova compagna Lorena in attesa del numero legale per avviare la riunione del condominio in cui abitano. Li conosco pure io perché, compreso Alex, frequentavamo tutti un social network di nicchia che ha chiuso qualche tempo fa. Jacopo me lo ricordo cantare “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri al karaoke e, a dir la verità, nel sogno aveva molti più capelli. Alex ci teneva, comunque, a rientrare a casa in tempo per la nostra assemblea ma poi, seduti ai tavolini esterni della birreria all’angolo, ha incontrato un’altra coppia che si è formata proprio grazie a quella piattaforma, Alessandro e Oriella, insieme ad altri due membri di quel social network, due dei tanti che sfoggiavano nella foto profilo la loro barba da nerd e che confesso di aver confuso in numerose occasioni. A fianco c’era invece il nostro tavolo. Alex così si è seduto di fronte a me che ero dalla parte di Chiara ma con un’altra tipa in mezzo a noi di cui non ricordo il nome ma che, con la scusa di vedere meglio da vicino il menu scritto piccolissimo e in corsivo sulla lavagna come fanno i ristoranti francesi, mi si sdraiava letteralmente addosso. Malgrado questa sceneggiata, Chiara cercava in ogni modo di continuare a tenermi la mano e ricordo di essermi preoccupato non tanto del fatto che, nella realtà, fossi sposato ma perché non ero sicuro che, da un punto di vista politico, la pensassimo allo stesso modo. Non ho mai avuto una relazione con una persona di destra, anzi a dire la verità una volta è successo ma è finita male. Comunque quando la tizia ha finalmente deciso che cosa prendere prima si è rimessa composta sulla sua sedia, così ho chiesto ad Alex quale fosse la birra migliore secondo lui. Chiara così si è avvicinata tantissimo alla mia faccia ma, anziché baciarmi come mi aspettavo, mi ha detto di aver votato PD.

confermare o ribaltare

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Certi locali pubblici nei centri storici delle città sfruttano la struttura degli edifici al cui piano terra sono ubicati come parte integrante dell’esercizio commerciale, adattando cantine e ripostigli scavati sotto il livello dei vicoli a vani fruibili con tutti i crismi e secondo le norme di sicurezza di settore. A Genova ne potete trovare molti anche se, per chi li ristruttura, scendervi per la prima volta non dev’essere uno scherzo. Ne hanno presentato uno in una puntata di quel programma basato sulle battaglie tra ristoratori per aggiudicarsi il premio di miglior locale del posto. Tutto molto bello e pittoresco ma, a dir la verità, l’ambiente metteva un po’ di claustrofobia.

È piuttosto facile seguire una puntata di quella trasmissione: basta accendere la tele a qualsiasi ora del giorno e della notte su qualunque canale del digitale terrestre perché state certi che, da qualche parte, ne stanno mandando in onda una. È piuttosto facile anche imbattersi sempre nella stessa, se siete fortunati in quella a cui mi riferivo poc’anzi. Il programma tutto sommato funziona ma ha una pecca: i partecipanti sembrano fare a gara a chi risulta più antipatico e a chi architetta i tiri peggiori a scapito dei rivali per accaparrarsi un premio piuttosto misero, se paragonato al fatturato di un ristorante di quel tipo. Non è il mio genere di posto, ma se dovessi scegliere dove andare a mangiare fuori opterei per chi è stato al gioco comportandosi nel modo più onesto.

Mi spiace solo che alla puntata dedicata alla mia città non abbia partecipato un’amica che aveva compiuto un’opera colossale, recuperando una serie di cisterne collegate sottostanti alla sua piccola tavola fredda. Un ritrovamento rocambolesco, una vera e propria storia da film: dietro a una parete postuma aveva rinvenuto una botola di accesso a una rampa di gradini ripidissimi. Le profonde cisterne, al momento della scoperta, erano colme d’acqua perché alimentate da una fonte che ora è stata messa in bella vista sotto al pavimento trasparente. Ricordo di aver provato l’ebbrezza di guardare in basso dalla cima delle antichissime scale che ha rimesso a nuovo ma, voltandomi, ho avuto l’impressione di una visita alle catacombe.

Ho rivisto questo stesso ambiente in sogno stanotte. Dietro di me si ammassavano donne, bambini, uomini e animali in barba alle regole anti-assembramento. Da lassù stavo tenendo una lezione proprio sulla storia che sto scrivendo qui, ma una mamma mi incalzava pregandomi di far leva sul mio ruolo di insegnante per sollecitare quella scolaresca eterogenea a indossare la mascherina. Ho esaudito la sua richiesta, aggiungendo che presto vaccino e green pass sarebbero stati obbligatori per tutti. Per fortuna nessun bidello mi ha preso a pugni in faccia – questo succede solo nella realtà – ma il collega che mi chiama più di tutti gli altri per risolvere i suoi problemi con il pc (compresi anche i casi in cui non funziona il wireless in casa sua) mi ha mostrato sul suo smartphone datato un nuovo meme di “Feudalesimo e Libertà”, in cui si illustrava, in un italiano arcaico, che con le nuove disposizioni la nostra vita sarebbe stata un interminabile rumore di ponti levatoi che si alzano e si chiudono.

Sono riuscito comunque a domare la folla e a consentire un’uscita ordinata di tutti da quel pertugio e finalmente mi sono coricato al buio in una specie di chiesa, come se qualcuno avesse adattato una cattedrale a dormitorio comune. Al posto delle coperte e delle lenzuola c’erano però quei drappi e quei pesanti tendaggi che si usano per addobbare le immagini sacre nei templi dedicati al culto. Al tatto coglievo la differenza con la freschezza che provo sdraiato nel mio letto vero e la cosa mi metteva agitazione tanto da urlare per la paura fino a quando qualcuno, sdraiato nel sogno a fianco a me, mi diceva di non preoccuparmi, che anche lui è un essere umano come me e che domani c’è scienze.

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Sviluppata sulla falsa riga dell’omonima prova della Settimana Enigmistica, l’app “Il bersaglio” consente di ottenere una parola completamente diversa da un termine di partenza attraverso una serie di passaggi invisibili al giocatore. Come spiegava ieri sera, tra un tempo e l’altro della partita della nazionale, il facoltoso ingegnere autore del brevetto, funziona come quei giochi in cui una biglia di metallo parte da un punto e percorre un tracciato del tutto casuale lungo una serie di passaggi, binari e gallerie. Il divertimento consiste proprio nel risultato random, che poi è la vera essenza di certi applicativi in voga ma che va ricondotta alla notte dei tempi, basti pensare al mistero dei dadi o delle carte da gioco. In studio, oltre a Paola Ferrari, che si distingueva come sempre per il trucco degli occhi sopra le righe, c’era il pianista Massimiliano Bandiera a testimoniare l’efficacia dell’invenzione. Il suo cognome avrebbe dovuto essere lo stesso di un attore spagnolo passato alla storie per una serie di spot con le galline, un fattore che potrebbe sembrare banale al netto del rapporto di parentela diretto con Memo Remigi, di cui è il secondogenito e che non ha saputo ricordare da quale parola fosse partito. L’ispiratore di chissà quante storie romantiche riconducibili alla bizzarria di provare sentimenti di affetto nella metropoli lombarda ha però poi lanciato il suo nuovo singolo e peccato che, nel passaggio televisivo, sia stato sfumato nella pubblicità. Avreste potuto tutti rendervi conto del palese rimando a quel brano che avevamo composto io e l’amico Marco, quello che paradossalmente somiglia a Memo Remigi molto di più di Massimiliano Bandiera, e che andava dicendo di avere uno zio che, per lavoro, faceva il manager per alcuni comici dello Zelig. Non ho chiesto a Marco perché non ne avesse mai approfittato, e di certo un’occasione come quella di ieri sera non mi capiterà mai più.