business casual

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Mi trovo in fila alla mensa della principale azienda multinazionale statunitense specializzata nella fornitura di apparati di networking, che poi è anche uno dei clienti dell’agenzia di comunicazione in cui lavoro in qualità di copy e project manager, il cui nome ricorda il nickname di una delle più grandi e affascinanti metropoli americane.

La filiale italiana è una realtà pazzesca con un capitale umano straordinario, ma ho la certezza che, in nessuna delle avveniristiche sedi che ho visitato, sia presente una mensa aziendale. Comprende uffici e laboratori, centri di ricerca e data center, aree di ristoro e relax, persino un’agenzia viaggi interna che si occupa delle trasferte nazionali e internazionali dei dipendenti, ma della mensa neanche l’ombra. Ma, lo sappiamo, nei sogni tutto è possibile.

Tanto che davanti a me, vestito in completo grigio, camicia azzurra e senza cravatta, c’è Luigi Di Maio che però, sono sicuro, in questa storia interpreta lo stereotipo dell’account manager, un commerciale di altissimo livello. So benissimo che si tratta del deputato grillista ma so anche che è un sales con cui collaboro e, quindi, la cosa non mi sorprende più di tanto. Oramai è più di dieci anni che ho cambiato mestiere, nonostante questo si volta verso di me, mi riconosce e mi chiede se mi va di pranzare insieme a lui. Un gesto di una gentilezza poco comune. Non collaboriamo da molto tempo e così interpreto l’invito come la conferma del fatto che, tra i clienti a cui fornivo la mia consulenza, godevo di una certa stima.

Io ho appuntamento con alcuni colleghi – nella vita reale oramai ex – già seduti dentro, ma stavo giusto riflettendo poco prima di mettermi in coda e attendere il mio turno che sarebbe stato bello se fosse capitato un diversivo, per darmi un tono. Quella che sembra una rimpatriata viene soppiantata con una specie di pranzo di lavoro tra me e Di Maio, e chissà di cosa parleremo. Poi però, mi sovviene un episodio a cui avevo assistito, molti anni fa. Un pezzo grosso dell’azienda, una volta, per evitare uno scocciatore a un evento, si era simpaticamente intrufolato al tavolo insieme a me e al mio team dell’agenzia. Da come Di Maio si guarda intorno, mentre varchiamo l’ingresso del salone in cui si mangia, l’impressione che provo è la stessa, ma non mi importa. Voglio farmi notare e sono vestito bene.

Anch’io, infatti, sfoggio un abito business, mi osservo riflesso nei vetri dietro ai quali i piatti con i primi e i secondi attendono gli avventori, un aspetto che costituisce un’altra anomalia, un secondo scollamento con la realtà o, comunque, quello che è stato. Il mio ruolo di creativo mi imponeva outfit in linea con l’idea che ingegneri ed esperti di marketing hanno di chi si occupa di comunicazione, e in camicia e cravatta non sarei risultato abbastanza credibile.

Appena ci accomodiamo al tavolo, però, gli squilla il telefono. La chiamata è importante e non riesce a sottrarsi ma, ancora, con la mimica facciale, mi trasmette il suo disappunto. Vorrebbe non essere disturbato da nessuno per poter chiacchierare con me. Io, davvero, non so cosa dirgli. Non sono allenato sugli argomenti di conversazione che si sfoderano in occasioni come quelle. A scuola ci si confronta su altro, come potete immaginare. Qui invece, di reti e apparati. Ma anche di vini, di ristoranti di un certo livello, cose così.

Penso così a quello che mi è successo di recente, ma dal vero, non nel sogno. Mentre mi dirigevo verso l’uscita del concerto di Tricky alla Triennale ho incontrato l’ingegnere che, nella stessa azienda, era a capo del dipartimento dedicato alla ricerca in ambito network security. Mi ha raggiunto lui per salutarmi, e confesso che altrimenti non l’avrei mai riconosciuto, un po’ perché sono decisamente rincoglionito e un po’ per la difficoltà a causa della quale non mi è possibile associare persone a contesti differenti da quelli in cui sono abituato a vederli operare. Probabilmente la consumazione di questo pranzo business inatteso costituisce una sorta di opportunità di redenzione.

Poco prima di svegliarmi, però, mi precipito a ricostruire quale potrebbe essere l’email aziendale di Di Maio, se davvero lavorasse qui. L’email è uno strumento di cui, grazie alla stretta collaborazione che ci legava, disponevo anch’io, pur essendo esterno, un vero e proprio account per accedere alla Intranet, a ogni risorsa di lavoro e a varie piattaforme internet e chissà quali diavolerie ora che è tutto nel cloud e c’è persino l’AI. Lo osservo consumare la sua insalatona e piano piano compongo le credenziali. La stringa dell’account si formava facendo procedere la chiocciola da otto caratteri: l’iniziale del nome e le prime lettere del cognome, fino a un massimo di sette. Quindi, nel suo caso, ldimaio@nomeazienda.com.

roof

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Al mio dirimpettaio hanno proposto di inserire il suo appartamento in vendita in una puntata di “Casa a prima vista”, offerta che ha declinato perché gli avrebbe fruttato un guadagno inferiore al valore reale dell’immobile. Una costante che si ripete: la fortuna colpisce a pochi metri da me e, per ovvi motivi statistici, le probabilità che l’opportunità si manifesti anche sulla soglia della porta blindata ubicata proprio di fronte al suo zerbino dozzinale sono nulle. Dev’essere per questo che a me, invece, tocca la visita di due dei tre conduttori del programma gemello in onda sulla stessa emittente, quello in cui i padroni di casa sfoggiano il meglio di sé per dimostrare quanto hanno assimilato il galateo, ma il fatto che io non stiri le tovaglie e che possa apparecchiare esclusivamente con posate Ikea, bicchieri scombinati e piatti sbeccati non lascia dubbi sulla matrice onirica dell’esperienza in corso.

La serata prende una piega inaspettata quando apro lo sportello del pensile in cui conservo il contenitore del pan grattato che mi occorre per il primo che mi appresto a cucinare. Da un buco nella parete che sorregge il mobile fuoriesce una violenta cascata di acqua che ha già riempito il vano e si riversa fuori, su di me. L’inconveniente mi induce a prendere il considerazione la possibilità di rimandare l’appuntamento conviviale, un vero peccato perché l’interior design del mio appartamento e, soprattutto, le mie ricette avrebbero bilanciato l’insufficienza garantita in mise en place.

Resta il fatto che la situazione sia grave. Corro nella cameretta dove, secondo l’architettura imposta dal sogno, è posizionata una scaletta interna per raggiungere il controsoffitto in cui sono posizionati i tubi dell’impianto idrico. Salendo su, concordo con mia moglie, che resta con gli ospiti, che cosa comunicare ai vigili del fuoco per trasmettere l’effettiva gravità della situazione. Nei locali superiori, infatti, le cose sembrano ancora peggio. Non solo il pavimento è completamente allagato – ci sono almeno una ventina di cm di acqua – ma dal motore della caldaia è in fiamme. Il connubio tra incendio e inondazione si vede sono nei kolossal catastrofistici statunitensi, ed è li che ho imparato che, con la presenza di un impianto elettrico, è meglio stare alla larga dal bagnato. Capisco che è meglio portarmi ancora più su per risolvere il problema alla fonte – è proprio il caso di dirlo – così raggiungo il tetto.

I soliti pannelli solari e le cappe fumarie hanno lasciato il posto a un ampio parcheggio con un movimentato andirivieni di persone, d’altronde ci troviamo in un sogno, quindi perché non esagerare? Una vera e propria piazza in cui a un lato trova posto un ristorante di specialità marinare gestito da un pittoresco signore di mezza età per nulla etero e con i capelli tinti di giallo paglierino che ama intrattenere con le sue chiacchiere gli avventori mentre mangiano.

Poco più avanti vedo un bar latteria con un piccolo dehors. A un tavolino siede una coppia di ragazze. Potrebbe essere la sera di Halloween perché una delle due sembra impersonare Ron Mael degli Sparks, con quell’inconfondibile acconciatura e i baffetti alla Hitler di cui, vi giuro, non ho mai compreso il significato e la necessità. Con il nazismo non si scherza. Non avete idea di quante volte, in vita mia, sognato di scappare dai rastrellamenti e persino di essere passato per le armi.

Osservo così l’altra sperando di trovare in lei qualche elemento che la riconduca al fratello Russell, e la delusione nel verificare che, al contrario, si è vestita da quell’altro buffone giustamente appeso al contrario che mi fa persino schifo nominare è così forte da raggiungermi anche poco dopo, da sveglio. A parte questo funesto cameo, non c’è nessun indizio che possa ricondurre alla catastrofe che si sta consumando pochi metri sotto a quell’inaspettato roof garden. Mi scappa persino la voglia di usare il telefono del bar latteria per chiamare mia moglie e chiederle se, nel frattempo, i pompieri hanno domato le fiamme. Il fatto è che non riesco più a trovare il passaggio diretto che mi ha permesso di portarmi lì, così cerco di tornare giù scendendo cautamente la ripida rampa elicoidale carrabile che porta all’uscita, come se quello fosse un centro commerciale qualsiasi e non il condominio che non abbandonerò mai.

plotone e esecuzione

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Non è certo la prima volta che la retromania investe il settore degli spot tv, ma il sequel non so quanti anni dopo della pubblicità della Tim con Massimo Lopez che procrastina il momento in cui sarà passato per le armi muove a riflessioni ancora più profonde sulla necessità di farci percepire quanto il presente sia vuoto culturalmente e a guardare indietro. Non credo di esser l’unico a pensare che invece si tratti di un luogo comune, una sorta di complotto ideato per farci provare nostalgia a tutti costi verso i fasti del passato con l’obiettivo di non approfondire i temi e le risorse del presente, della cui pericolosità per l’ordine pubblico chi avrebbe ordito queste trame è fin troppo consapevole. No, tranquilli, non mi sto trasformando in un inutile grillista, piuttosto in un decisivo militante radicale. Se non mi credete, sappiate che quest’anno sto boicottando il festival. Ho seguito una manciata di canzoni all’inizio della prima serata, e dopo aver constatato che erano tutti vestiti secondo la moda in voga ai tempi del ventennio ho detto basta. Questa sì che è una congiura. Ho solo sbirciato stamattina su RaiPlay qualche duetto potenzialmente in grado di offrire qualche spunto di riflessione ma la riproduzione delle esibizioni ha confermato quello che ho letto in giro. Occhi di gatto, TonyPitony, persino la canzone dell’amore perduto sono state gonfiate da quell’iper-xfactorizzazione che contraddistingue ormai ogni rimando, cover, remake e tributo nella musica in tv. Che palle. Al posto di pagelle che lasciano il tempo che trovano, vi racconto invece una cosa curiosa. Ho acquistato online un misuratore dei livelli di boro nei materiali di uso comune che funziona anche con l’aria degli ambienti interni. Ho proceduto all’unboxing e c’era tutto. Si tratta di uno strumento dal design accattivante come ormai è prassi anche per i dispositivi maggiormente di nicchia. Sembra uno di quei timer da cucina, provvisto addirittura di una calamita per posizionarlo sul frigorifero. Ha un quadrante completamente analogico che ricorda i VU meter degli amplificatori che erano in commercio ai tempi degli impianti stereo domestici. Non avevo previsto però che l’articolo comprendesse un ragazzino in carne e ossa in scala uno a uno, una specie di replicante – potrebbe tranquillamente essere un alunno della mia classe, nei sogni capita questo e altro – tenuto in vita da una sistema operativo basato sull’intelligenza artificiale. Si mette vicino al misuratore, ne interpreta i valori rilevati e fornisce in tempo reale un’analisi di quanto emerso. Ho effettuato qualche test sugli oggetti che avevo a portata i mano – il libro che sto leggendo, il beverone con la cicoria che prendo ogni sera per soddisfare la voglia di caffè – e il gadget di cui lo strumento è provvisto, gli basta un semplice sguardo, ha riportato come descritto dal tutorial i provvedimenti più adatti da prendere a seconda della gravità di quanto rilevato. Non so dire se il boro sia pericoloso per la salute. Anzi, non sapevo nemmeno se esistesse. Per questo al risveglio ho immediatamente guglato e l’Internet, come potete immaginare, mi ha dato subito ragione.

superotto

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Altro che Eurodisney. Se andate a Parigi, il vero paese dei balocchi per quelli come me si trova in prossimità del Charles De Gaulle, a pochi metri dalle uscite degli arrivi. Un capannone di non so quante migliaia di metri quadri tutto stipato di bancarelle e relative scaffalature di rivenditori di dischi usati. A me i posti così, nei luoghi in cui ci si trova in vacanza, un po’ indispettiscono perché i mercatini di settore impongono un rigore e un approccio incompatibile con le aspettative delle persone con cui ci si accompagna e richiedono, piuttosto, viaggi dedicati. Bisognerebbe visionare uno per uno tutti gli articoli in vendita, controllare le condizioni dei dischi e delle copertine, magari controllare sui siti specializzati il reale valore delle copie e, in un luogo così smisurato, risulterebbe un’impresa a dir poco sfidante.

Mia moglie, che mi espone a eterne sessioni di permanenza in esercizi come Tigota comprensive di interi quarti d’ora in contemplazione degli espositori colmi di articoli per la pulizia della casa alla ricerca del miglior rapporto qualità prezzo di un prodotto per il legno o di un ammorbidente, per non parlare delle interminabili battute di safari nella giungla dei vivai dell’hinterland milanese, tra piante e alberelli in offerta alla ricerca dell’acquisto più conveniente, dei vinili di seconda mano proprio non ne vuole sapere. Per questo mi abbandona lì all’ingresso senza avvisarmi – nemmeno nei peggiori incubi, come si profila questo – e si avventura con i mezzi pubblici alla volta del centro seguita dal resto delle persone con cui abbiamo pianificato questo breve soggiorno nella capitale francese.

Così mi soffermo in quel bazar monotematico insieme a Giancarlo che non c’entra niente con il gruppo di amici con cui siamo arrivati qui, ma piuttosto rende l’esperienza uno spin off del sogno precedente. Esaminavo con qualcuno su uno schermo improvvisato delle pellicole in super8 che lo ritraevano di spalle al mare ma, anche se ripreso di nuca, non c’era alcun dubbio si trattasse di lui. Commentavo con la persona con cui vagliavo quei filmini a proposito della moglie di Giancarlo e sul fatto che tiene dei corsi di ceramica. Pensavo che il secondo spettatore di quella proiezione domestica potesse conoscerla. Voleva a tutti i costi sapere come si chiamasse, ma il punto era che non lo ricordavo più e che poi, a un certo punto, perdevo anch’io la certezza perché non sembrava essere mai ripresa se non alla fine, quando lo raggiungeva sul bagnasciuga e si abbracciavano e così ho potuto fare un sospiro di sollievo per aver evitato una figuraccia.

Lì nel capannone pieno di dischi Giancarlo non è in costume da bagno come nelle riprese di prima, per fortuna, e scartabella con me un po’ frettolosamente alla ricerca dell’occasione perfetta, magari una prima stampa di qualcosa a un prezzo stracciato e in condizioni pari al nuovo, cose che possono accadere appunto soltanto in un sogno. Ma la faccenda sembra andare per le lunghe e decido di tagliare corto, un po’ perché mi accorgo di perdere interesse in quella che si presenta come un’impresa titanica e a scapito della visita alla città, un po’ a causa dell’inconfondibile odore di cantina che pervade gli ambienti popolati da rigattieri che mi causa sempre – non mi è mai stato chiarissimo il motivo – non pochi imbarazzi intestinali. In poche parole mollo il colpo, nel senso che guadagno l’uscita, dopo appena poche bancarelle, tanto Giancarlo l’ho già perso, sarà stato fagocitato dal reparto fumetti, non è un collezionista compulsivo di vinile come me.

Esco dal capannone e mi affretto a lasciare i pochi dischi usati acquistati nel bagagliaio della Xsara Picasso – modello che non possiedo più dal 2016 ma che porto sempre nel cuore, sia per la volumetria e certe prestazioni, sia per i momenti trascorsi a spasso per campeggi in Corsica e in Sardegna, durante le estati di tanti anni fa quando mia figlia era ancora piccola – posteggiata in uno dei parcheggi custoditi dell’aeroporto parigino. Solo al risveglio, definendo i punti salienti di questa storia per una probabile stesura sul mio blog, rifletterò sull’incongruenza di questo passaggio: se sono arrivato con un volo dall’Italia, che ci fa la mia macchina lì?

Mi metto in coda alla fermata del 41, il bus che dal Charles De Gaulle porta diretto al Pompidou, dimenticando che i numeri, nei sogni, hanno un valore non da poco, ma quello è l’unico di tutta la storia e so che non ci caverò un ragno da un buco. Chiedo conferma del percorso a due donne davanti a me che parlano in italiano, ma sopravvaluto il trasporto pubblico francese. I biglietti si acquistano ancora all’edicola, non c’è possibilità di pagare con la carta una volta saliti a bordo come sui mezzi dell’ATM. Sono costretto a lasciare il mio posto nell’ordinata fila in attesa e mi dirigo alla rivendita ubicata un po’ più avanti. Nel breve tragitto, inciampo in una piastrella difettosa del marciapiede. Per mantenere l’equilibrio lascio cadere dalla mano destra lo smartphone sul quale stavo controllando tutti i dettagli utili allo spostamento per raggiungere mia moglie e il resto della compagnia, non posso escludere il fatto che la distrazione possa essere stata la causa del passo falso stesso.

Il telefono, un anacronistico Blackberry aziendale d’antan che possedevo ai tempi della Picasso, si sfracella sull’asfalto battendo sul lato corto e curvandosi a fisarmonica come fosse di cartone. Il display che visualizzava il tragitto dell’autobus e il numero di fermate per arrivare a destinazione si cristallizza proprio su quella schermata ma, raccogliendo il dispositivo, mi accorgo che altro non è che una pagina di carta stampata e, forzando l’apertura dello chassis, noto che dentro ce ne sono delle altre come se tutta la cronologia delle pagine web visualizzate nella giornata si fosse trasformata in uno schedario portatile.

Il punto è che, senza telefono e senza Maps, sono fottuto. Completamente isolato, non posso avvisare nessuno, non posso contattare mia moglie, non posso avvertire i miei compagni di viaggio, non ho l’indirizzo della casa che abbiamo prenotato, non ricordo un solo numero di telefono. Ce l’ho nel culo, per farla breve. C’è solo una possibilità: recuperare la scheda SIM dello smartphone (o di ciò in cui si è trasformato per magia dopo che mi è caduto, una sorta di incantesimo a seguito del quale ora ha la foggia di uno strumento compreso in un metodo di matematica per la scuola primaria che utilizzavo nel ciclo scorso) e cercare un megastore di elettronica per dotarmi di un nuovo dispositivo. Ricordo che tutti gli aeroporti in cui sono transitato hanno, al loro interno, almeno un punto vendita di uno dei più noti brand della grande distribuzione del settore IT. Ma anche nei pressi, siamo nella periferia più destrutturata, ci dovrà essere per forza un centro commerciale come a Orio Al Serio.

Così, come nel montaggio cinematografico di un videomaker alle prime armi, nella scena successiva mi trovo senza tante spiegazioni seduto in un taxi, a vagare tra le stradine gremite di gente esagitata in una specie di medina. L’auto guidata da un conducente di origine nordafricana si muove troppo veloce tra gli stretti vicoli in cui si affacciano gli espositori di botteghe di pseudo-artigianato acchiappa turisti. Mi rendo così conto del destino che mi aspetta. Mi troverò a contrattare l’acquisto di uno modello ancora più obsoleto del Blackberry in uno di quei negozietti gestiti da bengalesi musulmani in cui si trova un po’ di tutto – bevande analcoliche, pile, tappeti, spezie e molto altro – e nei quali si possono utilizzare telefoni pubblici per chiamare, con prefissi che oggi ci sembrano del tutto inventati, i parenti emigrati a migliaia di km, dall’altra parte del mondo.

vintage

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Ho accompagnato qualcuno – probabilmente mia sorella, visto che è disoccupata cronica nonostante abbia sessant’anni suonati e sia categoria protetta – al suo primo giorno di lavoro nel negozio di roba usata in centro, principalmente abbigliamento, un esercizio in franchising di una catena che poi investe i profitti in beneficenza. A fare che non lo so, probabilmente la commessa o qualche mansione più umile, risistemare i capi nel retrobottega prima di venderli o cose così. Il proprietario/gestore però mi ha riconosciuto immediatamente come cliente e mi restituisce – estraendola dal mucchio di capi impilati dietro il bancone all’ingresso – la mia giacca di pelle preferita, un tre quarti scamosciato marrone dal taglio inconfondibilmente anni 70 che avevo acquistato nel 93 o giù di lì alle bancarelle di San Lorenzo a Firenze, durante una vacanza che non dimenticherò facilmente. Ero con Alessandra e alloggiavamo alla pensione Parodi, una bettola decisamente economica considerato il posto, chissà se esiste ancora ai tempi di Airbnb e della riconversione dei centri storici in quartieri per il turismo mordi e fuggi. Una notte una zanzara l’aveva punta sulla palpebra e il mattino dopo si era svegliata con l’occhio vistosamente gonfio, tanto che alla reception – chiamiamola così, anche se si trattava di un servizio molto alla mano – senza tanti complimenti avevano messo in dubbio la mia estraneità all’accaduto, considerando l’eventualità che l’avessi presa a pugni in faccia. Ma vi sembro il tipo?

Comunque la giacca tre quarti in pelle marrone scamosciata mi ha accompagnato per più di dieci anni fino a diventare completamente lisa e mi ha fatto piacere riaverla indietro, almeno nel sogno. Ero convinto di averla gettata una volta diventato padre insieme a tanti altri indumenti e accessori poco opportuni per un adulto maturo e figura di riferimento per un figlia. Non mi trovavo a mio agio in situazioni pubbliche – per esempio in attesa fuori da scuola con gli altri genitori in giacca e cravatta e le mamme con quelle scarpe assurde che uniscono la forma sportiva a una foggia elegante – conciato come un frequentatore dei centri sociali. Non ricordavo invece di averla portata nel negozio per farla riparare e chissà da quanto tempo, so solo che la fodera e le tasche, a furia di indossarla in ogni stagione, si erano completamente distrutte.

Il gestore dell’esercizio, dopo aver spiegato alla persona che ho accompagnato lì le sue mansioni, mi presenta il conto. Non vi nascondo che sperassi che ci fosse del lavoro anche per me, avevo ben altre aspettative che essere trattato come un cliente qualsiasi, ma probabilmente anche il settore del vintage sta risentendo della crisi internazionale, delle guerre, dei dazi di Trump e chissà cos’altro, sempre che la scena sia ambientata al presente. Forse la gente non compra più roba usata a causa della fast fashion, o semplicemente si tratta di un cambio culturale a causa del quale il second hand viene ricondotto all’indigenza e, di questi tempi, nessuno vuole passare per povero.

Una commessa imbusta la mia giacca, mi dice quant’è ma non colgo il costo della riparazione, la ragazza alla cassa biascica le parole come i miei bambini di prima nonostante le abbia chiesto più volte di ripetere proprio come faccio in classe con Giada che parla con un filo di voce e ha il taglio della bocca rivolto verso il basso, come una perpetua espressione di disgusto. Che sfortuna.

Devo pagare forse trentun euro o, come spero io, undici. Il punto è che, nel sogno come nella realtà, non ho mai una lira in contanti nel portafoglio perché sono abituato a utilizzare la carta di credito. Vi dirò di più: sono uno di quei moralisti bacchettoni che criticano i clienti dei supermercati con i carrelli stracolmi di cibo spazzatura alle casse quando estraggono dalle tasche mazzette di contanti per pagare duecento euro e passa di spesa. Ultimamente, tanto sono vecchio e posso permettermelo, mi spendo addirittura in spocchiose paternali con le cassiere, tanto loro ci sono abituate a fare conversazione forzata con gli anziani rincoglioniti in fila.

La cosa strana è che il negozio vintage non ha il POS, tantomeno Satispay, forse lo fanno apposta per non tracciare l’operazione ed evitare lo scontrino o forse lì sono ancora gli anni novanta e certe comodità non le hanno ancora inventate. Così sono costretto a fare una cosa che odio e che è mettermi alla ricerca di uno sportello automatico, e la cosa curiosa è che la commessa mi segue per sincerarsi che io effettivamente prelevi abbastanza contante per pagare la riparazione della giacca. Una precauzione che non sta né in cielo né in terra: se non pago, la giacca resta al negozio. Poi capisco che il problema è che loro non se ne fanno nulla, probabilmente è irrecuperabile, da buttare via, o comunque, di certo, non è possibile metterla in vendita, nemmeno lì non interesserebbe a nessuno.

in prima fila

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Il momento in cui si manifesta il cosiddetto panico da palcoscenico è difficile da prevedere, e non è detto che lo si avverta mentre siamo svegli. È facilissimo però percepire questo stato d’animo diffuso tra i miei bambini impegnati in una delle svariate prove generali dello spettacolo che chiude, in un solo colpo, progetto di teatro e musica, anno scolastico, ciclo alla primaria.

Ma anche a me, l’emozione, gioca brutti scherzi. Sto cercando di posizionare la telecamera un po’ datata che abbiamo in dotazione a scuola – dovrò riprendere l’intera esibizione – senza riuscirci. Se siete del mestiere – videomaker, non insegnanti – saprete che non è scontato saper impostare l’inquadratura dritta regolando la lunghezza delle singole gambe del treppiede. Cioè i professionisti ci riescono, i cialtroni come me vanno a tentativi. Senza contare che i neon della platea dell’auditorium sono spenti per far abituare i bambini alle sole luci del palcoscenico e, nonostante gli occhiali, ci vedo malissimo. Nel display della camera però riconosco perfettamente i colori che ho impostato schiacciando a caso i pulsanti e le levette del mixer luci di cui è dotato l’impianto.

In prima fila, non chiedetemi il perché, sapete come funzionano i sogni, sta assistendo alle prove la moglie di un notissimo presentatore televisivo, uno di quelli che ha appena fatto armi e bagagli per darsela a gambe dalla tv di stato meloniana. Io e lei (sua moglie, mica la Meloni eh) siamo molto in confidenza, lo si evince dal fatto che mi siedo accanto e ci scambiamo effusioni ma sarebbe scorretto definirle amorose. I nostri volti si trovano vicinissimi e io, anziché pensare a baciarla, le morsico delicatamente ma con trasporto emotivo che non vi sto a descrivere il naso, mentre lei si sbellica dalla risate per il presunto solletico procurato. Sono certo che, prima dell’inizio della recita, la raggiungerà suo marito, sempre che sia libero dagli impegni che un personaggio pubblico della sua statura comporta.

Con i bambini ci siamo esercitati e preparati molto, e spero che i risultati mi diano ragione. Anche io ho dato del mio meglio. Ho addirittura noleggiato uno studio per registrare le musiche e definire al meglio il sound design dello spettacolo. Sulla scelta della struttura non ho avuto dubbi, in queste occasioni importanti – in cui c’è poco tempo e bisogna essere certi del risultato finale – ci si affida a professionisti e, come nel mio caso, a conoscenze personali. In realtà, se nel sogno mi sono rivolto allo studio di Fabry K., è più perché devo aver sbirciato nella sua pagina Facebook recentemente. Ve lo dico perché io da un metallaro non mi farei registrare nemmeno la base di “Tanti auguri a te” per festeggiare i compleanni in classe.

La sua storia, però, è piuttosto curiosa. È un perfetto nessuno, mai quanto me, ma sin da quando era ragazzino – è sempre stato un virtuoso della chitarra e il suo look da hair metal non ha mai lasciato dubbi – il suo atteggiamento ha dato sempre al prossimo l’impressione di uno sempre sul punto di sfondare. Si era trasferito a Milano dopo le superiori e, da allora, ha militato esclusivamente in cover e tribute band esclusivamente di matrice hard rock e tamarra. Grazie alla sua attività musicale di serie C, comunque un mestiere dignitosissimo, ha rilevato una sala di registrazione con alcuni colleghi metallari quanto lui.

Mentre, dietro al bancone del mixer, stiamo mettendo a punto l’equalizzazione dei pezzi, Fabry e il fonico commentano l’imminente cambio di sede del loro studio. L’intero stabile in cui ci troviamo è stato acquisito da una banca – peccato, quegli spazi hanno una storia artistica di tutto rispetto – e a breve sarà ristrutturato per ricavare mini appartamenti più adatti al mercato immobiliare del quartiere. Mi pare anche che vogliano vendermi qualche synth per evitare un trasloco oneroso ma è tempo perso, a casa non saprei dove tenerli e finirebbero per ammuffire in cantina. Il mixaggio termina in tempo per prendere il Flixbus per Roma, un plot twist che nell’economia della trama non ha alcun senso. Nella paura di perderlo – come nella vita reale, sono paranoico sulla puntualità negli appuntamenti – non faccio in tempo a fare la pipì prima di partire, così approfitto della prima sosta a Genova per scendere e cercare una toilette. Qualcuno mi indica il piano seminterrato del teatro Carlo Felice – il pullman ha parcheggiato nella piazza antistante – ma sapete come vanno le cose nella confusione onirica. Non vedo più i cartelli con l’omino stilizzato e soprattutto so che devo sbrigarmi, non credo che l’autista a ogni fermata faccia l’appello come facciamo a scuola prima di partire per la gita e non abbandonare nessuno nelle città d’arte. Finisce che non la faccio nemmeno lì ma non dovete preoccuparvi, la coda del sogno non è così prevedibile. In fretta e in furia riesco a elaborare una strategia che si rivelerà perfetta: decido di trovare la comitiva che viaggia con me, e sulla scaletta del Flixbus faccio di tutto per svegliarmi e precipitarmi in bagno, dove abbiamo appena installato il motore del nuovo condizionatore e non mi sono ancora abituato al controsoffitto con i faretti.

ai piatti

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A proposito di reddito di cittadinanza, assegno di inclusione e sussidio di disoccupazione salta agli occhi l’omissione di una qualsiasi forma di riconoscimento economico per chi si occupa dell’accudimento quotidiano della famiglia, la professione universalmente riconducibile a quella della casalinga. Ricoprendo questo ruolo – per quanto sia in grado e giuro con la massima umiltà – per motivi di organizzazione domestica, provo a immaginare quanto tempo-vita non retribuito possano aver dedicato miliardi di donne nella storia dell’umanità. Mia mamma lavorava e in più era chiamata a tenere le fila di un nucleo di cinque persone, in un momento storico e sociale in cui gli uomini erano dispensati dal dover fornire qualunque tipo di supporto se non portare a casa il pane. Nessuno le ha mai corrisposto nulla per tutte le cose che ha fatto per il marito e figli, né come stipendio e tantomeno sotto forma di contributi pensionistici.

Io trascorro così tanto tempo in cucina che, in un sogno, avevo addirittura installato nel piano di lavoro tra i fornelli e il lavabo una console da dj, sulla quale facevo pratica in quella che considero – anche nella vita reale – l’attività più utile che io possa esercitare per il prossimo. Selezionare musica da far ascoltare o ballare a terzi è per me una vera e propria missione, un modo per prendermi cura degli altri e il canale espressivo più immediato per trasmettere il mio trasporto a qualcuno. E il fatto che non mi sorprendeva aver integrato lo spazio in cui mi dedico con amore alla mia famiglia preparando cose buone da mangiare dell’equipaggiamento per mettere i dischi ha un significato inequivocabile.

Mi stupivo così di trovare un analogo set al Nuovo Armenia di Dergano. Facendo finta di bere un drink, sbirciavo dentro al lavabo in acciaio del bar per catturare i segreti del mestiere di un dj di grido fino a quando mi chiedeva di sostituirlo qualche minuto per prendersi una pausa. Il punto è che non si può rimpiazzare qualcuno di cui non si sa che dischi o cd – in quel caso erano flac su un pc – è provvisto. Così, dopo due o tre brani messi a caso, mi trovavo in forte difficoltà nel proseguire la selezione. Se volete sapere com’è andata a finire, mentre l’ultima traccia sfumava, iniziavo a suonare con le mani a tempo la superficie dell’acqua con cui era riempito il vano per lavare i bicchieri. Tenevo un ritmo decisamente trascinante e riuscivo persino a modulare, sfruttando quella tensione superficiale che si insegna in quarta elementare, una melodia adeguata, come se quel dispositivo naturale fosse in qualche modo triggerato con un virtual synth nel computer.

Tutto questo fino a quando il dj residente tornava alla sua postazione, mi ringraziava e proseguiva con il suo spettacolo. Sollevato dall’impegno, ne approfittavo così per recarmi ai funerali privati di Ernesto Assante, cerimonia alla quale non ero stato assolutamente invitato ma di cui mi arrogavo il diritto alla partecipazione come riconoscimento morale per la mia devozione ossessiva alla musica. Potendo vantare una meno che irrisoria comparsata nella storia dell’industria musicale, pochi mesi da meno che turnista in una band sconosciuta nonché fanalino di coda del roster di una major, mi auto-dichiaravo meritevole di far parte del jet set del giornalismo di settore sia per le mie trascurabili recensioni di novità musicali su una webzine amatoriale letta da quattro gatti, sia in virtù delle centinaia di euro che investo nell’acquisto di dischi in vinile. E il bello che non sapevo nemmeno che la famiglia del giornalista scomparso non avesse organizzato una cerimonia vera e propria, ma una sobria formula di funerale laico in un circolo ARCI.

Nella salone delle feste in stile partito comunista anni 70 non c’era l’urna con le ceneri e non era stato nemmeno allestito alcun rinfresco. Cercavo di cogliere tra gli invitati che, in gruppetti sparsi, condividevano aneddoti inerenti il loro comune amico e collega, qualcuno che mi riconoscesse fino a quando mi allontanavo, con lo stesso stato d’animo che ho provato in tutte le occasioni in cui ho presenziato a incontri con gruppi di gente conosciuta online raccolta intorno a una passione comune, forse l’esperienza sociale più fallimentare nella storia dell’umanità e pratica di cui posso considerarmi davvero un pioniere. Solo al risveglio, stamattina, ho valutato se l’associazione tra i piatti dei dj e quelli che assolutamente non bisogna sciacquarli prima di metterli in lavastoviglie – così dice il manuale di istruzioni della mia Miele – sia stata la fonte di ispirazione di tutto ciò o, almeno, una battuta da quattro soldi da sfruttare per un racconto.

le basi

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A quelli della mia generazione che hanno solo la terza media – oggi non sarebbe più ammissibile – invidio il fatto di non avere gli strumenti per provare la sensazione degli incubi sugli anni del liceo e sull’esame di maturità. La mia esperienza più recente risale a un paio di notti fa. Nonostante fossi piombato in classe da un’altra scuola – se non da un’altra vita – la prof di matematica pretendeva, già a partire dal primo giorno, che fossi allineato sul programma (alla faccia dell’inclusione) mettendomi alla prova con un astruso problema di geometria. C’era quel triangolino rettangolo che fuoriesce come uno scampolo di stoffa ai lati del trapezio isoscele, avete presente? Io sapevo benissimo come calcolare la misura della base ma il punto non era quello perché il teorema di Pitagora negli incubi e con la realtà sottosopra non dimostrava un bel niente. C’erano altre cose di cui tener conto che a scuola, almeno in quella che conosco io, nessuno te le insegna. Occorreva infatti tirare in balli vari i fattori economici e sociali per trovare una soluzione e la cosa mi ha mandato in confusione, proprio come accadeva allora. Il mio compagno preferito era invece in carne e ossa, o almeno quello che mi ricordo di lui, tutto vestito di rosso come il pesce che sfoggia nella foto del suo profilo Facebook, ma nessuno – tantomeno lui – sembrava in grado di potermi aiutare. In classe, nel nostro banco vero o onirico che sia, siamo tutti soli al cospetto della valutazione. Poco prima avevo addirittura trascorso un’intera ora angosciato del fatto di non aver studiato anche se, quando ti trasferisci ed è il primo giorno, i docenti sono tenuti a essere più indulgenti. Il senso del tempo, a scuola, è distorto, ma questo anche nella vita vera. Per i docenti vola in un attimo, per i ragazzi dev’essere un incubo. Le ore di matematica non finiscono mai.

doppio live

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Se c’è in sala qualche non-proprietario di gatti, vorrei chiedergli com’è svegliarsi al sabato e la domenica dopo le sei del mattino. La narrazione che ci facciamo noi che dovremmo avere una sorta di pensione di invalidità – pagata grazie alle decine di migliaia di euro che abbiamo speso in scatolette puzzolenti (spesso vomitate e poi ri-mangiate per poi essere ri-vomitate) e interventi chirurgici presso cliniche veterinarie senza scrupoli – dicevo che la narrazione che ci facciamo noi proprietari di gatti è che tanto, durante la settimana, ci saremmo svegliati comunque con la sveglia mezz’ora più tardi. Ma il sabato, chissà come dev’essere quella sensazione di intorpidimento fisico che non provo più da quando ero giovane e felice non-proprietario di gatti del cazzo in casa, che consiste nello svegliarsi alle dieci del mattino, con il sole già alto e l’hinterland operoso che già impenna con il tosaerba nel giardino delle villette a schiera o fa la coda alle bancarelle del finto mercato contadino.

Questa mattina, poi, ho percepito quel rumore di motore termico in folle che emette la mia gatta di merda per attirare l’attenzione, unito alla sensazione di nasino umido sulle palpebre e sulle guance, proprio prima della scena finale di un sogno pazzesco. Mi trovavo con la mia collega di team a zonzo in un brocantage parrocchiale. L’allestimento era rigoroso, con tutte le cianfrusaglie ordinate per genere su tavoloni centrali, in una enorme sacrestia presa d’assalto da nostalgici curiosi e da antiquari senza scrupoli. Il successo dell’iniziativa mi faceva desistere dall’idea di trovare qualcosa di interessante, laddove qualcosa di interessante per me, anche in sogno, consiste in dischi in vinile e giradischi di valore a un prezzo stracciato. Fino a quando il sogno prende una svolta: in una stanzetta seminascosta noto due contenitori traboccanti di trentatré giri. Malgrado le copertine che riconoscono avvicinandomi non siano di mio interesse – noto un inesistente disco dei Van Halen dal titolo “77”, che a freddo interpreto con il fatto che anche nel sogno non mi venisse in mente un analogo titolo numerico che poi è “1984”, quello di “Jump” per intenderci, e che comunque anche in sogno non acquisterei mai, considerata la mia intolleranza all’hard rock – decido comunque di spulciare tra i vinili. Estraggo dagli scatoloni qualche disco dal prezzo molto interessante che metto da parte e poi ecco la vera perla della spedizione: un doppio live dei Cure risalente al tour di Wish. Ha una curiosa cover gatefold a specchio con un’etichetta adesiva che riporta il prezzo di 29,00 euro, le dimensioni sono circa 10 pollici, e nella parte interna riporta stampate le copertine della discografia della band di Robert Smith esistente al momento della pubblicazione di quel bootleg. Ricorda certe buste delle ristampe economiche di una volta, con il catalogo dei titoli a disposizione.

Noto però uno dei volontari dell’iniziativa di beneficienza sistemare le cose lasciate alla rinfusa dai visitatori durante la giornata. Mi avvisa che, al giro successivo di riordino, il mercatino chiuderà. Mi affretto così alla cassa ma mi accorgo di aver lasciato i vestiti e lo zaino in una cassetta di sicurezza, come quelle dei guardaroba fai da te dei musei, all’ingresso dell’oratorio. Mi precipito di corsa attraversando il cortile per recuperare il portafogli e rivestirmi. Come le scene oniriche delle serie tv più blasonate, l’aria è costellata da una specie di nevischio che non si capisce se sia innocuo come nel sottosopra di “Stranger Things” o tossico come in “Chernobyl”.

Trovo i miei jeans su un appendiabiti e, mentre li indosso stando in equilibrio a fatica (non ero proprio in mutande ma indossavo, al posto dei pantaloni, una specie di tuta bianca di carta leggera che usano quelli che verniciano le automobili), chiedo alle due attempate dame di San Vincenzo che presidiano la reception le chiavi della cassetta di sicurezza che, ovviamente, non hanno. Le chiavi restano ai visitatori come è giusto che sia. Mentre mi allontano le ascolto biasimare gli adulti dei tempi che corrono per l’inadeguatezza della loro capacità di stare al mondo, commentando la mia richiesta. Mi volto e rispondo loro che almeno, ora, nessuno muore più di appendicite, che non so cosa voglia dire e non è nemmeno riconducibile a una sequenza di numeri da giocare al lotto.

Torno di corsa al mercatino perché voglio recuperare in fretta, prima che chiuda, le chiavi della cassetta che deve avere per forza la mia collega, pagare i dischi e tornare a casa ad ascoltare il bottino inatteso di quella giornata, anche se so che in tutto mi costerà non meno di sessanta o settanta euro e che mia moglie avrà da ridire, ancora una volta, sui soldi che spendo in dischi. Non sono ancora rientrato nella sacrestia quando mi assale il dubbio, il vero plot twist del sogno: forse il disco live dei Cure l’ho lasciato nella stanzetta, che è un comportamento sconsigliatissimo nei mercatini, oltre che dal comune buon senso. Se trovate un disco che vi interessa, ricordatevi di estrarlo dal contenitore e proseguire la ricerca tenendolo con voi, anche se non siete sicuri che alla fine lo acquisterete. Se lo rimettete a posto o, come credo di aver fatto io nel sogno, lo appoggiate sopra alla fila di dischi nel contenitore, sicuramente qualche altro interessato se ne approprierà. E, manco a dirlo, succede proprio così: tra i dischi che ho chiesto ai volontari alla cassa di tenermi da parte per precipitarmi a recuperare il portafoglio, il doppio live dei Cure non c’è. Corro nella stanzetta dei vinili ma lo zelante inserviente che mi ha messo fretta ha già riordinato i titoli rimasti fuori posto. Dovrei rimettermi a scartabellare tra le centinaia di copertine – sempre che invece, nel frattempo, qualcuno non se ne sia accaparrato – ma non c’è più tempo. Nelle bancarelle dell’usato difficilmente i dischi sono collocati in ordine alfabetico. Il mercatino chiude e la mia gatta ha fame.

E tutto torna. Mentre, in piedi al lavandino della cucina, cerco di limitare la nausea da puzza di scatoletta alle sei del mattino, riconduco il disco del sogno a quelli che ho cercato – per puro passatempo – in rete durante il corso di formazione online che ho seguito ieri, nel tardo pomeriggio. Fare della formazione è un’arte perché il grafico che riporta la curva dell’attenzione di chi sta ad ascoltare è sacrosanto e comprovato ed è importate aver pronto qualcosa di completamente diverso per ravvivare l’interesse di chi ti segue. Ne so qualcosa io che mi dilungo ben oltre i venti/trenta minuti regolamentari con i miei bambini portandoli allo stremo. E, ironia della sorte, il corso in questione è dedicato al rapporto tra arte e scienza. Ho deciso di iscrivermi perché, tutto sommato, mi sento riconducibile alla categoria degli artisti che detestano la scienza, essendo troppo complicata e faticosa da studiare, figuriamoci da insegnare, cosa che purtroppo sono costretto a fare. Il fatto è che in questi giorni, a scuola, stiamo trattando la riproduzione delle piante, e proprio mentre la spiegavo ho condiviso con la classe la considerazione di quanto questa fondamentale funzione sia un’arte a tutti gli effetti. Pensate a come ci accoppiamo noi esseri umani. Per le piante sarà altrettanto piacevole? La struttura dell’apparato dedicato, la polpa del frutto che protegge i semi ma che è stata pensata così buona per far sì che poi vengano sparsi attraverso le nostre feci, la messinscena delle api che si impiastrano di polline, sono altrettanto appaganti? Ma anziché trattare di queste cose, lo specialista che teneva il corso ci dimostrava l’esatto momento della storia e della filosofia in cui arte e scienza si sono separate, che ha (o è) coinciso con l’esatto momento in cui il corso si è giocato la mia attenzione. Ho aperto una scheda di Chrome e mi sono messo a cercare dischi che vorrei acquistare tra Amazon e negozi di dischi online tra i quali paragono i prezzi. E pensare che i dischi live io nemmeno li compro. Non mi piacciono proprio.

i racconti del centodieci

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Ale e la Betta hanno litigato. Non c’è da stupirsi, tra vicini di casa è normale. Il condominio è uno dei pochi ambienti in cui è impossibile scegliere di chi circondarsi, un po’ come quando prenotiamo il posto sul Frecciarossa. Questo è il motivo per cui i ricchi comprano le ville isolate, ma se fossi miliardario preferirei un appartamento in uno di quei palazzi pazzeschi che hanno costruito a City Life. Vivere da solo non mi fa stare tranquillo. Ale invece ha venduto il suo trilocale – è praticamente il mio dirimpettaio – per comprarsi una casetta indipendente a qualche centinaio di metri da qui. Dice che, anche se sono solo in tre, oramai ci stavano stretti. In realtà se ne va perché è stufo delle dinamiche che si sono create da quando ci siamo messi in pista per ristrutturare il palazzo, fruendo dei benefici del 110%. La cosa strana è che Ale e la Betta erano della stessa fazione, qui nel condominio. Ma ne sono successe troppe, non ve le sto nemmeno a raccontare, e all’ultima assemblea hanno rotto. La notizia mi ha talmente scosso che me lo sono sognato. Chiamavo a casa di Betta, rispondeva suo figlio e chiedevo di parlare con il padre, anche se non vive più con loro. Il figlio ha poco più di vent’anni e sembra uno di quei trapper che salgono sul palco con la tuta stretta alle caviglie, il borsello e i capelli rasati sui lati. Anche lui ha una parlata come tutti i bulletti della periferia milanese, e mi metteva in attesa, probabilmente per chiedere qualcosa alla Betta. Poi, nel sogno, scendevo nel parcheggio sul retro e c’era Ale alle prese con il trasloco. Guidava una strana moto militare a tre ruote con vistose gomme da cross e un carrello a rimorchio colmo di mobili. Procedeva in retromarcia verso un prato in cui c’era un edificio in costruzione, ma i pneumatici slittavano per via dell’erba molto alta. Tutto intorno sembrava una di quelle foto dell’hinterland negli anni del boom economico che ogni tanto qualcuno pubblica in giro: ragazzini che giocano negli ultimi campi non edificati a ridosso dei quartieri dormitorio, il tutto in bianco e nero. Vi do un consiglio: se vi propongono di mettervi in ballo con il 110, rispondete di no, e per convincere i vostri condòmini vi autorizzo a leggere a voce alta i miei racconti alle vostre assemblee.