crash

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È accaduto tutto in una manciata di secondi. Stavo scrivendo un post su Facebook con uno di quegli sfondi fantasia quando improvvisamente il computer si è bloccato. Digitavo il testo sulla tastiera ma nel monitor era tutto immobile. Mi sono accorto che c’era qualcosa che non andava ma l’istante dopo la schermata è diventata tutta nera e il pc si è come spento. È trascorso un altro secondo, sufficiente a scartare l’ipotesi dell’interruzione della corrente. Il portatile infatti avrebbe continuato a funzionare con la batteria. Nello stesso istante ho avvertito un silenzio totale ed è bastato un attimo per capire che la situazione era senza uscita. Ho capito subito che avrei dovuto mettere in salvo mia moglie e mia figlia da non so che cosa ma, un secondo dopo, anche fuori dal pc è diventato tutto buio. Ho pensato che quella fosse la morte, o forse la fine del mondo, come se qualcuno avesse spento un interruttore per farla finita. Sono riuscito a malapena a gridare con tutta la disperazione che avevo per chiedere aiuto ed è stato un istinto formidabile perché, facendo così, ho portato l’urlo fuori dall’incubo e mi sono svegliato, svegliando anche loro.

jackie

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I centri storici, in Italia, non sono tutti uguali. Quello di Genova, se lo avete presente, è inconfondibile e deve la sua unicità a innumerevoli caratteristiche. Quella che mi piace di più è che è il più esteso di tutti ma, malgrado ciò, non è tutto un saliscendi come quei comuni medievali delle regioni del centro, grandi come uno sputo e in cui vivono quattro gatti. Eppure oggi sento la fatica nelle gambe mentre lo attraverso e non dovrei, per due motivi. Il primo è che sono allenatissimo, con tutti i km di corsa che mi sparo alla settimana. Il secondo è che è un sogno, e quando sogniamo ma sentiamo il nostro corpo, alla sensazione che proviamo grazie al nostro corpo si aggiunge la sorpresa di averlo anche lì, in quella dimensione completamente mentale.

In realtà inizio a essere stanco. Sto fuggendo da Jackie anche se so che i carruggi sono come una ragnatela e prima o poi me lo troverò di fronte. Prima di dirvi chi è Jackie è bene che sappiate che ho questa consapevolezza, cioè so perfettamente di andare incontro al mio destino, anche perché Jackie e io siamo co-protagonisti di una serie tv in cui ogni episodio ha sempre la stessa trama, come in quel film con Bill Murray in cui si sveglia ogni mattina nello stesso giorno della marmotta. La differenza è nel finale: ogni puntata si conclude con la stessa scena, Jackie ed io che ci spariamo con una pistola, ma l’esito di questa specie di duello cambia. Quello che vi sto raccontando è l’episodio numero due e ieri sera è andato in onda l’episodio numero uno che si è concluso con la mia morte quindi penso che, per rendere più equilibrata la sceneggiatura, questa volta tocchi a lui. Quello che dicevo prima delle gambe vale anche per le pallottole nel corpo. Cammino con fatica per il centro storico e ricordo benissimo il male che fanno quando ti trafiggono la carne fino a farti andare all’altro mondo, che poi nei sogni è un momento che coincide con qualcuno che ti sveglia.

Comunque Jackie ed io siamo due gangster. Fino a un po’ di tempo fa eravamo soci nei nostri affari illeciti. Poi è successo qualcosa e ora, a capo delle rispettive bande rivali, ci facciamo la guerra un po’ come in Gomorra. Scusate il fiatone ma sto accelerando il passo, malgrado gli sforzi di mantenere un’andatura sufficientemente spedita per mettermi in salvo. Mi sto dirigendo alla stazione di Genova Principe a prendere l’ultimo treno che mi porterà a casa. Nel tragitto succedono diverse cose che aumentano la suspense per i telespettatori. Incontro un dj nigeriano di cui non ricordo il nome. Metteva i dischi al Lukrezia, un localino dei vicoli dove ho anche suonato diverse volte. Ora sta mixando musica sotto un portico con un’attrezzatura improvvisata. Accanto a sé ha diversi scatoloni ricolmi di vinile e di musicassette. Anche se sono in pericolo di vita mi metto a scartabellare per trovare qualcosa di interessante. Mi chiede se cerco musica italiana e gli rispondo che no, ascolto hip hop e mi piacerebbe avere una copia in vinile di “3 Feet High And Rising” dei De La Soul ma la prima stampa costa una fortuna. In risposta mette il mio pezzo preferito, “Say no go”, di cui ho anche parlato qui.

Proseguo la mia fuga ma l’incrocio successivo, sono quasi in via Prè che, come sapete, è il vicolo più malfamato di tutti da sempre, mi è fatale. Accosta una macchina e, al volante, vedo Jackie – che poi ha le sembianze di Huggy Bear di Starsky & Hutch, avete presente? – con il suo cappotto color porpora e la pistola in mano. Qualcuno mi afferra da dietro e mi sbatte dentro l’auto che riparte a tutta velocità. Jackie ed io ci scambiamo qualche battuta cercando di capire quale sarà la scena finale che dovremo interpretare, questa volta.

Arriviamo in piazza della Nunziata a ridosso della segreteria dell’Università, o almeno dove si trovava ai tempi in cui ero iscritto io. Scendiamo, ho paura che toccherà ancora a me morire anche questa volta ma dentro mi sento la certezza che non andrà così. E infatti, dai gradini della chiesa di fronte, ecco arrivare il deus ex machina che, a dire la verità, non so chi sia e non so nemmeno che cosa c’entri con la storia raccontata nella serie. Ha una pistola e spara diversi colpi. Uno ferisce di striscio anche a me ma gli altri chiudono la questione.

Nel frattempo ha iniziato a diluviare. Sono vestito solo con due accappatoi in spugna uno sopra l’altro di due colori diversi, mi sanguina una gamba e devo spicciarmi perché tra poco l’ultimo treno partirà senza di me. Via Balbi, che è l’ultimo pezzo prima della stazione, si sta riempiendo d’acqua. Al mio fianco c’è ancora Jackie che si è ripreso, d’altronde nella finzione cinematografica si muore per finta. Figuriamoci in una serie tv per di più inclusa in un sogno. Lui vorrebbe finire la serata a bere una birra insieme da qualche parte ma io sono stanco. Cerca di insistere ma gli faccio presente sia l’ora sia il fatto che ho più di cinquant’anni e mi piace coricarmi presto. La mia età lo induce all’ironia, quindi si accommiata per continuare a far bisboccia da solo.

Finalmente posso correre ma non è per niente facile, con tutta l’acqua che scorre in senso contrario. Mi supera un autobus gremito di persone che mi guardano, d’altronde conciato così è difficile non dare nell’occhio. Il livello del torrente diventa preoccupante e l’autobus si trasforma intelligentemente in un traghetto. Questa potrebbe essere una soluzione efficace per i trasporti urbani di Genova, anche se non piove più come quando la frequentavo io. Mi fermo all’ultimo semaforo, ho le infradito ed è impossibile non bagnarsi i piedi ma cerco comunque un punto per attraversare restando all’asciutto. Un signore, a fianco a me, prende l’iniziativa: trova un ramo che poi è una specie di gondola e si mette a remare per arrivare all’altra sponda della piazza che ormai è un lago. Io provo a camminare lo stesso. Poi mi volto verso quel concittadino così intraprendente e scopro che è il sindaco Bucci. Gli chiedo conferma e, come in quel video passato alla storia in cui gli si chiedeva se fosse di lì, mi conferma la sua identità. Peccato che l’episodio finisca così, con il sindaco che prende il largo e io che cerco di non affogare. Al treno non arriverò mai, ma tanto sono sicuro che sarà stato in ritardo.

megapixel

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Vi dico subito l’unico difetto accertato del nuovissimo Motorola G1000 Superplus. Se avete le mani di ricotta come il sottoscritto il rischio è che vi cada di continuo mentre lo impugnate per fare le foto. Esiste una presa standard e sicura per evitare il peggio ma è appannaggio solo dei millennials che ormai hanno le falangi evolute proprio per tenere gli smartphone nel modo più ergonomico possibile tale da consentire l’impiego razionalizzato ma efficace delle dita. Per farla breve, a me che sono un boomer scivola di continuo e vi consiglio di circondarvi di mogli e figli agili in grado di scattare al volo per rincorrerli e impedire che caschino giù nei burroni più spaventosi come quelli che si materializzano nei peggiori incubi. Smarcato il contro, veniamo ai pro, a partire dalla funzione del mega-obiettivo della camera di cui il G1000 Superplus è provvisto e che consente di visualizzare le inquadrature come vorrebbe un maschio italiano medio. Non chiedetemi come sia possibile. Probabilmente, inserendo l’account Google, Android rileva se il sesso del possessore, il filtro si attiva, il gioco è fatto e il divertimento è assicurato. Vi faccio qualche esempio. Ero in giro per Roma, nel sogno, e mi sono trovato in cima a un grattacielo dell’EUR, una di quelle opere che incarnano in pieno l’estetica razionalista del ventennio. Il bello era che, proprio alle spalle dell’imponente edificio, si poteva notare il contrasto con un campanile barocco ancora più alto e dalle proporzioni architettonicamente impossibili. Volevo immortalare la dicotomia – moderno e antico a confronto – ma non c’è stato verso perché, azionata inavvertitamente la funzione in questione, l’inquadratura visualizzava solo il cortile interno al grattacielo dall’alto, un vertiginoso baratro di centinaia di metri ripreso come se lo smartphone fosse un drone. E non c’è stato verso di modificare l’impostazione perché, lo avrete capito, non c’è esemplare maschile italiano al mondo che non si metterebbe alla guida di un drone per sorvolare gli abissi più inaccessibili. Solo dopo ho scoperto il settaggio attivato per sbaglio e allora ho iniziato a divertirmi. L’interno di un anonimo pub si è trasformato in un divertente strip club con tanto di ballerine di pole dance e puntando la camera verso altri maschi con la polo l’effetto era, manco a dirlo, con il colletto tirato su, le teste rasate a palla da biliardo con barbe curatissime dalle orecchie in giù, braccia e deltoidi gonfi come canotti e polpacci illustrati come un albo di fumetti. Ultima cosa importante: il G1000 Superplus è un prodotto ideale per chi si sollazza con i videogame. In poche mosse, come una di quelle macchinine che assumono le sembianze di un robot giapponese, lo smartphone si trasforma in una postazione per un’esperienza di gioco senza confronti. Il display quadruplica le dimensioni, si aprono delle ali ai lati a completamento della pulsantiera della console, e, soprattutto, sotto si espande con uno slot dotato un drive per i floppy disk, dedicato a chi ama i giochi arcade degli anni 80.

gli esami non finiscono mai

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In un futuro distopico l’occupazione nazista non è mica finita con il 25 aprile del 45 ma si ripresenta come incubo la notte prima dell’orale di maturità di mia figlia. Viviamo a Forte dei Marmi in un appartamento all’ultimo piano di un edificio liberty del centro che, dall’interno, ricorda il Chrysler di Manhattan anche se nella realtà l’ho visto solo da fuori. La casa, come la attigua soffitta, è stipata degli archivi segreti dell’amministrazione di Obama. Per questo le SS hanno come obiettivo principale quello di scoprire il luogo segreto che potrebbe mettere in ginocchio gli alleati e sancire la vittoria dei tedeschi. Un attico che, tra milioni di italiani, non poteva che essere abitato da noi.

La polizia segreta del Fuhrer sta rastrellando la cittadina. Qualcuno, prima che ci trasferissimo lì, ha già ammassato tutti gli schedari di metallo nelle stanze più esterne dell’appartamento creando diversi livelli di barriere, un deterrente in grado di ostacolare l’accesso al piano superiore, in cui sono nascosti i documenti più top secret. Mia moglie e mia figlia, strisciando sotto gli armadi, sembrano aver trovato un posto sicuro in cui nascondersi e non le vedo più. Io ci provo, ma il mio stomaco da birra mi impedisce di seguirle. Provo a chiamarle senza successo. Torno in salotto, mi guardo intorno e capisco quale sia il vero punto. So che quando i soldati fanno irruzione nelle case non vanno molto per il sottile, per questo la mia principale preoccupazione è mettere al sicuro la mia collezione di trentatré giri ma c’è pochissimo tempo e non so da dove iniziare.

In uno di quei salti impossibili in qualunque montaggio cinematografico ma all’ordine del giorno, anzi della notte, nei sogni, ci ritroviamo fuori, nella piazzetta su cui si affaccia l’appartamento. Un sollievo, perché anche se i nazisti faranno irruzione in casa non ricondurranno i faldoni custoditi alla nostra presenza. Non so chi altri prenderebbe in affitto un attico sapendo di mettersi in pericolo di vita. In strada ha appena piovuto, io indosso un trench chiaro come Humphrey Bogart in Casablanca, ma non è nemmeno necessario che suoni la sveglia che ho programmato alle sei. La giornata è una di quelle che non dimenticheremo presto e qualcosa che mi sento dentro mi tira giù dal letto che è ancora buio.

strani sintomi

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Non è scritto da nessuna parte che le canzoni che rimangono nella nostra anima come archetipo emotivo di qualunque cosa – un amore, un sentimento di ribellione, la malinconia, il sentirci invincibili e tutto quello che volete – siano pezzi universalmente individuati come le colonne portanti della nostra cultura. Certo, quando mettiamo a segno qualcosa con successo vorremmo avere un dj universale che fa ascoltare al resto del mondo con un impianto hi-fi in grado di raggiungere tutti gli angoli del creato “We Are The Champions” e cose così, magari abbinato a un video in cui noi vestiamo da re davanti a decine di migliaia di persone a Wembley.

Poi però ognuno di noi ha un repertorio intimo – che magari teniamo alla larga da qualunque istinto di condivisione, la malattia del secolo – fatto di brani da quattro soldi che però, chissà perché, si sono estesi dentro di noi come una macchia di piacere indelebile. Una cosa che poi non sappiamo spiegare a nessuno perché nessun altro, tranne noi, potrebbe capire ma, discutendo di questo, rilancerebbe con la sua, di canzone che gli è rimasta dentro, e che, per noi, non significa altrettanto niente o, nel migliore dei casi, non abbiamo mai sentito.

Dev’essere per questo che, poco fa, mi sono trovato in sogno a casa di Diana Tejera, cantante dei Plastico e autrice di “Strani sintomi”. Se volete qualche coordinata, siamo nel 2001 e il file .mp3 – nel caso migliore – l’avrete salvato nella cartella “one shot” oppure “roba di MTV”. L’avevo rintracciata proprio tramite Facebook, e questo vi assicuro che è successo per davvero, dove ho scoperto che, terminata l’esperienza della band, ha una carriera che prosegue come cantautrice. Nel sogno, invece, visto che mia moglie e mia figlia erano al mare, ho accettato il suo invito a trascorrere un pomeriggio a casa sua in occasione di una sorta di reunion. Il problema era che loro erano ragazzine come ai tempi del video di “Strani sintomi”, malgrado fossero passati ventun anni, per questo sua madre non comprendeva appieno l’interesse di una persona anziana come me per artiste così in erba. A quel happening casalingo per fortuna c’era qualche altro fan affezionato come il sottoscritto, ma non più di una decina di persone intente a consumare patatine e bibite ma tutte desiderose che la band imbracciasse gli strumenti – malgrado la situazione casalinga imponesse rivisitazioni unplugged dei brani – e si mettesse a suonare e cantare la nostra canzone preferita. E, come tutti i sogni migliori, è bastato il primo accordo di chitarra per manifestare tutta la stranezza della scena, destarmi dal sonno e mettere la parola fine al concerto.

state attenti

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Mi era successo quella volta dei fondamentalisti che avevano brutalmente sgozzato alcuni turisti americani in un paese del nord Africa. Poi anche a ridosso dell’11 settembre, ma quella era più una riflessione sui rischi della velocità e del volo: un aeroplano che, in prospettiva, sembrava attraversare un mini-grattacielo solo perché in linea d’aria verso la pista di atterraggio. E poi ieri: Ciriaco De Mita che mi interrogava a un esame di diritto. Forse perché, proprio prima di addormentarmi, avevo ripassato mentalmente l’unica canzone di successo di un gruppo demenziale di una volta, mi sfugge il nome ma c’entravano i maiali e la plastica, e il brano – dedicato all’ex segretario della DC – raccontava dell’ossessione di incontrarlo ovunque, a partire dall’ingresso dello stadio gremito per una partita di pallone.

Il sogno, invece, è stato piuttosto esplicito. Mi recavo nell’aula della facoltà allestita ad hoc per la sessione. Fuori c’era solo qualche studentessa impegnata nel ripasso dell’ultimo minuto con un libro sul grembo. Dentro, il professor De Mita con la sfilza di assistenti già pronti per valutare i candidati. Al mio ingresso mi accoglieva indirizzandomi al registro su cui annotare la mia iscrizione. Ce n’erano diversi, ognuno su un banco con indicate, sulla copertina, le iniziali dei cognomi – in ordine alfabetico – a fianco dei quali apporre la firma.

Il mio era già gremito di presenze e, se anche gli altri fossero stati così zeppi di candidati, non so quanti giorni ci sarebbero voluti alla commissione per sentirci tutti. Il fatto di dover sostenere un esame di diritto, naturalmente, costituiva una preoccupazione non da poco. Ero consapevole di non aver studiato nulla, di aver già concluso l’esperienza universitaria più di trent’anni fa, e soprattutto di aver frequentato in un corso di laurea in cui, per fortuna, la materia oggetto dell’esame non è contemplata dal piano di studi. Eppure De Mita sembrava ansioso che venisse il mio turno. La cosa è finita lì, e non avrebbe avuto nessun strascico se non avessi appena letto della sua morte. Quindi niente, fate attenzione. Se vi sogno, non vi dico nulla per non farvi preoccupare.

la leggenda del pianista triste

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La nuova formula dell’esame di maturità adottata quest’anno la ricordavo differente ma, al cospetto della commissione, mi astengo da qualsiasi commento. Quello che non riesco a focalizzare è il motivo per cui mia figlia abbia scelto me come partner per sostenerlo e, soprattutto, perché io mi sia prestato. E vi assicuro che non è come nei quiz televisivi in cui il concorrente può chiedere l’aiuto telefonando a casa, in caso di dubbio. Mi hanno fatto sedere lì, al suo fianco, nella postazione adibita proprio di fronte ai professori e mi tempestano di domande ma non li biasimo. Quello in cui devo ancora sostenere l’esame di maturità malgrado sia già pienamente laureato e, a dirla tutta, più in prossimità del pensionamento che del primo impiego costituisce il più longevo dei miei incubi ricorrenti. Di certo non mi sarei mai aspettato che il soggetto prevedesse uno spin-off proprio quest’anno in cui è mia figlia a terminare il liceo.

Lei se l’è appena cavata molto bene. Sciorina cose di latino, greco, filosofia, storia e letteratura italiana che davvero non mi capacito come sia possibile ricordare. Ed è una cosa che penso ogni volta che mi chiede aiuto per ripetere la lezione in prossimità di un’interrogazione. E malgrado abbia seguito a grandi linee un analogo percorso di studi umanistici mi meraviglio di quanto io, invece, non mi ricordi più un cazzo e di come sia stato possibile superare esami universitari trent’anni fa che prevedevano programmi incommensurabili.

Non a caso quando poi viene il mio turno – la valutazione finale verrà calcolata attraverso una media delle prove di entrambi – le cose prendono una brutta china. Qual è il lago più esteso del continente oceanico. L’anno del trattato di Verdun. Quali province italiane si affacciano sul golfo di Policastro. In che anno è morto Salvatore Quasimodo. Chi c’era a capo del primo governo di unità nazionale dopo il forfait di Badoglio. Fino a un’inaspettata sorpresa: di quanti fogli di calcolo è composto di default un file di Excel al momento della sua creazione.

Più che una prova di maturità sembra uno di quei test assurdi a risposta multipla che vengono somministrati durante i concorsi per gli insegnanti ma è un problema antico quanto la pubblica amministrazione. Anche se sto vivendo un sogno, resto consapevole del fatto che la scuola – almeno quella italiana – è l’unica organizzazione al mondo priva di un’adeguata selezione del personale e che demandare a una prova nemmeno degna della settimana enigmistica la carriera di un aspirante docente non sta né in cielo né in terra. Vorrei anche chiedere il senso di fornire risposte che potrei dare in pochissimi secondi cercandole su Google ma ho capito la lezione, almeno quella. La commissione mi congeda e, malgrado poco prima sia riuscito a collegare diversi argomenti – le opere di Douglas Coupland, le cover di “Just Like Heaven” dei Cure, come effettuare ricerche nei file log di Google Workspace – vivo la netta sensazione che la mia performance possa compromettere il voto finale di mia figlia.

Mi accomodo in attesa dell’esito in una saletta laterale dove c’è la sua prof di scienze che, davvero, è l’esempio in carne e ossa di quello che ho appena pensato sul reclutamento dei docenti. Noto però con piacere che il tavolino davanti al quale mi siedo in realtà è un pianoforte con tasti tutti bianchi – compresi quelli che tradizionalmente sarebbero neri – costruiti con i Lego e con un efficace design a scomparsa in cui occorre premerli per verificare che sono tasti di un pianoforte, spero di essermi spiegato. Il che, inutile dirlo, rende lo strumento ancora più complicato da utilizzare.

Sposto lo zaino porta-pc e altre cose per sgomberare la tastiera e inizio a suonare tutto il mio repertorio di pezzi interrotti a metà. La riduzione semplificata che strimpello da sempre di “Firth Of Fifth”, il solito improvviso di Schubert che ho imparato fino a un certo punto e altri tentativi di ingraziarmi la prof di scienze ma il gap di sensibilità artistica fra me e lei che, davvero, nessuna azienda sulla faccia della terra prenderebbe a lavorare con sé risulta più che evidente. Anche lei ha capito che il mio problema, da sempre, sta tutto nella mancanza di costanza. Finisce come al solito, che con la mano sinistra faccio la sequenza di accordi delle dodici battute del blues con la tecnica del four way closed e con la destra suono la melodia a terze di “Blue Monk”, almeno come credo di ricordarla.

sulla base

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Non conosco i gusti musicali delle mie colleghe, non ne abbiamo mai parlato. Solo una volta Benedetta ha fatto cenno alla sua passione per i Pearl Jam ma poi non ho approfondito. Non c’è mai tempo e l’umanità è talmente variegata che non riesco a immaginare un collegio docenti che abbia all’ordine del giorno i Cure, per esempio. Devo aver incrociato questa riflessione con un dato reale sull’aumento dei biglietti dei concerti – i Massive Attack a Milano la prossima primavera costano quasi 50 euro – per ambientare nella platea dell’auditorium della mia scuola quanto sto per raccontarvi. Sul palco ci sono i Rage Against The Machine ma con una line-up parziale, composta solo da Zack De La Rocha accompagnato dal batterista. Nemmeno in sogno è possibile delineare una riduzione dei loro brani più famosi a solo due strumenti. Di certo il loro stile risulta ostico alle colleghe che sono sedute nei divanetti appena rimessi a nuovo dal comune di fianco a me e nella fila davanti. Si alzano e si allontanano con quella espressione che fanno le persone quando non capiscono quello che gli è stato detto. La collega seduta davanti, addirittura, per non disturbare i spettatori e costringerli ad alzarsi al suo passaggio, striscia umilmente sotto i sedili. Probabilmente si tratta di un concerto gratuito, se qualcuno si permette di abbandonarlo a metà. È un comportamento che trovo inammissibile. Per ammortizzare il costo del biglietto si deve rimanere fino all’ultimo bis, e andarsene è ammesso soltanto quando non c’è stato nessun investimento economico. La band sul palco attacca con “Killing in the name of”, il loro più grande successo. Confermo il fatto che, per un genere così guitar-based, presentarsi solo voce e batteria può risultare limitante. Mi vengono in mente i Twenty One Pilots, ho fatto ascoltare un paio di loro canzoni la settimana scorsa in classe. Simone aveva proposto Eminem ed è lì che ho pensato che il cantante un po’ gli somiglia, almeno nel timbro. Nessuno dei miei bambini mi ha dato ragione ma non li biasimo, probabilmente sono troppo piccoli per certe raffinatezze da addetti ai lavori. Comunque non mi sembra un problema. I RATM eseguono il loro cavallo di battaglia senza far rimpiangere l’assenza di Tom Morello. Poi però a un certo punto, nella seconda parte della canzone, nel punto più concitato, mentre Zack De La Rocha si lancia sul pubblico, il batterista si alza e inizia a pogare da solo. La cosa curiosa è che la canzone va avanti come se niente fosse ed è in quel momento che capisco tutto. Anche i RATM suonano con le basi pre-registrate come facevamo noi quando militavo nell’orchestra di liscio. Che delusione. Non è possibile. La canzone finisce e ci mettiamo a polemizzare seduti in platea, ai tempi del Covid un concerto con il pubblico in piedi è fuori discussione. Il batterista sembra molto seccato di quel brusio – nemmeno fossimo a messa – e passa tra la gente per chiedere un po’ di silenzio. Il concerto ormai ha perso d’interesse, così mi metto a osservare le bancarelle di dischi usati che sono posizionate ai lati della sala. Una è fianco del palco e vende, oltre agli ellepi, del merchandising della band, un particolare che mi convince del fatto che si tratti di una bancarella ufficiale, quindi americana, quindi con prezzi dei dischi fuori dalle logiche della bolla che sta inghiottendo il mercato del vinile qui in Italia, ora che è così tornato di moda. Dai contenitori posizionati su uno dei tavoli noto alcune copertine che fanno al caso mio. Alle mie spalle c’è un altro venditore. Si trova a fianco del bar e probabilmente è di stanza del posto. Non ho dubbi su quale visitare per primo. Inutile dire che, appena mi avvicino, i contenitori di dischi spariscono dal sogno ed è un peccato perché avevo proprio voglia di fare affari. Mi devo accontentare del solito rigattiere da mercatino dell’usato di Milano, uno di quei finti fricchettoni che mettono i trentatré giri minimo a venti euro, indipendentemente dal titolo. Mi avvicino e mi accorgo che è ancora peggio. Si tratta di una specie di bookshop come quelli dei musei, cari come il fuoco. Hanno solo ristampe in edizioni di lusso e a costi proibitivi. Sono comunque soddisfatto di come è andata la giornata. Poco prima, nei pressi dei bagni ubicati al piano inferiore, ho trovato un soprabito primaverile nuovo di pacca, ancora con il cartellino. Sembrava abbandonato e l’ho fatto subito mio. Mi calza a pennello anche se il colore – blu carta da zucchero – pur essendo il mio preferito è impossibile da abbinare al resto del mio abbigliamento. Mi convinco che nulla più mi trattiene al concerto, né la compagnia, né la musica e tantomeno la possibilità di espandere la mia collezione di vinili. Superata la sala concerti, l’auditorium sembra un museo a tutti gli effetti. Ed è per questo che all’uscita l’addetto al guardaroba, uno di quelli che nella puntata di Presa Diretta della scorsa settimana ho scoperto essere pagati meno di un operatore delle pulizie, premesso che ho molti amici che lavano gli uffici, nota il soprabito che indosso e mi ringrazia di volerlo riconsegnare, qualcuno lo aveva appena smarrito.

gomma

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Un signore anziano sta sputando sentenze contro le nuove generazioni. La sala d’attesa è gremita, l’uomo ha la mascherina che gli protegge solo il collo e il rischio è che, a corredo delle invettive, ci siano saliva e roba in grado di ammalare il prossimo. Non so quando sia iniziata la nuova era. Una volta i vecchi si lamentavano dei ragazzini, dei giovanissimi, insomma, per tutti quei motivi per i quali lo scontro generazionale risultava indiscutibile. Da un po’ di tempo ce l’hanno con un altro tipo di giovani, quelli tra i trenta e i quarant’anni, gente che potrebbe essere i loro figli. Io ho scampato per un pelo il target di questa insofferenza anche se, parliamoci chiaro, non è che noi siamo tanto meglio. Ne deriva che la responsabilità di cotanta insulsaggine è di sua competenza, sua e dei suoi coetanei. Per noi, che a differenza dei trenta e quarantenni abbiamo figli già alle soglie della vita da adulti, si vedrà. L’aggravante è che sono un insegnante, quindi il mio ruolo di educatore potrebbe essere fallimentare il doppio, così, finché posso, evito di intervenire e di darmi la zappa sui piedi. Il vecchio sostiene che la sua accezione di giovane d’oggi è responsabile per aver reso la tecnologia inaccessibile ai non addetti ai lavori digitali. Dice che prima o poi ci sarà un governo di tecnici informatici, uomini che si accentreranno il potere immenso di rendere sempre più complessa la tecnologia tagliando fuori dai giochi chi è poco avvezzo. Un golpe subdolo che già iniziato con lo SPID.

Nell’atrio in cui ci troviamo – nel sogno non si capisce bene, la scena potrebbe svolgersi nell’attesa di una delle ennesime dosi di vaccino ma anche all’ufficio postale, dove i vecchi come lui, alla fine di ogni mese, ritirano ancora la pensione in contanti e siamo nel 2022 – c’è un vecchio pc desktop acceso con un salvaschermo attivo, una scritta multicolore in 3D programmata per rimbalzare dall’alto in basso, da destra a sinistra, parole di cui non riesco a cogliere il significato, il monitor non è sufficientemente inclinato nella mia direzione. Lo chassis è di quel bianco panna sporca che i laptop multicolore e metallizzati di oggi hanno contribuito a farci dimenticare insieme al fatto che, una volta, ogni postazione di lavoro era occupata da catafalchi antiestetici di quella stazza. Un vero pugno in un occhio al design di interni.

Tra le varie accuse proferite, l’uomo sostiene di avercela con i giovani – ribadisco, quei giovani – per aver reso impossibile il recupero delle password. A quel punto non ci vedo più. Con uno slancio mi alzo dalla panca su cui aspetto il mio turno per cantargliene quattro. Ma come si permette?, voglio gridargli. Recuperare le password è una procedura semplicissima!, sto per urlargli addosso. Il fatto è che, nella mia esperienza di amministratore della piattaforma di didattica digitale della scuola in cui insegno, i genitori che si dimenticano le credenziali sono tantissimi. Non ho tenuto uno storico, ma non avete idea di quante richieste di aiuto abbia ricevuto. Calcolo a mente una stima ma questa indecisione è fatale: non faccio in tempo a mettermi in piedi che lo smartphone mi cade dalle mani, vola in terra e scivola veloce, grazie alla gomma del guscio con cui l’ho rivestito, dall’altra parte della sala. Una bella figura di merda per un esperto di computer. Decido di stare zitto, ho già sprecato il mio spazio di attenzione con quella goffaggine. Raccolgo il telefono, ne pulisco il dorso con le mani e finalmente, tornando al mio posto, riesco a leggere cosa c’è scritto sullo salvaschermo.

presidio

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Ignoravo che il castelmagno fosse un formaggio di stagione e che, appunto, di questi tempi non si trovasse. Me lo ha detto Luca. La sua bottega di specialità del basso Piemonte è uno dei negozietti di fiducia dei miei genitori i quali, vivendo nel centro di una piccola città di provincia, hanno tutto a portata di mano ma a un costo doppio o triplo rispetto ai supermercati in cui mi rifornisco io qui. Con il suo palpabile accento delle langhe colma anche la mia lacuna circa il processo di preparazione di quel prodotto a denominazione di origine protetta. Per fare il castelmagno ci vogliono le acciughe che, in pieno inverno, hanno appena deposto le uova o, al massimo, si pescano appena nate e di dimensioni insoddisfacenti. La sua spiegazione mi lascia a bocca aperta. Il castelmagno è un latticino e non riesco a cogliere l’attinenza con i pesci, a meno che le acciughe non entrino in gioco nella fase di fermentazione, sempre che per fare il formaggio tutto ciò sia necessario. Non è un mio problema, al momento. Da quando faccio l’insegnante mi trovo a dare risposte ai miei alunni a cose che non so. E poi sono sempre stato refrattario ai connubi mare e monti. Per me sono due ambienti che si devono tenere alla larga, incompatibili, ed è meglio che ciascuno se ne stia a casa propria. Questo vale anche per l’enogastronomia.

La bottega di Luca è una specie di via Montenapoleone del gusto. Vini da decine di euro a boccia, tartufi, pasta ripiena e non fatta in casa, miele, marmellate, prodotti delle fattorie e ogni altro ben di dio. Lui e la moglie lo gestiscono da sempre e io mi sono sempre chiesto come riescano a sopportarsi con quella parlata, a casa e anche sul posto di lavoro. Avevo visto un film porno con protagonisti amatoriali torinesi, da giovane. Da allora mi sono convinto che, nell’intimità, è molto più efficace stare in silenzio a meno di non aver alle spalle un valido corso di dizione, uno di quelli che ti piallano ogni inflessione a italiano da doppiatore.

Da Luca ho appena acquistato una fetta di un altro formaggio tipico di cui, stamattina, mi sfugge il nome. Mi sono lasciato consigliare ma poi il display della bilancia mi ha fatto pentire della scelta. Nella bottega c’è qualche tavolo per consumare i loro prodotti sul posto. Io e Alessandra, tanti anni prima, c’eravamo fermati solo perché Luca aveva appena messo il nuovo cd degli US3. Avevamo preso un panino – mica con il pane dozzinale, eh, ma con due fettazze di quello fatto con tutti i crismi del km zero, dello slow food, del biologico, un vero concentrato di fuffa marketing culinaria – e una bottiglia di vino “buono”, così gli avevo chiesto, senza pensare – ma ero giovane, troppo giovane, un vero ragazzino – che mi avrebbe rifilato mezzo litro di barolo a 30mila lire.

Ma le gaffe nella bottega di Luca sono un classico. Oggi ho lasciato mia moglie fuori, in macchina con le quattro frecce, e mi sono precipitato nel negozio per comprare qualche specialità da portare con me, al rientro nell’insapore periferia milanese. Appena entrato sono stato subito redarguito per essere senza mascherina. Non è da me, se pensate che ormai indosso la FFP2 anche quando guido da solo. Ho chiesto scusa – che imperdonabile avventatezza – e mi sono precipitato in auto per recuperarne una. Nella fretta, come sempre, non ho trovato quella estratta poco prima immacolata dalla sua confezione e ho dovuto accontentarmi della mascherina di stoffa che qualcuno mi ha lasciato nel portaoggetti tra i sedili anteriori. È blu ed è molto larga, ma per una spesa di qualche minuto posso resistere. Lascio spalancarsi le porte scorrevoli automatiche e, finalmente, ecco il mio turno per consumare il rito del ritorno alle radici, lo stesso che vedevo interpretato da mio papà ogni volta in cui andavo a trovarlo, quando era ancora in vita. Ed è proprio mentre scruto tutte quelle eccellenze alimentari che mi rendo conto che non avevo mai fatto un sogno con la mascherina, prima d’ora.