in prima fila

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Il momento in cui si manifesta il cosiddetto panico da palcoscenico è difficile da prevedere, e non è detto che lo si avverta mentre siamo svegli. È facilissimo però percepire questo stato d’animo diffuso tra i miei bambini impegnati in una delle svariate prove generali dello spettacolo che chiude, in un solo colpo, progetto di teatro e musica, anno scolastico, ciclo alla primaria.

Ma anche a me, l’emozione, gioca brutti scherzi. Sto cercando di posizionare la telecamera un po’ datata che abbiamo in dotazione a scuola – dovrò riprendere l’intera esibizione – senza riuscirci. Se siete del mestiere – videomaker, non insegnanti – saprete che non è scontato saper impostare l’inquadratura dritta regolando la lunghezza delle singole gambe del treppiede. Cioè i professionisti ci riescono, i cialtroni come me vanno a tentativi. Senza contare che i neon della platea dell’auditorium sono spenti per far abituare i bambini alle sole luci del palcoscenico e, nonostante gli occhiali, ci vedo malissimo. Nel display della camera però riconosco perfettamente i colori che ho impostato schiacciando a caso i pulsanti e le levette del mixer luci di cui è dotato l’impianto.

In prima fila, non chiedetemi il perché, sapete come funzionano i sogni, sta assistendo alle prove la moglie di un notissimo presentatore televisivo, uno di quelli che ha appena fatto armi e bagagli per darsela a gambe dalla tv di stato meloniana. Io e lei (sua moglie, mica la Meloni eh) siamo molto in confidenza, lo si evince dal fatto che mi siedo accanto e ci scambiamo effusioni ma sarebbe scorretto definirle amorose. I nostri volti si trovano vicinissimi e io, anziché pensare a baciarla, le morsico delicatamente ma con trasporto emotivo che non vi sto a descrivere il naso, mentre lei si sbellica dalla risate per il presunto solletico procurato. Sono certo che, prima dell’inizio della recita, la raggiungerà suo marito, sempre che sia libero dagli impegni che un personaggio pubblico della sua statura comporta.

Con i bambini ci siamo esercitati e preparati molto, e spero che i risultati mi diano ragione. Anche io ho dato del mio meglio. Ho addirittura noleggiato uno studio per registrare le musiche e definire al meglio il sound design dello spettacolo. Sulla scelta della struttura non ho avuto dubbi, in queste occasioni importanti – in cui c’è poco tempo e bisogna essere certi del risultato finale – ci si affida a professionisti e, come nel mio caso, a conoscenze personali. In realtà, se nel sogno mi sono rivolto allo studio di Fabry K., è più perché devo aver sbirciato nella sua pagina Facebook recentemente. Ve lo dico perché io da un metallaro non mi farei registrare nemmeno la base di “Tanti auguri a te” per festeggiare i compleanni in classe.

La sua storia, però, è piuttosto curiosa. È un perfetto nessuno, mai quanto me, ma sin da quando era ragazzino – è sempre stato un virtuoso della chitarra e il suo look da hair metal non ha mai lasciato dubbi – il suo atteggiamento ha dato sempre al prossimo l’impressione di uno sempre sul punto di sfondare. Si era trasferito a Milano dopo le superiori e, da allora, ha militato esclusivamente in cover e tribute band esclusivamente di matrice hard rock e tamarra. Grazie alla sua attività musicale di serie C, comunque un mestiere dignitosissimo, ha rilevato una sala di registrazione con alcuni colleghi metallari quanto lui.

Mentre, dietro al bancone del mixer, stiamo mettendo a punto l’equalizzazione dei pezzi, Fabry e il fonico commentano l’imminente cambio di sede del loro studio. L’intero stabile in cui ci troviamo è stato acquisito da una banca – peccato, quegli spazi hanno una storia artistica di tutto rispetto – e a breve sarà ristrutturato per ricavare mini appartamenti più adatti al mercato immobiliare del quartiere. Mi pare anche che vogliano vendermi qualche synth per evitare un trasloco oneroso ma è tempo perso, a casa non saprei dove tenerli e finirebbero per ammuffire in cantina. Il mixaggio termina in tempo per prendere il Flixbus per Roma, un plot twist che nell’economia della trama non ha alcun senso. Nella paura di perderlo – come nella vita reale, sono paranoico sulla puntualità negli appuntamenti – non faccio in tempo a fare la pipì prima di partire, così approfitto della prima sosta a Genova per scendere e cercare una toilette. Qualcuno mi indica il piano seminterrato del teatro Carlo Felice – il pullman ha parcheggiato nella piazza antistante – ma sapete come vanno le cose nella confusione onirica. Non vedo più i cartelli con l’omino stilizzato e soprattutto so che devo sbrigarmi, non credo che l’autista a ogni fermata faccia l’appello come facciamo a scuola prima di partire per la gita e non abbandonare nessuno nelle città d’arte. Finisce che non la faccio nemmeno lì ma non dovete preoccuparvi, la coda del sogno non è così prevedibile. In fretta e in furia riesco a elaborare una strategia che si rivelerà perfetta: decido di trovare la comitiva che viaggia con me, e sulla scaletta del Flixbus faccio di tutto per svegliarmi e precipitarmi in bagno, dove abbiamo appena installato il motore del nuovo condizionatore e non mi sono ancora abituato al controsoffitto con i faretti.

ai piatti

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A proposito di reddito di cittadinanza, assegno di inclusione e sussidio di disoccupazione salta agli occhi l’omissione di una qualsiasi forma di riconoscimento economico per chi si occupa dell’accudimento quotidiano della famiglia, la professione universalmente riconducibile a quella della casalinga. Ricoprendo questo ruolo – per quanto sia in grado e giuro con la massima umiltà – per motivi di organizzazione domestica, provo a immaginare quanto tempo-vita non retribuito possano aver dedicato miliardi di donne nella storia dell’umanità. Mia mamma lavorava e in più era chiamata a tenere le fila di un nucleo di cinque persone, in un momento storico e sociale in cui gli uomini erano dispensati dal dover fornire qualunque tipo di supporto se non portare a casa il pane. Nessuno le ha mai corrisposto nulla per tutte le cose che ha fatto per il marito e figli, né come stipendio e tantomeno sotto forma di contributi pensionistici.

Io trascorro così tanto tempo in cucina che, in un sogno, avevo addirittura installato nel piano di lavoro tra i fornelli e il lavabo una console da dj, sulla quale facevo pratica in quella che considero – anche nella vita reale – l’attività più utile che io possa esercitare per il prossimo. Selezionare musica da far ascoltare o ballare a terzi è per me una vera e propria missione, un modo per prendermi cura degli altri e il canale espressivo più immediato per trasmettere il mio trasporto a qualcuno. E il fatto che non mi sorprendeva aver integrato lo spazio in cui mi dedico con amore alla mia famiglia preparando cose buone da mangiare dell’equipaggiamento per mettere i dischi ha un significato inequivocabile.

Mi stupivo così di trovare un analogo set al Nuovo Armenia di Dergano. Facendo finta di bere un drink, sbirciavo dentro al lavabo in acciaio del bar per catturare i segreti del mestiere di un dj di grido fino a quando mi chiedeva di sostituirlo qualche minuto per prendersi una pausa. Il punto è che non si può rimpiazzare qualcuno di cui non si sa che dischi o cd – in quel caso erano flac su un pc – è provvisto. Così, dopo due o tre brani messi a caso, mi trovavo in forte difficoltà nel proseguire la selezione. Se volete sapere com’è andata a finire, mentre l’ultima traccia sfumava, iniziavo a suonare con le mani a tempo la superficie dell’acqua con cui era riempito il vano per lavare i bicchieri. Tenevo un ritmo decisamente trascinante e riuscivo persino a modulare, sfruttando quella tensione superficiale che si insegna in quarta elementare, una melodia adeguata, come se quel dispositivo naturale fosse in qualche modo triggerato con un virtual synth nel computer.

Tutto questo fino a quando il dj residente tornava alla sua postazione, mi ringraziava e proseguiva con il suo spettacolo. Sollevato dall’impegno, ne approfittavo così per recarmi ai funerali privati di Ernesto Assante, cerimonia alla quale non ero stato assolutamente invitato ma di cui mi arrogavo il diritto alla partecipazione come riconoscimento morale per la mia devozione ossessiva alla musica. Potendo vantare una meno che irrisoria comparsata nella storia dell’industria musicale, pochi mesi da meno che turnista in una band sconosciuta nonché fanalino di coda del roster di una major, mi auto-dichiaravo meritevole di far parte del jet set del giornalismo di settore sia per le mie trascurabili recensioni di novità musicali su una webzine amatoriale letta da quattro gatti, sia in virtù delle centinaia di euro che investo nell’acquisto di dischi in vinile. E il bello che non sapevo nemmeno che la famiglia del giornalista scomparso non avesse organizzato una cerimonia vera e propria, ma una sobria formula di funerale laico in un circolo ARCI.

Nella salone delle feste in stile partito comunista anni 70 non c’era l’urna con le ceneri e non era stato nemmeno allestito alcun rinfresco. Cercavo di cogliere tra gli invitati che, in gruppetti sparsi, condividevano aneddoti inerenti il loro comune amico e collega, qualcuno che mi riconoscesse fino a quando mi allontanavo, con lo stesso stato d’animo che ho provato in tutte le occasioni in cui ho presenziato a incontri con gruppi di gente conosciuta online raccolta intorno a una passione comune, forse l’esperienza sociale più fallimentare nella storia dell’umanità e pratica di cui posso considerarmi davvero un pioniere. Solo al risveglio, stamattina, ho valutato se l’associazione tra i piatti dei dj e quelli che assolutamente non bisogna sciacquarli prima di metterli in lavastoviglie – così dice il manuale di istruzioni della mia Miele – sia stata la fonte di ispirazione di tutto ciò o, almeno, una battuta da quattro soldi da sfruttare per un racconto.

le basi

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A quelli della mia generazione che hanno solo la terza media – oggi non sarebbe più ammissibile – invidio il fatto di non avere gli strumenti per provare la sensazione degli incubi sugli anni del liceo e sull’esame di maturità. La mia esperienza più recente risale a un paio di notti fa. Nonostante fossi piombato in classe da un’altra scuola – se non da un’altra vita – la prof di matematica pretendeva, già a partire dal primo giorno, che fossi allineato sul programma (alla faccia dell’inclusione) mettendomi alla prova con un astruso problema di geometria. C’era quel triangolino rettangolo che fuoriesce come uno scampolo di stoffa ai lati del trapezio isoscele, avete presente? Io sapevo benissimo come calcolare la misura della base ma il punto non era quello perché il teorema di Pitagora negli incubi e con la realtà sottosopra non dimostrava un bel niente. C’erano altre cose di cui tener conto che a scuola, almeno in quella che conosco io, nessuno te le insegna. Occorreva infatti tirare in balli vari i fattori economici e sociali per trovare una soluzione e la cosa mi ha mandato in confusione, proprio come accadeva allora. Il mio compagno preferito era invece in carne e ossa, o almeno quello che mi ricordo di lui, tutto vestito di rosso come il pesce che sfoggia nella foto del suo profilo Facebook, ma nessuno – tantomeno lui – sembrava in grado di potermi aiutare. In classe, nel nostro banco vero o onirico che sia, siamo tutti soli al cospetto della valutazione. Poco prima avevo addirittura trascorso un’intera ora angosciato del fatto di non aver studiato anche se, quando ti trasferisci ed è il primo giorno, i docenti sono tenuti a essere più indulgenti. Il senso del tempo, a scuola, è distorto, ma questo anche nella vita vera. Per i docenti vola in un attimo, per i ragazzi dev’essere un incubo. Le ore di matematica non finiscono mai.

doppio live

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Se c’è in sala qualche non-proprietario di gatti, vorrei chiedergli com’è svegliarsi al sabato e la domenica dopo le sei del mattino. La narrazione che ci facciamo noi che dovremmo avere una sorta di pensione di invalidità – pagata grazie alle decine di migliaia di euro che abbiamo speso in scatolette puzzolenti (spesso vomitate e poi ri-mangiate per poi essere ri-vomitate) e interventi chirurgici presso cliniche veterinarie senza scrupoli – dicevo che la narrazione che ci facciamo noi proprietari di gatti è che tanto, durante la settimana, ci saremmo svegliati comunque con la sveglia mezz’ora più tardi. Ma il sabato, chissà come dev’essere quella sensazione di intorpidimento fisico che non provo più da quando ero giovane e felice non-proprietario di gatti del cazzo in casa, che consiste nello svegliarsi alle dieci del mattino, con il sole già alto e l’hinterland operoso che già impenna con il tosaerba nel giardino delle villette a schiera o fa la coda alle bancarelle del finto mercato contadino.

Questa mattina, poi, ho percepito quel rumore di motore termico in folle che emette la mia gatta di merda per attirare l’attenzione, unito alla sensazione di nasino umido sulle palpebre e sulle guance, proprio prima della scena finale di un sogno pazzesco. Mi trovavo con la mia collega di team a zonzo in un brocantage parrocchiale. L’allestimento era rigoroso, con tutte le cianfrusaglie ordinate per genere su tavoloni centrali, in una enorme sacrestia presa d’assalto da nostalgici curiosi e da antiquari senza scrupoli. Il successo dell’iniziativa mi faceva desistere dall’idea di trovare qualcosa di interessante, laddove qualcosa di interessante per me, anche in sogno, consiste in dischi in vinile e giradischi di valore a un prezzo stracciato. Fino a quando il sogno prende una svolta: in una stanzetta seminascosta noto due contenitori traboccanti di trentatré giri. Malgrado le copertine che riconoscono avvicinandomi non siano di mio interesse – noto un inesistente disco dei Van Halen dal titolo “77”, che a freddo interpreto con il fatto che anche nel sogno non mi venisse in mente un analogo titolo numerico che poi è “1984”, quello di “Jump” per intenderci, e che comunque anche in sogno non acquisterei mai, considerata la mia intolleranza all’hard rock – decido comunque di spulciare tra i vinili. Estraggo dagli scatoloni qualche disco dal prezzo molto interessante che metto da parte e poi ecco la vera perla della spedizione: un doppio live dei Cure risalente al tour di Wish. Ha una curiosa cover gatefold a specchio con un’etichetta adesiva che riporta il prezzo di 29,00 euro, le dimensioni sono circa 10 pollici, e nella parte interna riporta stampate le copertine della discografia della band di Robert Smith esistente al momento della pubblicazione di quel bootleg. Ricorda certe buste delle ristampe economiche di una volta, con il catalogo dei titoli a disposizione.

Noto però uno dei volontari dell’iniziativa di beneficienza sistemare le cose lasciate alla rinfusa dai visitatori durante la giornata. Mi avvisa che, al giro successivo di riordino, il mercatino chiuderà. Mi affretto così alla cassa ma mi accorgo di aver lasciato i vestiti e lo zaino in una cassetta di sicurezza, come quelle dei guardaroba fai da te dei musei, all’ingresso dell’oratorio. Mi precipito di corsa attraversando il cortile per recuperare il portafogli e rivestirmi. Come le scene oniriche delle serie tv più blasonate, l’aria è costellata da una specie di nevischio che non si capisce se sia innocuo come nel sottosopra di “Stranger Things” o tossico come in “Chernobyl”.

Trovo i miei jeans su un appendiabiti e, mentre li indosso stando in equilibrio a fatica (non ero proprio in mutande ma indossavo, al posto dei pantaloni, una specie di tuta bianca di carta leggera che usano quelli che verniciano le automobili), chiedo alle due attempate dame di San Vincenzo che presidiano la reception le chiavi della cassetta di sicurezza che, ovviamente, non hanno. Le chiavi restano ai visitatori come è giusto che sia. Mentre mi allontano le ascolto biasimare gli adulti dei tempi che corrono per l’inadeguatezza della loro capacità di stare al mondo, commentando la mia richiesta. Mi volto e rispondo loro che almeno, ora, nessuno muore più di appendicite, che non so cosa voglia dire e non è nemmeno riconducibile a una sequenza di numeri da giocare al lotto.

Torno di corsa al mercatino perché voglio recuperare in fretta, prima che chiuda, le chiavi della cassetta che deve avere per forza la mia collega, pagare i dischi e tornare a casa ad ascoltare il bottino inatteso di quella giornata, anche se so che in tutto mi costerà non meno di sessanta o settanta euro e che mia moglie avrà da ridire, ancora una volta, sui soldi che spendo in dischi. Non sono ancora rientrato nella sacrestia quando mi assale il dubbio, il vero plot twist del sogno: forse il disco live dei Cure l’ho lasciato nella stanzetta, che è un comportamento sconsigliatissimo nei mercatini, oltre che dal comune buon senso. Se trovate un disco che vi interessa, ricordatevi di estrarlo dal contenitore e proseguire la ricerca tenendolo con voi, anche se non siete sicuri che alla fine lo acquisterete. Se lo rimettete a posto o, come credo di aver fatto io nel sogno, lo appoggiate sopra alla fila di dischi nel contenitore, sicuramente qualche altro interessato se ne approprierà. E, manco a dirlo, succede proprio così: tra i dischi che ho chiesto ai volontari alla cassa di tenermi da parte per precipitarmi a recuperare il portafoglio, il doppio live dei Cure non c’è. Corro nella stanzetta dei vinili ma lo zelante inserviente che mi ha messo fretta ha già riordinato i titoli rimasti fuori posto. Dovrei rimettermi a scartabellare tra le centinaia di copertine – sempre che invece, nel frattempo, qualcuno non se ne sia accaparrato – ma non c’è più tempo. Nelle bancarelle dell’usato difficilmente i dischi sono collocati in ordine alfabetico. Il mercatino chiude e la mia gatta ha fame.

E tutto torna. Mentre, in piedi al lavandino della cucina, cerco di limitare la nausea da puzza di scatoletta alle sei del mattino, riconduco il disco del sogno a quelli che ho cercato – per puro passatempo – in rete durante il corso di formazione online che ho seguito ieri, nel tardo pomeriggio. Fare della formazione è un’arte perché il grafico che riporta la curva dell’attenzione di chi sta ad ascoltare è sacrosanto e comprovato ed è importate aver pronto qualcosa di completamente diverso per ravvivare l’interesse di chi ti segue. Ne so qualcosa io che mi dilungo ben oltre i venti/trenta minuti regolamentari con i miei bambini portandoli allo stremo. E, ironia della sorte, il corso in questione è dedicato al rapporto tra arte e scienza. Ho deciso di iscrivermi perché, tutto sommato, mi sento riconducibile alla categoria degli artisti che detestano la scienza, essendo troppo complicata e faticosa da studiare, figuriamoci da insegnare, cosa che purtroppo sono costretto a fare. Il fatto è che in questi giorni, a scuola, stiamo trattando la riproduzione delle piante, e proprio mentre la spiegavo ho condiviso con la classe la considerazione di quanto questa fondamentale funzione sia un’arte a tutti gli effetti. Pensate a come ci accoppiamo noi esseri umani. Per le piante sarà altrettanto piacevole? La struttura dell’apparato dedicato, la polpa del frutto che protegge i semi ma che è stata pensata così buona per far sì che poi vengano sparsi attraverso le nostre feci, la messinscena delle api che si impiastrano di polline, sono altrettanto appaganti? Ma anziché trattare di queste cose, lo specialista che teneva il corso ci dimostrava l’esatto momento della storia e della filosofia in cui arte e scienza si sono separate, che ha (o è) coinciso con l’esatto momento in cui il corso si è giocato la mia attenzione. Ho aperto una scheda di Chrome e mi sono messo a cercare dischi che vorrei acquistare tra Amazon e negozi di dischi online tra i quali paragono i prezzi. E pensare che i dischi live io nemmeno li compro. Non mi piacciono proprio.

i racconti del centodieci

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Ale e la Betta hanno litigato. Non c’è da stupirsi, tra vicini di casa è normale. Il condominio è uno dei pochi ambienti in cui è impossibile scegliere di chi circondarsi, un po’ come quando prenotiamo il posto sul Frecciarossa. Questo è il motivo per cui i ricchi comprano le ville isolate, ma se fossi miliardario preferirei un appartamento in uno di quei palazzi pazzeschi che hanno costruito a City Life. Vivere da solo non mi fa stare tranquillo. Ale invece ha venduto il suo trilocale – è praticamente il mio dirimpettaio – per comprarsi una casetta indipendente a qualche centinaio di metri da qui. Dice che, anche se sono solo in tre, oramai ci stavano stretti. In realtà se ne va perché è stufo delle dinamiche che si sono create da quando ci siamo messi in pista per ristrutturare il palazzo, fruendo dei benefici del 110%. La cosa strana è che Ale e la Betta erano della stessa fazione, qui nel condominio. Ma ne sono successe troppe, non ve le sto nemmeno a raccontare, e all’ultima assemblea hanno rotto. La notizia mi ha talmente scosso che me lo sono sognato. Chiamavo a casa di Betta, rispondeva suo figlio e chiedevo di parlare con il padre, anche se non vive più con loro. Il figlio ha poco più di vent’anni e sembra uno di quei trapper che salgono sul palco con la tuta stretta alle caviglie, il borsello e i capelli rasati sui lati. Anche lui ha una parlata come tutti i bulletti della periferia milanese, e mi metteva in attesa, probabilmente per chiedere qualcosa alla Betta. Poi, nel sogno, scendevo nel parcheggio sul retro e c’era Ale alle prese con il trasloco. Guidava una strana moto militare a tre ruote con vistose gomme da cross e un carrello a rimorchio colmo di mobili. Procedeva in retromarcia verso un prato in cui c’era un edificio in costruzione, ma i pneumatici slittavano per via dell’erba molto alta. Tutto intorno sembrava una di quelle foto dell’hinterland negli anni del boom economico che ogni tanto qualcuno pubblica in giro: ragazzini che giocano negli ultimi campi non edificati a ridosso dei quartieri dormitorio, il tutto in bianco e nero. Vi do un consiglio: se vi propongono di mettervi in ballo con il 110, rispondete di no, e per convincere i vostri condòmini vi autorizzo a leggere a voce alta i miei racconti alle vostre assemblee.

crash

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È accaduto tutto in una manciata di secondi. Stavo scrivendo un post su Facebook con uno di quegli sfondi fantasia quando improvvisamente il computer si è bloccato. Digitavo il testo sulla tastiera ma nel monitor era tutto immobile. Mi sono accorto che c’era qualcosa che non andava ma l’istante dopo la schermata è diventata tutta nera e il pc si è come spento. È trascorso un altro secondo, sufficiente a scartare l’ipotesi dell’interruzione della corrente. Il portatile infatti avrebbe continuato a funzionare con la batteria. Nello stesso istante ho avvertito un silenzio totale ed è bastato un attimo per capire che la situazione era senza uscita. Ho capito subito che avrei dovuto mettere in salvo mia moglie e mia figlia da non so che cosa ma, un secondo dopo, anche fuori dal pc è diventato tutto buio. Ho pensato che quella fosse la morte, o forse la fine del mondo, come se qualcuno avesse spento un interruttore per farla finita. Sono riuscito a malapena a gridare con tutta la disperazione che avevo per chiedere aiuto ed è stato un istinto formidabile perché, facendo così, ho portato l’urlo fuori dall’incubo e mi sono svegliato, svegliando anche loro.

jackie

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I centri storici, in Italia, non sono tutti uguali. Quello di Genova, se lo avete presente, è inconfondibile e deve la sua unicità a innumerevoli caratteristiche. Quella che mi piace di più è che è il più esteso di tutti ma, malgrado ciò, non è tutto un saliscendi come quei comuni medievali delle regioni del centro, grandi come uno sputo e in cui vivono quattro gatti. Eppure oggi sento la fatica nelle gambe mentre lo attraverso e non dovrei, per due motivi. Il primo è che sono allenatissimo, con tutti i km di corsa che mi sparo alla settimana. Il secondo è che è un sogno, e quando sogniamo ma sentiamo il nostro corpo, alla sensazione che proviamo grazie al nostro corpo si aggiunge la sorpresa di averlo anche lì, in quella dimensione completamente mentale.

In realtà inizio a essere stanco. Sto fuggendo da Jackie anche se so che i carruggi sono come una ragnatela e prima o poi me lo troverò di fronte. Prima di dirvi chi è Jackie è bene che sappiate che ho questa consapevolezza, cioè so perfettamente di andare incontro al mio destino, anche perché Jackie e io siamo co-protagonisti di una serie tv in cui ogni episodio ha sempre la stessa trama, come in quel film con Bill Murray in cui si sveglia ogni mattina nello stesso giorno della marmotta. La differenza è nel finale: ogni puntata si conclude con la stessa scena, Jackie ed io che ci spariamo con una pistola, ma l’esito di questa specie di duello cambia. Quello che vi sto raccontando è l’episodio numero due e ieri sera è andato in onda l’episodio numero uno che si è concluso con la mia morte quindi penso che, per rendere più equilibrata la sceneggiatura, questa volta tocchi a lui. Quello che dicevo prima delle gambe vale anche per le pallottole nel corpo. Cammino con fatica per il centro storico e ricordo benissimo il male che fanno quando ti trafiggono la carne fino a farti andare all’altro mondo, che poi nei sogni è un momento che coincide con qualcuno che ti sveglia.

Comunque Jackie ed io siamo due gangster. Fino a un po’ di tempo fa eravamo soci nei nostri affari illeciti. Poi è successo qualcosa e ora, a capo delle rispettive bande rivali, ci facciamo la guerra un po’ come in Gomorra. Scusate il fiatone ma sto accelerando il passo, malgrado gli sforzi di mantenere un’andatura sufficientemente spedita per mettermi in salvo. Mi sto dirigendo alla stazione di Genova Principe a prendere l’ultimo treno che mi porterà a casa. Nel tragitto succedono diverse cose che aumentano la suspense per i telespettatori. Incontro un dj nigeriano di cui non ricordo il nome. Metteva i dischi al Lukrezia, un localino dei vicoli dove ho anche suonato diverse volte. Ora sta mixando musica sotto un portico con un’attrezzatura improvvisata. Accanto a sé ha diversi scatoloni ricolmi di vinile e di musicassette. Anche se sono in pericolo di vita mi metto a scartabellare per trovare qualcosa di interessante. Mi chiede se cerco musica italiana e gli rispondo che no, ascolto hip hop e mi piacerebbe avere una copia in vinile di “3 Feet High And Rising” dei De La Soul ma la prima stampa costa una fortuna. In risposta mette il mio pezzo preferito, “Say no go”, di cui ho anche parlato qui.

Proseguo la mia fuga ma l’incrocio successivo, sono quasi in via Prè che, come sapete, è il vicolo più malfamato di tutti da sempre, mi è fatale. Accosta una macchina e, al volante, vedo Jackie – che poi ha le sembianze di Huggy Bear di Starsky & Hutch, avete presente? – con il suo cappotto color porpora e la pistola in mano. Qualcuno mi afferra da dietro e mi sbatte dentro l’auto che riparte a tutta velocità. Jackie ed io ci scambiamo qualche battuta cercando di capire quale sarà la scena finale che dovremo interpretare, questa volta.

Arriviamo in piazza della Nunziata a ridosso della segreteria dell’Università, o almeno dove si trovava ai tempi in cui ero iscritto io. Scendiamo, ho paura che toccherà ancora a me morire anche questa volta ma dentro mi sento la certezza che non andrà così. E infatti, dai gradini della chiesa di fronte, ecco arrivare il deus ex machina che, a dire la verità, non so chi sia e non so nemmeno che cosa c’entri con la storia raccontata nella serie. Ha una pistola e spara diversi colpi. Uno ferisce di striscio anche a me ma gli altri chiudono la questione.

Nel frattempo ha iniziato a diluviare. Sono vestito solo con due accappatoi in spugna uno sopra l’altro di due colori diversi, mi sanguina una gamba e devo spicciarmi perché tra poco l’ultimo treno partirà senza di me. Via Balbi, che è l’ultimo pezzo prima della stazione, si sta riempiendo d’acqua. Al mio fianco c’è ancora Jackie che si è ripreso, d’altronde nella finzione cinematografica si muore per finta. Figuriamoci in una serie tv per di più inclusa in un sogno. Lui vorrebbe finire la serata a bere una birra insieme da qualche parte ma io sono stanco. Cerca di insistere ma gli faccio presente sia l’ora sia il fatto che ho più di cinquant’anni e mi piace coricarmi presto. La mia età lo induce all’ironia, quindi si accommiata per continuare a far bisboccia da solo.

Finalmente posso correre ma non è per niente facile, con tutta l’acqua che scorre in senso contrario. Mi supera un autobus gremito di persone che mi guardano, d’altronde conciato così è difficile non dare nell’occhio. Il livello del torrente diventa preoccupante e l’autobus si trasforma intelligentemente in un traghetto. Questa potrebbe essere una soluzione efficace per i trasporti urbani di Genova, anche se non piove più come quando la frequentavo io. Mi fermo all’ultimo semaforo, ho le infradito ed è impossibile non bagnarsi i piedi ma cerco comunque un punto per attraversare restando all’asciutto. Un signore, a fianco a me, prende l’iniziativa: trova un ramo che poi è una specie di gondola e si mette a remare per arrivare all’altra sponda della piazza che ormai è un lago. Io provo a camminare lo stesso. Poi mi volto verso quel concittadino così intraprendente e scopro che è il sindaco Bucci. Gli chiedo conferma e, come in quel video passato alla storia in cui gli si chiedeva se fosse di lì, mi conferma la sua identità. Peccato che l’episodio finisca così, con il sindaco che prende il largo e io che cerco di non affogare. Al treno non arriverò mai, ma tanto sono sicuro che sarà stato in ritardo.

megapixel

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Vi dico subito l’unico difetto accertato del nuovissimo Motorola G1000 Superplus. Se avete le mani di ricotta come il sottoscritto il rischio è che vi cada di continuo mentre lo impugnate per fare le foto. Esiste una presa standard e sicura per evitare il peggio ma è appannaggio solo dei millennials che ormai hanno le falangi evolute proprio per tenere gli smartphone nel modo più ergonomico possibile tale da consentire l’impiego razionalizzato ma efficace delle dita. Per farla breve, a me che sono un boomer scivola di continuo e vi consiglio di circondarvi di mogli e figli agili in grado di scattare al volo per rincorrerli e impedire che caschino giù nei burroni più spaventosi come quelli che si materializzano nei peggiori incubi. Smarcato il contro, veniamo ai pro, a partire dalla funzione del mega-obiettivo della camera di cui il G1000 Superplus è provvisto e che consente di visualizzare le inquadrature come vorrebbe un maschio italiano medio. Non chiedetemi come sia possibile. Probabilmente, inserendo l’account Google, Android rileva se il sesso del possessore, il filtro si attiva, il gioco è fatto e il divertimento è assicurato. Vi faccio qualche esempio. Ero in giro per Roma, nel sogno, e mi sono trovato in cima a un grattacielo dell’EUR, una di quelle opere che incarnano in pieno l’estetica razionalista del ventennio. Il bello era che, proprio alle spalle dell’imponente edificio, si poteva notare il contrasto con un campanile barocco ancora più alto e dalle proporzioni architettonicamente impossibili. Volevo immortalare la dicotomia – moderno e antico a confronto – ma non c’è stato verso perché, azionata inavvertitamente la funzione in questione, l’inquadratura visualizzava solo il cortile interno al grattacielo dall’alto, un vertiginoso baratro di centinaia di metri ripreso come se lo smartphone fosse un drone. E non c’è stato verso di modificare l’impostazione perché, lo avrete capito, non c’è esemplare maschile italiano al mondo che non si metterebbe alla guida di un drone per sorvolare gli abissi più inaccessibili. Solo dopo ho scoperto il settaggio attivato per sbaglio e allora ho iniziato a divertirmi. L’interno di un anonimo pub si è trasformato in un divertente strip club con tanto di ballerine di pole dance e puntando la camera verso altri maschi con la polo l’effetto era, manco a dirlo, con il colletto tirato su, le teste rasate a palla da biliardo con barbe curatissime dalle orecchie in giù, braccia e deltoidi gonfi come canotti e polpacci illustrati come un albo di fumetti. Ultima cosa importante: il G1000 Superplus è un prodotto ideale per chi si sollazza con i videogame. In poche mosse, come una di quelle macchinine che assumono le sembianze di un robot giapponese, lo smartphone si trasforma in una postazione per un’esperienza di gioco senza confronti. Il display quadruplica le dimensioni, si aprono delle ali ai lati a completamento della pulsantiera della console, e, soprattutto, sotto si espande con uno slot dotato un drive per i floppy disk, dedicato a chi ama i giochi arcade degli anni 80.

gli esami non finiscono mai

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In un futuro distopico l’occupazione nazista non è mica finita con il 25 aprile del 45 ma si ripresenta come incubo la notte prima dell’orale di maturità di mia figlia. Viviamo a Forte dei Marmi in un appartamento all’ultimo piano di un edificio liberty del centro che, dall’interno, ricorda il Chrysler di Manhattan anche se nella realtà l’ho visto solo da fuori. La casa, come la attigua soffitta, è stipata degli archivi segreti dell’amministrazione di Obama. Per questo le SS hanno come obiettivo principale quello di scoprire il luogo segreto che potrebbe mettere in ginocchio gli alleati e sancire la vittoria dei tedeschi. Un attico che, tra milioni di italiani, non poteva che essere abitato da noi.

La polizia segreta del Fuhrer sta rastrellando la cittadina. Qualcuno, prima che ci trasferissimo lì, ha già ammassato tutti gli schedari di metallo nelle stanze più esterne dell’appartamento creando diversi livelli di barriere, un deterrente in grado di ostacolare l’accesso al piano superiore, in cui sono nascosti i documenti più top secret. Mia moglie e mia figlia, strisciando sotto gli armadi, sembrano aver trovato un posto sicuro in cui nascondersi e non le vedo più. Io ci provo, ma il mio stomaco da birra mi impedisce di seguirle. Provo a chiamarle senza successo. Torno in salotto, mi guardo intorno e capisco quale sia il vero punto. So che quando i soldati fanno irruzione nelle case non vanno molto per il sottile, per questo la mia principale preoccupazione è mettere al sicuro la mia collezione di trentatré giri ma c’è pochissimo tempo e non so da dove iniziare.

In uno di quei salti impossibili in qualunque montaggio cinematografico ma all’ordine del giorno, anzi della notte, nei sogni, ci ritroviamo fuori, nella piazzetta su cui si affaccia l’appartamento. Un sollievo, perché anche se i nazisti faranno irruzione in casa non ricondurranno i faldoni custoditi alla nostra presenza. Non so chi altri prenderebbe in affitto un attico sapendo di mettersi in pericolo di vita. In strada ha appena piovuto, io indosso un trench chiaro come Humphrey Bogart in Casablanca, ma non è nemmeno necessario che suoni la sveglia che ho programmato alle sei. La giornata è una di quelle che non dimenticheremo presto e qualcosa che mi sento dentro mi tira giù dal letto che è ancora buio.

strani sintomi

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Non è scritto da nessuna parte che le canzoni che rimangono nella nostra anima come archetipo emotivo di qualunque cosa – un amore, un sentimento di ribellione, la malinconia, il sentirci invincibili e tutto quello che volete – siano pezzi universalmente individuati come le colonne portanti della nostra cultura. Certo, quando mettiamo a segno qualcosa con successo vorremmo avere un dj universale che fa ascoltare al resto del mondo con un impianto hi-fi in grado di raggiungere tutti gli angoli del creato “We Are The Champions” e cose così, magari abbinato a un video in cui noi vestiamo da re davanti a decine di migliaia di persone a Wembley.

Poi però ognuno di noi ha un repertorio intimo – che magari teniamo alla larga da qualunque istinto di condivisione, la malattia del secolo – fatto di brani da quattro soldi che però, chissà perché, si sono estesi dentro di noi come una macchia di piacere indelebile. Una cosa che poi non sappiamo spiegare a nessuno perché nessun altro, tranne noi, potrebbe capire ma, discutendo di questo, rilancerebbe con la sua, di canzone che gli è rimasta dentro, e che, per noi, non significa altrettanto niente o, nel migliore dei casi, non abbiamo mai sentito.

Dev’essere per questo che, poco fa, mi sono trovato in sogno a casa di Diana Tejera, cantante dei Plastico e autrice di “Strani sintomi”. Se volete qualche coordinata, siamo nel 2001 e il file .mp3 – nel caso migliore – l’avrete salvato nella cartella “one shot” oppure “roba di MTV”. L’avevo rintracciata proprio tramite Facebook, e questo vi assicuro che è successo per davvero, dove ho scoperto che, terminata l’esperienza della band, ha una carriera che prosegue come cantautrice. Nel sogno, invece, visto che mia moglie e mia figlia erano al mare, ho accettato il suo invito a trascorrere un pomeriggio a casa sua in occasione di una sorta di reunion. Il problema era che loro erano ragazzine come ai tempi del video di “Strani sintomi”, malgrado fossero passati ventun anni, per questo sua madre non comprendeva appieno l’interesse di una persona anziana come me per artiste così in erba. A quel happening casalingo per fortuna c’era qualche altro fan affezionato come il sottoscritto, ma non più di una decina di persone intente a consumare patatine e bibite ma tutte desiderose che la band imbracciasse gli strumenti – malgrado la situazione casalinga imponesse rivisitazioni unplugged dei brani – e si mettesse a suonare e cantare la nostra canzone preferita. E, come tutti i sogni migliori, è bastato il primo accordo di chitarra per manifestare tutta la stranezza della scena, destarmi dal sonno e mettere la parola fine al concerto.