Non è certo la prima volta che la retromania investe il settore degli spot tv, ma il sequel non so quanti anni dopo della pubblicità della Tim con Massimo Lopez che procrastina il momento in cui sarà passato per le armi muove a riflessioni ancora più profonde sulla necessità di farci percepire quanto il presente sia vuoto culturalmente e a guardare indietro. Non credo di esser l’unico a pensare che invece si tratti di un luogo comune, una sorta di complotto ideato per farci provare nostalgia a tutti costi verso i fasti del passato con l’obiettivo di non approfondire i temi e le risorse del presente, della cui pericolosità per l’ordine pubblico chi avrebbe ordito queste trame è fin troppo consapevole. No, tranquilli, non mi sto trasformando in un inutile grillista, piuttosto in un decisivo militante radicale. Se non mi credete, sappiate che quest’anno sto boicottando il festival. Ho seguito una manciata di canzoni all’inizio della prima serata, e dopo aver constatato che erano tutti vestiti secondo la moda in voga ai tempi del ventennio ho detto basta. Questa sì che è una congiura. Ho solo sbirciato stamattina su RaiPlay qualche duetto potenzialmente in grado di offrire qualche spunto di riflessione ma la riproduzione delle esibizioni ha confermato quello che ho letto in giro. Occhi di gatto, TonyPitony, persino la canzone dell’amore perduto sono state gonfiate da quell’iper-xfactorizzazione che contraddistingue ormai ogni rimando, cover, remake e tributo nella musica in tv. Che palle. Al posto di pagelle che lasciano il tempo che trovano, vi racconto invece una cosa curiosa. Ho acquistato online un misuratore dei livelli di boro nei materiali di uso comune che funziona anche con l’aria degli ambienti interni. Ho proceduto all’unboxing e c’era tutto. Si tratta di uno strumento dal design accattivante come ormai è prassi anche per i dispositivi maggiormente di nicchia. Sembra uno di quei timer da cucina, provvisto addirittura di una calamita per posizionarlo sul frigorifero. Ha un quadrante completamente analogico che ricorda i VU meter degli amplificatori che erano in commercio ai tempi degli impianti stereo domestici. Non avevo previsto però che l’articolo comprendesse un ragazzino in carne e ossa in scala uno a uno, una specie di replicante – potrebbe tranquillamente essere un alunno della mia classe, nei sogni capita questo e altro – tenuto in vita da una sistema operativo basato sull’intelligenza artificiale. Si mette vicino al misuratore, ne interpreta i valori rilevati e fornisce in tempo reale un’analisi di quanto emerso. Ho effettuato qualche test sugli oggetti che avevo a portata i mano – il libro che sto leggendo, il beverone con la cicoria che prendo ogni sera per soddisfare la voglia di caffè – e il gadget di cui lo strumento è provvisto, gli basta un semplice sguardo, ha riportato come descritto dal tutorial i provvedimenti più adatti da prendere a seconda della gravità di quanto rilevato. Non so dire se il boro sia pericoloso per la salute. Anzi, non sapevo nemmeno se esistesse. Per questo al risveglio ho immediatamente guglato e l’Internet, come potete immaginare, mi ha dato subito ragione.
sogno o son desto
superotto
StandardAltro che Eurodisney. Se andate a Parigi, il vero paese dei balocchi per quelli come me si trova in prossimità del Charles De Gaulle, a pochi metri dalle uscite degli arrivi. Un capannone di non so quante migliaia di metri quadri tutto stipato di bancarelle e relative scaffalature di rivenditori di dischi usati. A me i posti così, nei luoghi in cui ci si trova in vacanza, un po’ indispettiscono perché i mercatini di settore impongono un rigore e un approccio incompatibile con le aspettative delle persone con cui ci si accompagna e richiedono, piuttosto, viaggi dedicati. Bisognerebbe visionare uno per uno tutti gli articoli in vendita, controllare le condizioni dei dischi e delle copertine, magari controllare sui siti specializzati il reale valore delle copie e, in un luogo così smisurato, risulterebbe un’impresa a dir poco sfidante.
Mia moglie, che mi espone a eterne sessioni di permanenza in esercizi come Tigota comprensive di interi quarti d’ora in contemplazione degli espositori colmi di articoli per la pulizia della casa alla ricerca del miglior rapporto qualità prezzo di un prodotto per il legno o di un ammorbidente, per non parlare delle interminabili battute di safari nella giungla dei vivai dell’hinterland milanese, tra piante e alberelli in offerta alla ricerca dell’acquisto più conveniente, dei vinili di seconda mano proprio non ne vuole sapere. Per questo mi abbandona lì all’ingresso senza avvisarmi – nemmeno nei peggiori incubi, come si profila questo – e si avventura con i mezzi pubblici alla volta del centro seguita dal resto delle persone con cui abbiamo pianificato questo breve soggiorno nella capitale francese.
Così mi soffermo in quel bazar monotematico insieme a Giancarlo che non c’entra niente con il gruppo di amici con cui siamo arrivati qui, ma piuttosto rende l’esperienza uno spin off del sogno precedente. Esaminavo con qualcuno su uno schermo improvvisato delle pellicole in super8 che lo ritraevano di spalle al mare ma, anche se ripreso di nuca, non c’era alcun dubbio si trattasse di lui. Commentavo con la persona con cui vagliavo quei filmini a proposito della moglie di Giancarlo e sul fatto che tiene dei corsi di ceramica. Pensavo che il secondo spettatore di quella proiezione domestica potesse conoscerla. Voleva a tutti i costi sapere come si chiamasse, ma il punto era che non lo ricordavo più e che poi, a un certo punto, perdevo anch’io la certezza perché non sembrava essere mai ripresa se non alla fine, quando lo raggiungeva sul bagnasciuga e si abbracciavano e così ho potuto fare un sospiro di sollievo per aver evitato una figuraccia.
Lì nel capannone pieno di dischi Giancarlo non è in costume da bagno come nelle riprese di prima, per fortuna, e scartabella con me un po’ frettolosamente alla ricerca dell’occasione perfetta, magari una prima stampa di qualcosa a un prezzo stracciato e in condizioni pari al nuovo, cose che possono accadere appunto soltanto in un sogno. Ma la faccenda sembra andare per le lunghe e decido di tagliare corto, un po’ perché mi accorgo di perdere interesse in quella che si presenta come un’impresa titanica e a scapito della visita alla città, un po’ a causa dell’inconfondibile odore di cantina che pervade gli ambienti popolati da rigattieri che mi causa sempre – non mi è mai stato chiarissimo il motivo – non pochi imbarazzi intestinali. In poche parole mollo il colpo, nel senso che guadagno l’uscita, dopo appena poche bancarelle, tanto Giancarlo l’ho già perso, sarà stato fagocitato dal reparto fumetti, non è un collezionista compulsivo di vinile come me.
Esco dal capannone e mi affretto a lasciare i pochi dischi usati acquistati nel bagagliaio della Xsara Picasso – modello che non possiedo più dal 2016 ma che porto sempre nel cuore, sia per la volumetria e certe prestazioni, sia per i momenti trascorsi a spasso per campeggi in Corsica e in Sardegna, durante le estati di tanti anni fa quando mia figlia era ancora piccola – posteggiata in uno dei parcheggi custoditi dell’aeroporto parigino. Solo al risveglio, definendo i punti salienti di questa storia per una probabile stesura sul mio blog, rifletterò sull’incongruenza di questo passaggio: se sono arrivato con un volo dall’Italia, che ci fa la mia macchina lì?
Mi metto in coda alla fermata del 41, il bus che dal Charles De Gaulle porta diretto al Pompidou, dimenticando che i numeri, nei sogni, hanno un valore non da poco, ma quello è l’unico di tutta la storia e so che non ci caverò un ragno da un buco. Chiedo conferma del percorso a due donne davanti a me che parlano in italiano, ma sopravvaluto il trasporto pubblico francese. I biglietti si acquistano ancora all’edicola, non c’è possibilità di pagare con la carta una volta saliti a bordo come sui mezzi dell’ATM. Sono costretto a lasciare il mio posto nell’ordinata fila in attesa e mi dirigo alla rivendita ubicata un po’ più avanti. Nel breve tragitto, inciampo in una piastrella difettosa del marciapiede. Per mantenere l’equilibrio lascio cadere dalla mano destra lo smartphone sul quale stavo controllando tutti i dettagli utili allo spostamento per raggiungere mia moglie e il resto della compagnia, non posso escludere il fatto che la distrazione possa essere stata la causa del passo falso stesso.
Il telefono, un anacronistico Blackberry aziendale d’antan che possedevo ai tempi della Picasso, si sfracella sull’asfalto battendo sul lato corto e curvandosi a fisarmonica come fosse di cartone. Il display che visualizzava il tragitto dell’autobus e il numero di fermate per arrivare a destinazione si cristallizza proprio su quella schermata ma, raccogliendo il dispositivo, mi accorgo che altro non è che una pagina di carta stampata e, forzando l’apertura dello chassis, noto che dentro ce ne sono delle altre come se tutta la cronologia delle pagine web visualizzate nella giornata si fosse trasformata in uno schedario portatile.
Il punto è che, senza telefono e senza Maps, sono fottuto. Completamente isolato, non posso avvisare nessuno, non posso contattare mia moglie, non posso avvertire i miei compagni di viaggio, non ho l’indirizzo della casa che abbiamo prenotato, non ricordo un solo numero di telefono. Ce l’ho nel culo, per farla breve. C’è solo una possibilità: recuperare la scheda SIM dello smartphone (o di ciò in cui si è trasformato per magia dopo che mi è caduto, una sorta di incantesimo a seguito del quale ora ha la foggia di uno strumento compreso in un metodo di matematica per la scuola primaria che utilizzavo nel ciclo scorso) e cercare un megastore di elettronica per dotarmi di un nuovo dispositivo. Ricordo che tutti gli aeroporti in cui sono transitato hanno, al loro interno, almeno un punto vendita di uno dei più noti brand della grande distribuzione del settore IT. Ma anche nei pressi, siamo nella periferia più destrutturata, ci dovrà essere per forza un centro commerciale come a Orio Al Serio.
Così, come nel montaggio cinematografico di un videomaker alle prime armi, nella scena successiva mi trovo senza tante spiegazioni seduto in un taxi, a vagare tra le stradine gremite di gente esagitata in una specie di medina. L’auto guidata da un conducente di origine nordafricana si muove troppo veloce tra gli stretti vicoli in cui si affacciano gli espositori di botteghe di pseudo-artigianato acchiappa turisti. Mi rendo così conto del destino che mi aspetta. Mi troverò a contrattare l’acquisto di uno modello ancora più obsoleto del Blackberry in uno di quei negozietti gestiti da bengalesi musulmani in cui si trova un po’ di tutto – bevande analcoliche, pile, tappeti, spezie e molto altro – e nei quali si possono utilizzare telefoni pubblici per chiamare, con prefissi che oggi ci sembrano del tutto inventati, i parenti emigrati a migliaia di km, dall’altra parte del mondo.
vintage
StandardHo accompagnato qualcuno – probabilmente mia sorella, visto che è disoccupata cronica nonostante abbia sessant’anni suonati e sia categoria protetta – al suo primo giorno di lavoro nel negozio di roba usata in centro, principalmente abbigliamento, un esercizio in franchising di una catena che poi investe i profitti in beneficenza. A fare che non lo so, probabilmente la commessa o qualche mansione più umile, risistemare i capi nel retrobottega prima di venderli o cose così. Il proprietario/gestore però mi ha riconosciuto immediatamente come cliente e mi restituisce – estraendola dal mucchio di capi impilati dietro il bancone all’ingresso – la mia giacca di pelle preferita, un tre quarti scamosciato marrone dal taglio inconfondibilmente anni 70 che avevo acquistato nel 93 o giù di lì alle bancarelle di San Lorenzo a Firenze, durante una vacanza che non dimenticherò facilmente. Ero con Alessandra e alloggiavamo alla pensione Parodi, una bettola decisamente economica considerato il posto, chissà se esiste ancora ai tempi di Airbnb e della riconversione dei centri storici in quartieri per il turismo mordi e fuggi. Una notte una zanzara l’aveva punta sulla palpebra e il mattino dopo si era svegliata con l’occhio vistosamente gonfio, tanto che alla reception – chiamiamola così, anche se si trattava di un servizio molto alla mano – senza tanti complimenti avevano messo in dubbio la mia estraneità all’accaduto, considerando l’eventualità che l’avessi presa a pugni in faccia. Ma vi sembro il tipo?
Comunque la giacca tre quarti in pelle marrone scamosciata mi ha accompagnato per più di dieci anni fino a diventare completamente lisa e mi ha fatto piacere riaverla indietro, almeno nel sogno. Ero convinto di averla gettata una volta diventato padre insieme a tanti altri indumenti e accessori poco opportuni per un adulto maturo e figura di riferimento per un figlia. Non mi trovavo a mio agio in situazioni pubbliche – per esempio in attesa fuori da scuola con gli altri genitori in giacca e cravatta e le mamme con quelle scarpe assurde che uniscono la forma sportiva a una foggia elegante – conciato come un frequentatore dei centri sociali. Non ricordavo invece di averla portata nel negozio per farla riparare e chissà da quanto tempo, so solo che la fodera e le tasche, a furia di indossarla in ogni stagione, si erano completamente distrutte.
Il gestore dell’esercizio, dopo aver spiegato alla persona che ho accompagnato lì le sue mansioni, mi presenta il conto. Non vi nascondo che sperassi che ci fosse del lavoro anche per me, avevo ben altre aspettative che essere trattato come un cliente qualsiasi, ma probabilmente anche il settore del vintage sta risentendo della crisi internazionale, delle guerre, dei dazi di Trump e chissà cos’altro, sempre che la scena sia ambientata al presente. Forse la gente non compra più roba usata a causa della fast fashion, o semplicemente si tratta di un cambio culturale a causa del quale il second hand viene ricondotto all’indigenza e, di questi tempi, nessuno vuole passare per povero.
Una commessa imbusta la mia giacca, mi dice quant’è ma non colgo il costo della riparazione, la ragazza alla cassa biascica le parole come i miei bambini di prima nonostante le abbia chiesto più volte di ripetere proprio come faccio in classe con Giada che parla con un filo di voce e ha il taglio della bocca rivolto verso il basso, come una perpetua espressione di disgusto. Che sfortuna.
Devo pagare forse trentun euro o, come spero io, undici. Il punto è che, nel sogno come nella realtà, non ho mai una lira in contanti nel portafoglio perché sono abituato a utilizzare la carta di credito. Vi dirò di più: sono uno di quei moralisti bacchettoni che criticano i clienti dei supermercati con i carrelli stracolmi di cibo spazzatura alle casse quando estraggono dalle tasche mazzette di contanti per pagare duecento euro e passa di spesa. Ultimamente, tanto sono vecchio e posso permettermelo, mi spendo addirittura in spocchiose paternali con le cassiere, tanto loro ci sono abituate a fare conversazione forzata con gli anziani rincoglioniti in fila.
La cosa strana è che il negozio vintage non ha il POS, tantomeno Satispay, forse lo fanno apposta per non tracciare l’operazione ed evitare lo scontrino o forse lì sono ancora gli anni novanta e certe comodità non le hanno ancora inventate. Così sono costretto a fare una cosa che odio e che è mettermi alla ricerca di uno sportello automatico, e la cosa curiosa è che la commessa mi segue per sincerarsi che io effettivamente prelevi abbastanza contante per pagare la riparazione della giacca. Una precauzione che non sta né in cielo né in terra: se non pago, la giacca resta al negozio. Poi capisco che il problema è che loro non se ne fanno nulla, probabilmente è irrecuperabile, da buttare via, o comunque, di certo, non è possibile metterla in vendita, nemmeno lì non interesserebbe a nessuno.
in prima fila
StandardIl momento in cui si manifesta il cosiddetto panico da palcoscenico è difficile da prevedere, e non è detto che lo si avverta mentre siamo svegli. È facilissimo però percepire questo stato d’animo diffuso tra i miei bambini impegnati in una delle svariate prove generali dello spettacolo che chiude, in un solo colpo, progetto di teatro e musica, anno scolastico, ciclo alla primaria.
Ma anche a me, l’emozione, gioca brutti scherzi. Sto cercando di posizionare la telecamera un po’ datata che abbiamo in dotazione a scuola – dovrò riprendere l’intera esibizione – senza riuscirci. Se siete del mestiere – videomaker, non insegnanti – saprete che non è scontato saper impostare l’inquadratura dritta regolando la lunghezza delle singole gambe del treppiede. Cioè i professionisti ci riescono, i cialtroni come me vanno a tentativi. Senza contare che i neon della platea dell’auditorium sono spenti per far abituare i bambini alle sole luci del palcoscenico e, nonostante gli occhiali, ci vedo malissimo. Nel display della camera però riconosco perfettamente i colori che ho impostato schiacciando a caso i pulsanti e le levette del mixer luci di cui è dotato l’impianto.
In prima fila, non chiedetemi il perché, sapete come funzionano i sogni, sta assistendo alle prove la moglie di un notissimo presentatore televisivo, uno di quelli che ha appena fatto armi e bagagli per darsela a gambe dalla tv di stato meloniana. Io e lei (sua moglie, mica la Meloni eh) siamo molto in confidenza, lo si evince dal fatto che mi siedo accanto e ci scambiamo effusioni ma sarebbe scorretto definirle amorose. I nostri volti si trovano vicinissimi e io, anziché pensare a baciarla, le morsico delicatamente ma con trasporto emotivo che non vi sto a descrivere il naso, mentre lei si sbellica dalla risate per il presunto solletico procurato. Sono certo che, prima dell’inizio della recita, la raggiungerà suo marito, sempre che sia libero dagli impegni che un personaggio pubblico della sua statura comporta.
Con i bambini ci siamo esercitati e preparati molto, e spero che i risultati mi diano ragione. Anche io ho dato del mio meglio. Ho addirittura noleggiato uno studio per registrare le musiche e definire al meglio il sound design dello spettacolo. Sulla scelta della struttura non ho avuto dubbi, in queste occasioni importanti – in cui c’è poco tempo e bisogna essere certi del risultato finale – ci si affida a professionisti e, come nel mio caso, a conoscenze personali. In realtà, se nel sogno mi sono rivolto allo studio di Fabry K., è più perché devo aver sbirciato nella sua pagina Facebook recentemente. Ve lo dico perché io da un metallaro non mi farei registrare nemmeno la base di “Tanti auguri a te” per festeggiare i compleanni in classe.
La sua storia, però, è piuttosto curiosa. È un perfetto nessuno, mai quanto me, ma sin da quando era ragazzino – è sempre stato un virtuoso della chitarra e il suo look da hair metal non ha mai lasciato dubbi – il suo atteggiamento ha dato sempre al prossimo l’impressione di uno sempre sul punto di sfondare. Si era trasferito a Milano dopo le superiori e, da allora, ha militato esclusivamente in cover e tribute band esclusivamente di matrice hard rock e tamarra. Grazie alla sua attività musicale di serie C, comunque un mestiere dignitosissimo, ha rilevato una sala di registrazione con alcuni colleghi metallari quanto lui.
Mentre, dietro al bancone del mixer, stiamo mettendo a punto l’equalizzazione dei pezzi, Fabry e il fonico commentano l’imminente cambio di sede del loro studio. L’intero stabile in cui ci troviamo è stato acquisito da una banca – peccato, quegli spazi hanno una storia artistica di tutto rispetto – e a breve sarà ristrutturato per ricavare mini appartamenti più adatti al mercato immobiliare del quartiere. Mi pare anche che vogliano vendermi qualche synth per evitare un trasloco oneroso ma è tempo perso, a casa non saprei dove tenerli e finirebbero per ammuffire in cantina. Il mixaggio termina in tempo per prendere il Flixbus per Roma, un plot twist che nell’economia della trama non ha alcun senso. Nella paura di perderlo – come nella vita reale, sono paranoico sulla puntualità negli appuntamenti – non faccio in tempo a fare la pipì prima di partire, così approfitto della prima sosta a Genova per scendere e cercare una toilette. Qualcuno mi indica il piano seminterrato del teatro Carlo Felice – il pullman ha parcheggiato nella piazza antistante – ma sapete come vanno le cose nella confusione onirica. Non vedo più i cartelli con l’omino stilizzato e soprattutto so che devo sbrigarmi, non credo che l’autista a ogni fermata faccia l’appello come facciamo a scuola prima di partire per la gita e non abbandonare nessuno nelle città d’arte. Finisce che non la faccio nemmeno lì ma non dovete preoccuparvi, la coda del sogno non è così prevedibile. In fretta e in furia riesco a elaborare una strategia che si rivelerà perfetta: decido di trovare la comitiva che viaggia con me, e sulla scaletta del Flixbus faccio di tutto per svegliarmi e precipitarmi in bagno, dove abbiamo appena installato il motore del nuovo condizionatore e non mi sono ancora abituato al controsoffitto con i faretti.
ai piatti
StandardA proposito di reddito di cittadinanza, assegno di inclusione e sussidio di disoccupazione salta agli occhi l’omissione di una qualsiasi forma di riconoscimento economico per chi si occupa dell’accudimento quotidiano della famiglia, la professione universalmente riconducibile a quella della casalinga. Ricoprendo questo ruolo – per quanto sia in grado e giuro con la massima umiltà – per motivi di organizzazione domestica, provo a immaginare quanto tempo-vita non retribuito possano aver dedicato miliardi di donne nella storia dell’umanità. Mia mamma lavorava e in più era chiamata a tenere le fila di un nucleo di cinque persone, in un momento storico e sociale in cui gli uomini erano dispensati dal dover fornire qualunque tipo di supporto se non portare a casa il pane. Nessuno le ha mai corrisposto nulla per tutte le cose che ha fatto per il marito e figli, né come stipendio e tantomeno sotto forma di contributi pensionistici.
Io trascorro così tanto tempo in cucina che, in un sogno, avevo addirittura installato nel piano di lavoro tra i fornelli e il lavabo una console da dj, sulla quale facevo pratica in quella che considero – anche nella vita reale – l’attività più utile che io possa esercitare per il prossimo. Selezionare musica da far ascoltare o ballare a terzi è per me una vera e propria missione, un modo per prendermi cura degli altri e il canale espressivo più immediato per trasmettere il mio trasporto a qualcuno. E il fatto che non mi sorprendeva aver integrato lo spazio in cui mi dedico con amore alla mia famiglia preparando cose buone da mangiare dell’equipaggiamento per mettere i dischi ha un significato inequivocabile.
Mi stupivo così di trovare un analogo set al Nuovo Armenia di Dergano. Facendo finta di bere un drink, sbirciavo dentro al lavabo in acciaio del bar per catturare i segreti del mestiere di un dj di grido fino a quando mi chiedeva di sostituirlo qualche minuto per prendersi una pausa. Il punto è che non si può rimpiazzare qualcuno di cui non si sa che dischi o cd – in quel caso erano flac su un pc – è provvisto. Così, dopo due o tre brani messi a caso, mi trovavo in forte difficoltà nel proseguire la selezione. Se volete sapere com’è andata a finire, mentre l’ultima traccia sfumava, iniziavo a suonare con le mani a tempo la superficie dell’acqua con cui era riempito il vano per lavare i bicchieri. Tenevo un ritmo decisamente trascinante e riuscivo persino a modulare, sfruttando quella tensione superficiale che si insegna in quarta elementare, una melodia adeguata, come se quel dispositivo naturale fosse in qualche modo triggerato con un virtual synth nel computer.
Tutto questo fino a quando il dj residente tornava alla sua postazione, mi ringraziava e proseguiva con il suo spettacolo. Sollevato dall’impegno, ne approfittavo così per recarmi ai funerali privati di Ernesto Assante, cerimonia alla quale non ero stato assolutamente invitato ma di cui mi arrogavo il diritto alla partecipazione come riconoscimento morale per la mia devozione ossessiva alla musica. Potendo vantare una meno che irrisoria comparsata nella storia dell’industria musicale, pochi mesi da meno che turnista in una band sconosciuta nonché fanalino di coda del roster di una major, mi auto-dichiaravo meritevole di far parte del jet set del giornalismo di settore sia per le mie trascurabili recensioni di novità musicali su una webzine amatoriale letta da quattro gatti, sia in virtù delle centinaia di euro che investo nell’acquisto di dischi in vinile. E il bello che non sapevo nemmeno che la famiglia del giornalista scomparso non avesse organizzato una cerimonia vera e propria, ma una sobria formula di funerale laico in un circolo ARCI.
Nella salone delle feste in stile partito comunista anni 70 non c’era l’urna con le ceneri e non era stato nemmeno allestito alcun rinfresco. Cercavo di cogliere tra gli invitati che, in gruppetti sparsi, condividevano aneddoti inerenti il loro comune amico e collega, qualcuno che mi riconoscesse fino a quando mi allontanavo, con lo stesso stato d’animo che ho provato in tutte le occasioni in cui ho presenziato a incontri con gruppi di gente conosciuta online raccolta intorno a una passione comune, forse l’esperienza sociale più fallimentare nella storia dell’umanità e pratica di cui posso considerarmi davvero un pioniere. Solo al risveglio, stamattina, ho valutato se l’associazione tra i piatti dei dj e quelli che assolutamente non bisogna sciacquarli prima di metterli in lavastoviglie – così dice il manuale di istruzioni della mia Miele – sia stata la fonte di ispirazione di tutto ciò o, almeno, una battuta da quattro soldi da sfruttare per un racconto.
le basi
StandardA quelli della mia generazione che hanno solo la terza media – oggi non sarebbe più ammissibile – invidio il fatto di non avere gli strumenti per provare la sensazione degli incubi sugli anni del liceo e sull’esame di maturità. La mia esperienza più recente risale a un paio di notti fa. Nonostante fossi piombato in classe da un’altra scuola – se non da un’altra vita – la prof di matematica pretendeva, già a partire dal primo giorno, che fossi allineato sul programma (alla faccia dell’inclusione) mettendomi alla prova con un astruso problema di geometria. C’era quel triangolino rettangolo che fuoriesce come uno scampolo di stoffa ai lati del trapezio isoscele, avete presente? Io sapevo benissimo come calcolare la misura della base ma il punto non era quello perché il teorema di Pitagora negli incubi e con la realtà sottosopra non dimostrava un bel niente. C’erano altre cose di cui tener conto che a scuola, almeno in quella che conosco io, nessuno te le insegna. Occorreva infatti tirare in balli vari i fattori economici e sociali per trovare una soluzione e la cosa mi ha mandato in confusione, proprio come accadeva allora. Il mio compagno preferito era invece in carne e ossa, o almeno quello che mi ricordo di lui, tutto vestito di rosso come il pesce che sfoggia nella foto del suo profilo Facebook, ma nessuno – tantomeno lui – sembrava in grado di potermi aiutare. In classe, nel nostro banco vero o onirico che sia, siamo tutti soli al cospetto della valutazione. Poco prima avevo addirittura trascorso un’intera ora angosciato del fatto di non aver studiato anche se, quando ti trasferisci ed è il primo giorno, i docenti sono tenuti a essere più indulgenti. Il senso del tempo, a scuola, è distorto, ma questo anche nella vita vera. Per i docenti vola in un attimo, per i ragazzi dev’essere un incubo. Le ore di matematica non finiscono mai.
doppio live
StandardSe c’è in sala qualche non-proprietario di gatti, vorrei chiedergli com’è svegliarsi al sabato e la domenica dopo le sei del mattino. La narrazione che ci facciamo noi che dovremmo avere una sorta di pensione di invalidità – pagata grazie alle decine di migliaia di euro che abbiamo speso in scatolette puzzolenti (spesso vomitate e poi ri-mangiate per poi essere ri-vomitate) e interventi chirurgici presso cliniche veterinarie senza scrupoli – dicevo che la narrazione che ci facciamo noi proprietari di gatti è che tanto, durante la settimana, ci saremmo svegliati comunque con la sveglia mezz’ora più tardi. Ma il sabato, chissà come dev’essere quella sensazione di intorpidimento fisico che non provo più da quando ero giovane e felice non-proprietario di gatti del cazzo in casa, che consiste nello svegliarsi alle dieci del mattino, con il sole già alto e l’hinterland operoso che già impenna con il tosaerba nel giardino delle villette a schiera o fa la coda alle bancarelle del finto mercato contadino.
Questa mattina, poi, ho percepito quel rumore di motore termico in folle che emette la mia gatta di merda per attirare l’attenzione, unito alla sensazione di nasino umido sulle palpebre e sulle guance, proprio prima della scena finale di un sogno pazzesco. Mi trovavo con la mia collega di team a zonzo in un brocantage parrocchiale. L’allestimento era rigoroso, con tutte le cianfrusaglie ordinate per genere su tavoloni centrali, in una enorme sacrestia presa d’assalto da nostalgici curiosi e da antiquari senza scrupoli. Il successo dell’iniziativa mi faceva desistere dall’idea di trovare qualcosa di interessante, laddove qualcosa di interessante per me, anche in sogno, consiste in dischi in vinile e giradischi di valore a un prezzo stracciato. Fino a quando il sogno prende una svolta: in una stanzetta seminascosta noto due contenitori traboccanti di trentatré giri. Malgrado le copertine che riconoscono avvicinandomi non siano di mio interesse – noto un inesistente disco dei Van Halen dal titolo “77”, che a freddo interpreto con il fatto che anche nel sogno non mi venisse in mente un analogo titolo numerico che poi è “1984”, quello di “Jump” per intenderci, e che comunque anche in sogno non acquisterei mai, considerata la mia intolleranza all’hard rock – decido comunque di spulciare tra i vinili. Estraggo dagli scatoloni qualche disco dal prezzo molto interessante che metto da parte e poi ecco la vera perla della spedizione: un doppio live dei Cure risalente al tour di Wish. Ha una curiosa cover gatefold a specchio con un’etichetta adesiva che riporta il prezzo di 29,00 euro, le dimensioni sono circa 10 pollici, e nella parte interna riporta stampate le copertine della discografia della band di Robert Smith esistente al momento della pubblicazione di quel bootleg. Ricorda certe buste delle ristampe economiche di una volta, con il catalogo dei titoli a disposizione.
Noto però uno dei volontari dell’iniziativa di beneficienza sistemare le cose lasciate alla rinfusa dai visitatori durante la giornata. Mi avvisa che, al giro successivo di riordino, il mercatino chiuderà. Mi affretto così alla cassa ma mi accorgo di aver lasciato i vestiti e lo zaino in una cassetta di sicurezza, come quelle dei guardaroba fai da te dei musei, all’ingresso dell’oratorio. Mi precipito di corsa attraversando il cortile per recuperare il portafogli e rivestirmi. Come le scene oniriche delle serie tv più blasonate, l’aria è costellata da una specie di nevischio che non si capisce se sia innocuo come nel sottosopra di “Stranger Things” o tossico come in “Chernobyl”.
Trovo i miei jeans su un appendiabiti e, mentre li indosso stando in equilibrio a fatica (non ero proprio in mutande ma indossavo, al posto dei pantaloni, una specie di tuta bianca di carta leggera che usano quelli che verniciano le automobili), chiedo alle due attempate dame di San Vincenzo che presidiano la reception le chiavi della cassetta di sicurezza che, ovviamente, non hanno. Le chiavi restano ai visitatori come è giusto che sia. Mentre mi allontano le ascolto biasimare gli adulti dei tempi che corrono per l’inadeguatezza della loro capacità di stare al mondo, commentando la mia richiesta. Mi volto e rispondo loro che almeno, ora, nessuno muore più di appendicite, che non so cosa voglia dire e non è nemmeno riconducibile a una sequenza di numeri da giocare al lotto.
Torno di corsa al mercatino perché voglio recuperare in fretta, prima che chiuda, le chiavi della cassetta che deve avere per forza la mia collega, pagare i dischi e tornare a casa ad ascoltare il bottino inatteso di quella giornata, anche se so che in tutto mi costerà non meno di sessanta o settanta euro e che mia moglie avrà da ridire, ancora una volta, sui soldi che spendo in dischi. Non sono ancora rientrato nella sacrestia quando mi assale il dubbio, il vero plot twist del sogno: forse il disco live dei Cure l’ho lasciato nella stanzetta, che è un comportamento sconsigliatissimo nei mercatini, oltre che dal comune buon senso. Se trovate un disco che vi interessa, ricordatevi di estrarlo dal contenitore e proseguire la ricerca tenendolo con voi, anche se non siete sicuri che alla fine lo acquisterete. Se lo rimettete a posto o, come credo di aver fatto io nel sogno, lo appoggiate sopra alla fila di dischi nel contenitore, sicuramente qualche altro interessato se ne approprierà. E, manco a dirlo, succede proprio così: tra i dischi che ho chiesto ai volontari alla cassa di tenermi da parte per precipitarmi a recuperare il portafoglio, il doppio live dei Cure non c’è. Corro nella stanzetta dei vinili ma lo zelante inserviente che mi ha messo fretta ha già riordinato i titoli rimasti fuori posto. Dovrei rimettermi a scartabellare tra le centinaia di copertine – sempre che invece, nel frattempo, qualcuno non se ne sia accaparrato – ma non c’è più tempo. Nelle bancarelle dell’usato difficilmente i dischi sono collocati in ordine alfabetico. Il mercatino chiude e la mia gatta ha fame.
E tutto torna. Mentre, in piedi al lavandino della cucina, cerco di limitare la nausea da puzza di scatoletta alle sei del mattino, riconduco il disco del sogno a quelli che ho cercato – per puro passatempo – in rete durante il corso di formazione online che ho seguito ieri, nel tardo pomeriggio. Fare della formazione è un’arte perché il grafico che riporta la curva dell’attenzione di chi sta ad ascoltare è sacrosanto e comprovato ed è importate aver pronto qualcosa di completamente diverso per ravvivare l’interesse di chi ti segue. Ne so qualcosa io che mi dilungo ben oltre i venti/trenta minuti regolamentari con i miei bambini portandoli allo stremo. E, ironia della sorte, il corso in questione è dedicato al rapporto tra arte e scienza. Ho deciso di iscrivermi perché, tutto sommato, mi sento riconducibile alla categoria degli artisti che detestano la scienza, essendo troppo complicata e faticosa da studiare, figuriamoci da insegnare, cosa che purtroppo sono costretto a fare. Il fatto è che in questi giorni, a scuola, stiamo trattando la riproduzione delle piante, e proprio mentre la spiegavo ho condiviso con la classe la considerazione di quanto questa fondamentale funzione sia un’arte a tutti gli effetti. Pensate a come ci accoppiamo noi esseri umani. Per le piante sarà altrettanto piacevole? La struttura dell’apparato dedicato, la polpa del frutto che protegge i semi ma che è stata pensata così buona per far sì che poi vengano sparsi attraverso le nostre feci, la messinscena delle api che si impiastrano di polline, sono altrettanto appaganti? Ma anziché trattare di queste cose, lo specialista che teneva il corso ci dimostrava l’esatto momento della storia e della filosofia in cui arte e scienza si sono separate, che ha (o è) coinciso con l’esatto momento in cui il corso si è giocato la mia attenzione. Ho aperto una scheda di Chrome e mi sono messo a cercare dischi che vorrei acquistare tra Amazon e negozi di dischi online tra i quali paragono i prezzi. E pensare che i dischi live io nemmeno li compro. Non mi piacciono proprio.
i racconti del centodieci
StandardAle e la Betta hanno litigato. Non c’è da stupirsi, tra vicini di casa è normale. Il condominio è uno dei pochi ambienti in cui è impossibile scegliere di chi circondarsi, un po’ come quando prenotiamo il posto sul Frecciarossa. Questo è il motivo per cui i ricchi comprano le ville isolate, ma se fossi miliardario preferirei un appartamento in uno di quei palazzi pazzeschi che hanno costruito a City Life. Vivere da solo non mi fa stare tranquillo. Ale invece ha venduto il suo trilocale – è praticamente il mio dirimpettaio – per comprarsi una casetta indipendente a qualche centinaio di metri da qui. Dice che, anche se sono solo in tre, oramai ci stavano stretti. In realtà se ne va perché è stufo delle dinamiche che si sono create da quando ci siamo messi in pista per ristrutturare il palazzo, fruendo dei benefici del 110%. La cosa strana è che Ale e la Betta erano della stessa fazione, qui nel condominio. Ma ne sono successe troppe, non ve le sto nemmeno a raccontare, e all’ultima assemblea hanno rotto. La notizia mi ha talmente scosso che me lo sono sognato. Chiamavo a casa di Betta, rispondeva suo figlio e chiedevo di parlare con il padre, anche se non vive più con loro. Il figlio ha poco più di vent’anni e sembra uno di quei trapper che salgono sul palco con la tuta stretta alle caviglie, il borsello e i capelli rasati sui lati. Anche lui ha una parlata come tutti i bulletti della periferia milanese, e mi metteva in attesa, probabilmente per chiedere qualcosa alla Betta. Poi, nel sogno, scendevo nel parcheggio sul retro e c’era Ale alle prese con il trasloco. Guidava una strana moto militare a tre ruote con vistose gomme da cross e un carrello a rimorchio colmo di mobili. Procedeva in retromarcia verso un prato in cui c’era un edificio in costruzione, ma i pneumatici slittavano per via dell’erba molto alta. Tutto intorno sembrava una di quelle foto dell’hinterland negli anni del boom economico che ogni tanto qualcuno pubblica in giro: ragazzini che giocano negli ultimi campi non edificati a ridosso dei quartieri dormitorio, il tutto in bianco e nero. Vi do un consiglio: se vi propongono di mettervi in ballo con il 110, rispondete di no, e per convincere i vostri condòmini vi autorizzo a leggere a voce alta i miei racconti alle vostre assemblee.
crash
StandardÈ accaduto tutto in una manciata di secondi. Stavo scrivendo un post su Facebook con uno di quegli sfondi fantasia quando improvvisamente il computer si è bloccato. Digitavo il testo sulla tastiera ma nel monitor era tutto immobile. Mi sono accorto che c’era qualcosa che non andava ma l’istante dopo la schermata è diventata tutta nera e il pc si è come spento. È trascorso un altro secondo, sufficiente a scartare l’ipotesi dell’interruzione della corrente. Il portatile infatti avrebbe continuato a funzionare con la batteria. Nello stesso istante ho avvertito un silenzio totale ed è bastato un attimo per capire che la situazione era senza uscita. Ho capito subito che avrei dovuto mettere in salvo mia moglie e mia figlia da non so che cosa ma, un secondo dopo, anche fuori dal pc è diventato tutto buio. Ho pensato che quella fosse la morte, o forse la fine del mondo, come se qualcuno avesse spento un interruttore per farla finita. Sono riuscito a malapena a gridare con tutta la disperazione che avevo per chiedere aiuto ed è stato un istinto formidabile perché, facendo così, ho portato l’urlo fuori dall’incubo e mi sono svegliato, svegliando anche loro.
jackie
StandardI centri storici, in Italia, non sono tutti uguali. Quello di Genova, se lo avete presente, è inconfondibile e deve la sua unicità a innumerevoli caratteristiche. Quella che mi piace di più è che è il più esteso di tutti ma, malgrado ciò, non è tutto un saliscendi come quei comuni medievali delle regioni del centro, grandi come uno sputo e in cui vivono quattro gatti. Eppure oggi sento la fatica nelle gambe mentre lo attraverso e non dovrei, per due motivi. Il primo è che sono allenatissimo, con tutti i km di corsa che mi sparo alla settimana. Il secondo è che è un sogno, e quando sogniamo ma sentiamo il nostro corpo, alla sensazione che proviamo grazie al nostro corpo si aggiunge la sorpresa di averlo anche lì, in quella dimensione completamente mentale.
In realtà inizio a essere stanco. Sto fuggendo da Jackie anche se so che i carruggi sono come una ragnatela e prima o poi me lo troverò di fronte. Prima di dirvi chi è Jackie è bene che sappiate che ho questa consapevolezza, cioè so perfettamente di andare incontro al mio destino, anche perché Jackie e io siamo co-protagonisti di una serie tv in cui ogni episodio ha sempre la stessa trama, come in quel film con Bill Murray in cui si sveglia ogni mattina nello stesso giorno della marmotta. La differenza è nel finale: ogni puntata si conclude con la stessa scena, Jackie ed io che ci spariamo con una pistola, ma l’esito di questa specie di duello cambia. Quello che vi sto raccontando è l’episodio numero due e ieri sera è andato in onda l’episodio numero uno che si è concluso con la mia morte quindi penso che, per rendere più equilibrata la sceneggiatura, questa volta tocchi a lui. Quello che dicevo prima delle gambe vale anche per le pallottole nel corpo. Cammino con fatica per il centro storico e ricordo benissimo il male che fanno quando ti trafiggono la carne fino a farti andare all’altro mondo, che poi nei sogni è un momento che coincide con qualcuno che ti sveglia.
Comunque Jackie ed io siamo due gangster. Fino a un po’ di tempo fa eravamo soci nei nostri affari illeciti. Poi è successo qualcosa e ora, a capo delle rispettive bande rivali, ci facciamo la guerra un po’ come in Gomorra. Scusate il fiatone ma sto accelerando il passo, malgrado gli sforzi di mantenere un’andatura sufficientemente spedita per mettermi in salvo. Mi sto dirigendo alla stazione di Genova Principe a prendere l’ultimo treno che mi porterà a casa. Nel tragitto succedono diverse cose che aumentano la suspense per i telespettatori. Incontro un dj nigeriano di cui non ricordo il nome. Metteva i dischi al Lukrezia, un localino dei vicoli dove ho anche suonato diverse volte. Ora sta mixando musica sotto un portico con un’attrezzatura improvvisata. Accanto a sé ha diversi scatoloni ricolmi di vinile e di musicassette. Anche se sono in pericolo di vita mi metto a scartabellare per trovare qualcosa di interessante. Mi chiede se cerco musica italiana e gli rispondo che no, ascolto hip hop e mi piacerebbe avere una copia in vinile di “3 Feet High And Rising” dei De La Soul ma la prima stampa costa una fortuna. In risposta mette il mio pezzo preferito, “Say no go”, di cui ho anche parlato qui.
Proseguo la mia fuga ma l’incrocio successivo, sono quasi in via Prè che, come sapete, è il vicolo più malfamato di tutti da sempre, mi è fatale. Accosta una macchina e, al volante, vedo Jackie – che poi ha le sembianze di Huggy Bear di Starsky & Hutch, avete presente? – con il suo cappotto color porpora e la pistola in mano. Qualcuno mi afferra da dietro e mi sbatte dentro l’auto che riparte a tutta velocità. Jackie ed io ci scambiamo qualche battuta cercando di capire quale sarà la scena finale che dovremo interpretare, questa volta.
Arriviamo in piazza della Nunziata a ridosso della segreteria dell’Università, o almeno dove si trovava ai tempi in cui ero iscritto io. Scendiamo, ho paura che toccherà ancora a me morire anche questa volta ma dentro mi sento la certezza che non andrà così. E infatti, dai gradini della chiesa di fronte, ecco arrivare il deus ex machina che, a dire la verità, non so chi sia e non so nemmeno che cosa c’entri con la storia raccontata nella serie. Ha una pistola e spara diversi colpi. Uno ferisce di striscio anche a me ma gli altri chiudono la questione.
Nel frattempo ha iniziato a diluviare. Sono vestito solo con due accappatoi in spugna uno sopra l’altro di due colori diversi, mi sanguina una gamba e devo spicciarmi perché tra poco l’ultimo treno partirà senza di me. Via Balbi, che è l’ultimo pezzo prima della stazione, si sta riempiendo d’acqua. Al mio fianco c’è ancora Jackie che si è ripreso, d’altronde nella finzione cinematografica si muore per finta. Figuriamoci in una serie tv per di più inclusa in un sogno. Lui vorrebbe finire la serata a bere una birra insieme da qualche parte ma io sono stanco. Cerca di insistere ma gli faccio presente sia l’ora sia il fatto che ho più di cinquant’anni e mi piace coricarmi presto. La mia età lo induce all’ironia, quindi si accommiata per continuare a far bisboccia da solo.
Finalmente posso correre ma non è per niente facile, con tutta l’acqua che scorre in senso contrario. Mi supera un autobus gremito di persone che mi guardano, d’altronde conciato così è difficile non dare nell’occhio. Il livello del torrente diventa preoccupante e l’autobus si trasforma intelligentemente in un traghetto. Questa potrebbe essere una soluzione efficace per i trasporti urbani di Genova, anche se non piove più come quando la frequentavo io. Mi fermo all’ultimo semaforo, ho le infradito ed è impossibile non bagnarsi i piedi ma cerco comunque un punto per attraversare restando all’asciutto. Un signore, a fianco a me, prende l’iniziativa: trova un ramo che poi è una specie di gondola e si mette a remare per arrivare all’altra sponda della piazza che ormai è un lago. Io provo a camminare lo stesso. Poi mi volto verso quel concittadino così intraprendente e scopro che è il sindaco Bucci. Gli chiedo conferma e, come in quel video passato alla storia in cui gli si chiedeva se fosse di lì, mi conferma la sua identità. Peccato che l’episodio finisca così, con il sindaco che prende il largo e io che cerco di non affogare. Al treno non arriverò mai, ma tanto sono sicuro che sarà stato in ritardo.