confermare o ribaltare

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Certi locali pubblici nei centri storici delle città sfruttano la struttura degli edifici al cui piano terra sono ubicati come parte integrante dell’esercizio commerciale, adattando cantine e ripostigli scavati sotto il livello dei vicoli a vani fruibili con tutti i crismi e secondo le norme di sicurezza di settore. A Genova ne potete trovare molti anche se, per chi li ristruttura, scendervi per la prima volta non dev’essere uno scherzo. Ne hanno presentato uno in una puntata di quel programma basato sulle battaglie tra ristoratori per aggiudicarsi il premio di miglior locale del posto. Tutto molto bello e pittoresco ma, a dir la verità, l’ambiente metteva un po’ di claustrofobia.

È piuttosto facile seguire una puntata di quella trasmissione: basta accendere la tele a qualsiasi ora del giorno e della notte su qualunque canale del digitale terrestre perché state certi che, da qualche parte, ne stanno mandando in onda una. È piuttosto facile anche imbattersi sempre nella stessa, se siete fortunati in quella a cui mi riferivo poc’anzi. Il programma tutto sommato funziona ma ha una pecca: i partecipanti sembrano fare a gara a chi risulta più antipatico e a chi architetta i tiri peggiori a scapito dei rivali per accaparrarsi un premio piuttosto misero, se paragonato al fatturato di un ristorante di quel tipo. Non è il mio genere di posto, ma se dovessi scegliere dove andare a mangiare fuori opterei per chi è stato al gioco comportandosi nel modo più onesto.

Mi spiace solo che alla puntata dedicata alla mia città non abbia partecipato un’amica che aveva compiuto un’opera colossale, recuperando una serie di cisterne collegate sottostanti alla sua piccola tavola fredda. Un ritrovamento rocambolesco, una vera e propria storia da film: dietro a una parete postuma aveva rinvenuto una botola di accesso a una rampa di gradini ripidissimi. Le profonde cisterne, al momento della scoperta, erano colme d’acqua perché alimentate da una fonte che ora è stata messa in bella vista sotto al pavimento trasparente. Ricordo di aver provato l’ebbrezza di guardare in basso dalla cima delle antichissime scale che ha rimesso a nuovo ma, voltandomi, ho avuto l’impressione di una visita alle catacombe.

Ho rivisto questo stesso ambiente in sogno stanotte. Dietro di me si ammassavano donne, bambini, uomini e animali in barba alle regole anti-assembramento. Da lassù stavo tenendo una lezione proprio sulla storia che sto scrivendo qui, ma una mamma mi incalzava pregandomi di far leva sul mio ruolo di insegnante per sollecitare quella scolaresca eterogenea a indossare la mascherina. Ho esaudito la sua richiesta, aggiungendo che presto vaccino e green pass sarebbero stati obbligatori per tutti. Per fortuna nessun bidello mi ha preso a pugni in faccia – questo succede solo nella realtà – ma il collega che mi chiama più di tutti gli altri per risolvere i suoi problemi con il pc (compresi anche i casi in cui non funziona il wireless in casa sua) mi ha mostrato sul suo smartphone datato un nuovo meme di “Feudalesimo e Libertà”, in cui si illustrava, in un italiano arcaico, che con le nuove disposizioni la nostra vita sarebbe stata un interminabile rumore di ponti levatoi che si alzano e si chiudono.

Sono riuscito comunque a domare la folla e a consentire un’uscita ordinata di tutti da quel pertugio e finalmente mi sono coricato al buio in una specie di chiesa, come se qualcuno avesse adattato una cattedrale a dormitorio comune. Al posto delle coperte e delle lenzuola c’erano però quei drappi e quei pesanti tendaggi che si usano per addobbare le immagini sacre nei templi dedicati al culto. Al tatto coglievo la differenza con la freschezza che provo sdraiato nel mio letto vero e la cosa mi metteva agitazione tanto da urlare per la paura fino a quando qualcuno, sdraiato nel sogno a fianco a me, mi diceva di non preoccuparmi, che anche lui è un essere umano come me e che domani c’è scienze.

centro

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Sviluppata sulla falsa riga dell’omonima prova della Settimana Enigmistica, l’app “Il bersaglio” consente di ottenere una parola completamente diversa da un termine di partenza attraverso una serie di passaggi invisibili al giocatore. Come spiegava ieri sera, tra un tempo e l’altro della partita della nazionale, il facoltoso ingegnere autore del brevetto, funziona come quei giochi in cui una biglia di metallo parte da un punto e percorre un tracciato del tutto casuale lungo una serie di passaggi, binari e gallerie. Il divertimento consiste proprio nel risultato random, che poi è la vera essenza di certi applicativi in voga ma che va ricondotta alla notte dei tempi, basti pensare al mistero dei dadi o delle carte da gioco. In studio, oltre a Paola Ferrari, che si distingueva come sempre per il trucco degli occhi sopra le righe, c’era il pianista Massimiliano Bandiera a testimoniare l’efficacia dell’invenzione. Il suo cognome avrebbe dovuto essere lo stesso di un attore spagnolo passato alla storie per una serie di spot con le galline, un fattore che potrebbe sembrare banale al netto del rapporto di parentela diretto con Memo Remigi, di cui è il secondogenito e che non ha saputo ricordare da quale parola fosse partito. L’ispiratore di chissà quante storie romantiche riconducibili alla bizzarria di provare sentimenti di affetto nella metropoli lombarda ha però poi lanciato il suo nuovo singolo e peccato che, nel passaggio televisivo, sia stato sfumato nella pubblicità. Avreste potuto tutti rendervi conto del palese rimando a quel brano che avevamo composto io e l’amico Marco, quello che paradossalmente somiglia a Memo Remigi molto di più di Massimiliano Bandiera, e che andava dicendo di avere uno zio che, per lavoro, faceva il manager per alcuni comici dello Zelig. Non ho chiesto a Marco perché non ne avesse mai approfittato, e di certo un’occasione come quella di ieri sera non mi capiterà mai più.

ringraziamenti

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Gli organizzatori della corsa hanno posizionato lo spogliatoio per gli iscritti nel cimitero. Potrei anche non usufruirne perché la mia casa di campagna si trova duecento metri dopo. Il fatto è che c’è una salita sterrata abbastanza faticosa e non oso immaginare come sarò sfatto tre ore dopo l’inizio della gara, sempre che tagli il traguardo e non muoia prima. In quel caso, il cimitero potrebbe fare al caso mio. Il mio tempo per la mezza maratona fa ridere i polli ma chi se ne importa. Ho cinquant’anni suonati, sono un podista cialtrone e, soprattutto, senza pretese. Mi avvio con la borsa a tracolla e, per raggiungere il posto dove potrò indossare il mio abbigliamento entry level della marca economica del Decathlon, attraverso il prato di fronte al cancello di ingresso. Ci passo con piacere. Ho giocato centinaia di partite di calcio su quell’erba, da bambino. Mi ricordo persino un paio di gol realizzati grazie alla mia tecnica sfrontata da principiante. Ora ci sono coppie di lottatori afroamericani piazzatissimi che si fronteggiano completamente nudi, pensando alla prima mossa per stendere l’avversario. Non serve Freud per l’interpretazione della presenza di queste comparse nel sogno. Ho visto i primi episodi della serie tv tratta da “La ferrovia sotterranea”, e li ho visti su Amazon Prime Video ma nella realtà. Poi mi sono stufato. Nel bellissimo romanzo di Colson Whitehead la ferrovia è una metafora e speravo che nell’adattamento cinematografico la produzione avesse pensato a un escamotage meno visionario per non sminuire la portata di denuncia. Con mia moglie, durante la visione, ci siamo chiesti se negli USA la hanno vista tutta, dall’inizio alla fine, come si devono sentire i bianchi, la vendetta degli schiavi e dei loro discendenti che non sarà mai abbastanza. Questo rimando alla fiction mi fa però perdere il filo della storia: entro nel cimitero per cambiarmi ma poi mi ritrovo seduto in macchina, in uno di quei momenti in cui stai per spegnere il motore nel parcheggio ma vuoi lasciar finire una canzone che ti piace un casino. Questa volta la canzone è di Alanis Morrisette.

la notte dei miracoli

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Conosco l’uomo seduto sulle gradinate a qualche metro da me. Ora fa l’avvocato, ma negli anni settanta è stato un cantautore all’avanguardia. Vi ricordate quando, sull’onda delle tensioni sociali dell’epoca, musica popolare, radici folk e dialetto sono stati oggetto di riscoperta da parte dell’industria discografica? Di recente si è presentato persino come concorrente per uno degli svariati talent show tutti uguali pensati per preparare al mondo dello showbiz qualche giovane esordiente sottratto al settore del delivery a pedali. La sua candidatura si è fermata tra i fenomeni da baraccone che inframezzano lo spettacolo della selezione vera e propria, temo per il fattore anagrafico. Oltre il danno, però, la beffa, perché nessuno dei giudici lo ha riconosciuto. Stasera indossa una giacca color glicine sopra una camicia bianca e una cravatta blu. C’è un po’ di vento e siamo gli unici due spettatori non autorizzati a seguire lo spettacolo che si terrà a breve in questo anfiteatro finto-greco che sembra più una piscina prosciugata. Il palco è montato sul fondo ma, per un efficace effetto ottico degno della riproduzione di una stampa di Escher, lo vediamo più in alto della nostra posizione. Mi chiede se può avvicinarsi e non mi sembra una cattiva idea. Finché i musicisti sono in pausa e consumano la cena possiamo chiacchierare un po’. Io sono convinto che abbia preso l’iniziativa perché, durante la lunga parte strumentale del brano che ha introdotto poco fa l’esibizione, mi ha visto scambiare qualche battuta con il cantante, che poi è Lucio Dalla. Pensa che, in quanto ospite della serata, io sia importante quanto lui, che anche io faccia parte dell’ambiente artistico. In realtà sono uno qualunque ma invitato dal batterista, che è un amico di infanzia. La sera prima, per caso, sono capitato in un’altra tappa dello stesso tour, nel portico del chiostro medioevale di un’abbazia delle vicinanze. Sono andato a salutarlo anche per chiedergli spiegazioni sul un brano del repertorio che avevano appena eseguito e sul nesso della canzone con la carriera di Dalla, un autore che di certo non ha bisogno di attingere da composizioni altrui. Mi aveva incuriosito infatti l’esecuzione di “You Make Me Feel (Mighty Real)” di Sylvester. Il mio amico batterista mi ha fatto notare la presenza dell’autore della hit da discoteca (peraltro defunto tanto quanto Lucio Dalla) come tastierista del complesso, confessandomi che, data la crisi dei live dovuta alla pandemia in corso, anche i professionisti del loro calibro si sono dovuti adattare alla musica da intrattenimento. Non a caso, mi ha detto, la sera successiva avrebbero suonato a una festa privata a cui, se mi faceva piacere, avrei potuto partecipare aggregandomi a loro come seguito della band. Ecco perché mi trovo qui. Vedo Lucio Dalla con il suo cappello di lana seduto a tavola, lo osservo di schiena lamentarsi con un forte accento bolognese della scarsa attenzione che i facoltosi invitati rivolgono alle sue canzoni.  Alle mie spalle e dietro l’unico altro spettatore, che ora siede al mio fianco, ci sono diverse tavolate conviviali con portate da ricchi su tovaglie immacolate. Dalla barba bianca di quello che è il festeggiato potrebbe trattarsi anche del compleanno di Dio. Il posto si trova a fianco del sentiero che costeggia i binari delle Ferrovie Nord all’altezza di Bruzzano. Mentre lo percorrevo a piedi per arrivare fino a qui ho raccolto un bel mazzo di agretti che ora sto mangiando crudi, non prima di averli separati dalle radici ricoperte di terra. Ne offro qualcuna al cantautore in pensione ora seduto al mio fianco, che però rifiuta in modo molto cortese.

cose che si ripropongono

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Non sono pochi i siti dei foodblogger e quelli più istituzionali, come Giallo Zafferano, che consigliano di conservare il pesto – ma anche altre salse – in forma di monoporzioni negli stampi che tradizionalmente impieghiamo per i cubetti di ghiaccio. L’ex compagno di Anna ne possiede uno verde acido di marca Alessi che permette di creare vere e proprie capsule ovoidali che, una volta estratte, fanno una certa scena. Ma solo con i liquidi e nei long drink. Il pesto, lo saprete meglio di me, non gela perfettamente e gli ovetti estratti dal freezer hanno una consistenza particolare per cui non risultano lisci. Non per questo la tecnica è poco efficace.

Dario ha ricevuto lo stampo pensato per il ghiaccio – ma poi hackerabile a piacimento – in dono da Anna in occasione dell’ultimo compleanno che hanno trascorso insieme, prima di separarsi di lì a poco. Il regalo comprendeva anche un tostapane e una specie di piccolo tritatutto/miscelatore da cucina che Dario paradossalmente utilizza tutt’ora al posto del tradizionale mortaio ligure che la disciplina più rigorosa imporrebbe per pestare il basilico e i pinoli fino a mescolare il tutto con olio e pecorino. Ho omesso l’aglio volontariamente, considerando che a non tutti piace. Nella scorta che Dario ha surgelato per l’inverno l’aglio però è un ingrediente abbondante. Ieri sera ha cucinato una pasta e poi, con i tre ovetti di pesto ormai scongelati rimasti, si è preparato altrettante tartine utilizzando una base di fette wasa, quella specie di cartone che, mangiato al posto della focaccia, ti fa già sentire più magro solo appena lo compri.

Una cena tematica non a caso: Dario voleva rivedere Anna per capire se entrambi fossero ancora mossi l’una per l’altro, a distanza di così tanto tempo e di così tanto spazio, rispetto alla loro giovinezza e alla Liguria. Una specie di prova del nove per verificare se la scelta di prendere strade diverse vent’anni prima fosse stata quella più lungimirante.

Il fatto è che dopo sono finiti a letto, e la scelta di un condimento così ingombrante dal punto di vista sinestesico ha fatto purtroppo la differenza. Nella notte Dario ha persino sognato la nonna paterna, morta qualche mese dopo la vittoria della nostra nazionale di calcio ai mondiali dell’82. Si presentava all’improvviso con i capelli color argento ben pettinati e con il cappotto nero con il collo di pelliccia nella stanza in cui giaceva con Anna. Dario si precipitava a vestirsi ma, per sbaglio, cercava di infilarsi le collant di lana nera di Anna. Si sentiva a disagio per aver ceduto alla curiosità di rivedersi con l’ex compagna e se ne vergognava. In certe scelte non si torna mai indietro, su questo sarete pienamente d’accordo.

I due, poi, uscivano per recarsi a un concerto ma Dario era costretto dall’età avanzata su una carrozzina. Anna lo spingeva da dietro. Lo spettacolo si sarebbe tenuto sull’antica fortezza, in un punto inaccessibile per i disabili soprattutto per l’acciottolato della via d’accesso. A ridosso della biglietteria in cui avrebbero chiesto il pass per l’area riservata alle sedie a rotelle c’era un manifesto dei Blur e due sorelle gemelle che si facevano un selfie. Dopo, Anna incontrava alcuni suoi vecchi amici scout – con l’uniforme nera al posto della tradizionale blu e verde – allo stand della birra che la salutavano con una di quelle coreografie che utilizzano i giovani nei film americani ma che poi, nella realtà, si emulano solo per mero citazionismo.

Dario si preoccupava così per il fatto che, battendosi reciprocamente il palmo delle mani, aumentavano il rischio di contagio del Coronavirus ma, una volta sveglio, aveva realizzato che nessuno dei protagonisti indossava la mascherina. Fuori era ancora inverno, i parabrezza delle auto ricoperti di ghiaccio e il basilico sul balcone non sarebbe comunque sopravvissuto.

festival

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Qualcuno ha organizzato al Teatro Ariston in corso Magenta a Milano – che a differenza di quello in cui si tiene il celebre festival della canzone italiana sfoggia un’insegna con il logo della nota marca di elettrodomestici – un evento che sta a metà tra una performance di arte contemporanea basata su un concept, per capirci una cosa tipo “The Artist Is Present” di Marina Abramovic ma molto, molto più provocatoria, e un evento di marketing non convenzionale per il lancio di un nuovo prodotto editoriale. Un happening per intellettuali ma dal carattere piccante che accende la curiosità anche delle persone normali il cui orientamento estetico si esaurisce nelle stampe già incorniciate e disponibili in posti come l’Ikea o il Leroy Merlin. Un regista molto off del circuito indipendente girerà scene pornografiche abbinando sconosciuti a professionisti del settore per una pellicola da presentare alla Biennale. Ha messo un annuncio su una rivista di appassionati e, all’evento, si sono presentati a migliaia da tutto il mondo.

In coda al botteghino per confermare la registrazione effettuata online ci sono anche Federico, sua moglie, la sorella della moglie e il cognato. Attendono il loro turno ma, con il loro fare sarcastico tipico dell’intellettualismo di un certo tipo alle prese con i fenomeni di massa, si trovano a ventilare la possibilità di mollare il colpo, in mezzo a quella ressa. Nessuno vuole perdere tutto quel tempo. L’organizzazione però riesce a sorprenderli per efficienza e, in men che non si dica, eccoli a ricevere indicazioni dalla receptionist.

Gli vengono indicati gli spogliatoi – separati per genere come in piscina – in cui troveranno una cassetta di sicurezza in cui chiudere indumenti ed effetti personali e un accappatoio in spugna bianco da indossare. Federico porta però con sé lo smartphone e resta con le scarpe da corsa con cui si è presentato ma non lo biasimo: io addirittura non riesco a stare scalzo nemmeno sulla sabbia al mare. Il fatto è che i tempi di attesa per le riprese sembrano lunghissimi e qualcuno consiglia loro di approfittare del bar per bere qualcosa. I quattro si accomodano a un tavolo ma decidono di ordinare una bottiglia di acqua frizzante al posto del prosecco. L’alcool potrebbe compromettere la riuscita della scena che ciascuno – singolarmente – dovrà interpretare con il partner che gli verrà associato.

Dopo appena un bicchiere Federico avverte l’impulso di andare in bagno. Si accorda con gli altri per non perdersi nella folla che, nel frattempo, ha raggiunto una quantità fuori controllo e si avvia alla toilette che, manco a dirlo, è presa d’assalto. Così si precipita in strada, fuori dal teatro, alla ricerca di un qualsiasi wc pubblico e si mette in cammino fino a imbattersi in uno di quei cabinotti di plastica che si installano nei cantieri. Le condizioni dentro sono deplorevoli ma lo stimolo è ormai impellente. Nel tentativo di non sporcare la suola delle sue Brooks Glycerine nuove con l’urina sparsa sul fondo riesce comunque a portare a termine la missione in maniera rocambolesca. Peccato però che i lembi dell’accappatoio si bagnino, facile immaginare di cosa.

Al momento di rientrare nel luogo dell’happening si accorge però che la via del ritorno non corrisponde più con quella dell’andata, un topos della letteratura onirica. Prova a seguire quel briciolo di senso di orientamento che l’imbarazzo di camminare nel centro di Milano conciato così gli lascia, ma senza successo. Per fortuna ha con sé l’inseparabile app di Google Maps e, impostata la destinazione del percorso sullo smartphone, riesce a ricongiungersi con gli altri.

Manca ancora molto al loro turno e la tentazione di visitare la galleria commerciale annessa al teatro è forte. Il mall comprende infatti un punto vendita di una catena che ritenevano fosse presente solo all’outlet di Vicolungo e così ne approfittano. Mentre attendono le mogli fuori dai salotti di prova, suo cognato manifesta impazienza per scoprire in cosa consisterà la scena di cui sarà protagonista a breve. Federico mette a freno la sua smania, ricordandogli che, sicuramente, il sogno si interromperà prima che l’altoparlante chiamerà i loro nomi per presentarsi sul set.

la nota blu

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Sono in supplenza in una terza liceo ed è molto strano perché faccio l’insegnante alla primaria. La richiesta di coprire una classe vuota per un imprevisto è stata repentina. Ero in segreteria a configurare il back-end del Registro Elettronico di Axios quando il collega di musica che ricopre il ruolo di vicepreside irrompe nell’ufficio e chiede la mia disponibilità, è una questione di emergenza. Io ho con me l’hard disk con le mie lezioni e penso che non ci sia così tanta differenza tra un bambino di dieci anni e un ragazzo di sedici quando gli parli di generi musicali e di arte come espressione degli stati d’animo dell’uomo. Mi precipito in classe, collego tutto quanto, saluto l’uditorio e comincio. Dopo qualche minuto mi accorgo però che una ragazzina dell’ultima fila sta smanettando con lo smartphone nemmeno troppo di nascosto. Le chiedo di consegnarmelo e, mentre mi avvicino al suo banco, si premura di chiudere tutte le app attive e di spegnerlo. Glielo requisisco, ma non faccio in tempo a voltarmi per tornare alla cattedra che noto un altro studente che fa la stessa cosa, nonostante abbia appena ripreso la sua compagna di classe. Una cosa che ricordo sempre ai miei alunni – nella realtà – è che se dico che un comportamento non va bene è una regola che vale per sempre e quindi non è che, passato un giorno, possono ripeterlo. Nel sogno così gli faccio una analoga paternale e gli ritiro il dispositivo. Ritorno al mio posto ma il ragazzo, malgrado abbia già sbagliato, persevera nell’errore. Ha gli occhi rivolti verso il basso e, appena mi metto in punta di piedi, non mi è difficile sorprenderlo con un nuovo telefonino in mano. Mi verrebbe voglia di dirgli “ma sei scemo?” come ogni tanto mi succede in classe, purtroppo però agli insegnanti non è consentito insultare gli alunni ed è un vero peccato. Mi piacerebbe, per esempio, dire almeno una volta a Mattia “o pezzo di cretino, la finisci di muoverti come un idiota?” quando non riesce più a stare fermo nel banco e a contenersi. Ma non si può, e me ne guardo bene. Comunque, per continuare il racconto, attraverso di nuovo la classe fino all’ultima fila e prendo lo smartphone di riserva al ragazzo, che però, come fanno i maghi con conigli dalla maniche, ne estrae un altro già acceso e pronto all’uso dal tascone sul davanti della felpa. Gli prendo anche quello e gli chiedo il diario, una bella nota non gliela toglie nessuno. “La prego, non la scriva”, mi implora a quel punto. “I miei genitori me la faranno sicuramente pagare”. Mi sento onnipotente e irremovibile come non mai. Mi siedo alla cattedra, mi igienizzo le mani anche se nel sogno nessuno indossa la mascherina (probabilmente si tratta di una bolla asettica), cerco la pagina del giorno di oggi e mi accingo a scrivere. Solo a quel punto mi accorgo che anni di scrittura al PC hanno rimosso la memoria muscolare e, con la penna in mano, non ho idea da dove iniziare per muoverla sul foglio. Mi ricordo che quando a scuola scrivo le comunicazioni ai genitori dei miei bambini uso le lettere maiuscole, in modo che non ci siano rischi di comprensione per il mio corsivo da medico. Ma non posso fare lo stesso in un liceo. Cosa penserebbero le famiglie? Alla fine dell’ora decido di non restituire gli smartphone requisiti. So già che i genitori andranno su tutte le furie e considereranno il gesto una sorta di furto. Una cosa è mettere nel cassetto un portachiavi di Guerre Stellari, un conto un iPhone da mille euro.

la valigia dei suoni – speciale David Bowie

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É da oggi in edicola il nuovo numero della collana “La valigia dei suoni”, pubblicazione uscita in occasione del quinto anniversario della scomparsa di David Bowie, una delle figure più iconiche a cavallo tra novecento e nuovo millennio nonché principale fonte di ispirazione per tutte le generazioni di artisti cresciute successivamente. Pensata principalmente per i musicisti di strada o per applicazioni in cui si manifesti la necessità di suonare con strumenti non convenzionali, la valigia dei suoni è un prodotto editoriale a cadenza mensile divenuto con il tempo un vero e proprio oggetto di culto per collezionisti. La formula ideata dalle edizioni Dal Prete è sicuramente innovativa: un parallelepipedo rettangolo in cartone scomposto, già sagomato tramite fustella e pronto da rimontare che, una volta riassemblato, forma una sorta valigia sonora in scala 1:1. Ogni faccia del solido corrisponde a un accordo (sei in tutto). Percuotendole, seguendo una successione stabilita da uno spartito, si può accompagnare la canzone a cui la valigia dei suoni del mese è intitolata. Lo speciale David Bowie non poteva non essere ispirato a “Heroes”, una delle composizioni più note del cantante inglese. La realizzazione della nuova valigia dei suoni è interamente dedicata, quindi, al suo periodo berlinese e richiama i colori della copertina dell’album (una gelida scala di grigio) e, come materiale, la pelle nera del giubbotto che Bowie indossa nel video della canzone. Per “Heroes” l’adattamento al parallelepipedo è stato semplice, essendo composta da solo cinque accordi (RE, SOL, DO, LA-, MI-), sequenza armonica che ha permesso di lasciare una faccia della valigia alla ritmica. Due pelli di diversa elasticità e ampiezza sullo stesso lato lungo permettono infatti di accompagnare la successione degli accordi con i suoni di cassa e rullante della batteria, rendendo l’esecutore una one man band a tutti gli effetti. I responsabili editoriali della collana non hanno rivelato il numero di copie della valigia dei suoni di “Heroes” distribuite, ma siamo sicuri che andrà presto a ruba. I fan del duca bianco, e i collezionisti, sono avvisati.

ultras

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L’amico Massimo è mancato qualche giorno fa a 52 anni per un bruttissimo male, a quanto ho saputo, ma l’evento è stato organizzato molto prima dalla locale squadra di pallanuoto in cui ha militato da giovanissimo, vincendo qualche scudetto in massima serie e ottenendo persino la convocazione in nazionale. Vista la crisi del settore sportivo dovuta al coronavirus, la federazione – in collaborazione con l’amministrazione comunale – ha messo in pista un trofeo a cui partecipano le sedici più importanti squadre nazionali, molte delle quali sono liguri tanto quanto la nostra. L’obiettivo è chiaro: riportare lo sport ai fasti degli anni ottanta, quando la compagine cittadina si giocava ogni anno i playoff per aggiudicarsi il titolo nel campionato di A1.

Il numero delle società in gara è facile desumerlo. Gli organizzatori hanno allestito una bellissima coreografia all’interno di una cornice quadrata divisa in sedici settori, quattro in orizzontale per quattro in verticale. Ogni parte è ulteriormente suddivisa in quattro quadrati, due sopra e due sotto, occupati a scacchiera da altrettanti palloncini colorati secondo i due colori sociali di ciascuna squadra – i nostri sono il bianco e il rosso – sulla cui superficie si può anche leggere il nome siglato della società.

I palloncini sono manovrati da giovanissime cheerleader acconciate con pettinature in voga all’epoca e vestite solo con costumi da bagno in tinta con i palloncini che reggono. Cantano una canzone da stadio che si poteva ascoltare tra gli ultras durante gli incontri e muovono a ritmo i palloncini creando un avvincente effetto ottico. Trovo anche molto riuscito il contrasto tra la musica che esce dall’impianto della piscina comunale all’aperto e il fatto che le ragazze si esibiscano senza microfono come se fossimo a teatro, una trovata filologica che mi spiego come un tentativo di ricordare a tutti un’epoca in cui non esisteva ancora Internet e vivevamo tutti disconnessi. Quando noto la portata dell’iniziativa penso che forse, in concomitanza con il decesso dell’ex campione, le prossime edizioni saranno dedicate interamente alla sua memoria.

Io partecipo tra gli spettatori grazie a un biglietto ridotto che mi ha procurato la donna che poi, nella realtà, diventerà mia moglie anche se è di Milano ma si sa, nei sogni non si va tanto per il sottile. Lei occupa un posto nelle tribune vip in quanto giornalista chiamata dalla testata in cui lavora – una specie di Vanity Fair ma di sinistra – a documentare il torneo. Mi sono piazzato nell’adiacente anello di gradinata, ubicato proprio sotto di lei. Prima del calcio di inizio – anche se lo so che non si gioca con i piedi ma si fa così per dire – fanno ingresso alcune personalità importanti del mondo dello spettacolo. Il primo si fa largo tra la folla ma di lui ricordo solo di conoscerlo bene di persona. Potrebbe trattarsi di Fabio Fazio. Penso che potrei darmi delle arie salutandolo ma lascio perdere. Subito dopo ecco i Ricchi e Poveri in grande spolvero avviarsi verso i loro posti riservati.

Mi sono messo accanto a due amiche, sedute poco più avanti. Con una so di avere buone possibilità ma ora è tutta presa dal fare delle foto ai giocatori al di là delle transenne con lo smartphone. Ho deciso di venire anche se a me lo sport in generale non mi interessa, ancor meno la pallanuoto. Il fatto è che i componenti della squadra, in una città di provincia come la nostra, sono – giustamente – delle vere e proprie celebrità e le ragazze la sera si muovono nei locali che sanno esser frequentati dai giocatori. Di conseguenza noi maschi facciamo altrettanto e cerchiamo di beneficiare di quella tecnica di conquista a strascico, come si dice, cercando cioè di pescare nel mucchio e, conseguentemente, prediligendo l’alta concentrazione di esemplari. Le due groupie con cui mi accompagno, in particolare, fanno le smorfiose con un giocatore straniero, dalla pelle scura, ben contento di trovarsi al centro dell’attenzione. Usano una di quelle app che permettono di posizionare effetti in tempo reale sulle immagini e si alternano nella realizzazione di selfie con il loro beniamino.

Riesco comunque a collocare cronologicamente il momento della mia vita in cui si svolge il tutto. Sono al quarto anno di università perché ho i capelli lunghi sulle spalle, e li ho ancora tutti, neri e a boccoli, nell’insieme ho un discreto appeal e riesco persino a gestire due e anche tre relazioni allo stesso tempo (ma non tutte insieme, eh). Le due supporter sono prese nei loro flirt da bordocampo ma comunque inizio a baciarmi con la giornalista nella tribuna distinti dietro. La mia futura moglie è giovane come me, anche se la sua versione ventenne la conosco solo dalle sue vecchie foto. Ha i capelli corti e mentre siamo abbracciati nei rispettivi settori degli spalti mi accarezza il torace. Terminano le partite e ci spostiamo a casa nostra, insieme a una cara amica di famiglia. Probabilmente ci siamo sposati nel frattempo e ci troviamo al corrente Natale. Ci sono degli avanzi nel frigo e mia moglie tenta di abbrustolire un mazzetto di radicchio rosso direttamente su un fornello, così le faccio notare che si brucia e che è meglio utilizzare la griglia smokeless che abbiamo preso con i punti dell’Esselunga.

cronaca vera

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Oggi in redazione sono passati a trovarci Bernie Sanders e Fidel Castro e, quando rientro dalla pausa pranzo, li noto commentare a fianco del direttore del quotidiano, seduto sull’angolo di una delle scrivanie dell’open space come nei film americani, il testo di un paio di stampe A4 su cui ci sarà probabilmente la bozza dell’editoriale di domani. Poter mangiare a casa spezzando la giornata lavorativa è un privilegio impagabile anche nei sogni. Abito a cinque minuti a piedi dal giornale, che ha la sede negli uffici di Via al Ponte Calvi proprio al posto degli uffici di una software house in cui ho lavorato quando avevo poco meno di trent’anni, quella dall’elevato tasso ingegneristico e maschile tanto che alle pareti non c’era appeso nemmeno un poster, per non parlare di stampe artistiche e dipinti.

Le uniche ragazze sono la tuttofare alla reception e la grafica con cui ho una specie di relazione clandestina. Io sono single ma lei ha già un fidanzato. Con lui e la sua famiglia trascorre il venerdì sera a dilettarsi con il liscio e altri balli di coppia. Anche se musicalmente siamo diversissimi, in certe situazioni ce la caviamo piuttosto bene. Abbiamo appunto approfittato della vicinanza di casa mia che – anche se si trova a sessanta km da lì ma, nei sogni, vale tutto – è quella dei miei genitori. Appena ci siamo chiusi la porta alle spalle non abbiamo perso tempo. É alta come me e, mentre ci abbracciamo in piedi per qualche preliminare, mi domando se sarà ancora in forma come era allora, dopo tutto questo tempo. Il fatto è che io un po’ mi vergogno se lei è rimasta giovane, dopo più vent’anni. Il confronto con il grasso superfluo che mi si è depositato sopra il fondoschiena e l’alluce valgo potrebbe risultare impietoso.

Nella realtà invece qualche anno dopo, ma io ero già andato via da lì, metterà su famiglia con il collega ingegnere con il sorriso a sessantaquattro denti, quello dai lineamenti tutt’altro che etero e che non nascondeva il suo orientamento nazifascista. Chissà come avrebbe reagito se, al ritorno per riprendere servizio dopo pranzo, si fosse trovato, a pochi passi dalla sua postazione, due pezzi da novanta della storia e della sinistra internazionale come quelli. In redazione c’è anche mia figlia, sta svolgendo uno stage come quello inutile che avevo fatto io a La Stampa, appena laureato. Mi avvicino e mi vanto con lei facendole notare il livello di ambiente professionale che frequenta suo padre. A guastare tutto sono i commenti del caporedattore dello sport, un omuncolo viscido, senza capelli e squallido che, manco a dirlo, vota Fratelli d’Italia. Mentre ci ammorba con i suoi sproloqui e una canzonaccia in rima sul ventennio mi gioco la solita gag, quella in cui capovolgo la testa sostenendo di non riconoscerne i lineamenti senza osservarlo a testa in giù.

A darmi man forte sopraggiunge Nicola Zingaretti, che nel frattempo si è unito a noi per omaggiare i nostri ospiti esclusivi. Supera i due metri di altezza ha una dialettica così convincente che il collega meloniano è costretto a ritirarsi nelle sue fogne morali, come è giusto che sia. Propongo a mia figlia di farsi un selfie con Sanders, Castro e il segretario del PD perché un’occasione così non capiterà mai più ma lei, come accade nella realtà, non vuole mettersi in ridicolo. Io invece, a differenza sua, non ho nulla da perdere, così attivo la fotocamera dello smartphone rivolta verso di me ma, come al solito, non riesco a impugnarlo bene senza ostruire l’obiettivo con le dita.