Mi trovo in fila alla mensa della principale azienda multinazionale statunitense specializzata nella fornitura di apparati di networking, che poi è anche uno dei clienti dell’agenzia di comunicazione in cui lavoro in qualità di copy e project manager, il cui nome ricorda il nickname di una delle più grandi e affascinanti metropoli americane.
La filiale italiana è una realtà pazzesca con un capitale umano straordinario, ma ho la certezza che, in nessuna delle avveniristiche sedi che ho visitato, sia presente una mensa aziendale. Comprende uffici e laboratori, centri di ricerca e data center, aree di ristoro e relax, persino un’agenzia viaggi interna che si occupa delle trasferte nazionali e internazionali dei dipendenti, ma della mensa neanche l’ombra. Ma, lo sappiamo, nei sogni tutto è possibile.
Tanto che davanti a me, vestito in completo grigio, camicia azzurra e senza cravatta, c’è Luigi Di Maio che però, sono sicuro, in questa storia interpreta lo stereotipo dell’account manager, un commerciale di altissimo livello. So benissimo che si tratta del deputato grillista ma so anche che è un sales con cui collaboro e, quindi, la cosa non mi sorprende più di tanto. Oramai è più di dieci anni che ho cambiato mestiere, nonostante questo si volta verso di me, mi riconosce e mi chiede se mi va di pranzare insieme a lui. Un gesto di una gentilezza poco comune. Non collaboriamo da molto tempo e così interpreto l’invito come la conferma del fatto che, tra i clienti a cui fornivo la mia consulenza, godevo di una certa stima.
Io ho appuntamento con alcuni colleghi – nella vita reale oramai ex – già seduti dentro, ma stavo giusto riflettendo poco prima di mettermi in coda e attendere il mio turno che sarebbe stato bello se fosse capitato un diversivo, per darmi un tono. Quella che sembra una rimpatriata viene soppiantata con una specie di pranzo di lavoro tra me e Di Maio, e chissà di cosa parleremo. Poi però, mi sovviene un episodio a cui avevo assistito, molti anni fa. Un pezzo grosso dell’azienda, una volta, per evitare uno scocciatore a un evento, si era simpaticamente intrufolato al tavolo insieme a me e al mio team dell’agenzia. Da come Di Maio si guarda intorno, mentre varchiamo l’ingresso del salone in cui si mangia, l’impressione che provo è la stessa, ma non mi importa. Voglio farmi notare e sono vestito bene.
Anch’io, infatti, sfoggio un abito business, mi osservo riflesso nei vetri dietro ai quali i piatti con i primi e i secondi attendono gli avventori, un aspetto che costituisce un’altra anomalia, un secondo scollamento con la realtà o, comunque, quello che è stato. Il mio ruolo di creativo mi imponeva outfit in linea con l’idea che ingegneri ed esperti di marketing hanno di chi si occupa di comunicazione, e in camicia e cravatta non sarei risultato abbastanza credibile.
Appena ci accomodiamo al tavolo, però, gli squilla il telefono. La chiamata è importante e non riesce a sottrarsi ma, ancora, con la mimica facciale, mi trasmette il suo disappunto. Vorrebbe non essere disturbato da nessuno per poter chiacchierare con me. Io, davvero, non so cosa dirgli. Non sono allenato sugli argomenti di conversazione che si sfoderano in occasioni come quelle. A scuola ci si confronta su altro, come potete immaginare. Qui invece, di reti e apparati. Ma anche di vini, di ristoranti di un certo livello, cose così.
Penso così a quello che mi è successo di recente, ma dal vero, non nel sogno. Mentre mi dirigevo verso l’uscita del concerto di Tricky alla Triennale ho incontrato l’ingegnere che, nella stessa azienda, era a capo del dipartimento dedicato alla ricerca in ambito network security. Mi ha raggiunto lui per salutarmi, e confesso che altrimenti non l’avrei mai riconosciuto, un po’ perché sono decisamente rincoglionito e un po’ per la difficoltà a causa della quale non mi è possibile associare persone a contesti differenti da quelli in cui sono abituato a vederli operare. Probabilmente la consumazione di questo pranzo business inatteso costituisce una sorta di opportunità di redenzione.
Poco prima di svegliarmi, però, mi precipito a ricostruire quale potrebbe essere l’email aziendale di Di Maio, se davvero lavorasse qui. L’email è uno strumento di cui, grazie alla stretta collaborazione che ci legava, disponevo anch’io, pur essendo esterno, un vero e proprio account per accedere alla Intranet, a ogni risorsa di lavoro e a varie piattaforme internet e chissà quali diavolerie ora che è tutto nel cloud e c’è persino l’AI. Lo osservo consumare la sua insalatona e piano piano compongo le credenziali. La stringa dell’account si formava facendo procedere la chiocciola da otto caratteri: l’iniziale del nome e le prime lettere del cognome, fino a un massimo di sette. Quindi, nel suo caso, ldimaio@nomeazienda.com.