storie di un impiegato

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La formula del reality in azienda è un’idea che mi frulla in testa da tempo, che molto probabilmente (come, d’altronde, spesso accade) uno 007 esperto di spionaggio industriale al soldo de La7 mi deve aver rubato, intercettando le mie elucubrazioni attraverso una cimice infraneuronale. E se non ho mai visto una puntata de Il contratto, non è per lo scorno di non essermi arricchito vendendo per primo un episodio pilota del format in questione, ma perché, in generale, ho poco tempo per la tv, tantomeno per i reality.

Leggendone poi su Sempre un po a disagio, che ha sottolineato il fastidio del veder banalizzata la tematica del lavoro – o, meglio, della difficoltà di averlo -, ho colto la discutibilità dell’operazione, anche se in effetti fosse il reality che mancava: dopo la coabitazione e la sopravvivenza, telecamere accese sul lavoro, che è un po’ entrambe. Storie da raccontare ce ne sono a bizzeffe, potrebbero essere confezionati tanti Jpod quanti sono gli essere umani occupati, a tempo determinato e non.

Le aziende sono fatte di persone, il successo dei brand deriva non perché l’organigramma comprende una casella per una determinata funzione, ma perché a ricoprire quella funzione e quella casella c’è una persona, che ha una sua identità professionale unica al mondo. E tutte insieme, queste persone, in azienda, costituiscono una microsocietà parallela, con dinamiche, tensioni, divisioni e rapporti importanti tanto quanto (purtroppo) quelli della vita privata. Oggi ci sono persino i social network interni, con gli status da cambiare a seconda dell’umore, i commenti e i like sulle battute dei colleghi. Pensate invece ai nostri genitori, nell’era del Posto Fisso, che hanno occupato per quaranta anni circa la stessa sedia nella stessa organizzazione, magari con gli stessi colleghi con cui hanno iniziato. Noi, per i motivi che conosciamo, ovvero la flessibilità imposta, i contratti farlocchi, le società che appaiono e scompaiono, siamo più abituati al cambiamento. Il turn over però continua ad essere considerato un difetto, perché è indice di operatività rallentata e di non soddisfacenti condizioni lavorative. Chissà.

Ma oggi, e torno a ricordarlo, avere un posto e una paga è già un aspetto positivo; siamo tornati a un livello “ground zero” di giudizio, non ci si può più permettere di scegliere, di rifiutare, di snobbare una proposta, a meno di non essere miliardari. Così mi arrabbio il doppio quando vedo nuove leve entrare in azienda da me e non riuscire a calibrare in tempo il raggio dell’ambizione. Vorremmo tutti fare gli spot della Bmw, lo so anche io. Ma vista la fila che c’è là fuori, ci dobbiamo accontentare di fare gli spot per il Lidl. Non mi sembra un concetto difficile da afferrare, eppure ho avuto e ho giovanissimi colleghi che non se ne fanno una ragione. Senza contare chi lavora con un terzo dell’impegno giustificandolo con il terzo di uno stipendio vero che riceve. O chi, come si faceva in caserma muniti di ramazza e paletta, cerca di passare sempre per iperoccupato, per non dare nell’occhio.

Allora ho pensato che più che un reality, l’ambiente di lavoro possa essere rappresentato meglio dalla fiction. Con i protagonisti a impersonare gli stereotipi della vita quotidiana davanti al pc, le cuffiette, i cellulari che vibrano, le occhiatacce a chi invece non li imposta sul silenzioso e squarcia il silenzio con la hit del momento, le tazze di tisana fumante, gli effluvi della schiscetta dei più organizzati, gli staff meeting superflui, i sales che fanno i commerciali anche con sé stessi e così via. La ripresa in real time di tutto quello che c’è sotto sarebbe troppo cruda.

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