alti e bassi di fedeltà sonora

sembra un secolo fa, vero?

[questo articolo è uscito su Loudd.it]

Quando, nel 2000, Deeder Zaman lascia gli Asian Dub Foundation per l’altrettanto nobile causa dei diritti civili, per la band londinese comincia una nuova fase. Abbandonata necessariamente l’identità di gruppo, com’è naturale per chi resta orfano di un frontman positivamente ingombrante, gli ADF a partire da allora adotteranno la formula del collettivo aperto ad accogliere rapper e cantanti diversi in ogni occasione, sia in qualità di ospiti che per fare gli onori di casa, con l’aggiunta di sporadici cameo del calibro di Sinead O’Connor.

Senza nulla togliere alla qualità del progetto che proseguirà a partire proprio dal seguito di “Community Music”, i primi tre album degli Asian Dub Foundation con Deeder Zaman restano unici per motivi che è facile desumere. La freschezza del genere jungle e drum’n’bass nato dalle postazioni dei dj set e cresciuto con batteria e basso suonati in carne ed ossa. Il mix tra big beat e musica asiatica, cose che solo in un posto come Londra possono avere origine. Gli sforzi intregrazionisti e terzomondisti del periodo pre-11/9, prima che la faccenda delle Torri Gemelle e tutto ciò che ne è derivato inducesse i guardiani da una parte e dall’altra del mondo a serrare i portoni, abbassare le saracinesche e buttare via la chiave.

Non è un caso che gli album degli Asian Dub Foundation, dopo la tragedia newyorkese, abbiano titoli come “Enemy of the Enemy” mentre, da questa parte della “Fortress Europe”, ci sia ancora posto per la “Community Music”, anche se accompagnata dall’effige di un inquietante mirino in copertina. Non che fossero assenti le tematiche già urgenti legate ai flussi migratori e alla forzata commistione tra popoli, ma i toni risultavano ancora qualche tacca più sotto del livello di guardia.

Più maturo e convincente dei precedenti “Facts and Fictions” e “Rafi’s Revenge”, “Community Music” costituisce così l’apice degli Asian Dub Foundation. Questo significa che Deeder Zaman lascia la band proprio sul più bello e il carattere di caducità che ne deriva dopo il suo forfait contribuisce a prolungare il successo del disco e induce gli ascoltatori, da lì in poi, agli inevitabili paragoni tra il prima e il dopo. Resta il fatto che il disco è una vera e bomba grazie alla rumorosissima compresenza di punk, reggae, jungle e cultura anglo-indo-qualcosa, un supporto musicale su cui primeggia il ragga di Deedar, il suo timbro inconfondibile e, se come me avete avuto la fortuna di vederli live, il suo modo di stare e di saltare sul palco.

La tracklist di “Community Music” è ricca e abbondante, come tutti gli album pensati per trovare posto in un compact disc, e introdotta da una sequenza mozzafiato – “Real Great Britain”, “Memory War”, “Officer XX” e il singolo “New Way, New Life”- in cui il ritmo tiratissimo tra drum’n’bass e jungle non lascia tregua. Il resto è tutto un alternarsi di reggae, dub, elettronica frutto di una lunga militanza dietro alle console dei club londinesi e continui richiami a quel minestrone di origini Punjab e radici bengalesi trapiantate nel sottosuolo della metropoli più multietnica del mondo in cui gli Asian Dub Foundation hanno trovato ispirazione.

Sitar, campionatori, melodie tradizionali e chitarre elettriche coesistono negli stessi solchi dei brani senza farsi mai sentire reciprocamente strumenti fuori luogo o chiamati a interpretare sonorità estranee alla loro natura perché la natura è comune, in ogni dove. “Community Music” probabilmente ha chiuso un’epoca forse meno cupa della nostra, un tempo in cui mescolare le cose era considerato ancora un arricchimento globale e un modello di convivenza in grado di permettere a chiunque, in ogni latitudine del mondo, di avere sempre qualcosa di nuovo da imparare.

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