quando manca l’abc

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Un po’ quel che succede in giro, un po’ quello che si legge sui Social Network, sta di fatto che quando qualcuno ci si avvicina abbiamo sempre pronto il dito sull’interruttore della diffidenza, che se sei in macchina corrisponde al pulsante che blocca le portiere e a meno di casi estremi puoi ritenerti al sicuro. Se invece no, c’è poco da fare e ti tieni pronto con tutte le armi difensive di cui sei provvisto. In senso lato eh, spero che non siate tra quelli che girano con i coltelli o peggio. Comunque sono alla stazione di Pescara con il naso all’insù verso il tabellone delle partenze in attesa che venga pubblicato il binario del frecciabianca che mi riporterà verso Milano quando un energumeno mi prende alla sprovvista alle spalle. Non sono mai tranquillo quando intravedo qualcuno dietro, a Milano Centrale una volta una ragazza che fino a poco prima mi sembrava ammiccasse poi un poliziotto l’ha allontanata che quasi aveva le mani nella mia tracolla, esperienza che a sua volta mi ricorda di quella scena di “Ferro 3 – La casa vuota”, quando Tae-Suk si mette perfettamente fuori del campo visivo del proprietario dell’appartamento in cui si trova abusivamente standogli perfettamente dietro e muovendosi con un’abilità tutta orientale che noi mediterranei, lenti e maldestri come siamo, ce la sogniamo. Questo per dire che faccio un salto ma poi resto allibito perché quest’uomo grande e grosso ma sorprendentemente giovane mi chiede se posso dirgli a che ora e su che binario parte il treno per Roma perché non sa leggere. Cerco allora di aiutarlo più del dovuto spiegandogli tutto il possibile come se, oltre a essere analfabeta, fosse anche completamente decerebrato ma dovete capirmi, non mi è mai capitato di conoscere qualcuno che non sa leggere. E solo quando si è allontanato tutto soddisfatto per l’aiuto ricevuto penso che forse ho capito male io, magari non sa leggere l’italiano perché viene da qualche paese in cui sono in uso i caratteri cirillici, eppure mi sembrava italianissimo, anzi, con un accento marcatamente campano. Se il problema è lingua scritta versus lingua orale, allora che dire di quello che si dicono tra di loro gli asiatici, e non mi riferisco certo ancora a Kim Ki-duk. Ho appena visto un bell’incontro tra Italia e Cina di volley femminile: le atlete cinesi fanno punto e, come consuetudine della pallavolo, si incontrano al centro della loro metà campo per condividere l’entusiasmo agonistico e motivarsi. Le cinesi però emettono dei suoni vocali molto particolari che sicuramente equivalgono a espressioni che ci sono famigliari ma, provando a visualizzarli, hanno la stessa forma degli ideogrammi il che è ancora più strano perché gli ideogrammi sono simboli che si pongono in rapporto immediato con un contenuto mentale e non tengono conto dell’aspetto fonologico del linguaggio (non è farina del mio sacco, questa, ma è la definizione che ne dà della Treccani). Quello che intendevo dire è che, anziché svilupparsi in lunghezza come le parole che usiamo noi, è come se in una sola persona più voci pronunciassero simultaneamente ciascuno una lettera diversa. Provate a farlo a casa con gli amici, è un gioco divertente. Ci ho passato del tempo sopra a questo pensiero, perché la partita in realtà l’ho vista in differita su Internet, quindi potevo fermare la riproduzione a piacimento. Ho scoperto infatti un metodo che fa per me, che come tifoso sono un vero cagasotto. Seguo le partite di cui so già il risultato e solo se è in favore della squadra che mi sta a cuore. Mi sembra comunque già un bel passo in avanti e, al contempo, tengo i nervi sotto controllo.

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