in debito

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Tra la seconda e la terza liceo mi ero preso due materie a settembre come conseguenza di una quelle situazioni in cui ne hai una in bilico e poi tocca agli insegnanti scegliere se complicarti la vita oppure no. Oggi le rimandature si chiamano debiti, anche se forse non si sono mai chiamate rimandature perché si tratta di una di quelle parole che usano tutti ma che nel vocabolario non esistono. Lo so perché mia figlia dovrà studiare, quest’estate, il programma di matematica di seconda liceo classico. A me erano toccate invece latino e scienze allo scientifico e, a differenza di mia figlia che, comunque, non sembra avere particolari preoccupazioni avendo voti molto alti nelle altre materie, la mia autostima era scesa al minimo storico.

Avevo così preso lezioni di latino da un’insegnante molto nota per essere efficace proprio sul fronte dei recuperi estivi e, soprattutto, per essere molto bella. Cercavo di arrivare con lauto anticipo alle lezioni perché dal divano di fronte alla scrivania del suo studio, dove mi sedevo per attendere il mio turno mentre lo studente dell’ora precedente alla mia ultimava la sua lezione, non riuscivo a spostare lo sguardo dalle sue gambe che, data la stagione e la mise domestica, erano sempre ampiamente scoperte. Mi aveva persino colto in flagrante a ridosso dell’esame di riparazione, e anche se non ricordo nulla della sua reazione a causa del forte senso di imbarazzo che avevo provato, sono certo che non abbia dato molto peso all’accaduto. Prendevo invece ripetizioni di scienze dal tecnico di laboratorio della mia scuola, due ore ogni volta per un giorno la settimana. Durante le lezioni fumava compulsivamente Nazionali senza filtro e aveva una figlia di poco più giovane di me che ascoltava “Stairway to heaven” senza soluzione di continuità, chiusa nella sua cameretta. L’ho rivista qualche anno dopo quell’estate dell’83. Aveva i capelli corti e colorati, una canottiera tutta sbrindellata e si accompagnava a una specie di punkabbestia. So che è addirittura andata via di casa per sostenere uno stile di vita completamente anarchico. Suo padre poi è morto, non so se per il dispiacere o per tutte le sigarette che ha fumato nella sua vita.

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