padre davvero

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Sono fresco reduce da un’attività che abbiamo svolto a scuola insieme alle altre classi terze. La prima post-Covid anzi, proprio a causa del Covid, la prima in assoluto.

Con le colleghe di matematica delle altre terze ci siamo inventati un’indagine statistica di interclasse, con tanto di intervista. Ogni classe ha scelto l’argomento su cui raccogliere dati rivolgendosi alla sezione seguente alla propria in ordine alfabetico. Abbiamo preparato uno schema in cui registrare le risposte, abbiamo designato un intervistatore (io ho fatto girare la mia ruota della fortuna fatta con Flippity che mannaggia non tiene più i fogli di Google per motivi di sicurezza) ma soprattutto ogni classe è stata libera di scegliere un argomento.

Per deciderlo noi abbiamo proceduto con un’altra indagine, questa volta preliminare, e l’ambito più votato dai miei bambini è stato “quale sport pratichi?”. Abbiamo persino creato la lista delle discipline più comuni tra bambine e bambini di otto e nove anni, quindi calcio, nuoto, ginnastica artistica e basket. Ho fatto aggiungere per sicurezza pallavolo (anche se per esperienza so che bisogna essere un po’ più grandi), karate (c’è una scuola che si allena proprio nella palestra della nostra scuola e lo pratica una delle mie) e qualcuno ha insistito per aggiungere il tennis, anche se le racchette sono più grandi di loro.

Poi c’è stata la questione dell’hip-hop. Ho fatto notare che si tratta di una bellissima attività fisica ma non è uno sport, come del resto tutte le altre varianti della danza anche se sono convinto che abbia più diritto di un posto alle olimpiadi la break dance, per dire, che il tiro a segno. Ho aggiunto anche la voce “nessuno”, purtroppo ci sono un sacco di bambini che, per mille motivi, non praticano nessuna attività agonistica.

Comunque, per farla breve, alle tre ci siamo dati appuntamento in giardino con le altre classi e abbiamo avviato l’indagine. La terza A ha intervistato noi (siamo la terza B). Le domande vertevano sulla squadra di calcio preferita ma sono cascati malissimo perché i miei, ne ho parlato proprio qualche giorno fa qui, non sono per nulla appassionati (cosa di cui vado orgogliosissimo) e quindi l’opzione più votata è stata proprio “nessuna squadra”. Qualcuno, di là, c’è rimasto molto male.

La collega che ha diretto la loro prestazione ha molta più esperienza di insegnamento di me, che sono alle prime armi, e ha gestito il loro intervento in modo molto efficace. Io invece ero in ansia perché temevo che i miei andassero nel panico quando è toccato a noi. Avevo paura che non si ricordassero come si fa a registrare i dati, come si formula la domanda, come ci si comporta nei banali saluti e ringraziamenti, quando è venuto il nostro turno. Per fortuna l’intervistatrice individuata dal caso – Sara – è sempre fin troppo sicura di sé (molto di più del suo maestro) e se l’è cavata egregiamente anche nei momenti più critici, come quando qualcuno della terza C – la classe che è toccata a noi – ha risposto proprio “danza”. Non me la sono sentita di far notare, davanti a tutti, che non si tratta di uno sport e così abbiamo dovuto rivedere tutta l’impaginazione dello schema sul quadernone al volo per riuscire a inserire la voce non prevista nel foglio.

Il punto è che, sotto sotto, avevo paura che i miei si mettessero in situazioni imbarazzanti, che gli cadesse la penna e la perdessero proprio durante la nostra intervista, che si mettessero a chiacchierare, che Giacomo cominciasse a ululare per imitare il verso delle balene come aveva fatto poco prima durante l’ora di scienze scienze o che Lorenzo si mettesse a imitare uno dei suoi cartoni animati giapponesi preferiti. Insomma, che non ce la facessero da soli.

E ho temuto anche che sfigurassero al confronto delle classi delle colleghe e che, sentendosi meno brillanti, provassero frustrazione. Una paura che poi riflette il mio pessimo approccio da educatore, quello che ha fatto crescere mia figlia con tutte le sue insicurezze, simmetriche alle mie. Mi veniva così da intervenire e dare una mano per far capire a tutti gli altri presenti, bambini e insegnanti, che cosa i miei intendessero con le loro spiegazioni, come se in classe parlassimo un linguaggio inventato che poi, fuori nel mondo della realtà, nessuno è in grado di comprendere. Di fare da mediatore tra loro e il mondo esterno alla nostra aula quando la presiedo io.

Invece, va da sé che se la sono cavata alla grande senza lasciare che mettessi becco, quindi senza il mio supporto, a dimostrazione che il mio ruolo è indifferente al loro successo, cosa che probabilmente accade anche per mia figlia. Hanno superato ogni impasse di autonomia e tra di loro, senza chiamarmi in causa come fanno di continuo in classe per ogni cosa, quando non trovano il tappo della penna o perché hanno una pellicina o perché non leggono con attenzione le consegne indicate all’inizio degli esercizi di matematica presenti sul libro di testo. Mi sono chiesto così quale sia il segreto per essere dei buoni insegnanti senza questa idea sbagliata che ci facciamo noi genitori e cioè che i propri alunni e i propri figli non ce la faranno mai senza di noi. Semmai, è vero il contrario.

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