jackie

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I centri storici, in Italia, non sono tutti uguali. Quello di Genova, se lo avete presente, è inconfondibile e deve la sua unicità a innumerevoli caratteristiche. Quella che mi piace di più è che è il più esteso di tutti ma, malgrado ciò, non è tutto un saliscendi come quei comuni medievali delle regioni del centro, grandi come uno sputo e in cui vivono quattro gatti. Eppure oggi sento la fatica nelle gambe mentre lo attraverso e non dovrei, per due motivi. Il primo è che sono allenatissimo, con tutti i km di corsa che mi sparo alla settimana. Il secondo è che è un sogno, e quando sogniamo ma sentiamo il nostro corpo, alla sensazione che proviamo grazie al nostro corpo si aggiunge la sorpresa di averlo anche lì, in quella dimensione completamente mentale.

In realtà inizio a essere stanco. Sto fuggendo da Jackie anche se so che i carruggi sono come una ragnatela e prima o poi me lo troverò di fronte. Prima di dirvi chi è Jackie è bene che sappiate che ho questa consapevolezza, cioè so perfettamente di andare incontro al mio destino, anche perché Jackie e io siamo co-protagonisti di una serie tv in cui ogni episodio ha sempre la stessa trama, come in quel film con Bill Murray in cui si sveglia ogni mattina nello stesso giorno della marmotta. La differenza è nel finale: ogni puntata si conclude con la stessa scena, Jackie ed io che ci spariamo con una pistola, ma l’esito di questa specie di duello cambia. Quello che vi sto raccontando è l’episodio numero due e ieri sera è andato in onda l’episodio numero uno che si è concluso con la mia morte quindi penso che, per rendere più equilibrata la sceneggiatura, questa volta tocchi a lui. Quello che dicevo prima delle gambe vale anche per le pallottole nel corpo. Cammino con fatica per il centro storico e ricordo benissimo il male che fanno quando ti trafiggono la carne fino a farti andare all’altro mondo, che poi nei sogni è un momento che coincide con qualcuno che ti sveglia.

Comunque Jackie ed io siamo due gangster. Fino a un po’ di tempo fa eravamo soci nei nostri affari illeciti. Poi è successo qualcosa e ora, a capo delle rispettive bande rivali, ci facciamo la guerra un po’ come in Gomorra. Scusate il fiatone ma sto accelerando il passo, malgrado gli sforzi di mantenere un’andatura sufficientemente spedita per mettermi in salvo. Mi sto dirigendo alla stazione di Genova Principe a prendere l’ultimo treno che mi porterà a casa. Nel tragitto succedono diverse cose che aumentano la suspense per i telespettatori. Incontro un dj nigeriano di cui non ricordo il nome. Metteva i dischi al Lukrezia, un localino dei vicoli dove ho anche suonato diverse volte. Ora sta mixando musica sotto un portico con un’attrezzatura improvvisata. Accanto a sé ha diversi scatoloni ricolmi di vinile e di musicassette. Anche se sono in pericolo di vita mi metto a scartabellare per trovare qualcosa di interessante. Mi chiede se cerco musica italiana e gli rispondo che no, ascolto hip hop e mi piacerebbe avere una copia in vinile di “3 Feet High And Rising” dei De La Soul ma la prima stampa costa una fortuna. In risposta mette il mio pezzo preferito, “Say no go”, di cui ho anche parlato qui.

Proseguo la mia fuga ma l’incrocio successivo, sono quasi in via Prè che, come sapete, è il vicolo più malfamato di tutti da sempre, mi è fatale. Accosta una macchina e, al volante, vedo Jackie – che poi ha le sembianze di Huggy Bear di Starsky & Hutch, avete presente? – con il suo cappotto color porpora e la pistola in mano. Qualcuno mi afferra da dietro e mi sbatte dentro l’auto che riparte a tutta velocità. Jackie ed io ci scambiamo qualche battuta cercando di capire quale sarà la scena finale che dovremo interpretare, questa volta.

Arriviamo in piazza della Nunziata a ridosso della segreteria dell’Università, o almeno dove si trovava ai tempi in cui ero iscritto io. Scendiamo, ho paura che toccherà ancora a me morire anche questa volta ma dentro mi sento la certezza che non andrà così. E infatti, dai gradini della chiesa di fronte, ecco arrivare il deus ex machina che, a dire la verità, non so chi sia e non so nemmeno che cosa c’entri con la storia raccontata nella serie. Ha una pistola e spara diversi colpi. Uno ferisce di striscio anche a me ma gli altri chiudono la questione.

Nel frattempo ha iniziato a diluviare. Sono vestito solo con due accappatoi in spugna uno sopra l’altro di due colori diversi, mi sanguina una gamba e devo spicciarmi perché tra poco l’ultimo treno partirà senza di me. Via Balbi, che è l’ultimo pezzo prima della stazione, si sta riempiendo d’acqua. Al mio fianco c’è ancora Jackie che si è ripreso, d’altronde nella finzione cinematografica si muore per finta. Figuriamoci in una serie tv per di più inclusa in un sogno. Lui vorrebbe finire la serata a bere una birra insieme da qualche parte ma io sono stanco. Cerca di insistere ma gli faccio presente sia l’ora sia il fatto che ho più di cinquant’anni e mi piace coricarmi presto. La mia età lo induce all’ironia, quindi si accommiata per continuare a far bisboccia da solo.

Finalmente posso correre ma non è per niente facile, con tutta l’acqua che scorre in senso contrario. Mi supera un autobus gremito di persone che mi guardano, d’altronde conciato così è difficile non dare nell’occhio. Il livello del torrente diventa preoccupante e l’autobus si trasforma intelligentemente in un traghetto. Questa potrebbe essere una soluzione efficace per i trasporti urbani di Genova, anche se non piove più come quando la frequentavo io. Mi fermo all’ultimo semaforo, ho le infradito ed è impossibile non bagnarsi i piedi ma cerco comunque un punto per attraversare restando all’asciutto. Un signore, a fianco a me, prende l’iniziativa: trova un ramo che poi è una specie di gondola e si mette a remare per arrivare all’altra sponda della piazza che ormai è un lago. Io provo a camminare lo stesso. Poi mi volto verso quel concittadino così intraprendente e scopro che è il sindaco Bucci. Gli chiedo conferma e, come in quel video passato alla storia in cui gli si chiedeva se fosse di lì, mi conferma la sua identità. Peccato che l’episodio finisca così, con il sindaco che prende il largo e io che cerco di non affogare. Al treno non arriverò mai, ma tanto sono sicuro che sarà stato in ritardo.

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