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Stretti nell’abitacolo, lei sopra e lui sdraiato sul sedile del conducente, non fu semplice sfilarsi di dosso la giacca di pelle che Lara voleva a tutti i costi indossare senza niente sotto, forse per avere qualcosa di Mario addosso o forse per apparire più attraente secondo i canoni imposti dall’immaginario gotico fetish che condividevano. Non era solo quello, l’unico rischio di scambio durante quell’incontro intimo appesantito dalle ritorsioni e dagli strascichi post-separazione. Lara e Mario si erano lasciati qualche mese prima, o meglio lei aveva mollato lui, e non ho idea del motivo per cui quella sera si fossero trovati nella stessa auto e avessero deciso di fermarsi in un punto appartato per un veloce ripasso su ciò che li aveva tenuti insieme per qualche anno. Lara, nelle settimane precedenti, non aveva perso tempo e si era data da fare con Alberto, che oltre a essere il fratello maggiore di uno dei più stretti amici di Mario viveva segnato dai postumi di un trascorso burrascoso. Giravano persino voci sulla sua sieropositività. Mario, pur di tornare con Lara, anche solo per qualche minuto, avrebbe persino sacrificato se stesso, nella piena consapevolezza della gravità e del pericolo. Il fratello maggiore di Mario gestiva un negozio di cibo e articoli per animali domestici ma la sua principale attività era legata allo spaccio di quartiere, e anche lui poteva vantare un passato da eroinomane mica da ridere. Alberto poi sparì all’improvviso anni dopo, Mario non contrasse alcuna infezione in quel ritorno di fiamma e, per completezza del quadro, sappiate che non tornarono insieme dopo quella volta estemporanea, lui e Lara.

Mario però incontrò Alberto per puro caso trent’anni dopo, vivo e vegeto ma con quella postura da ex tossico, quel colore della pelle e quell’odore inconfondibile che ti segnano per tutta la vita. Alberto e il fratello – l’amico di Mario – gestivano una specie di agriturismo in un punto sperduto di montagna, nel borgo al centro della Sardegna che aveva dato il natale al loro padre e dove possedevano i terreni ereditati dalla famiglia. Mario li riconobbe subito perché i due attendevano i clienti messi di profilo al cancello di ingresso della proprietà, uno vicino l’altro in una sorta di cartellone pubblicitario vivente, attirando la curiosità degli avventori grazie alle mandibole identiche – un angolo perfettamente retto – e all’attaccatura dei capelli sulla fronte un po’ retro. La peculiarità della loro ragione sociale consisteva principalmente nella coltivazione e vendita del riso, un genere decisamente anomalo per il contesto di appartenenza, la Sardegna è un territorio in cui un turista si aspetta ben altro tipo di prodotti locali.

Alberto condusse Mario in un tour dei campi coltivati al tramonto, proprio mentre una sorta di tornado costringeva tonnellate di chicchi di riso a ruotare in un vortice denso e, nel centro della spirale, si levavano alte fiamme rosse mentre tutt’intorno calava quel buio tipico della notte priva dell’inquinamento luminoso a cui siamo abituati noi che viviamo nei dintorni di Milano. Raggiunti dal fratello di Alberto, i tre si mossero attraversando quello spettacolo da apocalisse, non era la prima volta che Mario si percepiva sfidato dai membri di quella famiglia in circostanze estreme e non solo per l’episodio di Lara e della giacca di pelle e del sesso privo di precauzioni, o quella volta da ragazzi in cui Alberto insistette per farsi scattare una foto di entrambi camminando con le mani in verticale rovesciata lungo un pendio. Mario chiese ai due soci proprietari come fosse possibile ottenere una quantità così cospicua di derrate e, soprattutto, quale fosse la domanda di riso in una regione caratterizzata da altre richieste di prodotti tipici. Dal punto che avevano raggiunto, la cima di una collina, si poteva godere dello spettacolo di onde bianche di chicchi librarsi lungo l’orizzonte come stormi di uccelli alla mercé del vento. Mario notò solo allora le colonne dei resti di un tempio greco sulla collina di fronte. Per un attimo si chiese se ciò che stava vivendo fosse ambientato in Sicilia o comunque quale fosse la causa di quel grossolano errore di sceneggiatura. Alberto e il fratello si avviarono per rientrare, una scelta che Mario apprezzò con sollievo. Marciando sul sentiero tra le piantagioni in fila per uno, Alberto ammise che una generosa percentuale dei loro introiti derivasse proprio dall’impiego del riso nel corso dei matrimoni, cerimonie per le quali le famiglie siciliane non badano a spese, e che quel rimando artificioso nella terra dei nuraghe ai panorami delle colonie della Magna Grecia fosse invece una sorta di vezzo culturale, un link per tenere a mente a loro e a chi sceglieva il loro prodotto il valore e l’importanza dell’export verso il mercato siculo.

La visita terminò. L’azienda agricola dei due fratelli non prevedeva un punto vendita di prodotti al dettaglio, e Mario ritenne inopportuno chiedere in omaggio una confezione di riso in ricordo dell’incontro, immaginando che quella della tempesta di chicchi fosse solo tutta una messa in scena per impressionarlo, dopo tanti anni, sul successo imprenditoriale che i due – a differenza sua – avevano raggiunto.

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