La mia relazione complicata con la colla vinilica è la prova tangibile e appiccicosa che la colpa non è solo mia. Il cosiddetto lavoretto di natale che abbiamo preparato a dicembre della prima del ciclo scorso – erano le vacanze del 2019 – prevedeva la costruzione di palle ornamentali fatte di spago seguendo una procedura standard in cui si chiedeva ai bambini di:
- gonfiare un palloncino quanto basta
- cospargerlo completamente di colla
- avvolgerlo fitto con lo spago secondo una trama tale da consentire la stabilità della struttura in autonomia
- lasciar asciugare il manufatto, in modo che lo spago bagnato di colla si indurisse completamente
- scoppiare il palloncino dopo un paio di giorni
- rimuoverne gli eventuali residui dalla corda resa rigida
- confezionare il manufatto in una busta natalizia corredata da biglietto realizzato con la collaborazione delle colleghe di religione e alternativa
- godersi in classe, prima, e in famiglia, poi, il prodigio completato.
Ma, se lavorate con i bambini, sarete consapevoli di quanto siano imprevedibili e dell’inutilità di stabilire una qualunque procedura. Ecco infatti solo alcune delle varianti all’algoritmo testé provveduto di cui sono stato testimone, al netto della propedeuticità sequenziali dei suoi passaggi che, laddove non rispettata, ha inficiato oltremodo l’esito dell’attività in risultati che è persino superfluo riportare. Nei casi in cui è stato possibile giungere a compimento è successo che:
- Fatima, forte di una capacità polmonare da vetraia di Murano, è partita da una base grande quanto un pallone da basket mentre Marco, al contrario, potrei sbagliarmi ma non mi pare sia andato oltre il diametro di una clementina rinsecchita
- la combo tra superficie in plastica e consistenza della colla vinilica ha limitato fortemente la maneggevolezza del palloncino, definendo una impietosa ulteriore soglia di ingresso per un lavoro svolto in modo accettabile. I palloncini erano sempre per terra, durante la preparazione, e i bambini e gli insegnanti e rispettivi abiti ricoperti di Vinavil
- in conseguenza di ciò, solo in un paio di casi – bambini di cui ho invidiato moltissimo l’oggettiva superiorità nei lavori manuali, un livello che a quell’età per me sarebbe stato da fantascienza ma anche ora – sono riusciti a ricoprire l’anima con una rete di spago dalle maglie credibili. In tutti gli altri, a partire dal mio che avrebbe invece dovuto rappresentare un modello autorevole da seguire, si potevano individuare facilmente in spirali e strutture reticolari decisamente aleatorie i segni del fallimento del lavoro proposto, al cospetto del quale sarebbe stato più dignitoso arrendersi al primo flacone di colla stappato
- il calore tropicale diffuso nella scuola in cui insegno – un paradosso rispetto ai numerosi progetti di educazione ambientale e risparmio energetico che si perpetuano in ogni classe di anno in anno – ha alterato irrimediabilmente i valori della pressione all’interno dei palloncini. Già poche ore dopo mostravano palesi segni di sgonfiamento, e lo spago, ancora bagnato, ne ha ripercorso pedissequamente le fasi di progressivo e irrimediabile afflosciamento
- è risultato impossibile scoppiare i palloncini oramai esausti, che poi era il momento più atteso dell’attività. Nonostante tik tok e tutte le minchiate che seguono i bambini, il primato del rumore da botti e esposioni mantiene inalterata la sua posizione in vetta sopra a qualunque tipologia di divertimento infantile. L’eccitazione per il tanto atteso impiego della punta del compasso è scemata di fronte ai fatti e ha lasciato il posto a una deludente operazione con un paio di meno scenografiche – e completamente sorde – forbici da ritaglio
- il prudentissimo eccesso di colla spalmata sul palloncino ha reso complicatissima la rimozione della gomma che ha aderito allo spago. Molti residui sono stati lasciati ben saldi dove non si lasciavano staccare, per una più che esplicita metafora di hangover da party finito male
- il posizionamento di una sfera – che poi di sfere non ce n’era nemmeno una, semmai forme riconducibili a uova e patate – in una busta di nylon rettangolare è stata la definitiva resa alle più comuni leggi della fisica. L’occhio cinico da adulti dei genitori avrà avvicinato l’attività dei figli a un qualsiasi sacco della spazzatura chiuso in cima da un laccetto colorato, pronto per la raccolta del secco
- ma la disillusione da aspettative vs realtà si percepiva ingombrante anche tra i miei alunni, per non parlare di come mi sia sentito io, una volta pinzato il biglietto sul risultato del lavoretto di tutti loro e ammesso la mia incompatibilità con il ruolo ricoperto.
Addirittura si dice che questa attività sia stata così tanto devastante da contribuire di lì a poco alla diffusione di una provvidenziale pandemia globale in grado di spazzare via tutto quel sapere che, in quell’aula, si era nutrito dell’esperienza sul campo. L’anno successivo, con i bambini in mascherina, un lavoretto comprensivo di cose in cui soffiare sarebbe stato quanto meno fuori luogo. Meglio un biglietto, un disegno, al massimo qualcosa da costruire con la carta ma se mi parlate di Vinavil, vi prego, sono a posto così.