l’amore non è una cosa verde

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Può anche darsi che vi succeda come a loro, che si sono messi insieme con tutte le belle speranze che uniscono due persone che si attraggono anche se in un modo un po’ rocambolesco (rocambolesco il processo a seguito del quale si sono messi insieme, non l’attrazione in sé) e poi cadono su un impasse banale come un dente di leone. Perché proprio a lei dei vegetali non gliene poteva importare di meno. Ma per questo non dovete pensare che fosse insensibile. Perché, per esempio, adorava gli animali ma solo sulla parola perché con il genere di vita che faceva non ne poteva accudire. Usciva la mattina presto e stava tutto il giorno al lavoro, in più a volte la mandavano in trasferta. E il suo appartamento stesso non si prestava ad accogliere né un gatto, che si sarebbe annoiato tutto il giorno da solo in quei pochi metri quadri, tanto meno un cane. Però quando passeggiavano per il parco non lesinava commenti teneri alle bestie che le venivano incontro.

Invece non degnava nemmeno di uno sguardo piante e fiori. Il suo balcone era sguarnito. Al massimo, in estate, teneva un vasetto di basilico che finiva per dimenticarsi di innaffiare e, se capitava un periodo di siccità, dopo poco seccava. Qualcuno poi le regalava dei fiori. Sapete come sono gli uomini, leggono nei libri o vedono nei film che si tratta di una pratica comune del corteggiamento o del rinforzo dei sentimenti altrui e chiedono consiglio alle mamme o alle amiche. Si dice anche che a seconda del fiore il messaggio sia diverso, da quello più romantico a quello più diretto al punto. Lei stava al gioco e faceva quella che li tiene in braccio con il cellophane e ne apprezza il profumo anche se, obiettivamente, come la frutta anche rose e garofani hanno subito una mutazione genetica e tutto sa di plastica. Ma non l’intenzione, non dovete demordere con queste strategie di conquista. Insomma, lei li coccolava come un neonato nel suo tipico rivestimento protettivo e poi li metteva in un vaso senza tagliare i gambi, per esempio. Ma non lo sapeva, non conosceva i trucchi per farli vivere più a lungo. E poi quanta acqua? Tanta luce o poca? Dopo qualche giorno, rientrava e appurava l’ora del decesso, come fanno nei telefilm con la sala operatoria sempre affollata di professionisti e specializzandi. Metteva la natura morta nel sacco della spazzatura, gettava l’acqua puzzolente nel water e riponeva il vaso sullo scolapiatti. E ogni volta pensava che per i suoi parenti più prossimi, nella tomba, si sarebbe procurata dei fiori finti, di plastica, eterni come il riposo che il signore ha donato loro.

Vi chiederete che problema c’è, in tutto questo, a parte il fatto che suona strano che un esemplare appartenente al genere femminile non ami i fiori ma spero apprezziate l’opportunità che vi ho dato, quella di guardare per un istante con orgoglio alla vostra partner e pensare che la persona che vi sta accanto mantiene il terrazzo che sembra una foresta tropicale e che la trovate spesso a discorrere con i cactus e che tutto sommato è un bene. Il problema, e torno all’incipit di questa storiella, il problema era che lui era un fanatico dei giardini e di tutto ciò in cui scorre clorofilla. Davvero. Sua mamma era proprietaria di un chiosco di quelli che si vedono nei pressi dei cimiteri, uno dei business più remunerativi perché non conosce crisi e poi a novembre c’è il picco che poi potresti anche tenere chiuso per il resto della stagione invernale. Non solo. Suo papà passava il tempo nelle serre a coltivare un po’ di tutto e ad attendere paziente lo scorrere del ciclo della vita vegetale nelle diverse stagioni, anche se nella serra pare che sia tutto uniformato.

Così, dopo qualche tempo, questa differenza di vedute e il parteggiare stesso tra vegetali versus resto del mondo si manifestò in un divario sempre più incolmabile, come tra ultras appartenenti a due tifoserie opposte prima, durante e dopo un derby calcistico. E questo perché alla base c’erano due filosofie di vita differenti. Una verde, l’altra apparentemente incolore. C’era già stata qualche avvisaglia quando lui le aveva offerto il biglietto di ingresso alla fiera del settore, un surreale allestimento tutto colorato ma al chiuso e che a lei era sembrato un zoo per tutti quei fiori destinati a morire nel giro di qualche giorno. E quell’estate, che poi fu l’ultima che trascorsero insieme, programmarono un viaggio in Francia. Lui la portò a visitare i castelli della Loira. Belli, sì, ma che due coglioni, pensava lei. E non solo perché ogni castello aveva il suo giardino rigoglioso di cui lui voleva scoprire ogni angolo, fare foto, leggere la segnaletica con i nomi in francese e latino. Lei avrebbe preferito qualcos’altro, magari una città, magari l’architettura moderna. Così, al ritorno, lei gli rivelò le sue perplessità in un pomeriggio di settembre, mentre lui preparava una intero set di decorazioni per un matrimonio, nel retro del chiosco della mamma. Mi spiace, ma io proprio il pollice verde non ce l’ho, gli disse, e le sembrò di sfiorire.