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effetto presenza – day #50

C’è gente che pratica il social distancing da sempre ma non ce ne eravamo mai accorti. Ci sono le persone sole che stanno riempendo il web di video-tutorial spiegandoci come si fa a tirare avanti senza relazioni interpersonali con la gente in carne e ossa: farsi la barba ogni mattina, vestirsi decorosamente anche se non ci vedrà nessuno, evitare libri e film deprimenti, limitare il consumo di alcolici al fine settimana, rispettare i requisiti standard per le attività conviviali consumate in autonomia (mi riferisco a non pranzare e cenare solo con panini davanti alla tv, sul divano o nel letto che si riempie di briciole, variare i piatti, apparecchiare tavola, evitare i cibi industriali, cercare di non mangiare troppo in fretta, sparecchiare al termine). Le persone che non avevano provato mai prima d’ora l’ebbrezza del remote working si dicono soddisfatti dell’esperienza e sperano che la pratica possa essere mantenuta anche in tempo di pace, ops scusate il lapsus, non siamo in guerra con nessuno, intendevo in situazioni di normalità. Sempre che tutto torni come prima. I ragazzi come diventeranno? Come sarà per loro riprendere ad alzarsi malvolentieri alle sei del mattino per fare colazione, prendere i mezzi, trovarsi con i compagni davanti al liceo, annoiarsi in classe? Poco fa in radio hanno passato “Another brick in the wall” dei Pink Floyd e per un attimo ho pensato che quando dice “Hey! Teachers! Leave them kids alone!” si potesse tradurre con “lasciate i ragazzi da soli” ma poi il solito Google mi ha smentito. “Lasciate stare i ragazzi!”, questo è il giusto monito. Anche volendo, non c’è pericolo. In cameretta al computer ascoltano i loro docenti pontificare scambiandosi impressioni sottobanco al telefono con i compagni. Le giornate sono reti fitte di collegamenti che non si vedono, pagate con canoni mensili, che se potessimo rappresentare graficamente le disegneremmo come impalcature a strapiombo su un vuoto sociale, attraverso le quali arrampicarsi rischiando la propria stabilità e mettendo alla prova l’equilibrio per raggiungere la postazione del nostro migliore amico o della compagna di classe che ci fa trascorrere notti insonni, ognuno accampato su un’isola deserta, una specie di palcoscenico con dietro le quinte in cui ciascuno ha accatastato alla bell’e meglio la sua vita.

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