qualcosa da imparare – day #49

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Il mantra di questo eterno weekend è approfittare dei tempi mortissimi per imparare qualcosa che non si ha mai avuto l’opportunità di fare. La mamma di Matteo mi ha scritto per chiedermi di suggerirgli un tutorial base di flauto dolce per il figlio, dal momento che non hanno fatto in tempo a portare a casa il pianoforte che è dai nonni e il flauto è l’unico strumento che hanno a disposizione. Dalla mia posizione non posso certo rispondergli per dirgli che il flauto dolce è in grado di far odiare la musica anche al più sensibile degli animi, un ampio spettro di persone che sicuramente comprende anche il loro Matteo. Piuttosto è decisamente meglio ascoltare canzoni, imparare a cantarle, ballare. La pratica del flauto dolce trasmette la convinzione errata che la musica sia una successione di note traballanti, incostanti, sempre in bilico e che fanno accapponare la pelle. I più dotati di orecchio vedranno normalizzata la loro selettiva percezione della precisione delle frequenze e si adatteranno a un riconoscimento più sommario delle note generate da uno strumento giocattolo maneggiato con una tecnica meno che entry-level. Nel loro temperamento prenderà corpo la convinzione che il suono sia una componente forzata, artificiale e sgradevole della natura, e che soffiando l’aria in un tubo succede sempre qualcosa che genera fastidio. Ma, a parte questo, invidio moltissimo chi riesce a sfruttare questa stasi istituzionalizzata per aggiungere valore a sé con nuove competenze per superare il prossimo. Io non riesco a combinare un cazzo e non riesco proprio a metterci la testa. E mi è capitato di nuovo di seguire “Passato e presente”, la trasmissione di storia condotta da Paolo Mieli. I ragazzi che tengono testa ad Alessandro Barbero mi sorprendono ogni volta. Come mi sarebbe piaciuto diventare così. Io alla loro età bevevo birra nei locali nell’attesa che mettessero “Should I stay or should I go”.

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