giornate con il distorsore

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Come siamo ridotti se, per spezzare il logorio della vita moderna, ci basta uscire di casa indossando una felpa anziché la camicia con il golfino, giusto per trasmettere al prossimo che, se anche siamo gente di mezza età, sappiamo essere stravaganti o almeno ribelli, a modo nostro, alla consuetudine. Questo soprattutto nelle giornate in cui il lato incazzoso di noi è ben compresso tra le pareti blindate delle convenzioni sociali anche se è uno di quei giorni in cui basterebbe la schitarrata iniziale di Holidays in the sun per farci schizzare in aria come un supereroe che nella vita normale è ordinario quanto Clark Kent e il fotogramma dopo – acquisiti i superpoteri – ritorna a terra con bomber, jeans e anfibi pronto a pogare a sangue contro tutto e contro tutti. E se non fosse che certi oscuri personaggi post-destrorsi ci hanno tolto il piacere di usare il vaffanculo a nostra discrezione per evidenziare la cesura – anche temporanea – con la società di cui ci sentiamo vittime, queste giornate in cui le incomprensioni sono montagne, gli equivoci continenti e le responsabilità interi pianeti di sistemi solari che girano tanto quanto ci girano i coglioni, queste giornate dicevo sarebbero perfette per scendere in piazza e gridare il nostro dissenso alle complicanze. Proclamiamo lo sciopero generale contro chi ci chiede soluzioni per non essere parte dei problemi. Scriviamo striscioni espliciti per rivendicare il nostro diritto a fottercene se le cose non filano nel verso giusto perché a noi basta nemmeno una scintilla, è sufficiente solo un barlume per dare il via alla reazione a catena verso l’autodistruzione totale. Poi però torniamo a casa perché era solo uno sfogo. Holidays in the sun finisce, e non è nemmeno il pezzo più bello dell’album.