il delirio al Maracanà

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Vi ricordate delle notti magiche di Gianna Nannini e Bennato? E del ballo del waka waka che ha impazzato nei villaggi turistici di ogni dove giusto quattro anni fa? Addirittura nel lontano 82 spopolò una versione di Da da da dei Trio cantata non ricordo da chi come una cantilena con i nomi dei giocatori della nazionale italiana, fresca vincitrice di quell’edizione, quella di Pertini. Imbroccare un pezzo legato ai mondiali di calcio è una bella fortuna, perché annesse al calcio e alla coppa del mondo ci sono un sacco di emozioni collaterali che milioni di tifose e tifosi sono pronti a vivere.

Comporre la colonna sonora di un evento epocale potete immaginare cosa comporta. Ragazze con la faccia pitturata che la ballano seminude sugli spalti inquadrate in mondovisione, tifosi esagitati nei punti di raccolta dell’entertainment di massa che la cantano sotto al maxi-schermo nei momenti più forti, bambini che ne fanno le parodie con questo o quel gioco di parole. Ma imbroccare un pezzo legato ai mondiali di calcio nell’anno in cui la squadra del tuo paese lo vince è una specie di jackpot con il quale sei a posto tutta la vita. Pensate la fortuna di sostituire il poooo po po po po poooooo poooooo nell’immaginario del popolo del calcio italiano, per esempio, indovinare un motivetto da coro ultras con i campioni che lo cantano a squarciagola negli spogliatoi vittoriosi con lo champagne e le belle fighe che fanno da contorno ai nostri calciatori miliardari.

E per una sorta di transfert sociale tutti noi, grazie al nuovo inno degli azzurri mondiali, possiamo ridurre i gradi di separazione dai balotelli del momento, dalle loro starlette, dalle loro creste colorate, dalle loro scritte con cui si impiastrano i tricipiti. Se poi ci aggiungete la location del mondiale che è il Brasile, siamo all’apoteosi della festa collettiva. L’inno della coppa del mondo della nazionale italiana vincitrice di un campionato nella patria del calcio, il Maracanà. Come dite? Ci hanno già pensato?

Proprio così. E pensate che disdetta, che già sei costretto a farti chiamare Emis Killa, che già ti tocca esprimerti con un genere che non è il tuo, che non arriva dal posto dove sei nato tu perché nel posto dove sei nato tu ci sono Gigi D’Alessio e Dolcenera, mica cazzi, e così hai dovuto imparare a scimmiottare l’ennesimo feeling altrui con tutti quei gesti che nemmeno un vigile urbano nell’ora di punta. Così ti giochi l’asso che è un pezzo un po’ rap e un po’ brasileiro dedicato proprio al Maracanà e che parla di favelas e di fortuna, di deprivati che poi fanno i miliardi e si mettono con le belle fighe della tv, in cui c’è pure un riff corale che può anche sostituire il poooo po po po po poooooo poooooo nell’immaginario del popolo del calcio italiano e sei pronto a scommettere sugli azzurri che scenderanno in campo con quel gigante nero con la cresta colorata davanti, e tutte le retrovie tatuate che nemmeno i maori come dei guerrieri a mettere a ferro e fuoco la vecchia Europa, l’esuberante Sudamerica, la promettente Africa, la scommessa Asia e la non pervenuta Oceania.

E tu, Emis Killa, sarai ricordato come il cantore di una stagione da sogno, i corpi sudati nelle notti afose riuniti ovunque che si uniscono al delirio del Maracanà mentre risuona il fischio finale e i guerrieri si lanciano verso il loro tour trionfale con lo scettro più ambito nella storia dell’umanità. Ma. C’è un ma.

Succede infatti che i balotelli e i buffon non sono poi così forti e bravi come sono stati decantati dalla copiosa letteratura a riguardo e la prima squadra outsider ti fa uscire meritatamente al primo turno. Il sogno svanisce, il giocattolo si rompe, il campionato del mondo che l’Italia intera è quattro anni che aspetta si esaurisce in tre incontri meno che mediocri. Tutti a casa. Peccato, Emis Killa. Il delirio al Maracanà non ci sarà, né questa sera né mai. I guerrieri e il loro centravanti hanno tradito i loro supporter, l’emozione che doveva essere lunga un mese finisce brutalmente come un coito interrotto qualunque e il contrasto tra la tragedia e il rap samba e i gesti del feeling della vittoria di massa si stemperano nel dissapore del ritorno alla vita di tutti i giorni della gente che voleva cantarlo, il Maracanà.

Una vita fatta di lavori noiosi se non disoccupazione, treni in ritardo, politici e magna magna, complotti Bilderberg e modelli di smartphone in offerta ma senza quella soddisfazione di essere stati protagonisti di un successo comune, l’Italia al suo quinto titolo mondiale. E una canzone come quella del delirio al Maracanà suona oltremodo beffarda, l’esatto contrario per l’obiettivo con cui era stata pensata. Peccato, Emis Killa, potevi entrare nella storia insieme ai balotelli ma ti è andata così così. A proposito, ma voi lo sapete chi è Emis Killa?

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