strani sintomi

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Non è scritto da nessuna parte che le canzoni che rimangono nella nostra anima come archetipo emotivo di qualunque cosa – un amore, un sentimento di ribellione, la malinconia, il sentirci invincibili e tutto quello che volete – siano pezzi universalmente individuati come le colonne portanti della nostra cultura. Certo, quando mettiamo a segno qualcosa con successo vorremmo avere un dj universale che fa ascoltare al resto del mondo con un impianto hi-fi in grado di raggiungere tutti gli angoli del creato “We Are The Champions” e cose così, magari abbinato a un video in cui noi vestiamo da re davanti a decine di migliaia di persone a Wembley.

Poi però ognuno di noi ha un repertorio intimo – che magari teniamo alla larga da qualunque istinto di condivisione, la malattia del secolo – fatto di brani da quattro soldi che però, chissà perché, si sono estesi dentro di noi come una macchia di piacere indelebile. Una cosa che poi non sappiamo spiegare a nessuno perché nessun altro, tranne noi, potrebbe capire ma, discutendo di questo, rilancerebbe con la sua, di canzone che gli è rimasta dentro, e che, per noi, non significa altrettanto niente o, nel migliore dei casi, non abbiamo mai sentito.

Dev’essere per questo che, poco fa, mi sono trovato in sogno a casa di Diana Tejera, cantante dei Plastico e autrice di “Strani sintomi”. Se volete qualche coordinata, siamo nel 2001 e il file .mp3 – nel caso migliore – l’avrete salvato nella cartella “one shot” oppure “roba di MTV”. L’avevo rintracciata proprio tramite Facebook, e questo vi assicuro che è successo per davvero, dove ho scoperto che, terminata l’esperienza della band, ha una carriera che prosegue come cantautrice. Nel sogno, invece, visto che mia moglie e mia figlia erano al mare, ho accettato il suo invito a trascorrere un pomeriggio a casa sua in occasione di una sorta di reunion. Il problema era che loro erano ragazzine come ai tempi del video di “Strani sintomi”, malgrado fossero passati ventun anni, per questo sua madre non comprendeva appieno l’interesse di una persona anziana come me per artiste così in erba. A quel happening casalingo per fortuna c’era qualche altro fan affezionato come il sottoscritto, ma non più di una decina di persone intente a consumare patatine e bibite ma tutte desiderose che la band imbracciasse gli strumenti – malgrado la situazione casalinga imponesse rivisitazioni unplugged dei brani – e si mettesse a suonare e cantare la nostra canzone preferita. E, come tutti i sogni migliori, è bastato il primo accordo di chitarra per manifestare tutta la stranezza della scena, destarmi dal sonno e mettere la parola fine al concerto.

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