alcuni aneddoti dal mio futuro

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contactless

La pubblicità progresso sui rischi di una fase 3 all’insegna del ritorno della pandemia e che gira in tele in questi giorni di fase 2 è sufficientemente efficace. Il ricorso allo stesso alone viola dell’omologo spot sull’HIV risulta evocativo per lo spettatore perché trasmette il messaggio di eguale pericolosità ed è in grado di riportare l’attenzione ai medesimi livelli di necessità di prevenzione del rischio di allora. Nello spot il contagio parte dalla digitazione senza guanti di un codice a uno sportello automatico, un’operazione che ai tempi della tecnologia contactless potrebbe essere superflua. La riduzione dei canali attraverso i quali un virus può essere trasmesso passa anche da un cambio di paradigma nei termini degli strumenti adottati. Superare la necessità di pigiare tasti meccanici per immettere dati d’accesso, ai tempi delle carte dotate di banda magnetica per le transazioni via RFID e NFC, è il minimo, per non parlare delle numerose possibilità offerte dall’Internet delle cose: se posso aprire un cancello con un’app non dovrei avere problemi nell’inviare a un bancomat una richiesta di emissione di denaro. Che poi il virus possa avvinghiarsi a una banconota da 50 euro è un altro discorso ancora. Nel 2020 c’è ancora bisogno di cartamoneta? C’è davvero bisogno di contanti?

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