alcuni aneddoti dal mio futuro

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facciamo la festa alla musica

Se avete contatti musicisti sui socialcosi avrete notato il flashmob digitale delle ultime ore in cui i vostri beniamini posano con un cartello davanti in cui dichiarano di praticare il mestiere di musicista e che sarebbe anche il momento di prendersi cura di loro. Una presa di posizione in vista del prossimo 21 giugno, la festa della musica che, in questa fase di post-pandemia in cui i lavoratori dello spettacolo sono alla fame, ha anche la valenza di manifestarsi solidali con tutto l’indotto della cultura che, in tempi di crisi e di tagli, è la prima a pagarne le conseguenze.

Lavorare con la musica, per i non addetti ai lavori, suona un po’ come un ossimoro. Il fatto è che si tratta di un settore che ha una dimensione in più rispetto ai mestieri più tradizionali. Il processo che prelude ai mestieri tradizionali prevede le seguenti fasi: ti qualifichi per un mestiere seguendo un percorso di studi ad hoc in cui, in condizioni normali, più ti impegni e maggiori sono le possibilità, oppure segui una sorta di tirocinio per specializzarti in quello che vuoi fare o, in casi eccezionali ma non è detto che non funzioni, ti formi come autodidatta e, con un po’ di fortuna, trovi qualcuno che crede in te e ti dà un impiego.

Tutto questo al netto del mercato del lavoro, chiaro. Non è detto che ci sia posto per tutti e non ci sono lauree o menti brillanti che tengano. Facciamo finta che il tasso di disoccupazione sia irrisorio e il gioco è fatto. Di professioni che rientrano in questa casistica ce ne sono un botto, anzi, direi la maggior parte. In questo mercato del lavoro che, per comodità, possiamo chiamare normale, fa la differenza la richiesta di figure. Dal tornitore al neurochirurgo ci sono serie possibilità di trovare un posto, a meno che tu non sia scarso o poco idoneo al lavoro in questione.

Poi è chiaro che – per fare qualche esempio – se lo stato non investe nella sanità pubblica, oppure ai privati non interessa il turismo, o la società reputa sconveniente ammazzarsi di fatica a coltivare la terra, ne deriverà una borsa dei lavori con minori o maggiori possibilità. Ma la sostanza non cambia: sono mediamente bravo a fare una qualsiasi cosa che rientra nei bisogni normali della gente = vado a svolgere la professione per la quale mi candido o, nel peggiore degli scenari, ripiego su altre previste dal palinsesto dell’economia. 

Fare il musicista, oltre alla preparazione e all’attitudine, dipende da un’ulteriore dimensione che è il fattore di apprezzamento del pubblico. Probabilmente esiste un livello di profitto del musicista proveniente dai guadagni del suo lavoro che gli garantisce la sussistenza derivante da quello che fa. I guadagni del lavoro del musicista derivano dal successo, che si traduce i vendite di dischi, clic sulle piattaforme di distribuzione a pagamento, vendite di biglietti dei concerti, diritti derivanti dalla riproduzione delle canzoni e cose così.

Il suddetto livello di profitto oltre il quale un musicista riesce a camparci dipende, dicevo, da quanto piace al pubblico. Se non supera questo livello può definirsi ancora un musicista di professione? Per farmi capire, a me piace scrivere su questo blog ma in vent’anni non ci ho mai cavato un euro. Non mi verrà mai in mente di definirmi un blogger di professione. Ora, la domanda che l’opinione pubblica che non è musicista si pone è proprio questa: come fai a definirti musicista di professione?

Ci sono poi svariate sfumature che comprendono, per esempio, l’insegnante di musica, che però rientra nelle professioni tradizionali come l’insegnante di qualunque cosa. Occorre quindi capire se sia lecito auto-definirsi musicista e rivendicare i propri diritti di beneficiari di investimenti pubblici o privati per tirare a campare in un momento come una fase di post-pandemia, dove le priorità immancabilmente riconducono l’arte non istituzionalizzata e fai da te agli ultimi gradini delle categorie da tutelare.

Quindi, in definitiva, se Tizio Caio cantante dei Sempronio prima del Covid-19 non se lo inculava nessuno o, a essere più ottimisti, era un artista della nicchia che svolgeva mille lavoretti di risulta per mettere insieme lo stipendio che il fatto di non essere musicista di successo non glielo garantiva e ora posa sui social per sostenere la sua causa, è giusto che un eventuale movimento a tutela degli artisti che rischiano la bancarotta lo includa sotto la sua ala protettiva? E quindi, ancora, l’auto-determinazione della professione fa di un individuo un professionista o occorre, comunque, un nucleo di comprovati riscontri oggettivi? E, infine, quali devono essere questi comprovati riscontri oggettivi? Chi decide che Tizio Caio abbia davvero i requisiti o che invece, non avendoli, cerchi di accaparrarsi, oltre a un eventuale bonus, un po’ di notorietà?

Nel mio piccolo, il mio contributo alla musica cerco di darlo ogni mese, acquistando qualche 33 giri in vinile. Non più di tre o quattro, che già così siamo a 100 euri. Ma sono sicuro che, se costassero di meno, ne comprerei uno al giorno.

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