alcuni aneddoti dal mio futuro

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pezzi di scuola

Avete presente quei film americani in cui sono i ragazzi a spostarsi da una lezione all’altra e non gli insegnanti? Qui da noi è talmente tutto il contrario che addirittura ogni anno ci tocca fare armi e bagagli per traslocare in una nuova aula. Cambiare aria fa bene e movimenta un po’ le cose. E alla primaria ha un suo senso: banchi e sedie, in prima, hanno dimensioni diverse rispetto alle postazioni dei grandi. Senza contare che la mia scuola è su tre livelli e i più piccoli occupano il piano terra, e per motivi di sicurezza meno si muovono su e giù per le scale meglio è. Per dire, quando porto i miei bambini in laboratorio di informatica, all’ultimo piano, vedo che qualcuno è molto a disagio lungo le rampe.

Così, puntuale come la morte, arriva il momento dedicato alla sistemazione nella nuova classe, un giorno infausto di fine giugno che mantiene ogni volta la continuità per il caldo, l’afa, la polvere, le bidelle che urlano, le colleghe che dissimulano accumuli compulsivi.

Quest’anno, però, il D-Day ha avuto una connotazione diversa. La mia dirigente, come tutti i presidi italiani in questo periodo, non sa che pesci prendere. I decreti ministeriali sono secondi a facilità interpretativa solo ai calendari dei Maya e l’organizzazione scolastica si muove, giustamente, a cazzo. La novità quindi è consistita nel liberare, in ogni classe, tutto lo spazio possibile per permettere la sanificazione – che, detto tra noi, non riesco davvero a immaginare a cosa serva, considerando a scuola non entra nessuno dal 21 febbraio e che resterà vuota verosimilmente sino al 14 settembre – e per consentire il massimo contenimento di bambini possibili secondo le distanze di sicurezza.

Via tutti gli armadi e gli scaffali. Via tutto ciò che c’è sopra e dentro. Operazioni generiche ma in grado almeno di essere propedeutiche a qualunque destino venga pianificato per la scuola italiana. E per l’effetto di una sorta di principio di Archimede e del postulato dei vasi comunicanti, lo sgombero in classe senza alcuna organizzazione preliminare è sorprendentemente coinciso con il riversamento nel mio garage di tutto ciò per il quale non era stata prevista una collocazione alternativa e che non si poteva buttare. La mia collega ed io abbiamo fatto piazza pulita di cartelloni, lavoretti, maschere di carnevale interrotte dal Covid-19. Per il resto, però, il destino era ben chiaro sin dall’inizio, con buona pace dei consorti degli insegnanti.

La scuola rivoltata come un calzino dai docenti dà sempre vita a numerosi spunti narrativi per gli insegnanti più portati per la scrittura. Mi riferisco a una sacca contenente un paio di scarpe da ginnastica rimasta sugli appendiabiti in un corridoio. Possibile che nessun genitore ne abbia rivendicato la paternità? Una gomma con l’effigie di un eroe dei cartoni animati di qualche stagione televisiva fa, abbandonata in un cassetto di una cattedra, quindi frutto di una requisizione in conseguenza di un utilizzo non consentito.

Questo, e molto altro, è finito negli scatoloni per il ritiro degli addetti alla nettezza urbana, scesi (gli scatoloni) nell’apposito spazio antistante l’ingresso in prima persona dai bidelli proprio con questa inconsapevolezza dell’intransitività del verbo impiegato.

La morale è che le cose che si comprano durante la crescita dei bambini lungo il primo ciclo scolastico risultano coperti da una sorta di convenzione sancita dal diritto naturale in cui genitori e figli sottoscrivono un patto di non-affezionamento a beni illusori quanto un ghiacciolo quando si ha sete. Giochi e cancelleria si perdono, si guastano, si consumano, si prestano e nessuno li restituisce più. Sono solo gli insegnanti che tengono il registro (o, nella DAD, il file log) di tutte queste cose: chi le ha regalate a chi, quando si sono rotte, quante lacrime ha versato il proprietario non trovandole più.

In pratica è come se fossimo la bad company di questo sistema universale in cui la gente normale si precipita a passare al livello successivo mentre noi stiamo dietro le quinte a fare il lavoro sporco ma convinti di rendere l’esperienza indimenticabile quando invece, al primo prof di liceo che ti fa salire in piedi sui banchi, nessuno si ricorda più del maestro che ti prendeva in braccio in lacrime, strappandoti dalla mamma, e ogni fottuto giorno se ne doveva inventare una per farti capire che nessuno, in quell’ambiente, ti era ostile. Per questo ogni pezzo di scuola ha un significato ben preciso. Anche quelli di cui sembra che nessuno se ne curi più.

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