alcuni aneddoti dal mio futuro

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bentornato a casa

Dell’esperienza alla visita dell’Università di Nizza, o Conservatorio di Jazz come lo chiama mio papà alla fine del sogno, non mi è rimasto granché. Si è trattato di un sopralluogo di qualche giorno in un campus statunitense – malgrado, si sa, Nizza sia nel sud della Francia ma probabilmente è uno degli scenari di località all’estero più definiti che ho nella memoria, o comunque è il primo luogo al di fuori dei confini nazionali che ho visitato in vita mia – per verificare se studiare e prendere la laurea (la seconda, probabilmente) lì potesse risultare la scelta migliore. Di sicuro ho potuto appurare che ci si impegna, e parecchio. Le materie sono quasi tutte afferenti alla psicologia dell’età evolutiva e, come molti degli ambienti di formazione che ho frequentato da studente, è popolato per la maggior parte da ragazze. Ne ho incrociate tantissime e di tutte le età mentre facevo su e giù per le scale, visitando la scuola. Me ne sono reso conto verso i titoli di coda, quando ho cercato il bagno per fare pipì prima di accomiatarmi dalla struttura. I bagni erano tutti femminili ed è stato difficile trovare un punto in cui poter liberarmi. Che poi, nei sogni, è una scena sempre rischiosa, tra realtà e finzione, quindi prima di girarla accertatevi che non vi scappi veramente. Non solo. Erano i bagni della mensa e li ho utilizzati all’ora di pranzo. Trascinare il trolley in quell’ambiente non certo sporco ma, comunque, molto frequentato mi metteva in difficoltà e controllavo di non attraversare con le rotelle della valigia pozze di liquido dalla dubbia natura. C’erano però studentesse che mangiavano sdraiate sul pavimento utilizzando uno di quei vassoi bianchi divisi in settori, però inclinati proprio come il tavolinetto Ikea per usare il notebook a letto, non so se avete presente. Proprio come da bambino non vedevo l’ora di tornare a casa, anche se devo ammettere che anche adesso che sono anziano il rientro costituisce una delle fasi migliori di qualunque viaggio. Però, nella scena iniziale, quando ho piagnucolato con mia mamma mentre mi accompagnava dalla macchina sino all’ingresso del campus, la nostalgia era mescolata alla curiosità della nuova esperienza. Questo contraddittorio stato d’animo è provato dal fatto che, prima lasciare la scuola definitivamente, io mi imponga un’ulteriore visita nei luoghi più frequentati dai ragazzi per cogliere la vera essenza di un’università straniera e di ciò che avrei potuto trovare laureandomi lì. Quindi mi appresto ad abbandonare il campus. Devo chiamare mio papà, che sta tornando a prendermi, al telefono per prendere accordi sul posto in cui incontrarci. Il fatto è che non so nulla, a partire dal nome della via. Valuto anche l’idea di chiamare mia nonna, al posto di mio padre, considerando che se sta guidando potrebbe non rispondermi. Chiedo consiglio a mia mamma, che inspiegabilmente si trova insieme a me nella hall gremita di persone – ricorda la stazione di una grande metropoli – che però mi dà una risposta evasiva e si concentra sul fatto che fuori, proprio ora che devo uscire, è scoppiato un temporale. Le ricordo che negli USA, anzi a New York questi repentini cambi di condizioni meteo sono piuttosto frequenti. Mia madre mi saluta, augurandomi buon viaggio, e torna a impersonare la protagonista di una pubblicità in un display da digital signage cilindrico collocato intorno a un’edicola ubicata proprio appena fuori dall’ingresso, una scena che ricorda Blade Runner. Penso che la cosa migliore, non conoscendo l’indirizzo, sia di prendere accordi con mio papà per vederci sul litorale. Nizza ha un lungomare incantevole e il fatto che a sud ci sia la spiaggia è l’unica coordinata geografica affidabile sulla quale si possa contare. Mentre sto per comporre il numero sullo smartphone – nel frattempo ha anche smesso di piovere – sento la voce di mio papà che mi chiama dall’altro lato della via. Ho un po’ di difficoltà a passare tra le auto parcheggiate con il trolley e, mentre attraverso la strada, cerco con lo sguardo quale possa essere l’auto che ha noleggiato per arrivare sino a lì, pensando che è meglio se guidi io al ritorno, considerando che è molto anziano e sarà già stanco per essere arrivato sino qui. Finalmente lo vedo, è proprio come nella foto che abbiamo scelto per la lapide, scattata in un momento della sua vita in cui era ingrassato e, per questo, un frammento che non gli rende giustizia. Oltre alla gioia di rivederlo mi sorprende la scelta del mezzo, un furgone Volkswagen California di colore scuro, lo stesso che mi piacerebbe comprare se non costasse un occhio della testa. Ora che ci penso avrei potuto sbirciare il numero di targa per poi giocarlo al lotto ma non sono così pronto a trarre vantaggio dalle situazioni, sia che sogni o che sia desto. Mentre mi avvicino, dalla portiera anteriore aperta, esce persino un cane, un bellissimo golden retriever già adulto. Seduto al volante, imposto Google Maps per trovare il percorso più veloce, e non devo nemmeno scrivere l’indirizzo completo perché ho già memorizzato, tra le opzioni presenti, il pulsante che mi porta direttamente a casa.

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