alcuni aneddoti dal mio futuro

un blog molto anni 80

prima classe

Stamattina mi ha fermato un uomo sulla trentina, erano le sette e in giro c’eravamo solo io e lui, in pantaloncini e scarpette, a correre. Con il suo marcatissimo accento meridionale mi ha chiesto se da quelle parti ci fossero posti dove fare dieci o venti chilometri nella natura e io, che avevo il fiatone, non me la sono sentita di rispondergli che qui non siamo nella savana e, anzi, c’è la più alta densità abitativa d’Europa. La spiegazione sarebbe stata troppo lunga e mi avrebbe richiesto troppe energie e concentrazione. Sono riuscito però a dirgli che c’era il modesto parchetto dove vado a fare la mia sgambata quotidiana, un percorso ad anello da poco più di ottocento metri, e che poteva seguirmi se fosse riuscito ad accontentarsi. Quando mi ha chiesto quanto mancasse a un altro sentiero che vedeva segnalato su Google Maps ho capito che era arrivato da poco e non conosceva per nulla la zona. «Sono qui da giovedì», mi ha confermato, «faccio l’insegnante». Gli ho risposto che allora eravamo colleghi, anche se lui è supplente di informatica in un istituto tecnico di provincia che ha la sede nel paese vicino al mio mentre io sono docente di ruolo in una primaria a un quarto d’ora di macchina dal vialetto da cui poi ha preso il volo – si era visto subito che non si trattava di un runner cialtrone come il sottoscritto – dopo avermi ringraziato per le indicazioni. Forse è la solitudine o forse solo la riconoscenza ad averlo spinto a sottolineare che quel parchetto in cui l’ho condotto sembrava perfetto per le ripetute, se avesse saputo con chi farle, e non so se contava sul fatto che gli lanciassi la proposta di vederci, ogni tanto, per allenarci insieme, ma a me piace correre in autonomia.

Anche nella mia scuola è arrivata una collega dal sud più profondo, così remoto che – dal modo in cui si esprime – faccio fatica a capire quando mi parla, e la mascherina è l’ultimo dei problemi. Si è spostata con la figlia al seguito, che presto la abbandonerà per raggiungere Latina dove studia all’università, e mentre cerca una sistemazione abitativa conveniente e comoda soggiorna presso un bed&breakfast. Quando si collega per le riunioni di programmazione a cui partecipiamo in videoconferenza alle sue spalle si nota l’arredamento tipico degli hotel. Si vede che non è una casa anche solo dalle tende alle finestre. Le storie umane che si leggono alle spalle degli insegnanti e tra le righe della scuola sono infinite, una per docente, una per alunno, una per collaboratore ai piani.

Nel frattempo la seconda g della secondaria è la prima classe in quarantena del comprensivo in cui lavoro. Un ragazzino, lo scorso venerdì, ha accusato i sintomi da Covid-19 e ora sono tutti a casa. Sulla chat dello staff della dirigente, quando ne ha dato notizia, qualcuno ha commentato che prima o poi doveva succedere. La statistica può piacere o meno, a me per esempio fa schifo, eppure non perdona.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: