cerchiamo di essere serie

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Diciamo basta ai fine-settimana interi buttati via nella pratica del binge watching. Volete sapere perché i poteri forti insieme a big entertainment hanno inventato le serie tv? Ovvio: per farci chiudere in casa nelle belle e brutte giornate a guardare intere serie tv da dieci puntate a stagione per dieci stagioni in una botta sola e impedirci di non scendere in piazza a fare la rivoluzione. Quello dei telefilm è il nuovo oppio dei popoli. C’è una gag nell’Internet da qualche parte di una stand up comedist italiana che ammette di essere terrorizzata dall’uscire e incontrare altre persone perché non sostiene emotivamente i suggerimenti del prossimo circa le nuove serie tv uscite. L’hai vista questa? L’hai vista quest’altra? E tu ti senti in colpa perché nemmeno lo sapevi e ti servirebbero almeno due vite in più per stare al passo con l’industria della fiction.

La serie tv è il nuovo modello di consumo americano supersize e, tanto quanto il resto delle cose a cui ci dedichiamo, ci siamo ancora una volta cascati in pieno. In otto ore di fila – la durata media di una stagione, a stare larghi – ci stanno una corsetta, un paio di scopate, un centinaio di pagine di libro, una telefonata alla mamma lontana, una pizza e una birra e pure un film di lunghezza standard. Che poi, come tutte le altre sovraesposizioni a cui siamo soggetti, oltre al buon senso si perde l’essenza delle cose. La storia che dura otto-dieci episodi dev’essere come minimo la “Divina Commedia”, i “Promessi Sposi”, “Guerra e pace”. Altrimenti lo standard a due tempi da quarantacinque minuti con intervallo è più che sufficiente. Mia moglie ed io, alla sigla di coda dell’ultimo episodio della prima stagione dell’ennesima serie numero uno in Italia su Netflix dal titolo “L’estate in cui imparammo a volare”, iniziata domenica dopo pranzo e terminata alla mezzanotte dello stesso giorno, abbiamo detto basta. Basta serie tv. Almeno fino a domenica prossima.

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