cinque minuti prima

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Il regolamento a scuola impone di farsi trovare in classe pronti ad accogliere i bambini almeno cinque minuti prima dell’inizio delle lezioni. Gli insegnanti sono responsabili di tutto ciò che accade tra le mura dell’aula in cui prestano servizio, mai lasciare gli ambienti incustoditi. A me piace arrivare con lauto anticipo, quando ho la prima ora. Almeno trenta minuti prima. Entro in classe, accendo il pc, metto un po’ di musica, firmo il registro elettronico, se occorre preparo il materiale per quello che farò, apro le finestre, sistemo se c’è qualcosa in disordine. Ma finisce che poi non riesco a fare niente di tutto questo perché la scuola è un ambiente di lavoro in cui c’è bisogno di confronto, spesso frainteso come voglia di chiacchierare. Saluto le colleghe che dalla cattedra vedo transitare in corridoio e se mi scappa di far seguire un “come va?” al “ciao” di circostanza posso dire addio a tutta la fase preparatoria della mia giornata lavorativa. Occorre fare dei distinguo, però. Capita spesso che qualcuno approfitti della calma apparente del pre-campanella per chiedermi aiuto per qualcosa: l’antivirus, il registro elettronico, la versione digitale del libro di testo, le casse del pc, il wireless, la LIM che non si accende perché qualcuno ha staccato la presa. Ma non sono poche le occasioni in cui, dopo i convenevoli (che poi ci si incontra ogni giorno, non capisco il bisogno di sincerarsi delle condizioni altrui in continuazione) ci si sposti abilmente sul piano personale per trovare un po’ di conforto a problemi di cui la scuola è solo un aspetto marginale. Io vengo da un ambiente professionale –  quello delle PR e della comunicazione – in cui ogni mattina tra colleghi ci si accoglie come se si ritornasse dalle vacanze ma poi, chiusa la porta dell’ufficio, ci si manda bellamente affanculo. Nel resto della giornata si conversa esclusivamente al telefono con clienti e fornitori con la stessa dinamica: sorriso smagliante durante la chiamata e, una volta appesa la cornetta, un ma vai a cagare non si risparmia a nessuno. Al netto delle telefonate non vola una mosca, se non per lamentarsi ad alta voce di una email non gradita. La pausa pranzo funziona anche come armistizio. Si riallacciano i rapporti con i colleghi giusto per il tempo di ingurgitare un’insalata da quindici euro e un caffè. Quindi torna tutto come prima. La scuola per fortuna è l’opposto perché intanto è frequentata da gente che se la tira molto meno e poi la relazione non commerciale favorisce conoscenze piuttosto sincere e approfondite. In tempi di riunioni esclusivamente in videoconferenza, durante quei venti minuti prima che entrino i bambini si concentrano così le ore che una volta si passava a costruire rapporti di una vita, al netto del turn-over che è tipico dell’organizzazione scolastica. Insomma, per farla breve, arrivo sempre prima ma non riesco a concludere un tubo. Alle otto e venticinque i miei bambini, perfettamente incolonnati, marciano fino alla classe, fanno la fila davanti all’igienizzante per le mani e, uno ad uno, si dirigono alla loro postazione. Io spengo la musica, rimetto a posto quello che avrei dovuto preparare ma non ci sono riuscito e penso che dovrò cominciare a presentarmi davvero cinque minuti prima, come fanno le colleghe che non hanno bisogno di sfogarsi con me.

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