summer school

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A me l’idea di organizzare qualcosa per i ragazzi a scuola nel periodo estivo sembra un’intuizione efficace. Sono d’accordo sul fatto che sia meglio mettere a norma l’attività didattica nei tempi regolamentari dell’anno scolastico aumentando il personale, riducendo gli alunni per classe, vaccinando studenti e docenti, investendo nell’edilizia scolastica, puntando sulla formazione degli insegnanti di ruolo, adeguando il percorso di abilitazione e recruiting delle nuove leve, accelerando sulla digitalizzazione, sburocratizzando le componenti organizzative e tutto il resto che continuiamo a ripeterci dalle origini della scuola pubblica. Credo anch’io, inoltre, che l’idea sia stata lanciata con imperdonabile ritardo: allestire in una manciata di settimane un’iniziativa così complessa sta mandando su tutte le furie i favorevoli (“ancora una volta si è persa un’occasione!”) e i contrari (“si potevano fare tutte quelle belle cose durante il periodo di servizio ordinario!”). Se chiedete agli addetti ai lavori vi imbatterete negli apocalittici (“vi voglio vedere a fare lezione a luglio nelle aule prive di pale e di aria condizionata!” o “non siamo animatori da villaggio turistico”) e negli integrati (“possiamo recuperare tutta la socialità che è andata smarrita nei mesi di didattica a distanza!” o “riportiamo i ragazzi al centro della scuola”). E il bello è che hanno ragione tutti. Le famiglie e il personale scolastico rinunceranno a qualche settimana di vacanza? Ci sarà domanda conseguente all’offerta o viceversa? I cittadini cosa si aspettano da noi? Riusciranno i dirigenti scolastici e i loro più stretti collaboratori a mettere in piedi qualcosa in fretta e furia, col rischio dei gattini ciechi? Io, nel dubbio, la mia disponibilità a fare qualcosa fuori dai programmi – musica, cultura digitale, cinema, comunicazione – l’ho data. Ma, se volete il mio parere, non ce la faremo mai.

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