le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso

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Io spero che da morti ci sia la possibilità di portare con sé, qualunque sia la destinazione, i propri dischi preferiti. Allo stesso modo mi sentirei davvero al sicuro se i cantautori che non ci sono più sentissero, nell’empireo in cui si trovano ora, il calore dei loro sostenitori sulla terra. De André, Ivan Graziani, Lucio Dalla, Claudio Lolli e, da qualche ora, Franco Battiato, ma sono sicuro di averne dimenticato qualcuno. Più delle rockstar, più dei Bowie o dei Kurt Cobain, i cantautori sono ambasciatori nell’aldilà della società che abitiamo dal vero ogni giorno, nelle nostre piccole città della penisola. A casa, per le strade e nelle piazze, sul posto di lavoro, a scuola, nei quartieri dormitorio, nei centri storici, nella vita privata e in quella pubblica. Questo perché, a differenza di Prince o di Amy Winehouse, i cantautori parlano la nostra lingua, vivono i nostri sogni, ci prestano il modo di dire al nostro prossimo più vicino che siamo tristi, siamo felici, amiamo qualcuno o qualcuno ci ha tradito, vorremmo cambiare ma non ce la facciamo, siamo cambiati ma poi tutto è tornato come prima.

Il fatto è che non sempre ce la raccontiamo giusta, perché i martiri del rock straniero sono tentacolari in quanto impersonano il posto in cui avremmo voluto vivere la nostra storia personale, e ci mancherebbe. Londra, Seattle, Berlino, New York. Ma come la storia del camaleonte che si insegna a scuola, alla resa dei conti, senza la saetta rossa disegnata sulla faccia, la maglia a righe orizzontali, la Stratocaster incendiata sul palco o distrutta contro l’ampli, dovremmo tornare ad accettare noi stessi, i vicoli di Genova, le piazze di Bologna, i borghi dell’Italia centrale, la provincia, la Sicilia.

Per chi è cresciuto quando i cantautori erano gli interpreti della vita di tutti, un cantautore morto si porta via una parte non da poco. Anche se, negli anni d’oro del cantautorato, si ascoltava tutt’altro. Perché le canzoni dei cantautori erano dappertutto. Erano come il battito del cuore delle nostre madri, quello che sentiamo per nove mesi mentre tutte le nostre cose vanno al loro posto. Un universo sonoro che viene fuori ogni volta che ci serve una frase fatta, un verso, un modo per esprimere qualcosa che sia compreso da tutti. Per questo quando un cantautore muore si cancella qualcosa, anche per chi i cantautori li ha ascoltati poco. E non è solo il fattore umano. Ci consola il fatto che, a fronte della perdita di un esponente centrale per la nostra cultura, in cambio ci resta un capitale condiviso, una ricchezza che non si esaurirà mai.

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