la canzone scomposta

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Non mi piace citare me stesso – cioè in realtà mi piace molto ma sono troppo umile per ammettere di non essere umile – comunque tempo fa, in una recensione a caldo delle canzoni del Festival di Sanremo, ho definito il pezzo “Voce” di Madame una canzone scomposta. Un giudizio che mi è venuto di getto e che non saprei spiegare se come un modo di affrontare la creazione musicale non come somma di parti, da cui, appunto, la composizione, piuttosto come una sovrapposizione delle stesse che, messe come intralcio l’una dell’altra e non in sequenza, vanno a contaminarsi a vicenda nei punti in cui si soffocano reciprocamente. Sotto a “Voce” c’è una griglia tutta storta fatta di celle i cui bordi non coincidono, tanto che la geometria tradizionale della musica, quella che ci fa andare a tempo e che ci beneficia di schemi grazie ai quali riusciamo a prevedere ciò che succederà subito dopo, fa a farsi friggere. Il punto è che questo lavoro di destrutturazione sembra non essere avvenuto a posteriori, non credo che sia frutto di un arrangiamento pensato per eccellere in originalità. Sono convinto che gli autori della generazione di Madame abbiano proprio questa libertà artistica nella testa e, di conseguenza, nelle melodie, nelle armonie e nelle parole. Nessun essere umano riuscirebbe a rendere tangibile una metrica di versi come quella, a meno di non aver mai avuto influenze culturali da ciò che c’è stato prima. Per una volta i giovani artisti sembrano davvero liberi da tutto, anche quando fanno del poppettone melenso da classifica come quello e non musica a elevato tasso di complessità e difficile da sostenere. Noi invece li ascoltiamo alla radio o di strascico perché li ascoltano i nostri figli e finalmente possiamo non capirli più, abbandonarli al loro nuovo ordine mondiale e tornare al nostro passato fatto di cose che interessano solo a noi. Poi però succede che qualcuno cerca di appesantire questi nuovi fenomeni con delle zavorre di cui secondo me gente come Madame farebbe anche a meno. Spero infatti che l’esser stata insignita del premio Tenco come miglior canzone non le faccia né caldo né freddo ma viva la cosa come se una vecchia zia le avesse regalato un capo di abbigliamento vintage ricamato a mano ma destinato alle tarme, ai tempi dell’elastan e di Primark.

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