le mani in tasca

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Per la seconda volta in vita mia oggi mi sono trovato le mani di un’altra persona nelle tasche dei pantaloni. A pensarci bene, le occasioni sono state più numerose ma occorre fare dei distinguo. Ci sono persone che ti mettono la mano nella tasca davanti dei jeans come preliminare, insomma ci siamo capiti. Altre che ti mettono la mano in tasca per rubarti il portafoglio, e qui la questione si fa un po’ più spinosa per diversi aspetti.

Anzi, a dirla tutta, la prima volta che mi è successo non si è trattato proprio di una mano nelle tasche dei pantaloni, bensì nella borsa. Avevo il vezzo di usare borse a tracolla da dj come se dovessi trasportare dei dischi ma vi confesso che non ci tenevo dentro quasi nulla perché il portafoglio l’ho sempre portato nella tasca davanti – o al massimo nei tasconi dei pantaloni con i tasconi, appunto. Passeggiavo per corso Buenos Aires e grazie alla mia andatura sbilenca provocata da una postura altamente asimmetrica ho percepito uno sbilanciamento anomalo dalla parte della borsa a tracolla da dj di cui sopra. Mi sono voltato e ho colto in flagrante un ragazzino con la mano dentro la mia borsa alla ricerca della (sua) felicità.

Da intellettuale di sinistra faccio molta fatica ad ammettere l’etnia errante di quel moccioso, sta di fatto che l’ho ammonito con qualche parola che, data la provenienza che inizia per erre e che ricorda i CD multimediali che si acquistavano in edicola e che gli preclude qualsiasi possibilità di salire almeno al seminterrato dell’ascensore sociale, non gli sarà nemmeno giunta all’anticamera del cervello. Ho minacciato di chiamare chissà chi ma poi mi ha fatto tenerezza e l’ho mollato lì, come un ciula qualsiasi. Un ciula io, sia ben chiaro, d’altronde faccio il maestro elementare, mica frequento le palestre di quelle arti marziali che ti insegnano a massacrare gli appartenenti a etnie poco inclini ad adattarsi alle regole della società e, anzi, fanno pugilato, diventano pure campioni nazionali e prendono a testate quelli che provano ad andare a fondo circa i loro standard di approvvigionamento. Ogni tanto penso a che sarebbe successo se avessi preso a calci quel ragazzino. Per fortuna non sono una bestia e so applicare il buon senso ai miei comportamenti.

In realtà, prima ho detto ciula perché è lo stesso termine che ha usato mia moglie poco fa, a proposito di quanto è accaduto oggi. Queste persone abituate a vivere ravanando nelle tasche degli altri per trovare qualcosa con cui approvvigionarsi, secondo mia moglie, sono in grado di riconoscere i ciula che, dopo che le hanno colte con le mani in pasta, anzi, con le mani in tasca, anziché corcarli di mazzate come meriterebbero, queste persone, dicevo, in quanto intellettuali di sinistra li lasciano defilarsi impuniti proprio per non dover ammettere che, questi che appartengono alle tribù che soggiornano in roulotte e a stento si adeguano alle regole sociali che impongono di contribuire al benessere comune – che poi riguarderebbe anche loro – attraverso lo svolgimento di un mestiere e il conseguente pagamento delle tasse, dicevo che queste persone sono in grado di riconoscere i ciula intellettuali di sinistra da quelli che li corcherebbero di mazzate trovandoli a ravanare nelle proprie tasche dei pantaloni.

Insomma, per farla breve, qualche ora fa ho sorpreso una ragazza palesemente riconducibile all’etnia che ricorda appunto quei CD multimediali da consultare con i computer, e l’ho sorpresa con la mano nella tasca anteriore dei miei jeans a sfilarmi il portafoglio su un tram di Lione.

Un tentativo architettato perfettamente. Il display alla fermata avvisava in francese la presenza di borseggiatori proprio su quella linea. Salito sul tram, ho notato un’intera famiglia di quelle lì i cui maschi danno testate ai giornalisti e mettono a ferro e fuoco le capitali come la nostra, insomma ci siamo capiti. Mia moglie, mia figlia ed io eravamo senza biglietto – il distributore automatico alla fermata da cui siamo saliti era guasto – così siamo scesi alla fermata successiva per acquistarli.

Due ragazze con un ragazzo di quel gruppetto hanno fatto altrettanto. Una delle due si è messa in fila al distributore davanti a me ma poi, improvvisamente, si è defilata fingendo di ricevere una telefonata. Prima di acquistare i biglietti le ho fatto cenno se volesse fare prima lei ma mi risposto di servirmi pure. Nel frattempo è sopraggiunto il tram su cui siamo saliti in mezzo a loro. Il ragazzo si è fermato davanti a me per ostruirmi il passaggio ed è lì che ho compreso che c’era qualcosa di strano.

Ho abbassato lo sguardo è ho colto la ragazza che era in coda con me con la mano nella mia tasca anteriore dei jeans, intenta a sottrarmi il portafoglio. Sono riuscito a sventare il piano con un freddezza che, davvero, stento a riconoscermi. Ho gridato, ho rimesso a posto il portafoglio e la banda di borseggiatori è corsa subito fuori dal mezzo.

Mia moglie sostiene che, se non fossi stato io, un altro sarebbe immediatamente sceso a corcarli di mazzate. Io mi sono limitato a guardare negli occhi la ladra – entrambi indossavamo la mascherina – cercando di strapparle se non una spiegazione almeno un cenno di pentimento che, ovviamente, non ho trovato. La morale è che, di fronte alle ingiustizie, è difficile mantenere la calma, non lasciarsi prendere dal razzismo – anche quando una generalizzazione ci starebbe – e non corcare di mazzate il prossimo. Ho ancora i contanti che tenevo nel portafoglio e le carte di credito e salvato il resto della vacanza. Tutto sommato continuo a mantenere la mia posizione di intellettuale di sinistra. La prossima volta prometto di stare più attento.

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