morto di fame

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Il mio vicino del piano di sopra è algerino e ha un nome che si pronuncia in modo ma si scrive in un altro. La scorsa mattina, erano le sette, ci siamo trovati nel parcheggio dietro casa. Le nostre figlie frequentano le superiori a Milano ed entrambi le accompagniamo al capolinea della gialla. Non ci siamo mai accordati per ottimizzare questo servizio di trasporto. Si potrebbe fare un giorno a testa, no? Il fatto è che più che un servizio è un vizio senza il ser davanti, e non comporterebbe sufficiente abnegazione se non dipendesse anche dalle tempistiche di risveglio e preparazione all’uscita. Siamo pazzi: nessun genitore mi ha mai fatto da taxista, e mi chiedo quanto resterà delusa mia figlia quando scoprirà che nessuno, al mondo, sarà mai così gentile nei suoi confronti come noi. Comunque a me e ad Assan, che si scrive Achen, capita di incrociarci nel parcheggio. Lui addirittura aspetta la sua principessina con il motore acceso, credo per scaldare l’abitacolo e aumentare il livello di confort. Venerdì scorso ci siamo incontrati lì ma non ci siamo nemmeno salutati. Qualcosa di diverso aveva catturato l’attenzione di entrambi e c’erano ben altri argomenti di conversazione. Nel mezzo del parcheggio qualcuno aveva lasciato un’alta colonna di vaschette in plastica trasparente di cibo cinese. Almeno una dozzina di quei classici contenitori che si usano per il cibo d’asporto, l’alternativa moderna e fighetta ai recipienti in alluminio che, per vedere cosa c’è dentro, devi sollevare il coperchio di cartoncino oppure fidarti di quello che chi l’ha confezionato ha scritto sopra. Una torretta in cui si intravedevano ravioli al vapore, noodles, pezzi di carne di matrice indistinguibile abbinata a verdure di tipo indistinguibile e immersa nella solita salsa dalla composizione indistinguibile. Né io né Assan, o Achem come si scrive, siamo riusciti a spiegarci l’origine di quella curiosa apparizione, che stava a me e a lui – due pessimi educatori della propria prole – come il monolite è stato alle scimmie kubrickiane. Forse, nella notte, un rider non ha trovato l’indirizzo della consegna o qualcuno non si è presentato all’appuntamento del ritiro. Oppure è stato uno scherzo: qualcuno ha ordinato tutto quel ben di Mao, ha dato una via falsa e l’addetto al trasporto ha lasciato i contenitori nel posto più prossimo all’indirizzo concordato. Le scatole erano chiuse, ben sigillate, e non vi nascondo che se non ci fosse stato testimone Achen, o Assan come si pronuncia, sarei andato più a fondo nella vicenda. Certo, non mi sarei mai fatto vedere da mia figlia, che chissà cosa avrebbe mai pensato di suo padre.

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