mango

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David non mi ha ancora risposto e io vado nel panico. Sono diversi gli elementi che mi trasmettono la gravità della situazione. Ho chiamato l’agenzia in cui lavoravo prima di fare l’insegnante con il telefono fisso perché il mio smartphone, a furia di tentativi di rintracciare il numero di cellulare del mio ex-collega nella rubrica, si è letteralmente squagliato. Quest’estate, tanto per cambiare un po’, avevo comprato un mango all’Esselunga approfittando di un’offerta al trenta per cento. Il problema è che si tratta di un frutto che, per tagliarlo, sbucciarlo e presentarlo a tavola comporta un’abnegazione unica. Devi proprio voler mangiare un mango a fine pasto. In estate abbiamo ottima frutta di stagione a km zero unica e il ricorso ai prodotti esotici è contrario a qualsiasi approccio alla sostenibilità ambientale. Alla fine ci siamo ridotti a mangiare il mango come immagino facciano i selvaggi o, meglio, le popolazioni autoctone che hanno gli alberi di mango in giardino (sempre che il mango cresca sugli alberi, questo ditemelo voi) e possono permettersi di non fare un cazzo dal mattino alla sera grazie alla caccia, alla pesca e ai tesori della natura a portata di mano. Il risultato è stato quello di impiastrarsi la faccia con i residui di polpa rimasti intorno al nocciolo fino a una poltiglia di brandelli di mango tutt’altro che appealing, tanto che non ho più sentito parlare di mango fino al sogno di stanotte: ho cercato il numero personale di David sul mio smartphone con così tanti tentativi fino a quando mi si è ridotto a una poltiglia in mano ma ho pensato che comunque, esponendolo al sole, si sarebbe ricomposto come fanno certi materiali con cui facciamo i lavoretti a scuola e che devi lasciarli asciugare per valutare il risultato. Io e David eravamo colleghi in quell’agenzia. Lui fa il grafico ma se la cava molto bene con le foto e i video. Io per arrotondare prendo qualche incarico dai miei ex datori da lavoro ma devo aver fatto confusione e mi sono accorto che, appena mi sveglierò, dovrò recarmi contemporaneamente a fare delle riprese video in due posti diversi. Mi assale l’angoscia malgrado, come ho scritto prima, si tratti di un sogno e non risolvo la cosa pensando che comunque un impiego fisso ce l’ho – ora sono un insegnante di ruolo – e quindi anche se combino un pasticcio con altri committenti e questi non si rivolgeranno più a me chi se ne importa. Invece prendo la cosa con il solito pallosissimo senso di responsabilità e così mi metto in testa prima di sentire Ivan, il cameraman ufficiale dell’agenzia. Chiamo Caterina con lo smartphone – ancora intatto – per verificare se non sia un problema che io incarichi Ivan al mio posto. Caterina fa la PR e deve riprendere un’intervista a un marketing manager – suo cliente – che poi fornirà a una testata di settore di fiducia congiuntamente a un comunicato stampa. Malgrado siano già le sei del pomeriggio passate, Ivan è ancora in ufficio ma, memore del disprezzo che provavo nei suoi confronti, si rifiuta di aiutarmi. Per farvi capire, Ivan è quello che all’uscita dalla Cappella Sistina mi aveva rivelato di non averla gradita perché troppo “pacchiana e sfarzosa”. Ed è a quel punto che mi viene l’illuminazione di giocarmi la carta David e, a complicare il tutto, la pessima qualità della rete 4G a casa mia manda in pappa – nel vero senso della parola – il mio Motorola. Caterina dall’altra parte della linea non risponde più. Negli ultimi momenti di vita del mio cellulare riesco a farmi passare David, che lavora nella postazione di fronte a lei, ma di quello che dice riesco a cogliere ben poco. Sembra addirittura che si lamenti della scarsa considerazione che provavo nei suoi confronti – cosa che non è assolutamente vera, anzi – e che quindi si meraviglia del fatto che ora mi rivolga a lui per trarmi da una situazione di impiccio. Poi il silenzio. Lo smartphone si decompone definitivamente, fino ai singoli circuiti. Ma ecco il lampo di genio: posso usare il telefono fisso, anche se è un dispositivo che non è più di moda se non per chiamare e ricevere telefonate dalle persone anziane di famiglia, con tutta la gravità che ne comporta. Nel sogno ricordo ancora perfettamente la sequenza delle cifre che, dette due a due, compongono il numero dell’agenzia. La centralinista non è più la stessa ed è una fortuna perché ho fretta – chissà se, a differenza di Ivan, David è ancora in ufficio – e quando dico che sono io non collega la cosa al fatto che prima lavorassi lì – deve pur avermi sentito nominare, o aver letto il mio nome su qualche cartella in giro nell’Intranet aziendale – e non si perde in conversazioni time-consuming, come si dice in quell’ambiente. Mentre mette la chiamata in attesa per passarmi il collega però mi rendo conto che la cosa non ha assolutamente senso. Io non sono un operatore video, innanzitutto, quindi com’è possibile che abbia accettato incarichi che esulano dalla mia competenza? O, meglio, me la cavo a fare riprese ma non sono un professionista e, soprattutto, non possiedo l’attrezzatura adeguata. Forse volevo spacciare delle riprese fatte con lo smartphone di mango per un video in 4K? Comunque è tutto inutile perché David, a questo punto della storia, non mi risponde più. Il segnale che si percepisce nella linea è eloquente. Abbasso la cornetta, mi sveglio, e penso che potrei provare a giocare il numero fisso di telefono dell’agenzia in coppie di cifre al lotto, se solo sapessi come si fa.

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