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Per prendere con ironia il posto in cui abito dico che vivo in un appartamento con vista su un benzinaio Total, il che è vero anche se da qualche mese ha cambiato brand e ora, di notte, è illuminato con un sistema di neon color arancio ancora più sgargianti. Casa mia si trova alla periferia di un paese di periferia, sono a poco più di un km dal cartello che dà il benvenuto a chi arriva a Milano, e mi piace riferirmi in questi termini quando parlo con i miei vecchi amici liguri delle rispettive vite. Loro hanno case sul mare e fanno lunghe passeggiate alla sera con il cane sulla spiaggia, e per non farli sentire in colpa della loro fortuna cerco di sembrare amareggiato della scelta che ho fatto e ometto riferimenti ai dieci km quadrati di parco con i boschi e i laghetti che ho a qualche minuto da qui, il modello di raccolta differenziata dei rifiuti con i contenitori chiusi nei condomini – un approccio che toglie di mezzo i cassonetti in strada e tutti i roditori che li frequentano, il sistema sanitario efficiente, l’edilizia scolastica ecosostenibile, il mercato del lavoro che ti fa abbandonare le passeggiate alla sera con il cane sulla spiaggia – da cui comunque si vedono le ciminiere della centrale termoelettrica e numerosi cargo che transitano al largo in arrivo e in partenza dal porto commerciale, peraltro proprietà dei cinesi – perché comunque uno stipendio serve, la banda larga e altre facilitazioni della vita di questo tipo, per non nominare i soliti luoghi comuni degli eventi culturali, i concerti eccetera.

Ci sarebbe poi qualcosa da dire sull’architettura, per chi è appassionato come me. Anche la promiscuità di edifici residenziali e industriali è una peculiarità di questa parte dell’hinterland. A me non dispiace ed è molto più curata di certi capannoni diroccati con le reti del letto arrugginite usate come cancelli che si vedono nei posti dove sono nato.

Proprio a fianco del benzinaio – che poi non è proprio qui davanti ma leggermente più in là –  c’è uno stabilimento a cui si accede da un cancello industriale che dà sul parcheggio dietro casa mia. Non ho ancora capito che azienda sia, l’impressione è che sia uno spazio in comune tra più imprese ricavato dalla sede di una fabbrica che non c’è più. Dal parcheggio condiviso si accede al benzinaio attraverso un sentiero in terra battuta che scorre all’interno di un’aiuola.

Si tratta di un passaggio piuttosto frequentato perché il benzinaio comprende anche un bar con tanto di tavolini all’aperto con vista sulle pompe di carburante. La cosa che mi sorprende ogni volta è che c’è sempre gente seduta ai tavolini, come se fosse un locale in Via del Corso. Gente che fa colazione, mangia un tramezzino in pausa pranzo, beve il caffè, prende l’aperitivo. La strada su cui si trova il benzinaio è una specie di tangenzialina che impedisce al traffico da e per Milano di attraversare il centro del mio paese, quindi non è un certo un posto che invita a una sosta. Gli avventori del bar del benzinaio però non sono solo i clienti o i camionisti. Lo so perché riconosco gli impiegati che lavorano nello stabilimento a cui ho fatto cenno prima che, ribadisco, non so in che settori operi. Sul cancello non c’è scritto nulla.

Ieri sono passato a piedi lì davanti, malgrado la pioggia e il rischio di essere lavato da qualche veicolo in transito sulle pozzanghere ai lati della strada. Cento metri più avanti c’è un piccolo discount a cui mi rivolgo quando mi manca qualcosa di urgente e non ho voglia di prendere l’auto per andare alla Coop. Sono passato da lì, era il tardo pomeriggio, e ho notato un ragazzo vestito in completo business uscire dal cancello di quello che ho sempre creduto essere uno stabilimento, accompagnato da quattro ragazze molto belle, molto alte e molto in tiro, addirittura con calzature dai tacchi molto alti che, su quel sentiero in terra battuta, hanno messo alla prova il loro equilibrio e il loro portamento. C’era fango ovunque e bastava allungare un po’ il percorso sull’asfalto, seguendo il contorno dell’aiuola, per evitare quel disagio.

Il ragazzo le ha condotte verso il bar del benzinaio e, con fare cavalleresco, ha aperto loro la porta del locale che, potete immaginare, dentro è poco più di uno stanzino. La cosa mi ha sorpreso e ho proseguito per la mia strada, mi mancava la passata di pomodoro per preparare le polpette al sugo, e ho pensato che quella fosse una situazione su cui avrei potuto scrivere qualcosa. Cosa ci facevano quattro ragazze immagine – non erano modelle ma potevano appartenere a quella zona grigia di persone che lavorano con la loro bellezza ma non sono abbastanza raffinate per l’alta moda, non so se mi sono spiegato, tipo le hostess che si vedono agli eventi aziendali – in un posto così, mi sono chiesto.

Ho pagato i 45 centesimi della passata di pomodoro con il bancomat e ho percorso il tragitto a ritroso. Quindi ho sbirciato ancora dentro alla vetrine del bar. I cinque erano seduti all’unico tavolino all’interno, un tavolino alto in plastica con il brand di una marca di gelati circondato da sgabelli alti e un po’ pretenziosi, sorseggiavano flute di vino bianco con le bolle e sgranocchiavano noccioline dozzinali. Nel frattempo è passata un’ambulanza a sirene spiegate, io ho accelerato il passo per saltare in un punto in cui non avrei rischiato una lavata di acqua piovana stagnante che avrebbe sicuramente rovinato il momento.

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