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Great Place to Work® è una società di ricerca, tecnologia e consulenza organizzativa che analizza gli ambienti di lavoro raccogliendo e analizzando le opinioni dei collaboratori e la employee experience. Sul loro sito si legge anche che

Attraverso la nostra Survey Platform aiutiamo le aziende a raccogliere le opinioni e i feedback dei propri collaboratori (in modalità anonima e tutelata) rispetto all’ambiente di lavoro e alla cultura aziendale e con attività di consulenza mirata supportiamo le organizzazioni nel percorso di crescita e di trasformazione, fino a riconoscere e premiare le migliori organizzazioni per cui lavorare in Italia, Europa e nel mondo.

Alcune aziende clienti dell’agenzia di cui facevo parte prima di operare nella scuola si sottoponevano con entusiasmo al processo che, ogni anno, rilascia una classifica degli ambienti di lavoro in cui ci si riesce maggiormente a realizzare con soddisfazione. Si tratta di operazioni di marketing la cui efficacia e veridicità lascio al vostro giudizio. Sta di fatto che nel B2B e in certi network – a partire da LinkedIn – sono riconoscimenti che danno un certo credito e si sfoggiano (giustamente) con il dovuto vanto.

Dico questo perché sarebbe fantastico se la scuola italiana con tutti i suoi operatori – docenti, dirigenti, ATA, personale amministrativo e collaboratori vari – fosse coinvolta in un’indagine di questo tipo. Con il suo milione e rotti di dipendenti la scuola italiana è probabilmente una delle organizzazioni più numerose al mondo. Il risultato è facile da intuire, come le criticità che la contraddistinguono. D’altronde, se da una parte il fatto che non ci siano dei profitti economici misurabili nel breve periodo di mezzo allontana la scuola dal mercato, dall’altra vi sfido a trovare un’organizzazione con altrettante complessità in termini di dimensioni, processi, modelli di (passatemi il termine) business, distribuzione sul territorio, selezione e gestione del personale, esigenze di flessibilità ai cambiamenti sociali e politici, procurement, marketing e comunicazione, questioni legali, logistica, gestione e manutenzione degli asset e facility management, tanto per iniziare.

Proviamo quindi a pensare a come risponderebbe chi ne fa parte: stipendi inadeguati, caos organizzativo, strutture fatiscenti, carriere chiuse, burocrazia ed esposizione a stress lavorativo farebbero precipitare la scuola italiana ben al di sotto dei posti meno prestigiosi (per non dire più umilianti) di questa classifica. E il fatto che la scuola sia un servizio non ci deve per forza indurre a coinvolgerne gli utenti in una valutazione di questo tipo, per attestarne l’autorevolezza. Le famiglie riconducono principalmente ai docenti la responsabilità del cattivo funzionamento del sistema, mentre gli addetti ai lavori – al netto dell’autocritica – vedono le cose in modo più aderente alla realtà.

Qualche giorno fa è stato indetto uno sciopero nel comparto istruzione dalle principali organizzazioni sindacali del settore. Le ragioni di questa giornata di astensioni dal lavoro sono state raccolte in modo esaustivo dalla collega Mariangela Vaglio in un post sul suo profilo Facebook. Se il budget costringe ad aumentare il numero di utenti del servizio per singolo dipendente, è facile intuire quanto sia penalizzata la qualità. Se questo vale per qualsiasi settore produttivo, figuriamoci per la scuola e tutte le sue variabili, visto che parliamo di prestazioni rivolte a esseri umani. E non c’entra nulla il fatto che nella scuola non insegnino i migliori. Anche a fronte di un utopistico aumento consistente di stipendio in grado di attirare talenti, chi entra nella scuola e ha voglia di darsi da fare sa di infilarsi in un ginepraio. Tanto vale adeguarsi a certi standard e tirare a campare.

Io invece vorrei lavorare 40 ore a settimana come tutti, con uno stipendio come tutti. Venticinque ore in classe e il resto in un ufficio messo a disposizione dalla scuola in cui faccio programmazione didattica, mi preparo le lezioni, partecipo a riunioni, incontro studenti e genitori in una scuola aperta 40 ore a settimana, mattina e pomeriggio. Un ufficio che mi permetta di non portarmi in continuazione pezzi di scuola a casa. Con un responsabile IT che non sono io che lo faccio perché smanetto con l’informatica ma che chiamo e mi fornisce assistenza in tempi utili quando ne ho bisogno. Un ufficio personale (con gente che ha studiato per quel mestiere lì) che seleziona i docenti che si sono candidati mandando un curriculum e a cui posso rivolgermi quando occorre. Un sistema che valuta il mio lavoro e che, se sono bravo, mi fa trovare in busta paga i premi produzione. Un dirigente che è un general manager a tutti gli effetti, strapagato come nelle aziende private, che opera per il bene della scuola di cui è a capo.

Comunque, se vi interessa saperlo, pur in accordo con le ragioni di questo sciopero, io non ho aderito. Ad oggi non ho mai scioperato perché credo che in alcuni settori critici – scuola, trasporti, sanità e giustizia – lo sciopero non porti a nulla se non a penalizzare gli utenti e ad aumentare, nel cittadino, il rancore verso le categorie coinvolte. Lo sciopero è efficace nelle aziende private, nelle grandi industrie, nelle fabbriche. Se il tuo datore di lavoro è lo stato, ci sono canali più efficaci per manifestare il dissenso, a partire dalla scheda elettorale.

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